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giovedì 7 novembre 2019

Filippine continue violazioni dei diritti umani, 30.000 vittime nella guerra alla droga e tragico sovraffollamento nelle carceri. La Chiesa in difesa delle vittime e dei detenuti, alza la voce

Osservatore Romano
Pace e giustizia per le vittime degli omicidi extragiudiziali. E più dignità per i detenuti. E quanto torna a chiedere con forza la Chiesa cattolica nelle Filippine che tenacemente interviene in difesa di chi non ha voce. Ai ripetuti appelli dell'episcopato si è aggiunto nelle ultime ore quello lanciato da alcuni sacerdoti, che hanno guidato una manifestazione e celebrato una messa a Manila.

Corpi accatastati nell'l'inferno del carcere di Manila (afp)
Il gesuita Albert Alejo, padre Flavie Villanueva e padre Robert Reyes - riferisce l'agenzia Fides - hanno organizzato una veglia di preghiera in ricordo delle persone innocenti uccise durante la "guerra contro la droga" lanciata dal governo, che avrebbe fatto circa 30.000 vittime in due anni. Padre Alejo ha esortato i filippini a "parlare delle ingiustizie che si verificano nel paese".

Infatti, "se i vivi sono silenziosi, come possono essere i morti a parlare?". Le vittime delle esecuzioni, ha rilevato, "non sono solo numeri o statistiche, perché l'ingiustizia sta uccidendo anche la verità, la fede e la speranza dei filippini".

E ha invocato "il rispetto dello stato di diritto nel paese". Un appello dei vescovi al rispetto della dignità dei detenuti nel paese - dove le condizioni all'interno delle carceri sovraffollate vanno peggiorando - è contenuto in un messaggio diffuso in occasione della recente giornata nazionale dedicata alla sensibilizzazione sulla situazione dei carcerati. Un testo attraverso il quale l'episcopato ribadisce che "l'amore di Dio è incondizionato e radicale e si estende anche a coloro che hanno commesso il più atroce dei crimini".

Nel documento, a firma di monsignor Joel Z. Baylon, presidente della commissione per la pastorale carceraria e vescovo di Legazpi, la Conferenza episcopale delle Filippine si augura che la popolazione sia consapevole "della difficile situazione dei membri della comunità carceraria, in particolare le persone private delle loro libertà e delle loro famiglie".

[...]

E a seguire l'esempio di Papa Francesco che "ci implora di ricordare i prigionieri come parte della nostra missione di cura dei poveri, dimenticati e trascurati". Le parole del vescovo di Legazpi fanno eco all'appello a "trattare i detenuti con dignità" che il vicepresidente della Conferenza episcopale filippina, monsignor Pablo Virgilio S. David, ha rivolto nei giorni precedenti al governo e ai funzionari delle prigioni dell'arcipelago.

[...]
Secondo il rapporto di una commissione governativa, le condizioni all'interno delle carceri sono in netto peggioramento: il sovraffollamento delle strutture carcerarie ha raggiunto il 612 per cento, con una popolazione totale di 146 mila detenuti, rispetto a una capacità di circa 21 mila. Negli ultimi anni la popolazione carceraria è aumentata a seguito della politica antidroga lanciata dal presidente filippino Rodrigo Duterte.
Alcune ong fanno pressione sul governo chiedendo un'indagine approfondita sulle operazioni intraprese che avrebbero portato alla morte di almeno 30.000 persone. Nel giugno scorso, per il tredicesimo anniversario dell'abolizione della pena di morte nelle Filippine, la Chiesa ha ribadito la responsabilità dei legislatori a favore della vita e della dignità umana. I vescovi cattolici hanno protestato contro ogni tentativo di ripristinare la pena di morte.

"I legislatori hanno l'obbligo di opporsi a qualsiasi legge che attacca la vita umana", ha dichiarato Rodolfo Diamante, segretario generale della commissione per la pastorale carceraria.

venerdì 28 giugno 2019

Eritrea, per vendicarsi delle critiche dei Vescovi al governo, il regime chiude 21 ospedali della Chiesa e porta via a forza i malati e li abbandona.

Tempi
Decine di migliaia di malati rischiano di morire in Eritrea, dopo che il regime ha chiuso 21 stabilimenti sanitari della Chiesa cattolica. Come riportato da tempi.it, due settimane fa il regime ha requisito tre ospedali, due centri sanitari e 16 cliniche. Secondo nuove informazioni pervenute a Aide à l’Église en détresse, l’esercito ha fatto irruzione nelle cliniche trascinando fuori a forza i malati e abbandonandoli nelle strade.


Fonti della Chiesa cattolica hanno dichiarato che se il governo non riaprirà rapidamente le cliniche, migliaia di persone potrebbero morire. La Chiesa, che ogni anno cura 170 mila malati, ha inviato una lettera al governo per protestare, ricordando che «privarci di queste istituzioni mina la nostra stessa esistenza ed espone i nostri dipendenti, religiosi e laici, alla persecuzione».

«Il governo lasci in pace la chiesa»
Alcuni direttori d’ospedale si sono rifiutati di consegnare le chiavi ai soldati, che «hanno fatto irruzione con la forza e l’effrazione». Un contatto eritreo aggiunge:
«Il nostro messaggio al governo è chiaro: lasciateci in pace. È dovere della Chiesa prendersi cura dei malati, dei poveri e dei moribondi. Nessuno, tantomeno il governo, può dire alla Chiesa di non fare il suo lavoro. I nostri istituti rispettano alla lettera le direttive del ministero della Salute e i supervisori ci apprezzano anche molto. Noi non siamo concorrenti dello Stato, completiamo solo il loro lavoro».


Lo Stato ha requisito le cliniche alla Chiesa per vendicarsi delle critiche rivolte dai vescovi al governo del dittatore Isaias Afewerki, che continua a rimandare le riforme democratiche promesse, nonostante il conflitto militare con l’Etiopia sia ormai concluso. Il regime vorrebbe essere il solo fornitore di cure mediche, ma la gente preferisce affidarsi alla Chiesa, che ha strutture migliori e professionisti più dedicati.

La speranza dei vescovi cattolici è che il regime faccia marcia indietro, ma altri stabilimenti requisiti dal governo due anni fa sono stati chiusi in modo definitivo. Anche per questo i prelati hanno rivolto un appello al governo britannico e alla comunità internazionale perché metta pressione ad Afewerki affinché faccia marcia indietro.

Leone Grotti

domenica 6 gennaio 2019

Migranti - "Obiezione di coscienza" La mossa della Chiesa contro il decreto sicurezza

La Stampa
L'arcivescovo apre il fronte cattolico. La Cei affronterà il tema al prossimo consiglio. Appello della Comunità di Sant'Egidio: "Tutti devono godere dei diritti fondamentali".

Uno dei bambini a bordo della Sea Watch 
La carica la suona il cardinale Bagnasco. Ad aprire il fronte cattolico delle critiche al decreto Sicurezza è infatti il porporato presidente dei vescovi europei, oltre che arcivescovo di Genova. Parla apprestandosi a celebrare una messa per il popolo dei giostrai del luna park, e a proposito delle polemiche sull'obiezione di coscienza dei primi cittadini calibra parole che sono pacate e pesantissime: «I sindaci dovranno prendere le loro decisioni, verificarle ai livelli giusti - premette - ma comunque l'obiezione di coscienza è un principio che viene riconosciuto, mi pare». 

E poi: «L'obiezione di coscienza riguarda obiezioni e valutazioni personali in merito a delle situazioni concrete. Ognuno prenderà le proprie decisioni, sempre nel rispetto naturalmente di quello che è l'ordinamento generale. Penso che nessuno voglia essere sovversivo, però ci sono problemi che richiedono anche dei giudizi di coscienza. Sono persone che magari chiedono aiuto perché fuggono da situazioni disperate». 

