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venerdì 18 febbraio 2022

India: ancora è prevista la pena di morte. 38 condannati a morte per gli attentati di Ahmedabad del 2008

Blog Diritti Umani - Human Rights 

Un tribunale indiano venerdì ha condannato a morte 38 persone in relazione al processo per gli attentati dinamitardi di Ahmedabad, nella parte occidentale del Paese, che nel 2008 hanno ucciso 56 persone e ferito più di 200.


L'8 febbraio, 49 persone sono state giudicate colpevoli di omicidio e associazione a delinquere per i diciannove attentati sincronizzati, commessi il 26 luglio 2008 in luoghi affollati di questa città, il principale stato del Gujarat.

La pena capitale fa ancora parte del sistema di giustizia penale in India, dove 488 prigionieri erano in attesa di esecuzione alla fine del 2021, secondo un rapporto dell'organizzazione di difesa della riforma della legge Project 39A.

giovedì 23 settembre 2021

India - A 3 mesi dalla scomparsa, ricordo di padre Stan Swamy, difensore dei diritti degli indigeni, morto in carcere a 84 anni.

Osservatorio Diritti
Padre Stan Swamy è morto in India a 84 anni dopo nove mesi di carcere. Aveva dedicato la sua vita a popoli indigeni ed emarginati. Incastrato sulla base di accuse mai provate, era accusato di essere un fiancheggiatore dei terroristi. Lo ricordiamo a 2 mesi dalla morte


Padre Stan Swamy si è spento lo scorso 5 luglio, in un ospedale di Mumbai, in India, dove era stato trasferito dal carcere in seguito all’aggravarsi delle sue condizioni di salute.

Il prete gesuita, che ha combattuto tutta la vita per i diritti degli Adivasi (i popoli indgeniautoctoni del Subcontinente) nelle foreste più remote del Paese, era in cella da 9 mesi, nella prigione di Taloja a Mumbai, nonostante avesse 84 anni e fosse gravemente malato di Parkinson. Ma, soprattutto, come altri attivisti e voci critiche, era in carcere sulla base di accuse mai provate.

La sua morte è arriva dopo accese proteste e accorati appelli internazionali per la scarcerazione dei prigionieri politici in India, soprattutto in tempo di Covid-19.

È proprio nella cella in cui era rinchiuso da mesi, in condizioni deplorevoli, che l’anziano gesuita-attivista aveva contratto il coronavirus durante la violenza della seconda ondata pandemica, che ha messo in ginocchio il Paese.

Nei giorni precedenti la sua morte, l’Alta Corte di Mumbai stava valutando una petizione avanzata dallo stesso Swamy per il suo rilascio su cauzione per motivi medici. Come in altri casi, la giustizia non ha fatto in tempo a mostrare un volto umano: padre Stan è morto da arrestato, in un caso costruito ad arte per incastrare attivisti e pensatori liberi che il governo guidato dai nazionalisti hindu del Bharatiya Janata Party bolla come elementi “anti-nazionali”.

Il gesuita-attivista vicino agli indigeni dell’India
Father Stan, come il gesuita era chiamato da quanti erano vicini a lui e alle sue battaglie, aveva combattuto contro le brutali uccisioni, gli stupri, le torture, le morti in custodia e i casi di false accuse mosse dalla National Investigation Agency (Nia) – l’agenzia federale che si occupa di terrorismo – contro migliaia di Adivasi innocenti.

Maria Tavernini

venerdì 9 luglio 2021

India il rispetto dei diritti umani in grave crisi! Stan Swamy, gesuita anziano e malato, difensore degli aborigeni arrestato senza prove da 8 mesi e morto di Covid in carcere.

La Repubblica
Swamy, 84anni, lottava per le cause di aborigeni e Dalit Arrestato in ottobre senza prove con la legge antiterrorismo

Padre Stan Swamy  - morto a 84 anni in carcere

Bisogna essere affetti da una grave forma di incurabile crudeltà per lasciar morire in carcere un prete gesuita di 84 anni, malato di Parkinson, che non era più in grado di mangiare, bere o lavarsi da solo. 

Ci vuole un certo livello di ostinata stupidità per maltrattare un malato, il più anziano indagato per terrorismo in India, che in prigione è stato contagiato dal Covid-19 ed è deceduto dopo otto mesi di prigionia, senza alcuna vera prova di colpevolezza. 

Padre Stan Swamy è stato eliminato, questa è la parola giusta, grazie a una legge antiterrorismo manipolata per soffocare il dissenso al governo, norma piegata a mero strumento per imbavagliare le critiche, pugno di ferro contro le minoranze.

Quando a ottobre 2020 un’agguerrita task force antiterrorismo dell’Agenzia investigativa nazionale irrompe nella casa comune a Ranchi, capitale dello Stato di Jharkhand nell’India dell’est, dove abitava il paladino dei diritti delle popolazioni aborigene degli Adivasi e delle caste più basse dei Dalit, non trova nulla di incriminante, ma lo arresta lo stesso, con altri 15 avvocati, scrittori, poeti e militanti. 

L’accusa è aver fomentato violenze intercasta nel 2018, nel caso “Bhima Koregaon”, e avere collegamenti con i ribelli maoisti naxaliti nella pianificazione dell’assassinio del premier Narendra Modi. Di nuovo: parliamo di un prete gesuita 84enne con il Parkinson, che per mezzo secolo ha difeso gli ultimi contro gli interessi e gli abusi delle grandi società minerarie aiutate da funzionari corrotti. 

Padre Stan era difatti noto per la militanza nel fornire assistenza legale gratuita agli Adivasi nella difesa dei loro diritti costituzionali a terreni, fiumi e sorgenti. Ciò ha sempre dato molto fastidio ai poteri forti. E non si è trovato di meglio che escogitare un pretesto per togliersi dai piedi il prete, come si è fatto con decine di professori universitari, autori e poeti in galera, grazie alla Legge per la prevenzione delle attività illecite con la semplice accusa d’aver guidato manifestazioni o aver postato messaggi di critica politica sui social.

In una conferenza video che padre Swamy era riuscito a trasmettere poco dopo l’arresto, il gesuita aveva chiesto clemenza: «A causa dell’età ho delle complicazioni. Ho cercato di comunicarlo alle autorità e spero che prevalga un senso di umanità». Non è stato così. 

