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giovedì 28 maggio 2020

Dopo l'agghiacciante uccisione di George Floyd a Minneapolis, l'Onu agli Stati Uniti: «Fermate gli omicidi degli afroamericani da parte della polizia»

Il Messaggero
Basta con gli omicidi degli afroamericani. Gli Stati Unitidevono agire per fermare questi abusi da parte della polizia. È quanto ha chiesto l'Alto Commissario dell'Onu per i diritti umani, Michelle Bachelet, dopo l'uccisione del 46enne George Floyd a Minneapolis.


Intanto il sindaco Jacob Frey ha chiesto l'intervento della Guardia Nazionale alla luce degli scontri avvenuti dopo la morte di George Floyd e nel timore che possano esplodere nuovi disordini ancor più violenti Frey non si è detto contrario alle manifestazioni, tuttavia si è detto preoccupato per la sicurezza dei suoi cittadini. «Imploro la nostra città - ha detto - imploro la nostra comunità, imploro ognuno di noi a mantenere la calma e la pace. Onoriamo la memoria di George Floyd».

Si allargano inoltre negli Stati Uniti le proteste. A Los Angeles centinaia di persone hanno partecipato ad una marcia contro la violenza della polizia. Durante la manifestazione, l'auto di una pattuglia della California Highway Patrol è stata attaccata. «Le manifestazioni pacifiche sono il simbolo del nostro Paese, la violenza non è necessaria e danneggia il messaggio, esorto tutti voi a protestare pacificamente per il bene e la sicurezza di tutti», è l'invito rivolto ai manifestanti dallo sceriffo della contea di Los Angeles, Alex Villanueva. 

La polizia di Memphis, in Tennessee, ha risposto alle proteste con gli agenti anti sommossa ed almeno due persone sono state arrestate. Dopo che nella seconda notte di proteste a Minneapolis si sono registrate violenze, incendi e saccheggi, la famiglia di Floyd ha esortato i manifestanti a rimanere pacifici. Lo stesso ha fatto il governatore del Minnesota, Tim Walz, parlando di una «situazione estremamente pericolosa». Oggi all'alba la polizia ha reso noto che un uomo è rimasto ucciso nei pressi della zona che è stato teatro delle proteste.

La mobilitazione
«Aiuto, per favore. Non posso respirare!». La frase che è divenuta lo slogan del movimento Black lives matter (la vita dei neri ha un valore), è stata pronunciata di nuovo lunedì scorso a Minneapolis dall'afroamericano George Floyd, morto con le mani legate dietro la schiena, sdraiato a terra sull’asfalto, e con un poliziotto bianco che per otto minuti gli ha tenuto il ginocchio pigiato sul collo, senza che l’arrestato avesse opposto resistenza, e con totale disprezzo per il rantolo di voce con il quale protestava lo stato di travaglio nel quale si trovava.

Quella frase, «non posso respirare», è diventata adesso un grido di battaglia nelle strade della città statunitense infuocata dalla guerriglia in seguito alla morete di Floyd.

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venerdì 5 luglio 2019

Critiche sostanziali al Decreto Sicurezza Bis nell'audizione parlamentare di Daniele Tissone, Sindacato Polizia

Blog Diritti Umani - Human Rights
Alcuni stralci dell'audizione parlamentare di Daniele Tissone del Sindacato Italiano Lavoratori di Polizia Cgil

Con amarezza assistiamo a una falsa quanto sfuggente rappresentazione della realtà in cui, invocando motivazioni di necessità e urgenza inesistenti, al Parlamento viene impedito di affrontare tematiche delicate attraverso la dialettica democratica del procedimento legislativo.
[...]
Tutte queste costruzioni giuridiche afflittive hanno come presupposto l’insicurezza, percepita e veicolata, in gran parte, da campagne propagandistiche che instillano le paure, mentre tutte le rilevazioni e i dati oggettivi indicano i vari fenomeni criminali in diminuzione o comunque, non rispondenti all’allarme sociale suscitato.
[...]
L’incremento dell’attività sul fronte repressivo e l’inasprimento delle pene, inevitabilmente si abbatterà sul “Pianeta Giustizia”, già gravato da un ingente numero di procedimenti e processi pendenti, che cresceranno per l’effetto domino dell’aumento delle pene e del blocco della prescrizione, nonchè a seguire, sul mondo carcerario, ove sono ben note le carenze di spazi e le difficoltà vissute dai magistrati di sorveglianza e dagli operatori penitenziari.
[...]
Si assiste a una escalation della criminalizzazione delle condotte che è iniziata dall’immigrazione, dalle frontiere, ed è giunta alle riunioni in luogo pubblico o aperto al pubblico, ovvero nelle piazze cuore del paese e luoghi dove i cittadini esprimono opinioni.
[...]
La ricerca del consenso da una parte carica sulle spalle delle Forze di Polizia l’aspettativa dei risultati promessi con la propaganda, mentre dall’altra, specie durante le occasioni di protesta, inasprisce la contrapposizione tra i cittadini dissenzienti, che vengono etichettati come nemici, e chi è deputato a far rispettare la legalità quindi a contemperare la difesa dei diritti di tutti, viene visto, a sua volta, come il nemico dei nemici.
[...]
Questo peggiorato clima di relazioni sociali, che vede nella sola repressione di condotte ritenute devianti o comunque difformi ed in contrasto con il pensiero e i desiderata di chi governa, rischia di portare alla strumentalizzazione delle FF.PP., viste come braccio armato e violento dell’esecutivo del momento, quasi a voler far tornare indietro di quarant’anni la storia.
[...]
Il SILP, che si riconosce nel processo di cambiamento ed evoluzione della Polizia di Stato, avviato con la riforma attuata con la L.121/81, che ha portato alla smilitarizzazione, si oppone a questo snaturamento della funzione democratica di tutela di tutte le persone e della civile convivenza, bene supremo per uno Stato ed il suo popolo nella più ampia accezione.

