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sabato 23 maggio 2020

Avanzata della pandemia Covid in Amazzonia. Le popolazioni indigene a Onu, “misure urgenti o mancanza di azioni porterà a sterminio”

SIR
Le popolazioni indigene dell’Amazzonia si rivolgono direttamente alle Nazioni Unite, nella persona del segretario generale Antonio Guterres, oltre che alla Commissione interamericana per i diritti umani, rivolgendo un “appello urgente” alla comunità internazionale per l’avanzata della pandemia di Covid-19 nel territorio amazzonico. 
La lettera è firmata dal Coica (il Coordinamento dei popoli indigeni del bacino amazzonico) e dalle organizzazioni che rappresentano i popoli nativi a livello nazionale nei nove Paesi della Panamazzonia: Brasile, Bolivia, Perù, Ecuador, Colombia, Venezuela, Guyana, Suriname e Guyana francese.

I firmatari affermano di voler fare una “dichiarazione d’emergenza” a nome dei 511 popoli indigeni amazzonici, di migliaia di comunità, dei 66 popoli indigeni in isolamento volontario, “nella certezza che la mancanza di azioni chiare da parte dei nostri Governi condurrà allo sterminio dei difensori dell’Amazzonia”.

Il Coica e le altre organizzazioni chiedono all’alto commissario per i diritti umani e al relatore speciale sui diritti delle popolazioni indigene dell’Onu di elaborare dei rapporti informativi sulla condizione delle popolazioni indigene, da inviare agli Stati, “con l’obiettivo di prendere misure urgenti di fronte a questa pandemia. In secondo luogo, la lettera chiede, “di fronte all’inerzia dei Governi, “aiuti e assistenza umanitaria internazionale, con l’obiettivo di proteggere la salute e la vita degli indigeni dell’Amazzonia, che si trovano di fronte alla catastrofe sanitaria, dal momento che se non verranno prese misure urgenti, rischiamo di trovarci alle porte dell’etnocidio”.

I Governi sono quindi “invitati a dare risposte e a intraprendere azioni immediate rispetto alle richieste delle organizzazioni”; tutti sono invitati a partecipare e sostenere la raccolta di fondi avviata dal Coica e da altri soggetti, con l’obiettivo che gli aiuti umanitari vadano direttamente alle popolazioni indigene.

martedì 11 febbraio 2020

Brasile. Bolsonaro non si ferma più: miniere nelle terre dei nativi. Le comunità indigene insorgono

Avvenire
Le comunità indigene insorgono contro il progetto che apre a impianti di scavo e a pozzi petroliferi nelle aree remote dell’Amazzonia, dove vivono le tribù «incontattate», tutelate dalla Costituzione
Un «sogno», l’ha definito il presidente Jair Bolsonaro. Una «legge storica», al pari di quella che ha liberato gli schiavi nel 1888, ha aggiunto il capo di gabinetto, Onyx Lorenzoni. Con queste premesse, non sorprende che il capo dello Stato abbia scelto una data simbolica – i primi quattrocento giorni di mandato – per presentare al Parlamento il progetto numero 191. Il testo apre alla possibilità di realizzare attività economiche – minerarie, estrazione di idrocarburi o gas, impianti idrici per creare energia elettrica – all’interno delle «terre indigene » dell’Amazzonia.

Aree di proprietà dello Stato nazionale che, però, in base alla Costituzione del 1988, quest’ultimo dà in usufrutto permanente ai 305 popoli nativi brasiliani. Ad essi, viene riconosciuto un diritto originario sui terreni da loro abitati da tempo immemorabile e progressivamente sottratti, durante e dopo la colonia. In realtà, negli ultimi 32 anni, restituito meno di un terzo – 436 – dei 1.296 appezzamenti indicati è stato restituito ai legittimi usufruttuari. Almeno, però, finora, la riconsegna o «demarcazione» delle terre – come viene definita – li aveva messi al riparo da interessi economici esterni, garantendo ai soli indigeni la possibilità di utilizzarne le risorse. Con il disegno di legge 191 – che ufficialmente dovrebbe dare attuazione al dettato costituzionale – Bolsonaro, come più volte promesso, ha cominciato a far cadere il “muro legale” eretto a protezione degli indios e dell’Amazzonia. Là, il governo potrà autorizzare la realizzazione di impianti idro e termoelettrici, pozzi petroliferi o altri mega progetti. I nativi colpiti saranno «ascoltati» ma niente di più: solo in caso di attività mineraria è concesso loro il potere di veto. Per il resto, dovranno adeguarsi. Il presidente non ha dubbi che lo faranno volentieri. «Sono esseri umani come noi», ha detto candidamente, «hanno i nostri stessi desideri e necessità».

