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lunedì 11 febbraio 2019

Migranti, la nave umanitaria Sea-Eye torna in mare con il nome del bambino Alan Kurdi. Continuiamo a salvare migranti e mai li riporteremo il Libia

La Stampa
La portavoce: “Porti chiusi? Situazione difficile, ma li salveremo e non li riporteremo mai in Libia”

A più di un mese da un’odissea umanitaria nel Mediterraneo lunga 19 giorni, condivisa con la Sea Watch, l’organizzazione tedesca Sea Eye si prepara a tornare nel Mediterraneo con una nave che sarà ribattezzata con il nome di Alan Kurdi, il bambino che nel 2015 divenne il simbolo della tragedia dei migranti nel Mediterraneo.

Il 2 settembre di quattro anni fa l’immagine senza vita del corpo del bimbo riverso su una spiaggia della costa di Bodrum, in Turchia, mosse la coscienza di milioni di persone.


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mercoledì 9 gennaio 2019

Malta ha autorizzato lo sbarco dei migranti sulle navi Sea Watch 3 e Sea Eye, gioia e sollievo dei migranti

Il Post
I 49 migranti a bordo saranno poi accolti da otto diversi paesi europei, tra cui l'Italia: ma Salvini dice di non avere autorizzato alcun arrivo.

Malta ha autorizzato lo sbarco dei migranti a bordo delle due navi Sea Watch 3 e Sea Eye. I migranti, insieme ad alcune delle 280 persone soccorse dalla Guardia costiera maltese nelle ultime settimane, verranno ricollocati in otto diversi stati europei. 

La notizia è stata data mercoledì mattina in conferenza stampa dal primo ministro maltese, Joseph Muscat.
La nave Sea Watch 3, con a bordo 32 persone tra cui 3 minori non accompagnati, 2 bambini piccoli e un neonato, si trovava in mare da diciannove giorni; Sea Eye, con a bordo 17 persone, si trovava in mare da undici giorni. Quando è stato comunicato che Malta aveva autorizzato lo sbarco, la reazione dei migranti a bordo della Sea Watch 3 è stata questa.

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La Sea Watch 3, nave della ong tedesca Sea Watch che batte bandiera olandese, aveva soccorso 32 migranti al largo delle coste libiche il 22 dicembre. Nelle ore successive al soccorso, il comandante della nave aveva chiesto a diversi paesi europei – Italia, Malta, Spagna, Grecia – e alla Tunisia di poter attraccare in uno dei loro porti, ricevendo risposta negativa. Il 29 dicembre un’altra nave umanitaria tedesca, la Sea Eye, aveva soccorso 17 persone al largo della Libia e si era rifiutata di consegnarle alla Guardia costiera libica perché, secondo la ong, sarebbe stata una «violazione delle leggi internazionali».

La situazione era poi rimasta bloccata per giorni, con alcuni sindaci di Paesi Bassi, Germania e Italia che avevano dato la loro disponibilità all’accoglienza. Il 2 gennaio Malta aveva concesso alle navi l’ingresso nelle acque territoriali dell’isola, ma solo per ripararsi da condizioni meteo difficili e in ulteriore peggioramento.

Le condizioni delle persone a bordo erano da giorni piuttosto complicate. Sulle navi, avevano fatto sapere qualche giorno fa le due ong, si trovavano bambini e adulti stremati dalla traversata e dall’inverno, e traumatizzati dalla permanenza nei campi di detenzione della Libia.

sabato 5 gennaio 2019

Sant'Egidio: non far sbarcare i profughi è una vergogna per l'Europa

Globalist
La comunità interviene sul caso delle navi Sea Watch e Sea Eye: non agire significa offrire il volto di una Ue incoerente con i suoi valori.


Crescono le voci indignate: è una vera vergogna per l'Europa che non si trovi una soluzione per mettere in sicurezza un piccolissimo gruppo di profughi, appena 49: si tratta di un doveroso gesto di umanità che si deve realizzare subito". 