Daniele Tissone

sabato 14 luglio 2018

USA. La polizia americana macchina infernale: 700 morti in sei mesi

Il Dubbio
Le statistiche sugli "omicidi legali" negli Stati Uniti. Come d'abitudine l'associazione del partito radicale "Nessuno tocchi Caino" ha diffuso ieri i dati sulle uccisioni a opera della polizia negli Usa. Sono dati utili in un momento in cui la richiesta di politiche securitarie, pur non giustificata dai dati sulla criminalità che indicano tutti i reati principali in netto calo, torna a essere massiccia.


Dall'inizio dell'anno al 30 giugno le forze dell'ordine negli stati Uniti hanno già ucciso 617 persone secondo alcuni siti di ricerca, 698 secondo altri. I decessi salgono però a 806 se si tiene conto dei casi di suicidio: di solito persone che, circondate dalla polizia o dopo aver preso ostaggi, spesso a seguito di liti domestiche, si tolgono la vita. 

Alcune morti sembrano causate da incidenti, in particolare stradali. La quasi totalità dei casi però riguarda persone uccise a seguito dell'uso volontario di armi da fuoco da parte di agenti di polizia.

Dei 698 morti, 587 vengono indicati come "uccisi da arma da fuoco", 85 travolti da un veicolo della polizia, 17 morti sono stati causati dall'uso del cosiddetto Taser, la pistola elettrica la cui sperimentazione sta per essere avviata anche in Italia. In 240 casi su 298 non viene precisata la "razza" delle vittime, dal momento che la stampa negli Usa spesso ritiene discriminatorio indicare l'appartenenza razziale o etnica. Sono comunque accertate 239 morti di soggetti bianchi, 127 neri, 74 ispanici, 10 "nativi", intendendo con questo termine pellerossa o alascani, 7 asiatici, un mediorientale. Tra le vittime si contano 65 donne.

L'età media degli uccisi dalla polizia nei primi mesi del 2018 è di 37 anni. I minori di 12 anni uccisi sono stati 8, tra cui 4 bambini vittime di un uomo che li aveva presi in ostaggio dopo essere stato circondato dalla polizia e altri 3 uccisi da poliziotti per motivi personali e non di servizio. Altre 17 vittime avevano meno di 18 anni.

Nelle statistiche Usa, le persone uccise dalla polizia vengono definite "omicidi giustificati". Con tale definizione si intendono anche i casi di "legittima difesa". In media per ogni 4 cittadini uccisi legalmente dalla polizia, ce ne sono altri 3 vengono uccisi legalmente da privati cittadini. 

Le statistiche citate non tengono conto delle vittime di civili, ma basandosi sui dati pubblicati ogni anno dal Federal Bureau of Investigation (Fbi), nei primi 6 mesi di quest'anno i civili dovrebbero aver ucciso "legalmente" circa 490 persone.

Nello stesso arco di tempo, negli Usa sono state compiute 12 esecuzioni. Significa che per 12 persone uccise rispettando le garanzie processuali circa 650 "criminali" o sospetti tali sono stati uccisi al momento dell'arresto, e 490 addirittura al momento di commettere il reato.

Il clamoroso squilibrio giustifica la polemica in corso sugli altissimi costi economici di un sistema penale capitale visto che poi, nella realtà, un "criminale" ha 95 volte più probabilità di venir ucciso al momento di commettere un reato o in quello dell'arresto che non dopo una serie di regolari processi.

