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lunedì 8 giugno 2020

Filippine - Duterte vuole approvare con urgenza nuova legge antiterrorismo per colpire gli attivisti sociali - Carlito Badion l'ultimo leader ucciso

Notizie Geopolitiche
Nelle Filippine continuano le critiche al nuovo disegno di legge antiterrorismo che il presidente Rodrigo Duterte vorrebbe far approvare con urgenza dal Parlamento nei prossimi giorni, mentre nel Paese si moltiplicano le denunce di violenza e omicidi ai danni di attivisti sociali.




La commissioni per l’ordine pubblico e la difesa hanno già dato il via libera al provvedimento, che molto probabilmente riuscirà a passare senza difficolta’ alla Camera dei rappresentanti entro il 6 giugno, quando inizierà la pausa estiva di due mesi del Parlamento. 

La nuova misura stabilisce tempi più lunghi per le detenzioni in assenza di accuse formali e conferisce ancora più poteri all’esecutivo per legiferare in materia di sicurezza nazionale.
Numerose organizzazioni sociali hanno contestato la nuova legge, mentre nel Paese continuano a essere denunciati omicidi di leader di movimenti sociali. 

L’ultimo in ordine di tempo e’ quello di Carlito Badion, segretario dell’associazione Kadamay e riconosciuto leader tra i poveri delle grandi città filippine.

Secondo Cristina Palabay, la direttrice di Karapatan, un’organizzazione che riunisce 44 associazioni in difesa dei diritti umani, il “brutale” omicidio di Badion “è l’ultimo di una serie di attacchi violenti e senza vergogna ai poveri e ai senza tetto della città, soprattutto nel mezzo della pandemia di Covid-19”.
Palabay, che ha chiesto l’apertura di un’inchiesta da parte della commissione dei diritti umani del governo, ha aggiunto che la situazione sarebbe destinata a peggiorare con “la legge antiterrorismo, che ha il solo scopo di porre una minaccia ancora più grande ai diritti e le libertà civili delle persone”.

domenica 14 aprile 2019

Filippine, Duterte che per combattere la droga ha ucciso 15.000 persone i 3 anni, si sottrae alla Corte penale internazionale.

Il Manifesto
All'ultima sessione della Commissione Onu sulle Droghe sono state presentate le Linee Guida sui Diritti Umani e le Politiche sulla Droga. Gli autori sono l'Organizzazione Mondiale per la Sanità, il Programma Onu per lo sviluppo, quello per l'hiv/aids e il Centro Internazionale per i diritti umani dell'università di Essex. 


"Le politiche sulla droga hanno impatti molto significativi sui diritti umani" si legge in premessa, occorre quindi "sviluppare politiche che rispettino gli obblighi internazionali relativamente alla proporzionalità delle pene, le discriminazioni fino ad arrivare al diritto a godere dei benefici del progresso scientifico anche per l'accesso a terapie per le dipendenze e a prevenire le overdose".

Queste raccomandazioni avevano seguito di poco l'intervento in plenaria di un generale filippino che aveva rivendicato la politiche del presidente Duterte contro drogati e spacciatori che hanno creato un regime di terrore nel paese con spedizioni di paramilitari che hanno ucciso oltre 15000 persone in due anni.

Se non fosse stato per un dibattito organizzato da DRCNet Foundation, Forum Droghe e l'Associazione Luca Coscioni nessuno avrebbe replicato pubblicamente alle Filippine. Contro la retorica governativa, giornalisti e attivisti hanno raccontato la loro versione via video da Manila. Chel Diokno, avvocato dei diritti umani e candidato liberale alle prossime elezioni per il Senato, ha denunciato come Duterte "non si interessi della pressione internazionale", in particolare del Parlamento europeo e del Congresso Usa, mentre per la società civile che si oppone a questa guerra senza quartiere è fondamentale "che la pressione" resti perché è "stata molto importante nell'evidenziare globalmente cosa stia succedendo nelle Filippine influenzando l'operato del governo speriamo che continui affinché Manila aderisca ai suoi impegni previsti dai trattati internazionali sui diritti umani".

