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domenica 10 maggio 2020

Silvia Romano è libera! Rappresentate dell'Italia migliore nel mondo

Blog Diritti Umani - Human Rights
Silvia Romano, la volontaria italiana rapita in Kenya il 20 novembre del 2018 è stata liberata. Lo annunciato il premier Giuseppe conte ieri nel pomeriggio.



Per la sua liberazione festeggia tutta l'Italia, insieme a tutti i volontari che in questi giorni hanno sostenuto i gravi bisogni nati dell'emergenza Covid-19 e che si fanno carico, insieme ai problemi del proprio paese, del bisogno di chi è più debole e fragile nei luoghi del mondo dove si vivono gravi povertà e vulnerabilità.

“I cooperanti non sono eroi solitari, ma uomini e donne – in maggioranza donne – che portano dentro di sé volti, storie, universi, e li trasmettono. Sono la parte migliore del nostro Paese perché si dedicano con generosità agli ultimi e costruiscono il futuro dell'Italia nel mondo globalizzato” - Andrea Riccardi

mercoledì 3 luglio 2019

Aiutiamoli a casa loro? Allarme di Oxfam: in Italia tagliati 860 milioni nel 2018 per la cooperazione e l'aiuto allo sviluppo

Il Messaggero
«Aiuto allo sviluppo in caduta, mancaall'appello quasi un miliardo dal ministero dell'Interno»: la denuncia arriva da un rapporto di Oxfam e Openpolis che hanno calcolato un taglio di oltre un quinto degli aiuti nel 2018. Secondo gli ultimi dati Ocse l'aiuto italiano ai Paesi poveri sarebbe pari allo 0,24% del reddito nazionale lordo, ovvero il 21,3% in meno rispetto all'anno precedente con un conseguente taglio di 860 milioni di euro. 




«Al contrario il governo - riferisce Oxfam - ha dichiarato che l'Italia confermerà il rispetto dell'impegno dello stanziamento dello 0,30% entro il 2020. Un traguardo che, seguendo l'attuale trend di precipitosa discesa, sembra assai difficile, se non impossibile, da raggiungere», commenta l'organizzazione.
«Si tratta di un quadro molto preoccupante che sta riportando indietro la cooperazione italiana di anni e spinge a rivedere al ribasso le stime per il prossimo futuro. Siamo di fronte ad un calo ancora più drastico, rispetto a quello che noi, come molti osservatori avevamo previsto a gennaio, dopo l’approvazione dell’ultimo Documento di economia e finanza - ha detto Francesco Petrelli, senior policy officer su finanza per lo sviluppo di Oxfam Italia -. 

Dopo anni di aumento constante dal 2012 del volume di aiuto pubblico, nel 2017 l’Italia aveva raggiunto lo stanziamento dello 0.30% in rapporto al nostro reddito nazionale lordo. 

Ci saremmo quindi aspettati, anche nella peggiore delle ipotesi, un calo assai più ridotto nel 2018. E stando a quanto previsto dal Governo Gentiloni nell’approvazione della legge di bilancio 2018, sarebbero dovuti essere erogati 5,02 miliardi di euro, pari allo 0,28%. Ma i dati Ocse ci raccontano una storia diversa: lo stanziamento italiano in aiuto pubblico l’anno scorso nel nostro paese si è fermato a 4,2 miliardi».

Oltre alle ingenti riduzioni dell’aiuto pubblico, a livello di destinazione dei fondi allocati, mancherebbero all’appello 1 miliardo di euro come differenza tra gli importi destinati per il 2018 al Ministero dell'Interno per l'accoglienza migranti e quelli rendicontati dall’Ocse. Il report pone quindi un’importante questione rispetto all’effettivo utilizzo dei fondi destinati al Ministero dell’interno nel 2018 per l’accoglienza migranti (compreso nel computo dell’aps).

Nonostante infatti, il numero degli sbarchi di migranti sulle coste italiane sia drasticamente calato - tornando l’anno scorso sotto i livelli del 2012, un trend generale confermato anche per il 2019 – gli stanziamenti al Ministero degli Interni per l’accoglienza nel 2018 sono rimasti alti, senza che per questo i fondi fossero riallocati, ad esempio, ad aiuti alla cooperazione allo sviluppo nei Paesi poveri e di origine dei flussi. 

