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martedì 8 febbraio 2022

Assassinati a gennaio 20 difensori dei diritti umani e dell'ambiente nelle Americhe: 13 in Colombia, 1 in Messico, 3 in Brasile, 2 in Honduras

Corriere della Sera
Tredici in Colombia, tre in Brasile e in Honduras, uno in Messico oltre a quattro giornalisti, sempre in Messico.


Questo è lo sconcertante totale dei difensori e delle difensore dei diritti umani assassinati nel mese di gennaio nelle Americhe, che si confermano ulteriormente come il continente più pericoloso per chi svolge attività sociali, indaga sulle malefatte delle istituzioni o si prende cura dei gruppi più vulnerabili.

Diciotto delle persone assassinate si occupavano di protezione del territorio e dell’ambiente. Come Pablo Isabel Hernandez, leader nativo dell’Hondurasucciso il 9 gennaio, che dalla sua emittente radiofonica denunciava i rischi per l’ambiente nel dipartimento di Lempura. O come Melvin Geovany Mejia, fatto fuori il 22 gennaio a causa del suo impegno nella difesa dei diritti dei nativi Tolupa, sempre in Honduras.

La situazione della Colombia rimane sempre la più grave. Il 17 gennaio, a Puerto Gaitan, è stato ritrovato il corpo di Luz Marina Arteaga, difensora dei diritti dei contadini nel dipartimento di Meta. Una settimana dopo è stato ucciso Albeiro Camayo Guetio, ex coordinatore regionale della Guardia nativa della riserva Las Delicias, nel dipartimento di Cauca.

In Brasile, tre persone di una stessa famiglia sono state uccise il 9 gennaio nello stato di Para. Erano conosciute per il loro impegno nella protezione delle tartarughe e nella difesa dell’ambiente.

Il 27 gennaio la difensora messicana dei diritti umani Ana Luisa Garduno è stata uccisa nello stato di Morelos. Cercava giustizia per il femminicidio di sua figlia e ignoti le hanno riservato la stessa sorte.

Sempre in Messico, sono stati assassinati quattro giornalisti: José Luis Gamboa Arenas, Lourdes Maldonado, Alfonso Margarito Martínez Esquivel e Roberto Toledo.

Riccardo Noury

martedì 30 giugno 2020

Colombia, strage di difensori dei diritti umani. 100 uccisi nel 2020, 28 durante la quarantena

Corriere della Sera
Dall’inizio del 2020 in Colombia sono stati uccisi 100 difensori dei diritti umani, 28 dei quali dopo il 25 marzo, quando il governo ha imposto la quarantena obbligatoria.


Nel paese sudamericano i difensori dei diritti umani sono obiettivi facili da colpire. La pandemia ha solo peggiorato la situazione. Chi vuole eliminarli sa dove trovarli.


Danelly Estupiñán è una delle attiviste più note dell’Associazione delle comunità nere del dipartimento di Buenaventura, in Colombia.

L’anno scorso ha trascorso un po’ di tempo è stata fuori dalla Colombia, quando era diventato pubblico il piano di ucciderla, poi è rientrata per difendere la sua comunità di discendenti africani, contrastare il progetto di ampliamento del porto di Buenaventura, che significherebbe altri sgomberi forzati.

Tornata a Buenaventura, Danelly è stata sorvegliata, minacciata, fotografata quando usciva da casa.

Così, poco prima dell’annuncio della quarantena, si è trasferita in un luogo in cui non conosce nessuno e spera non sia riconosciuta da nessuno.

E intanto si pone delle domande: come resistere in questo clima d’impunità? Come difendere i diritti collettivi? Come proteggere i frutti e i raccolti? Come far rispettare il diritto di partecipare alle decisioni riguardanti le tue terre, quando sei in esilio interno e hai paura di essere assassinata ogni volta che esce di casa?

(Questo articolo riprende un testo scritto da Danelly per la rivista colombiana Semana)

lunedì 25 maggio 2020

Colombia - Allarme Covid nelle carceri - In condizioni di detenzione molto critiche aumento contagi e morti

Vatican News
È allarme Covid nelle carceri colombiane. Gli ultimi dati parlano di 1065 casi positivi, 16 ricoverati e 4 morti. 
Giovedì scorso si sono aggiunti altri nove casi nell'istituto La Ternera di Cartagena e un altro a Villavicencio, a 67 chilometri a sud di Bogotà, risultando il principale focolaio della malattia nell'ambito dei penitenziari del Paese.


Sovraffollamento oltre il 51%
- Il tutto in una situazione di sovraffollamento pari al 51 per cento in eccesso rispetto alla capacità di contenimento delle celle, ovvero una palese violazione dei diritti fondamentali. Profonda preoccupazione, di fronte ad una situazione che non accenna a rientrare nella norma, è stata espressa dal Segretariato Nazionale per la Pastorale Sociale-Caritas Colombia per le ripercussioni che l'aumento dei casi potrebbe avere sul sistema sanitario interno.

Umanizzare gli istituti - Richiamando la solidarietà di tutti nei confronti delle persone private della libertà, delle loro famiglie, del personale amministrativo e delle guardie, l'organismo della Conferenza episcopale ha ricordato "l'urgente necessità di affrontare la crisi umanitaria nelle carceri con misure che rispettino la dignità umana e proteggano la salute dei detenuti". In un comunicato viene anche sollecitato l'immediato intervento per "umanizzare gli istituti", che vuol dire creare le condizioni ottimali di permanenza non solo per gli ospiti, ma anche per il personale che presta servizio in loco. "Garantendo, in primis, le misure di sicurezza e prevenzione".

La situazione delle donne - Si chiede inoltre un programma di ridistribuzione della popolazione carceraria, unita ad una accelerazione dei processi, per superare il sovraffollamento. Inoltre il Segretariato ritiene fondamentale la tutela delle donne ristrette. "Pensiamo soprattutto alle mamme con figli sotto i tre anni, a quelle malate e alle anziane che in questo momento sono ancora più vulnerabili". Lo scritto richiama l'attenzione anche alle forze dell'ordine e agli agenti di polizia penitenziaria che, negli istituti più difficili, corrono maggiori rischi.

Gli scontri all'indomani della diffusione del virus - All'indomani della diffusione del Covid, in 13 case di reclusione si sono verificate numerose proteste da parte dei detenuti. Gli incidenti più gravi a Bogotà, nei centri di detenzione maschili, La Picota e La Modelo, e in quello femminile El Buen Pastor. La rivolta scoppiata nella prigione La Modelo, nella capitale, è stata sedata dall'esercito e dalla polizia carceraria, con un bilancio di almeno 23 detenuti morti. In seguito agli scontri, lo scorso 15 aprile il presidente Ivn Duque ha firmato un decreto che ha consentito la scarcerazione per sei mesi di almeno 4.000 detenuti.

Davide Dionisi

Fonte: Vatican News

lunedì 7 gennaio 2019

Esodo dal Venezuela: è crisi umanitaria. Due milioni di profughi in Colombia, il Messico chiede aiuto alla comunità internazionale

Atlante Guerre
L’esodo dal Venezuela è una crisi umanitaria: così è necessario definirla, poichè secondo le stime dell’Alto Commissariato per i Rifugiati dell’Onu, due milioni circa di venezuelani sono stati costretti ad abbandonare il loro paese negli ultimi quattro anni. 