Dall'altra parte dello Stivale arriva il grido di monsignor Corrado Lorefice, arcivescovo di Palermo. Invita a non «rimanere in silenzio dinnanzi ai disumani decreti che aggravano la sofferenza di chi è vessato da povertà e guerra».
Due vescovi di due diocesi importanti che si esprimono in questo modo nelle stesse ore. Difficile sia un caso.
Dalla Conferenza episcopale italiana (Cei) non rilasciano dichiarazioni per un motivo semplice: fra nove giorni i vescovi si riuniranno nel consiglio permanente. Però trapela che, anche se non è all'ordine del giorno, il tema caldo della sicurezza sarà affrontato. E se viene aggiunto così all'ultimo, significa che la preoccupazione c'è. Ed è facile aspettarsi che ne parlerà per primo il presidente, il cardinale Gualtiero Bassetti, nel suo discorso introduttivo.
La rabbia dei cattolici
A tutto questo si aggiunge l'apprensione e anche la rabbia dell'associazionismo cattolico, con cui La Stampa ha parlato. La Comunità di Sant'Egidio si esprime con il suo presidente Marco Impagliazzo: «Il decreto avrà l'effetto di aumentare il numero degli irregolari, proprio quell'area in cui prospera l'insicurezza che si vorrebbe contrastare». Impagliazzo ricorda che «la protezione umanitaria, di cui godevano cittadini provenienti da Paesi in cui sono presenti conflitti, è stata a lungo uno strumento che ha permesso l'integrazione, a partire dalla residenza. Proprio l'iscrizione anagrafica dello straniero è garantita da vari articoli della Costituzione e dalla legge anagrafica del 1954». 
Ed ecco un appello esplicito: «Dato che giustamente in Italia lo straniero è titolare di tutti i diritti fondamentali, chiediamo di ripristinarla anche per i richiedenti asilo in attesa di risposta dalle commissioni territoriali».
Il Centro Astalli, servizio dei Gesuiti per i rifugiati, boccia come «misure incoerenti e incomprensibili l'abolizione della protezione umanitaria e l'esclusione dei richiedenti asilo dal Sistema di Accoglienza dei Richiedenti asilo e Rifugiati (Spray)».
Ecco poi la Caritas, che parla con Oliviero Forti: «Il 2019 sarà un banco di prova per le nostre comunità, che dovranno riappropriarsi di quei valori fondamentali che vedono nel Vangelo e nella Costituzione due punti di partenza irrinunciabili per scelte che abbiano al centro la persona».
I richiami di Bergoglio
Sono tutte parole chiaramente in linea con i ripetuti appelli di Papa Francesco. In questa fase delicata non arrivano suoi messaggi espliciti, anche perché Bergoglio rispetta gli episcopati e dunque è naturale che parlino vescovi italiani e non la Segreteria di Stato Vaticana. Ma è evidente quanto gli interventi dei prelati italiani riprendano i richiami del Pontefice, che ribadisce spesso come non si possa mai venire meno all'umanità, lasciare la gente per strada o in mare. Anche se queste cose il Papa le dice «con toni che non sono politico-sociali, ma evangelici», precisano Oltretevere. L'argomento dell'ultimo periodo è il parallelo tra i migranti e la famiglia di Nazaret: manda sempre in fibrillazione i neocon filo-leghisti, i quali sostengono che la famiglia di Nazaret non era migrante ma solo rifugiata. Un altro indizio è lo scarso risalto con cui il Papa ha accolto il premier Conte il 15 dicembre.
Tutti segni che confermano come la Chiesa di Francesco sia scesa in campo per arginare le «storture» del decreto sicurezza.

Domenico Agasso jr, Bruno Viani

lunedì 8 ottobre 2018

Venezuela. Ormai sono milioni i profughi che fuggono dal paese. In Colombia la Chiesa accoglie 5 mila persone al giorno

Il Sussidiario.net
Esodo dal Venezuela non si ferma, Chiesa in prima linea per affrontare l'emergenza: “In Colombia assistiamo ogni giorno 5mila migranti”. Le ultime notizie sulla crisi umanitaria.


Se prima erano in migliaia a fuggire dal Venezuela, ora sono milioni coloro che fuggono da violenza e indigenza. Il flusso si è subito concentrato in Colombia, dove la Chiesa assiste ogni giorno circa 5mila migranti. 

Lo ha annunciato martedì il presidente della Conferenza episcopale del paese: «Serviamo loro acqua e cibo, in alcuni casi diamo loro medicine, vestiti e prodotti per l'igiene personale - ha dichiarato l'arcivescovo Oscar Urbina Ortega - La Chiesa ci riesce con il sostegno delle imprese e delle organizzazioni locali, nazionale e internazionali». 

Inizialmente i venezuelani attraversavano la frontiera per procurarsi generi di prima necessità, poi hanno cominciato a restare o a intraprendere un lungo viaggio verso il Cile. Le rotte sono diverse, tutte disperate. 

La Chiesa è ormai all'opera da mesi, come ha raccontato Fernando Lopez, direttore del Servizio gesuita ai rifugiati, dall'Ecuador: «Abbiamo iniziato a rafforzare la nostra rete tra ordini e congregazioni religiose. Questo lavoro ci ha permesso di affrontare in questi mesi lìemergenza umanitaria».
Chiesa in prima linea per una “accoglienza dignitosa”
Il Venezuela è attraversato da una crisi economica che dal 2014 ha causato l'emigrazione di 2,3 milioni di persone. 

Da quando Nicolas Maduro è succeduto a Hugo Chavez come presidente nel 2013, il Paese è segnato da violenze e sconvolgimenti sociali. Cattive politiche economiche, tra cui un rigoroso controllo dei prezzi, insieme a tassi di inflazione elevati, hanno piegato la popolazione. 

La Chiesa dal canto suo in Sud America si sta occupando di organizzare un'accoglienza dignitosa per i venezuelani che fuggono dal proprio paese. «Si tratta di un grande insieme di istituzioni e servizi, che offrono assistenza legale, il cibo, rifugio, protezione, assistenza nella documentazione, assistenza a donne e bambini», ha spiegato suor Rosita Milesi, direttrice della Congregazione scalabriniana in Brasile e dell’Istituto migrazioni e diritti umani. 

Ma la Chiesa non si sta occupando solo di assistenza ai migranti venezuelani. «Continuerà a far sentire la propria voce, facendo sapere che bisogna fare molto di più», ha affermato l'arcivescovo Oscar Urbina Ortega. Inoltre, bisogna impegnarsi per «fornire loro aiuto e incoraggiarsi a proseguire nella lotta quotidiana per ricostruire il tessuto sociale del loro paese».

Silvana Palazzo

giovedì 27 settembre 2018

Gallagher all’Onu cita Catechismo riformulato: abolire la pena di morte diventa per la Chiesa un impegno per tutto il mondo

La Stampa
Il «ministro degli Esteri» della Santa Sede ricorda l’insegnamento di Giovanni Paolo II e l’apporto recente di Francesco

Il «ministro degli Esteri» della Santa Sede, 
Paul Richard Gallagher
Ha ricordato l’insegnamento di Giovanni Paolo II, prima, e la recente riformulazione del Catechismo della Chiesa cattolica da parte di Francesco, il «ministro degli Esteri» della Santa Sede, monsignor Paul Richard Gallagher, che, a New York per la 73esima sessione dell’assemblea generale delle Nazioni Unite, è intervenuto per tornare a chiedere «l’abolizione universale della pena di morte».