Né tantomeno ad un miglioramento dell’accoglienza sul nostro territorio, visti i recenti tagli al sistema di accoglienza, che stanno aumentando “l’insicurezza” per migliaia di richiedenti asilo vulnerabili, fuggiti nel nostro Paese, per trovare scampo a guerre, persecuzioni e miseria, oltre a costare migliaia di posti di lavoro, soprattutto per i tanti giovani impegnati nell’accoglienza.

«Di fronte a questi numeri, sono almeno due le domande che è doveroso porre all’attuale Governo e sul quale i cittadini dovrebbero essere informati, trattandosi di fondi pubblici - continua Petrelli -. In primo luogo, dove sono stati allocati i fondi destinati al Ministero dell’Interno per l’accoglienza dei migranti nel 2018 e perché non sono stati usati per altri settori della cooperazione, ossia per lo scopo per il quale erano stati stanziati? 

In secondo luogo, perché nella legge di bilancio 2019, alla luce della drastica riduzione del numero di migranti e richiedenti asilo che approdano nel nostro Paese, si è comunque deciso di destinare al Ministero dell'Interno, in ambito di cooperazione, quasi 1,7 miliardi di euro per l'accoglienza dei migranti? Ovvero un ammontare poco inferiore a quantodestinato dalla legge di bilancio 2017, quando il fenomeno era di ben altra entità?».

La riduzione degli arrivi di richiedenti asilo in Italia, poteva paradossalmente rappresentare, un’occasione per aumentare i fondi destinati bilateralmente ai paesi più poveri, come più volte dichiarato dal Governo. Tutto ciò però non è accaduto. Al contrario nel 2018 il nostro Paese ha ridotto del 22% i fondi destinati ai Paesi meno sviluppati (Lcds) rispetto al 2017 e di ben 35,5% gli aiuti ai paesi dell’Africa subsahariana.

«Quella che ci troviamo di fronte è una contraddizione lampante e assieme tragica - conclude Petrelli -. Mentre da un lato si decide di chiudere le frontiere ai migranti, dall’altro si riducono i fondi destinati a rompere il circolo vizioso della povertà e creare sviluppo nei Paesi più poveri, da cui molto spesso scappano i tanti disperati che continueranno a tentare di arrivare da noi, anche nei prossimi anni e decenni. 

Il fenomeno migratorio resta ed è soprattutto un fenomeno epocale, che va governato con politiche serie ed efficaci soprattutto nel medio e lungo periodo. 

Nel frattempo l’Italia è scesa al diciasettesimo posto tra i 29 Paesi donatori dell’Ocse, per il volume di aiuti stanziati nel 2018 ed è quella che ha tagliato la percentuale di fondi più alta, rispetto all’anno precedente. 

Di fronte a questo status quo, chiediamo prima di tutto quindi che il Governo mantenga le promesse fatte, in linea con gli obiettivi di sostenibilità dell’Agenda 2030, definita dalle Nazioni Unite».

domenica 16 luglio 2017

Libano. Intervento italiano nel carcere di Roumieh per migliorare condizioni di vita

aise.it
Si è tenuta lo scorso 28 giugno la cerimonia conclusiva di un progetto finanziato dalla Cooperazione Italiana nel carcere di Roumieh, la struttura penitenziaria più grande del Libano con i suoi circa 3.000 detenuti. 


A questo appena concluso seguirà un altro progetto, per un finanziamento complessivo di circa 3 milioni di euro, al fine di migliorare le condizioni di detenzione e la tutela dei diritti umani nelle carceri del Paese, con particolare attenzione alle fasce più vulnerabili (donne, minori, malati mentali).

L'iniziativa rappresenta una risposta concreta alla richiesta avanzata dal Governo Libanese, durante la conferenza di Londra del 2016, di un ulteriore sostegno nel processo di miglioramento del settore carcerario. 

Tra i programmi sviluppati nel sistema carcerario libanese le maggiori attività sono concentrate a Roumieh, effettuate tramite l'Agenzia Onu Unodc e in stretta collaborazione con il Ministero degli interni.