In quel video si notava già il tremolio delle mani di questo figlio di contadini del Tamil Nadu divenuto novizio già da adolescente. Non riusciva più a mangiare e a lavarsi e aveva chiesto al tribuna- le di poter avere una tazza con can- nuccia per nutrirsi da solo. Richiesta negata. Solo dopo una mobilitazione sui social, grazie alla quale centinaia di sostenitori hanno acquistato per lui tazze e cannucce inviandole al tribunale, e postando la ricevuta: solo dopo un mese le autorità hanno ceduto. Un inutile accani- mento, considerando oltretutto che una squadra americana che un hacker ha usato un software per istallare 22 files incriminanti nel computer di uno degli accusati. Proprio in questi file posticci ci sarebbero le prove usate per arrestare Swamy.

«Questa non è stata una semplice morte», ha accusato la scrittrice Meena Kandasamy, «è stato un assassinio giudiziario e sono tutti complici». «Non è morto, è stato ucciso», le fa eco l’autrice Sonia Faleiro. 

Lo storico Ramachandra Guha parla anche lui di «omicidio giudiziario». E un giudice a riposo della Corte suprema indiana, Madan Lokur, è affranto: «Da due anni osservo la disintegrazione totale dei diritti umani in India, una tragica discesa culminata con questa morte».

Ma padre Swamy lo sapeva. Nel suo ultimo messaggio video si era dichiarato pronto al martirio: «Questo è un processo che mette in questione i poteri forti. Sono pronto a pagarne il prezzo. Qualunque sia».

Carlo Pizzati

mercoledì 24 febbraio 2021

Qatar: 6500 lavoratori del Pakistan, Bangladesh, India, Nepal e Sri Lanka sono morti preparando i Mondiali 2022

La Repubblica
Più di 6500 operai provenienti da Pakistan, Bangladesh, India, Nepal e Sri Lanka sono morti lavorando in condizioni disumane nei cantieri del Qatar da quando, nel 2010, il Paese del Golfo si è aggiudicato i Mondiali di calcio 2022. 


E il bilancio in realtà sarebbe molto più grave, perché la cifra non comprende i lavoratori provenienti da altri stati come il Kenya e le Filippine.


domenica 24 maggio 2020

Ambra, italiana bloccata in India dal Covid-19 trasforma il forzato isolamento in un'attività di produzione e distribuzione di mascherine ai poveri

Famiglia Cristiana
La sua storia inizia nell'Uttar Pradesh, a nord del Paese. Qui, insieme con l'associazione Learn for Life e alcune giovani sarte ha creato sistemi di protezione che verranno distribuiti ai poveri dai monaci.


Doveva essere soltanto una vacanza, dopo un lungo e faticoso periodo di lavoro, da trascorrere in compagnia di amici, quella che ha spinto la giovane fiorentina Ambra Schumacher a partire lo scorso novembre per l’ India. 

Nessuno avrebbe potuto prevedere che da lì a poco, la vita delle persone, i ritmi dei mercati, della produzione industriale e dei trasporti, compreso quelli aerei, sarebbero stati stravolti dalla minaccia della pandemia di Covid-19, con i conseguenti “lockdown” in vari Paesi del mondo.

Come Ambra, altri circa 100 mila italiani si trovano ancora bloccati all’ estero, ma la storia di questa ragazza fiorentina colpisce per qualcosa di eccezionale: è riuscita a trasformare l’isolamento e l’angoscia creati dalla pandemia in solidarietà e aiuto concreto alla popolazione del luogo dove si trova costretta a rimanere, producendo mascherine (che in India scarseggiano) insieme alle donne del progetto di sartoria dell’ associazione “Learn for Life”, per distribuirle alla popolazione con l’ aiuto dei monaci della “Hospital Ramakrishna Mission”, gestito da oltre cent’ anni da monaci di diverse confessioni religiose, e che presta servizio a tantissimi poveri della regione dell’ Uttar Pradesh, nel nord del Paese. 

La sua testimonianza ci spiega come l’ angoscia e il dolore possono essere affrontati con le mani, per trasformare la sofferenza in sollievo, con un gesto gratuito di amore verso gli altri.

Katia Fitermann

domenica 5 aprile 2020

India - Abbandonati nei campi profughi rohingya la fame fa più paura del coronavirus e le norme igieniche sono scarse o inesistenti

Internazionale
Din Mohammad sta facendo tutto il possibile per mantenere in salute la sua famiglia e gli altri rifugiati rohingya nelle tre settimane di isolamento e blocco delle attività imposti dal governo indiano per contrastare il coronavirus. 

Nell’ultima settimana Mohammad, che ha 59 anni e vive con la moglie e i cinque figli nel campo profughi di Madanpur Khadar, a New Delhi, ha fatto il giro delle baracche per assicurarsi che le persone rispettino il distanziamento sociale e tengano pulite le loro misere abitazioni fatte di assi di legno e teli cerati.

Tuttavia sa che queste misure sono difficili da mettere in atto in campi profughi affollati come il loro, dove le persone vivono in condizioni soffocanti, senza accesso a servizi essenziali come i bagni e l’acqua pulita. “Siamo seduti su una polveriera”, dice. “Non ci metterà molto a esplodere”. 

Circa 40mila musulmani rohingya vivono in diversi campi profughi in India. Si trovano soli a combattere la pandemia da coronavirus, che temono diventi per loro una catastrofe umanitaria.

Il 24 marzo il primo ministro Narendra Modi ha annunciato un rigido lockdown, che riguarda 1,3 miliardi di indiani, per impedire la diffusione del virus. Ma la sua decisione ha subito avuto conseguenze tragiche perché ha costretto decine di migliaia di lavoratori irregolari a scappare a piedi dalle città. Alcuni sono morti.

Il timore di un’epidemia nei campi
Circa cento chilometri a sud della capitale, quattrocento famiglie rohingya vivono in un campo profughi della provincia di Nuh, nello stato di Haryana. Per loro il sapone è un lusso, figurarsi l’acquisto di mascherine e prodotti igienizzanti.

Sono tutti preoccupati per il virus ma possono fare poco per proteggersi. Le loro baracche sono addossate le une alle altre, cosa che rende impossibile mantenere le distanze. In generale l’igiene è scarsa, i bagni sono sporchi e l’accesso ai servizi sanitari è limitato. Jaffar Ullah, un insegnante d’informatica di 29 anni, vive in una delle baracche. Alcuni giorni fa ha finito la sua ultima saponetta. Non gli è rimasto niente per lavarsi le mani.