Secondo gli ultimi dati dell'agenzia filippina per le droghe, oltre 5000 persone sono state uccise dalla polizia durante i rastrellamenti degli ultimi tre anni, Diokno e altri militanti dei diritti umani stimano le uccisioni intorno alle 20000 includendo le morti "ispirate" dalla campagna di odio fomentata da Duterte.

Da un paio d'anni, e dopo un simile evento all'Onu di Vienna del 2017, un gruppo di giuristi filippini, con la collaborazione di altre associazioni sta compilando un dossier sulle esecuzioni extra-giudiziarie. L'unico modo di poter portare davanti alla giustizia un Capo di Stato in carica sarebbe ricorrere alla Corte penale internazionale. Per l'appunto, e proprio per via delle condotte del Presidente Duterte, le Filippine sono uscite dal Trattato di Roma sulla CPI il 17 marzo 2019 - due giorni prima del dibattito di Vienna e un anno dopo averlo ufficialmente annunciato. Uscire dallo Statuto non è tecnicamente semplice ma la volontà politica è chiara.

Se l'attenzione internazionale degli ultimi anni ha concorso a bloccare gli squadroni della morte, il regime di violenza ha talmente terrorizzato centinaia di migliaia di persone che in massa si sono "volontariamente" fatte interrogare e perquisire. Naturalmente il traffico di stupefacenti non ha subito significative battute d'arresto nelle oltre 7.000 isole dell'arcipelago restando una delle principali vie di transito da e per la Cina. La pressione internazionale sulle Filippine potrà funzionare se alle parole seguiranno i fatti: opporsi a Duterte senza porre fine alle politiche repressive in Europa e Usa non funzionerà, le linee guida per le politiche sulla droga vanno in primis applicate a Roma, Parigi, Washington e Brasilia e poi, naturalmente a Manila, Pechino, Mosca, Riad e Teheran.

di Marco Perduca

sabato 29 settembre 2018

Filippine. Il presidente Duterte ammette di aver ordinato delle esecuzioni extragiudiziali

TG24sky
Il presidente ha definito gli omicidi legati alla guerra alla droga come il suo "unico peccato". Il suo portavoce però frena: "Commenti scherzosi, da non prendere alla lettera". La Corte penale internazionale sta indagando per crimini contro l'umanità.


Il presidente delle Filippine Rodrigo Duterte ha per la prima volta ammesso apertamente di aver autorizzato uccisioni extragiudiziali come parte della sua guerra alla droga. La conferma è arrivata in un discorso tenuto nel palazzo presidenziale, durante il quale ha sfidato direttamente chiunque avesse criticato il modo in cui gestisce il Paese.
Le parole di Duterte
"Qual è la mia colpa? Ho rubato anche un solo peso? Il mio unico peccato sono le uccisioni extragiudiziali", ha affermato Duterte. In passato, il presidente aveva già affrontato il tema degli omicidi. Ammettendo l'esistenza delle esecuzioni, ma negando che fossero promosse direttamente dallo Stato. Il principale effetto dell'ammissione sarebbe rafforzare le indagini preliminari in corso da parte della Corte penale internazionale sulle migliaia di esecuzioni extragiudiziali condotte nell'ambito della guerra alla droga di Duterte. Il portavoce del presidente, Harry Roque, ha però sottolineato che i suoi commenti sarebbero "scherzosi" e che "non dovrebbero essere presi alla lettera".
Il bilancio della guerra alla drogaA marzo, la Corte ha confermato l'indagine per crimini contro l'umanità. Sia quando Duterte era sindaco di Davao che come presidente, negli ultimi due anni. Per tutta risposta, le Filippine hanno abbandonato lo Statuto di Roma, il trattato internazionale istitutivo della Corte Penale Internazionale, firmato il 17 luglio 1998. In sostanza, quindi, Duterte aveva risposto alle accuse non riconoscendo l'autorità che le stava muovendo. Secondo le statistiche ufficiali, da quando Duterte è diventato presidente sono state uccise dalla polizia 4.500 persone, in maggioranza spacciatori e tossicodipendenti. I dati raccolti dalla Corte parlano invece di 8mila vittime. E alcuni gruppi per la difesa dei diritti umani ne ipotizzano 12mila. Una campagna di violenze che dovrebbe continuare. Duterte ha infatti dato la sua "parola d'onore" sul fatto che la sua guerra alle droghe "non finirà". A costo di "mettere sul tavolo la mia vita e la presidenza".