«Come è ben noto – ha detto il Segretario per i Rapporti con gli Stati della Santa Sede all’evento collaterale di alto livello sul tema “Pena di morte: Povertà e diritto alla rappresentanza legale” – nell'ultimo secolo la Santa Sede ha coerentemente perseguito l'abolizione della pena di morte e negli ultimi decenni questa posizione è diventata più chiaramente articolata. Venti anni fa, la questione è stata inquadrata all’interno del giusto contesto etico della difesa della dignità inviolabile della persona umana e del ruolo dell'autorità legittima per difendere in modo giusto il bene comune della società», ha proseguito Gallagher in riferimento alla enciclica Evangelium vitae di Giovanni Paolo II: «Considerando le circostanze pratiche presenti nella maggior parte degli Stati, come risultato dei continui miglioramenti nell’organizzazione del sistema penale appare evidente al giorno d’oggi che mezzi altri dalla pena di morte “sono sufficienti a difendere la vita umana contro un aggressore e a proteggere l'ordine pubblico e la sicurezza delle persone”. Per questa ragione, “la pubblica autorità deve limitarsi a questi mezzi, perché corrispondono meglio alle condizioni concrete del bene comune e sono più conformi alla dignità della persona umana”».

«Papa Francesco – ha proseguito l’arcivescovo britannico – ha ulteriormente sottolineato che l’azione legislativa e giudiziaria dell’autorità statale deve essere sempre guidata dal “primato della vita umana e la dignità della persona umana”. Egli ha messo in guardia dal fatto che c’è “la possibilità di errore giudiziario e sull'uso fatto dai regimi totalitari e dittatoriali... come mezzo per reprimere la dissidenza politica o per perseguitare le minoranze religiose e culturali”», ha ricordato Gallagher citando un discorso pronunciato nel 2015 da Jorge Mario Bergoglio ai delegati dell’associazione internazionale di diritto penale. 

«Di conseguente, il rispetto per la dignità di ogni persona umana e il bene comune sono i due pilastri su cui la Santa Sede ha sviluppato la sua posizione. Questo è esattamente quello che la nuova versione del Catechismo della Chiesa cattolica mette in evidenza laddove afferma che “la Chiesa cattolica insegna, alla luce del Vangelo, che ‘la pena di morte è inammissibile perché attenta all'inviolabilità e alla dignità della persona’ e si impegna con determinazione per la sua abolizione in tutto il mondo”. L’abolizione universale della pena di morte – conclude mons. Gallagher – sarebbe una coraggiosa riaffermazione della convinzione che l'umanità può affrontare con successo il crimine e del nostro rifiuto di cedere alla disperazione davanti al male, offrendo al criminale la possibilità di cambiare».

Nell’introdurre il suo discorso, l’arcivescovo ha registrato con soddisfazione il fatto che cresce il numero di Stati membri delle Nazioni Unite che sostiene l’abolizione della pena capitale ed ha in particolare ringraziato gli organizzatori dell’incontro, ossia l’alto commissariato dell’Onu per i diritti umani (Ohchr), l’Italia, il Brasile, il Burkina Faso, la Francia e Timor est.


mercoledì 12 settembre 2018

Nicaragua. Migliaia in piazza per liberazione detenuti politici. Continue minacce alla Chiesa Cattolica da parte del governo Ortega.

Agensir
In Nicaragua, dopo il riuscito sciopero generale, l'opposizione al Governo del presidente Ortega si è rianimata. Manifestazioni si sono tenute nel fine settimana a Managua e in tutto il Paese e in particolare ieri molte migliaia di persone hanno partecipato, con una moltitudine di palloncini azzurri e bianchi, alla "Marcia de los globos" per la liberazione dei prigionieri politici. 



Nel frattempo, da parte dei fedelissimi di Ortega si continua a mettere nel mirino la Chiesa cattolica. Sabato su un muro vicino alla cattedrale di Managua sono apparse delle scritte con espressioni ingiuriose verso la Chiesa e i sacerdoti. 

Ieri l'arcivescovo di Managua e presidente della Conferenza episcopale nicaraguense, card. Leopoldo Brenes, ha denunciato, a conclusione della messa celebrata nella chiesa di San Nicola da Tolentino, che "durante la celebrazione dell'eucaristia" in alcune chiese "ci sono persone che arrivano con altoparlanti" e disturbano le celebrazioni, e ha chiesto di avere "rispetto" per l'eucaristia e per le convinzioni dei fedeli.

Di fronte alle scritte e agli attacchi, il card. Brenes ha detto che "pregare per coloro che ci insultano è un precetto del Signore" e di conseguenza l'unica cosa da fare è "pregare per le persone che ci calunniano e ci diffamano". Inoltre, bisogna "avere la tranquillità di cuore pulito, non portare odio e avere la presenza di Cristo nei nostri cuori".

Il vescovo di Granada, mons. Jorge Solórzano Pèrez, ha invece denunciato via Twitter che sabato pomeriggio, mentre si celebrava la messa nella parrocchie della Merced, alcuni simpatizzanti del Governo sono entrati in chiesa gridando. "Chiedo - scrive il vescovo - che si rispettino le nostre chiese e le celebrazioni liturgiche". Ieri è toccato a padre Edwin Román, coraggioso parroco di San Miguel, a Masaya, essere insultato e aggredito da uno dei capi della Polizia sandinista.

giovedì 9 agosto 2018

L'opposizione della Chiesa Cattolica alla pena di morte è iniziata con i precedenti papi - Mario Marazziti sul Los Angeles Times

Los Angeles Times
The Catholic Church's opposition to the death penalty began with previous popes
Mario Marazziti

When Pope Francis declared the death penalty “inadmissible” last week, he codified a profound recognition that capital punishment is a vestige of a barbarous past.


Predictably, Catholic proponents of the death penalty are arguing that his move is just another reckless act by a pope who is careless with doctrine and heedless of the need for continuity in church teaching.

But in fact, by ruling out capital punishment, Francis simply brought to fruition a change that had been percolating in the church for decades. His position is particularly in line with that of the two popes who preceded him.

A strong opposition to violence marked the first three centuries of Christian life. Athenagoras of Athens, Hippolytus of Rome and Tertullian of Carthage all held that violence went against the teachings of Jesus. Many early Christians refused to serve in the Roman army for the same reason, and some were executed for their refusal.

In the 4th century, however, the Roman Catholic tradition started supporting the death penalty. St. Augustine, who lived in the 5th century, viewed it as a part of war, consistent with the military obligations of a state in wartime. St. Thomas Aquinas, in the 12th century, saw it as a legitimate means of safeguarding society from dangerous criminals.

This position began to shift in the 1960s. Pope Paul VI removed capital punishment from the fundamental law of the Vatican in 1969. A few years later, he asked the Spanish dictator Gen. Francisco Franco to commute the death sentences of five convicted Basque terrorists.

It was Pope John Paul II, elected in 1978, who really began urging an end to the practice, calling it “cruel and unnecessary.” He sponsored efforts to reduce its use around the world and instructed papal representatives to oppose executions in particular countries.

When the Catholic Church first published the current catechism, in 1992, during John Paul’s pontificate, it affirmed a preference for “bloodless” penalties but allowed for the death penalty “in cases of extreme gravity.”

The church then revised the catechism five years later, amending its position on capital punishment into a near-refusal and stating that cases in which criminals should be deprived of redemption “are very rare, if not practically nonexistent.”

Pope Benedict XVI made the church’s opposition even firmer, vowing to abolish the death penalty and urging justice ministers to support efforts to eliminate it around the world.

When Pope Francis was elected in 2013, he did not bring a more extreme position to the Vatican so much as a more outspoken one. He did, however, bring a greater emphasis on the idea of mercy, especially when it came to the church’s involvement in worldly affairs.