“In questa baraccopoli poche famiglie hanno il sapone, ma la maggior parte non può permettersi di comprarlo”, spiega. Le autorità hanno inviato degli addetti a irrorare di disinfettante i quartieri residenziali, ma non le baraccopoli. Negli ultimi giorni secondo Jaffar Ullah sono aumentati i casi di febbre tra gli abitanti dello slum. “Non so se si tratti di coronavirus o no”, osserva, “ma le persone sono terrorizzate. Non possono andare in ospedale perché gli ambulatori sono chiusi. Nessuno dall’amministrazione locale è venuto a controllare”.
I prossimi giorni saranno critici per la comunità rohingya, perché molte famiglie presto esauriranno le loro scorte di cereali

Molti ospedali hanno sospeso le attività ambulatoriali il 25 marzo. La Rohingya human rights initiative (Rohringya), un’organizzazione non profit con sede a New Delhi, ha intervistato 334 persone che vivono nel campo di Madanpur Khadar, e ha riscontrato che 37 mostravano sintomi simili a quelli del nuovo coronavirus, tra cui febbre, tosse e secrezioni nasali.

“Esiste un rischio serio che il nuovo coronavirus si diffonda nelle baraccopoli dei profughi rohingya”, ha dichiarato Sabber Kyaw Min, di Rohringya. “Il governo indiano sta proteggendo i suoi cittadini, mentre le organizzazioni internazionali come l’Unhcr si sono voltate dall’altra parte. Siamo stati lasciati soli a combattere la pandemia”.

Ridotti alla fame
L’ufficio dell’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, a New Delhi nega di aver tardato a rispondere e dichiara di monitorare la situazione coordinandosi con le associazioni locali. “Ci stiamo lavorando molto. Nelle ultime settimane abbiamo organizzato diversi progetti di sensibilizzazione sul Covid-19 nelle baraccopoli”, ha detto Kiri Atri, responsabile delle relazioni esterne dell’Unhcr. “Da oggi cominceremo a distribuire kit per l’igiene personale contenenti delle saponette, mentre le mascherine saranno fornite sulla base di una valutazione caso per caso”.

Badar Alam, del campo profughi di Nuh, lavorava a giornata in un cantiere, ma a causa delle nuove misure per contrastare l’epidemia ha dovuto smettere. L’uomo, 31 anni, sostiene che la sua famiglia, composta da sua moglie e tre bambini, non mangia un pasto come si deve da una settimana. Ad Alam restano due chili di riso, 250 grammi di lenticchie e 250 rupie in tasca (l’equivalente di 3 dollari), e nessuna prospettiva di lavorare per almeno altre due settimane. “Cosa darò da mangiare ai miei figli? Pietre?”, chiede.

Raqib Hameed Naik, Al Jazeera, Qatar

sabato 31 agosto 2019

India - Le violenze ignorate nel Kasmir - Diffusi soprusi verso in musulmani e tremila in carcere

Corriere della Sera
Le testimonianze raccolte dalla Bbc nei villaggi musulmani. La replica: azioni preventive. Tremila in carcere. "Hanno picchiato ogni parte del mio corpo. Ci hanno preso a calci, ci hanno picchiato con dei cavi. Poi ci hanno colpito sulla parte posteriore delle gambe. Quando siamo svenuti ci hanno dato scosse elettriche per farci rinvenire.

La regione a maggioranza musulmana
 contesa tra India e Pakistan
Se urlavamo ci riempivano la bocca di fango". Una mezza dozzina di villaggi, diversi testimoni: alza il velo sul Kashmir l'inchiesta di Sameer Hashmi, corrispondente della Bbc, che ha documentato i presunti abusi e torture subite dai musulmani per mano dell'esercito indiano. Il giornalista spiega di non aver potuto verificare le dichiarazioni dei testimoni.

Ma come prova pubblica le fotografie di corpi martoriati. Per paura di ritorsioni, le vittime hanno deciso di non denunciare l'accaduto alle autorità. E non hanno voluto rivelare alla Bbc i loro veri nomi. "Ci picchiano come se fossimo animali. Non ci considerano umani", ha riferito un altro testimone ad Hashmi.

Le torture e gli abusi sarebbero avvenute il 6 agosto, dopo che New Delhi ha revocato l'articolo 37 della Costituzione che garantisce l'autonomia della regione contesa con il Pakistan, arrestando 3mila persone, imponendo il coprifuoco e sospendendo comunicazioni telefoniche e internet. E dopo che sono stati inviati altri 4o mila militari in quella che viene giò considerata una delle zone più militarizzate del mondo.

Da parte loro i vertici dell'esercito indiano hanno risposto di "non aver mai maltrattato alcun civile", bollando le accuse come "infondate e non comprovate". L'operazione militare nel Kashmir è stata presentata come "preventiva" e tesa al "mantenimento della legge e dell'ordine" nell'unica regione indiana a maggioranza musulmana. "Nessuna accusa specifica di questa natura ci è mai giunta. Queste accuse sono state alimentate da elementi nemici" ha dichiarato alla Bbc il colonnello Aman Anand, portavoce dell'esercito.

Secondo le testimonianze raccolte dall'emittente britannica, però i militari avrebbero torturato i civili per ottenere informazioni sui nomi di oppositori, di simpatizzanti dei gruppi separatisti e manifestanti da anni in lotta contro il dominio indiano. "Il mondo non può ignorare il Kashmir. Se non agirà per fermare l'assalto dell'India sul Kashmir, due Stati muniti di armi nucleari si avvicineranno a un confronto militare diretto", ha scritto il premier pachistano Imran Khan, in un editoriale pubblicato ieri sul New York Times.
Marta Serafini

giovedì 3 gennaio 2019

India, Kerala - Protesta di milioni donne per l'uguaglianza di genere. Un muro di donne lungo 620 km.

Huff Post
Milioni di donne indiane hanno formato una catena umana lunga 620 chilometri nello Stato del Kerala, "a sostegno dell'uguaglianza di genere". La manifestazione è stata organizzata per sostenere la sentenza che ha cancellato il divieto di accesso alle donne al tempio indù Sabarimala.