Ma sono certamente di più. Ha destato un certo scalpore la notizia che la situazione venezuelana fosse indicata come una delle dieci più gravi del mondo: per l’Irc, International Rescue Committee, merita di essere messa accanto a Yemen, Siria e Afghanistan, come una vera catastrofe.

Il rapporto dell’Acnur è della fine di ottobre del 2018. In seguito alla crisi, anche la OEA. l’organizzazione degli stati americani, ha istituito un gruppo di lavoro con esperti di tutta America, Venezuela compreso, per affrontare la crisi, che coinvolge anche gli altri Paesi dell’America latina.

Secondo il segretario generale, Luis Almagro, gli esperti dovranno “fornire soluzioni all’esodo del popolo venezuelano, il volto più visibile della crisi umanitaria in Venezuela, che oggi percorre a piedi tutte le città e le città delle Americhe in cerca del pane che non possono ottenere nella propria terra “. 

Secondo le statistiche dell’ACNUR, circa 750.000 sono quelli che hanno richiesto lo status di rifugiato. Ma per una stima del settimanale colombiano Semana, nella sola Colombia sarebbero arrivati già due milioni di migranti. E la cifra che viene riportata dai media internazionali parla di un totale di tre milioni di persone.
[...]

La causa principale dell’esodo è la povertà. Da uno studio del venezuelano Instituto Nacional de Estadistica (ENCOVI), quasi il 90% della popolazione vive in stato di povertà, e il sistema sanitario è al collasso. L’inflazione è all’82.766% e potrebbe arrivare al 1.000.000% in breve. Sono dati confermati dallo stesso governo di Maduro. Che però attribuisce la causa della crisi al sabotaggio delle “economie imperialiste”, che con le sanzioni imposte per le violazioni dei diritti umani avrebbero strangolato l’economia nazionale.

Un’altra causa del collasso dell’economia di Caracas è determinata dal crollo dei prezzi del petrolio, che è la principale fonte di entrate per il Paese. Con esso, anche una buona parte dei fondi necessari a sostenere il traballante progetto avviato da Chavez è sfumata. Ma i rapporti che giungono dai rifugiati e dai migranti parlano di assistenza medica negata a chi è contrario al regime. Di assassini di oppositori in via extra giudiziaria. E semplicemente non c’ è da mangiare.

Il Paese che più ha ricevuto l’impatto dell’esodo, definito “biblico” da El Pais, è la Colombia. Secondo Semana, il settimanale fondato da Gabriel Garcìa Marquez, Semana , occorre

“…quantificare e ottenere le risorse necessarie ad assorbire una popolazione di 2 milioni di venezuelani in fuga. Quanto costa integrarli nel paese e soddisfare i loro bisogni di base? Collegarli al sistema educativo e al sistema sanitario?”.

Anche l’impatto demografico di questa migrazione di massa contribuisce ad aumentare la tensione fra Venezuela e Colombia, che è costellata di incidenti. Anche una parte della guerriglia Bolivariana colombiana è passata in Venezuela: si tratta di coloro che non hanno aderito al processo di pace e di disarmo, che è andato in porto, ma in mezzo a mille polemiche sulla sua efficacia. Lo spauracchio della guerra fra i due Paesi è probabilmente solo un arma retorica, usata da entrambe le parti più ad uso interno: per denunciare lo stato d’assedio in cui vive il Venezuela, o per accomunare crimini della guerriglia e di Maduro.

Ma una guerra “a bassa intensità”, come è stato definito il lungo confronto fra e Farc e il governo Colombiano, che dal 1948 al 2013 ha fatto 220.000 morti, di cui 170.000 civili e solo 50.000 combattenti, in qualche modo continua.

Il Messico si dissocia. Ultima ora: un gruppo di 13 Paesi dell’America Latina ha firmato un comunicato, nel quale si chiede aiuto alla comunità internazionale per l’emergenza causata dall’afflusso in massa di profughi e migranti dal Venezuela. Poichè però il comunicato dichiara illegittime le ultime elezioni in Venezuela, che hanno confermato Maduro alla presidenza, il Messico non ha firmato. Andrés Manuel López Obrador, il nuovo presidente, che ha promesso una svolta radicale, manda così un segnale proprio all’inizio del suo incarico.
Maurizio Sacchi

lunedì 8 ottobre 2018

Venezuela. Ormai sono milioni i profughi che fuggono dal paese. In Colombia la Chiesa accoglie 5 mila persone al giorno

Il Sussidiario.net
Esodo dal Venezuela non si ferma, Chiesa in prima linea per affrontare l'emergenza: “In Colombia assistiamo ogni giorno 5mila migranti”. Le ultime notizie sulla crisi umanitaria.


Se prima erano in migliaia a fuggire dal Venezuela, ora sono milioni coloro che fuggono da violenza e indigenza. Il flusso si è subito concentrato in Colombia, dove la Chiesa assiste ogni giorno circa 5mila migranti. 

Lo ha annunciato martedì il presidente della Conferenza episcopale del paese: «Serviamo loro acqua e cibo, in alcuni casi diamo loro medicine, vestiti e prodotti per l'igiene personale - ha dichiarato l'arcivescovo Oscar Urbina Ortega - La Chiesa ci riesce con il sostegno delle imprese e delle organizzazioni locali, nazionale e internazionali». 

Inizialmente i venezuelani attraversavano la frontiera per procurarsi generi di prima necessità, poi hanno cominciato a restare o a intraprendere un lungo viaggio verso il Cile. Le rotte sono diverse, tutte disperate. 

La Chiesa è ormai all'opera da mesi, come ha raccontato Fernando Lopez, direttore del Servizio gesuita ai rifugiati, dall'Ecuador: «Abbiamo iniziato a rafforzare la nostra rete tra ordini e congregazioni religiose. Questo lavoro ci ha permesso di affrontare in questi mesi lìemergenza umanitaria».
Chiesa in prima linea per una “accoglienza dignitosa”
Il Venezuela è attraversato da una crisi economica che dal 2014 ha causato l'emigrazione di 2,3 milioni di persone. 

Da quando Nicolas Maduro è succeduto a Hugo Chavez come presidente nel 2013, il Paese è segnato da violenze e sconvolgimenti sociali. Cattive politiche economiche, tra cui un rigoroso controllo dei prezzi, insieme a tassi di inflazione elevati, hanno piegato la popolazione. 

La Chiesa dal canto suo in Sud America si sta occupando di organizzare un'accoglienza dignitosa per i venezuelani che fuggono dal proprio paese. «Si tratta di un grande insieme di istituzioni e servizi, che offrono assistenza legale, il cibo, rifugio, protezione, assistenza nella documentazione, assistenza a donne e bambini», ha spiegato suor Rosita Milesi, direttrice della Congregazione scalabriniana in Brasile e dell’Istituto migrazioni e diritti umani. 

Ma la Chiesa non si sta occupando solo di assistenza ai migranti venezuelani. «Continuerà a far sentire la propria voce, facendo sapere che bisogna fare molto di più», ha affermato l'arcivescovo Oscar Urbina Ortega. Inoltre, bisogna impegnarsi per «fornire loro aiuto e incoraggiarsi a proseguire nella lotta quotidiana per ricostruire il tessuto sociale del loro paese».

Silvana Palazzo

domenica 11 marzo 2018

Colombia, prime elezioni dopo la storica pace: in corsa anche le Farc

La Repubblica
L'accordo dell'Avana riserva alla ex guerriglia dieci parlamentari. Sondaggi incerti, ma sembrano in vantaggio i liberali e la sinistra.


