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mercoledì 7 aprile 2021

Turchia: maxi-processo golpe, ergastoli aggravati (una sorta di 41 bis) per 22 alti ufficiali, sono tra i 497 accusati di partecipazione al tentato golpe

AnsaMed
Un tribunale turco ha condannato all'ergastolo aggravato - una sorta di 41 bis - diversi imputati nel maxi-processo contro 497 persone accusate di aver partecipato alle azioni eversive la notte del fallito colpo di stato del 15 luglio 2016. 


Il carcere a vita, riferisce Anadolu, è stato deciso tra gli altri per l'ex tenente colonnello Umit Gençer, che lesse sulla tv di stato Trt la dichiarazione dei golpisti, e l'ex colonnato Tanju Poshor, che guidò l'occupazione della stessa sede della Trt. Ergastolo anche per l'ex capo della guardia del palazzo presidenziale di Recep Tayyip Erdogan, l'ex maggiore Osman Koltar.

Gli ex militari condannati all'ergastolo risultano in tutto 22. Tra i reati di cui sono stati giudicati colpevoli ci sono quelli di "tentato rovesciamento dell'ordine costituzionale" e "tentato omicidio del presidente". 

La maggioranza degli imputati, già epurati dalle forze armate dopo il fallito putsch, aveva servito presso la guardia presidenziale di Ankara. 

La Turchia ritiene responsabile del tentativo di colpo di stato la rete del magnate e imam Fethullah Gulen, auto-esiliatosi negli Usa, a lungo alleato di Erdogan contro la vecchia guardia kemalista dell'esercito.

venerdì 8 maggio 2020

323 giorni di sciopero della fame in un carcere turco: muore Ibrahim Gokcek il bassista dei Grup Yorum.

La Stampa
Addio a Ibrahim Gokcek. E’ il secondo membro della band a morire per questo tipo di protesta. Erdogan, che ritiene il gruppo legato al Fronte Rivoluzionario della Liberazione Popolare, aveva proibito agli artisti di tenere concerti in patria dal 2016.


Non ce l'ha fatta: Ibrahim Gokcek, bassista della band turca Grup Yorum, è morto oggi dopo 323 giorni di sciopero della fame in un carcere turco, attuato in segno di protesta per le restrizioni del governo nei confronti del gruppo musicale. 

Lo riferiscono i media locali. Il bassista 41enne è morto in un ospedale di Istanbul, dove era stato messo in terapia intensiva dopo aver abbandonato lo sciopero della fame due giorni fa, ma purtroppo le conseguenze del prolungato digiuno gli sono state fatali.

E' il secondo membro del popolare gruppo musicale bandito in Turchia a morire dopo uno sciopero della fame. La band Grup Yorum, che si è formata a Istanbul nel 1985, è conosciuta per le sue canzoni di protesta ed è composta di membri che si alternano a rotazione. Al gruppo era stato vietato di esibirsi in Turchia dal 2016, e le autorità avevano incarcerato alcuni dei suoi membri. I

l governo di Erdogan ha accusato Grup Yorum di legami con il Fronte Rivoluzionario della Liberazione Popolare, il gruppo militante indicato come organizzazione terroristica dalla Turchia, dagli Stati Uniti e dall'UE. 

Il digiuno di Gokcek era stato interrotto due giorni fa, dopo che Erdogan aveva ceduto alle pressioni internazionali accettando che la band potesse tornare a suonare. 

lunedì 27 aprile 2020

Turchia - Erdoğan svuota le carceri per il covid-19 liberando 90.000 detenuti, ma lascia dentro oppositori politici e giornalisti

Linkiesta
Con una contestata riforma giudiziaria, il Parlamento turco metterà in libertà circa 90mila detenuti, ma non gli intellettuali e i politici critici col governo, incarcerati con l’accusa di vicinanza a organizzazioni terroristiche.


Una controversa riforma, votata d’emergenza per svuotare le carceri sovraffollate: è questo, in Turchia, uno degli effetti della crisi provocata dalla pandemia di coronavirus. Poco dopo la morte per Covid di 3 detenuti su un totale di 17 contagiati – registrata lo scorso 13 aprile – il parlamento di Ankara ha approvato un nuovo regolamento sull’esecuzione penale, proposto dal partito di governo AKP del presidente Erdoğan, che permette a circa 90mila carcerati di uscire di prigione prima dei termini di condanna.

Di questa riduzione possono beneficiare i detenuti che abbiano già scontato almeno metà della pena, mentre chi verrà condannato per reati commessi entro il 30 marzo non finirà in carcere, ma sarà costretto alla libertà vigilata. Non tutti i carcerati possono però avvalersi degli sconti di pena: la riforma esclude infatti i prigionieri in attesa di giudizio e quelli condannati per reati relativi a traffico di droga, omicidi premeditati, abusi sessuali e violenza su donne e bambini.

Resta in carcere anche chi è stato condannato per reati relativi al terrorismo, ed è su questo punto che le critiche dei partiti di opposizione e delle associazioni per i diritti umani si sono concentrate.

Se il provvedimento allevia indubbiamente il dramma del sovraffollamento nelle carceri in Turchia – dove prima delle legge erano recluse quasi 300mila persone in strutture con una capienza nettamente inferiore – la riforma ha ricevuto numerose critiche ed è stata approvata, il 14 aprile, dopo una dura battaglia parlamentare.

