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mercoledì 14 settembre 2022

Schiavitù moderna - Sono 50 milioni le vittime di schiavitù nel mondo. Lavoro e matrimonio forzato per i bambini

IOL
Il lavoro forzato e il matrimonio forzato sono aumentati significativamente negli ultimi cinque anni, riportano le stime aggiornate dell’Organizzazione internazionale del lavoro, Walk Free e Organizzazione internazionale per le migrazioni.


Secondo il rapporto Global estimates of modern slavery: Forced labour and forced marriage (“Stime globali della schiavitù moderna: Lavoro forzato e matrimonio forzato”), nel 2021 erano 50 milioni le persone che vivevano in condizioni di schiavitù moderna. Di queste persone, 28 milioni erano costrette al lavoro forzato e 22 milioni erano costrette in matrimonio forzato.

Il numero di persone in forme di schiavitù moderna è aumentato significativamente negli ultimi cinque anni. Nel 2021 le persone in schiavitù moderna erano 10 milioni in più rispetto a quanto registrato dalle stime globali del 2016. Donne e bambini sono maggiormente vulnerabili.

La schiavitù moderna è presente in quasi tutti i paesi del mondo e non conosce frontiere etniche, culturali o religiose. Più della metà (52 per cento) del lavoro forzato e un quarto di tutti i matrimoni forzati si concentrano nei paesi a reddito medio-alto o alto.

Lavoro forzatoLa maggior parte dei casi di lavoro forzato (86 per cento) si registra nel settore privato. Il lavoro forzato in settori diversi dallo sfruttamento sessuale commerciale rappresenta il 63 per cento di tutto il lavoro forzato, mentre lo sfruttamento sessuale ai fini commerciali rappresenta il 23 per cento di tutto il lavoro forzato. Quasi quattro su cinque delle persone vittime di sfruttamento sessuale ai fini commerciali sono donne o ragazze.

Il lavoro forzato imposto dallo Stato rappresenta il 14 per cento che lavoro contro la loro volontà.

Quasi uno su otto di tutti i lavoratori forzati sono bambini (3,3 milioni) e più della metà di essi sono vittime di sfruttamento sessuale a fini commerciali.

Matrimonio forzato - Si stima che, in qualsiasi giorno del 2021, circa 22 milioni di persone si trovino in una situazione di matrimonio forzato, un aumento di 6,6 milioni rispetto alle stime globali del 2016.

L’incidenza reale dei matrimoni forzati, in particolare quelli che coinvolgono minori di 16 anni o meno, è probabilmente molto più alta di quanto registrato dalle stime attuali, che si basano su una definizione maggiormente ristretta e non includono tutte le tipologie di matrimoni infantili. I matrimoni infantili sono considerati forzati perché un bambino non può dare legalmente il proprio consenso al matrimonio.

Il matrimonio forzato è strettamente legato a consuetudini e pratiche patriarcali consolidati nel tempo e assume delle caratteristiche specifiche in base ai contesti. [...]

I migranti sono particolarmente vulnerabili al lavoro forzatoI lavoratori migranti hanno una probabilità più che tripla di essere sottoposti a lavoro forzato rispetto ai lavoratori adulti non migranti. Sebbene la migrazione per lavoro abbia un effetto ampiamente positivo su individui, famiglie, comunità e società, questo dato dimostra la maggiore vulnerabilità dei migranti al lavoro forzato e alla tratta, sia a causa di una migrazione irregolare o mal governata, sia a causa di pratiche di reclutamento illecite e non etiche.

“È sconvolgente che la schiavitù moderna continui ad esistere. Nulla può giustificare la persistenza di questo abuso fondamentale dei diritti umani”, ha dichiarato il Direttore Generale dell’OIL, Guy Ryder. “Sappiamo cosa bisogna fare e sappiamo che si può fare. Politiche e normative nazionali efficaci sono fondamentali ma i governi non possono farlo da soli. Le norme internazionali forniscono una base solida ed è necessario un approccio che coinvolga tutti. I sindacati, le organizzazioni dei datori di lavoro, la società civile e la gente comune hanno tutti un ruolo fondamentale da svolgere”.

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lunedì 4 luglio 2022

Texas - Sconcertante tentativo di sostituire nei libri di testo il termine "schiavitù" con 'ricollocazione involontaria'

Ansa
In Texas un gruppo di educatori, nell'ambito dell'aggiornamento nello Stato dei programmi per le scuole elementari e nello specifico per le classi di alunni fra i 7 e gli 8 anni, ha proposto che venisse sostituito il termine schiavitù, proprio nell'ambito della descrizione del fenomeno storico negli Usa, con l'espressione 'ricollocazione involontaria'.

Schiavi al "lavoro" nelle piantagioni americane
L'intervento rientra nel dibattito in corso nelle istituzioni americane sul modo di affrontare e analizzare il tema razziale nella scuola.

La proposta però è stata bocciata dalla commissione texana competente, con la motivazione che "il nostro impegno è per la verità e ciò comprende una descrizione accurata degli eventi storici". In particolare, un membro democratico della commissione, Aicha Davis, ha spiegato al Wawshington Post i motivi della sua immediata reazione contraria alla proposta: 
"Non posso dare il mio sostegno a nulla che descriva il traffico di schiavi come una 'ricollocazione involontaria'. Non posso dare il mio sostegno a nulla che sminuisca quel percorso". 

sabato 18 dicembre 2021

Congo: quell’umanità miserabile nel fango, per la guerra del cobalto.

Corriere della Sera
Il Paese, vasto dieci volte l’Italia, possiede il prezioso minerale (batterie elettriche) ma è una delle nazioni più povere del mondo: dove finisce questa ricchezza? In Cina
Sfruttamento del lavoro minorile nelle miniere di Cobalto in Congo

Un’ordinata schiera di camion gialli affacciati sulla voragine di una miniera di cobalto: l’immagine sembra avere poco a che fare con il Congo brulicante e sgarrupato che ci rimane più impresso nella memoria, quello che colpisce i lettori e (non sempre) i photoeditor: facce e storie diragazzini che scavano cunicoli con le mani nella terra rossastra, umanità seminuda con gli occhi spalancati che si spacca la schiena dall’alba al tramonto per rubare al sottosuolo briciole di preziosi metalli africani e piazzarle nelle tasche di feroci caporali e intermediari sanguisughe. Certo, ci sono anche loro (anzi sono la maggioranza) nel ritratto collettivo dei minatori della Repubblica (sedicente) Democratica del Congo, nazione disastrata e ricchissima di materie prime (vasta quasi dieci volte l’Italia) da cui si estrae il 60-70% di un minerale oggi molto molto ricercato: il cobalto.
 

Il secondo Paese più povero del mondo
I minatori cosiddetti “artigianali”, che scavano ai margini (o di straforo all’interno dei recinti) delle grandi miniere, rappresentano numericamente il grosso della categoria. Eppure quei camion in bella fila sul ciglio dello scavo rappresentano la ricchezza vera e principale, quella che potrebbe contribuire al progresso dei 90 milioni di abitanti del secondo Paese più povero del mondo, e che invece continua a finire altrove. Sulle 100 mila tonnellate di cobalto estratte nell’ultimo anno dalle viscere del Congo, 93 mila (secondo i dati di Benchmark Mineral Intelligence ) provengono dalle miniere che operano su grande scala. Macchinari di precisione, camion per il trasporto, padroni in cravatta all’estero. Un mercato in espansione: la Banca Mondiale stima che la domanda di cobalto crescerà del 585%da qui al 2050. Il motivo principale di questa fame di “oro blu” (che già gli antichi egizi usavano per colorare manufatti) sta nel settore dell’automotive. Il resistentissimo cobalto è componente essenziale per i catodi delle batterie al litio che fanno muovere i veicoli elettrici (EV), la cui produzione (ibridi esclusi) dovrebbe balzare dai 3,3 milioni di unità vendute nel mondo nel 2021 ai 66 milioni del 2040.

Come il petrolio
Per il Congo il cobalto è sulla carta come il petrolio per l’Arabia Saudita. A estrarre la fetta maggiore del tesoro blu nazionale sono marchi esteri, dall’anglo-svizzera Glencore alle varie imprese che fanno capo a China Molybdenum (CMOC), gigante (naturalmente) statale con quartier generale a Pechino. Come lavorano queste aziende? Come trattano i lavoratori e le comunità locali? Un mese fa, mentre nell’affollatissima Glasgow il mondo cercava una via per disinnescare la mina del cambiamento climatico, alla chetichella è uscito un dettagliato rapporto di 87 pagine redatto dall’associazione britannica Raid (Rights and Accountability in Development), che in cinque miniere industriali del Congo ha condotto un’indagine durata 28 mesi con oltre 130 interviste sul campo. Il progetto è stato realizzato con la collaborazione del Centre d’Aide Juridico-Judiciaire , un centro congolese specializzato in diritti del lavoro. Il risultato dell’inchiesta è una fotografia da abbinare a quella dei camion gialli sul bordo della miniera: sfruttamento, maltrattamenti, paghe avare, razzismo.