Rio De Janeiro - Per la Colombia è un appuntamento storico. Settant'anni dopo l'ondata di violenze del "bogotazo", quelle che diedero il via a tutto, a 52 dalla nascita delle Farc, il paese dell'eterna lotta tra liberali e conservatori, la terra di Pablo Escobar, delle bombe, dei sequestri, delle scorribande dei paramilitari, ma anche la culla di maestri come Gabriel Garcia Márquez e Ferdinando Botero, vota per rinnovare il suo Congresso. E' la prima elezione con la pace, quella sancita dall'accordo tra l'esercito di ex combattenti e il governo di Juan Manuel Santos.

[...]
L'accordo de L'Avana riserva all'ex guerriglia 10 parlamentari: occuperanno cinque seggi alla Camera e cinque al Senato. Una clausola, sancita nella firma di Cuba del settembre 2016, che ha fatto polemica. Perché gli eletti tra le file del Farc entreranno nel Tempio della politica legale colombiana senza essere passati per i Tribunali della Giustizia speciale per la Pace, gli organismi giuridici creati proprio per esaminare le posizioni dei singoli ex combattenti e comminare le eventuali pene per i reati, spesso gravissimi, che hanno commesso. I dieci deputati e senatori non avranno certo la forza numerica per far approvare dei provvedimenti nella prossima legislatura. Ma conserveranno diritto di voto e di parola. Parteciperanno al dibattito e faranno sentire la loro voce. Un banco di prova per uomini e donne che da almeno 20 anni vivevano nella giungla, sempre in movimento, armi in pugno e che adesso si dovranno confrontare con una nuova realtà.

Le elezioni saranno un'occasione di riscatto per una società rimasta prigioniera per messo secolo della sua violenza, lacerata dalle divisioni, dagli omicidi, da un odio che è cresciuto e che ancora adesso fatica a scemare. Solo pochi mesi un referendum fra i colombiani aveva respinto l'accordo di pace con la guerriglia, poi approvato con un voto in Parlamento. Nel 2017 sono stati assassinati oltre 200 attivisti rurali e leader contadini. La maggioranza vuole voltare pagina. Ma ci sono forze politiche, imprenditoriali e settori conservatori della Chiesa che frenano. Sullo sfondo della campagna elettorale ha aleggiato sempre lo spettro del chavismo. Una minaccia che fa presa, condita da tante bugie e solite fake news.

Con l'ingresso della ex guerriglia, il Parlamento cresce di numero. Il Senato avrà 108 seggi, la Camera 172. Oltre agli eletti del partito conservatore e di quello liberale, ci saranno alcuni rappresentanti delle comunità indigene e di colore, presenti a maggioranza nelle regioni della costa caraibica. Questi si candideranno in alcune circoscrizioni speciali create proprio per far esprimere ai residenti le preferenze che altrimenti sarebbero disperse nel resto del Paese.
[...]

Daniele Mastrogiacomo

domenica 11 febbraio 2018

Colombia: allarme per il grande afflusso migranti dal Venezuela. Aumentano i controlli alla frontiera.

Città Nuova
Solo in gennaio, quasi 50 mila venezuelani sono entrati nel Paese per restarvi o per proseguire la ricerca di una vita degna, mentre in Venezuela si preparano elezioni che potrebbero aggravare ulteriormente la situazione. La Chiesa e lo Stato colombiano alla prova della solidarietà.



Era dai tempi della chiusura delle frontiere da parte del Venezuela e delle deportazioni di colombiani, nell’agosto 2015, che non si respirava quest‘aria tesa a Cúcuta. Ogni giorno oltre tremila persone attraversano a piedi il ponte internazionale Simón Bolívar da San Antonio del Táchira a Cúcuta, in fuga da un Venezuela ormai invivibile.

La città è invasa da persone di ogni età. In 900 dormivano sotto le intemperie in un campo sportivo senza bagni (sostituiti dal canale Bogotà, nelle vicinanze), ribattezzato “Hotel Caracas”, fino a quando sono stati dispersi da un attacco con bombe incendiarie, da un gruppetto di giovani del quartiere. Il vicinato non li vuole. Dicono che, da quando sono arrivati, sono aumentate la delinquenza e la droga.

Da subito la Chiesa ha organizzato l’assistenza degli emigrati. Oggi sono 8 i refettori parrocchiali di emergenza, oltre alla casa diocesana Divina Provvidenza, che offrono un totale di 1.600 piatti caldi gratuiti al giorno, grazie all’impegno di centinaia di persone che cucinano, servono, donano o procurano derrate. «Chi arriva riceve subito una tazza di caffè e del pane, perché viene da un viaggio di 8-10 ore», ha spiegato il vescovo locale, mons. Víctor Manuel Ochoa alla stampa. «I bambini e le donne incinte hanno la priorità. Nessuno di loro va via senza aver mangiato. Anche quando il cibo e gli alimenti sono finiti, ci si industria per ottenerne ancora».
[...]
Secondo le autorità, sono circa 660 mila i venezuelani entrati in Colombia per stabilirvisi, negli ultimi 18 mesi. Senza contare quelli che continuano il viaggio verso l’Ecuador, il Perù o il Cile, i migranti giornalieri che cercano beni di prima necessità e i colombiani che ritornano dall’emigrazione delle decadi passate. Tanti passano attravero i 280 punti di frontiera clandestini. Alimenti, medicine e cure mediche sono le necessità più urgenti, ha spiegato mons. Ochoa. Il vescovo ha ribadito che la colletta sarà anche un’occasione per rispondere con gratitudine alla solidarietà di venezuelani negli anni in cui erano i colombiani gli immigranti.

giovedì 18 gennaio 2018

Colombia: aumentano gli attacchi contro i difensori dei diritti umani. Uccisi 156 nel 2017

InDifesaDi
La Colombia sta vivendo una tragica escalation di omicidi ed attacchi ai Difensori dei Diritti Umani, in una spirale allarmante che ha toccato il suo culmine con gli omicidi avve- nuti nella regione dell’Urabá (Colombia), gli attacchi diretti contro la Comunidad de Paz de San José de Apartadó e le minacce costanti contro i leader locali. 

La rete In Difesa Di, per i Diritti Umani e chi li Difende e varie delle associazioni ed organizzazioni che ne fanno parte e che lavorano in Colombia hanno già condiviso le proprie preoccupazioni e proposte al MAECI ed alla rappresentanza diplomatica italiana a Bogotà con la quale alcune delle organizzazioni sono in contatto costante. 

In un primo briefing si sviluppavano una serie di raccomandazioni volte a rafforzare il ruolo del nostro Paese e della sua rappresentanza diplomatica, di concerto con le altre rappresentanze diplomatiche dell’Unione Europea, nell’affrontare questa situazione, mettendo in atto tutte le misure necessarie previste dalle linee guida dell’Unione Europea sui Difensori dei Diritti Umani. Con questo briefing ci rivolgiamo nuovamente al MAECI per esprimere la nostra grande preoccupazione, nella certezza che anche l’Italia - sulla scorta delle iniziative in cantiere sui Difensori dei Diritti Umani nel contesto della presidenza italiana OSCE 2018, possa agire in questo difficile momento per promuovere la sicurezza e protezione degli attivisti minacciati, delle famiglie dei leader uccisi e delle comunità locali.