Alla decisione del giudice si sono opposti i religiosi integralisti che hanno inscenato violente proteste. Secondo quanto riferisce l'agenzia Press Trust of India, al 'muro' di donne, appoggiato dal locale governo comunista, hanno partecipato anche dipendenti statali e studenti, cui le scuole e università hanno dato il permesso di assentarsi. In questo timelapse postato su Instagram si vedono alcune centinaia di manifestanti lungo la strada.

lunedì 26 novembre 2018

India chiuse 539 strutture di accoglienza per presunti abusi sui bambini

La Stampa
Ben 539 strutture di accoglienza per bambini in difficoltà sono state chiuse in India su indicazione del dicastero per lo sviluppo della condizione delle donne e dell’infanzia, guidato dalla signora Maneka Gandhi. 


La maggior parte della case sigillate, 377, si trovavano in Maharastra, 78 in Andra Pradesh e 32 nel nuovo stato di Telangana. Tutti i bambini ospiti delle case dove si sospettava i piccoli fossero abusati, sono stati affidati alle cure di altre strutture. 

Le chiusure sono avvenute nelle scorse settimane e hanno fatto seguito a delle ispezioni condotte, a livello nazionale, dalla commissione per la protezione dei diritti dell’infanzia.

I controlli erano partiti all’inizio del mese di agosto, dopo la scoperta di ripetuti abusi sessuali ai danni di bambine e bambine, in una casa di accoglienza a Muzaffarpur, in Bihar, e a Deoria, in Uttar Pradesh. 

Il ministro ha spiegato che la gran parte delle strutture che sono state chiuse non offrivano gli standard di vita richiesti, molte non rispondevano alle norme e altre non erano neppure registrate. Sempre su richiesta del ministero, tutti gli istituti esistenti dovranno ora registrarsi entro due mesi in una anagrafe nazionale per essere sottoposti a controlli.

Già nel luglio scorso il governo indiano aveva ordinato l’ispezione di tutti gli orfanotrofi e le case di un istituto religioso a seguito di sospetti abusi su minori.

In quell’occasione il ministro Maneka Gandhi aveva dato mandato ai governi di tutti gli stati di «ispezionare subito in tutto il paese ogni casa per la cura dei bambini».

venerdì 28 settembre 2018

India, l’adulterio non è più un reato: cancellata la legge che discrimina le donne

TPI
La legge considerava le donne come un oggetto nelle mani dei loro mariti e chi veniva ritenuto colpevole di adulterio era punito pubblicamente.
L’adulterio in India non è più un crimine: questa la storica decisione della Corte suprema.
Donne protestano contro la legge sull'adulterio. Credit: Getty Images
Il verdetto emesso dai cinque giudici della corte indiana presieduta dal ministro della giustizia Dipak Misra ha ribaltato tre precedenti sentenze sulla stessa questione.

Secondo quanto stabilito dall’articolo 497 del codice penale indiano (IPC), in vigore ormai da 158 anni, l’adulterio era considerato un reato e il colpevole poteva essere condannato a cinque anni di carcere.

La legge definiva l’adulterio come un reato commesso da un uomo contro un altro uomo sposato se aveva rapporti sessuali con la moglie di quest’ultimo.

La legge era stata fortemente criticata anche perché le donne venivano considerato come un oggetto nelle mani degli uomini.

Un uomo d’affari indiano, Joseph Shine, originario dello stato del Kerala, ha presentato un contenzioso di interesse pubblico lo scorso anno, scrivendo che la legge sull’adulterio è discriminatoria.

La sezione 497 recita così: “Chi ha rapporti sessuali con una persona che è e che sa essere o ha motivo di credere che sia la moglie di un altro, senza il consenso o la connivenza di quell’uomo, tali rapporti sessuali non equivalgono al reato di stupro , ma sono considerati adulterio”.

L’articolo in questione era accompagnato dal 198 comma 2 in materia di procedimenti giudiziari per reati contro il matrimonio: la lettura combinata delle leggi sull’adulterio permetteva al marito leso di sporgere denuncia contro la moglie.

Lo stesso diritto però non poteva essere rivendicato anche dalle donne tradite dal loro marito.

Durante la lettura del giudizio, il ministro della giustizia Dipak Misra ha affermato che “l’adulterio può essere motivato da questioni civili, incluso lo scioglimento del matrimonio, ma non può essere più considerato un reato”.

La legge, ha aggiunto, ha discriminato le donne per anni, in piena violazione dell’articolo 21 della Costituzione.

“Trattare le donne con indignazione o discriminazione favorisce atteggiamenti negativi nei confronti della carta costituzionale”.

sabato 8 settembre 2018

India, l'omosessualità non è più reato: storica decisione della Corte suprema

La Repubblica
Finora i gay puniti per "offese contro natura" con pene fino a 10 anni di carcere


L'omosessualità non è più reato in India. Con una decisione storica, la Corte Suprema indiana ha depenalizzato l'omosessualità, cancellando la sezione 377 del Codice penale indiano che da 157 anni puniva come "offese contro natura" questi comportamenti.

Lo scrive l'agenzia di stampa Ani. Finora essere gay poteva costare fino a 10 anni di prigione. Il collegio, composto da cinque giudici, era presieduto da Dipak Misra. "Criminalizzare l'omosessualità è irrazionale e indifendibile", ha osservato il presidente, illustrando il verdetto. La sentenza arriva dopo anni di battaglia: un'analoga decisione della Alta Corte di Delhi, del 2009, era stata poi cancellata nel 2013 dalla stessa Corte Suprema, per poi tornare in agenda nel 2017. In festa gli attivisti dei diritti civili, le associazioni, e tutta la comunità gay internazionale.

La reazione dell'Europa
"Prendiamo atto della decisione della Corte Suprema dell'India" che oggi ha depenalizzato l'omosessualità. Lo ha affermato un portavoce dell'Ue ricordando che "l'Unione europea è fortemente impegnata per l'uguaglianza e la dignità di tutti gli esseri umani indipendentemente dal loro orientamento sessuale e identità di genere". Il portavoce aggiunge che ciò è "sancito dai trattati dell'Ue, dalla Convenzione europea sui diritti umani e dal diritto internazionale".

venerdì 15 giugno 2018

Crisi mondiali dimenticate - Rapporto Onu sul Kashmir accusa l'India: omicidi, torture e impunità

Il Manifesto
È il primo, duro rapporto dell'Alto commissariato contro New Delhi. Che replica: "Falso e tendenzioso". "C'è urgente bisogno di affrontare le violazioni dei diritti umani e gli abusi del passato e correnti ai danni della popolazione del Kashmir, che per sette decenni ha sofferto un conflitto che ha reclamato e rovinato numerose vite".