Le critiche – ha ironizzato – «verranno dagli ambientalisti che, se potessi, manderei al confino in Amazzonia, tanto loro amano l’ambiente». Il movimento indigeno, in realtà, è deciso a ostacolarne in ogni modo l’approvazione. «Il sogno di Bolsonaro è quello di rispondere agli interessi economici che lo hanno eletto e appoggiano il suo governo, a costo di violare le leggi nazionali e internazionale», ha tuonato l’Associazione dei popoli indigeni.Forti critiche sono state espresse anche dal Consiglio indigenista missionario (Cimi) della Chiesa brasiliana. La discussione in Parlamento si profila rovente, anche per la contrarietà dell’86 per cento della popolazione. Bolsonaro, che non ha la maggioranza, spera nel sostegno della “bancada ruralista”, il gruppo trasversale di rappresentanti dei latifondisti, in gran parte appartenenti alle sette evangelicali. Queste ultime sostengono da anni la necessità di «incorporare» gli indigeni al resto della società, nonostante la Costituzione riconosca loro il diritto alla differenza. Per questo preoccupa e non poco, la recente nomina dell’ex missionario evangelicale Ricardo Lopes Dias alla guida del settore della Fondazione nazionale per i nativi (Funai) che si occupa di indios in isolamento volontario. «Popoli non contattabili» per legge. Almeno finora. Perché la designazione di Lopes Dias rischia – per il Cimi – di modificare la situazione.


Lucia Capuzzi

lunedì 9 dicembre 2019

Brasile. Amazzonia, altri due leader indigeni dell'etnia Guajajara uccisi dai tagliatori di legna

Corriere della Sera
Altri due leader indigeni dell'etnia Guajajara sono stati assassinati a colpi d'arma da fuoco, mentre due sono stati feriti, in un nuovo attacco armato nel Maranhao, nel nord del Brasile.


È successo in una riserva dei Guajajara, nel mezzo dell'Amazzonia a circa 500 chilometri da Sao Louis, quando persone armate hanno attaccato il gruppo di nativi su una strada, hanno riferito i media brasiliani. 

Si tratta del terzo indigeno dell'etnia assassinato in due mesi, dopo l'uccisione a novembre da parte di tagliatori di legna che erano stati espulsi dalla riserva di Paulinho Guajajara, membro di un gruppo di protezione delle foreste.

Sonia Guajajara, principale leader del gruppo indigeno e candidata vicepresidente nel 2018 con il Psol, ha identificato i due indios uccisi come Raimundo Bernice Guajajara e Firmino Silvino Guajajara, spiegando che stavano tornando in motocicletta da una riunione sulla difesa dei diritti degli popoli nativi.

Secondo la Società del Maranhao sui diritti umani sono 13 gli indigeni assassinati nello Stato negli ultimi 4 anni in conflitti con tagliatori di legna e persone che hanno invaso illegalmente la riserva. Le organizzazioni per i diritti umani imputano la responsabilità dell'aumento degli attacchi alle posizioni e politiche del governo del presidente Jair Bolsonaro, favorevole allo sfruttamento dell'Amazzonia e alla nuova delimitazione delle terre indigene.

"Sono dispiaciuto per l'attentato, accaduto nel Maranhao, terminato con due indios Guajajara uccisi e due feriti. Non appena saputo degli spari, il Funai è stato al villaggio a occuparsene, con le autorità del governo del Maranhao", ha scritto su Twitter il ministro della Giustizia, Sergio Moro. Il Funai è la Fondazione nazionale dell'indio, organo governativo che si occupa delle politiche su indigeni e terre dei nativi. "La polizia federale ha già inviato una squadra sul posto e indagherà il crimine a la sua motivazione. Valuteremo la possibilità di inviare squadre della forza nazionale nella regione", ha aggiunto. Sul posto è stato inviato anche personale della segreteria dei diritti umani del Maranhao.