Uno studio del 2015 condotto congiuntamente dal Washington Post e dalla Bowling Green State University aveva calcolato che negli ultimi 10 anni solo 54 agenti di polizia erano stati formalmente accusati di omicidio. Dei 54 poliziotti, 23 erano poi stati assolti, 12 condannati, e per 19 il procedimento era ancora aperto. Nei casi di condanna, la pena media è stata 4 anni.

Paolo Delgado

lunedì 3 aprile 2017

In Brasile è allarme sicurezza: ​uccise 182 persone dalla polizia

Il Giornale
I dati dei primi due mesi del 2017 sono molto preoccupanti perché testimoniano il consolidamento di una tendenza di aumento della letalità della polizia.


Prima una bambina di 13 anni centrata da tre proiettili dell’arma di ordinanza di un poliziotto mentre era a scuola. Poi le immagini che immortalano due poliziotti mentre freddano con colpi di fucile a bruciapelo due giovani agonizzanti dopo essere rimasti feriti nel corso della precedente sparatoria.
Questa la triste cronaca di quarantott’ore di ordinario inferno a Rio de Janeiro. Due giorni, gli ultimi del mese di marzo, nel quale si sono contate soltanto le ultime tre vittime della polizia militare di Rio de Janeiro, forza di sicurezza con il più alto tasso di letalità al mondo. 

I due episodi, registrati in aree attualmente tra più delicate della sicurezza carioca, come quelle di Costa Barros, Acari e Pavuna, mettono a nudo in tutta la sua drammaticità l’emergenza sicurezza a Rio de Janeiro. Numeri che non fanno altro che allungare una lunga lista di morte: 182 vittime da parte delle forze dell’ordine solo nei primi due mesi dell’anno. 

La media di tre morti ammazzati al giorno. E così, a poche settimane dal durissimo e inedito richiamo da parte della Corte Interamericana dei Diritti Umani che ha chiesto al Brasile spiegazioni e soluzioni in merito all’incredibile situazione carceraria, a essere chiamata in causa stavolta è Stata l’Onu. Amnesty International e l’Ong Justica Global hanno invocato l’aiuto delle Nazioni Unite perché sanzionino il Paese per la gravissima situazione della pubblica sicurezza a Rio de Janeiro. Archiviate le olimpiadi e il piano di pacificazione delle favelas con la Upp, fallito a ridosso dell’appuntamento olimpico, i primi due mesi dell’anno sono stati caratterizzati da incursioni frequenti e violente da parte della polizia in favelas. Tanto che solo a gennaio e febbraio sono stati registrati 182 casi di omicidio a seguito di un intervento di polizia.

Con un aumento del 78% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente: passando infatti dai 49 di febbraio 2016 agli 84 di febbraio 2017. Il numero di persone morte nel corso delle operazioni di polizia è aumentato ogni anno, con un significativo balzo in avanti tra i 580 morti del 2014 e i ben 920 del 2016. I dati dei primi due mesi del 2017 sono molto preoccupanti perché testimoniano il consolidamento di una tendenza di aumento della letalità della polizia. “Le autorità dello Stato di Rio hanno piena conoscenza delle gravi violazioni dei diritti umani commessi da parte della polizia a Rio de Janeiro e non fanno nulla a riguardo. 

La polizia militare – afferma Renata Neder, responsabile diritti umani di Amnesty International Brasile - insiste a portare avanti operazioni di contrasto motivate come guerra alla droga, la polizia civile non investiga le morti e il “ministero pubblico” non onora il suo obbligo costituzionale di controllo esterno delle attività di polizia. 

Le autorità – conclude Neder- sono responsabili di queste morti e le loro omissioni alimentano il ciclo della violenza della polizia”. Si scaglia contro lo Stato di Rio, anche la Ong Justiça Global che denuncia la “logica di sterminio e repressione” direttamente all’Onu, inviando un’informativa alla segreteria per le Esecuzioni extragiudiziarie sommarie e arbitrarie, con l’auspicio “che il Brasile sia denunciato internazionalmente per le chiare violazioni di diritti umani che vengono commesse”. La segreteria di Pubblica Sicurezza, si legge in una nota, “deve essere responsabilizzata per questi atti. Le vittime hanno nome, età, famiglia e una storia che è stata brutalmente interrotta. Queste morti sono diretta responsabilità di uno stato che coltiva la guerra, l’oppressione e il genocidio”.

Il documento inviato all’Onu, mette il luce come, soprattutto a Rio de Janeiro, si sia portata avanti una politica sempre più stringente di militarizzazione di incarceramento di massa some ipotetica soluzione per i problemi di sicurezza pubblica. 