Le formazioni politiche contrarie, come anche molte associazioni di avvocati, contestano il fatto che l’ampia definizione di “reati per terrorismo” costringerà a restare in prigione anche molti giornalisti, intellettuali e politici critici del governo che negli ultimi quattro anni sono stati incarcerati con l’accusa di vicinanza ad organizzazioni terroristiche.

Si tratta di qualche centinaio di persone, tra cui spiccano nomi noti anche a livello internazionale come quello dello scrittore e giornalista Ahmet Altan, dell’uomo d’affari impegnato politicamente a favore delle minoranze Osman Kavala e dell’ex co-presidente del partito filo curdo HDP – il “Partito Democratico dei Popoli”, la terza forza politica più rappresentata nel Parlamento turco – Selahattin Demirtaş.

Secondo i critici, queste persone sono in realtà in prigione a causa di opinioni politiche critiche nei confronti di Erdoğan e non per i reati di terrorismo per cui sono stati condannati. Sarà questa una delle motivazioni che il socialdemocratico Partito Repubblicano del Popolo (CHP), principale partito di opposizione, porterà nei prossimi giorni davanti alla Corte Costituzionale nel presentare ricorso contro la riforma.

giovedì 20 febbraio 2020

Turchia - Osman Kavala filantropo anti-Erdogan assolto ieri nel processo Gezi Park , arrestato di nuovo per tentato golpe

Ansa
La procura di Istanbul ha emesso un nuovo mandato d'arresto per Osman Kavala, l'imprenditore e filantropo assolto oggi nel processo Gezi Park, che doveva essere liberato dopo 840 giorni di carcerazione preventiva. 


Il nuovo mandato è stato emesso nell'ambito di indagini sul fallito colpo di Stato del 15 luglio 2016.

sabato 7 settembre 2019

'Colpevole' di essersi opposta a Erdogan, condannata a nove anni la leader dell'opposizione Kaftancioglu

Globalist
Canan Kaftancioglu è il braccio destro del sindaco di Istanbul Imamoglu, che a giugno ha conseguito una storica vittoria nella città sul Bosforo.
Canan Kaftancioglu
Canan Kaftancioglu, presidente della provincia di Istanbul del principale partito di opposizione turco, il Chp, è stata condannata in primo grado a 9 anni, 8 mesi e 20 giorni con cinque diversi capi di imputazione tra cui compaiono 'propaganda terroristica', 'offesa al presidente della Repubblica' Erdogan e 'offesa alla Repubblica turca'. Alla base della condanna ci sono 35 tweet da lei scritti tra il 2017 e il 2018.
Kaftancioglu è il braccio destro del sindaco di Istanbul Ekrem Imamoglu, che nello scorso giugno ha conseguito una storica vittoria strappando la città al partito di Erdogan. Lo stesso sindaco era presente al processo per solidarietà e ha sposato la linea del partito di opposizone al sultano: "questo processo è una vendetta per il devastante danno di immagine che questa politica donna ha inflitto al potere di Erdogan".

C'è da specificare che Kaftancioglu non rischia il carcere, perché secondo la legge turca non si viene incarcerati per condanne che non superino i cinque anni. Nessuno dei capi d'accusa alla donna rientra nei parametri e non è stato emesso nessun mandato d'arresto nei suoi confronti. Il caso andrà comunque in appello.

domenica 30 settembre 2018

Erdogan chiede alla Merkel di estradare 69 cittadini turchi rifugiati in Germania

Faro di Roma
Il presidente turco Erdogan avrebbe consegnato al cancelliere trdesco Angela Merkel, una lista di 69 persone accusate da Ankara di «connivenze o complicità» con presunte organizzazione terroristiche e che avrebbero trovato rifugio in Germania.


La lista, in cui compaiono anche accademici e giornalisti, comprenderebbe gli indirizzi e fotografie delle persone indicate. Da parte tedesca non c’è stato finora nessun commento.

Intanto, il giornalista turco Can Dündar — che vive in esilio in Germania dal 2016 dopo essere stato arrestato e rilasciato per alcune sue pubblicazioni ritenute legate ad attività sovversive — ha fatto sapere di aver rinunciato a partecipare alla conferenza stampa congiunta tenuta da Merkel e da Erdoğan, spiegando di aver «deciso di non partecipare dopo che il presidente turco aveva minacciato di disdire la conferenza, se il giornalista vi avesse preso parte, come annunciato nei giorni scorsi». 

Di fronte alla domanda di un altro giornalista, il presidente turco ha affermato che «Can Dündar è un agente e ha violato il segreto di stato».

venerdì 31 agosto 2018

Erdogan è pronto a reintrodurre la pena di morte in Turchia

Lettera 43
Secondo il quotidiano Cumhuriyet, è stato trovato l'accordo politico. La notizia, se confermata, allontanerebbe definitivamente l'Ue. Con cui Ankara dice di volere ricucire.
Una manifestazione a favore della pena di morte in Turchia, dopo il presunto golpe del 2016.
Torna ad alzarsi sulla Turchia lo spettro della pena di morte. Stando a quanto riportato il 28 agosto dal quotidiano turco di centrosinistra Cumhuriyet, il presidente Recep Tayyip Erdogan è arrivato a un accordo sulla reintroduzione della pena capitale con l'alleato Devlet Bahceli, leader del partito di estrema destra Partito del movimento nazionalista (Mhp). 