To Francis, as he has put it, “mercy is the justice of God.” Accordingly, he views the church as a bearer of mercy rather than of justice or judgment exclusively. He even called a rare Extraordinary Jubilee Year in 2015 to focus on the issue of mercy, inviting Catholics and the world at large to both seek mercy from others and show mercy to others.

His changes to the catechism are an extension of this emphasis on mercy. The new text begins by spelling out the church’s past rationale for capital punishment: “Recourse to the death penalty on the part of legitimate authority, following a fair trial, was long considered an appropriate response to the gravity of certain crimes and an acceptable, albeit extreme, means of safeguarding the common good.”

It then states that this old reasoning is flawed, because “the dignity of the person is not lost even after the commission of very serious crimes.” It adds: “More effective systems of detention have been developed, which ensure the due protection of citizens but, at the same time, do not definitively deprive the guilty of the possibility of redemption.”

The teaching concludes: “[T]he death penalty is inadmissible because it is an attack on the inviolability and dignity of the person and [the church] works with determination for its abolition worldwide.”

Francis did not make a radical break with the teachings of his predecessors. Rather, he did away with the idea that there is that “very rare” instance in which the execution of a criminal is sanctioned. Whatever their misdeeds, a criminal remains a person — and therefore capable of remorse, a conversion of heart and redemption.

The church’s position is now consistent with the global movement to abolish the death penalty. More than 140 countries have eliminated it or stopped executions by legal or de facto moratoriums. The countries that do continue to allow the practice — including Saudi Arabia, Iran, North Korea and, yes, the United States — are exceptions.

Capital punishment is not justice. It is a vendetta, one that makes killers of those who inflict it. By eliminating the death penalty, Pope Francis has set a standard for Catholics and the rest of the world, offering a model for justice that is tempered by mercy, always and in every instance.

Mario Marazziti is the author of “13 Ways of Looking at the Death Penalty” and coordinator of the global anti-death penalty campaign of the Community of Sant’Egidio, a Catholic organization in Rome.

lunedì 5 febbraio 2018

Filippine - Diritti Umani - Sempre più evidente la frizione tra la Chiesa e Duterte

Vatican Insider
Massacro di innocenti, abusi dei diritti umani, cambiamento della Costituzione, legge marziale, matrimoni gay: si moltiplicano i punti di frizione tra vescovi e Presidente.


Tra la Chiesa filippina e il presidente Rodrigo Duterte il feeling non è mai sbocciato. Punti controversi e differenze di vedute sulla vita della nazione si sono fatte sentire ben presto ma oggi, a quasi due anni dalla sua elezione (avvenuta a maggio 2016), il divario tra il presidente «Castigatore», come viene soprannominato, e l'episcopato filippino sembra allargarsi in modo quasi irreversibile.

La recente elezione dell'arcivescovo Romulo Valles come presidente della Conferenza episcopale delle Filippine aveva fatto ben sperare, data la comune provenienza dalla città di Davao, dove Duterte è stato per 18 anni sindaco, ma le premesse non si sono realizzate e gli auspici non sembrano rivelarsi favorevoli. In una delle prime uscite pubbliche, Valles ha fieramente criticato - come da tempo fanno i vescovi - la campagna di lotta alla droga che Duterte sta pervicacemente proseguendo, dando ordini alla polizia di «ripulire» la nazione da trafficanti e spacciatori di droga. L'Arcivescovo ha lanciato un accorato appello perchè «non si sciupino più vite umane nel Paese» e ha chiesto alla polizia di rispettare lo stato di diritto nell'esercizio delle proprie funzioni e responsabilità

La sanguinosa campagna, intanto, prosegue anche se i vertici della polizia hanno assicurato che le rinnovate linee guida faranno sì che si evitino spargimenti di sangue e violazioni dei diritti umani. La linea, ribadita in mille modi e in mille discorsi dalla Chiesa filippina, in tutte le sue articolazioni, è chiara: urge interrompere la scia di omicidi che, in poco più di un anno, ha causato, secondo dati ufficiali, la morte di almeno 4.000 persone innocenti (ma altrettante sono le vittime dei famigerati «squadroni della morte»), mentre occorre iniziare un processo di «guarigione della nazione».

Una seconda questione che ora sta attraversando il dibattito politico nazionale vede la Chiesa su posizioni piuttosto lontane dal presidente: la possibile riforma della Costituzione repubblicana. Il governo ha proposto un cambiamento della Carta per adottare il federalismo come nuovo sistema di governo e nuovo assetto della nazione.

«È necessario cambiare la Costituzione per decentrare il potere? Molti esperti costituzionalisti e giuristi non sembrano pensarla così. Ciò che è veramente necessario è una piena attuazione della Costituzione, e approvare leggi che tutelino i diritti delle popolazioni indigene, in modo che si realizzi l'autodeterminazione e il decentramento dei poteri, sia politici che finanziari», hanno scritto i vescovi in un comunicato a conclusione della loro assemblea annuale.

La critica radicale dei vescovi al Movimento per il cambiamento della Carta si basa su quattro principi-guida per il giudizio morale dei battezzati: il principio della dignità umana e dei diritti umani; il principio di integrità e verità; il principio di partecipazione e solidarietà; il principio del bene comune. Una possibile riforma costituzionale, notano i presuli «dovrebbe portare a una migliore difesa e promozione di questi valori morali».

Gli stessi valori che oggi la Chiesa cattolica sull’isola di Mindanao denuncia come patentemente violati in nome di un provvedimento draconiano: il 13 dicembre scorso, su richiesta del presidente Duterte, infatti, il Congresso delle Filippine ha approvato l’estensione della legge marziale sull’isola di Mindanao fino alla fine del 2018. La legge marziale era stata dichiarata il 23 maggio 2017, giorno in cui il gruppo Maute, autoproclamatosi affiliato allo Stato islamico, aveva preso con le armi e aveva occupato la città di Marawi. Le Forze armate filippine hanno poi liberato la città dopo cinque mesi di assedio, che ha fatto più di 1.100 morti e provocato un’estesa distruzione nella città. Il periodo iniziale di legge marziale, limitato a sessanta giorni come previsto dalla Costituzione del Paese, era stato prorogato fino alla fine del 2017 e ora si allunga per un altro anno. Rappresentanti ecclesiali come il cardinale Orlando Quevedo hanno criticato il provvedimento che ricorda i tempi bui del dittatore Marcos e dà la stura ad abusi dei diritti umani da parte dei militari.

La disputa tra la Chiesa e Duterte, poi, ha investito ben presto il delicato piano etico-morale, perchè il Presidente non ha fatto mistero, spesso in modo sprezzante, di sposare posizioni contrarie alla morale cattolica, specialmente riguardo alla dottrina della difesa della vita umana (dall’aborto fino alla pena di morte), criticando in modo violento e perfino volgare il clero filippino. Duterte di recente ha dichiarato anche di essere «favorevole al matrimonio gay». «Il problema è che bisogna cambiare la legge. Ma noi possiamo farlo», ha detto, incoraggiando la comunità omosessuale a nominare un proprio rappresentante che possa prendere parte ai lavori del governo per attuare la riforma.

Paolo Affatato

lunedì 22 gennaio 2018

Migranti, la Chiesa polacca denuncia le "dottrine terroristiche dello Stato"

Blog Diritti Umani - Human Rights
La Chiesa polacca, che ha buoni rapporti con il governo conservatore, denuncia la politica nei confronti dei migranti, sulla scia di papa Francesco. 

30 città della Polonia unite nella preghiera per i rifugiati (ottobre 2017) - www.santegidio.org
Il presidente dell'episcopato polacco ha respinto lunedì 15 gennaio l'argomento della sicurezza nazionale utilizzato dal governo conservatore di Varsavia per giustificare il suo rifiuto di ospitare rifugiati, assimilando questi argomenti alle "dottrine terroristiche dello stato".