di Monica Ricci Sargentini

domenica 3 novembre 2019

Amazzonia, ucciso un altro leader indigeno Paul Paulino Guajajara: proteggeva la foresta

PresenzaOsservate bene questa foto, è il volto di un giovane ragazzo indigeno; era un “Guardiano” un Custode della Foresta, un protettore di Madre Terra e su di essa vegliava. Nato e vissuto nel verde dell’Amazzonia, cresciuto nel parlare degli uccelli, nello scorrere dell’acqua che si fa vita dentro la linfa dei maestosi alberi, dipinto sul volto dei colori, dei disegni, dei simboli delle creature che popolano l’oceano verde chiamato Amazzonia.

Lo hanno strappato alla vita, in questi giorni se ne apprende la la notizia. Un agguato di taglialegna intenti a tagliare alberi all’interno del territorio indigeno di Araribóia, regione di Bom Jesus das Selvas, Maranhão.


Gli hanno sparato nel mezzo ai villaggi di Lagoa Comprida e Jenipapo. Riverso in terra come ad abbracciarla ancora un’ultima volta. Lo hanno trovato così, venerdì 1° novembre, un giovane indigeno, si chiamava Paul Paulino Guajajara.

Secondo le informazioni ottenute ad oggi, anche il guardaboschi assegnato formalmente a quella zona, Laércio Guajajara è stato colpito durante l’attentato. Pare che nell’attentato sia morto anche uno dei taglialegna, il corpo poi fatto sparire dagli altri taglialegna prima dell’arrivo delle autorità brasiliane.

Siamo di fronte all’incapacità dello Stato brasiliano governato da Bolsonaro di proteggere i territori indigeni, di salvaguardare la foresta, i “Guardiani della foresta” i popoli indigeni in questo momento ne stanno pagando il prezzo più alto, con morti e uccisioni che avvengono tutte le settimane, una incapacità che spesso sfocia nella complicità del governo brasiliano, nell’aver promesso ai grandi proprietari terrieri e alle grandi aziende multinazionali di poter sfruttare vaste zone della foresta amazzonica.

martedì 8 gennaio 2019

Brasile. Bolsonaro non perde tempo: guerra agli indios

Avvenire
Come primo atto il governo ha tolto i poteri all’ente di tutela dei nativi. E li ha assegnati a una ministra che è stata leader dei latifondisti. La Chiesa: «Attacco grave e incostituzionale».
«Signor presidente, le nostre terre non sono zoo, come lei ha detto, sono la nostra casa. Occupano il 14 per cento del Brasile e a lei sembra tanto. Come giudica il fatto che i latifondisti possiedano oltre il 60 per cento del territorio?». 

A rivolgere lo scomodo interrogativo al nuovo presidente, Jair Bolsonaro, sono le comunità amazzoniche Aruak Baniwa e Apuriña in una lettera aperta diffusa ieri.

I 305 popoli indigeni brasiliani sono in allarme per il debutto del governo che a Capodanno si è insediato al Palazzo di Planalto. Terminata la cerimonia del giuramento, come primo atto, Bolsonaro ha trasferito la competenza sul processo di restituzione delle terre ai nativi dalla Fondazionale nazionale dell’indio (Funai) al ministero dell’Agricoltura. Non si tratta di una mera questione amministrativa. Il “passaggio di consegne” è uno dei cavalli di battaglia dei proprietari terrieri, a cui fanno riferimento circa un terzo dei parlamentari nazionali, riuniti nella cosiddetta “Bancada ruralista”.

Una lobby potente e combattiva, che ha tra i suoi principali obiettivi l’espansione della frontiera agricola a spese della foresta e dei suoi abitanti. A guidare il gruppo era, fino a poco fa, Tereza Cristina Corrêa da Costa Dias, ora neoministro dell’Agricoltura. A lei, dunque, toccherà decidere ora quali e quante territori saranno assegnati agli indios in usufrutto permanente. E dei quali sono questi ultimi hanno facoltà di utilizzare le risorse. Questo sistema – delineato dalla Costituzione, trentuno anni fa, al termine della dittatura militare – cerca di risarcire i nativi per gli abusi subiti. In particolare, durante la politica di “integrazione forzata” del regime che aveva causato lo sterminio dei nativi, ridotti a meno di 100mila. 
[...]

sabato 31 marzo 2018

Arrestato in Brasile un prete, Josè Amaro Lopes de Sousa, difensore dei contadini dell’Amazzonia

Vatican Insider
Padre José Amaro Lopes de Sousa, erede di suor Dorothy Stang, fermato il 27 marzo con l’accusa di violenze. Il vescovo: «Una diffamazione per delegittimare il suo impegno».