Abolita definitivamente nel 2004 nell'ambito dell'avvio del processo di adesione di Ankara all'Unione europea, la pena di morte sarebbe applicabile ai «casi di terrorismo» e a quelli di «omicidio di donne e bambini». 

Tra Erdogan e Bahceli, riporta la testata in circolazione più antica del Paese, i colloqui sul tema sono stati avviati alla fine di luglio. Se l'accordo si concretizzasse, pregiudicherebbe - una volta per tutte - l'ingresso di Ankara nell'Ue, già ora appeso a un filo a causa della deriva autoritaria del governo e di un'agenda definita dal presidente francese Emmanuel Macron «anti-Europea».

Il paradosso è che la notizia dell'intesa sulla pena di morte - incompatibile con l'adesione di un Paese alla Unione europea - arriva in un momento in cui la Turchia si dice intenzionata a riportare in carreggiata i colloqui con Bruxelles. 

Il 29 agosto, il ministro degli Esteri Mevlut Cavusoglu ha dichiarato che Ankara privilegerà le riforme utili ad accelerarne l'ingresso nell'Unione - come la liberalizzazione dei visti -, spiegando di aspettarsi «di vedere i risultati di tali sforzi». Cavusoglu ha annunciato la re-istituzione del comitato ad hoc Reform Action Group, "congelato" nel 2015, composto dai ministri di Interno e Giustizia e deputato a sorvegliare sul rispetto della road map. Il ministro degli Esteri ha anche citato, a dimostrazione delle buone intenzioni della Turchia, la cessazione annunciata nel luglio scorso dello stato di emergenza, attivato in seguito al presunto golpe del 2016 e, a dire il vero, diventato superfluo dopo che un decreto presidenziale dello scorso luglio ha stralciato 74 articoli della Carta e consegnato a Erdogan il potere di bypassare il parlamento.
La posizione ondivaga di erdogan sulla pena di morte
Il decreto presidenziale di luglio ha completato il percorso avviato con il referendum costituzionale dell'aprile del 2017, che ha ampliato i poteri di Erdogan ed è stato indetto e approvato grazie ai voti decisivi del partito di Bahceli. L'ex vicepremier, a capo dell'Mhp dal 1997, ha sempre fondato il proprio programma elettorale sulla legittimità dello strumento della pena di morte e potrebbe rivendicare come successo personale una sua reintroduzione. 

Erdogan, viceversa, all'inizio della propria carriera politica si schierò fermamente contro la pena capitale, salvo poi cambiare idea in tempi più recenti. Soprattutto, in seguito al presunto colpo di Stato di due anni fa, il presidente turco ha invocato il ritorno - via referendum - delle esecuzioni, specie per gli uomini dietro il golpe. «È il popolo a chiederla e noi non possiamo ignorare questa richiesta», disse, provocando la reazione della cancelliera tedesca Angela Merkel: «Un Paese che ha la pena di morte non può essere membro dell'Ue».

Ancora il primo agosto scorso, partecipando a una cerimonia funebre per la moglie di un soldato turco e suo figlio di 11 mesi uccisi da un ordigno attribuito dai media di Stato ai militandi curdi del Pkk, Erdogan ha dichiarato: «Fratelli miei, voi sapete quanto io sia sensibile alla pena di morte. Una volta che verrà votata dal parlamento, per me non ci saranno ostacoli ad approvarla. Lo farò». 

Ora la notizia dell'accordo politico. Che, se confermato, rappresenterebbe l'ultimo - e probabilmente definitivo - strappo con Bruxelles.

venerdì 3 agosto 2018

Migranti: fermati 50 turchi, oppositori di Erdogan, in fuga dalle purghe verso Rodi.

AnsaMed
Istanbul - Almeno 50 persone sospettate di legami con la presunta rete golpista di Fethullah Gulen sono state fermate sabato nella parte settentrionale di Cipro, controllata di fatto dalla Turchia, mentre si stavano preparando a fuggire verso l'isola greca di Rodi. 


I fermati sono stati consegnati a funzionari dell'Interpol di Ankara, secondo il ministero degli Interni turco. Del gruppo fanno parte ex militari e insegnanti. Si tratta di un nuovo caso di cittadini turchi che cercano rifugio in Europa dalle purghe del governo di Recep Tayyip Erdogan con mezzi analoghi a quelli dei migranti di altri Paesi.

Altre sei persone, tra cui tre bambini, avevano perso la vita domenica in un naufragio nell'Egeo al largo di Lesbo. Secondo le autorità locali, anche loro erano legati alla rete di Gulen.

lunedì 16 luglio 2018

Turchia. Sempre più poteri per Erdogan: ora controllerà anche lo stato maggiore dell'esercito

La Stampa
A stabilirlo è un decreto emanato proprio nel giorno in cui la Turchia commemora il secondo anniversario del fallito colpo di stato. Il nuovo governo turco di Recep Tayyip Erdogan controllerà anche lo stato maggiore dell'esercito. 