lunedì 10 settembre 2018

Filippine, Amado Picardal il prete anti-Duterte in pericolo di vita

La Stampa
Fugge da un agguato e si ritira in solitudine il redentorista Amado Picardal, autorevole voce critica della Chiesa filippina verso i metodi del presidente.

«Potevo essere il quarto prete ammazzato, nell’ondata di uccisioni extragiudiziali, che segna il regime del presidente Duterte. La tranquilla routine fatta di silenzio, preghiera, fraternità con i confratelli Redentoristi poteva mettere a rischio la mia vita. E allora vado in un luogo più sicuro». 

Resterà per alcune settimane o forse mesi lontano dai riflettori, in un luogo isolato dove non è conosciuto, in una casa dove farà vita rigorosamente privata, il redentorista Amado Picardal, prete filippino che è una delle voci più autorevoli, determinate, sincere e coraggiose nell’opposizione al presidente Rodrigo Duterte.

Il leader politico, che è al potere a Manila dal 2016, fin dall’inizio della sua avventura politica ha instaurato un rapporto conflittuale con la Chiesa cattolica, influente istituzione nel Paese più cattolico d’Asia. Molti ecclesiastici, tra i quali Picardal, si erano schierati contro la sua possibile elezione. Qualcuno lo definito «satana» o «Pol Pot». Una volta eletto, Duterte non ha esitato a far scontare ai vertici della Chiesa cattolica filippina il suo risentimento e, da una posizione di vantaggio e di potere, ha screditato senza pietà e senza peli sulla lingua esponenti, riti, parole e idee del clero locale.

La sua «guerra alla droga», una vasta campagna repressiva che ha caratterizzato la sua azione di governo nel primo biennio di presidenza, si è tradotta in una scia di esecuzioni extragiudiziali senza precedenti, che hanno toccato l’incredibile quota di 25mila vittime. 

E se circa 4mila omicidi, secondo dati ufficiali, sono stati compiuti dagli agenti di polizia – in raid o conflitti a fuoco con tossicodipendenti e spacciatori – il resto delle uccisioni è opera di “squadroni di vigilantes”, che Ong come Amnesty International e Human Rights Watch hanno rivelato sono al soldo dei militari, comodamente utilizzati per compiere il “lavoro sporco”, in sfregio allo stato di diritto e nella più totale impunità.

Impigliato in questa organizzata rete di “omicidi di Stato” stava per finire anche Amado Picardal, che nei giorni scorsi ha notato brutti ceffi in motocicletta ronzare come calabroni intorno alla sua residenza a Cebu city . Sorvegliavano la sua casa, i suoi spostamenti, le sue abitudini, chiedendo anche informazioni su di lui. Deduzione ben presto fatta: lo scomodo prete-coraggio, che dà fastidio a Duterte fin da quando era sindaco della città di Davao, è sulla lista nera e poteva essere eliminato.

Lo stesso religioso redentorista conferma in un messaggio inviato a Vatican Insider: «Dal 2017 ricevo informazioni sul fatto che gli squadroni della morte prendono di mira i preti e che io ero in cima alla lista. Dopo l’uccisione di tre sacerdoti, nei mesi scorsi, ho creduto di poter essere il prossimo. Ho persino ricevuto un messaggio e-mail che mi accusava di essere un tossicodipendente e mi minacciava», volgare pretesto per giustificarne l’omicidio. «Prima di lasciare Manila, nel marzo scorso, ho saputo da una fonte affidabile che ero effettivamente un obiettivo», prosegue. Così Picardal ha deciso di trasferirsi al monastero di Cebu, lontano dalla capitale. Ma non è bastato.