La Colombia oggi è – con altri Paesi dell’America Latina (Brasile, Messico) – uno dei Paesi con il maggior numero di omicidi di Difensori dei Diritti Umani nel mondo, come ri- scontrato dai rapporti più recenti di Amnesty International e FrontLine Defenders. 

Secondo FrontLine nel 2017 dei 313 Difensori e Difensore uccise nel mondo, ben 212 erano latinoamericani, e di questi 156 sono stati uccisi in Colombia e Brasile. Pertanto la Colombia rappresenta per la comunità internazionale ed anche per le organizzazioni della società ci- vile un importante banco di prova per quei Paesi, quali l’Italia, che hanno manifestato inte- resse e volontà di impegnarsi maggiormente nella tutela dei Difensori dei Diritti Umani, a
maggior ragione quest’anno, nel quale ricorre il 20esimo anniversario della Dichiarazione ONU sui Difensori dei Diritti Umani.
Una lunga scia di sangue ed impunità
Il 26 novembre 2017 è stato ucciso il difensore della terra e del territorio Mario Castaño Bravo, membro del consiglio comunitario di La Larga Tumaradó (Urabá) e della rete Comunità Costruendo Pace nel Territorio (Conpaz). Mario Castaño Bravo è stato per anni un referente dei processi di restituzione delle terre usurpate nel Curbaradó e La Larga Tumaradó. Denunciava dal 2013 il ruolo degli imprenditori nell’occupazione illegale del territorio ed il controllo territoriale e sociale delle Autodifese Gaitaniste di Colombia (AGC), gruppo neoparamilitare, evidenziando i nessi di queste organizzazioni criminali con settori delle forze militari e di istituzioni politiche locali e l’omissione dello Stato (in particolare della Fiscalía) rispetto alla responsabilità di investigare, chiarire e sanzionare i responsabili dei delitti che vengono commessi nella regione.

A pochi giorni di distanza, l’8 dicembre, nel territorio collettivo di Pedeguita e Mancilla (Riosucio), è stato ucciso Hernán Bedoya, leader comunitario anch’egli membro di Conpaz che era stato oggetto di minacce di morte da parte delle AGC fin dal 2015. Durante il 2017, Hernán si era ripetutamente e pubblicamente opposto al mega progetto di coltivazione di banane per l’esportazione e di palma africana imposto nella sua zona, denunciando l’impatto ambientale e sociale che questo progetto comporta. In questo contesto11, vorremmo sottolineare la situazione di rischio dei membri della Comisión Intereclesial de Justicia y Paz (Cijp), evidenziata nelle numerose denunce di chiamate intimidatorie, vigilanza e pedinamenti.

Drammatico è anche il caso della Comunidad de Paz de San José de Apartadó (nella regione di Antioquia), protetta dalle misure cautelari e provvisorie della Corte Interamericana per i Diritti Umani (CIDH), che da mesi denuncia pressioni e minacce da parte di gruppi neoparamilitari ascrivibili alle AGC e la mancanza di un intervento reale e concreto da parte dello Stato colombiano per smantellare questi gruppi, come previsto dagli Accordi di Pace (Punto 3.4). Gravissimo è stato l’episodio del 29 dicembre 2017, quando 5 paramilitari - di cui tre armati - hanno fatto irruzione nella bottega del cacao della Comunità di Pace con l'intento di uccidere Germán Graciano Posso, rappresentante legale della CdP, e Roviro López, membro del Consiglio Interno. Solo il tempestivo intervento di altri membri della comunità ha permesso di evitare l'ennesima tragedia colombiana, il tutto alla presenza di due gruppi di accompagnanti internazionali che sono stati testimoni diretti di quanto accaduto. Ad oggi Germán Graciano Posso e Gildardo Tuberquía, altro membro del Consiglio Interno che ha ricevuto almeno otto minacce di morte nel 2017, dopo avere pubblicamente denunciato le azioni delle AGC, anche davanti al Congresso colombiano con il supporto di documentazione foto e video, possono muoversi nella zona solo grazie all’accompagnamento internazionale. Dopo gli ultimi eventi si teme fortemente per tutti i membri della comunità in quanto i gruppi neo paramilitari considerano ormai tutta la Comunità di Pace, proprio per la sua attività di denuncia costante delle violazioni di cui è testimone e il suo impegno per la difesa dei diritti umani, un ostacolo da eliminare. 

martedì 27 giugno 2017

Colombia - FARC, completata la consegna degli armamenti all’Onu: «Ora un partito politico»

Corriere della Sera
Le Forze Armate Rivoluzionarie hanno concluso la riconsegna delle armi all’Onu come stabilito dall’accordo siglato il 26 settembre scorso che sancisce l’addio dei guerriglieri alla lotta armata e la graduale trasformazione del movimento in un partito politico.

Un giorno storico per la Colombia. Dopo più di 50 anni, le Farc hanno concluso la riconsegna delle armi alle Nazioni Unite, come previsto dalla firma degli accordi di pace fra i guerriglieri e il governo del Presidente Juan Manuel Santos. 

Con un giorno di anticipo, le Forze Armate Rivoluzionarie hanno letteralmente chiuso le 7.132 armi in loro possesso in contenitori dell’Onu dove verranno tenute con tutte le misure di sicurezza.

La conferma arriva da una nota delle Nazioni Unite che spiegano di aver ricevuto le armi appartenute ai guerriglieri delle Forze Armate Rivoluzionarie. Solo una piccola parte di quelle armi è rimasta nelle mani delle Farc: serviranno per garantire protezione a quei 26 villaggi rurali dove si trovano i circa 7.000 guerriglieri che stanno affrontando il passaggio alla vita civile. 

Un rapporto consegnato, appunto, con 24 ore di anticipo rispetto alla cerimonia ufficiale (prevista per martedì nel comune di Mesetas in Colombia meridionale alla presenza del presidente Juan Manuel Santos e del comandante del gruppo Insurgente, Timoleón Jiménez) in cui le Farc ‘certificheranno’ il loro addio alla lotta armata per trasformare il movimento in un partito politico.

In oltre 50 anni di conflitto interno, il più lungo dell’America Latina, sono morte più di 200.000 persone (l’80 per cento civili) e ci sono stati otto milioni di sfollati. La riforma firmata nel 2016 prevede - oltre al disarmo - una riforma agraria e la partecipazione degli ex ribelli alla vita politica, ma «senza rappresaglia», la fine della produzione di coca e una transizione giudiziaria che si affianca al reinserimento degli ex ribelli nella vita civile del Paese. Un processo di pace delicato, durato quattro anni per cui il presidente Juan Manuel Santos ha lavorato a lungo e per cui ha ottenuto nel 2016 il premio Nobel per la Pace.

domenica 16 aprile 2017

Fine di una guerra - Colombia, nel villaggio dove le Farc imparano la pace: “Ora combattiamo con le parole”

La Stampa
Viaggio nell’accampamento dei guerriglieri nella giungla. Fra lezioni e assemblee, così si preparano alla vita civile: «Non ci siamo arresi, lotteremo come partito politico» La pace, per i guerriglieri delle Farc, ha il sapore di una sigaretta dopo il tramonto.
Li chiamano "bambini della pace" nati dopo l'accordo tra le FARC e il Governo Colombiano
Un piacere vietato durante la guerra, quando gli aerei dell’esercito setacciavano la giungla al buio: qualsiasi fonte luminosa era bersaglio di un bombardamento. Lo scorso novembre - dopo 52 anni di guerra e 260 mila morti - è stato firmato lo storico accordo di pace. A gennaio 7 mila guerriglieri hanno compiuto a ritroso il percorso che li aveva portati nella giungla: ora sono concentrati in 26 zone di «transizione e normalizzazione», accampamenti in cui si preparano al reinserimento nella vita civile.