A stabilirlo è un decreto emanato oggi sulla base dei nuovi poteri del presidenzialismo, nel giorno simbolo in cui la Turchia commemora il secondo anniversario del fallito colpo di stato. Le forze armate passano così sotto l'autorità del ministero della Difesa, alla cui guida Erdogan ha nominato pochi giorni fa proprio l'ex capo di stato maggiore di Ankara, Hulusi Akar. 

Il decreto prevede una serie di altre modifiche alla macchina statale, tra cui il Consiglio militare supremo (Yas), che decide le nomine dei vertici delle forze armate, e il Consiglio di sicurezza nazionale (Mgk), che indica le misure da adottare nella lotta al terrorismo. Entrambi saranno convocati su ordine di Erdogan. Il presidente ha inoltre nominato 6 nuovi rettori universitari.

lunedì 22 gennaio 2018

Yeyha, 7 anni, morto sotto le bombe di Erdogan: la famiglia siriana era fuggita da Idlib

Globalist
Solo nei giorni scorsi l'Unicef aveva lanciato l'ennesimo appello contro i bombardamenti criminali che mietono vittime tra i civili.

Il bambino ucciso dai turchi nel Rojava
Lui si chiamava Yeyha Hemedê Eli aveva 7 anni ed è stato il bambino vittima degli attacchi di Erdogan (avvenuti con il tacito consenso di Mosca e Damasco).
La prima vittima innocente dell’offensiva turca su Afrin.
Di lui si sa poco: con la famiglia era fuggito dalla provincia di Idlib dove in questo momento ci sono scontri feroci tra esercito di Assad, gruppi legati ad Al Qaeda, ma dove c’è anche la presenza di altre formazioni ribelli.

Yeyha aveva trovato rifugio nel cantone di Afrin, dove sono ammassati molti rifugiati siriani che sono assistiti dalle autorità del Rojava.
Yeyha è stato gravemente ferito. Per tutta la giornata di sabato i medici hanno tentato di tutto per salvarlo. Purtroppo le ferite erano troppo gravi e non ce aha fatta.
Yeyha, uno dei tanti, troppi innocenti morto sotto le bombe di questa guerra criminale

domenica 3 settembre 2017

Turchia. Le purghe di Erdogan affollano le carceri, 22mila detenuti dormono per terra

asianews.it
Per la prima volta il totale della popolazione carceraria supera quota 224mila. Ad oggi le galere turche possono ospitare un massimo di circa 200mila detenuti. Il governo libera i detenuti comuni per richiudere i presunti "golpisti". I fondi stanziati per le carceri superano il budget di molti ministeri. Entro la fine del 2017 pronte 76 nuove prigioni.


A causa del sovraffollamento delle carceri, almeno 22mila detenuti rinchiusi nelle prigioni della Turchia, molti dei quali in seguito al fallito golpe del luglio 2015, sono costretti a dormire per terra (il 9% circa del totale). Secondo quanto riferisce il sito web di informazione artigercek.com dall'ultimo bilancio emerge che, per la prima volta nella storia del Paese, il totale della popolazione carceraria ha superato quota 224mila.

Nei giorni scorsi il ministero turco della Giustizia ha riferito che, di 381 prigioni sparse per il Paese, 139 sono state costruite negli ultimi 10 anni; di queste, almeno 38 sono sorte nell'ultimo anno per ospitare le vittime delle purghe di Erdogan

Ankara intende ampliare la capacità delle carcere di almeno 11mila unità entro fine 2017, finalizzando la costruzione di 76 nuove prigioni. Altri 113 sono in fase iniziale, cui se ne aggiungono altre 18 al momento solo sulla carta.

Secondo il rapporto, al momento le prigioni del Paese possono ospitare sino a 202mila persone; tuttavia, in seguito alla caccia agli oppositori e ai (presunti) golpisti lanciata dalle autorità turche, le persone oggi in galera sono oltre 224mila. Di queste, 22mila dormono ogni notte sul pavimento.

In una inchiesta pubblicata dal quotidiano Cumhuriyet emerge che i fondi stanziati per le prigioni sono di gran lunga maggiori rispetto al budget a disposizione di diversi ministeri. Il costo annuale per il mantenimento di centinaia di migliaia di detenuti è aumentato in modo vertiginoso, toccando quota 6,4 miliardi di lire turche (poco meno di 1,9 miliardi di dollari).
Da qui la scelta del governo di concedere la libertà vigilata a 3mila persone incriminate per crimini minori (che non riguardano terrorismo, reati sessuali o coinvolgimento nel golpe); altri 10mila verranno trasferiti da prigioni chiuse a carceri aperte

Solo in questo mese di agosto le autorità turche hanno rilasciato 38mila detenuti per lasciare spazio a nuovi cittadini arrestati per coinvolgimento nel colpo di Stato. 

Ad un anno dal fallito golpe in Turchia, che nella notte fra il 14 e il 15 luglio 2016 ha visto vacillare, per alcune ore, il dominio del presidente Recep Tayyip Erdogan, prosegue la campagna di repressione lanciata dalle autorità contro presunti complici o sostenitori. 