 8 giugno, scontri a Srinagar tra polizia e separatisti kashmiri © Afp
Così inizia il comunicato con cui, nella giornata di ieri, l'Alto commissariato delle Nazioni unite per i diritti umani (Ohchr) annunciava la pubblicazione di un rapporto dedicato alla situazione dei diritti umani nello stato indiano del Jammu e Kashmir e nell'Azad Jammu e Kashmir e Gilgit-Baltistan, amministrato dal governo pachistano. 

Si tratta in assoluto del primo rapporto dedicato dall'Ohchr alla situazione in Kashmir, territorio suddiviso tra India e Pakistan dal 1947 oggetto di rivendicazioni territoriali reciproche e teatro di un conflitto in cui le atrocità del terrorismo si mischiano alla repressione violenta degli apparati di sicurezza nazionali.

Prendendo in esame il periodo che va dal giugno del 2016 al marzo del 2018, il rapporto ripercorre l'ultima fase di una stagione di violenze che sta ancora interessando "entrambi" i Kashmir, in particolare quello indiano. L'Ohchr, sottolineando come la richiesta di inviare osservatori dell'Onu sul campo sia stata respinta da New Delhi e accordata da Islamabad solo nel caso l'accesso al territorio fosse garantito anche dall'India, nelle 49 pagine del rapporto getta luce sulle violazioni dei diritti umani commesse impunemente dalle forze di sicurezza indiane, protette da leggi ad hoc che subordinano l'apertura di procedimenti penali ai danni degli agenti coinvolti all'autorizzazione degli stessi vertici militari.

Ad oggi, nota il rapporto, non un solo soldato indiano è stato portato a processo per ipotesi di reato che vanno dall'omicidio alla tortura, dallo stupro di civili all'occultamento di cadaveri in fosse comuni, fino al recente fenomeno delle vittime di proiettili a pallettoni di piombo esplosi da polizia ed esercito su manifestanti civili: in meno di un anno, i fucili a pallettoni delle autorità indiane hanno portato alla morte di almeno 17 persone e al ferimento di oltre 6.200 manifestanti, tutti civili.

L'Alto Commissario per i diritti umani Zeid Ràad Al Hussein, commentando i contenuti del rapporto, ha dichiarato in conferenza stampa: "Solleciterò presso l'Alto commissariato per i diritti umani la formazione di una commissione d'inchiesta per condurre un'indagine internazionale, indipendente e completa circa le accuse di violazioni dei diritti umani in Kashmir".

Attraverso un comunicato del ministero degli Esteri, l'India ha respinto le accuse contenute nel rapporto, giudicandolo "fallace, tendenzioso e motivato". "È una selezione di informazioni largamente non verificate. È apertamente pregiudiziale e intende costruire una falsa narrazione" si legge nel comunicato ministeriale che, oltre a respingere le accuse di violazione dei diritti umani, giudica il rapporto "una violazione della sovranità e dell'integrità territoriale indiana. L'intero stato del Jammu e Kashmir è parte integrante dell'India. Il Pakistan sta occupando illegalmente e con la forza una parte dello Stato Indiano".

Il ministero degli esteri pachistano, per contro, ha accolto con favore la pubblicazione del rapporto che pur contiene accuse di violenze e violazioni dei diritti umani nel Kashmir pachistano: "I riferimenti alle preoccupazioni circa violazioni dei diritti umani nell'Azad Jammu e Kashmir e Gilgit-Baltistan non dovrebbero in nessun modo costituire un falso senso di equivalenza rispetto alle enormi e sistematiche violazioni dei diritti umani nel Kashmir occupato dall'India" recita il comunicato di Islamabad.

Matteo Miavaldi

martedì 17 aprile 2018

India: rapite, torturate, stuprate e uccise: le bambine indiane si ribellano

Globalist
Nel paese ci sono circa 110 casi di violenza sessuale al giorno. Molti riguardano le più piccole.

Bambine rapite, uccise, violentate, vilipese. Ragazze sequestrate e assassinate dopo essere state stuprate. Donne abusate. Cadaveri fatti a pezzi, ragazze sfigurate con l’acido: la violenza sessuale è una piaga della società indiana: ogni anno vengono denunciati circa 40.000 casi di stupro - circa 110 al giorno… - 

ma secondo gli osservatori i dati ufficiali sono solo la parte visibile di un iceberg, conseguenza della radicata cultura del silenzio che permea la società indiana sul tema.
Da anni il paese è attraversato da manifestazioni di protesta. Si prende sempre più coscienza. Ma non basta. Ogni giorno si muore…

mercoledì 11 ottobre 2017

India, stop alla spose bambine: il sesso con la moglie minorenne è stupro

Gloabalist
Un piccolo passo in avanti per il rispetto dei diritti civili e delle donne: la Corte Suprema indiana ha stabilito che una relazione sessuale fra un uomo e la moglie minorenne fra i 15 ed i 18 anni non compiuti ha valore di stupro punibile in base al diritto penale indiano (Ipc).

I giudici hanno accolto in questo modo una istanza contenuta in una 'Procedura di pubblico interesse' presentata da un avvocato in cui si chiedeva di autorizzare una moglie minorenne a depositare una denuncia contro il marito che l'aveva forzata ad avere un rapporto sessuale.
Nel firmare la sentenza il tribunale ha manifestato preoccupazione per la ricorrente pratica dei matrimoni con spose bambine, sottolineando che le leggi indiane a tutela della giustizia sociale non sono state applicate nello spirito in cui sono state pensate.

Infine riferendosi alla sezione 375 dell'Ipc che considera stupro una relazione sessuale matrimoniale solo quando la sposa ha meno di 15 anni, i giudici hanno sostenuto che «l'eccezione prevista in materia di stupro nell'Ipc è contraria ad altri statuti e viola l'integrità fisica delle bambine».

martedì 10 ottobre 2017

I contadini in India si seppelliscono per difendere la loro terra dal “landgrabbing”

La Repubblica
Contadini immersi nel terreno fino al collo: nel Rajasthan la protesta non violenta per fermare un piano di espansione che prevede la costruzione di alloggi su terreni occupati da 2.500 famiglie. L'organizzatore: "Se vogliono rubarci le nostre terre, dovranno passare con i bulldozer sopra le nostre teste"


Immersi nel terreno fino al collo. Solo le teste rimangono fuori dalla sabbia. Quasi sembrano boccheggiare, pochi respiri ancora, prima d’essere sradicati: la protesta dei coltivatori di Nindar, villaggio a una manciata di chilometri dal centro di Jaipur, nell’India nord-occidentale, è un atto estremo di resistenza, nel tentativo di rimanere aggrappati al loro bene più prezioso. 