"Il riferimento più importante non può essere l'interesse dello stato alla sicurezza nazionale, ma all'uomo", ha affermato l'arcivescovo Stanislaw Gadecki in una conferenza stampa che segue la Giornata mondiale dei migranti.

L'Arcivescovo Gadecki ha chiesto che ai rifugiati sia garantita la loro sicurezza e l'accesso ai servizi di base e che ci siano "soluzioni alternative" alla detenzione di coloro che attraversano le frontiere illegalmente, citando la richiesta di ospitalità lanciato domenica 14 gennaio da papa Francesco dal Vaticano.

In linea con gran parte della società e del clero, il governo conservatore polacco, che generalmente si allinea con posizioni episcopali in materia di dottrina sociale della Chiesa, invoca la sicurezza nazionale per spiegare il suo rifiuto di ospitare i rifugiati, compreso il rifiuto delle quote che la Commissione europea aveva cercato di introdurre.

"I rapporti tra il governo e la Chiesa sono stati piuttosto buoni da quando i conservatori sono saliti al potere", ha detto il teologo Pawel Kostecki dell'Istituto Tertio Millenio di Cracovia. È soprattutto sulla questione dei migranti che l'opposizione si è cristallizzata, i vescovi chiedono dei corridoi umanitari come si è fatto in Italia con l'aiuto della Comunità di Sant'Egidio.

Il 14 gennaio, laici sostenuti dall'episcopato hanno preso l'iniziativa di leggere un'intenzione speciale per i migranti di fronte alle assemblee domenicali. A ottobre, il primate della Polonia, l'arcivescovo di Gniezno, mons. Wojciech Polak, ha persino minacciato di sospendere qualsiasi prete che partecipasse a una manifestazione contro l'accoglienza dei rifugiati.

Tuttavia, di fronte alla realtà dell'immigrazione, l'opinione cattolica è divisa. Lo scorso ottobre è stata organizzata un'azione di preghiera sui confini della Polonia su richiesta del gruppo cattolico più conservatore, guidato dalla potente Radio Maryja, che ha suscitato forti reazioni nel paese. 

Secondo diversi sondaggi, più della metà dei polacchi sono contrari all'accoglienza dei rifugiati nel loro paese, una posizione condivisa dal partito di governo conservatore. Quest'ultimo ha respinto il sistema di quote per la distribuzione dei rifugiati proposto dalla Commissione europea.

ES

Fonte: La Croix: Migrants, l’Église polonaise dénonce les «doctrines terroristes de l’État»

domenica 2 aprile 2017

Myanmar: Chiesa e ONG salutano inchiesta Onu su condizione Rohingya

Radio Vaticana
La Chiesa cattolica, le organizzazioni della società civile birmana e diverse ong internazionali salutano la decisione dell’Onu di aprire una inchiesta ufficiale e una missione per indagare sulle violazioni dei diritti umani contro i musulmani Rohingya nello Stato birmano di Rakhine. 

Bambini Rohingya nel loro villaggio distrutto
Il provvedimento è stato ufficializzato dal Consiglio Onu dei diritti umani, che ha promosso una “missione d'inchiesta internazionale indipendente” per “accertare la piena responsabilità e garantire giustizia per le vittime” delle violazioni dei diritti umani in Rakhine. Contestualmente, si prolunga di un anno il mandato del Relatore speciale Onu sulla situazione dei diritti umani in Myanmar. Il governo della Birmania si è pubblicamente dissociato dalla risoluzione Onu.

Christian Solidarity Worldwide: il governo birmano collabori
Secondo “Christian Solidarity Worldwide” (CSW) la risoluzione invia “un messaggio importante al popolo della Birmania: che la comunità internazionale si impegna ad affrontare la straziante situazione nel Paese, in particolare nello Stato Rakhine”. La ong cristiana – riferisce l’agenzia Fides - esprime rammarico per il fatto che “il governo birmano si sia dissociato da questa risoluzione” e lo esorta “a collaborare pienamente con la missione per accertare i fatti, garantendo accesso completo e senza restrizioni agli inviati Onu, in particolare nello stato di Rakhine, ma anche negli stati Kachin e Shan. Vi sono, infatti, notizie di gravi violazioni dei diritti umani anche nel Nord della nazione”.

La situazione dei musulmani Rohingya precipitata lo scorso ottobre
La già difficile condizione della popolazione dei musulmani Rohingya si è ulteriormente deteriorata a partire dall'ottobre 2016, quando l’esercito birmano ha scatenato una vasta offensiva militare contro i civili, dopo la morte di 9 agenti di polizia in un attacco a due posti della guardia di frontiera in Rakhine. I militari sono accusati di aver commesso gravi violazioni dei diritti umani contro i Rohingya, incendiando case, compiendo esecuzioni senza processo, torture e stupri di massa.

L'Alto Commissariato Onu per i diritti umani: una politica orchestrata
Il 3 febbraio l'Alto Commissariato Onu per i diritti umani ha pubblicato un ampio rapporto sulle violazioni dei diritti umani nello stato di Rakhine, parlando di una “politica orchestrata da un gruppo etnico o religioso per terrorizzare la popolazione civile di un altro gruppo etnico o religioso” e cacciarla da un dato territorio. Secondo il rapporto, a partire dal 9 ottobre sono circa 90.000 gli sfollati Rohingya, interni o transfrontalieri.

Card. Bo: un campanello di allarme per la giovane democrazia birmana
Il mese scorso, l’arcivescovo di Yangon, card. Charles Maung Bo, più volte intervenuto in questi mesi in difesa dei Rohingya, ha definito il rapporto “profondamente inquietante” e un “campanello di allarme” per la nuova e fragile democrazia birmana, chiedendo al governo di “permettere libero accesso alle agenzie umanitarie, ai media e agli osservatori dei diritti umani negli stati di Rakhine, Kachin e Shan”. (L.Z.)

domenica 12 marzo 2017

Filippine. La pena di morte passa alla Camera, vescovi in «lutto»

Tempi
La Camera «ha dato allo stato il permesso di uccidere»: lo ha dichiarato l’arcivescovo di Lingayen-Dagupan, monsignor Socrates B. Villegas, presidente della Conferenza episcopale filippina, dopo che la Camera dei rappresentanti ha approvato, alla terza lettura, il ripristino della pena capitale nella nazione per reati legati alla droga, in linea con la campagna del Governo contro i narcotrafficanti che ha già ucciso migliaia di persone. Sono esclusi i crimini che erano punibili in precedenza, come il furto, lo stupro o il tradimento.


Martedì, durante la sessione plenaria della Camera, 217 membri hanno espresso parere favorevole al progetto di legge che reintroduce la pena di morte, cinquantaquattro hanno votato no, mentre uno si è astenuto. 

Il provvedimento è stato promosso dall’alleanza che sostiene il presidente della Repubblica e capo del Governo, Rodrigo Duterte, e fortemente voluto da quest’ultimo. Adesso il progetto di legge passerà al Senato, assemblea composta da ventiquattro membri, in cui il partito del capo dello stato detiene la maggioranza. L’approvazione definitiva appare dunque scontata.

La Chiesa cattolica nelle Filippine è «in lutto», hanno sottolineato i presuli, precisando di non sentirsi sconfitti. «Né potremo essere messi a tacere. Nel mezzo della quaresima — si legge in una dichiarazione dell’episcopato — ci prepariamo a celebrare il trionfo della vita sulla morte, e, mentre noi siamo addolorati perché la Camera ha votato per la morte, la nostra fede ci rassicura che la vita trionferà». I pastori richiamano i fedeli a una generale mobilitazione per manifestare «lo spirito di opposizione» alla pena di morte. E chiedono agli avvocati, ai giudici e ai giuristi cattolici del paese «di consentire alla dolcezza del Vangelo di illuminare il loro operato e l’applicazione della legge, portando vita nel loro servizio alla società».