Secondo l'ultimo bilancio ufficiale fornito dal ministero turco degli Interni, in poco più di un anno sono state arrestate 58.138 persone, oltre 124mila poste in stato di fermo per un periodo di tempo variabile e 170mila circa sono state oggetto di indagine. Oltre 130mila persone hanno perso il lavoro.
Giornalisti, intellettuali, professori, militari, funzionari pubblici o giudici; e ancora medici, sportivi, imprenditori e semplici cittadini, la repressione governativa post fallito golpe non ha risparmiato nessun ambito della società turca. Fra le accuse, il più delle volte pretestuose, l'affiliazione a gruppi "terroristi" curdi o l'appartenenza al movimento che fa capo al predicatore islamico Fethullah Gülen, in esilio in Pennsylvania (Stati Uniti).
Secondo Erdogan e i vertici di governo, egli sarebbe la mente del colpo di Stato in Turchia in cui sono morte 270 persone, migliaia i feriti. Il leader islamico, un tempo alleato del presidente, ha sempre negato con forza ogni responsabilità e ha invocato una inchiesta internazionale per fare piena luce sul golpe e le forze che lo hanno ispirato. Intanto, nei mesi scorsi il leader turco - che ha definito il colpo di Stato "un dono di Dio" - ha promosso (e vinto con margine risicato e accuse di brogli) un referendum sul presidenzialismo che ne ha ampliato. Ora, egli è di fatto il padre padrone della nazione.

lunedì 21 agosto 2017

Arrestato in Spagna Dogan Akhanli su mandato di cattura turco, scrittore critico verso Erdogan

Corriere della Sera
Lo scrittore turco-tedesco Dogan Akhanli, è stato arrestato il 19 agosto in Spagna, nella città di Granada, dopo che le autorità turche avevano emesso un ordine di cattura internazionale nei suoi confronti. 


Dogan Akhanli
Ora, per ottenere l'estradizione, la Turchia dovrà dimostrare la effettiva esistenza di un procedimento nei confronti di Akhanli, supportata da indizi di colpevolezza a carico dello scrittore, trasferitosi nella città tedesca di Colonia nel 1995.

L'avvocato dello scrittore, Ilias Uyar, ha spiegato allo Spiegel che il suo assistito è vittima di "una caccia alle streghe che prende di mira chiunque sia critico del governo turco". Il ministero degli Esteri tedesco è in contatto con le autorità spagnole e ha chiesto che l'estradizione non abbia luogo.
Nei giorni scorsi il presidente Recep Tayyip Erdogan aveva invitato i turchi residenti in Germania a non votare per la Cdu, l'Spd o i verdi perché animati da sentimenti anti turchi. L'arresto di Akhanli è stato commentato dal leader dei socialdemocratici Martin Schulz: "Questo è uno sviluppo drammatico - ha detto - che fa parte della reazione paranoica al golpe fallito. 

Ora Erdogan dà la caccia ai nostri cittadini nei Paesi della Ue". Akhanli è fuggito dalla Turchia nel 1991 dopo essere stato detenuto per svariati anni a causa delle sue attività di opposizione e per aver diretto un giornale di sinistra.

Monica Ricci Sargentini

sabato 15 luglio 2017

Turchia, a un anno dal golpe licenziati altri 7.500 poliziotti e dipendenti pubblici

Rai News 24
Non si arrestano le epurazioni in Turchia, dove sabato si ricorda il primo anniversario del fallito golpe contro il presidente Recep Tayyip Erdogan. 


La Cnn turca ha dato notizia di un nuovo decreto governativo che ordina il licenziamento di 7.340 tra agenti di polizia e dipendenti dei ministeri. 

Secondo quanto precisato, la decisione riguarda duemila uomini delle forze dell'ordine, funzionari dei ministeri della Giustizia e degli Esteri, oltre a 300 accademici. 

Nei giorni scorsi, il governo ha reso noto che dal fallito colpo di stato dello scorso anno 142mila persone sono state coinvolte dalle epurazioni nel settore pubblico. 

Il decreto in questione è stato emesso secondo la procedura prevista dallo stato di emergenza, in vigore nel Paese dallo scorso 20 luglio. Il miliardario e ideologo islamico Fetullah Gulen, dal 1999 in "esilio" negli USA, ha di nuovo respinto le accuse di essere l'ispiratore del fallito golpe di un anno fa.

domenica 9 luglio 2017

Turchia, centinaia di migliaia in piazza a Istanbul per la "giustizia" e contro Erdogan

La Repubblica
La manifestazione, la più grande organizzata dall'opposizione dal 2013, conclude la marcia partita da Ankara il 15 giugno. Il leader del Chp: "Questo è il giorno della rinascita. Romperemo i muri della paura"

Istanbul - Centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza a Istanbul per la manifestazione che conclude la "marcia per la giustizia" partita il 15 giugno da Ankara per iniziativa del Partito repubblicano del popolo (Chp), principale forza di opposizione al presidente Recep Tayyip Erdogan.


La "marcia per la giustizia" è stata organizzata per protestare contro la detenzione di un deputato del partito, Enis Berberoglu, condannato a 25 anni di detenzione per aver fornito informazioni riservate al quotidiano d'opposizione Cumhurriet. 

