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sabato 16 febbraio 2019

Filippine, la giornalista Maria Ressa, critica con il governo, arrestata da Duterte

La Repubblica
Maria Ressa, la giornalista filippina che ha fondato il sito web Rappler, molto critico con il governo autoritario di Rodrigo Duterte, è stata arrestata a Manila con l'accusa di "cyberdiffamazione".

"Non siamo intimiditi. Nessuna causa legale, nessuna oscura propaganda nè le menzogne possono mettere a tacere i giornalisti filippini che continueranno a mantenere la linea.
Queste acrobazie legali mostrano fino a che punto il governo si spingerà per mettere a tacere i giornalisti, compresa la meschinità di costringermi a passare la notte in prigione", ha fatto sapere la giornalista in una nota diffusa dopo l'arresto.


La diffamazione è l'ultima di una serie di accuse che sono state rivolte contro di lei per vari presunti crimini, tra cui l'evasione fiscale. A dare la notizia dell'arresto sono stati gli stessi giornalisti di Rappler che hanno raccontato in diretta su Facebook e Twitter cosa stava succedendo nella redazione.

Nei video si vedono funzionari del partito, in borghese, che parlano con Maria Ressa, mentre alcuni dei giornalisti twittano quello che stava accadendo.

Gli ufficiali del National Bureau of Investigations (NBI) gli hanno intimato di interrompere le riprese e di non fare foto. Miriam Grace Go, editor di Rappler ha scritto su Twitter che gli agenti dell'NBI avevano portato via Ressa.

L'arresto di Ressa è stato possibile grazie a una controversa legge sulla "cyber-diffamazione" entrata in vigore nel settembre 2012, quattro mesi dopo la pubblicazione dell'articolo finito sotto accusa.

Il sito Rappler ha pubblicato una serie di inchieste sulla guerra alla droga di Duterte, che ha fatto migliaia di vittime negli ultimi anni. Tuttavia, il nuovo caso contro Ressa e l'ex reporter di Rappler, Reynaldo Santos Jr., è nato da un articolo del 2012 sui presunti legami di un uomo d'affari e un allora giudice del tribunale nazionale.

Inizialmente gli investigatori avevano respinto la denuncia del 2017 dell'uomo d'affari, ma il caso è stato successivamente riaperto dai pubblici ministeri.

"L'arresto di Ressa con l'accusa chiaramente manipolata di cyber diffamazione è un vergognoso atto di persecuzione da parte di un governo prepotente", ha dichiarato l'Unione nazionale dei giornalisti delle Filippine.

Ressa è stata inserita da Time tra i giornalisti "Persona dell'Anno" nel 2018 per la sua attività giornalistica. Dopo il riconoscimento aveva raccontato a Repubblica il suo lavoro e cosa significa fare giornalismo indipendente nel paese guidato da Duterte.

domenica 24 settembre 2017

Filippine - Associatione “Ugnayan Bayan”: Stop alle esecuzioni extragiudiziali, sì ai diritti umani

Agenzia Fides
Ginevra - “Urge difendere la democrazia e i diritti umani nelle Filippine: la ‘guerra contro la droga’ del presidente Duterte ha generato migliaia di assassini extragiudiziali, impunità e segni incombenti di ascesa dell'autoritarismo”: lo afferma un forum di organizzazioni della società civile filippina, riunite sotto la piattaforma “Ugnayan Bayan” che, in questi giorni, in concomitanza con la 36a sessione del Consiglio per i diritti umani all'Onu, ha organizzato un presidio e una manifestazione davanti al quartier generale della Nazioni Unite a Ginevra. 



Come appreso da Fides, contemporaneamente migliaia di fedeli hanno partecipato a Manila a una solenne concelebrazione eucaristica nella chiesa di St. Agustin e hanno poi indetto un corteo di pacifica protesta al Luneta Park (nel centro di Manila) per esprimere ferma opposizione alla “politica degli omicidi” promossa dal Presidente Rodrigo Duterte nella “guerra contro la droga”, rifiutando nel contempo ogni tentativo di imporre la legge marziale nel paese. 