«Sono ottimista per il futuro - racconta Mireya -. Non ho mai vissuto in città, dovranno essere gli altri colombiani a insegnarmi». Il primo passo sarà disfarsi del nome di battaglia, che tutti continuano a usare, e riappropriarsi dell’identità perduta.

domenica 19 marzo 2017

Decine di attivisti per i diritti umani sono stati uccisi in Colombia nel 2016

TPI
Lo rivela un report dell'alto commissariato per i diritti umani delle Nazioni Unite, che chiede al governo colombiano di intervenire per proteggere gli attivisti

Manifestazione a Barcellona organizzata per esprimere solidarietà ai difensori dei diritti umani in Colombia

Decine di attivisti per i diritti umani sono stati uccisi in Colombia nel 2016, secondo un report dell'Alto commissariato per i diritti umani delle Nazioni Unite.

Molte delle vittime sono leader delle associazioni che si battono per i diritti umani o membri di gruppi di sinistra. Nel report si chiede al governo di provvedere a fornire una maggiore protezione ai cittadini.

Le aree con coltivazioni di droghe sono quelle più pericolose secondo gli autori del documento diffuso dalle Nazioni Unite. Nel rapporto si avverte che i gruppi armati si stanno muovendo verso i territori precedentemente occupati dai ribelli della Farc, le forze armate rivoluzionarie colombiane. 

Dopo un accordo di pace firmato a novembre 2016, i ribelli della Farc si sono spostati in alcune zone di transizione. Le Nazioni Unite hanno affermato che i gruppi armati illegali stanno combattendo per la conquista di territori e risorse.

Il rappresentante delle Nazioni Unite in Colombia, Todd Howland, ha detto che i gruppi sono spesso coinvolti nel traffico di droghe e nell'estrazione illegale dell'oro. Vedendo gli attivisti come una minaccia per le loro attività.

Il ministro degli Interni colombiano, Juan Fernando Cristo, è intervenuto allarmato sostenendo che la violenza contro gli attivisti che si battono per i diritti umani potrebbe danneggiare l'accordo di pace.

“Siamo tutti interessati ad affrontare queste minacce e questi omicidi perché sappiamo che possono intaccare le possibilità di consolidare la pace in Colombia”, ha detto.

giovedì 23 febbraio 2017

Colombia, l'ultima marcia delle Farc: settemila ex guerriglieri smobilitano dopo la pace

La Repubblica 
Entro il 30 giugno tutte le armi saranno consegnate ai delegati Onu. Ma intanto gli ultimi contingenti si ritirano. È la fine di un ciclo di violenze. Ma i rivoluzionari chiedono che sia garantito il processo di reintegrazione

La foto fornita dalla segreteria delle Farc e dal governo colombiano. Immortala i momenti che hanno scandito l'arrivo dell'ultimo contingente di guerriglieri del Fronte Terzo, 14 e 15 giunti nella Zona Veredal Transitoria de Normalización (Zvtn) di Agua Bonita, nella Montañita Caquetá.
Rio De Janeiro - L'ultima, grande marcia delle Fuerzas armadas revolucionarias de Colombia (Farc-Ep) si è conclusa. Quasi settemila ex combattenti del più longevo gruppo della guerriglia latinoamericana hanno compiuto a ritroso il cammino che 52 anni fa li aveva spinti verso la giungla colombiana per avviare la lotta armata contro il potere centrale di Bogotà. 

La smobilitazione è uno dei punti centrali dell'accordo raggiunto il 13 novembre scorso dopo la bocciatura del referendum, la revisione dei capitoli più contestati e l'approvazione definitiva da parte del Congresso.

È la fine di un ciclo che appariva inarrestabile, avvolto in una spirale di violenze e trattative sempre fallite; con questo gesto segna l'inizio di una nuova epoca per la Colombia e i colombiani. Un'epoca nella quale, per la prima volta, le parole sostituiranno le armi e il paese potrà finalmente aspirare ad una pace piena.



di Daniele Mastrogiacomo

venerdì 10 febbraio 2017

Colombia, durante il processo di pace uccisi 17 leader sociali e difensori dei diritti umani

Vatican Insider
Colombia, un processo di pace con aumento dei crimini politici.
Dall’inizio dell’anno sono stati uccisi 17 leader sociali, politici, sindacali e difensori dei diritti umani. Nel 2016 furono assassinate oltre 1000 persone


In Colombia, dal 1° dicembre scorso, giorno in cui il Parlamento ha sancito gli «Accordi di pace» tra il governo del presidente Manuel Santos e l’ex guerriglia delle Farc, sino a oggi, sono stati assassinati 17 leader sociali, politici, sindacali e difensori dei diritti umani, tutte vittime della violenza della criminalità organizzata e dalle rappresaglie paramilitari. 

La conferma di tale tragica notizia che adombra il difficile processo di pace in corso è stata confermata dalle autorità tramite l’unità statale per le vittime e da Peter Maurer, presidente del comitato internazionale della Croce rossa. La preoccupazione nel Paese è in crescita anche perché la stampa locale sottolinea che a queste 17 vittime si devono sommare almeno altri 100/120 omicidi quasi identici nel corso nel 2016, realtà denunciata dall’Alto Commissario Onu per i Diritti umani.

Il fantasma della storia che si ripete
L’aumento di questi omicidi è stata una delle questione discusse nel «XVI Vertice dei Premi Nobel» e in particolare da due di loro, Jody Williams e Leymah Gbowee, che si sono espressi con duri richiami al governo: «Non è possibile costruire la pace vera se nel frattempo si permette di uccidere esponenti del popolo». A molti, fuori e dentro della Colombia, in questi giorni sono venuti in mente i 3mila omicidi di membri della Unión Patriótica (Up) dopo il fallito processo di pace ai tempi del presidente Belisario Betancur. L’ondata di crimini si prolungò dal 1984 al 2002, tra le vittime si contarono due politici che preparavano le loro candidature alla presidenza. Nel 2013 il Consiglio di Stato della Colombia ha sentenziato che quello che accadde in quegli anni fu un vero e proprio «genocidio politico».

Un fenomeno simile, seppure di dimensioni più contenute, si registrò per alcuni mesi dopo il 1990 con il M-19, in seguito al processo di smobilitazione per farlo diventare un partito politico costituzionale, con il nome di Alianza Democrática, dopo il suo passato di gruppo guerrigliero di sinistra.

Denunce e proteste
Intanto crescono le polemiche perché, da più parti, si assicura che alle denunce non fanno seguito azioni governative di indagini o inchiesta, oppure la ex guerriglia punta il dito contro i paramilitari mentre questi a loro volta accusano le bande della narco-guerriglia non ancora smobilitate.

La Chiesa colombiana è vivamente preoccupata per quanto sta accadendo nel paese e tra i molti vescovi che si sono pronunciati sulla questione c’è monsignor Hugo Alberto Torres Marín, vescovo di Apartado. In una dichiarazione il Presule denuncia sostanzialmente due fenomeni gravissimi: da un lato l’esistenza di ampi territori del Paese fuori dal controllo dello Stato e il fatto che gruppi di paramilitari e di narcotrafficanti stiano subentrando nei territori dove la guerriglia si è ritirata.