Alla testa della marcia il leader del partito, Kemal Kilicdaroglu, che alla manifestazione nel quartiere di Maltepe ha esortato la folla a proseguire nella battaglia:
"Che nessuno pensi che questa sarà l'ultima marcia: il 9 luglio segna il giorno della rinascita. Abbiamo marciato per la giustizia, per i diritti degli oppressi, per i deputati e per i giornalisti in carcere, per i professori universitari licenziati, abbiamo marciato per denunciare che il potere giudiziario e sotto il monopolio dell'esecutivo, abbiamo marciato perché ci opponiamo al regime di un solo uomo. Romperemo i muri della paura". 
 E la folla l'ha più volte interrotto al grido di "Diritti, legalità, giustizia".

La più grande manifestazione organizzata dall'opposizione contro il governo di Erdogan dal 2013 a questa parte si è svolta su una grande spianata non lontana dal carcere in cui è detenuto Berberoglu, a conclusione della marcia di circa 450 chilometri che ha attraversato la Turchia senza insegne di partito e con "Giustizia" come unica parola d'ordine, richiamando sempre più gente a ogni tappa. Come chiesto da Kilicdaroglu, i dimostranti avevano soltanto bandiere turche, ritratti di Ataturk, il padre fondatore della repubblica turca moderna e laica, e cartelli che invocavano "giustizia".

Il governo ha cercato di minimizzare la portata della marcia, con il primo ministro Binali Yildirim che venerdì ha detto con disprezzo che cominciava a "diventare seccante". Erdogan, da parte sua, ha accusato Kilicdaroglu di schierarsi con i "terroristi" e l'ha avvertito che potrebbe andare incontro a guai giudiziari. 

Ma le autorità non hanno vietato né la marcia né la grande manifestazione sulla spianata di Maltepe, intorno alla quale sono stati schierati circa 15 mila agenti.

L'opposizione denuncia da tempo la deriva autoritaria di Erdogan, accentuatasi dopo il fallito golpe di un anno fa e dopo la schiacciante vittoria del presidente nel referendum dello scorso aprile, che ha rafforzato i poteri del capo dello stato.

I numeri della repressione sono impressionanti: circa 50 mila le persone arrestate e più di 100 mila licenziate o sospese dal lavoro. 

L'ultima mossa della polizia che ha fatto notizia in tutto il mondo è di mercoledì scorso, quando sono stati arrestati otto attivisti del movimento per i diritti umani, tra i quali la direttrice di Amnesty International Turchia.

domenica 14 maggio 2017

Altri arresti in Turchia: «chi non è con Erdogan è contro di lui»

Corriere della Sera
A innescare l’ultima retata, che porta a oltre 47 mila le persone imprigionate negli ultimi dieci mesi, è stata l’individuazione di un’applicazione, Bylock, che consente lo scambio di messaggi criptati.


Mancava ancora la finanza. Ieri la lacuna è stata colmata con 102 mandati di arresto, 53 dei quali eseguiti nelle prime ore della mattinata, intestati ad altrettanti dipendenti o ex dipendenti della Borsa di Istanbul. 

Contemporaneamente è proseguita l’offensiva contro la stampa: alle 7 del mattino gli agenti hanno bussato alla porta del direttore della versione on line del quotidiano Cumhuriyet, Oguz Guven, che ha avuto appena il tempo di un ultimo tweet, «mi arrestano», prima di essere portato al quartier generale della polizia per essere interrogato. È il tredicesimo giornalista o dipendente della testata, poco compiacente con il governo turco e con il presidente Recep Tayyip Erdogan, a finire dietro le sbarre per quanto pubblicato, dopo il direttore dell’edizione cartacea, Murat Sabuncu. Tutti rischiano pene tra i 7 e i 43 anni, per partecipazione, favoreggiamento o propaganda terroristica.
Nel caso specifico non sarebbe piaciuta la ricostruzione fornita dal quotidiano digitale sulla strana morte, in un incidente stradale, del magistrato Mustafa Alper, il primo ad avere avviato un’indagine sulla rete del predicatore Fethullah Gülen, cui Erdogan attribuisce la regia del fallito golpe del 15 luglio. 

L’idrovora che sta cercando di prosciugare qualunque rigagnolo di possibile complicità attorno all’attuale nemico numero 1 del regime, l’ex imam al sicuro in Pennsylvania, funziona a pieno ritmo, secondo la regola letale che prevede prima l’incarcerazione a tempo indeterminato e poi l’eventuale valutazione degli elementi a carico. 

A innescare l’ultima retata, che porta a oltre 47 mila le persone imprigionate negli ultimi dieci mesi, è stata l’individuazione di un’applicazione, Bylock, che consente lo scambio di messaggi criptati e il ritrovamento di un «archivio segreto» con i nomi di sospetti gulenisti. 

Non serve altro per perdere la libertà in Turchia, oggi; e basta molto meno per perdere il proprio posto. Chi non è con Erdogan è contro di lui. E i magistrati riluttanti finiscono a tenere compagnia agli imputati.

di Elisabetta Rosaspina

lunedì 17 aprile 2017

Turchia - Erdogan vince di un soffio, con l'opposizione messa brutalmente a tacere

Adnkronos
Vittoria sul filo di lana per Recep Tayyip Erdogan nel referendum costituzionale sul presidenzialismo in Turchia. Con il 99% dei voti scrutinati nel Paese, il 'sì' si è imposto con il 51,35%, contro il 48,65%, secondo i dati diffusi dall'agenzia turca Anadolu.