«Un giorno la guardia del convento – racconta – mi ha riferito che c’erano sei uomini, su tre motociclette, con il volto coperto, vicino all’ingresso del monastero e della chiesa tra le 17 e le 18 di quel pomeriggio. Di solito era l’ora in cui andavo al supermercato e al bar». Lo stavano aspettando. L’esecuzione era organizzata. «Se fossi uscito da casa, non ci sarebbe stato scampo per me», dice. Di qui l’urgenza della fuga.

Ma perché il tentato omicidio? Perché un frate preso di mira nel suo convento? «L’unica spiegazione sta nella mia attività: ho predicato e scritto contro le uccisioni extragiudiziali negli ultimi 20 anni, da quando ero a Davao», ribadisce. Picardal è tuttora portavoce della “Coalizione contro le esecuzioni extragiudiziali”, che monitora il fenomeno. Ha fornito assistenza alla Commissione per i diritti umani a alla Ong Human Rights Watch per indagare sulle uccisioni. Il redentorista ha pubblicato uno speciale Rapporto sugli omicidi compiuti dagli “squadroni della morte” a Davao nel periodo 1998-2015, incluso nella denuncia presentata alla Corte Penale Internazionale, che ha messo sotto processo Duterte. Il sacerdote ha anche dato rifugio agli ex membri delle bande di vigilantes che, pentiti, hanno raccontato la loro storia e che saranno i testimoni nel processo davanti alla Corte.

Sulla delicata questione Picardal spesso rilascia interviste e ha tenuto conferenze in patria e all’estero. I mass media lo definiscono «uno dei più feroci critici del presidente», ma «io intendo solo essere una coscienza per la società», spiegalui. Oggi il religioso afferma che, secondo una sua fonte, l’ordine di eliminarlo viene direttamente dal Palazzo presidenziale di Malacanang: da Duterte o dal suo entourage. Ma «non ho ancora un prova certa», puntualizza. Tuttavia, dopo che tre preti attivisti sociali sono stati uccisi nell’ultimo anno e mezzo – omicidi ancora rimasti impuniti, con i colpevoli non identificati – il rischio per vita del prete-coraggio è serio: 

«Ho sempre saputo che la mia vita sarebbe stata a in pericolo e l’ho accettato, per adempiere alla mia missione profetica. Non ho paura della morte. Sono pronto ad accettare il martirio, ma non lo cerco né sarò un bersaglio facile».

Per questo il sacerdote lascia temporaneamente l’eremo sulla montagna di Cebu e sceglie la solitudine, in un luogo più sicuro. Lì si dedicherà alla preghiera, allo studio, alla scrittura. «Continuerò a parlare contro il male nella società attraverso i miei scritti. Digiunerò e pregherò affinché il Signore ci liberi dal male. Nel frattempo, chiedo ai miei amici di pregare per il nostro paese e per la mia sicurezza», conclude.

Intanto a continuare la sua missione a Manila, accanto a tanti altri preti, c’è il redentorista Ciriaco Santiago che ha messo a disposizione il suo talento di fotografo per documentare le storie e le circostanze delle esecuzioni extragiudiziali. Tutti alfieri per difendere la dignità della vita, i diritti umani, la legalità.

Paolo Affatato

lunedì 5 febbraio 2018

Filippine - Diritti Umani - Sempre più evidente la frizione tra la Chiesa e Duterte

Vatican Insider
Massacro di innocenti, abusi dei diritti umani, cambiamento della Costituzione, legge marziale, matrimoni gay: si moltiplicano i punti di frizione tra vescovi e Presidente.


Tra la Chiesa filippina e il presidente Rodrigo Duterte il feeling non è mai sbocciato. Punti controversi e differenze di vedute sulla vita della nazione si sono fatte sentire ben presto ma oggi, a quasi due anni dalla sua elezione (avvenuta a maggio 2016), il divario tra il presidente «Castigatore», come viene soprannominato, e l'episcopato filippino sembra allargarsi in modo quasi irreversibile.