Del forum fanno parte diversi religiosi cattolici, impegnati per la difesa della vita, tra i quali il gesuita Albert Alejo, che spiega a Fides: “Le esecuzioni extragiudiziali sono il segno distintivo della guerra alla droga dell'amministrazione di Duterte. I morti, dal giugno 2016, sono almeno 12.000, inclusi 54 minori. Il problema della diffusione della droga è più che un problema criminale. È anche un problema di salute pubblica ed è frutto anche della povertà”.
La piattaforma della società civile filippina, condivisa da molte associazioni cristiane, chiede allora “di porre fine al'impunità: domandiamo indagini imparziali sulle uccisioni ed il perseguimento dei killer, garantendo così lo stato di diritto”. 

“Il presidente Duterte – recita il comunicato inviato a Fides – dovrebbe essere considerato responsabile per le migliaia di esecuzioni. Il suo continuo incoraggiamento pubblico alla polizia perché si elimino quanti commettono reati di droga ha alimentato la spirale degli omicidi”.

Le comunità cattoliche nelle Filippine hanno deplorato con rabbia i ripetuti omicidi di alcuni adolescenti: tra loro Kian de los Santos 17enne cattolico, Carl Angelo Arnaiz (19 anni) e Reynaldo de Guzman (14 anni), uccisi mentre erano in custodia cautelare degli agenti. 

Nel caso di Kian de los Santos, la polizia ha dichiarato che il ragazzo era un corriere della droga ucciso durante un raid anti-droga, ma la registrazione di una telecamera mostra che, ben prima di essere ucciso, era stato già arrestato e preso in custodia dalla polizia.
Le organizzazioni lanciano un allarme sulla difesa dei diritti umani nelle Filippine: “Il presidente spesso denigra i diritti umani come un ostacolo alla pace e allo sviluppo, minacciando gli attivisti per i diritti umani che criticano il suo governo”. 

Per questo, affermano, “urge proteggere e rafforzare le nostre istituzioni democratiche”, condannando ogni forma di autoritarismo e il ritorno alla “legge marziale”, che ancora è in vigore sull’isola di Mindanao. (PA)

domenica 2 luglio 2017

Filippine – Un anno di presidenza Duterte: un disastro per i diritti umani

il21.it
Manila – Nel primo anno di presidenza nelle Filippine, Rodrigo Duterte e la sua amministrazione “sono stati responsabili di una vasta gamma di violazioni dei diritti umani, intimidazioni e arresti di personalità critiche, instaurando un clima privo di legge”.


Lo afferma una nota di Amnesty International ricordando che il 30 giugno 2016 il Rodrigo Duterete ha assunto ufficialmente i poteri di presidente. Amnesty cita “la violenta campagna governativa contro la droga che ha causato migliaia di esecuzioni extragiudiziali, persino più di quante se ne contarono durante il regime omicida di Ferdinando Marcos dal 1972 al 1981”.
“Duterte – recita la nota di Amnesty inviata a Fides – è salito al potere con la promessa di porre fine alla criminalità. Invece, migliaia di persone sono state uccise da, o per conto di una polizia che agisce al di fuori della legge, su ordine di un presidente che non ha mostrato altro che disprezzo per i diritti umani e per coloro che li difendono”.
“La violenta campagna di Duterte ha trasformato il paese in un luogo ancora più pericoloso, ha compromesso lo stato di diritto e consegnato al suo ideatore la fama di leader colpevole della morte di migliaia di suoi cittadini”, ha dichiarato James Gomez, direttore di Amnesty International per il Sudest Asiatico e il Pacifico

A febbraio 2017, Amnesty International aveva pubblicato un rapporto in cui denunciava come la polizia si fosse trasformata in un’impresa criminale, uccidendo persone per lo più povere sospettate di consumare o vendere droga, assoldando sicari, impossessandosi dei beni delle persone uccise, collocando false prove sui loro cadaveri e rimanendo del tutto impunita. 

“Il governo di Duterte evita a ogni livello di assumersi le responsabilità. Non ci sono indagini credibili a livello nazionale e non c’è collaborazione col Relatore speciale Onu”, ha sottolineato Gomez.

La medesima posizione viene espressa da “Human Rights Watch” /HRW) che rileva come il presidente Rodrigo Duterte abbia “scatenato una calamità per diritti umani nelle nel suo primo anno in carica”. 