E' la netta presa di posizione della Comunità di Sant'Egidio davanti al caso delle navi Sea Watch e Sea Eye, attraverso la dichiarazione del suo portavoce Roberto Zuccolini.
"Le due navi devono attraccare immediatamente - chiede la S.Egidio - e visto che alcune nazioni si sono già offerte ad accogliere i migranti, in questo caso si può realizzare velocemente anche il loro ricollocamento, senza dividere le famiglie come talvolta è successo".
Per Zuccolini, "non agire entro le prossime ore, vorrebbe dire offrire al mondo l'immagine di una Ue incoerente con i suoi valori fondativi, con la sua storia e la sua tradizione: un atteggiamento incomprensibile anche rispetto al forte calo non solo degli sbarchi in Italia ma anche degli ingressi irregolari in tutto il Continente europeo".

Odissea senza fine. Paura e disperazione sulla Sea Watch 3. Le famiglie: non divideteci

Avvenire
Nello Scavo, inviato a bordo della Sea Watch 3
Sulle navi delle Ong ancora bloccate in mare alcuni superstiti della strage occultata dello scorso ottobre. Il gesto di protesta di un migrante che vorrebbe nuotare fino a Malta.


Mentre i numerosi bastimenti carichi di merci fanno ingresso nel porto de La Valletta, il bimbo libico di sette anni li indica uno a uno. E chiede: “Mamma, perché quelle sì e noi no?”. 


Nessuno se la sente di dirgli la verità: da quindici giorni lui e gli altri 48 esseri umani sulle due navi umanitarie tenute lontane dai porti sono dei “rifiutati”.
Ad aspettarci sulla Sea Watch 3, la nave che nessuno vuole, ci sono anche le storie delle stragi mai rese note dai libici. Decine di migranti affogati nei mesi scorsi senza che mai ne venisse data comunicazione. Come i 60 precipitati nell'abisso che si era aperto sul fondo squarciato del gommone e mai più risaliti a galla. È accaduto nei primi giorni di ottobre, e non se ne trova traccia nelle note ufficiali. Non sarà la sola amara sorpresa a bordo della nave dei respinti che, in balia delle cancellerie europee, aspettano di poter mettere piede sulla terraferma ed essere certi che non c’è più niente da cui scappare.

Il piccolo libico insieme alla madre è fuggito di casa l’ultima estate. I frequenti scontri nelle città e una condanna a morte sulla donna decretata dal marito e dai maschi della famiglia, per ragioni che non vuol spiegare, non le hanno lasciato scelta. Ci sono voluti quattro tentativi perché finalmente si potesse lasciare alla spalle Tripoli e la vita di prima. E nel corso di uno di questi lei e il bambino, che aveva da poco compiuto sei anni, furono tra i pochi superstiti della strage di ottobre. "Il canotto si è rotto e le persone cadevano dentro", racconta ricordando d’essere naufragata non lontano dalle piattaforme petrolifere di Melita: "Sono morte più di 60 persone". Poi la solita routine, spiegata in un inglese perfetto di chi in tasca aveva una laurea e ha visto sprofondare con la guerra ogni speranza. "Siamo stati presi dalla polizia libica, sono stati cattivi. Siamo rimasti in prigione con altri stranieri e in prigione si trova il modo per convincere la polizia a lasciarci andare". Denaro e schiavitù sono la regola. Poi altri due tentativi, "sempre andati male, o la barca si rompeva o ci prendevano i militari". Infine prima di Natale la traversata e l’avvistamento della Sea Watch.

La nave, intanto, ondeggia. Ma il vento sottocosta non fa paura. E il sole promette una mattinata senza le coperte addosso. La vista della terra, se da una parte fa sentire meno soli, per l’altro verso diventa un tarlo. E ci vuole poco perché sul ponte la paura torni a bussare. Stavolta la disperazione è nello sguardo di un trentenne, anche lui libico, che non ne può più di aspettare, di raccontare ai soccorritori le sue cicatrici, di sentirsi dire che bisogna stare calmi e che tutto andrà bene. Senza neanche prendere la rincorsa, si lancia nel vuoto. Un tuffo verso la costa. Quando riemerge è già tramortito dalle acque gelide. Altri tre, di nazionalità diverse, sono pronti a seguirlo. Li vediamo mentre si liberano delle felpe. Poi si fermano. Alla terza bracciata il fuggitivo capisce che non può farcela contro il freddo, la corrente e i due chilometri che lo separano dalla terraferma. L’equipaggio lo raccoglie in un istante, dopo avergli lanciato due ciambelle galleggianti. Quando lo accompagnano sottocoperta, lui urla e piange, anche gli altri sono arrabbiati e delusi. Sono stanchi di aspettare e sono abituati a non fidarsi. "Giurateci che non ci farete tornare il Libia", ripetono mentre mostrano il dorso coperto di bruciature.