La recente elezione dell'arcivescovo Romulo Valles come presidente della Conferenza episcopale delle Filippine aveva fatto ben sperare, data la comune provenienza dalla città di Davao, dove Duterte è stato per 18 anni sindaco, ma le premesse non si sono realizzate e gli auspici non sembrano rivelarsi favorevoli. In una delle prime uscite pubbliche, Valles ha fieramente criticato - come da tempo fanno i vescovi - la campagna di lotta alla droga che Duterte sta pervicacemente proseguendo, dando ordini alla polizia di «ripulire» la nazione da trafficanti e spacciatori di droga. L'Arcivescovo ha lanciato un accorato appello perchè «non si sciupino più vite umane nel Paese» e ha chiesto alla polizia di rispettare lo stato di diritto nell'esercizio delle proprie funzioni e responsabilità

La sanguinosa campagna, intanto, prosegue anche se i vertici della polizia hanno assicurato che le rinnovate linee guida faranno sì che si evitino spargimenti di sangue e violazioni dei diritti umani. La linea, ribadita in mille modi e in mille discorsi dalla Chiesa filippina, in tutte le sue articolazioni, è chiara: urge interrompere la scia di omicidi che, in poco più di un anno, ha causato, secondo dati ufficiali, la morte di almeno 4.000 persone innocenti (ma altrettante sono le vittime dei famigerati «squadroni della morte»), mentre occorre iniziare un processo di «guarigione della nazione».

Una seconda questione che ora sta attraversando il dibattito politico nazionale vede la Chiesa su posizioni piuttosto lontane dal presidente: la possibile riforma della Costituzione repubblicana. Il governo ha proposto un cambiamento della Carta per adottare il federalismo come nuovo sistema di governo e nuovo assetto della nazione.

«È necessario cambiare la Costituzione per decentrare il potere? Molti esperti costituzionalisti e giuristi non sembrano pensarla così. Ciò che è veramente necessario è una piena attuazione della Costituzione, e approvare leggi che tutelino i diritti delle popolazioni indigene, in modo che si realizzi l'autodeterminazione e il decentramento dei poteri, sia politici che finanziari», hanno scritto i vescovi in un comunicato a conclusione della loro assemblea annuale.

La critica radicale dei vescovi al Movimento per il cambiamento della Carta si basa su quattro principi-guida per il giudizio morale dei battezzati: il principio della dignità umana e dei diritti umani; il principio di integrità e verità; il principio di partecipazione e solidarietà; il principio del bene comune. Una possibile riforma costituzionale, notano i presuli «dovrebbe portare a una migliore difesa e promozione di questi valori morali».

Gli stessi valori che oggi la Chiesa cattolica sull’isola di Mindanao denuncia come patentemente violati in nome di un provvedimento draconiano: il 13 dicembre scorso, su richiesta del presidente Duterte, infatti, il Congresso delle Filippine ha approvato l’estensione della legge marziale sull’isola di Mindanao fino alla fine del 2018. La legge marziale era stata dichiarata il 23 maggio 2017, giorno in cui il gruppo Maute, autoproclamatosi affiliato allo Stato islamico, aveva preso con le armi e aveva occupato la città di Marawi. Le Forze armate filippine hanno poi liberato la città dopo cinque mesi di assedio, che ha fatto più di 1.100 morti e provocato un’estesa distruzione nella città. Il periodo iniziale di legge marziale, limitato a sessanta giorni come previsto dalla Costituzione del Paese, era stato prorogato fino alla fine del 2017 e ora si allunga per un altro anno. Rappresentanti ecclesiali come il cardinale Orlando Quevedo hanno criticato il provvedimento che ricorda i tempi bui del dittatore Marcos e dà la stura ad abusi dei diritti umani da parte dei militari.