HRW nota “un brusco calo nel rispetto dei diritti fondamentali” e ricorda che le forze di sicurezza e “uomini armati non identificati” hanno ucciso almeno 7.000 tossicodipendenti sospetti a partire dal 1 ° luglio 2016, mentre l’amministrazione Duterte “ha respinto tutti gli appelli nazionali e internazionali per accertare gli abusi”.

“Duterte si è insediato promettendo di proteggere l’ordine pubblico e i diritti umani, e ha passato invece il suo primo anno in carica come un istigatore turbolento di una campagna di uccisioni illegali” afferma Phelim Kine, vice direttore per l’Asia di HRW che, tramite indagini sul campo, ha confermato il tentativo di “dare una parvenza di legalità a esecuzioni extragiudiziali che possono equivalere a crimini contro l’umanità”. 

Le Ong rilevano “il disprezzo del governo di Duterte per il diritto internazionale” anche nel tentativo di reintrodurre la pena di morte per i reati di droga e invitano il Senato delle Filippine a respingere questo tentativo. 

L’Ong filippina “Karapatan” ricorda inoltre l’uccisione extragiudiziale di 64 attivisti per i diritti umani diritti e critica l’imposizione della legge marziale sull’intera isola di MIndanao, che sta legittimando le forze militari a mettere in atto metodi repressivi, torture e abusi dei diritti umani, denunciati anche alla Corte Suprema.

sabato 27 maggio 2017

Incredibile - Presidente delle Filippine Duterte incita i militari allo stupro: “Se vi capita, dirò che l’ho fatto io”

La Stampa
«Se vi capita di stuprare tre donne, dirò che l’ho fatto io». Lo ha detto ieri sera il presidente filippino Rodrigo Duterte, in un discorso fatto ai soldati impegnati a far rispettare la legge marziale imposta sull’isola di Mindanao in seguito alla presa di parte della città di Marawi da parte di un gruppo di combattenti islamici affiliato all’Isis. 

«Sarò io a prendermi la responsabilità. Andrò in prigione per voi. Voi fate il vostro lavoro, e io mi prenderò cura del resto», ha detto il leader di Manila prima di aggiungere la frase incriminata, detta con tono scherzoso.

Non è la prima volta che Duterte - noto per la sua parlata «popolana» e volgare - menziona la violenza sessuale nei suoi comizi. Prima di essere eletto un anno fa, aveva fatto dell’umorismo su uno stupro di gruppo ai danni di una missionaria australiana uccisa nel 1989 a Davao, da lui guidata. «Che peccato. Il sindaco sarebbe dovuto essere il primo», aveva detto a una folla di sostenitori, scatenando le risate del pubblico.

venerdì 17 marzo 2017

Filippine, Vicepresidente Robredo: “Terrore per esecuzioni sommarie e schema di scambio”

ANSA
"Settemila persone uccise in pochi mesi e uno schema di 'scambio', dove se il presunto colpevole non viene trovato e' il coniuge o un suo parente a essere arrestato": 

Il vice presidente delle Filippine "Leni" Robredo
questa la situazione emersa dalle parole della vice presidente delle Filippine, Maria Leonor "Leni" Girona Robredo, citata in una nota dell'Associazione Luca Coscioni, che denuncia la violazione di diritti umani sotto il regime dell'"uomo forte" Rodrigo Duterte, dando voce alla disperazione delle comunita' piu' povere del Paese.

"La campagna ha preso di mira le comunita' piu' povere, che vengono radunate con la forza e perquisite senza mandato in luoghi come campi da basket, dove le donne vengono separate dagli uomini, le persone con i tatuaggi raggruppate in un angolo" - afferma l'On. Leni Robredo. 


Molti cittadini si son rivolti alla vice-presidente per denunciare che non si fidano piu' della polizia. "La nostra gente si sente senza speranza e impotente, intrappolata in uno stato d'animo di paura che tutti dovremo prendere sul serio", ha aggiunto Robredo.
La Vice Presidente filippina e' intervenuta al l'incontro sulle esecuzioni extra-giudiziarie nelle Filippine per denunciare le migliaia di vittime della cosiddetta politica di "controllo della droga", organizzato da Associazione Luca Coscioni per la liberta' di ricerca scientifica insieme alla DRCNet Foundation in occasione della 60esima sessione della Commissione Onu sulle Droghe tenutasi questa settimana a Vienna, grazie al sostegno dell'Internazionale liberale e della Drug Policy Alliance.