Il progetto è iniziato nell'ottobre 2015 e prevede il miglioramento delle condizioni in tre settori: alimentare, con l'attivazione di una cucina industriale, con attività di training, sicurezza alimentare e igiene, con l'obiettivo di creare opportunità lavorative per i detenuti per un futuro reinserimento sociale a fine pena; servizi di base e attività ricreative per i minori, comprensivi di supporto psicosociale; riabilitazione della struttura che ospita circa 50 detenuti in stato di infermità mentale, chiamata "Blue House".

Nel corso della cerimonia Simona De Martino, consigliere dell'Ambasciata d'Italia, ha sottolineato l'importanza di sostenere anche in questo delicato settore le tematiche del rispetto dei diritti umani. Inoltre, ha annunciato il lancio della prossima fase del progetto che sarà attuata, in accordo con le autorità locali su vasta scala.

Il consigliere del ministro dell'Interno, Mounir Chaaban, ha comunicato che l'attuale ministro è sempre più impegnato per migliorare le condizioni di vita nelle prigioni e ha espresso apprezzamento per il sostegno continuo di Unodc e del Governo italiano. Chaaban ha anche sottolineato l'interesse del Ministero a estendere ulteriormente i positivi risultati raggiunti nel quadro del progetto. Raja Abi Nader, direttore dell'Amministrazione penitenziaria presso il Ministero della Giustizia, ha infine elogiato il successo del progetto e suoi risultati. Ha anche ringraziato l'Unodc e l'Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo per il lavoro svolto.

sabato 15 ottobre 2016

Italia - Rep. Centrafricana - La Cooperazione Italiana non dimentica Bangui

COOPI
L’Italia non resta indifferente dinanzi alla situazione molto delicata che sta vivendo la popolazione della Repubblica Centrafricana e la visita di Mario Giro sul territorio ne è un chiaro messaggio. 



Quella del Vice Ministro degli Affari esteri e della cooperazione internazionale è stata una missione partita l’11 ottobre, nel corso della quale c’è stata l’apertura di una nuova sede della Cooperazione Italiana e le visite ai progetti promossi dalle Ong italiane presenti sul territorio. COOPI lavora nella Repubblica Centrafricana dal 1974 e da allora non ha mai lasciato il paese.



La capitale centrafricana è uno dei paesi più poveri al mondo e si sta riprendendo dalla violenza scatenata nel 2012 da due gruppi armati, gli ex-Seleka e gli Antibalaka. Inoltre più della metà della popolazione centrafricana, 2,7 milioni su un totale di 4,6 milioni, dipende dell’assistenza umanitaria per sopravvivere e circa un milione e mezzo si trova in situazione di insicurezza alimentare. All’interno di questo contesto, COOPI è al fianco dei rifugiati, dei profughi, delle donne vittime di abusi sessuali e delle comunità sottomesse a persecuzione etnico-religiosa.

Il progetto di COOPI visitato oggi 14 ottobre dal Vice Ministro Giro, assieme all’Ambasciatrice Samuela Issopi, è inserito all’interno del settore “sicurezza alimentare” e fornisce supporto alla produzione e alla commercializzazione di prodotti agricoli nella municipalità di Bangui e nelle aree direttamente limitrofe.

In queste zone l’agricoltura rappresenta il 55% delle attività economiche del paese ed è tra i settori più colpiti dalla crisi attuale. In particolar modo, le attività proposte aumentano i mezzi di sussistenza di 250 famiglie di agricoltori e commercianti e, al contempo, diminuiscono il livello di vulnerabilità nell’area di Bangui.