Il governo di Santos, che in un primo momento sembrava aver sottovalutato il fenomeno, negli ultimi giorni ha reagito alzando il livello dell’allerta e delle indagini.
Alle spalle un passato difficile
Sebbene da anni i media del mondo sottolineino le molteplice forme della violenza in Colombia, in particolare dei gruppi armati di sinistra e di destra nonché dei cartelli del narcotraffico, non sempre si ricorda che questa nazione sudamericana ha alle spalle una storia violenta molto radicata. Tutto cominciò quasi 70 anni fa, quando un esaltato imbevuto di una certa retorica anti-politica, Juan Roa Sierra, uccise un prestigioso e amato uomo politico cattolico: Jorge Eliecer Gaitán, leader del Partito liberale.

Era il 9 aprile 1948. La reazione della folla fu terribile: l’autore del crimine venne linciato e crocifisso alle porte del palazzo. Quel giorno cominciò un’ondata di violenza inaudita, da allora conosciuta con il nome di «Bogotazo», che non si è mai fermata.

Per molti anni, fra liberali e conservatori (accusati di essere dietro all’omicidio di Gaitán) fu guerra civile e la storia ufficiale ricorda questo periodo con una dicitura semplice ma significativa: «La violenza». Questa guerra civile non dichiarata si prolungò fino al 1957 quando i due partiti si accordarono per formare un «Frente Nacional» che stabiliva un’alternanza nel potere. Intanto i morti, secondo i calcoli ufficiali, furono quasi 300mila. A questi si devono aggiungere oltre 220mila vittime del periodo successivo, quando entrarono in gioco gli attori di oggi: gruppi armati marxisti-leninisti, paramilitari di estrema destra e signori del narcotraffico.
In Colombia la pace è due volte più difficile
Si sa, la pace è difficile, anzi è più difficile che fare la guerra, ma in Colombia, considerata la sua storia degli ultimi settant’anni, questa pace è ancora più difficile perché diverse generazioni hanno conosciuto sempre la guerra, nelle sue molteplici forme: piccole e grandi, nel Paese e nei quartieri, nelle città e nelle campagne, nei media e nelle istituzioni, in pratica ovunque.

È questa la motivazione di fondo che troviamo nel magistero dei vescovi colombiani quando, con insistenza, chiamano alla conversione dei cuori e al cambiamento di mentalità. In altre parole, seppure importanti e necessari, non bastano gli accordi, i negoziati e i trattati. Occorre andare in profondità, al cuore, l’unico luogo dove, direbbe papa Francesco, la pace è veramente «blindata».

Ad Assisi, l’anno scorso, papa Francesco disse: «Pace, un filo di speranza che collega la terra al cielo, una parola tanto semplice e difficile al tempo stesso. Pace vuol dire Perdono che, frutto della conversione e della preghiera, nasce dal di dentro e, in nome di Dio, rende possibile sanare le ferite del passato. Pace significa Accoglienza, disponibilità al dialogo, superamento delle chiusure, che non sono strategie di sicurezza, ma ponti sul vuoto. Pace vuol dire Collaborazione, scambio vivo e concreto con l’altro, che costituisce un dono e non un problema, un fratello con cui provare a costruire un mondo migliore. Pace significa Educazione: una chiamata ad imparare ogni giorno la difficile arte della comunione, ad acquisire la cultura dell’incontro, purificando la coscienza da ogni tentazione di violenza e di irrigidimento, contrarie al nome di Dio e alla dignità dell’uomo».

È questa la vera sfida che il popolo colombiano deve vincere.

venerdì 30 dicembre 2016

Colombia. Amnistia per guerriglia e militari consolida la pace. Senato approva all'unanimità

Il Manifesto
Una legge "storica". Così il governo colombiano ha commentato l'approvazione dell'amnistia da parte del Senato: "il primo passo per consolidare la pace", ha detto Santos, insignito del Nobel per aver portato a casa la firma degli accordi con la guerriglia marxista delle Farc. 


Il testo prevede un trattamento giuridico speciale, amnistia e indulto ai componenti delle Farc accusati di reati politici, e riguarda anche i militari.
Esclude dai benefici i responsabili di delitti di lesa umanità, genocidio, violenze sessuali, tortura ed esecuzioni extragiudiziarie. Chi confessa i crimini più gravi davanti a un tribunale speciale che dovrà presiedere alla giustizia di transizione, potrà accedere alle pene alternative al carcere. Se non accetta e viene ritenuto colpevole, dovrà scontare una pena che va da 8 a vent'anni.
Entro il 30 gennaio si saprà quanti guerriglieri verranno esclusi dalla disposizione di legge. Gli agenti dello Stato o i civili responsabili di violenze nel conflitto armato (che dura da oltre cinquant'anni) interessati dall'amnistia sarebbero circa 5.000, e circa 1.200 quelli che uscirebbero dal carcere. Il Senato ha approvato la legge con 69 voti a favore e nessun contrario. In precedenza, l'amnistia era passata alla Camera con 121 voti a favore e nessuna opposizione.
L'estrema destra del Centro democratico, diretto dall'ex presidente Alvaro Uribe, in prima fila contro gli accordi di pace, ha partecipato alla discussione in entrambe le Camere, ma è uscito dall'aula al momento del voto. 

Le Camere hanno deliberato in sessione straordinaria, in base a una procedura d'urgenza (fast track) stabilita il 24 novembre scorso, al momento della firma dell'accordo rivisto, dopo la bocciatura al referendum voluto da Santos. Ora l'ultima parola spetta alla Corte Costituzionale la cui decisione verrà ratificata da Santos.
Potrà allora cominciare la smobilitazione dei circa 5.700 guerriglieri che avevano bloccato il processo di rientro nella vita politica a causa dei ritardi nell'approvazione della normativa. Ora potranno trasferirsi nelle 26 zone stabilite dagli accordi, in attesa che si apra davvero la fase del post-accordo. Un percorso tutt'altro che lineare in un paese che, in America latina, gioca lo stesso ruolo di Israele in Medioriente. Un ruolo che, se i decisori rimangono gli stessi, avrà una ulteriore accelerazione con la firma degli accordi di partenariato con la Nato, annunciata da Santos. E resta in sospeso l'accordo con l'altra guerriglia storica, quella guevarista dell'Eln, che ha auspicato la ripresa dei negoziati.

di Geraldina Colotti

martedì 29 novembre 2016

Firmato il nuovo accordo per la pace tra governo della Colombia e FARC

Osservatore Romano
Passo decisivo verso una pace duratura in Colombia. Il presidente Juan Manuel Santos e il leader delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc), Timochenko, hanno firmato ieri un nuovo accordo di pace, dopo la bocciatura della prima intesa nel referendum dello scorso 2 ottobre.

L’accordo è stato firmato durante una cerimonia che si è svolta nel teatro Colón di Bogotá. Santos e Timochenko si sono limitati a un breve discorso. «Voglio invitarvi a dare un’opportunità alla pace», ha sottolineato durante il suo intervento il presidente colombiano, ricordando brevemente le principali modifiche incluse nel nuovo accordo e rimarcando «l’urgenza della pace» nel paese. 

Mentre Timochenko ha evidenziato il sostegno dei giovani al processo di pacificazione, ribadendo la proposta di perdono alle vittime delle Farc. Il nuovo accordo tra le due parti, annunciato lo scorso 12 novembre dall’Avana, prevede modiche rispetto all’intesa precedente, considerate però insufficienti dall’opposizione, che ha appoggiato il no al referendum del 2 ottobre. 