venerdì 10 marzo 2017

Filippine, i preti-coraggio sfidano Duterte. Chiese aperte a dissidenti e latitanti come nel periodo di Marcos

Vatican Insider
Sensibilizzano l’opinione pubblica e promuovono una «resistenza non-convenzionale». Le chiese aprono le porte a dissidenti e latitanti, come nell’era Marcos


Guardare la realtà con gli occhi del Vangelo. Anche attraverso un teleobiettivo. Armato della sua inseparabile macchina fotografica, Ciriaco Santiago, religioso filippino dell’Ordine dei Redentoristi, ha trovato una forma tutta personale di missione, mentre la cronaca riporta in evidenza la campagna di esecuzioni extragiudiziali in corso contro spacciatori di droga e tossicodipendenti, con le sue drammatiche conseguenze.

Si tratta della nota crociata anti-droga lanciata dal presidente Rodrigo Duterte, che ha mietuto in otto mesi di governo oltre 7.600 vittime, 2.500 delle quali uccise dalla polizia (in presunti scontri a fuoco con i criminali), e altre 5mila giustiziate da «squadroni di vigilantes» che, secondo un recente rapporto di Amnesty International, sono al soldo delle forze dell’ordine per fare il «lavoro sporco» e ripulire le strade dalla criminalità con metodi sbrigativi, e senza passare per le lungaggini della giustizia ordinaria o di un legale processo.

Una vera e propria «Licenza di uccidere», come si intitola l’ultimo rapporto dell’Ong Human Rights Watch, pubblicato agi inizi di marzo, che parla di «crimini contro l’umanità».

Ogni sera Santiago, da provetto prete-fotoreporter, gira per i meandri della città e frequenta le aree malfamate dell’area metropolitana di Manila per documentare la violenza. Le scene ritratte sono raccapriccianti. Cadaveri abbandonati in una pozza di sangue. Corpi mutilati o con segni di torture. Adolescenti crivellati di colpi alle spalle.

«Far conoscere questa barbarie legalizzata è un lavoro umanitario, prima che di cronaca», nota fratello Santiago che intende contribuire a «coscientizzare l’opinione pubblica sulle flagranti violazioni dello stato di diritto e della legalità, per fermare la strage». «Il giornalismo può servire davvero all’interesse pubblico e al bene della comunità», spiega a Vatican Insider.

Anche perchè con le sue foto i Redentoristi hanno realizzato una mostra fotografica in grandi pannelli esposti all’ingresso del santuario di Baclaran, una chiesa molto popolare a Manila. E, accanto alla reazione di sdegno dei fedeli, non è tardata quella violenta di bande che nottetempo hanno rubato o distrutto quegli scomodi pannelli.

Il forte dissenso della Chiesa cattolica filippina verso i metodi «da giustiziere» di Duterte è ormai noto. Tanti e diversi sono stati i pronunciamenti di cardinali, vescovi e preti, e l’ultima «marcia per la vita», tenutasi un mese fa a Manila, si è trasformata in un vivace corteo di protesta di 10mila fedeli contro i metodi del presidente, promotore di un «regno del terrore» assimilabile alla dittatura di Ferdinando Marcos.

I nuovi provvedimenti legislativi annunciati dal governo – come il ripristino della pena di morte o l’abbassamento della soglia di età per la responsabilità penale fino a 9 anni – non fanno altro che aumentare l’attrito e il divario tra gerarchia cattolica e governo. La Chiesa specifica che «non è contro Duterte» ma che ritiene i diritti umani, la giustizia, il rispetto della vita valori di estrema importanza.

Ma le parole non bastano. La comunità dei battezzati ha cercato strade concrete per frenare l’ondata di esecuzioni che insanguina il paese. È nata così la campagna «Porte aperte» nelle chiese filippine, che hanno iniziato ad accogliere latitanti e tossicodipendenti che rischiano di essere uccisi a sangue freddo.

A Quezon City, quartiere della metro-Manila - la metropoli formata dall’insieme di 15 città - il carmelitano Gilbert Billena è uno dei preti-coraggio che ospitano tra le mura delle parrocchia i nuovi «rifugiati». Billena è coinvolto nell’associazione «Rise Up» («Alzatevi!»), nata proprio con lo scopo di resistere alla campagna anti-droga, definita «illegale, immorale, disumana».