Quello che si vede però, al netto della mancanza di risultati positivi, è solo l’aumento della letalità della polizia e del numero di morti in generale, così come le sparizioni sospette. E in questa logica si inseriscono i casi gravi degli ultimi giorni. Tra il 2009 e il 2015, le polizie brasiliane hanno ucciso 17,688 civili. 

Ed è importante sottolineare come la vittimologia lasci emergere il razzismo strutturale nel Paese. Il numero di omicidi di neri infatti è cresciuto del 9,9% tra il 2003 e 2014, quello di bianchi è diminuito del 27,1%. I dati mostrano che i neri muoiono 2,6 volte più dei bianchi per armi da fuoco, e che il 94% delle vittime sono uomini. La coordinatrice dell’area Violenza istituzionale e sicurezza pubblica di Justiça Global, Isabel Lima sottolinea "É importante richiamare l’attenzione sull’importanza dell’obbligo di investigazione e responsabilità nei casi di esecuzioni sommarie. Gran parte delle denunce finiscono infatti archiviate. E la comunità internazionale deve sapere.

Luigi Spera

martedì 28 marzo 2017

Migranti - Sindacato di polizia contro il sindaco di Ventimiglia: Nemmeno agli zoo vengono sanzionate le persone che danno da mangiare agli animali

Blog Diritti Umani - Human Rights
Il sindacato di polizia Siap si è espresso duramente contro le scelte del sindaco Ioculano: “In questi giorni dei poliziotti colleghi– attacca Roberto Traverso, segretario provinciale del sindacato di polizia Siap di Genova – hanno dovuto ottemperare ad un’ordinanza che prevede il divieto di dare da mangiare ai migranti che si trovano nella città frontaliera. 

A prescindere dalle postume giustificazioni politiche, si tratta di una situazione a dir poco imbarazzante ed inaccettabile per la nostra categoria che, ancora una volta, viene gratuitamente esposta a causa della scelta di un sindaco che invece di cercare di stemperare gli animi sta alimentando una situazione d’intolleranza dovuta all’incapacità dell’Europa di gestire il delicatissimo fenomeno dei flussi migratori in pieno allarme terroristico. 

I poliziotti che, ai sensi dell’articolo 650 del codice penale, hanno denunciato a piede libero coloro che danno da mangiare ai migranti hanno dovuto applicare la legge, ma l’aspetto preoccupante di questa paradossale vicenda sta nella pericolosità delle ricadute delle scelte del sindaco sull’immagine della Polizia di Stato

Nemmeno agli zoo vengono sanzionate le persone che danno da mangiare agli animali ed è inaccettabile che lavoratrici e lavoratori, che adempiono alle funzioni di agenti e ufficiali di polizia giudiziaria, possano essere distolti da servizi molto delicati per attività mediatiche di di questo tipo”.

Fonte: Redattore Sociale

domenica 17 aprile 2016

Migranti, il sindacato di polizia Silp: "Reati di chi sbarca in diminuzione, non è emergenza terrorismo né invasione"

L'Huffington Post
Chiuso il corridoio balcanico grazie anche all'accordo con la Turchia, il numero dei migranti che sbarcano in Sicilia è raddoppiato rispetto al 2015: 24mila nei primi tre mesi del 2016, erano 12mila nello stesso periodo dell'anno scorso.
A moltiplicare il flusso di profughi verso le nostre coste interviene un altro fattore, l'instabilità della Libia: il generale Onu Paolo Serra nei giorni scorsi ha dichiarato che un milione di persone sarebbero pronte a partire dall'ex paese di Gheddafi a causa della profondissima crisi economica.

Tuttavia per il sindacato di polizia Silp non è il caso di drammatizzare lanciando l'allarme di una nuova "invasione", specialmente perché i dati del Viminale indicano che i reati commessi dagli stranieri in Italia sono in drastica diminuzione e questo è vero in particolare per le etnie maggiormente rappresentate sui barconi diretti verso l'Italia, e cioè eritrei, nigeriani e sudanesi.

"Dobbiamo sfatare il mito dello straniero delinquente e terrorista", dice all'HuffPost il segretario generale Silp-Cgil Daniele Tissone. "Se analizziamo l'andamento della delittuosità delle persone sbarcate nel 2015 dobbiamo registrare un calo complessivo dei reati denunciati a loro carico, con punte anche del 40%. Il terrorismo non è nemmeno contemplato nell'elenco dei crimini commessi".