Padre Josè Amaro Lopes de Sousa, 
parroco di Santa Lucia di Anapu, 
difensore dei contadini dell’Amazzonia
È stato arrestato dalla polizia brasiliana padre Josè Amaro Lopes de Sousa, parroco di Santa Lucia di Anapu, nello Stato del Parà. Padre Amaro sta proseguendo l’opera di suor Dorothy Stang, la missionaria di origine statunitense uccisa nel febbraio 2005 per la sua azione a difesa dei contadini minacciati dai “fazendeiros”, i latifondisti bramosi di impossessarsi della terra. L’arresto è avvenuto lo scorso martedì 27 marzo.


«È una diffamazione per delegittimare il suo impegno a favore dei più poveri», denunciano in un comunicato - diffuso da Vatican News - il vescovo di Xingu, la diocesi di Anapu, monsignor Muniz Alves, la Rete ecclesiale panamazzonica e Caritas Ecuador.

Da parte sua il missionario comboniano padre Dario Bossi, tra i coordinatori della rete continentale latinoamericana Iglesias y Minerìa, sottolinea che «da tempo padre Amaro era minacciato e questo arresto lo consideriamo una diffamazione, una criminalizzazione molto grave, in un Brasile che vede aumentare la violenza e anche la repressione nei confronti dei difensori dei diritti umani».

«C’è bisogno di una mobilitazione e di un sostegno internazionale per chi difende i diritti umani in Brasile, in modo che questi siano una traduzione concreta oggi del Vangelo in queste terre», aggiunge il missionario. Perché, conclude, «qui nel Nord del Brasile la concentrazione illegale di terra è uno dei peccati sociali più gravi».

domenica 27 agosto 2017

Il Brasile vende l’Amazzonia ai cercatori d’oro. Sarà disastro ambientale

Remocontro
Via libera del governo Temer alle trivelle nell’area protetta di Renca: «Faremo ripartire il Paese». Gli ambientalisti: «Sarà una catastrofe».
Secondo i dati dell’Istituto di ricerca sull’Ambiente brasiliano, tra agosto 2015 e luglio 2016 sono andati perduti circa 8000 chilometri quadri di foresta Amazzonica.
La corsa all’oro.


Un’immensa riserva naturale dell’Amazzonia grande quanto Lombardia e Piemonte assieme, si prepara a diventare nuova terra di conquista dei cercatori d’oro. Un angolo della foresta all’estremo nord del Paese, non lontano dalla foce del Rio delle Amazzoni, un’enorme area di 46.000 chilometri quadrati smetterà, dopo oltre trent’anni, di essere protetta e viene aperta allo sfruttamento minerario. Il via libera dal presidente brasiliano Michel Temer, che ha abolito la National Reserve de la Renca, aprendo alle trivellazioni in un’area ricca di minerali e metalli preziosi.

«Attrarre investimenti nel Paese e a creare nuovi posti di lavoro, nel rispetto della sostenibilità ambientale», prova convincere il ministero per l’Estrazione e l’Energia, precisando che nove aree della riserva, incluse quelle abitate dalle popolazioni indigene, «continueranno ad essere tutelate».
«Questo decreto è il più forte attacco all’Amazzonia degli ultimi 50 anni», accusa il senatore Randolfe Rodrigues, eletto nella regione. «Nemmeno la Transamazzonica [strada costruita negli anni 70, ndr] è stata così offensiva, nessuno immaginava che il governo Temer potesse osare tanto».