I nuovi colonizzatori
«Da quando sono arrivati i cinesi» ha raccontato un lavoratore «stiamo peggio di prima». Calci, insulti, botte: «Sono i nuovi colonizzatori». Anneke Van Woudenberg, direttrice esecutiva di Raid , ha allargato il tiro: «L’industria mineraria sostiene di operare in maniera pulita e sostenibile senza abusi dei diritti umani. Ma questa lettura non corrisponde alla realtà. La transizione verde non deve avvenire grazie allo sfruttamento dei minatori congolesi». Pierre mostra al fotografo di Raid due piccoli paninetti: sono l’unica razione di cibo quotidiano fornita ai lavoratori alla Tenke Fungurume Mine , all’80% di proprietà della cinese CMOC. Lo stipendio base di Pierre è di 3,5 euro al giorno. Se si ammala per più di due giorni, niente paga. «E devi stare zitto altrimenti sei licenziato. Il rapporto di lavoro è quello tra schiavi e padroni», ha raccontato a Pete Pattisson del quotidiano The Guardian.

Telefonini insanguinati
Il coltan dei nostri telefonini viene (anche) dal Kivu insanguinato da mille conflitti. Il regno del cobalto è nel Sud del Congo, lontano dalla zona dell’eterna guerra nel Nord-Est del Paese con epicentro Goma (dove il 22 febbraio di quest’anno è stato assassinato il nostro ambasciatore Luca Attanasio). Kolwezi è la sua polverosa capitale. La grande città più vicina è Lumumbashi, che porta il nome del grande premier riformatore Patrice Lubumba (fatto fuori nel 1961 da mercenari belgi per conto dell’ex amico e futuro dittatore Mobutu con il beneplacito dell’Occidente). Cosa direbbe Lumumba visitando le miniere a cielo aperto di Kolvezi? Guarderebbe ai camion in bella fila o ascolterebbe le parole di Pierre accettando uno dei suoi due panini quotidiani? Cosa direbbe ai rappresentanti delle grandi case automobilistiche quando sostengono che la loro filiera del cobalto è sostanzialmente pulita? Il cobalto estratto nella miniera dove lavora Pierre secondo il Guardian termina alla fin della filiera nelle batterie al litio che vanno a caricare i mezzi dei principali produttori di auto elettriche (comprese Tesla, VW, Volvo, Renault e Mercedes-Benz).

Le ditte intermediarie
Vero che negli ultimi tempi da parte di queste aziende si è registrato uno sforzo per migliorare la situazione (e togliere le mani dei bambini dall’attività estrattiva). Ma il nodo più problematico (o se volete la foglia di fico) sta nel fatto che almeno il 57% dei lavoratori in questione (secondo il rapporto di Raid) viene assunto da ditte intermediarie, subcontractor. Da qui la linea di difesa dei Big: sono loro i responsabili, cosa c’entriamo noi se le condizioni di lavoro per estrarre il nostro “cobalto certificato” sono inaccettabili? E pensare che Pierre e i suoi colleghi di lavoro la certezza di un reddito ce l’hanno comunque assicurata. I minatori artigianali lavorano in un Far West dove possono guadagnare anche di più oppure morire nel crollo di una galleria. E sono ancora la grande maggioranza. Nelle sue due miniere, il gigante Glencore ha in tutto 15 mila dipendenti. Gli artigianali, secondo una stima di un inviato dell’ Economist a Kolwezi, potrebbero essere 200 mila. Gente come Claude Mwansa, che al mese riesce a guadagnare l’equivalente di 50 dollari (in Congo il 70% degli abitanti vive con 2 dollari) scavando abusivamente nei siti delle grandi imprese. Al mattino quelli come lui controllano il prezzo del cobalto al telefonino sulla ruota del London Metal Exchange . Poi via sui motorini, con picconi e arnesi di fortuna. E alla sera il suo raccolto (come quello dei minatori bambini) finirà nei sacchi degli intermediari sulla via principale di Kolwezi. Mercanti cinesi, naturalmente.

di Michele Farina

sabato 29 dicembre 2018

In Mauritania che conta centinaia di migliaia di schiavi, la polizia disperde con violenza un sit-in contro la schiavitù.

Nova
La polizia mauritana ha disperso ieri un sit-in organizzato dagli attivisti dell'Iniziativa per la rinascita del Movimento abolizionista, gruppo contro la schiavitù, che chiedevano la liberazione del loro capo Biram Dah Abeid detenuto da alcuni mesi. 

Secondo "Sahara Media", la polizia ha usato la forza per disperdere la manifestazione tenuta fuori dagli uffici del ministero della Giustizia. Secondo la stessa fonte, sei persone sono state ferite e portate in ospedale per il trattamento.

Gli attivisti dell'Ira organizzano periodicamente delle manifestazioni per richiedere il rilascio del presidente del movimento, eletto membro del parlamento nelle ultime elezioni legislative sulla lista di un partito di opposizione, Sawab. 

L'Ira (acronimo di Initiative for the Resurgence of the Abolitionist Movement) è un gruppo anti-schiavitù mauritano fondato e guidato dallo stesso Biram Dah Abeid. In Mauritania si stima che vi siano ad oggi tra i 600.000 e i 140.000 schiavi. Il gruppo conta una rete di novemila attivisti.

venerdì 21 dicembre 2018

Se ne parla poco ma ... Onu, in Libia, 'orrori inimmaginabili' subiti da migranti. 'Stragrande maggioranza di donne e adolescenti violentate'

ANSAmed
Ginevra - Migranti e rifugiati subiscono "orrori inimmaginabili" in Libia, denuncia un rapporto delle Nazioni Unite che descrive dettagliatamente in 61 pagine l'inferno degli abusi subiti da donne, bambini e uomini dal momento in cui entrano in Libia, durante la loro permanenza nel Paese e - se vi riescono - mentre tentano di attraversare il Mediterraneo. "La stragrande maggioranza delle donne e delle adolescenti intervistate - si legge nel documento - ha riferito di essere stata violentata dai trafficanti".

La frequenza dei casi di stupro ai danni delle donne che hanno transitato in Libia è corroborata da una pletora di fonti, afferma il rapporto, precisando che "la stragrande maggioranza delle donne e adolescenti intervistate nel 2017-2018 ha riferito di essere stata violentata da trafficanti in Libia o di aver visto donne portate via e tornare sconvolte, ferite e con abiti strappati". 

Il rapporto delle Nazioni Unite, basato su informazione raccolte tra il gennaio 2017 e il 30 settembre scorso, documenta inoltre uccisioni, torture, condizioni di detenzione spesso disumane, fenomeni di schiavitù, lavoro forzato, estorsioni, sfruttamento ed altre gravi violenze inflitte da migranti e rifugiati "da attori sia statali e non statali". 
Nei centri di detenzione i bambini sono detenuti nelle medesime squallide condizioni degli adulti, prosegue il documento.

"Innumerevoli migranti e rifugiati hanno perso la vita, durante la cattività in mano a trafficanti, uccisi a colpi di arma da fuoco, torturati a morte o semplicemente lasciati morire di fame o per negate cure mediche ", afferma il rapporto. "In tutta la Libia, corpi non identificati di migranti e profughi con ferite da arma da fuoco, segni di tortura e ustioni vengono scoperti, spesso in cestini della spazzatura, letti di fiumi in secca, fattorie e nel deserto", aggiunge.

Per le Nazioni Unite "la Libia non può essere considerata un luogo sicuro", ma coloro che riescono a tentare la pericolosa traversata del Mediterraneo, "vengono sempre più spesso intercettati o soccorsi dalla Guardia costiera libica che li riconduce in Libia", dove molti ritrovano l'inferno da dove erano appena sfuggiti, che nelle sue raccomandazioni finali si rivolte anche all'Unione europea ed ai suoi Stati membri per chiedere di "riconsiderare i costi umani delle loro politiche e dei loro sforzi per arginare la migrazione verso l'Europa", nonché di garantire "che la loro cooperazione e la loro assistenza alle autorità libiche siano basate sui diritti umani".

sabato 11 agosto 2018

Caporalato. Narinder, l'indiano morto (già dimenticato da tutti)

Avvenire
La Procura di Santa Maria Capua Vetere ha aperto un’inchiesta sulla morte del bracciante indiano Narinder Singh. Su ordine della magistratura i carabinieri dei Nas hanno sequestrato le cartella clinica del trentottenne sikh, deceduto il 26 luglio nell'ospedale di Maddaloni dove era stato ricoverato il 5 luglio. Morto ufficialmente per arresto cardiaco ma si sospetta concretamente che sia la conseguenza di terribili condizioni di lavoro e di vita. 