I reati compiuti con più frequenza dai migranti che arrivano via mare e dai richiedenti asilo, aggiunge Tissone, sono di tipo predatorio: furti e rapine "spesso motivati dalla fame e dall'estremo bisogno nel quale sono costretti a vivere" e questo riguarda le cinque prime nazionalità degli sbarcati - eritrei, nigeriani, somali, sudanesi e gambiani. "Sarebbe però sbagliato attribuire un pericolo di stampo terrorista o criminale a queste persone", dice ancora il segretario generale Silp, "in Italia non abbiamo periferie-ghetto come in Francia e l'accoglienza è migliore".

I dati scorporati del Viminale sui tassi di criminalità degli stranieri tra il 2013 e il 2015 sono chiarissimi. Gli eritrei, il gruppo più numeroso tra coloro che l'anno scorso hanno scelto di attraversare il Mediterraneo per approdare in Italia (oltre 39mila), presentano un carico di denunce più leggero del 58,9% rispetto al 2014, quando erano invece i siriani la nazionalità più rappresentata con oltre 42 mila arrivi. I nigeriani fanno salire il conteggio di furti e rapine ma in generale registrano un calo del 5,8% delle querele presentate nei loro confronti. Anche le persone che giungono dalla Siria, spesso sospettate di far parte dell'Isis, hanno visto scendere del 39,5% il numero di denunce a loro carico.
"I reati più frequenti sono legati alla povertà", commenta Tissone, "e non bisogna dimenticare che migliaia di richiedenti asilo vengono sfruttati dagli italiani come manodopera in nera al confine dello schiavismo".
Il 2014 è stato l'anno con il maggior numero di sbarchi mai registrato: 170mila persone contro le 43mila dell'anno prima. La guerra in Siria era già esplosa e difatti la nazionalità più rappresentata è stata quella siriana sia nel 2013 che nel 2014. Poi quei profughi hanno trovato più comoda e sicura la strada che passa dalla Turchia alla Grecia, perciò nel 2015 il numero di siriani sbarcati in Sicilia si è drasticamente rimpicciolito.

Cosa accadrà nel 2016? Per Tissone "c'è naturalmente preoccupazione ma siamo pronti come sempre ad accogliere i migranti". Le criticità non mancano ma non riguardano il comportamento dei richiedenti asilo e dei migranti che mettono piede in Italia. "Ora che abbiamo aperto gli hotspot chiesti dall'Europa, rimane il fatto che per la stessa Costituzione non possiamo forzare queste persone all'identificazione. Ma questo è un problema che va risolto politicamente".

La seconda preoccupazione riguarda la minaccia di chiusura del Brennero, che potrebbe mandare in tilt strade e le stazioni ferroviarie al confine con l'Austria. La decisione di Vienna è per il Viminale una grana ben peggiore dei numeri di migranti pronti a sbarcare sulle nostre coste.

mercoledì 16 dicembre 2015

USA: nel 2015 la polizia ha ucciso almeno 1.077 persone di cui 207 disarmati e 18 minori

Internazionale
Nicholas Robertson, un nero di 28 anni, è una delle 1.077 persone uccise dalla polizia statunitense dall'inizio del 2015. Di queste 1.077 persone, 207 erano disarmate e 18 erano minorenni. 

Il 12 dicembre Nicholas Robertson, un nero di 28 anni, è stato ucciso da due agenti di polizia a Lynwood una città vicina a Los Angeles. Robertson era armato e secondo i testimoni si stava comportando in modo strano; la madre ha riferito che fosse ubriaco. I poliziotti intervenuti per evitare che Robertson ferisse qualcuno gli hanno sparato dopo che l'uomo non ha lasciato la sua arma come richiesto.

Robertson è una delle 1.077 persone uccise dalla polizia statunitense dall'inizio del 2015. Di queste 1.077 persone, 207 erano disarmate e 18 erano minorenni. Sono i dati raccolti dal quotidiano britannico The Guardian, che sta tenendo il conto dall'inizio dell'anno e raccoglie i dati in un progetto di data journalism: The Counted. Il progetto unisce le informazioni pubblicate sulla stampa e le segnalazioni dei lettori, perché il governo statunitense non tiene un registro complessivo delle morti dovute alle azioni delle forze dell'ordine.

Nel conteggio rientrano diversi tipi di episodi: la maggior parte delle morti considerate sono state dovute a ferite da arma da fuoco, ma non mancano i casi di persone uccise dopo essere state colpite con un taser, quelli di persone investite da auto della polizia o morte in custodia. The Guardian ha pensato di cominciare questa raccolta di dati dopo l'omicidio di Michael Brown a Ferguson, in Missouri, il 9 agosto del 2014: Brown, un ragazzo nero, aveva 18 anni ed era disarmato.

Le cinque città dove la polizia ha ucciso più persone nel 2015.