I legislatori — ha sottolineato Rodolfo Diamante, segretario esecutivo della Commissione episcopale per la pastorale carceraria — «hanno servito i loro interessi personali e non il bene comune, sacrificando la coscienza e i principi». La pena capitale era prevista nell’ordinamento della Repubblica delle Filippine, indipendente dal 1946, e restò in vigore anche durante il periodo della dittatura di Ferdinando Marcos. Fu sospesa nel 1987 sotto la presidenza di Corazón Aquino e poi reintrodotta durante il governo Ramos per «crimini efferati». Durante la presidenza di Joseph Estrada, nel 1999, avvenne l’esecuzione di Leo Echegaray, a cui seguì una nuova moratoria. Nel 2006, il governo di Gloria Macapagal-Arroyo firmò l’abolizione della pena di morte. Dal 2006 — riferisce l’agenzia Fides — le Filippine hanno sostenuto la causa abolizionista, promuovendo diverse iniziative in ambito internazionale e riuscendo anche a ottenere la commutazione delle condanne alla pena capitale inflitte a cittadini filippini all’estero.

venerdì 10 marzo 2017

Filippine, i preti-coraggio sfidano Duterte. Chiese aperte a dissidenti e latitanti come nel periodo di Marcos

Vatican Insider
Sensibilizzano l’opinione pubblica e promuovono una «resistenza non-convenzionale». Le chiese aprono le porte a dissidenti e latitanti, come nell’era Marcos


Guardare la realtà con gli occhi del Vangelo. Anche attraverso un teleobiettivo. Armato della sua inseparabile macchina fotografica, Ciriaco Santiago, religioso filippino dell’Ordine dei Redentoristi, ha trovato una forma tutta personale di missione, mentre la cronaca riporta in evidenza la campagna di esecuzioni extragiudiziali in corso contro spacciatori di droga e tossicodipendenti, con le sue drammatiche conseguenze.

Si tratta della nota crociata anti-droga lanciata dal presidente Rodrigo Duterte, che ha mietuto in otto mesi di governo oltre 7.600 vittime, 2.500 delle quali uccise dalla polizia (in presunti scontri a fuoco con i criminali), e altre 5mila giustiziate da «squadroni di vigilantes» che, secondo un recente rapporto di Amnesty International, sono al soldo delle forze dell’ordine per fare il «lavoro sporco» e ripulire le strade dalla criminalità con metodi sbrigativi, e senza passare per le lungaggini della giustizia ordinaria o di un legale processo.

Una vera e propria «Licenza di uccidere», come si intitola l’ultimo rapporto dell’Ong Human Rights Watch, pubblicato agi inizi di marzo, che parla di «crimini contro l’umanità».

Ogni sera Santiago, da provetto prete-fotoreporter, gira per i meandri della città e frequenta le aree malfamate dell’area metropolitana di Manila per documentare la violenza. Le scene ritratte sono raccapriccianti. Cadaveri abbandonati in una pozza di sangue. Corpi mutilati o con segni di torture. Adolescenti crivellati di colpi alle spalle.

«Far conoscere questa barbarie legalizzata è un lavoro umanitario, prima che di cronaca», nota fratello Santiago che intende contribuire a «coscientizzare l’opinione pubblica sulle flagranti violazioni dello stato di diritto e della legalità, per fermare la strage». «Il giornalismo può servire davvero all’interesse pubblico e al bene della comunità», spiega a Vatican Insider.

Anche perchè con le sue foto i Redentoristi hanno realizzato una mostra fotografica in grandi pannelli esposti all’ingresso del santuario di Baclaran, una chiesa molto popolare a Manila. E, accanto alla reazione di sdegno dei fedeli, non è tardata quella violenta di bande che nottetempo hanno rubato o distrutto quegli scomodi pannelli.

Il forte dissenso della Chiesa cattolica filippina verso i metodi «da giustiziere» di Duterte è ormai noto. Tanti e diversi sono stati i pronunciamenti di cardinali, vescovi e preti, e l’ultima «marcia per la vita», tenutasi un mese fa a Manila, si è trasformata in un vivace corteo di protesta di 10mila fedeli contro i metodi del presidente, promotore di un «regno del terrore» assimilabile alla dittatura di Ferdinando Marcos.

I nuovi provvedimenti legislativi annunciati dal governo – come il ripristino della pena di morte o l’abbassamento della soglia di età per la responsabilità penale fino a 9 anni – non fanno altro che aumentare l’attrito e il divario tra gerarchia cattolica e governo. La Chiesa specifica che «non è contro Duterte» ma che ritiene i diritti umani, la giustizia, il rispetto della vita valori di estrema importanza.

Ma le parole non bastano. La comunità dei battezzati ha cercato strade concrete per frenare l’ondata di esecuzioni che insanguina il paese. È nata così la campagna «Porte aperte» nelle chiese filippine, che hanno iniziato ad accogliere latitanti e tossicodipendenti che rischiano di essere uccisi a sangue freddo.

A Quezon City, quartiere della metro-Manila - la metropoli formata dall’insieme di 15 città - il carmelitano Gilbert Billena è uno dei preti-coraggio che ospitano tra le mura delle parrocchia i nuovi «rifugiati». Billena è coinvolto nell’associazione «Rise Up» («Alzatevi!»), nata proprio con lo scopo di resistere alla campagna anti-droga, definita «illegale, immorale, disumana».

Con lui vi sono altri sacerdoti che sfidano apertamente Duterte in quella che è stata definita una «resistenza non-convenzionale»: Amando Picardal dal pulpito non perde occasione per denunciare il presidente come «assetato di sangue» e «in preda al complesso del Messia»; altri come il missionario belga Hans Stapel o l’irlandese Shay Cullen sono impegnati a guidare comunità di recupero per tossicodipendenti: un’opera paradigmatica per mostrare al governo che la via per condurre una «guerra alla droga» è la sensibilizzazione culturale e la riabilitazione dei drogati, non la loro soppressione.

Da questa convinzione nasce l’impegno a ospitare i «nuovi rifugiati» nelle chiese, secondo una tradizione adottata durante l’era Marcos, quando gli edifici sacri erano porto franco per attivisti, giornalisti, politici e intellettuali dichiarati «nemici dello stato».

È quanto è accaduto pochi giorni fa alla senatrice Leila de Lima, fiera oppositrice politica di Duterte. Ex Ministro per la Giustizia nel governo del predecessore di Duterte, Benigno Aquino jr, de Lima è stata arrestata con la grave accusa di complicità con i boss del narcotraffico, sulla base di testimonianze del suo autista, e rischia l’ergastolo.

La donna, a capo della commissione per i diritti umani che da anni aveva puntato il dito contro il Presidente in carica, si dichiara innocente e grida al complotto. La vicenda segna un «passaggio di Rubicone» nell’era Duterte: inizia la repressione della dissidenza politica.


Paolo Affatato

venerdì 24 giugno 2016

Filippine - Pena di morte: la Chiesa si oppone al presidente Duterte

Agenzia Fides
Manila - La Chiesa cattolica nelle Filippine farà tutto il possibile per scoraggiare azioni politiche che possano reintrodurre la pena di morte nel paese. Come appreso da Fides, il Presidente della Conferenza Episcopale delle Filippine, l' di Dagupan-Lingayen ha detto che cercherà un incontro con il neo Presidente Rodrigo Duterte per chiedergli di riconsiderare il suo piano di rilanciare la pena capitale. 