Il progetto, che è finanziato dalla Cooperazione Italiana, si svolge su tutti i livelli della filiera alimentare, dalla produzione nelle campagne attorno alla città, al trasporto e all’approvvigionamento di due grossi mercati, all’interno dei quali si stanno riabilitando strutture per garantire l’igiene degli alimenti e la formazione del personale.

sabato 25 aprile 2015

Intervento di Marazziti alla Camera: "Giovanni Lo Porto uomo giusto espressione dell'Italia migliore"

ItalPress
Roma- "Siamo grati a Giovanni Lo Porto e solidali con sua madre Giusy, capiamo il suo dolore. Anche se non lo conoscevo personalmente, Giovanni era per noi uno di famiglia. Poche settimane fa, negli attentati alle chiese in Pakistan, e' morto un ragazzo della Comunita' di Sant'Egidio e, prima di lui, un martire della riconciliazione come Shahbaz Bhatti. Erano della stessa famiglia di Giovanni Lo Porto. Uomini e giovani giusti. La guerra e il terrorismo non sono mai giusti. Tristi i tempi in cui i giusti muoiono e c'e' chi specula politicamente sulla morte e sul doloree il terrorismo non sono mai giusti. Tristi i tempi in cui i giusti muoiono e c'e' chi specula politicamente sulla morte e sul dolore". 
Giovanni Lo Porto
Lo ha affermato Mario Marazziti, deputato di Democrazia Solidale, durante l'informativa urgente del governo in Aula sull'uccisione dell'operatore umanitario Giovanni Lo Porto avvenuta ai confini tra Pakistan e Afghanistan.
"Giovanni - ha sottolineato Marazziti - e' un esempio e una proposta per i ragazzi di Brancaccio e di Palermo, per tutti noi. Il mondo di un giusto come lui, espressione dell'Italia migliore, non e' quello dei droni. I droni possono essere 'intelligenti", ma ancor prima lo devono essere gli uomini. Il male non si ferma bombardando o spappolando un Paese; queste persone non si proteggono con l'uso politico del dolore e della morte, come fanno purtroppo alcune forze politiche, facendo cosi' salire ancor di piu' la rabbia. Ma con un Parlamento coeso, creando un clima di unita'. Va ridotto il tasso di odio. Per salvare questi giusti anche in futuro occorre resistere alla demagogia: non ordinando bombardamenti a casaccio sulla Libia o blocchi navali contro i barconi, non incoraggiando l'egoismo nazionale dicendo che non si possono spendere i soldi di due caffe' al giorno per salvare una vita umana, come era invece Mare Nostrum, ma salvando la gente in mare, aiutandoli a vivere in maniera piu' umana anche in condizioni difficili come ha fatto Giovanni Lo Porto".

giovedì 18 aprile 2013

Africa - Le rimesse degli immigrati valgono più degli aiuti allo sviluppo forniti dai governi stranieri

Misna
Le rimesse dei migranti valgono più degli aiuti allo sviluppo forniti dai governi stranieri, da un punto di vista finanziario e sotto il profilo dell’efficienza, perché si fondano su informazioni più precise: è quanto emerge da uno studio realizzato dal ghanese Adams Bodomo, professore di Studi africani all’università di Hong Kong.

Secondo i suoi calcoli, nel 2010, l’ultimo anno per il quale è possibile raccogliere dati attendibili, le rimesse valevano 51 miliardi e 800 milioni di dollari, mentre gli aiuti allo sviluppo garantiti dai governi dell’Europa e del Nord America non superavano i 43 miliardi.

Secondo Bodomo, però, al di là dei numeri il valore delle rimesse sta nella capacità di venire incontro a bisogni reali. “Sono più efficienti – sottolinea lo studioso – perché si fondano su informazioni più precise; un migrante che vive all’estero sa di cosa ha bisogno la sua famiglia in Africa, si tratti di soldi per pagare la retta scolastica, costruire una casa o avviare un’attività imprenditoriale”.

Nella categoria degli aiuti presa in considerazione non figurano donazioni delle monarchie del Golfo per costruire scuole o moschee, né accordi commerciali che prevedono la costruzione di strade da parte di società cinesi in cambio di forniture di materie prime a Pechino. Le rimesse dei migranti africani, però, potrebbero avere in prospettiva un valore ancora superiore. “Circa il 12% del denaro inviato dalla diaspora attraverso i canali finanziari ufficiali – calcola Bodomo – è inghiottito dai costi bancari”. Più che sugli aiuti dall’estero, sostiene il ricercatore, “i governi dovrebbero puntare su una riduzione di queste tariffe”.