L’intesa sarà confermata dal parlamento, ma senza che si proceda a nuove votazioni, pertanto non verrà sottoposto a referendum. Questo costituisce uno dei motivi per i quali è stato già respinto dall’opposizione guidata dall’ex presidente Álvaro Uribe, del partito Centro democratico, il quale ha definito il meccanismo adottato un «golpe contro il popolo e la democrazia». Dal canto suo, Santos ha la maggioranza nelle due Camere e può contare sul sostegno di altri partiti. Il dibattito parlamentare inizierà martedì prossimo.

lunedì 26 settembre 2016

"In Colombia la guerra è finita!". Oggi a Cartagena si sigla la pace tra Farc e governo colombiano

Adnkronos
"La guerra è finita, lunga vita alla Colombia, lunga vita alla pace". Con queste parole il comandante delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia Ivan Marquez ha annunciato l'approvazione all'unanimità dell'accordo di pace con il governo colombiano da parte del Congresso delle Farc.



L'accordo è stato firmato lo scorso 24 agosto all'Avana e mette fine a una guerra civile cominciata nel 1964 che ha causato circa 220mila morti, 45mila dispersi e più di 7 milioni di sfollati. 

L'intesa, cui ha fatto seguito un cessate il fuoco bilaterale e definitivo in vigore dal 29 agosto, sarà firmato oggi dal presidente colombiano Juan Manuel Santos e dai leader delle Farc, e sottoposto con un referendum al voto dei colombiani il 2 ottobre.

I combattenti dell’organizzazione guerrigliera più antica e numerosa del Paese si sono impegnati a deporre le armi, a rispettare lo stato di diritto e ad abbandonare la lotta armata. Le Farc potranno trasformarsi in un partito politico e i suoi affiliati ritornare alla vita civile. In particolare, alle Farc verranno assegnati di diritto 10 seggi nel Congresso per due legislature, fino al 2026. Dopo, dovranno dimostrare la propria forza alle urne.

In occasione del bilaterale Usa-Colombia che ha avuto luogo a margine dell'Assemblea generale dell'Onu, il presidente americano Barack Obama ha definito l'accordo di pace tra le Farc e il governo di Bogotà "un risultato storico" dopo 52 anni di conflitto armato, che "offre alla Colombia l'opportunità di aprire un nuovo capitolo della sua storia". "L'accordo - ha proseguito Obama - porterà benefici all'intera regione e al popolo colombiano. Ci vuole coraggio e impegno da parte di tutti. E noi siamo orgogliosi di aver avuto una piccola parte nel far avanzare il dialogo".

"Quando ho deciso di prendere l'iniziativa - ha ricordato il presidente colombiano Santos - una delle prime persone che ho informato è stato il presidente Obama. Da allora, mi è stato di grande sostegno. Tutti i giorni, tutte le settimane mi ha chiesto come stesse andando e mi ha sostenuto in tutti i modi possibili". Santos, a New York per presentare l'accordo di pace al governo americano e all'Onu, è adesso alla ricerca di fondi per finanziare una delle sfide più complesse del processo di pace, rimuovere le mine antiuomo presenti su più di metà del territorio.

La storica cerimonia per la firma degli accordi di pace si svolgerà oggi nella città caraibica di Cartagena de Indias. Alla cerimonia saranno presenti, tra gli altri, il segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon, il segretario di Stato americano John Kerry, l'Alto rappresentante per la politica estera dell'Ue Federica Mogherini, il presidente della Banca mondiale Jim Yong Kim, la direttrice del Fmi Christine Lagarde, e i tredici capi di Stato della regione (Messico, Guatemala, Honduras, El Salvador, Costa Rica, Panama, Cuba, Venezuela, Repubblica Dominicana, Ecuador, Perù, Cile e Paraguay).

venerdì 9 settembre 2016

Colombia: la pace in comincia con la resa dei bambini-soldato

La Stampa
Un accordo fra il governo e la Farc stabilisce che li accolga la Croce Rossa. Sarà un viaggio fuori dal tempo e dalla paura, quello che s'inizia oggi per migliaia di bimbi e di ragazzi nell'intrico fitto della giungla colombiana. In una guerra, questa delle Farc, che dopo 52 anni ora finisce e consegna le armi alla pace, saranno infatti i bambini - i guerriglieri bambini - i primi ad andar via dai campi mimetizzati e inaccessibili dove hanno vissuto i loro anni d'una infanzia senza giochi.

L'accordo firmato all'Avana tra il governo di Bogotá e i rappresentanti della Farc fissa che entro sabato 10 "tutti i minorenni" dovranno essere trasferiti nei campi di raccolta gestiti dall'Unicef, consegnandosi ai delegati della Croce Rossa Internazionale. 

La pace era stata firmata il 24 agosto, sempre a Cuba. Ma era soltanto un impegno di buona volontà. Erano 297 pagine, con un'ampia articolazione dei tempi e dei modi di attuazione dell'impegno; restavano da fissare le forme minute, dettagliate, di questo calendario, e sono quelle che da oggi cominciano a diventare una realtà con questo viaggio dei bimbi-guerriglieri fuori dalla giungla.
È un viaggio della speranza: cambiare la loro vita sarà un processo lungo, che comporta l'intervento di centinaia di psicologi ed educatori che dovranno aiutare questi ragazzi a imparare a vivere giorni e costumi profondamente diversi dagli anni passati nella geografia della guerra. Nei 52 anni della loro ribellione al governo, le Farc (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia) avevano saputo creare una sorta di Stato nello Stato, controllando un territorio dove amministravano potere e giustizia al di fuori delle istituzioni legali.
Questa "autonomia" è costata alla Colombia 260 mila morti (177.307 erano gente travolta dalla violenza della guerra senza volerne esser parte) e più di 60 mila desaparecidos, e ha costretto quasi 7 milioni di contadini e di abitanti di piccoli villaggi ad abbandonare le case e le terre e farsi profughi privi di risorse. Era una vera guerra, durante la quale le Farc hanno manovrato un esercito che è arrivato a schierare 28 mila uomini; ma negli ultimi anni, durante la passata presidenza di Alvaro Uribe, il governo di Bogotá - con l'aiuto determinante dei marines e delle forze speciali americane - era riuscito a contenere l'azione della guerriglia, e a disseccarne molte delle fonti di mantenimento, a cominciare dal traffico della droga.

Tra le migliaia di bimbi-soldato che in questo ore vengono raccolti dai delegati della Cri, molti, e anzi la gran parte, sono vissuti sempre nel territorio di San Vicente del Caguán, dove la guerra era la legge quotidiana che segnava i giorni della loro difficile infanzia. 

Figli di guerriglieri, o di contadini arruolati nella guerriglia, saranno ora aiutati a inserirsi in un mondo che nemmeno conoscono, con la frequentazione di scuole, per i più piccoli, e con l'avvio a una pratica professionale, per gli adolescenti. "Non sarà affatto facile", diceva ieri all'Avana Humberto de la Calle, delegato del governo di Bogotá, e intendeva dire che non soltanto dovrà essere realizzato un programma che, per dimensioni e progettualità, ha ben pochi modelli di riferimento, ma anche che ci sono tuttora molti ostacoli, e ben seri, per la realizzazione dell'accordo di pace.
In un Paese che da più di mezzo secolo ha dovuto convivere con la violenza della guerra, le forze contrarie a questo accordo hanno inevitabilmente un peso politico e sociale di gran rilievo, a cominciare dalla leadership che si è assunta lo stesso ex presidente Uribe. La sua opposizione sostiene che i guerriglieri ricavano da questo accordo vantaggi "troppo generosi", sottraendoli di fatto al verdetto della giustizia e guadagnandogli per 2 legislature 10 seggi nel parlamento di Bogotá. 