Narinder è stato trovato a terra davanti alla stazione di Caserta, letteralmente scaricato da un’auto da qualcuno che lo aveva prelevato da dove lavorava, un’azienda bufalina di Castel Volturno. 

I primi a soccorrerlo sono stati alcuni senza fissa dimora che frequentano lo scalo ferroviario. Ma il bracciante non reagiva, non si muoveva. Così gli stessi clochard hanno chiamato i volontari dell’associazione 'L’Angelo degli ultimi', che opera spesso nella zona, che hanno subito capito le sue gravissime condizioni, col corpo disidratato, provato da mesi di malnutrizione e stenti. È stato subito portato nell’ospedale di Maddaloni, dove, malgrado le cure contro disidratazione e denutrizione, è morto dopo un’agonia di venti giorni. Ad interessare la magistratura è stato il sindacato Flai Cgil che ha presentato un esposto, nel quale si chiede di fare chiarezza sulla morte del bracciante sikh.

E la procura, guidata da Maria Antonietta Troncone, si è subito mossa prima con l’acquisizione dei documenti sul ricovero e sulla morte di Narinder, e successivamente con la decisione di far effettuare un’autopsia, proprio per capire i reali motivi del decesso e le sue condizioni. Come ricostruito dal sindacato, il bracciante era giunto nel Casertano dal 2007, ma precedentemente era già stato a Brescia e poi a Nettuno, in provincia di Roma, zona dove è molto presente la comunità sikh. «Il sospetto – spiega Giovanni Mininni, segretario nazionale della Flai Cgil – è che dietro la morte di Narinder vi possa essere una delle tante storie di sfruttamento lavorativo e di riduzione in schiavitù. L’uomo – rivela – aveva estese scottature sul corpo e non aveva con sé il cellulare, che probabilmente gli è stato sottratto dei suoi sfruttatori. Prima di morire ha raccontato che lavorava presso un’azienda agricola e di allevamento di Castel Volturno, dove curava gli animali».

Una storia drammatica che ricorda quella di un altro bracciante sikh, Balbir, che Avvenire ha raccolto nel lungo reportage sul caporalato. Anche lui impiegato in un’azienda agricola e di allevamento, ma in provincia di Latina, anche lui sfruttato. Ma ha avuto la forza di denunciare i suoi aguzzini che ora sono sotto processo. Narinder non ce l’ha fatta. Ma ora si cerca qualcuno che possa raccontare la sua storia. Il sindacato ha diffuso la sua foto nelle varie comunità sikh italiane, per ricostruire soprattutto la sua vita lavorativa e lo sfruttamento. E qualcuno che lavorava con lui si sarebbe già fatto avanti. Una testimonianza preziosa che identificare i datori di lavoro e, soprattutto, le condizioni che gli imponevano. «Nei prossimi giorni – prosegue Mininni – depositeremo in Procura altre informazioni. Bisogna fare chiarezza per ridare dignità a Narinder e a tante persone sfruttate come lui».

Antonio Maria Mira

lunedì 6 agosto 2018

Libia. I mercanti di schiavi in azione nei centri di raccolta di profughi

francescomacri.wordpress.com
Sos in diretta da una prigione: "Noi richiedenti asilo venduti dalle guardie". Le mani dei mercanti di schiavi sui prigionieri africani dei lager libici. 


Non quelli a cinque stelle, che esistono solo nelle menzogne che nutrono l'odio e i luoghi comuni nelle discussioni sui social e nei bar. Ma quelli autentici, ufficiali, pagati dall'Ue e gestiti dal governo tripolino, sovraffollati da migliaia di persone bloccate o respinte in Libia dalla politica europea ed italiana dove donne, bambini e uomini vengono ammassati, maltrattati e costretti a vivere in condizioni inumane. 

Eppure diversi detenuti sono richiedenti asilo o provengono da Paesi quali Eritrea e Somalia per i quali lo status viene comunemente concesso. Ma gli viene impedito di esercitare questo diritto.

La coltre di silenzio e indifferenza che avvolge questo orrore quotidiano - relegato a danno collaterale nelle discussioni europee su sbarchi e Ong - viene bucata dalle testimonianze dei prigionieri che riescono a filtrare via Whatsapp. Come Salomon, pseudonimo di un giovane eritreo prigioniero nell'inferno del campo dalla metà di maggio scorso, arrestato dalle milizie dopo una fuga di 24 ore dall'altro lager di Gharyan. Abbiamo raccontato la sua storia su Avvenire lo scorso 25 luglio, quando la Caritas italiana chiese al governo di organizzare una evacuazione umanitaria almeno per i soggetti vulnerabili.

Da ieri - mi scrive all'alba Salomon disperato dopo una notte insonne - nel centro di detenzione statale Sharie al Matar, alle porte di Tripoli, le porte sono state chiuse, stop anche alla distribuzione di cibo e acqua, documenti e soldi sono stati sequestrati. A dimostrazione che i poliziotti sono complici dei trafficanti di esseri umani, il comandante Wedi Ybeal avrebbe dichiarato ai 1800 prigionieri che sono troppi, che le risorse a disposizione sono finite, quindi devono arrangiarsi. E che di loro non sa cosa farsene, anzi pensa di venderli. Contemporaneamente la rete dei trafficanti che fa riferimento al potente boss eritreo Abu Salam, uno dei misteriosi capi che gestisce la rotta dal Sudan, si è fatta viva con i detenuti proponendo loro di lasciare il lager per imbarcarsi. Ma nessuno si fida.

"Ci vogliono vendere come schiavi - aggiunge terrorizzato Salomon - ai libici piacciono i soldi. Giovedì sono sparite 20 persone dal campo". Sono 19 eritrei e un somalo. La metà era registrata come richiedente asilo dall'Alto commissariato Onu per i rifugiati per la Libia, gli altri no. E quando non si è registrati dall'Onu in Libia, diventa molto più facile scomparire nel nulla. Due dei prigionieri presi erano minorenni. Anche la presenza in una lista delle Nazioni Unite non è rassicurante. Nel campo ci sono 4 latrine e 12 persone sono morte in tre mesi per Tbc e gli effetti del calore e della denutrizione.

Salomon chiede di segnalare il loro dramma all'Acnur, invoca un intervento dell'Europa, mi chiede che fine ha fatto l'umanità. Ieri sera ha potuto almeno ribadire le sue richieste in una diretta radio clandestina a Voice of America. Non lo hanno potuto fare i 200 prigionieri eritrei spariti 10 giorni fa dall'altro campo statale tripolino di Tariga Siga.

La notizia è stata divulgata ieri con un post su Facebook da un rifugiato che vive a Bologna. In una notte di mezza estate le guardie si sono dileguate e i miliziani al soldo dei trafficanti sono entrati nella prigione e li hanno prelevati - nonostante fossero iscritti nei registri dell'Acnur - contro la loro volontà. Sarebbero stati sparpagliati in un altro centro illegale e in diverse fattorie per essere rivenduti come schiavi o torturati per estorcere riscatti. Secondo alcuni testimoni i trafficanti hanno detto di averli comperati, come se fossero bestie, pratica ormai comune in questo Paese "sicuro".

Paolo Lambruschi

mercoledì 1 agosto 2018

La tratta dei bambini: Africa e Sudamerica principali rotte dello schiavismo moderno, 60% sono minori

GlobalistL'Unicef e l'Icat rivelano numeri inquietanti: più del 60% degli esseri umani schiavizzati in questi paesi sono minori.


L'Unicef insieme all'Icat (Gruppo di coordinamento interagenzia contro la Tratta di esseri umani) ha diffuso dei dati inquietanti sulle vittime di tratta di esseri umani, contro una piaga che cresce ogni giorno di più.

Il 28% delle vittime identificate a livello mondiale sono bambini. Nell'Africa subsahariana e nell'America Centrale fino ai Caraibi la percentuale sale rispettivamente al 64% e al 62%. Ma le due agenzie avvertono che questi numeri sono probabilmente di gran lunga inferiori rispetto alle cifre reali: 

"La realtà - osservano - è che i bambini sono raramente identificati come vittime di tratta. Pochi si fanno avanti per paura dei trafficanti, mancanza di informazioni sulle opzioni disponibili, diffidenza nei confronti della autorità, paura di stigmatizzazione o per la possibilità di essere rimpatriati senza nessuna tutela e un supporto materiale limitato".

"I bambini rifugiati, migranti o sfollati" continua il rapporto, "sono categorie particolarmente vulnerabili alla tratta. Sia che stiano scappando da guerre o violenze o che siano alla ricerca di migliori opportunità di formazione o sostentamento, un numero esiguo di bambini trova strade per spostarsi regolarmente e in sicurezza con le loro famiglie. Questo aumenta le probabilità che i bambini e i membri delle loro famiglie utilizzino percorsi irregolari e più pericolosi o che i bambini si spostino da soli, fattore che li rende più vulnerabili a violenze, abusi e sfruttamento da parte di trafficanti".

lunedì 30 luglio 2018

Mattarella, migranti sono nuovi schiavi. Nessun paese è immune da questa violazione della dignità umana

Ansa
"La schiavitù ha rappresentato una delle maggiori vergogne dell'umanità. Oggi, Giornata mondiale contro la tratta di esseri umani ci impone di ribadire la condanna e la battaglia contro ogni forma di schiavitù, vecchia e nuova". 