Con l’Italia, che si è offerta di accogliere madri e figli (6 persone in tutto), sono adesso cinque i Paesi europei disposti a farsi carico di alcuni dei migranti a bordo. Una prospettiva che non piace affatto alle famiglie, che sarebbero costrette a separarsi. 

Mamme e bimbi (tre in totale: di 1, 6 e 7 anni) verrebbero ammessi nella Penisola, mentre i papà finirebbero tra Germania, Francia, Olanda e Portogallo. 

Lisbona ha espresso per via informale la disponibilità a risolvere la crisi umanitaria partecipando alla redistribuzione delle persone che verranno fatte sbarcare. Ma il problema rimane il porto di destinazione. "Se l’Italia fosse stata davvero disposta ad aiutare queste persone - commenta un volontario - avrebbe dovuto offrire subito uno dei suoi porti, accelerando lo sbarco e avviando la redistribuzione nell’Ue, senza infliggere a persone già molto provate anche una permanenza così lunga e immotivata in mare e in pieno inverno”. Il governo maltese, potendo contare sull’ostinato rifiuto allo sbarco in Italia, da giorni negozia con Bruxelles un trasbordo su proprie motovedette, in cambio di garanzie sulle politiche migratorie. Assicurazioni che sarebbero arrivate e che potrebbero porre fine all’odissea già nelle prossime ore.

Dall’altro vascello, il “Professor Albrecht Penck” dell’ong Sea Eye, arrivano notizie analoghe. "Le diciassette persone soccorse il 29 dicembre - spiega Nicole, il medico di bordo - si stanno riprendendo, ma soffrono il freddo e sono deboli. È per questo che è importante che ci venga assegnato un porto sicuro che possa accoglierle". La temperatura in mare non supera i 10 gradi, alla sera si sfiora lo zero termico. Le raffiche del vento e il moto ondoso impediscono a molti perfino di dormire.
A bordo di Sea Watch venerdì 4 gennaio è arrivata una delegazione di parlamentari tedeschi, insieme a giornalisti internazionali e ai rappresentanti di Mediterranea, la missione italiana di monitoraggio nel Canale di Sicilia. Di "gratitudine, gioia, imbarazzo e tristezza", ha parlato Christiane Groeben, vice presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei) salita per qualche ora per vedere di persone e fare un annuncio. "Stiamo lavorando con i nostri partner - spiega - per costruire un corridoio europeo e la città tedesca di Heidelberg e le sue chiese hanno già manifestato la loro disponibilità. Siamo pronti a farci carico del trasporto dei migranti nella loro destinazione finale e a collaborare per la loro accoglienza".
Il piccolo libico è ancora sul ponte, mentre gioca e scruta il mare intorno. Arriva il tramonto e con esso nessuna buona notizia. Prima di andare a dormire domanda ancora: "Mamma, ma perché non abbiamo un passaporto? Non potevamo prendere un aereo per scappare?".

mercoledì 2 gennaio 2019

Sea Watch e Sea Eye, continua la vergognosa odissea. 49 naufraghi senza un porto sicuro per approdare da 10 giorni. Urgente mettere in sicurezza donne, uomini e bambini in condizioni sempre più critiche.

Adnkronos
Continua l'odissea delle navi Sea Watch e Sea Eye, da giorni in mare con a bordo 49 naufraghi soccorsi nel Mediterraneo. Nello specifico, 32 persone dal 22 dicembre si trovano sulla Sea Watch e altre 17 dal 29 dicembre sono sulla Sea Eye. 


"Nessuno potrà dire che non lo sapeva. A causa della lunga permanenza a bordo con cattive condizioni meteo, molti degli ospiti soffrono di forte mal di mare. Per una persona malnutrita e indebolita, la conseguente disidratazione può mettere a repentaglio la sua condizione” scrive Sea-Watch Italia in un tweet allegando il rapporto del team di medici a bordo della nave che lanciano un appello chiedendo la disponibilità di un porto sicuro.