Con lui vi sono altri sacerdoti che sfidano apertamente Duterte in quella che è stata definita una «resistenza non-convenzionale»: Amando Picardal dal pulpito non perde occasione per denunciare il presidente come «assetato di sangue» e «in preda al complesso del Messia»; altri come il missionario belga Hans Stapel o l’irlandese Shay Cullen sono impegnati a guidare comunità di recupero per tossicodipendenti: un’opera paradigmatica per mostrare al governo che la via per condurre una «guerra alla droga» è la sensibilizzazione culturale e la riabilitazione dei drogati, non la loro soppressione.

Da questa convinzione nasce l’impegno a ospitare i «nuovi rifugiati» nelle chiese, secondo una tradizione adottata durante l’era Marcos, quando gli edifici sacri erano porto franco per attivisti, giornalisti, politici e intellettuali dichiarati «nemici dello stato».

È quanto è accaduto pochi giorni fa alla senatrice Leila de Lima, fiera oppositrice politica di Duterte. Ex Ministro per la Giustizia nel governo del predecessore di Duterte, Benigno Aquino jr, de Lima è stata arrestata con la grave accusa di complicità con i boss del narcotraffico, sulla base di testimonianze del suo autista, e rischia l’ergastolo.

La donna, a capo della commissione per i diritti umani che da anni aveva puntato il dito contro il Presidente in carica, si dichiara innocente e grida al complotto. La vicenda segna un «passaggio di Rubicone» nell’era Duterte: inizia la repressione della dissidenza politica.


Paolo Affatato

domenica 26 febbraio 2017

Filippine - Arrestata la senatrice Leila De Lima. Forte oppositrice di Duterte

Rai News
Dopo una notte trascorsa nel suo ufficio in senato, Leila De Lima, voce apertamente critica nei confronti del presidente Rodrigo Duterte, ha deciso di consegnarsi ai funzionari incaricati del suo arresto. 



L'accusa è quella di aver commesso reati di narcotraffico quando era ministro della Giustizia tra il 2010 e il 2015. Già rimossa qualche mese fa dalla commissione parlamentare che indagava sugli abusi del presidente, la senatrice filippina aveva denunciato apertamente le azioni di potere commesse dallo stesso Duterte, complice di una campagna di morte che ha già fatto 7 mila vittime. 

La parlamentare cinquantasettenne si è difesa: "È un onore essere imprigionata per la causa che difendo", ha detto definendosi una "prigioniera politica" e assicurando che "la verità verrà alla luce al momento opportuno". 

L'entourage e i sostenitori della senatrice ritengono che il mandato di arresto sia parte integrante di una manovra per metterla a tacere definitivamente. 

Pesantissime le accuse a suo carico, tra cui violazione della legge anticorruzione, violazione dell'articolo relativo alla "vendita, commercio, amministrazione, consegna, distribuzione e trasporto" di sostanze stupefacenti. 

Ma De Lima accusa il governo di aver manipolato prove e testimoni per accusarla e la sua versione è sostenuta da organizzazioni di difesa dei diritti umani, tra cui Human Rights Watch (HRW). 

Conosciuto al mondo per la lotta alla dogra, paragonandosi al führer, Duterte aveva recentemente dichiarato: "Sarei felice di far uccidere tre milioni di tossicodipendenti proprio come Hitler fece con gli ebrei".

venerdì 17 febbraio 2017

Filippine. I cattolici si mobilitano contro la pena di morte e le esecuzioni extragiudiziali

Blog Diritti Umani - Human Rights
Un mare bianco scenderà su Quirino Grandstand di Manila per chiedere la fine delle esecuzioni extragiudiziali e opporsi al reinserimento della pena di morte.


Una manifestazione di cattolici nelle Filippine
"Chiediamo ai nostri connazionali timorati di Dio a lavorare per il rispetto e la protezione della vita umana", ha detto Zenaida Capistrano, presidente del Consiglio dei Laici delle Filippine (CLP).

Capistrano ha invitato coloro che intendono partecipare alla marcia di indossare una t-shirt bianca per lanciare il loro appello per la protezione della vita.