La disputa tra la Chiesa e Duterte, poi, ha investito ben presto il delicato piano etico-morale, perchè il Presidente non ha fatto mistero, spesso in modo sprezzante, di sposare posizioni contrarie alla morale cattolica, specialmente riguardo alla dottrina della difesa della vita umana (dall’aborto fino alla pena di morte), criticando in modo violento e perfino volgare il clero filippino. Duterte di recente ha dichiarato anche di essere «favorevole al matrimonio gay». «Il problema è che bisogna cambiare la legge. Ma noi possiamo farlo», ha detto, incoraggiando la comunità omosessuale a nominare un proprio rappresentante che possa prendere parte ai lavori del governo per attuare la riforma.

Paolo Affatato

giovedì 17 agosto 2017

Filippine: 32 uccisi in un giorno. Macabro record di Duterte nella "guerra" alla droga

SIR
Il 15 agosto la polizia delle Filippine ha ucciso 32 persone, probabilmente il più alto numero di vittime in un solo giorno da quando il presidente Duterte ha dichiarato la cosiddetta “guerra alla droga”. 


“Queste morti scioccanti ci ricordano che l’illegale ‘guerra alla droga’ del presidente Duterte va avanti senza sosta, anzi pare raggiungere nuovi livelli di barbarie: uccidere i sospetti, violare il loro diritto alla vita e ignorare le regole del giusto processo sono ormai la routine”, ha dichiarato James Gomez, direttore di Amnesty International per l’Asia sud-orientale e il Pacifico. 

“A pagare il prezzo di questa brutalità sono soprattutto le comunità più povere di aree come la provincia di Bulacan, dove è avvenuta buona parte delle esecuzioni extragiudiziali da quando il presidente è al potere, comprese 21 delle 32 del 15 agosto”, ha aggiunto Gomez. Secondo Amnesty le recenti parole di Duterte, secondo il quale egli potrebbe non riuscire a risolvere i problemi legati alla droga durante il suo mandato, “sono molto preoccupanti. Con l’estensione a tempo indeterminato di questa fallace strategia, rischiamo di non vedere la fine di queste uccisioni”, ha commentato Gomez. “Considerato che un mese fa Duterte ha minacciato di abolire la Commissione per i diritti umani, l’unica istituzione che svolge indagini approfondite sulle esecuzioni extragiudiziali, pare che mai come oggi dall’inizio del mandato presidenziale i diritti umani siano a rischio”, ha sottolineato Gomez, che chiede di istituire, “senza ulteriori ritardi, una commissione d’inchiesta internazionale sulla ‘guerra alla droga’ e sulla carneficina in corso ogni giorno nelle Filippine”. Dal giugno 2016 Rodrigo Duterte e la sua amministrazione si sono resi responsabili di diffuse violazioni dei diritti umani nel contesto della cosiddetta ‘guerra alla droga’, hanno minacciato e imprigionato persone che esprimono critiche e creato un clima di assenza di legge. In un rapporto del gennaio 2017 intitolato “Se sei povero vieni ucciso”, Amnesty aveva denunciato come la polizia filippina avesse ucciso, o avesse pagato per uccidere, migliaia di presunti autori di crimini di droga in un’ondata di esecuzioni extragiudiziali equiparabili a crimini contro l’umanità.

lunedì 1 maggio 2017

Da Trump plauso a Duterte, l'uomo che ha promosso gli squadroni della morte

Globalist
Invitato il presidente delle Filippine: accusato da Ong e Chiesa cattolica di migliaia di esecuzioni extragiudiziali

Forse qualcuno lo ha avvertito che sia le organizzazioni umanitarie internazionali sia la chiesa cattolica stanni denunciando la pericolosa deriva delle Filippine dove il presidente Duterte ha dato il via libera alle esecuzioni extragiudiziali? Ossia squadroni della morte a caccia di criminali e spacciatori che vengono uccisi sul punto.
Nonostante ciò Donald Trump ha invitato alla Casa Bianca il controverso presidente filippino Rodrigo Duterte - aspramente criticato da Barack Obama - apprezzando la sua lotta contro la droga.