Il presidente in carica, Juan Manuel Santos, che firmerà ufficialmente l'accordo il 26 nella città di Cartagena, offre invece al voto del suo Paese (il 2 ottobre la Colombia sceglierà con un referendum se confermare quella firma) una speranza che cambierà "totalmente", come egli dice, il corso della storia nazionale.

Dice Santos: "Per la prima volta da un tempo immemorabile, l'intera America, dall'Alaska alla Terra del Fuoco, non avrà più cronache di guerra nelle sue terre". È un risultato storico, ma per farlo in realtà passeranno molti anni. Un sondaggio di questi giorni assegna il 32% di consenso all'accordo, contro un 30%; ma intanto, dal 13 al 19, nella giungla di San Vicente del Caguán si riunirà il comando generale delle Farc, con la presenza di 200 delegati, che dovranno accettare di consegnare le loro armi al governo entro 6 mesi. Anche tra i guerriglieri ci sono forti resistenze, un precedente accordo era finito con l'uccisione di 3 mila di loro ch'erano passati alla vita civile. Non è una memoria incoraggiante.

martedì 31 maggio 2016

Colombia - Liberati i tre giornalisti tra cui la corrispondente spagnola Salud Hernández

Rai News
Colombia, liberati 3 giornalisti sequestrati dall’Eln La giornalista spagnola Salud Hernandez-Mora, corrispondente del quotidiano spagnolo El Mundo in Colombia, è stata liberata dalle milizie dell'Esercito di Liberazione Nazionale (Eln), che l'avevano sequestrata una settimana fa. 


Mentre il reporter Diego D'Pablos e il cameraman Carlos Melo, entrambi dipendenti dell'emittente colombiana Rcn, sequestrati all'inizio della settimana scorsa, sono invece stati liberati poche ore dopo. 

I due hanno riferito di esser stati trattati bene. La cronista spagnola Salud Hernandez-Mora, subito dopo essere liberata, ha rilasciato un’intervista al giornale El Tiempo, raccontando i sei giorni vissuti nella giungla amazzonica. "Il mio è stato un sequestro di persona e l'Eln mi ha ingannata: io credevo di essere lì per un'intervista". Prima di questa esperienza "non avevo contatti diretti con i miliziani. 

Qualcuno nei giorni precedenti mi ha avvicinato dicendomi che avrei potuto parlare con i comandanti. A me è parsa subito un'opportunità interessante e ho detto 'va bene!'. E quando sono arrivata, invece, mi hanno informata che sarei rimasta con loro per qualche giorno". 

Vale a dire nel folto della foresta, dove i guerriglieri trovano rifugio. La giornalista tiene a precisare che segue il conflitto della guerriglia in Colombia e a proposito dell'accordo di pace tra governo e guerriglia, non è ottimista: "il problema nella regione del Catatumbo e del comune di El Tarra in particolar modo sono le formazioni combattenti. Qui ce ne sono tre: Epl, Farc e Eln. Spesso c'è confusione sull'appartenenza dei singoli guerriglieri, ma tutte e tre fanno sentire forte la loro presenza sul territorio.

 Anche quando sono arrivata in zona ho spiegato ai militanti che se a noi giornalisti non danno la possibilità di raccontare quanto accade qui, tutto viene ignorato, anche dai media nazionali". Sulle prospettive di pace soprattutto con l'Eln, la giornalista è molto critica: "Sia le Farc che l'Eln sono gruppi molto complessi. 

Tra loro poi sussistono anche vari problemi, perché hanno un modo di pensare molto diverso". Secondo Hernandez quindi, "è molto difficile avviare con loro dei negoziati". Qualche critica dalla giornalista anche alla presenza militare in zona durante i giorni del suo sequestro, a suo avviso troppo poco efficace. 

Al contrario, "mi piace il modo della Chiesa di gestire la consegna di una persona, tutto il resto - ha sottolineato - è uno spettacolo mediatico. Ho capito che mi avrebbero rilasciato solo quando all'ennesimo spostamento mi hanno detto che mi avrebbero portato ad una missione della Chiesa cattolica". 

mercoledì 25 maggio 2016

In Colombia è scomparsa la giornalista Salud Hernández e altri due giornalisti

Internazionale
Salud Hernández
A Catatumbo, una regione nel nordest della Colombia controllata da diversi gruppi di guerriglieri, sono scomparsi: la corrispondete del quotidiano spagnolo El Mundo, Salud Hernández, e altri due giornalisti della tv locale Rcn che stavano indagando sulla scomparsa della donna. Per il momento nessun gruppo armato ha rivendicato il rapimento dei giornalisti.

giovedì 3 settembre 2015

Chiesa Venezuela su migranti colombiani espulsi: violati diritti umani

Radio Vaticana
Resta alta la tensione alla frontiera tra Colombia e Venezuela, dopo la decisione del Presidente venezuelano Maduro di chiudere il confine ed espellere numerosi immigrati colombiani, con l’obiettivo di frenare attività criminali e di contrabbando portate avanti da bande paramilitari colombiane. 

Migranti Colombiani al confine con il Venezuela
Ma se tra i Governi sale il livello della polemica, gli episcopati parlano con una sola voce. La Commissione Giustizia e Pace della Conferenza episcopale venezuelama, presieduta dal vescovo mons. Roberto Lückert León - riferisce l'agenzia Sir - ha emesso una nota nella quale si parla di “gravi violazioni dei diritti umani” e di vera e propria “deportazione” a proposito di numerosi colombiani “verso i quali sono molti i vincoli di fraternità e i legami di cooperazione”.

Il dramma delle famiglie separate
La Commissione scrive di essere venuta a conoscenza che in molti casi queste persone sono state “obbligate ad uscire dal Paese in modo violento, senza le loro cose né alimenti, molti di loro solo con i vestiti che indossavano”, e le loro case sono state “espropriate senza alcun ordine dell’autorità giudiziaria e distrutte”. A questo si unisce il dramma di “vedere famiglie separate, soprattutto madri e padri che sono stati obbligati a lasciare i loro figli minorenni in territorio venezuelano”.

Posizione comune dei due vescovi frontalieri di Venezuela e Colombia
​La Commissione chiede che venga ristabilito l’ordine precedente e che venga risarcito chi ha subito torti e furti, concludendo: “Lo Stato ha l’obbligo di garantire i diritti umani di tutti i cittadini compresi gli stranieri sotto la sua giurisdizione”. Si registra inoltre una presa di posizione comune da parte dei due vescovi frontalieri: mons. Mario Moronta, vescovo di San Cristóbal in Venezuela, e mons. Víctor Manuel Ochoa Cadavid, vescovo di Cúcuta in Colombia. I due presuli si sono incontrati con un abbraccio fraterno e hanno pregato insieme per la difficile situazione che vive la frontiera, invitando i Presidenti dei loro Paesi a “parlarsi e a cercare una soluzione”, tenendo presente che la priorità va data “alle persone” senza dimenticare che “storicamente Colombia e Venezuela costituiscono un’unica patria e un solo popolo”. (R.P.)