Lo afferma il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ponendo l'accento sul fatto che "terreno agevole per queste nuove forme di schiavitù è il fenomeno migratorio". 

 "Nessun Paese - avverte - è immune da questa sistematica violazione della dignità umana" e nessuno deve avere "la tentazione di guardare altrove".

giovedì 29 marzo 2018

Benin, bambini spaccapietre sfruttati nell’edilizia. 2 euro per 10 ore di lavoro duro. Nuove schavitù.

Osservatorio Diritti
In parti del Benin lo sfruttamento del lavoro minorile è una realtà diffusa. Ci sono villaggi dove i bambini spaccano pietre per 10 ore al giorno per poi venderle all'industria dell'edilizia, che le usa per produrre cemento armato. Ogni barile di pietre è venduto per circa 2 euro.


da Dassa (Benin) «Sono molto stanca». A parlare è una bambina di sei anni. È una frase ricorrente tra i bambini del suo villaggio. Vive in Benin, paese dell’Africa occidentale che fu uno dei principali empori per la tratta degli schiavi. È una delle numerosi voci di una nuova schiavitù, che si incontra nei volti di bambini costretti a spaccare pietre per dieci ore al giorno. Una realtà diffusa nella zona collinare di Dassa, dove interi villaggi provvedono al proprio sostentamento grazie al lavoro di questi bambini, che riducono le pietre in tanti piccoli frammenti, che saranno poi vendute all’industria edilizia, che le utilizzerà per la produzione del cemento armato.

La catena di sfruttamento dei bambini spaccapietre
La gestione del lavoro è familiare. Gli uomini scalano le montagne, per estrarre i massi di grosse dimensioni; a valle le donne cominciano il lavoro di selezione delle pietre, per poter scendere al villaggio e consegnarle ai loro figli, che dovranno ridurle in piccoli pezzi. «I bambini di Dassa vivono in condizioni precarie – spiega Saidaw Bakar, il capo-villaggio di Ouissi-Dassa, dove la concentrazione di bambini spaccapietre è più alta che altrove – e soffrono, perché devono lavorare per soddisfare i loro bisogni. I bambini spaccano le pietre per molte ore al giorno. E quando tornano a casa non hanno nemmeno da mangiare».
Benin: lavorare 10 ore al giorno per 2 euro
«Sono molto stanca. Lo faccio perché così possiamo mangiare. Ma un giorno diventerò un’insegnante», racconta una delle tante bambine del villaggio. L’esposizione prolungata alla posizione con cui tutti i bambini spaccano le pietre le ha deformato gli arti inferiori. Tempo fa un masso di grosse dimensioni le è caduto addosso, deturpandole il piede per sempre. Non è voluta rimanere al villaggio, ha deciso di seguire il padre e la madre in montagna. È stato in quel momento che un macigno l’ha schiacciata. Ma può e deve ancora spaccare le pietre.

I bambini non hanno un vero e proprio salario. La possibilità di mangiare è legata alla quantità di pietre che i genitori riescono a vendere all’industria edilizia, che periodicamente fa visita al villaggio per prelevare i barili di pietre. Ogni barile di pietre sminuzzate dai bambini è pagato dai 1000 ai 1500 franchi, una cifra compresa tra 1,5 e i 2,5 euro.
I rischi sanitari per i bambini in Benin
I bambini rischiano ogni giorno incidenti e compromettono quotidianamente il proprio stato di salute, inalando le polveri che contengono particelle nocive. L’asma è solo la più ovvia delle malattie che contraggono. Parlando di morti premature causate da condizioni ambientali insalubri in Africa, il direttore della sezione Africa dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Mashidisio Moeti, ha parlato di una percentuale che si aggira intorno al 23 per cento.

Tra le cause di questi decessi c’è la presenza di sostanze nocive nell’aria, quelle che i bambini spaccapietre del Benin inalano quotidianamente. Sostanze che sono alla base dell’insorgenza, nel 44% dei casi, di asma. A questa si devono aggiungere i danni alle articolazioni e le infezioni agli occhi.

Senza contare le malattie più ricorrenti nel paese africano, come il colera e il tifo. In Benin la mortalità infantile nel primo anno di vita è di 88 ogni mille nascite, dato che sale a 148 entro i primi 5 anni.

Il sistema scolastico e le carenze dello Stato del Benin
Gli impegni per strappare i bambini dal lavoro forzato esistono. Sempre più bambini oggi riescono ad andare a scuola. Ma questo non significa l’annullamento dei problemi e degli effetti di un passato da spaccapietre.

«I bambini hanno difficoltà – afferma Ainon Remi, insegnante della scuola Epp Thamissi, nel distretto di Dassa – e abbiamo bisogno di sillabari per insegnare loro a leggere, scrivere e parlare. I bambini che spaccano le pietre hanno difficoltà maggiori degli altri, perché quando tornano a casa tornano sulla collina a spaccare le pietre e non possono studiare».

Una difficoltà che si unisce alle carenze statali, sia per quanto riguarda la didattica sia i bisogni trasversali, come un’adeguata assistenza alimentare negli istituti scolastici.

«Il Governo interviene – spiega Déssea Koya, direttore della scuola Epp Dome a Dassa – Per ogni classe la sovvenzione è di 1.500 franchi. Qui abbiamo sei classi, la sovvenzione è di 9 mila franchi. Ma i soldi sono stati già suddivisi, quindi l’aiuto del Governo non riesce a coprire tutti i nostri bisogni. Per il materiale didattico il Governo ci garantisce due manuali. Un manuale di francese e un manuale di matematica sono assicurati, ma in numero insufficiente rispetto ai bambini della scuola».

«I bambini preferiscono venire a scuola che spaccare le pietre – afferma Trea Tchamissi, direttore della scuola Epp Thamissi a Dassa – Anche le malattie sono diminuite, perché l’alimentazione è migliorata. Ma abbiamo ancora delle difficoltà, perché quando spacchi pietre e non conosci altra realtà, è difficile pensare ad un futuro differente. Stiamo provando a cambiare, i bambini vogliono imparare e vengono regolarmente a scuola. Ma lo stato non ci aiuta. Abbiamo chiesto delle mense. Non è accettabile che lo Stato non provveda all’assistenza alimentare»

giovedì 8 marzo 2018

Arabia Saudita - Nessuna giustizia per migliaia di "schiavi" pakistani detenuti e condannati a morte.

Blog Diritti umani - Human Rights
Le violazioni dei diritti umani sono molteplici in Arabia Saudita, dove migliaia di pakistani sono imprigionati e decine sono stati condannati a morte senza possibilità di difesa. Lo denuncia un rapporto pubblicato a Islamabad.

"L'Arabia Saudita esegue più pakistani di qualsiasi altra nazionalità, quasi tutti per il traffico di eroina", 66 di essi sono stati decapitatid tra il 2014 e il 2017, lo riferisce lo studio condotto dalle ONG Project Justice Pakistan (JPP) e Human Rights Watch (HRW).

Secondo i resoconti dei media sauditi, un uomo pakistano è stato messo a morte martedì e altri quattro sono stati condannati a morte il ​​mese scorso.

Dall'inizio dell'anno, 31 persone di tutte le nazionalità, sono state giustiziate in Arabia Saudita, secondo il conteggio di AFP.

Circa 2.795 pakistani sono attualmente detenuti in Arabia Saudita, essi "devono affrontare un sistema che li mette a lungo in stato di detenzione senza accusa né assistenza legale, e le autorità esercitano pressioni sui detenuti per fargli firmare confessioni per evitare il prolungarsi di queste detenzioni arbitrarie", ha denunciato Sarah Belal, direttore di JPP (Justice Project Pakistan), durante una conferenza stampa.

Le due organizzazioni criticano anche "servizi di traduzione inefficienti", che rendono i pakistani firmatari di una confessione senza nemmeno conoscerne il contenuto", ha detto Saroop Ijaz, ricercatore di HRW.

"Non sei solo condannato a morte, non sei sottoposto ad una procedura stabilita e senza gli elementi di base di un processo equo", la corte saudita non fornisce nemmeno avvocati agli imputati se non hanno possibilità economiche. Questo è generalmente il caso di "migranti economici pakistani".

Con 1,6 milioni di cittadini, i pakistani sono la seconda più grande comunità straniera in Arabia Saudita, spesso offrendo una manodopera poco qualificata.