Da giorni un manipolo di contadini dello stato desertico di Rajasthan manifesta contro la Jaipur Development Authority in difesa di 540 acri che dovrebbero far posto a 10mila alloggi in un progetto d’espansione della vicina città turistica.

“Dal 2 ottobre, compleanno del Mahatma Gandhi, abbiamo iniziato la zaamen samadhi satyagraha (la protesta della sepoltura), in segno di profondo attaccamento alla nostra terra: è un atto di forza morale non violento. Satyagraha significa infatti richiesta di ascolto della verità. Chi manifesta ha perso o sta perdendo i propri terreni a causa dei piani del governo, che colpiscono oltre 2.500 famiglie nell’area, 18 colonie residenziali e 20 dhani (piccoli conglomerati di case, ndr)”, spiega a la Repubblica Nagendra Singh Shekhawat, leader del Nandeer Movement e coordinatore della protesta: “Crediamo che l’acquisizione non sia avvenuta con metodi democratici: oltre l’80 per cento delle parti coinvolte non ha ceduto le proprie terre. E anche quanti l’hanno fatto, in cambio di compensazioni non adeguate, vogliono riaverle: sostengono che la Jda abbia usato diversi metodi di pressione per ottenerle”.

L’eco del millantato sviluppo, da queste parti, ha in effetti un nome ben preciso: “landgrabbing”, accaparramento della terra. A farne le spese, migliaia di piccoli agricoltori, che quei terreni occupano e di quei terreni vivono da generazioni. 

Un fenomeno cresciuto del mille per cento nel Sud del mondo dopo la crisi finanziara del 2008 e che interessa larghe porzioni di terre concesse a terzi o acquisite da governi e autorità: si cercano spazi per la produzione di cibo o materie prime a basso costo per alimentare i mercati ricchi con beni di consumo e combustibili vegetali, o per costruire infrastrutture e centri turistici, espandere le aree urbane, occupare militarmente un territorio. 

Un processo speculativo che galvanizza le multinazionali e spesso implica la violazione di diritti umani, studi non adeguati sull’impatto ambientale, sociale ed economico degli investimenti, ma anche una mancata partecipazione democratica delle comunità interessate e l’assenza di un loro consenso preventivo, libero e consapevole.

di 
Valentina Barresi

lunedì 11 settembre 2017

Bangladesh, Pakistan, India: a Palermo rispedite a casa per essere spose bambine

Globalist
Nate in Sicilia, ragazzine tra i 13 e i 17 anni costrette a tornare nel loro paese per sposare un parente molto più grande.


"Hanno dai 13 ai 17 anni. Sono originarie del Bangladesh, del Pakistan, dell’India e dello Sri Lanka, ma sono nate e cresciuta a Palermo. Improvvisamente spariscono dalle scuole per tornare nel Paese d’origine e sposare un lontano parente, molto più grande di loro che solo nei casi più fortunati hanno visto una volta in fotografia". 

La notizia, in una inchiesta che oggi è pubblicata dall'edizione palermitana di Repubblica.
"Sono le spose-bambine palermitane - è stato scritto - che vivono ogni giorno il conflitto fra la cultura occidentale in cui sono cresciute e quella dei loro genitori. E in questo conflitto finiscono per rimanere incastrate in un matrimonio combinato". 
L'inchiesta ricorda il caso di una piccola rom di dodici anni, promessa in sposa a un parente che viveva in Francia, "sfuggita al suo destino - si dice nell'inchiesta - solo perché qualche giorno fa ha trovato il coraggio di scappare dalla sua casa fatiscente in centro storico".
"Non si tratta di un caso isolato — ha spiegato Enrica Salvioli, operatrice psico-pedagogica dell’Ufficio scolastico regionale — Accade soprattutto fra le ragazzine bengalesi e rom. Alcune trovano la forza di raccontare il loro dramma, altre tacciono".

giovedì 7 settembre 2017

India. Uccisa Gauri Lankesh, la giornalista che criticava i nazionalisti indù

Corriere della Sera
Un'esecuzione davanti alla porta di casa. Così è morta, martedì sera a Bangalore, Gauri Lankesh, giornalista nota per le sue posizioni apertamente critiche nei confronti dell'induismo radicale e nazionalista. 

Gauri Lankesh
A sparare da distanza ravvicinata sono stati tre uomini che non sono ancora stati identificati. Tre proiettili sono andati a segno, due al petto e uno alla fronte.

Per la donna, 55 anni, non c'è stato nulla da fare. Lankesh era la responsabile del settimanale Lankesh Patrika, fondato da suo padre e pubblicato in lingua kannada (un dialetto parlato in Karnataka), e non aveva mai nascosto la propria opposizione al movimento Hindutva, la concezione estremista dell'induismo. 

I suoi articoli erano stati anche critici anche nei confronti del Partito Popolare Indiano (BJP), la formazione nazionalista indù del Primo ministro Narendra Modi. In passato la reporter era stata accusata di diffamazione e condannata a 6 mesi di carcere per un'inchiesta in cui aveva accusato di corruzione due membri del BJP.

Il fratello della cronista ha dichiarato che la giornalista non aveva ricevuto alcuna minaccia, ma lei stessa aveva confermato di essere bersaglio, sui social media, di messaggi di odio rabbioso da parte di profili di estrema destra. 

L'omicidio di Gauri Lankesh è stato accolto con dolore e rabbia dai colleghi giornalisti, da attivisti e da molte persone convinte che l'omicidio sia un tentativo di mettere a tacere chi crede nella democrazia. In migliaia hanno manifestato oggi, in diverse città dell'India per condannare l'episodio. A Bangalore si è tenuta una veglia davanti alla camera ardente. La gente piangeva e aveva cartelli con su scritto "Sono Gauri", "Potete uccidere le persone ma non le loro idee", "Le pistole non metteranno a tacere le voci del dissenso".

"Era un'idealista - ha detto Y.P. Rajesh un collega che dirige il sito The Print -, non mancava di mettere in difficoltà le forze di destra con i suoi articoli". L'Aidwa, l'associazione femminile All India Democratic Women, ha chiesto indagini "immediate". Secondo Reporter Senza Frontiere, l'India si classifica al 136esimo posto mondiale per la libertà di stampa.
Quello di Lankesh è il primo omicidio di un giornalista indiano nel 2017. Dal 2010, tuttavia, sono stati uccisi 25 cronisti e nessuno è stato mai condannato per i crimini. La stampa viene presa di mira dagli indù nazionalisti che sono in ascesa da quando il Bjp è arrivato al governo, nel 2014.