Per il leader turco si tratta di un successo di particolare importanza, dal momento che le modifiche alla Costituzione comporteranno un notevole svuotamento dei poteri dell’assemblea legislativa, a favore del governo e in particolare del presidente, che assume le funzioni di primo ministro. Forti polemiche sull'esito del voto. I due principali partiti d'opposizione hanno infatti denunciato senza mezzi termini "brogli" e "manipolazioni" del voto.

A regalare il maggior successo a Erdogan è stato il voto all'estero, frutto di una intensa campagna elettorale che ha puntato molto sulla diaspora turca e durante la quale non sono mancate tensioni con alcuni Paesi europei per la cancellazione dei comizi di ministri e politici turchi. Dalla Germania all'Olanda, passando per Austria e Belgio il 'sì' ha superato il 60%, andando in molti casi anche oltre, mentre la riforma è stata bocciata dai turchi residenti in Svizzera.

Secondo i dati diffusi nella notte dall'agenzia Anadolu e rilanciati dalla tedesca Dpa, in Germania, dove risiede la più grande comunità turca all'estero (1,4 milioni gli aventi diritto), il 63,1% degli elettori ha detto 'sì' alla riforma costituzionale che assegna ampi poteri al presidente dopo che per settimane Erdogan ha ripetuto paragoni con il "nazismo", accusando a Berlino di essere "complice dei terroristi".

In Austria e in Belgio, hanno creduto nella riforma rispettivamente il 73,5% e il 75,1% degli elettori. In Olanda ha votato per il 'sì' il 71% degli aventi diritto, mentre in Svizzera solo il 38% si è espresso a favore del passaggio al sistema presidenziale.

Il voto all'estero (gli aventi diritto sono circa 2,9 milioni su un totale di 55,3 milioni di elettori) si è concluso lo scorso 9 aprile e, stando ai dati ufficiali, circa il 59,2% degli elettori ha sostenuto le riforme volute da Erdogan.

lunedì 3 aprile 2017

La Turchia che resiste alle purghe di Erdogan: le lezioni in strada dei prof licenziati

Globalist
Iniziativa partita da Ankara, non ancora repressa dal Sultano, che sta avendo seguito in tutto il Paese.

Hanno deciso di farsi chiamare, in inglese, "Street Academy" o "Ankara Solidarity Academy": sono i 300 docenti licenziati dall'università di Ankara dopo il golpe del 15 luglio 2016 perché accusati di essere oppositori di Erdogan.
 

Sono quasi tutti laici e sono stati accusati di avere legami con l'imam considerato la mente del putsch, Fethullah Gulen, in autoesilio in Pennsylvania dal 1999, o di opporsi al prossimo referendum su tutti i poteri al capo dello Stato. 

Licenziati in tronco hanno deciso di opporsi al Sultano organizzando lezioni per le strade nel centralissimo Kungulu Park della capitale turca. Dopo il licenziamento si sono riuniti, nonostante il durissimo colpo subito, e hanno trovato questa bella soluzione alternative alle aule universitarie e l’iniziativa sta avendo enorme successo, con decine di studenti che si recano al parco per ascoltare le lezioni.

"Vedete, a volte il potere pensa di arrivare a restringere le potenzialità della scienza. Comunque, com'è evidente, noi siamo pronti a portarla pure per le strade", ha detto il professor Yasin Durak, durante la lezione "Egemonia e contro egemonia".

E c’è di più: finora il regime di Erdogan non ha represso le lezioni. La voce di queste lezioni universitarie è arrivata anche ad Istanbul e nelle altre città turche, dove gli altri loro colleghi cacciati hanno marciato per loro e ora preparano iniziative in tutto il Paese.

sabato 25 marzo 2017

Turchia: Erdogan fa arrestare 80 avvocati difensori degli oppositori

Il Dubbio
Maxi retata a Istanbul: chi difende gli oppositori finisce in galera. È una guerra nella guerra quella combattuta dal sultano Erdogan contro l'avvocatura turca. Colpire le radici della democrazia, spezzare le reni ai custodi dei diritti civili, impedire, anche materialmente, l'esercizio della difesa è un passaggio fondamentale nella cupa transizione della Turchia verso un pieno regime autoritario.

Il cerchio, secondo i calcoli di Erdogan dovrebbe chiudersi con il referendum del 16 aprile: se vincerà il sì alla riforma costituzionale sparirà del tutto la separazione dei poteri e il presidente controllerà tutti gli apparati dello Stato come un despota.
L'ultimo bollettino di questa guerra sporca parla di ottanta avvocati arrestati ieri mattina a Istanbul con la generica accusa di cospirazione contro le istituzioni e con addosso l'etichetta passepartout di simpatizzanti del movimento di Gülen, il predicatore in esilio negli Usa accusato di aver ideato il presunto fallito golpe di luglio. 