Arcivescovo Socrates Villegas
presidente dela Conferenza episcopale
Duterte ha dichiarato di voler sottoporre al Congresso filippino un provvedimento per ripristinare la pena di morte, almeno per i crimini più gravi.
Diversi Vescovi hanno espresso forti riserve, ricordando la dottrina cattolica, appena ribadita da Papa Francesco. L'Arcivescovo di Lipa, Ramon Arguelles, ha ricordato che la pena capitale non è lo strumento deterrente verso il crimine, auspicando che un tale passo “non avvenga, proprio mentre la Chiesa celebra l'Anno della Misericordia”. 

Anche l’Arcivescovo emerito di Cebu, Oscar Cruz, contestando le intenzioni del Presidente ha annunciato che "ci sarà certamente da opporsi al suo piano: la Chiesa non resterà a guardare", mentre il Vescovo di Balanga, Ruperto Santos, ha ricordato che "solo Dio ha potere sulla vita. Dio dà la vita e Dio la toglie. Nessuno deve giocare a fare Dio". Invece il Vescovo suggerisce una "riforma del sistema giudiziario e carcerario".
Duterte ha basato molta della sua campagna elettorale sul tema della lotta al crimine, della legalità e della fine dell'impunità per i colpevoli dei reati. Il nuovo presidente della “Commissione per i diritti umani” delle Filippine, Jose Luis Guascon, ha ricordato che l'obiettivo del sistema penale filippino è di tipo riabilitativo, mentre la pena di morte chiude di fatto questa opzione.

mercoledì 3 febbraio 2016

Cina, Julius Jia Zhiguo: "Io vescovo, dentro e fuori dal carcere solo perché consacro preti"

La Stampa
Julius Jia Zhiguo, 81 anni, è a capo della diocesi di Zhengding, nella provincia dell'Hebei. È un vescovo cosiddetto "clandestino", cioè non riconosciuto dalle autorità del governo cinese e ormai ha perso il conto di tutte le volte che è finito in prigione o in residenze "forzate". La voce è mite e paziente. Nelle parole non c'è ombra di lamento, di paura o di vittimismo.

Il vescovo Julius Jia Zhiguo
Lei è stato ordinato vescovo nel 1980. Come sintetizzerebbe questa sua lunga esperienza?
"La mia vita è parlare di Gesù. Non ho altro da dire e da fare. Tutta la mia vita, ogni giorno, serve solo per parlare di Gesù agli altri. A tutti."

La chiamano il "vescovo pendolare del carcere". Quante volte l'hanno tenuta in detenzione?
"Non ho tenuto il conto. Negli ultimi due anni è accaduto raramente. Ma prima, c'erano periodi in cui venivano a prendermi più di una volta nello stesso mese".
L'ultima volta?
"A maggio dell'anno scorso. Ma mi hanno fatto tornare per la messa di Pentecoste. Mi hanno portato in un albergo, non mi hanno fatto niente di speciale. In quei giorni ho pregato, ho letto, ho celebrato la messa, e ho parlato con loro. Ripetevano ancora una volta che non devo fare quello che ho fatto".
Cioè che cosa?
"Avevo ordinato dei sacerdoti. Ho ripetuto che questa è la mia vita, il mio lavoro. I preti li ordina il vescovo, e il vescovo sono io, non posso farci niente. Se non li ordino io, non li ordina nessuno. Loro ripetevano: no, tu non sei vescovo, non hai l'approvazione del governo. E allora io rispondevo: ma si che sono vescovo. Il popolo di Dio mi riconosce come il suo vescovo legittimo. E anche il Papa. Abbiamo continuato a ripetere queste cose a lungo. Ma senza litigare, senza agitarsi, parlando con tranquillità. Alla fine mi hanno riportato a casa. Siamo rimasti in pace".

Anche le altre volte è andata così?
"I motivi sono sempre gli stessi. Io non faccio niente contro nessuno. Non voglio sfidare il governo, non ho niente contro il governo e non parlo male di loro. Ma sono un vescovo della Chiesa cattolica. E loro mi vengono a prendere sempre perché faccio ciò che devono fare i vescovi".

Come ha vissuto gli anni delle persecuzioni, durante la Rivoluzione Culturale?
"I problemi grossi cominciarono che io ero seminarista. Dal 1963 al 1978 sono stato ai lavori forzati in posti sperduti, freddi e inospitali".

Che cosa ha custodito la sua fede?
"Ci bastava avere Dio nel cuore. Questo mi ha accompagnato e custodito per tutto quel tempo. Ci sono state tante difficoltà, ma Dio mi era accanto, e questo bastava".

La "Lettera ai cattolici cinesi" di Benedetto XVI è stata accolta e seguita da tutti?
"Papa Benedetto ci ha esortato a unirci. Ma poi su quella lettera c'è stato chi ha alimentato confusione diffondendo interpretazioni contrastanti, soprattutto in certi ambienti delle comunità clandestine".

Riesce a seguire il magistero di Francesco?
"Lo seguiamo ogni giorno, ogni cosa che fa o che dice. Tutti sono colpiti dalle sue parole e dai gesti con cui esprime la carità e la predilezione per i poveri, per i sofferenti e quelli feriti dalla vita. Sono cose che in Cina hanno un grande impatto, su tutti".

Francesco ha detto di voler dialogare, vorrebbe anche incontrare il presidente Xi Jinping. Sarebbe una cosa buona?
"Certo, come inizio è una cosa ottima. Poi bisognerà guardare ai fatti, oltre alle parole. Ma vedersi e parlare è meglio che non vedersi, perché solo vedendosi e parlandosi si possono affrontare i problemi".

Se la Santa Sede va avanti in questo dialogo con il governo, come reagiranno i cattolici cinesi?
"Ci fidiamo del Papa, è il successore di Pietro. Abbiamo fiducia nel Signore che sostiene e guida la Sua Chiesa, e ci affidiamo a Lui. Sono tanti anni che si parla di come risolvere questo problema. È una questione complessa, ma tutto è nelle mani di Dio e noi siamo tranquilli. Non ci preoccupiamo. Sappiamo che il Papa non rinuncerà alle cose essenziali che fanno parte della natura della Chiesa".

Che cosa rischia oggi di spegnere la fede in Cina?
"Tanti si stanno intiepidendo per il materialismo e il consumismo crescenti. Tanti non vengono più in chiesa a pregare, anche perché sono sempre indaffarati e non trovano mai il tempo. Dobbiamo darci da fare. La Cina è un grande campo dove dobbiamo seminare il Vangelo di Gesù".

di Gianni Valente

sabato 22 agosto 2015

Emergenza Migranti, uno su tre è ospitato dalla Chiesa cattolica. Altrimenti emergenza profughi sarebbe ingestibile.

Vita
Su 100mila persone arrivate in Italia da gennaio a oggi, circa 35mila sono stati accolti dalle strutture legate al mondo ecclesiale, dai seminari alla Caritas


Nel 2015 in Europa sono arrivati finora 250mila rifugiati, più dell'intero 2014. E i morti nel Mediterraneo sono stati «almeno 2.300». «La peggior crisi dalla Seconda Guerra Mondiale», ha commentato il commissario europeo all'immigrazione, il greco Dimitris Avramopoulos. In base a questi dati, poco meno di metà dei migranti arrivati in Europa da gennaio sono passati dall'Italia. E nel nostro Paese hanno trovato un'accoglienza concreta e diffusa soprattutto da parte delle strutture legate al mondo cattolico, dai seminari alla Caritas.
Su 100mila migranti giunti in Italia da gennaio ad oggi, infatti, circa 35mila sono stati accolti da strutture religiose. In pratica un migrante su tre passa dalla Chiesa cattolica. La sola Caritas ne ha assistiti 20mila mentre altri 15mila sono stati accolti da associazioni come la Comunità di Sant'Egidio o direttamente dalle parrocchie e in altre strutture delle diocesi italiane.
I numeri dicono che senza l'accoglienza garantita dalle strutture ecclesiastiche, l'emergenza profughi sarebbe ingestibile. Gli esempi sono davvero tantissimi. A cominciare dalla rete del Centro Astalli, promossa dai gesuiti per i rifugiati e che opera a Palermo, Catania, Vicenza, Trento, Napoli, Padova, Milano e Roma. Hanno spalancato le porte delle loro comunità anche i Guanelliani a Como, Lecco e in provincia di Sondrio, i Francescani a Enna, Roma e a Piglio in provincia di Frosinone,i Pavoniani in Valsassina, le suore Orsoline a Caserta, le suore della Provvidenza a Gorizia. Ma l'elenco potrebbe continuare.