Il presidente americano ha avuto una conversazione telefonica con il collega, ha riferito una nota della Casa Bianca, in cui si specifica che i due leader hanno "discusso sul fatto che le Filippine stanno combattendo duramente per liberare il Paese dalle droghe". Un portavoce di Duterte ha confermato l'invito a Washington confermando "l'apprezzamento di Trump per il lavoro del presidente filippino, soprattutto sul fronte" della lotta alla droga. 

Duterte, come detto, è accusato di aver ordinato migliaia di esecuzioni extragiudiziali nella sua guerra senza quartiere ai cartelli della droga, tanto che opposizione e attivisti hanno minacciato il ricorso all'impeachment e di denunciarlo alla Corte penale internazionale.

martedì 31 gennaio 2017

Filippine: 44 morti al giorno in guerra a crimine di Duterte uccisi da polizia e civili

AskaNews
Manila  - Una media di 44 persone muoiono ogni giorno da due mesi - 2.927 in totale - nella guerra all'ultimo sangue contro la criminalità dichiarata dal nuovo presidente filippino Rodrigo Duterte: queste le cifre ufficiali rese pubbliche oggi


Avvocato 71enne, Duterte è stato eletto a maggio al termine di una campagna populista incentrata su un programma di ultrasicurezza in cui ha promesso di estirpare il narcotraffico nel giro di sei mesi.

Secondo questi dati, la polizia, che sostiene di agire per legittima difesa, ha ucciso 1.033 persone in operazioni anti-droga dall'arrivo di Duterte al potere il 30 giugno mentre 1.894 persone sono state assassinate in circostanze inspiegabili nello stesso periodo.

Sulla violenza di questa campagna di lotta alla droga questione sono intervenute le organizzazioni per la difesa dei diritti umani denunciando esecuzioni extragiudiziarie da parte di civili incoraggiati dalla retorica presidenziale a farsi giustizia da soli

mercoledì 5 ottobre 2016

Filippine - La strage di Duterte: 3.330 persone uccise per la lotta ai narcos. Tra loro molti disperati e piccoli pusher

Corriere della Sera
Il neopresidente filippino ha fatto uccidere 3.300 persone sostenendo di star facendo la guerra al narcotraffico. Dietro alle sue parole volgari si nasconde una partita internazionale delicata. L'altro giorno si è paragonato a Hitler. "Hitler ha massacrato tre milioni di ebrei... Ci sono tre milioni di tossicodipendenti da noi, sarei felice di massacrarli". 


Di fronte alle proteste internazionali Rodrigo Duterte, l'uomo che dal 30 giugno è presidente delle Filippine, si è scusato solo per l'errore sul numero delle vittime dell'Olocausto, che furono sei milioni. La promessa di eliminare fisicamente spacciatori e tossicodipendenti resta e la sta mantenendo, anche perché piace ai suoi elettori. È in carica da meno di 100 giorni e sono già 3.300 gli uccisi nella sua guerra alla droga: caduti sotto i colpi della polizia e di vigilantes privati, organizzati in squadroni della morte. Sono risultati rivendicati con orgoglio.
Come sono agli atti le testimonianze in Parlamento a Manila di ufficiali di polizia e membri delle squadre speciali che per anni, fin da quando Duterte era sindaco di Davao nell'isola di Mindanao, hanno eseguito i suoi ordini di ripulire le strade dai "trafficanti di droga", definizione che nella sua interpretazione ha confini molto ampi. In campagna elettorale, questo ex avvocato di 71 anni, promise di far fuori tanti criminali che "i pesci diventeranno grassi" grazie ai resti umani sparsi nella baia di Manila.
Uno degli esecutori, Edgar Matobato, 57 anni, davanti al Senato ha raccontato di persone sequestrate, eliminate e date in pasto ai coccodrilli; di altre sventrate e buttate in mare. Dichiarazioni in parte corrette ma che cambiano la sostanza. Perché è il metodo adottato attorno al 1998 quando Matobato entrò nei "Lambada Boys" di Davao, gruppo per le liquidazioni extragiudiziali creato dal sindaco Duterte, nel quale sono in seguito confluiti dei poliziotti, tutti uniti dalla comune missione di cancellare i narcos. Un altro ufficiale ha raccontato al Guardian di aver partecipato in questi tre mesi a 87 "neutralizzazioni" (termine caro alla polizia speciale): "Noi siamo solo angeli ai quali Dio ha dato il talento di mandare in cielo le anime dei cattivi e di purificarle". Il suo presidente sostiene di voler salvare i tossicodipendenti "dalla perdizione" sterminando i criminali.
Nelle retate e negli omicidi mirati sono finiti quasi sempre dei disperati, dei piccoli pusher, mentre capibanda importanti e personaggi più noti del giro sono stati risparmiati. Ad alcuni è stato anche permesso di rifugiarsi all'estero. Una giustizia sommaria strabica, dunque. I portavoce del presidente hanno negato gli addebiti e respinto la versione di Matobato, definendolo un calunniatore manipolato dagli avversari politici del leader. Difesa d'ufficio indebolita da altre esternazioni di Duterte in persona: "Mi chiamate la Squadra della morte? Giusto, è la pura verità", ha enunciato, fiero della sua strategia e dei soprannomi, compreso quello di "Duterte Dirty Harry", come l'Ispettore Callaghan dei film violenti interpretati da Clint Eastwood armato di 44 Magnum.