Il sistema di "kafala" in vigore in questo paese, che regola lo status dei lavoratori migranti, vieta a molti di loro di cambiare lavoro prima della fine del loro contratto se il loro datore di lavoro si oppone. Delle ONG definiscono la condizione che ne deriva una sorta di lavoro forzato o anche di schiavitù.

I migranti pakistani "eccezionalmente poveri e gli emarginati", quindi devono affrontare un sistema giuridico discriminatorio, ha detto Saroop Ijaz, che critica anche "la mancanza di volontà del governo pakistano di proteggere i suoi cittadini" in Arabia Saudita.

ES

Fonte: AFP

giovedì 21 settembre 2017

Ilo: 40 milioni di nuovi schiavi nel mondo, 152 milioni di minori da 5 a 17 anni lavorano

Blog Diritti Umani - Human Rights
Quaranta milioni di persone sono intrappolate in forme di schiavitu' moderna e 152 milioni di bambini tra i 5 e 17 anni sono vittime di lavoro minorile nel mondo




Quaranta milioni di persone sono intrappolate in forme di schiavitu’ moderna e 152 milioni di bambini tra i 5 e 17 anni sono vittime di lavoro minorile nel mondo, afferma uno studio reso noto oggi dall’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) Dei 40 milioni di persone costrette a forme di schiavitu’ moderna nel 2016, circa 25 milioni sono vittime di lavoro forzato e 15 milioni di matrimoni forzati, precisa un comunicato.

Lo studio, realizzato dall’Ilo in collaborazione con la Fondazione Walk Free e l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), evidenzia che donne e ragazze sono le prime vittime delle forme di schiavitu’ moderna: sono infatti quasi 29 milioni (71% del totale) e rappresentano il 99% delle vittime del lavoro forzato nell’industria del sesso e l’84% delle persone vittima di un matrimonio forzato.

Piu’ di un terzo di tutte le vittime di matrimonio forzato erano minori – quasi tutte bambine – al momento del matrimonio. Il lavoro minorile rimane concentrato soprattutto nell’agricoltura (70,9 % del totale), seguono i servizi (17,1 %) e l’industria (11,9 %). 

Per il Direttore Generale dell’Ilo Guy Ryder e’ necessaria un’intensificazione degli sforzi “per combattere questi drammi” e “queste nuove stime globali possono contribuire a elaborare e sviluppare interventi per prevenire sia il lavoro forzato che il lavoro minorile “, ha aggiunto. Andrew Forrest AO, presidente della Fondazione Walk Free, ha denunciato “la tolleranza sconvolgente che permette che questo sfruttamento continui”.

lunedì 19 giugno 2017

Medio Oriente. La schiavitù invisibile delle migranti. Abusi, tratta e passaporti confiscati

Il Manifesto
Fuori dall'ombra. 64 ore settimanali è in media l’orario delle lavoratrici domestiche nel Golfo e nel Levante. Le migranti guadagnano tra il 20-30% in meno del salario minimo locale

Il dato potrebbe stupire: il Medio Oriente è la regione al mondo con la più alta percentuale di lavoratrici domestiche. Quasi tutte migranti. Tra Golfo e Levante l’Organizzazione Mondiale del Lavoro ne conta 1,6 milioni, quasi il doppio (2,5 milioni) secondo l’International Trade Union Confederation.

NUMERI ELEVATISSIMI, contestualizzati dal sito di monitoraggio Migrant Rights: il 90% dei cittadini del Kuwait ha alle proprie dipendenze una lavoratrice domestica straniera; il 36,6% della forza lavoro femminile in Bahrain è impiegata in case private; il 99,6% degli immigrati economici in Arabia Saudita è un lavoratore domestico. L’altro lato della medaglia è l’assenza totale di diritti: lavorano in media 64 ore a settimana e guadagnano tra il 20% e il 30% in meno del salario minimo nazionale (147 dollari al mese in Kuwait, 100 in Arabia Saudita).
E sono vittime di una forma di schiavitù moderna, invisibile. A monte sta il sistema della kafala, o dello sponsor: l’ingresso di lavoratori stranieri nei paesi del Golfo e in Libano, la residenza e la successiva uscita sono permessi sulla base della sponsorizzazione da parte di un cittadino o di un’impresa privata. Che nella pratica diventano «proprietari» di un essere umano.

PASSAPORTI CONFISCATI, impossibilità di cercarsi un lavoro più dignitoso o meglio remunerato, condizioni di lavoro disumane, violenze fisiche e verbali, suicidi sono le dirette conseguenze per buona parte delle lavoratrici domestiche straniere, tutte provenienti da Sud est asiatico e Africa sub-sahariana.
Un quadro reso peggiore dalla mancanza di una regolamentazione statale del lavoro domestico, escluso dalle leggi sul lavoro apparentemente per non violare privacy e «sacralità» della casa privata.

Le lavoratrici domestiche finiscono così in un limbo di invisibilità, divise tra loro e incapaci di accedere ai propri consolati, costrette alla schiavitù pena l’arresto e l’espulsione. Dietro, un vero e proprio traffico di esseri umani, con agenzie specializzate che traggono profitto dalla «vendita» di donne migranti entrate illegalmente.

Le prime forme di organizzazione sindacale iniziano però ad emergere: se nelle petromonarchie del Golfo sindacati e scioperi sono fuorilegge, in Libano sono radicati. Nel 2015 è così nato il primo sindacato di lavoratori domestici, sotto l’ombrello della più ampia Federazione delle unioni dei lavoratori. Da allora ha firmato accordi con i sindacati nei paesi di origine e lanciato campagne per vedersi riconosciuto come soggetto legittimo da Beirut, sostenuto da cento ong locali.

LE DIFFICOLTÀ non mancano, figlie della scarsa capacità di raggiungere la singola lavoratrice, per ragioni di lingua, isolamento, bassi stipendi che limitano il movimento, timore della deportazione e ora una nuova guerra tra poveri, scatenata dall’arrivo di centinaia di migliaia di rifugiati siriani disposti a lavorare per salari ancora più infimi. Ad organizzarsi, però, è anche la stessa società civile libanese e i movimenti anti-razzisti che hanno fatto delle condizioni delle lavoratrici domestiche (250mila stimate nel Paese dei Cedri) una bandiera.

Se già dal 2011 è stato aperto nella capitale il Migrants Community Center, il primo maggio 2017 le strade di Beirut sono state attraversate dalla parata dei lavoratori migranti, sotto lo slogan «La kafala uccide». Solo pochi mesi prima, nel novembre 2016, il Libano deportava Sujana Rana e Roja Limbu, lavoratrici domestiche leader del sindacato nato due anni fa e tuttora illegale agli occhi di Beirut.

È INVECE OBLIO TOTALE nel Golfo, dove la narrativa su cui si fondano le petromonarchie sunnite – un misto di wahhabismo, interpretazione medievale dell’Islam e soffocamento delle istanze di ogni gruppo «minoritario» inteso come minaccia alla tenuta del regime (dalle donne agli immigrati, dalla comunità sciita alle opposizioni politiche) – crea intorno alle migranti una gabbia che prima che fisica è mentale.

LO SFRUTTAMENTO delle lavoratrici tra le mura domestiche è un fenomeno radicato e diffuso, affatto trattato dai media e marginalizzato dalle autorità che non puniscono mai i responsabili di reati nei rarissimi casi denunciati dalle vittime.

Così si spiegano le drammatiche statistiche dell’intelligence libanese riportate dall’agenzia dell’Onu Irin: in Libano ogni settimana due lavoratrici domestiche muoiono per cause non naturali. Per i pestaggi, per suicidio o per essersi lanciate dal balcone nel tentativo di fuggire.


di Chiara Cruciati

domenica 21 maggio 2017

Tra i bambini perduti del Nepal venduti come schiavi e spose bambine

La Stampa
Le piccole cedute per pochi dollari in India e Qatar. Cresce il lavoro nelle miniere. E le Ong lanciano l’allarme: dopo il terremoto il traffico di minori è aumentato.

Un bambino in una fabbrica di mattoni nel distretto di Bhaktapur (Foto: Monica Perosino)

Hira Thapa, 11 anni, costa 900 dollari sul mercato di Qatar e Arabia Saudita. Kamal, 8 anni, vale 7000 rupie indiane, 108 dollari, a New Delhi. Sabriti, 13 anni, vale meno di mezzo dollaro al giorno, 14 ore al giorno, nella fabbrica di mattoni del distretto di Bagmati, nella valle di Kathmandu. Sua sorella, 10 anni, è stata venduta per 67 dollari a un dentista di Lucknow, Uttar Pradesh.

Sono i figli perduti del Nepal. Orfani, o semplicemente poveri, venduti dai loro stessi famigliari ai trafficanti di bambini, destinati a lavorare nelle miniere e nelle fabbriche, o a diventare schiavi sessuali per i mercati di India, Iraq, Oman, Cina, Sud Corea, Hong Kong, Arabia Saudita, Qatar.