Ci sono stati episodi di insulti verso i cronisti che vengono soprannominati "presstitute", una combinazione delle parola "press" (stampa) e "prostitute" (prostituta). Nelle ultime settimane Lankesh aveva postato, sul suo account di Facebook, video critici nei riguardi delle politiche economiche attuate da Modi e dei gruppi indù estremisti che diventavano sempre più potenti. Il governatore dello Stato di Karnataka, Siddaramaiah, ha condannato l'omicidio dichiarando di essere "completamente scioccato" perché la giornalista era "un'avvocata della secolarizzazione ed una lottatrice contro le ingiustizie".

di Monica Ricci Sargentini

lunedì 3 luglio 2017

India. Prosegue la campagna di persecuzioni contro i Dongria Kondh

La Repubblica
È morto in carcere dopo molestie e intimidazioni da parte della polizia, Bari Pidikaka, uno dei leader della tribù indiana dei Dongria Kondh, divenuta famosa per aver vinto, qualche anno fa, una impossibile battaglia contro un colosso minerario britannico.

Si tratta di un popolo indigeno dello stato indiano di Odisha, che conta circa 8000 persone, da sempre in condizioni di isolamento rispetto al resto del continente indiano. Sono devoti alla montagna di Niyam Dongar, dove abita il loro dio e si sono auto assegnati il ruolo di protettori dei torrenti e dei fiumi nelle foreste. 

"È chiaro - ha commentato Stephen Corry, direttore generale di Survival - che è in corso una campagna persecutoria per intimidire se non eliminare i Dongria Kondh, comunque per indebolire la loro resistenza contro lo sfruttamento della loro terra".
L'ultima vittima. Bari Pidikaka era stato arrestato nel 2015 mentre tornava a casa dopo una manifestazione di protesta. La sua morte è l'ultimo atto di una battaglia di sopravvivenza, portata avanti dal popolo Dongria per tutelare i propri luoghi e, con essi, la propria identità. Non è l'unica vittima della persecuzione. Denuncia Survival: "Kuni Sikaka, un'attivista Dongria di 20 anni, parente dei due più importanti leader Dongria, è stata trascinata fuori dalla sua casa a mezzanotte, dalla polizia, senza alcun mandato. Poi è stata presentata ai funzionari e ai media locali come una "maoista arresa" nonostante non vi fossero prove a sostegno di ciò".
E che dire dell'attivista Dasuru Kadraka, detenuto senza processo per più di 12 mesi: "Sono stato arrestato e portato nell'ufficio del sovrintendente della polizia. Lì sono stato torturato, mi hanno legato le mani e con dei cavi elettrici attaccati alle orecchie mi hanno dato delle scosse per costringermi alla resa - e per farmi lasciare il movimento. Mi sono rifiutato... Il movimento è la mia vita, non smetterò mai di proteggere le colline di Niyamgiri e le foreste".
I precedenti. Per capire cosa sta succedendo bisogna fare un passo indietro nel tempo. Nel 2008, la Corte Suprema indiana autorizza l'apertura della miniera nelle terre dei Dongria. Scatta la resistenza della piccola tribù per impedire gli scavi nel loro sito più sacro. Nel 2013, scende in campo al loro fianco anche Rahul Gandhi, figlio di Sonia Gandhi e vice-presidente del partito del Congresso Nazionale indiano. A quel punto la Corte Suprema dell'India ordina un referendum tra i dodici villaggi Dongria che circondano il sito della miniera: all'unanimità e nonostante le intimidazioni e le molestie, la tribù respinge il progetto della miniera. Le consultazioni, passate alla storia come "il primo referendum sull'ambiente" mai avvenuto nel Paese, non restano senza conseguenze: la cifra in gioco è enorme. Si tratta, secondo Survival di "un progetto di 800 milioni di dollari. Numerosi azionisti tra cui la Chiesa d'Inghilterra, vendono per questioni etiche, le proprie quote; anche il governo britannico decide di bocciare il progetto dopo un reclamo all'Ocse presentato da Survival". Ed il popolo Dongria diventa nell'immaginario collettivo, il vero popolo Avatar.
Il post vittoria. Dopo la vittoria contro il colosso minerario, scattano pestaggi e torture con cavi elettrici per costringere i Dongria a fermare la campagna per i propri diritti. Survival denuncia intimidazioni, arresti arbitrari e rapimenti sistematici nei confronti dei leader Dongria da parte della polizia di Stato che "agirebbe per promuovere gli interessi della compagnia mineraria britannica". E fa quadrato: "I Dongria - commenta Corry - sono assolutamente determinati a proteggere le colline che sono il fondamento della propria identità. Noi continueremo a lottare perché sia loro consentito di determinarsi autonomamente senza aggressioni".
L'appello al Presidente dell'India. Più di cento organizzazioni indiane indipendenti hanno scritto una lettera aperta al Presidente dell'India: "Negli ultimi due - tre anni, diversi giovani e anziani Dongria sono stati arrestati, hanno subìto abusi e sono stati uccisi, e uno di loro si è suicidato dopo aver subìto molestie e torture da parte delle forze di sicurezza. In nessuno di questi casi i funzionari sono stati in grado di fornire prove che li collegassero ai cosiddetti Maoisti".

di Anna Maria De Luca

venerdì 30 giugno 2017

India, la protesta delle donne con la maschera da mucca

Corriere della Sera
In India può capitare di vedere in giro donne che indossano una maschera da mucca. A lanciare l’idea, che ha fatto il giro del Paese scatenando le ire dei nazionalisti, è stato un giovane fotografo di 23 anni Sujatro Ghosh:
“Mi inquieta il fatto che nel mio Paese le mucche siano considerate più importanti di una donna, ci vuole di più a una vittima di stupro ad ottenere giustizia che a una mucca visto che molti indù la considerano un animale sacro” 
ha detto Ghosh alla Bbc che ha deciso di raccontare la sua storia.


In India viene denunciato uno stupro ogni 15 minuti e ci sono stati fatti di cronaca che hanno indignato il mondo come quello di NIrbahaya, la giovane di 21 anni violentata e uccisa su un bus a New Delhi nel 2012. Uno dei suoi stupratori è uscito dal carcere pochi mesi fa.