di Guido Olimpio e Guido Santevecchi

domenica 11 settembre 2016

Filippine, mattanza di Stato. Uccise 1.916 persone dai paramilitari in 2 mesi

L'Espresso
Duemila morti in poche settimane: tutti sospetti spacciatori di droga ammazzati dai paramilitari del presidente Duterte. Che rivendica la sua politica di sangue: «Scordatevi i diritti umani, chi non si consegna sarà ucciso»
Rodrigo Duterte, presidente delle Filippine dal 30 giugno 2016, non è il tipo da trincerarsi dietro il linguaggio diplomatico. Se in meno di sette settimane la polizia e i paramilitari hanno ucciso quasi duemila persone considerate, a torto o a ragione, protagoniste di storie di droga, lui reagisce così alle critiche: «Dimenticate le norme sui diritti umani. Da presidente faccio quello che ho fatto come sindaco. Spacciatori, rapinatori, sfaccendati perdigiorno: è meglio che ve ne andiate. O vi consegnate o vi ucciderò». E poi: «Criminali, vi butterò nella baia di Manila così i pesci potranno ingrassare». Monito finale: «State attenti con me, perché quando io dico che farò qualcosa per il mio Paese, lo farò anche se devo uccidere o essere ucciso».

È tutto ufficiale quanto sta accadendo nelle Filippine, messo nero su bianco negli atti parlamentari. Il presidente ha mandato in Senato il suo capo della polizia a raccontare la mattanza in corso. Ronald dela Rosa, in tre giorni di audizione, ha dovuto anche aggiornare il conto dei morti che ha fornito dall’inizio della sua testimonianza. Per l’esattezza sono 1.916 al 22 di agosto scorso. Il numero uno delle forze di repressione ha spiegato che 716 ammazzati vanno attribuiti direttamente ad agenti di polizia, gli altri 1.200 sono vittime di «operazioni condotte al di fuori del controllo della polizia». Sono i “vigilantes”, cioè i paramilitari: arrivano sul luogo di operazione con tre o quattro moto senza targa, in borghese, e sparano ancora prima di parlare. I vigilantes hanno anche l’abitudine di lasciare sul corpo delle vittime un foglio di carta con elencati i reati e i torti attribuiti alle vittime. Per il capo della polizia, la politica del presidente funziona come deterrente: quasi 60 mila presunti trafficanti o spacciatori si sono consegnati per evitare di essere ammazzati.

In 42 giorni 1.916 morti ammazzati significa una media di oltre 45 al giorno. 

[...]

Antonio Carlucci