L’ira degli ambientalisti
Secondo un recente rapporto del Wwf, la principale area di interesse per l’estrazione di rame e di oro si trova proprio in una delle aree protette, la Riserva Biologica di Maicuru, «popolata da comunità indigene di varie etnie che vivono in isolamento», e una corsa all’oro nella regione potrebbe «creare danni irreversibili a queste culture».
Secondo i dati dell’Inpe, l’Istituto di ricerca sull’Ambiente brasiliano, tra agosto 2015 e luglio 2016 sono andati perduti circa 8000 chilometri quadri di foresta Amazzonica, pari a oltre cinque volte l’area di Londra. Nell’arco di appena dodici mesi il tasso di deforestazione è cresciuto del 29 per cento: per ritrovare cifre simili bisogna tornare al 2008.
Il governo Temer assicura che le trivelle saranno autorizzate ad operare soltanto in un’area pari al 30 per cento dell’ex riserva naturale, la cui superficie totale supera per estensione la Danimarca.

La dittatura ‘ecologica’
Fondata nel 1984 sotto l’allora dittatura militare, la riserva di Renca fu vincolata ad area protetta più per ragioni strategiche che ambientali, perché restasse nell’orbita dello Stato. Da allora le pressioni delle società minerarie, da ogni parte del mondo, non si sono mai fermate. Secondo gli esperti, si tratta di una delle aree più ricche di minerali del continente sud americano. Con il governo Temer la concessione è arrivata. Presidente mai eletto, Temer, succeduto a Dilma Rousseff dopo la discussa cacciata della presidente, agisce con grande spregiudicatezza. Anche per lui guai giudiziari, una pesante accusa di corruzione in una inchiesta che ha già portato in carcere dirigenti statali e delle principali multinazionali brasiliane del settore petrolifero, quindi ha fretta. Mentre la magistratura cerca di contenere la frana corruttiva che travolge il Brasile, Temer annuncia di voler dare il via libera alle trivellazioni di compagnie nazionali e straniere in ben 20.000 siti minerari distribuiti in 400 parchi nazionali.

Lula da Silva e Dilma Rousseff
«Lula da Silva e Dilma Rousseff erano molto più attenti a salvaguardare il nostro patrimonio naturale», lamentano gli attivisti del partito dei Lavoratori finito dell’opposizione dopo la caduta dei due suoi ex presidenti e leader. Da quando Michel Temer, al potere con una alleanza di destra dopo l’impeachment di Dilma Rousseff nell’agosto 2016 , ha superato l’ostacolo di un voto di autorizzazione a procedere del Parlamento per accuse di corruzione, il governo ha premuto l’acceleratore in una serie di misure sociali ed economiche tutte gradite agli imprenditori e ai mercati finanziari, come le riforme del lavoro e della previdenza, e una nuova ondata di privatizzazioni.
Insieme all’apertura della riserva amazzonica, Temer ha annunciato difatti la vendita di azioni della Eletrobras, l’Enel brasiliana, e la cessione ai privati di strade e aeroporti.

lunedì 1 maggio 2017

Amazzonia, gli indigeni hanno vinto: la mega diga non sarà costruita

Globalist
Revocata la licenza: la mega struttura avrebbe sommerso 729 chilometri quadrati di foresta.


Gli indigeni dell'Amazzonia hanno vinto la loro battaglia: la mega diga Sao Luiz do Tapajos non si farà. L'Istituto brasiliano delle risorse naturali rinnovabili e ambientali (Ibama) ha infatti annullato la licenza di costruzione del progetto. 


La gigantesca diga idroelettrica che, come ha spiegato Greenpeace "avrebbe stravolto il cuore dell'Amazzonia brasiliana" e "avrebbe causato danni irreversibili per l'ambiente e minacciato le terre e la sopravvivenza del popolo indigeno Munduruku", non sarà più costruita.

Con un bacino di 729 chilometri quadri (circa l'estensione di New York), la diga avrebbe sommerso 400 chilometri quadrati di foresta pluviale incontaminata e portato alla deforestazione un'area di 2.200 chilometri quadrati per la costruzione di strade e infrastrutture necessarie alla realizzazione dell'opera.