La CLP è un'organizzazione di laici composto anche dai consigli diocesani dei laici, dai movimenti ecclesiali e dai gruppi ecclesiali di base di tutto il paese.

Il Vescovo ausiliare di Manila Broderick Pabillo spera che il Presidente Rodrigo Duterte ascolti la voce dei cattolici che si riuniscono in questo Sabato per la manifestazione "Walk for Life" a Manila e in altre province.

Il raduno di preghiera è una manifestazione che dimostra la forte presa di posizione dei laici per contrastare il crescente numero di uccisioni di sospetti di droga nel paese e di altre questioni pro-vita.

Il raduno oltre che a Manila si terrà anche in altre città: Dagupan City, Pangasinan e a Cebu City.

I partecipanti alla marcia per la vita di Manila verranno anche da provincie lontane come Mountain Province, Nueva Ecija, Cabanatuan, Batangas, Laguna, e in altre province in Luzon.

La Conferenza Episcopale delle Filippine (Cbcp) ha invitato i fedeli a partecipare al raduno di preghiera e "riempire le strade con preghiere e non di sangue."

Fonte: CBCP news

ES

martedì 14 febbraio 2017

Filippine. La proposta di Duterte: "carcere a partire dai nove anni"

Corriere della Sera
Il presidente filippino vuole abbassare l'età della responsabilità penale "per impedire ai narcotrafficanti di arruolare i bambini". La protesta delle Nazioni Unite. "Una proposta sbagliata da ogni punto di vista". Così le Nazioni Unite hanno definito la proposta del presidente filippino Rodrigo Duterte che vuole abbassare a nove anni il limite di età della responsabilità penale e dell'ingresso in carcere minorile.
L'idea del presidente del presidente Duterte, eletto in maggio e indicato da Forbes tra i più potenti al mondo, rientra nella sua "guerra al narcotraffico" che come spiegato qui ha portato alla morte di tremila persone e fa parte di una partita ben più ampia. 

Così dopo aver istituto gli squadroni della morte, voler reintrodurre la pena di morte, aver insultato Obama e aver minacciato di uscire dalle Nazioni Unite, il Chavez asiatico - come è stato definito da alcuni - ha lanciato una nuova proposta. 

Bambini, anche piccolissimi in carcere, per ripulire le strade e per impedire ai narcotrafficanti di usarli per i loro traffici.
Al momento il limite di età per la responsabilità penale nelle Filippine è 15 anni e nelle carceri sono detenuti oltre 52 mila bambini.
 

Questo provvedimento, secondo gli osservatori e gli operatori umanitari, avrebbe delle conseguenze disastrose sui minori. "Se dovessero finire in carcere, ci sarebbero conseguenze disastrose per la loro vita", ha spiegato Lotta Sylwander dell'Unicef al Guardian. Un bambino di nove anni infatti non è in grado di comprendere le conseguenze di un crimine, soprattutto se è stato costretto a commetterlo da un adulto.
"Il provvedimento è contrario a ogni diritto umano, inoltre mette a contatto i minori in carcere con i criminali". Se si vanno a guardare i dati si scopre poi come il provvedimento non risolverebbe in alcun modo il problema della criminalità minorile. L'età media di chi commette un reato tra i giovani è di 15 anni. Inoltre più che il carcere, come sottolineano ancora le Nazioni Unite, sono utili i programmi di recupero, efficaci nel 70 per cento dei casi.

venerdì 3 febbraio 2017

‘Se sei povero vieni ucciso’, Amnesty condanna Duterte - Secondo un rapporto dell'organizzazione si può parlare di 'crimini contro l'umanità'

L'Indro 
Continuano le critiche all’operato del Presidente delle Filippine Rodrigo Duterte. L’ultima accusa proviene da Amnesty International. A far discutere è ancora la condotta della Polizia e delle Forze Armate del Paese, impegnate in una lotta senza precedenti al narcotraffico, che sfocia spesso in un massacro di esecuzioni extragiudiziali. 