Los Angeles. Venti persone sono state uccise dalle forze dell'ordine; se si considera tutta la California, si sale a 196.

Houston. Nel capoluogo texano i morti sono stati 16. Dopo la California, il Texas è lo stato in cui la polizia ha ucciso il maggior numero di persone: 106.

Indianapolis. Si scende a 10 morti e sono solo 21 in tutto lo stato dell'Indiana.

Phoenix. Delle 42 persone uccise dalla polizia in Arizona (quarto stato per numero assoluto), nove sono morte nel capoluogo.

Las Vegas. Anche nella più grande città del Nevada i morti per mano di poliziotti sono nove. Il conteggio sale a 16 se si considera tutto lo stato.

In proporzione al numero di abitanti, i cinque stati in cui la polizia ha ucciso più persone sono: Oklahoma, New Mexico, Wyoming, District of Columbia, Alaska.

domenica 6 settembre 2015

USA: nel 2014 le Forze dell'ordine hanno ucciso 1.106 persone... qualcosa non va

Radicali.it
I dati forniti della rivista online americana "Mic" consentono un' ulteriore riflessione su ciò che sta accadendo negli Stati Uniti con le forze dell'ordine - e più in generale con il suo "apparato di sicurezza". "Mic" riporta l'impressionante differenza tra il numero di persone uccise dalle forze dell'ordine negli Usa: 1.106 nel 2014 - e la Norvegia, 2 morti nell'intero periodo tra 2002-2014.
Si legge nell'articolo: "È adeguato affermare che la polizia americana uccide un impressionante numero di individui comparata con la Norvegia, pur considerando le principali differenze socioeconomiche tra i due paesi. In un giorno nel 2015, gli agenti della polizia di Cleveland hanno sparato più di 135 colpi durante una corsa ad alta velocità per la cattura di due motociclisti non armati, entrambi i quali sono morti - durante il periodo di 12 anni mostrato nel grafico, la polizia norvegese ha sparato solo 33 colpi".

Parte della responsabilità per le uccisioni della polizia ricade sull'alto tasso di armi negli Stati Uniti ma eguale responsabilità dovrebbe ricadere su ciò che "American Prospect" (rivista americana, n.d.r.) definisce una "miseramente inadeguata" formazione degli agenti delle forze ordine statunitensi sull'uso della forza letale e tecniche di distensione. [...]

Una recente ricerca di Amnesty International ha trovato che ogni singolo stato (e Washington, D.C.) non rispettano gli standard per l'uso della forza letale. Quando la polizia degli Stati Uniti uccide più persone nel corso di un singolo weekend rispetto a quanto molti paesi facciano in più di una decade, è davvero il tempo di esaminare cosa quei paesi compiono nel modo giusto. Molte vite sono in gioco".

giovedì 6 agosto 2015

Brasile: Amnesty; in 5 anni la polizia di Rio ha ucciso 1.519 persone, per lo più poveri

Il Fatto Quotidiano
Alle Olimpiadi di Rio manca circa un anno, ma già infuriano le polemiche. Non solo per il giro di appalti miliardari, di mazzette, di opere faraoniche e inutili, ma anche - a quanto riferisce Amnesty International - per l'incredibile brutalità della polizia di Rio de Janeiro. Negli ultimi cinque anni, secondo il rapporto di Amnesty, la polizia avrebbe ucciso 1.519 cittadini di Rio per lo più poveri, giovani, neri e abitanti delle favelas.


Il rapporto le definisce vere e proprie esecuzioni senza processo. Amnesty International ha svolto una lunga e accurata indagine esaminando migliaia di rapporti di polizia e giungendo alla conclusione che un assassinio su sei è stato opera di agenti di polizia in servizio nel quadro di una "strategia del terrore" decisa a tavolino per scoraggiare la criminalità nelle favelas.

Tra il 2010 e il 2013 oltre il 75% delle vittime risultano essere uomini neri di età compresa tra i 15 e i 29 anni. Nella maggior parte dei rapporti la morte viene descritta come "conseguenza del reato di resistenza a pubblico ufficiale" e, di conseguenza, nessun agente è mai stato citato dinanzi ad un tribunale civile per il risarcimento del danno e solo un agente è stato rinviato a giudizio dinanzi ad un tribunale penale.

"A Rio convivono due città: quella glamour, tutta luci sfavillanti, negozi di lusso e grandi alberghi per impressionare il mondo e quella, ai più sconosciuta, dove la repressione poliziesca sta decimando una intera generazione di giovani neri e poveri", dice Atila Roque, direttore di Amnesty International in Controlli nella favela Mare Ansa Brasile.