I numeri sono spaventosi: secondo le stime Unicef ogni anno vengono venduti 15.000 bambini. Per le ong di Kathmandu si arriva a 25 mila. La maggior parte è condannata allo sfruttamento sessuale in India, ma non solo. I Paesi del Golfo, raccontano le Ong, sono i principali «acquirenti» di bambine nepalesi sotto i 14 anni. E oggi la situazione, già drammatica, è ancora peggiorata: a due anni dal terremoto di magnitudo 7.8 che il 25 aprile 2015 ha devastato il Paese, lasciato 9000 morti, polverizzato 700.000 edifici e ridotto alla disperazione tre milioni di persone, il Nepal è ancora in ginocchio e le prede più deboli sono i bambini e le donne.

La ricostruzione avanza a passi talmente lenti da essere impercettibili, il tasso di povertà, già tra i più alti al mondo, è cresciuto senza pietà, arrivando a toccare il 46% della popolazione. In questo quadro i bambini rimasti orfani o appartenenti a famiglie cadute in miseria corrono un alto rischio di essere venduti, tanto che in soli 18 mesi dal sisma la tratta è aumentata del 15%.
Le vittime
Oltre il muro del frastuono dei motorini che intasano ogni vicolo, nell’aria satura di polvere che a Kathmandu ricopre tutto, cose, persone, palazzi deformati dal terremoto e dalla miseria, si apre una porta verde su un piccolo cortile fresco, alle spalle del mercato di Durbar Square, il cuore simbolo della capitale. Seduta su una sedia foderata di similpelle marrone c’è lei, Hira Thapa, che a 11 anni è stata tradita già tre volte. La prima dal destino, che l’ha fatta nascere nella casta più bassa del Nepal, i Dalit, e nel distretto di Sindhupalchok, tra i più poveri del Paese e il più colpito dal terremoto del 2015. La seconda dai genitori, che l’hanno venduta per lavorare in città. La terza dal proprietario del ristorante in cui ha servito ai tavoli per 4 mesi che l’ha «data» a un trafficante per un cliente del Qatar. 

Una schiava sessuale di 11 anni a 900 dollari. «Una fortuna per una famiglia nepalese - spiega Mohan Dangal, presidente della ong Child Nepal -. I bambini vengono spediti in città dalle zone più rurali e povere, ed è lì che spesso vengono agganciati dai trafficanti». Il terremoto ha lasciato migliaia di orfani, senza entrambi i genitori o con solo la madre o il padre. Il governo cerca di evitare quanto possibile di mandare i piccoli negli orfanotrofi e così li affida ai parenti più prossimi, «e sono loro che spesso li vendono per pochi dollari. Ma anche una madre rimasta sola non ha molte alternative». Hira Thapa, sorprendentemente, è illuminata da un sorriso che non la abbandona mai. «Mia mamma mi voleva bene», dice, e poi tace.

L’unica via di uscita
«La speranza sta nelle scuole - aggiunge Mohan Dangal -. L’unico modo per evitare, o almeno tentare di evitare che le famiglie credano di non avere via di uscita se non quella di mandare via i figli e per proteggerli in strutture che li tengano lontani dai trafficanti». Peccato che soprattutto nelle zone rurali, le scuole siano state polverizzate dal terremoto. 

Ma ci sono eccezioni che riaccendono le speranze. Come quella a Kavre, dove la ong italiana WeWorld sta portando avanti una serie di progetti per garantire ai bambini scuole sicure. Nei distretti di Sindupalchock, Kavrepalanchok, e Kathmandu - dove WeWorld lavorava da anni a favore dell’educazioni di base -, il terremoto ha colpito duramente. Solo a Sindupalchock sono morte 40.000 persone e l’80% delle scuole elementari sono state distrutte. «Nei 3 mesi successivi al sisma - spiega Marta Volpi, rappresentante di WeWorld Onlus in Nepal - abbiamo costruito 63 strutture temporanee per garantire la scolarizzazione e un luogo sicuro a 5000 bambini, monitorando la loro presenza e prevenendo il rischio che cadessero nelle mani dei trafficanti». A due anni dal terremoto, la fase di emergenza si è conclusa, e WeWorld è impegnata nella ricostruzione di scuole permanenti.

A Kavre scatta l’intervallo, i bambini si riversano nel cortile tra gridolini e risate: «Per loro anche venire a scuola è una sfida - aggiunge Marta - molti devono camminare per chilometri per arrivarci, devono lavorare nei campi prima e dopo le lezioni per aiutare le famiglie, non si possono permettere libri, quaderni, penne, che cerchiamo di fornire noi , così come pasti e cure mediche. Ma le famiglie sanno che il sacrificio che fanno ora è l’unica scelta possibile per salvarli».

Monica Perosino
Inviata A Kathmandu

sabato 20 maggio 2017

Gli schiavi ci sono ancora. In Brasile il fenomeno persiste.

Vatican Insider
A 129 anni dall’abolizione della schiavitù il fenomeno persiste nelle campagne del Brasile ma anche nelle città.


Il Brasile, uno dei paesi più schiavisti del continente latinoamericano, ricorda nel mese di maggio il momento in cui donna Isabella Cristina Leopoldina Augusta Micaela Gabriela Rafaela Gonzaga d’Orléans-Braganza (nata Braganza e Borbone-Due Sicilie) figlia ed erede dell’imperatore Pietro II del Brasile metteva fine alla schiavitù con la famosissima Lei Áurea del 1888 e constata – lo fanno i vescovi della Conferenza nazionale – che 129 anni dopo nel paese sudamericano la schiavitù esiste ancora. 

«Oggi, situazioni analoghe alla schiavitù, quali il lavoro schiavo, il lavoro senza orario, la servitù per debiti e in condizioni degradanti persistono. Più di 47.000 lavoratori sono stati liberati da situazioni analoghe alla schiavitù tra il 1995 e il 2014, secondo il Governo Federale».

Per questa ragione la Cnbb ha avviato diverse iniziative per combattere la schiavitù moderna in nulla diversa da quella di oltre un secolo fa. I vescovi ricordano che nel 2012 venne creato il Gruppo di lavoro “Enfrentamento ao Trabalho Escravo e de Tráfico de Pessoas” mentre nel 2014 è stata lanciata la Campagna nazionale intitolata “Tráfico Humano e Fraternidade”. La Conferenza nazionale dei vescovi brasiliani annuncia adesso la creazione di una “Comissão Especial para o Enfrentamento do Tráfico Humano” i cui componenti sono stati appena nominati.
Va ricordato che in Brasile, la schiavitù è durata circa tre secoli, a partire dall’inizio della colonizzazione fino alla Legge d’oro della regina Isabella. L’articolo 149 del Codice penale del Brasile identifica il lavoro forzato come: «Ridurre qualcuno ad una condizione analoga a quella di uno schiavo, sottometterlo al lavoro forzato e senza orario o sottoporlo a condizioni di lavoro degradanti, o limitando, con qualsiasi mezzo la sua mobilità in ragione del debito contratto con il datore di lavoro o un suo agente». Per questo reato la pena prevista è la reclusione da due a otto anni e una multa, oltre alla corrispondente sanzione commisurata alla violenza esercitata sulla vittima.

I vescovi del Brasile denunciano che situazioni di questo tipo sono state riscontrate nelle zone rurali del paese, soprattutto dove si alleva bestiame, nella produzione di carbone e nelle piantagioni di canna da zucchero, soia e cotone. 

Negli ultimi anni, questa situazione è stata osservata anche nei centri urbani, in particolare nel settore tessile, edile e nello sfruttamento della prostituzione.

Alan P. Durante

mercoledì 8 febbraio 2017

Giornata contro la tratta. Il Papa: "minori schiavi, debellare questo crimine vergognoso"

Avvenire
La Giornata contro il traffico di esseri umani. Caritas: in Italia 70mila donne e 150mila uomini vittime. Sant'Egidio: serve iscrizione anagrafica. L'appello di Francesco


Un bambino al "lavoro" in una piantagione di cacao
«Ascoltiamo il grido di tanti bambini schiavizzati. Nessuno resti indifferente al loro dolore» scrive Papa Francesco in un tweet. Per la Giornata Internazionale di preghiera e riflessione contro la tratta di persone di oggi dal titolo 'Sono bambini non schiavi!' Francesco accende i riflettori sugli 'invisibili', i piccoli schiavi di cui si perdono tracce. 

In Italia, si sa che il momento più pericolo sta in quelle 24-48 ore che passano dallo sbarco. È infatti in questo lasso di tempo che i migranti vengono intrappolati nella rete della tratta. Malavitosi e trafficanti intercettano i più deboli per sfruttarli con lavoro nero e prostituzione. Donne, giovani ed adolescenti. Dalle 50mila alle 70mila donne, costrette a prostituirsi, e circa 150mila uomini, in gran parte giovani migranti, sfruttati per il lavoro forzato: sono le cifre del fenomeno della tratta in Italia, fornite da Caritas Italiana alla vigilia della terza Giornata mondiale contro la tratta, che si celebra oggi, mercoledì 8 febbraio.