Lo stop al progetto è un risultato "molto importante", ha sapere tramite Greenpeace Arnaldo Kaba Munduruku, rappresentante generale del popolo Munduruku. Ora, ha spiegato, "continueremo a combattere contro le altre dighe che minacciano il nostro fiume". L'organizzazione ricorda che sono altri 42 i progetti idroelettrici previsti per il bacino del fiume Tapajos e centinaia previsti per l'Amazzonia.

lunedì 17 aprile 2017

Brasile - Amazzonia: svelato un piano genocida per sfruttare il territorio dei Kawahiva

La Repubblica
E’ Survival International a lanciare l’allarme. Gli ultimi membri della tribù sono costretti a vivere in fuga per sfuggire alle violenze degli stranieri. Attacchi brutali e malattie hanno già ucciso numerose persone. Strade, allevamenti e taglio del legno sono pericoli che li espongono a violenze e al furto della loro terra


Gli ultimi Kawahiva, uno dei popoli più vulnerabili del pianeta, sono a rischio. E’ Survival International a lanciare l’allarme: “I consiglieri di Colniza – che è stata per anni la città più violenta del paese ed è dominata dal taglio del legno illegale e dagli allevatori – hanno incontrato il Ministro della Giustizia per esercitare pressione e ottenere una riduzione drastica delle dimensioni del territorio indigeno del Rio Pardo. Il Ministro sembra favorevole alle proposte dei consiglieri”.

I Kawahiva. Sono un popolo di cacciatori-raccoglitori, che migra di accampamento in accampamento nella foresta di Rio Pardo. Gli ultimi membri della tribù sono costretti a vivere in fuga per sfuggire alle violenze degli stranieri. Attacchi brutali e malattie hanno già ucciso i loro famigliari. Strade, allevamenti e taglio del legno sono tutti pericoli che li espongono alla violenza degli esterni che rubano loro terra e risorse e portano malattie, come l’influenza e il morbillo verso cui non hanno difese immunitarie. Dipendono interamente dalla foresta per la loro sopravvivenza e da anni vivono in fuga dai taglialegna e da altri invasori. L’attuale governo del Brasile sta cercando di cancellare decenni di graduali progressi per il riconoscimento dei diritti dei popoli indigeni del paese.

Il Rio Pardo. Il territorio del Rio Pardo è stato riconosciuto solo nel 2016, a seguito di una campagna internazionale di Survival International e delle pressioni interne in Brasile. Migliaia di sostenitori di Survival avevano scritto all’allora Ministro della Giustizia chiedendogli di intervenire. L’attore premio Oscar e ambasciatore di Survival, Mark Rylance aveva guidato un’importante campagna mediatica che ha portato alla firma di un decreto che avrebbe dovuto rendere sicuro il territorio indigeno una volta per tutte.

Il piano. Secondo Survival, “Il piano prevede l’arrivo di costruttori di strade, allevatori e coltivatori di soia, nonostante il territorio sia la casa degli ultimi Kawahiva. Gli interessi privati nella regione potrebbero cancellare molti dei progressi ottenuti. Colniza è una città notoriamente violenta, nel Brasile centrale, stanno facendo pressione dietro le quinte per aprire il territorio di una tribù incontattata estremamente vulnerabile.

Il rischio della catastrofe. Tutti i popoli incontattati rischiano la catastrofe se la loro terra non sarà protetta. Survival International sta conducendo una campagna internazionale per rendere le loro terre sicure, e dare loro la possibilità di determinare autonomamente il proprio futuro “Il Brasile deve rispettare i diritti dei suoi popoli indigeni. Le tribù incontattate, come i Kawahiva, vogliono chiaramente essere lasciate in pace e vivere nel modo che preferiscono” ha dichiarato Stephen Corry, Direttore generale di Survival International. “Ma gli attuali leader del Brasile si incontrano a porte chiuse con politici corrotti e si inchinano alla lobby dell’agro-business, proprio per negare questi diritti. La posta in gioco è altissima – a causa di questo approccio spietato interi popoli rischiano il genocidio.”

di Anna Maria De Luca

domenica 19 marzo 2017

Amazzonia: nuove denunce di violazione dei diritti umani e della natura da parte delle comunità indigene

Radio Vaticana
Diverse comunità indigene - sotto l’egida della Rete Ecclesiale Pan Amazzonica, Repam - si recheranno in udienza presso la Corte Interamericana dei Diritti Umani a Washington, per presentare 4 casi di violazione dei diritti umani e dei diritti della natura nel territorio amazzonico di Brasile, Ecuador e Perù.