Le autorità di Rio si sono scagliate contro il rapporto definendolo "infondato e fuorviante" in quanto non riconosce alle forze di polizia il merito di aver abbattuto i livelli di criminalità dell'85% nelle favelas dove operano speciali unità "di pacificazione" il cui compito è quello di sottrarre agli spacciatori il controllo del territorio. Il rapporto di Amnesty, sempre secondo le autorità di Rio, dimentica di ricordare che le forze di polizia hanno già adottato volontariamente molte delle misure consigliate nel rapporto e ricorrono meno di prima all'uso delle armi. Il sindacato di polizia sostiene che il rapporto trascura il contesto generale del Paese.

Il Brasile è il Paese al mondo con il record degli omicidi e gli agenti di polizia rischiano la vita ogni giorno in quella che è una vera e propria guerra contro i narcotrafficanti e i piccoli spacciatori. L'anno passato - ricorda il sindacato - a Rio sono stati uccisi oltre 100 agenti di polizia. Anche la magistratura è scesa in campo confutando alcune affermazioni contenute nel rapporto. "Negli ultimi 5 anni sono finiti sotto processo ben 587 agenti di polizia", fa sapere il portavoce della procura di Rio. "Il rapporto è generico, fazioso e non contribuisce in alcun modo alla soluzione dei problemi che affliggono la città".

Può anche darsi che le statistiche sulla criminalità segnalino qualche progresso - replica Amnesty - ma il numero di cittadini uccisi a Rio dalla polizia è allarmante e il dato non è stato smentito. I poliziotti si sentono sotto accusa e la proliferazione di telecamere e dispositivi di sicurezza nelle strade impedisce in molti casi di insabbiare le cosiddette "morti accidentali" e gli episodi di brutalità che spesso finiscono in rete come il video di Eduardo Ferreira, 10 anni, ucciso lo scorso aprile mentre tentava di prendere il cellulare dalla tasca, e quello di Lucas Lima, 15 anni, colpito alla testa da un colpo d'arma da fuoco di un agente mentre tornava a casa dopo aver giocato a calcio con gli amici.

di Carlo Antonio Biscotto

lunedì 4 maggio 2015

Tel Aviv - Israele, gli ebrei etiopi protestano contro "la violenza razzista della polizia", scontri e feriti

Rai News
4 feriti leggeri tra i manifestanti e 11 tra gli agenti di polizia. Il premier Benyamin Netanyahu ha fatto sapere che lunedì riceverà una delegazione di esponenti della comunità. Giovedì scorso anche Gerusalemme ha registrato violenti scontri tra polizia e ebrei etiopi
Dopo Gerusalemme la settimana scorsa, anche Tel Aviv è teatro della protesta degli ebrei di origine etiope (falasha') contro quella che definiscono ''la violenza razzista della polizia''. 

Sono continuati anche nella serata di domenica a piazza Rabin, nel cuore della città, i violenti incidenti tra le forze dell'ordine e centinaia di manifestanti dopo che, secondo alcuni rapporti, diversi di questi avrebbero tentato di entrare nel palazzo del municipio che sovrasta il luogo. 

''Nè bianchi nè negri, solo esseri umani'' hanno gridato i manifestanti che si sono dati appuntamento nel primo pomeriggio nei pressi dei uffici governativi sotto le 'Azrieli Towers' ad un passo dalla 'Ayalon', la tangenziale che entra in città. 

Gli scontri più duri sono avvenuti nella piazza dove sorge il municipio: 4 feriti leggeri tra i manifestanti e 11 tra gli agenti di polizia, che ha usato anche granate assordanti e lacrimogeni nel tentativo di disperdere l'assembramento. 

I manifestanti hanno risposto lanciando contro la polizia - tra cui quella a cavallo - pietre, bottiglie di acqua e pezzi di legno. "I poliziotti violenti vadano in carcere" hanno scandito a lungo i dimostranti, riferendosi in particolare alle violenze subite la settimana scorsa da un soldato di origine etiope da parte di una coppia di agenti. 

Le immagini dell'incidente, in apparenza innescato da un motivo banale, hanno destato un'ondata di indignazione sui social network. Gli agenti sono stati sospesi e rischiano di essere licenziati. Nel tentativo di calmare gli animi, il premier Benyamin Netanyahu ha fatto sapere che lunedì riceverà una delegazione di esponenti della comunità, fra cui il soldato. 