L’Italia infatti, spiega la Caritas, rappresenta da sempre il naturale corridoio di accesso all’Europa, al grande sogno di pace e dignità per tanti uomini, donne e bambini del continente africano, e non solo. «Un sogno che troppo spesso si infrange contro la miope politica migratoria degli Stati europei, in particolare per tante donne, giovani e bambini, prede di trafficanti senza scrupoli e sempre più ridotti in condizioni di vera e propria schiavitù per lo sfruttamento sessuale e lavorativo». E sul popolo degli invisibili, anche Sant’Egidio lancia un appello in occasione della Giornata mondiale: contro la tratta dei minori serve l’anagrafe. In Africa si calcola che più di 85 milioni di bambini l’anno non vengano iscritti all’anagrafe al momento della nascita. Milioni di bambini che 'ufficialmente' non esistono e rimangono quindi esposti ai rischi di essere arruolati come bambini-soldato, diventare vittime di schiavitù, abusi sessuali, traffico di organi e lavoro minorile.

Senza dimenticare il fenomeno molto diffuso dei 'matrimoni precoci'. «Un documento d’identità sembra poco – sottolinea Sant’Egidio – invece protegge dall’illegalità e permette la partecipazione alla società, dando la possibilità di studiare, lavorare e viaggiare legalmente». Dal 2008 la Comunità di Sant’Egidio combatte questo fenomeno gravissimo con il programma 'Bravo!’ (Birth Registration for All Versus Oblivion) in diversi paesi africani, fra cui Burkina Faso, Mozambico e Malawi. Per sconfiggere la piaga dei bambini-schiavi, sottolinea Michael Czerny, sottosegretario al Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, è «rendere il problema visibile». «Il problema è che questi bambini oggetto di traffico e schiavizzati sono invisibili – aggiunge Czerny – Perciò questa giornata è importante per renderli visibili, ascoltarli, affinché entrino nei nostri cuori».

E all'udienza del mercoledì il Papa ha pronunciato un appello ai governi: "Oggi - ha detto il Papa - si celebra la Giornata di preghiera e riflessione contro la tratta di persone, quest'anno dedicata in particolare a bambini e adolescenti. Incoraggio quanti in vari modi aiutano i minori schiavizzati e abusati a liberarsi da tale oppressione. Auspico che quanti hanno responsabilità di governo combattano con decisione questa piaga, dando voce ai nostri fratelli più piccoli, umiliati nella loro dignità. Serve ogni sforzo per debellare questo crimine vergognoso e intollerabile".

Daniela Fassini

venerdì 19 febbraio 2016

“Il lato nero del cioccolato” 7 marche di cioccolato sfruttano il lavoro schiavo dei minori

Aleteia
Nel settembre 2015 è stata presentata un’azione giudiziaria contro la Mars, la Nestlè e la Hershey sostenendo che stavano ingannando i consumatori che “senza volerlo” stavano finanziando il lavoro schiavo infantile del cioccolato in Africa Occidentale.


Bambini tra gli 11 e i 16 anni (a volte anche più giovani) sono chiusi in piantagioni isolate in cui lavorano tra le 80 e le 100 ore a settimana. Il documentario Slavery: A Global Investigation ha intervistato dei bambini che sono stati liberati, che hanno raccontato che spesso ricevevano pugni e venivano picchiati con cinte e fruste.

“Essere picchiato faceva parte della mia vita”, ha raccontato Aly Diabate, uno dei bambini liberati. “Quando ti mettevano addosso i sacchi [di chicchi di cacao] e cadevano mentre li trasportavi, nessuno ti aiutava. Anzi, ti picchiavano finché non ti rialzavi”.

Nel 2001, la Food and Drug Administration voleva approvare una legislazione per l’applicazione del marchio “slave free” (senza lavoro schiavo) sulle confezioni, ma prima che il provvedimento venisse votato l’industria del cioccolato – includendo Nestlé, Hershey e Mars – ha usato il suo denaro per bloccarla, promettendo di porre fine al lavoro schiavo infantile nelle sue imprese entro il 2005.

Questo limite temporale è stato ripetutamente rimandato, e attualmente la meta è il 2020. Nel frattempo, il numero di bambini che lavorano nell’industria del cacao è aumentato del 51% tra il 2009 e il 2014, in base a un resoconto del luglio 2015 della Tulane University.

Come ha detto uno dei bambini liberati, “godete di qualcosa che è stato fatto con
la mia sofferenza. Ho lavorato sodo per loro, senza alcun beneficio. State mangiando la mia carne”.

Le 7 marche di cioccolato che utilizzano cacao proveniente dal lavoro schiavo infantile sono:
Hershey
Mars
Nestlè
ADM Cocoa
Godiva
Fowler’s Chocolate
Kraft

La situazione è stata denunciata anche dal The Guardian, mentre il Daily Mail ha sottolineato che i bambini impiegati in questa industria utilizzano strumenti e macchinari pericolosi, portano i chicchi di cacao su lunghe distanze, lavorano per molte ore e sono esposti a pesticidi e ad altre sostanze chimiche pericolose senza indumenti protettivi. Gran parte del pericolo deriva dal fatto di utilizzare machete con grosse lame.

Secondo l’Huffington Post, le violazioni dei diritti dei bambini sono alla base di oltre il 70% della produzione mondiale di cacao. In base a un rapporto investigativo della BBC, centinaia di migliaia di bambini vengono comprati o rapiti e poi portati in Costa d’Avorio, il più grande produttore mondiale di cacao, dove vengono schiavizzati nelle piantagioni.

I genitori spesso pensano che i figli troveranno un lavoro onesto fuori dal loro Paese e potranno mandare un po’ di denaro a casa, ma nella maggior parte dei casi non è così. I bambini non vengono pagati, non ricevono educazione, sono malnutriti e spesso non rivedranno più le proprie famiglie.

Insomma, prima di mangiare un pezzo di cioccolata sarebbe bene informarsi su com’è stato prodotto, e soprattutto sulle spalle di chi.

lunedì 8 febbraio 2016

Nel mondo 21 milioni di schiavi. 8 febbraio: Giornata contro la tratta di persone

Avvenire
Si celebra oggi la seconda Giornata internazionale di preghiera e riflessione contro la tratta di persone. Un'iniziativa fortemente voluta da papa Francesco e promossa alle Unioni dei Superiori e delle Superiore Generali che quest'anno si inserisce nell'ambito delle celebrazioni del "Giubileo della Misericordia per la liberazione degli schiavi di oggi". 


Un tema particolarmente caro a Francesco che, in diverse occasioni, ha denunciato il traffico di esseri umani definendolo crimine contro l'umanità: "Un'attività ignobile e una vergogna per le nostre società che si dicono civilizzate! Sfruttatori e clienti dovrebbero fare un serio esame di coscienza davanti a se stessi e davanti a Dio", aveva dichiarato nell'agosto 2013. 

Anche la data scelta per questa ricorrenza è stata scelta con particolare attenzione. L'8 febbraio infatti si festeggia santa Giuseppina Bakhita, schiava sudanese liberata e divenuta successivamente religiosa canossiana, canonizzata nel 2000 da Papa Giovanni Paolo II.
Ragazze nigeriane, albanesi e romene costrette a vendersi. Donne asiatiche schiavizzate nelle case di ricchi libanesi. Uomini costretti ai lavori forzati nei cantieri edili dei Paesi del Golfo. Uomini e donne che spariscono nel nulla per alimentare il mercato clandestino di organi.
Sono numerosi e diversi i volti della tratta di esseri umani. Così tanti che è molto difficile avere dati precisi: l'Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) e l'ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (Unodc) calcolano che le vittime di tratta siano circa 21 milioni di persone. Una moderna schiavitù che - sempre secondo le stime più accreditate - muove un giro d'affari pari a 32 miliardi di dollari l'anno. Le vittime sono soprattutto donne e bambini (il 70% del totale). 

Lo sfruttamento a fini sessuali resta la principale causa di trafficking a livello globale (coinvolge circa il 53% delle vittime) ma negli ultimi anni è cresciuta in maniera significativa la tratta ai fini di sfruttamento lavorativo (40%). Inoltre, evidenzia l'Unodc, sempre più spesso le vittime sono bambini che rappresentano circa un terzo di tutte le vittime di tratta che vengono individuate. Tra queste, due su tre sono di sesso femminile".
L'Europa rappresenta una delle mete privilegiate per il traffico di esseri umani, soprattutto per quanto riguarda le giovani donne, destinate al mercato del sesso a pagamento. Di nuovo, è difficile avere dati attendibili sulle reali dimensioni del fenomeno, che resta in buona parte sommerso. Ma il più recente rapporto dell'Unione Europea parla di oltre 9.500 vittime di tratta accertate nel 2010, di cui il 15% rappresentato da minori.