“Ci vogliono anni perché si svolga un processo per femminicidio e il colpevole sia punito – dice Ghosh – mentre se una mucca viene assassinata i gruppi estremisti indù uccidono o picchiano a sangue chiunque sia sospettato”.

Il progetto di Ghosh è una forma di protesta contro questa ingiustizia e anche un monito a guardarsi dalla crescita dei vigilantes indù che hanno preso sempre più piede dopo la vittoria, tre anni fa, del Bharatiya Janata Party, guidato dal primo ministro Narendra Modi. 

L’idea gli è venuta circa un mese fa quando ha cominciato a scattare fotografie ogni giorno di donne con indosso la maschera da mucca davanti alle loro case, su una barca, su un treno perché “sono vulnerabili ovunque in questo Paese”.

Quando ha pubblicato il progetto su Instagram, due settimane fa, il successo è stato subito enorme. Ma la reazione dei nazionalisti non ha tardato ad arrivare. Alcune persone hanno addirittura chiamato la polizia asserendo che il fotografo stava fomentando la folla e chiedendone l’arresto.

“Su Internet hanno minacciato me e le mie modelle. Hanno detto che avrebbero dovuto ucciderci e dare la nostra carne in pasto a una giornalista e a una scrittrice disprezzate dai nazionalisti”.


Monica Ricci Sargentini

martedì 2 maggio 2017

India - Kasmir - Aumenta le tensione, possibile insurrezione e instabilità

East West
Un nuovo episodio si aggiunge alla lunga lista di violazioni dei diritti umani da parte delle forze militari indiane compiute nello stato del Jammu e Kashmir. 



Poliziotti indiani e uno studente kashmiri durante le proteste a Srinagar. REUTERS/Danish Ismail
Lo scorso 9 marzo in rete ha cominciato a circolare un video in cui Farooq Ahmad Dar, 27 anni, appariva legato al paraurti di una jeep dell’esercito indiano per proteggere il veicolo dalle pietre lanciate dai manifestanti kashmiri: uno “scudo umano”. Da un altoparlante si sentiva un uomo minacciare in hindi: «i lanciatori di sassaiole faranno la stessa fine».

Questo tipo di azioni, non è cosa nuova nella valle, dove, durante la guerriglia degli anni ‘90, spesso i militari indiani utilizzavano i civili – a volte i familiari – per avvicinarsi ai nascondigli dai quali i ribelli armati facevano fuoco.

L’abuso è avvenuto durante le elezioni per il posto vacante lasciato da un membro dell’assemblea locale che aveva dato le proprie dimissioni durante l’insurrezione della scorsa estate. I leader separatisti della Hurryat Conference avevano esortato la popolazione a boicottare la votazioni, che si sono concluse con un’affluenza alle urne dell’appena 7%. Oltre ad una delle percentuali più basse degli ultimi 30 anni, durante le due giornate, si sono verificati numerosi scontri tra forze dell’ordine e i manifestanti.

Gli episodi degli ultimi tempi lasciano pensare che potremmo essere di fronte all’inizio di una nuova estate di tumulti, proprio come l’insurrezione del 2016, una delle più sanguinose degli ultimi anni, quando la morte di Burhan Wani, popolare leader di un gruppo armato separatista, per mano dalle forze armate indiane, aveva innescato 6 mesi di proteste che hanno provocato 90 morti e 12.000 feriti e centinaia di persone accecate dai pellet gun, fucili che sparano centinaia di piccole sfere di ferro in un solo colpo – per i miei articoli sugli eventi del 2016, ecco i link qui e qui.

Migliaia di giovani, in tutta la valle, hanno assaltato i seggi per dimostrare la loro opposizione ad un vacuo esercizio democratico di una nazione che non riconoscono come legittima. Alcuni sono riusciti addirittura a distruggere le cabine elettorali, mentre gli altri lanciavano pietre contro le forze dell’ordine. In due giorni, 8 morti, tra i quali un ragazzo di appena 12 anni, Faizan Fayaz Dar, colpito dietro la testa da un proiettile, e molto probabilmente capitato per caso in una zona dove stavano avvenendo gli scontri.

Ancora una volta siamo stati costretti a guardare immagini di cortei funerari oceanici dove i parenti e gli amici trasportano il corpo di un giovane kashmiro per un ultimo saluto; le donne si disperano in lacrime e, dopo il dolore, tra i presenti, si fanno largo rabbia e rancore, e così il corteo funerario si trasforma in un gruppo di giovani col volto coperto e pietre in mano, pronti a ricevere la stessa sorte del loro coetaneo martire. Una raffinata penna kashmiri – Mirza Waheed - lo ha definito un “tragico film di guerra in loop”; Un ciclo continuo che si alimenta sempre degli stessi elementi e che nessuno sa più come fermare.

A quanto risulta, Farooq Dar il 9 aprile, dopo aver votato, è stato fermato ad un posto di blocco insieme al fratello. Dopo essere stato perquisito, i militari hanno sequestrato Farooq accusandolo di essere un lanciatore di pietre. «Mi hanno usato come un giocattolo. Sono un animale o un essere umano? Mi hanno appeso al collo un cartello con scritto che ero un lanciatore di pietre mentre mi portavano in giro per decine di villaggi». ha denunciato nei giorni seguenti dopo essere tornato a casa con un braccio rotto e ferite varie su tutto il corpo.

Sebbene gran parte dell’opinione pubblica in India abbia condannato l’episodio, non sono mancati alcuni che hanno, letteralmente, celebrato quella che è una chiara violazione dei diritti umani. Tra gli altri, il procuratore generale Rohatgi ha difeso gli uomini in uniforme che hanno preso tale decisione, aggiungendo che «particolari situazioni richiedono particolari misure»; Sunil Jain, giornalista per diverse testate indiane, ha definito l’avvenimento come «un metodo economico per evitare che i militari vengano colpiti dalle pietre».

Mercoledì, scorso le autorità indiane hanno imposto il blocco di 22 social network, di molti servizi di messaggistica, tra i quali, Facebook e Twitter, per tutto il mese prossimo. Anche l’anno scorso il governo indiano aveva bloccato internet – e i telefoni – per impedire la comunicazione, e di conseguenza l’organizzazione delle proteste, ma è la prima volta che questo tipo di strategia viene utilizzato subito dopo la diffusione di un video in cui appaiono esplicitamente degli abusi perpetrati delle forze armate indiane.