Ma ciò non ha fermato le proteste che sono continuate a piazza Rabin e nelle vie adiacenti monitorate dall'alto dagli elicotteri. Giovedì scorso anche Gerusalemme ha registrato violenti scontri tra polizia e ebrei etiopi che avevano indetto un sit-in di protesta davanti la residenza del primo ministro: in quella occasione 12 dimostranti e tre agenti sono rimasti feriti leggermente.

mercoledì 4 febbraio 2015

Turchia, più poteri a polizia nel nuovo pacchetto sicurezza - Associazioni per i diritti umani "preccupate"

AskaNews
Istanbul - Arresti e perquisizioni facili e intercettazioni senza l'obbligo del via libera da parte di un giudice. Il nuovo "pacchetto per la sicurezza interna", in discussione da questa settimana nel parlamento turco, darà maggiori poteri a polizia e prefetti. Per il governo le misure sono necessarie a garantire l'ordine pubblico, ma associazioni per la difesa dei diritti umani e opposizione sono preoccupate che le nuove norme facciando della Turchia uno "stato di polizia".

La nuova bozza, approvata dalla commissione Interni prevede che gli agenti possano perquisire un sospetto, senza chiedere l'autorizzazione previa di un magistrato come previsto dalle leggi in vigore e usare a loro discrezione armi nel caso i manifestanti li minaccino con molotov o oggetti contundenti. La polizia in casi "urgenti" potrà intercettare le conversazioni telefoniche dei sospetti per 48 ore senza l'ok dei pm.

Inasprite anche le pene per "travisamento". Coprirsi il volto durante le manifestazioni o "fare propaganda per organizzazioni terroristiche" comporterà una condanna da tre a 5 anni di carcere. "Chi indosserà maschere anti-gas o fazzoletti davanti al volto semplicemente per proteggersi dai lacrimogeni" come durante le manifestazioni per la difesa del parco Gezi della scorsa estate "potrà subire condanne pesanti", spiega il quotidiano Cumhurriyet.

domenica 6 aprile 2014

Diritti Umani - La polizia in Grecia tra legami con Alba Dorata violenza e impunità

Corriere della Sera - Amnesty International
Quando, il 17 settembre scorso, Pavlos Fyssas, musicista e attivista antifascista, venne accoltellato a morte nella periferia di Atene da Giorgios Roupakias, un militante di Alba dorata, nessuno avrebbe immaginato che quell’omicidio avrebbe scoperchiato il barile dei rapporti tra le forze di polizia e l’estrema destra greca.

Quel giorno, secondo i testimoni oculari, otto agenti del reparto motorizzato di polizia erano già presenti quando Fyssas e i suoi amici vennero aggrediti, ma non intervennero.
Il giorno dopo, venne convocata una manifestazione di protesta: la polizia antisommossa prima lasciò che i manifestanti venissero presi a sassate da militanti di estrema destra, poi disperse la protesta con manganelli e agenti chimici: 31 persone dovettero ricorrere alle cure mediche, molte per ferite alla testa causate dai manganelli, dai caschi e dagli scudi degli agenti. Un manifestante perse un occhio.

L’indagine che prese il via dall’omicidio di Fyssas ha portato in carcere 50 persone – tra cui il leader di Alba dorata – due agenti di polizia e cinque parlamentari. Dieci agenti di polizia sono risultati collegati direttamente o indirettamente ad azioni criminali attribuite a membri di Alba dorata.

Un nuovo rapporto di Amnesty International - dopo quello pubblicato nel 2012 – ha preso le mosse da questa inchiesta per analizzare l’operato delle forze di polizia. Risultato: i legami con Alba dorata sono solo l’effetto più visibile di una radicata cultura fatta di impunità, razzismo e violenza endemica, che si esprime anche attraverso l’uso della forza contro i manifestanti e i maltrattamenti ai danni di migranti e rifugiati. I vari governi che si sono succeduti finora non hanno riconosciuto, né tanto meno contrastato, questa cultura, le violazioni dei diritti umani che ha causato e l’impunità che ne è derivata.

Il caso più recente risale a pochi giorni fa. Nella prigione di Nigrita, nel nord del paese, la polizia ha picchiato a morte un detenuto in isolamento. L’autopsia ha rivelato numerosi colpi sulle piante dei piedi e al petto nonché bruciature sulle mani. Sono state arrestate nove guardie penitenziarie, sospettate di aver preso parte alle torture mortali.

Negli ultimi anni c’è stato un drammatico aumento degli attacchi motivati da odio nei confronti di rifugiati e migranti. Crimini dell’odio sono stati registrati anche contro la comunità rom e persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuate (Lgbti). Le forze di polizia non hanno saputo impedire questi attacchi o indagare sui moventi di odio che li avevano ispirati.

Se non vi sarà una riforma strutturale complessiva delle forze di polizia, che comprenda la creazione di un meccanismo indipendente in grado di indagare sulle denunce di condotta illegale da parte degli agenti, non sarà facile ripristinare la fiducia della società greca verso le forze di polizia.