L'Italia, in questo fosco scenario, rappresenta uno dei principali Paesi di destinazione e di transito. Secondo le stime dell'associazione "Slaves no more", nel nostro Paese ci sarebbero tra le 50 e le 70mila donne vittime di tratta per lo sfruttamento sessuale. "Oltre la metà nigeriane e moltissime le minorenni", denuncia l'associazione. Ma lungo le strade e negli appartamenti di tante città italiane ci sono anche migliaia di giovani donne romene, albanesi, moldave e cinesi. 

A preoccupare gli osservatori, negli ultimi mesi, è il significativo aumento di giovani donne nigeriane. "A partire da settembre, abbiamo iniziato a notare un numero sempre crescente di nigeriane per le strade", spiega Lisa Bertini, operatrice della Cooperativa CAT di Firenze. "Dal 2010 a oggi le nigeriane a Milano sono praticamente raddoppiate. Nel 2015 è stata un'escalation. E sono sempre più giovani", aggiunge suor Claudia Biondi di Caritas Ambrosiana.
Un incremento significativo che si lega a doppio filo con gli sbarchi di profughi sulle coste italiane. I trafficanti nigeriani, infatti, usano i barconi in partenza dalla Libia come "vettore" per far giungere in Italia le loro vittime. Che prima di finire in strada transitano per i centri di accoglienza dei profughi e - in molti casi - presentano anche richiesta d'asilo.
Un fenomeno esploso nel 2015, come evidenzia l'Organizzazione mondiale per le migrazioni (Oim) con un dettagliato report: nel corso del 2015 sono arrivate in Italia 5.633 donne nigeriane, mentre nel 2014 erano state in tutto 1.454 e solo poco più di 400 nel 2013. 

Sulle loro spalle gravano debiti esorbitanti (tra i 30 e i 50mila euro) che le incatenano ragazze alle maman, le loro sfruttatrici.
Ma non tutte le ragazze restano in Italia: le medie e grandi città come Roma, Bologna, Napoli, Palermo e Catania restano le mete privilegiate. "Ultimamente però alcune donne hanno dichiarato di dover raggiungere dei connazionali in Francia, Spagna, Austria e Germania. Segno che anche la tratta intra-europea è in grande crescita", denuncia l'iim.

di Ilaria Sesana

sabato 6 febbraio 2016

Marocco verso legalizzazione 'piccole schiave'. Sono 80.000 bambine da 8 a 15 anni: lavoro per vitto e alloggio

ANSAmed
80 mila le bambine impiegate come domestiche in case facoltosi
Rabat - Le stime non ufficiali parlano di 80 mila piccole domestiche. Un esercito di bambine, 'petites bonnes' secondo l'espressione francese che le identifica, tutte d'età compresa tra gli 8 e i 15 anni, e sono impiegate nelle case dei più facoltosi in cambio di vitto e alloggio. C'è un progetto di legge all'esame del parlamento marocchino che vorrebbe regolamentare questa antica forma di schiavitù, e fissare tra i 16 e i 18 anni, l'età minima per accoglierle in casa.


Bambine, in gran parte, tutte provenienti da famiglie molto povere, che sfuggono alla scolarizzazione e molto spesso anche all'anagrafe. I genitori le affidano a famiglie abbienti, così alleggeriscono il proprio già magro bilancio e assicurano alle piccole almeno un piatto di minestra calda.

Il fenomeno è molto radicato, soprattutto nei piccoli centri rurali, dove è alto il tasso di analfabetismo e il progetto di legge N.19.12, nato con l'intenzione di far emergere il sommerso e regolamentare il lavoro domestico, adesso allarma la società civile. Ong e organizzazioni internazionali come l'Unicef si mobilitano per chiedere almeno che l'età minima dei lavoratori sia fissata a 18 anni.

Le cifre del fenomeno sono scioccanti. Secondo il collettivo di associazioni che si batte per la difesa dei minori, i piccoli impiegati come domestici tuttofare sarebbero tra i 60 e gli 80 mila. Costretti a lavorare per sopravvivere, sopportano condizioni di vita degradanti che non corrispondono alla loro età e nemmeno alle loro capacità fisiche o psichiche.

Sempre secondo le associazioni il 30 per cento di questi piccoli non ha mai varcato la porta di un edificio scolastico; il 49 ha lasciato la scuola nei primissimi anni, il 38 per cento ha tra 8 e 12 anni e dunque rientrerebbe nel primo ciclo di scolarizzazione, il 62 appartiene al gruppo da 13 a 15 anni, solo il 21 per cento è ancora in contatto con le scuole anche se frequenta le aule saltuariamente.

I dati che riguardano le famiglie di provenienza indicano che il 47 per cento sono classificabili come nuclei poveri, il 28 estremamente poveri, per il 16 per cento sono famiglie irregolari e in totale il 94 per cento delle madri e il 72 per cento dei padri sono analfabeti. Quanto alle famiglie che accolgono le piccole schiave, il 54 per cento sono da collocarsi tra le classi medie e il 20 tra quelle agiate, il 53 per cento delle madri e il 68 dei padri hanno un diploma di studi superiori, solo il 5 per cento è analfabeta.

"Dietro le porte chiuse, queste ragazzine sono sottomesse al servizio e talvolta ai capricci dei loro padroni - denunciano le associazioni - Spesso sono private dell'affetto e della protezione parentale diretta, di educazione e istruzione, vittime di malnutrizione se non addirittura denutrizione, soggette a tutte le forme di violenza e d'abusi psichici, psicologici e sessuali".

Il codice del lavoro non basta a mettere ordine, di qui la necessità di una legge speciale ora all'esame del parlamento, tra molte contestazioni.

giovedì 1 ottobre 2015

"Class action" degli USA: bambini schiavi nei campi di cacao, Nestlé sotto accusa

La RepubblicaLugano. Una class action contro Nestlé, per la vergogna dei bambini che lavorano in uno stato di sostanziale schiavitù, nelle piantagioni di cacao della Costa d’Avorio. Il Paese dell’Africa Occidentale, il cui Pil é inferiore agli utili del grande gruppo svizzero, esporta, da solo, ben un terzo della produzione mondiale della materia prima indispensabile per la fabbricazione del cioccolato. 

Bambino al "lavoro" in una piantagione di cacao in Costa d'Avorio
La causa contro Nestlé é stata lanciata, in California, dall’avvocato Steve Berman, specializzato in questo tipo di azioni legali. «Sono stato ingaggiato da cittadini indignati dal sapore oscuro del cioccolato che consumano», ha spiegato il principe del foro statunitense, che in passato si era reso protagonista di class action contro Enron, nel frattempo fallita, ma anche contro General Motors. Va detto che Nestlé non è l’unico grande gruppo a produrre e vendere cioccolato, preso di mira dall’avvocato Berman e dai suoi clienti. La causa collettiva, infatti, è stata lanciata anche nei confronti di due grandi marchi americani, Mars e Hershey’s.
Quanto alla multinazionale svizzera dell’alimentazione smentisce le accuse, dichiarando che «il lavoro minorile non fa parte della nostra filosofia aziendale». E quindi aggiunge che «in Costa d’Avorio abbiamo creato un sistema di controlli, proprio per evitare che i bambini vengano sfruttati ». L’atto d’accusa della class action, lanciata dall’avvocato Berman é, tuttavia, implacabile. In effetti, basandosi su un rapporto delle Nazioni Unite, afferma che «tra il 2013 e il 2014 più di un milione e 100 mila bambini, in Costa d’Avorio, sono stati sottoposti alle peggiori forme di sfruttamento ». Questi piccoli schiavi «venduti ai proprietari delle piantagioni di cacao, vengono sottoposti a lavori pesantissimi e pericolosi, visto che devono, tra l’altro, assorbire delle sostanze tossiche». «Respirano pesticidi e, sovente, si feriscono, perché utilizzano il machete », rincara la ONG svizzera Dichiarazione di Berna, che da anni combatte una battaglia di civiltà, per sradicare la piaga del lavoro minorile, nelle nazioni povere. Tutto ciò perché Nestlé, Mars e Hershey’s, possano produrre e vendere il loro cioccolato, la tesi contenuta nell’azione lanciata dallo specialista americano in class action.
«Se vivi in California e sei disgustato da come arrivano sulla tua tavola questi dolciumi, contatta il nostro team legale che ti rappresenterà nella causa contro Nestlé Mars e Hershey’s », sta, intanto, chiamando a raccolta i suoi potenziali clienti l’avvocato Berman. Il quale non è la prima volta che se la prende con il colosso elvetico. Non più tardi di un mese fa l’aveva già accusato di sfruttamento del lavoro minorile, in Thailandia, dove Nestlé avrebbe chiuso un occhio sull’impiego di piccoli pescatori schiavi, provenienti da Birmania e Cambogia, per il pesce da utilizzare quale cibo per gatti.
Franco Zantonelli