Molteplici rischi legati all'attività mineraria
In Brasile, rappresentanti della comunità contadina di Buriticupù contestano in particolare la concessione di terre per collegamenti ferroviari collegati all’estrazione mineraria, poiché questo compromette la loro vita quotidiana. Dall’Amazzonia ecuadoregna, indigeni e contadini del Tundayne denunciano inoltre l’impatto delle attività di estrazione di oro e rame sui fiumi. Un altro aspetto riguarda l’allontanamento sistematico e forzato delle famiglie dalle loro case. Le comunità indigene Awajún e Wampís del Perù respingono il piano di espropriazioni di una parte del loro territorio. Infine, il popolo indigeno Jaminawa Ararà, dello Stato di Acre nel Nord Est del Brasile, chiede con urgenza la delimitazione dei propri territori per tutelare la sicurezza, in modo da evitare saccheggi o intrusioni nelle loro terre.

La Chiesa difende gli indigeni presso i tribunali internazionali
L’udienza presso la Corte Interamericana rappresenta uno dei passi più importanti compiuti dalla Rete ecclesiale Repam creata dalla Chiesa cattolica per tutelare e salvaguardare le popolazioni più svantaggiate dell’Amazzonia, dove abitano molti popoli indigeni. All’udienza parteciperanno leader indigeni, agenti di pastorale e il vescovo di Huancayo in Perù, mons. Pedro Barreto, gesuita. Si tratta di un presule conosciuto come il “vescovo ecologico” per la sua difesa dei territori indigeni dall’impatto negativo dovuto alle concessioni degli Stati a progetti multinazionali finalizzati all’estrazione mineraria.

Mancano normative e leggi che riconoscano i diritti degli indigeni
La questione del diritto alla terra dei popoli indigeni dell’Amazzonia - si legge nel comunicato stampa diffuso dalla Repam - nasce dalla mancata regolarizzazione e dall’assenza del riconoscimento della proprietà collettiva delle terre. “Il territorio - afferma la Repam - è stato privato della visione integrale di queste popolazioni, dunque dell’aspetto culturale. Della 'cosmovisione' di ogni comunità indigena”. Secondo i difensori dei diritti delle popolazioni autoctone, gli interessi degli Stati per lo sfruttamento delle risorse naturali e l’implementazione di mega progetti di estrazione mineraria hanno sopraffatto i loro doveri e le responsabilità per garantire una vita degna ai propri cittadini. E, in questo caso, si è negata “la partecipazione dei popoli indigeni alle decisioni sull’impatto di queste attività sui loro territori”. (A cura di Alina Tufani)

domenica 22 dicembre 2013

Perù: alla religiosa impegnata con le donne dell’Amazzonia, il premio dei Diritti umani

Radio vaticana
Suor María del Carmen Gomez Calleja, della Congregazione di San Giuseppe, ha ricevuto il Premio nazionale dei Diritti Umani 2013, mentre il sacerdote Gerald Veilleux è stato nominato per il Premio Speciale assegnato ogni anno dalla Commissione nazionale dei Diritti umani del Perù. 

I premi - riferisce l'agenzia Fides - sono stati consegnati in occasione della Giornata Universale dei Diritti Umani, come atto di riconoscimento per coloro che svolgono un duro lavoro nella difesa dei diritti fondamentali in Perù. 

La missionaria spagnola lavora nel vicariato di San Francisco, a Bagua, nella foresta nord del Perù. La nota inviata all’agenzia Fides riferisce che suor Maricarmen si è rifiutata di firmare un rapporto ufficiale che presentava delle irregolarità sul conflitto sociale in Bagua; ancora oggi lei continua a lavorare per chiarire gli eventi e le responsabilità politiche che hanno dato origine al tragico conflitto soprannominato "Baguazo" in cui morirono una trentina di persone. 

Da 45 anni la Congregazione di S. Giuseppe accompagna i popoli indigeni dell'Amazzonia peruviana, a Bagua, e da allora è impegnata nella promozione delle donne indigene Awajun. 

Suor Maria del Carmen lavora in questa regione da sei anni, e ritiene che la sua esperienza "faccia parte di questa bella storia, in cui la donna Awajún che presenta alcune caratteristiche tipiche della cultura del popolo indigeno amazzonico, è oggi una donna istruita. Le donne insegnanti del nostro centro educativo sono state prima studenti in questo luogo, e quindi il contatto con questa cultura è parte di questo popolo".