Riccardo Noury, portavoce della sezione italiana di Amnesty International, lancia un appello attraverso l'Adnkronos: "Non rimangano un minuto di più a bordo. E' rischioso, fateli approdare". "Sono molto preoccupato - dice - la situazione è drammatica e si aggrava sempre più sia dal punto di vista delle condizioni meteo, che sono in peggioramento, sia dal punto di vista sanitario: troppi giorni e troppe persone a bordo, anche donne e bambini, il rischio di epidemie è alto". 

"Ciò di cui ho paura, e spero di sbagliarmi, è che questo gioco cinico sulla vita di esseri umani venga portato fino all'estremo possibile perché, complice il clima, la distrazione per via delle feste e il fatto che non sono 300 ma 49, questa volta non si vede l'ombra di un governo disponibile". 

Per quanto riguarda la questione sicurezza e immigrazione, Noury afferma che "se noi analizziamo la cronaca degli attentati terroristici in Europa, possiamo constatare che il terrorismo nasce in casa e non arriva da fuori. E se noi continuiamo ad agitare lo spettro dell'approdo del terrorismo via mare dimenticandoci che in realtà lo abbiamo già in casa, dal punto di vista della sicurezza è un esercizio inutile e anche dannoso. 

E dal punto di vista del rispetto dei diritti umani è uno scempio completo. Abbiamo l'Europa - conclude - contro 49 persone".

lunedì 31 dicembre 2018

Due barconi alla deriva con 114 migranti soccorsi da Malta e dalla Turchia. Sea Watch e della Sea Eye ancora senza approdo. Italia ormai maglia nera dell'accoglienza.

La Repubblica
Salvate in tutto 114 persone. Ma è ancora senza risposta l'appello della Sea Watch e della Sea Eye con 49 profughi a bordo che hanno urgente bisogno di un approdo.



Un pattugliatore di Malta ha soccorso 69 migranti che si trovavano su un barcone di legno alla deriva a 117 miglia dalle coste dell'arcipelago, e li ha portati a La Valletta. Lo ha reso noto la Marina militare maltese.

L'annuncio arriva mentre rimane senza risposta l'appello delle navi delle Ong Sea Watch, che ha chiesto l'autorizzazione di far sbarcare a Malta i 32 migranti salvati prima di Natale al largo delle coste libiche, e della Sea Eye con altri 17 a bordo.
Altro soccorso in mare questa volta della Guardia costiera tunisina che ha tratto in salvo 45 migranti a bordo alba di ieri un barcone partito dalla Libia al largo delle isole Kerkennah.

I migranti soccorsi, tutti originari di paesi africani, sono stati presi in carico dal personale della Mezzaluna rossa tunisina e dell'Alto Commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Unhcr), che ha fornito loro cibo e vestiti.

domenica 30 dicembre 2018

Incredibile il disinteresse verso i 50 migranti della Sea Watch e Sea Eye da 9 giorni alla ricerca di un approdo. Condizioni critiche a bordo: "Abbiamo bisogno di un porto subito"

La Repubblica
Nessun paese concede l'approdo. Da nove giorni, in condizioni ormai proibitive, a bordo della Sea Watch 32 persone tra cui 3 bambini piccoli. In 17 sono sulla Sea Eye.


Oggi è il nono giorno in mezzo al mare e non si intravede nessun approdo per i 32 migranti a bordo della Sea Watch, la nave della Ong tedesca che il 22 dicembre ha soccorso un'imbarcazione in difficoltà partita dalle coste libiche.


Nessuno vuole queste persone e soprattutto nessuno sembra occuparsi della loro sorte. Italia, Malta, Spagna, Grecia, Tunisia a cui, nelle ore immediatamente successive al soccorso, era stato chiesto un porto sicuro, hanno detto no e, a differenza di altre volte, l'Europa non sembra muoversi per trovare una soluzione collettiva.

A bordo ci sono anche tre bambini piccoli, la temperatura è molto rigida, sottocoperta non c'è posto per tutti e le scorte di acqua e cibo cominciano ad essere razionate. Ieri un'altra nave umanitaria tedesca, la Sea eye, ha soccorso 17 persone e così questa mattina dalle due organizzazioni è partito un nuovo appello alla Germania.

"E' ora che il governo tedesco si faccia avanti e dia prova di responsabilità: due navi hanno bisogno di un porto sicuro. Adesso".