In prima fila c'è la Caritas. Il responsabile dell'area immigrazione, Oliviero Forti, ha spiegato che «non di rado queste attività vengono svolte anticipando i fondi che poi lo stato ci restituisce con qualche mese di ritardo». E ha elencato le diverse iniziative sparse per l'Italia: «La Caritas di Palermo sta ospitando un centinaio di profughi in una sua struttura senza alcuna convenzione con la Prefettura. A Fermo la comunità di Capodarco di don Vinicio Albanesi ha aperto il seminario agli immigrati e oggi ne ospita un centinaio». Altri esempi: il cardinale di Palermo, Paolo Romeo, che ha deciso di utilizzare anche le chiese per l'accoglienza e quello di Torino, Cesare Nosiglia, che utilizza da mesi un piano dell'arcivescovado per accogliere i migranti. Mentre in Lombardia attualmente circa 2.500 profughi sono ospitati nelle strutture della chiesa cattolica lombarda e dall'inizio dell'anno ne sono transitati quasi 8mila.

giovedì 30 luglio 2015

Pakistan death penalty: appeal of the church for moratorium

MISNA               
[Di seguito traduzione in Italiano]
The Catholic Church called on the Pakistani government to reinstate its moratorium on the death penalty a day after eight more convicts were executed in Punjab province.
“The Catholic Church values human sanctity and believes nobody should have the right to take life (…) We strongly oppose capital punishment, especially so since the legal system in Pakistan is flawed", said Cecil Chaudhry, executive director of National Commission for Justice and Peace (NCJP), the Pakistan Church’s human rights body, deploring the execution of Aftab Bahadur Masih, a Christian death row inmate who was hanged just before the start of Ramadan last month despite serious doubts about his age. Masih's family says he was just 15 when he was alleged to have committed murder.

The appeal of the Church to halt executions comes after a similar call made by the United Nations shortly before the eight convicts were put to death on July 29.

The UN also called for Pakistan to commute without delay the sentences of those awaiting execution. “The death penalty is an extreme form of punishment and, if used at all, should only be imposed for the most serious crimes, after a fair trial that respects the most stringent due process guarantees as stipulated in international human rights law”, said Christof Heyns, the UN Special Rapporteur on extrajudicial, summary or arbitrary executions.

Heyns also drew attention to the case of Shafqat Hussain, whose trial fell short of international standards, according to the UN rapporteur. Convicted for a crime reportedly committed as a child, Hussain is scheduled to be executed on August 4.

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Pakistan - Pena di morte: Appello della Chiesa per la moratoria

La Chiesa cattolica ha chiesto al governo del Pakistan di ripristinare la moratoria sulla pena di morte dopo che ieri altri otto detenuti sono stati giustiziati nella provincia del Punjab.

La Chiesa cattolica apprezza la santità dell'uomo e crede che nessuno dovrebbe avere il diritto di togliere la vita. (…) Ci opponiamo con forza alla pena capitale, specialmente perché, al momento, il sistema giuridico in Pakistan è imperfetto", ha detto Cecil Chaudhry, direttore esecutivo della Commissione nazionale di pace e giustizia (Ncjp) della Chiesa in Pakistan, deplorando l'esecuzione di Aftab Bahadur Masih, un cristiano condannato a morte che è stato impiccato il mese scorso poco prima dell'inizio del Ramadan nonostante seri dubbi sulla sua età. La famiglia del condannato, Masih, ha sempre sostenuto che aveva solo 15 anni quando fu accusato di aver commesso un omicidio.

L’appello della Chiesa per fermare le esecuzioni ha fatto eco a un simile appello rivolto dalle Nazioni Unite poco prima che gli otto detenuti fossero messi a morte. Allo stesso tempo, l'Onu ha chiesto al governo pachistano di commutare senza indugio le sentenze di quelli in attesa di esecuzione. "La pena di morte è una forma estrema di punizione e, se utilizzata, dovrebbe essere solo per i crimini più gravi, dopo un giusto processo che rispetti le severe garanzie richieste dal diritto internazionale dei diritti umani" ha dichiarato Christof Heyns, relatore speciale delle Nazioni Unite sulle esecuzioni extragiudiziali, sommarie o arbitrarie.

Heyns ha anche richiamato l'attenzione sul caso di Shafqat Hussain, il cui processo, dice, non ha rispettato le norme internazionali. Shafqat è condannato per un crimine commesso quando era minorenne e dovrebbe essere giustiziato il 4 agosto.

lunedì 9 giugno 2014

Cina - Arrestato padre John Peng Weizhao amministratore apostolico di Yujiang

MISNA
Padre John Peng Weizhao, amministratore apostolico della diocesi di Yujiang, è in detenzione, in una località sconosciuta, da quasi due settimane. Lo dicono fonti ecclesiastiche nella provincia orientale cinese di Jiangxi. Padre Peng è stato portato via dalla propria residenza, nel quartiere di Linchuan, nella città di Fuzhou, il 30 maggio, ha detto oggi una fonte citata dall’agenzia di stampa Ucanews.
Le ragioni della scomparsa del religioso non sono state rese pubbliche. “I sacerdoti che si trovavano con padre Peng quando è stato arrestato hanno riconosciuto i funzionari degli Affari religiosi di Linchuan”, ha detto la fonte. “Ma quando, la scorsa settimana, sono andati dai funzionari per chiedere dove si trovasse, questi hanno affermato che non sanno nulla perché è un’azione del governo provinciale”.

Padre Peng, che è parte della comunità cattolica non registrata, è stato nominato amministratore di Yujiang dalla Santa Sede nel 2012, in seguito al ritiro del vescovo Thomas Zeng Jingmu. Nel Jiangxi, la comunità sotto il controllo governativo ha unito, nel 1985, tutte le cinque diocesi in una diocesi sola, Jiangxi, mentre la comunità non registrata ha continuato a seguire la giurisdizione della Santa Sede. Dei tre vescovi approvati dal Vaticano presenti nella provincia, il vescovo Zeng è l’unico prelato che non è stato riconosciuto dal governo.

La notizia della scomparsa di padre Peng ha coinciso con la pubblicazione di un articolo sul South China Morning Post, un quotidiano di Hong Kong, che citando una fonte vicina alla Santa Sede sostiene che Pechino e il Vaticano riprenderanno i colloqui presto. “Il Vaticano – ha riferito il giornale – è ora in attesa di Pechino per confermare l’ora e il luogo dei colloqui. L’atmosfera per ravvivare il dialogo è ora positiva e i cambiamenti di leadership su entrambi i lati hanno creato una nuova opportunità di comunicazione”.

Eppure, il quotidiano in lingua inglese ha anche osservato che la demolizione di chiese a Wenzhou e l’elezione di un vescovo da parte dello Stato, a Chengdu, possono ostacolare gli sforzi per colmare le numerose differenze. Il dialogo tra le due parti si fermarono nell’ottobre 2010, quando la Chiesa registrata ha ordinato un vescovo, senza approvazione papale, dopo aver visto dieci vescovi ordinati con doppia approvazione da parte di Pechino e della Santa Sede.

[PL]