È lo schema con cui negli ultimi nove mesi sono state arrestate e/ o licenziate centinaia di migliaia di persone tra cui oltre mille avvocati. Tra i fermati di ieri ci sono i difensori di noti dissidenti politici come il giornalista imprigionato Hidayet Karaca, l'editor-inchief della rete tv Samanyolu, l'uomo d'affari in esilio Akin Ipek e di diversi ufficiali di polizia accusati di tradimento.
"Negli ultimi mesi hanno cacciato o messo in prigione oltre 6mila accademici, hanno rovinato 5mila avvocati, messo i lucchetti a 160 organi di informazione, chiuso centinaia di associazioni, messo in prigione giornalisti, funzionari, militari, amministratori pubblici, insegnanti, militanti dell'opposizione: è necessario ristabilire la vita democratica secondo le norme del diritto internazionale, e abbiamo disperato bisogno di aiuto dall'estero, la presenza di legali stranieri ai processi è fondamentale, come lo sarà quella di parlamentari europei al referendum del 16 aprile", tuona Pinar Akdemir, legale degli 11 deputati del Hdp (il partito di opposizione democratica) arrestati dal regime lo scorso novembre.
Akdemir è ospite di un incontro organizzato del Consiglio Nazionale forense sui diritti civili in Turchia, con lei Mahmut Sakar storico avvocato di Abdullah Öcalan, il leader del Pkk curdo che da anni si trova in isolamento totale nella prigione dell'isola di Ismarili; il suo caso (dalle condizioni carcerarie al trattamento dei suoi avvocati) è stato una specie di "laboratorio" della repressione poi pienamente messa in atto dal regime. "Noi avvocati non siamo solo difensori dei diritti, ma anche testimoni delle violenze, per questo il regime ci intimidisce continuamente.

Il processo contro Öcalan è stato emblematico di come i diritti della difesa non esistano in Turchia da molto tempo. Dopo il presunto fallito golpe di luglio con lo stato d'emergenza permanente hanno legalizzato l'illegalità", racconta. Anche Sakar si appella ai colleghi stranieri e alla comunità internazionale affinché provino ad arginare la deriva tirannica che sta subendo la Turchia. 

Per fare questo non basta però la buona volontà. In tal senso il Cnf realizzerà un vero e proprio manuale di formazione giuridica per gli osservatori internazionali che andranno a svolgere il loro lavoro nei paesi dove la democrazia è più a rischio. Un'iniziativa dell'avvocatura italiana che va oltre la doverosa solidarietà ai colleghi in pericolo, per offrire ai difensori dei diritti civili degli strumenti più efficaci.

lunedì 20 marzo 2017

Turchia: Erdogan, parlamento reintrodurrà pena di morte dopo referendum

Adnkronos/Aki
Ankara - Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan si aspetta che il Parlamento di Ankara approverà il ritorno alla pena di morte nel Paese dopo il referendum costituzionale del 16 aprile. La Turchia aveva abolito totalmente il ricorso all'esecuzione capitale nel 2004 nell'ambito di una serie di misure adottate in vista di una possibile adesione all'Unione europea.


''Le famiglie dei martiri, gli eroi (del tentato golpe del 15 luglio, ndr) non devono temere. Credo, se Dio lo vuole, che dopo il voto del 16 aprile il Parlamento farà tutto il necessario per rispondere alle vostre richieste di pena capitale'', ha detto Erdogan in un discorso trasmesso dalla televisione dalla città di Canakkale nella Turchia occidentale. Per diventare legge, il disegno di legge necessita della firma del capo di Stato, ma Erdogan ha già fatto sapere che lo farà immediatamente. ''Quando arriverà a me l'approverò senza esitare'', ha detto. 

L'Unione Europa ha più volte affermato che il ritorno alla pena di morte in Turchia porterà alla fine dei negoziati di adesione. Ma i ministri turchi e lo stesso Erdogan hanno parlato di necessità di rispondere al volere del popolo ripristinando la pena capitale dopo il tentato golpe.

''Quello che dicono Hans e George per me non ha importanza - ha detto il presidente turco usando due nomi comuni in Europa - Quello che dice il mio popolo, quello che dice la legge, questo conta per noi''.

venerdì 25 novembre 2016

Ue congela l'entrata della Turchia e Erdogan minaccia di usare i migranti e farli entrare nei Paesi UE

Ansa
Erdogan minaccia di far passare migranti
Leader turco rilancia dopo voto Parlamento Ue su stop colloqui



"Se l'Europa si spingerà troppo oltre, permetteremo ai rifugiati di passare dai valichi di frontiera" verso i Paesi Ue. Lo ha detto il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, tornando a minacciare una rottura dell'accordo sui migranti con Bruxelles all'indomani del voto dell'Europarlamento che chiede il congelamento dei negoziati di adesione di Ankara. " Non avete mai trattato l'umanità in modo onesto e non vi siete occupati delle persone in modo giusto. Non avete raccolto i bambini quando (dopo essere annegati, ndr) nel Mediterraneo arrivavano sulle coste. Siamo noi che stiamo nutrendo circa 3,5 milioni di rifugiati in questo Paese. Voi non avete mantenuto le promesse. Quando 50 mila rifugiati sono arrivati a Kapikule (la frontiere tra Turchia e Bulgaria, ndr) vi siete messi a urlare e a dire 'Che faremo se la Turchia apre i valichi di frontiera?', ha aggiunto Erdogan.

"Siamo pienamente impegnati a far funzionare l'accordo con la Turchia" sulla gestione dei migranti, e ci sono "continui contatti a livello politico e tecnico" con Ankara, ha commentato Maragaritis Schinas, portavoce della Commissione europea rispondendo ai giornalisti. La risoluzione votata dal Parlamento europeo "è un pezzo del puzzle", ha detto, ma occorre guardare "al quadro globale".