In attesa di ricevere dalle autorità marittime indicazioni su dove dirigersi, giovedì i volontari della Sea watch con a bordo il loro carico umano si erano fatti carico di una segnalazione di un gommone in difficoltà diramata dalla sala operativa della guardia costiera di Roma e avevano fatto ritorno verso la zona Sar di ricerca e soccorso ma dopo tre giorni di perlustrazione non hanno trovato traccia dell'imbarcazione. Che potrebbe essre stata soccorso da motovedette libiche ( che però non ne hanno dato notizia) o essere naufragata.

Un appello all'immediata soluzione della Sea Watch è stato lanciato anche da Save the children: "Siamo molto preoccupati per le condizioni dei 32 migranti tra cui diversi minori, da 9 giorni a bordo della Sea Watch nel Mediterraneo in attesa di un porto sicuro. L’Italia e l’Europa diano la priorità alla protezione dei più vulnerabili".

Appello rilanciato anche da Giuseppe Civati di Possibile: "A bordo della Sea Watch ci sono trentadue persone tra cui tre bambini: bisogna garantire un porto all'imbarcazione. Pur di proseguire con la propaganda Salvini mette a repentaglio la vita di bambini. Ed è un gioco disumano inaccettabile".

martedì 15 agosto 2017

Migranti, dopo Msf anche Save the Children e Sea Eye lasciano. Non garantita sicurezza degli equipaggi.

Globalist
Arrivano a tre le Ong che hanno sospeso l'attività di ricerca e soccorso dei migranti davanti alla Libia.


Dopo Msf, anche le Ong Sea-Eye e Save the children interrompono il servizio in mare. "Cari amici - scrive Sea-Eye su Twitter -, abbiamo deciso a malincuore di sospendere temporaneamente le nostre missioni di salvataggio". Il direttore Michael Buschheuer spiega su Facebook che si tratta di motivi di sicurezza dopo l'annuncio del governo libico di una "proroga a tempo indeterminato e unilaterale delle acque territoriali in relazione a una minaccia esplicita contro le ong private".

"In queste circostanze - spiega ancora Buschheuer - non è possibile proseguire il nostro lavoro di salvataggio. Sarebbe irresponsabile nei confronti dei nostri equipaggi". E poi aggiunge: "Nei prossimi giorni e nelle prossime settimane analizzeremo attentamente il cambiamento della situazione di sicurezza al largo della costa libica e discuteremo la nostra azione futura".

Sos Mediterranée: "Noi andiamo avanti" - Ma c'è anche chi va avanti nonostante il pericolo. Come Sos Mediterranée, che in una nota scrive: "La nostra Ong sta controllando la preoccupante situazione da vicino. Oltre a salvare vite, nostra priorità è garantire la massima sicurezza del nostro equipaggio. Fino a che questa continua ad essere garantita, Sos Mediterranée rimarrà in zona di ricerca e soccorso, salvando imbarcazioni in pericolo e prevenendo il ritorno forzato delle persone in Libia".

Poi, sulla sospensione da servizio da parte di altre organizzazioni non governative: "In seguito alle notizie dalla Libia Msf ha deciso di sospendere temporaneamente le attività di ricerca e soccorso della nave Prudence. L'equipe medica di Msf continuerà a fornire supporto all'Aquarius, la nave noleggiata da Sos e gestita congiuntamente da entrambe le organizzazioni. 

L'Aquarius sta attualmente pattugliando in acque internazionali, rispettando il limite delle acque territoriali libiche, come prescritto dal diritto marittimo internazionale".
Infine, Sos "desidera sottolineare la necessità di aumentare le capacità di ricerca e soccorso nel Mediterraneo. Le Ong Sar (search and rescue) devono essere in grado di continuare le loro attività di soccorso senza impedimenti. La vita delle persone è a rischio, sia in mare che in Libia.  
Come sappiamo dalle testimonianze raccolte a bordo, se le persone venissero rimandate in Libia sarebbero di nuovo vittime di detenzioni arbitrarie e di ripetute violazioni dei diritti umani. Limitare l'accesso e le attività delle Ong causerà, ancora una volta, un incremento di morte e sofferenza nel Mediterraneo".

Save the children: "Senza garanzie stop salvataggi" - Save the Children mette le mani avanti e il direttore delle operazioni Rob MacGilivray dice: "Siamo pronti a riprendere le operazioni, ma abbiamo il dovere di garantire la sicurezza del team e l'efficacia delle operazioni. Prima di poter riprendere la missione dobbiamo avere rassicurazioni in merito".