Il report di Amnesty, ‘If you are poor you are killed”: Extrajudicial Executions in the Philippines’ “War on Drugs”‘ (‘Se sei povero vieni ucciso: esecuzioni extragiudiziali nella guerra alla droga della polizia delle Filippine‘), si concentra proprio su questo. La mole e la dimensione che la battaglia ha raggiunto, scrive Amnesty, farebbero parlare di crimini contro l’umanità. Tra le modalità di arresto e esecuzione c’è la falsificazione delle prove, l’assoldamento di sicari, e anche la rapina di chi viene attaccato dalla Polizia. Visto il ceto delle vittime, Tirana Hassan, direttrice dell’indagine, parla di «guerra ai poveri. Spesso sulla base della più labile prova, persone accusate di consumare o vendere droga sono uccise per soldi in quella che è diventata un’economia degli omicidi».

Due sicari testimoniano ad Amnesty International di prendere ordini da un agente di polizia, e di essere pagati 5000 pesos per uccidere consumatori, e da 10.000 a 15.000 pesos per assassinare spacciatori. Prima dell’elezione di Duterte, hanno raccontato, avevano due ‘lavori’ al mese, ora ne hanno tre o quattro alla settimana. Si parla anche di un racket dei funerali. Le famiglie che rivogliono indietro i corpi delle vittime devono pagare la polizia.

Tra le vittime della carneficina anche un bambino di 8 anni. A far discutere è soprattutto la diversa condotta della Polizia con criminali stranieri o non appartenenti alla classe povera. In questi casi, le forze armate dimostrano di saper operare senza ricorrere all’uso della violenza estrema.

«Con il presidente Rodrigo Duterte al potere, la polizia nazionale sta violando le leggi che dovrebbe far rispettare e trae vantaggio dalle uccisioni di persone povere che il governo dovrebbe tutelare. Le stesse strade che Duterte aveva promesso di ripulire dal crimine ora sono piene di cadaveri di persone uccise dalla sua polizia» scrive Hassan.

Amnesty conclude il report chiedendo al Governo la destituzione di Duterte, che, dalla sua elezione, avvenuta nove mesi fa, si è macchiato dell’omicidio di 7000 persone incriminate di traffico di droga. Di queste 7000 ‘condanne’, 2500 sono stati eseguite direttamente dalla Polizia, quindi in aperta violazione del diritto alla vita che la costituzione filippina, e il diritto internazionale, prevedono.

venerdì 23 dicembre 2016

Filippine - Carceri affollate di tossicodipendenti che fuggono dagli squadroni della morte di Duterte

Corriere della Sera
Per evitare le esecuzioni sommarie nelle strade scatenate dal presidente Duterte (seimila vittime da maggio), molti tossicodipendenti si consegnano alla polizia: si sentono più al sicuro in cella o nei centri di disintossicazione. 

Carcere di Pisay City - 900 detenuti in un carcere che ne può accogliere 100.
Tutti tossicodipendenti in fuga dagli squadroni della morte

«Ridatemi la pena di morte e organizzerò esecuzioni ogni giorno, cinque o sei. Così vincerò la guerra contro il crimine». Questa sulla quota giornaliera di sentenze capitali è l’ultima esternazione di Rodrigo Duterte, presidente delle Filippine, avvocato, ex sindaco pistolero di Davao. A maggio ha vinto le elezioni giurando di ripulire le strade del Paese e di estirpare il traffico di droga, schiacciando spacciatori e tossicodipendenti. Sta mantenendo la parola con feroce determinazione. Da quando è entrato in carica, il 30 giugno, sono stati contati seimila morti: duemila abbattuti dalla polizia, quattromila eliminati da vigilantes e mercenari organizzati per accelerare il «lavoro sporco».

Il ritorno del patibolo: «5-6 al giorno»
La pena capitale a Manila fu abolita nel 1987, venne reintrodotta nel 1993 e di nuovo abolita nel 2006. Duterte, noto come «il castigatore», si è impegnato nel riproporla come arma totale della sua campagna di purificazione nazionale, per reati che vanno dall’omicidio allo stupro, dal possesso di droga al furto d’auto. La legge è già alla Camera e avanza nonostante le critiche della Chiesa cattolica, che nelle Filippine ha un vasto seguito. Il presidente sostiene che il capestro non abbia funzionato come deterrente in passato perché «pochi detenuti venivano giustiziati». Ecco spiegata la trovata della quota «cinque o sei davanti al boia ogni giorno».

«Niente plotone d’esecuzione: costa troppo»
Duterte ha anche detto di volere l’impiccagione come sistema. «Il capestro è come spegnere la luce, togli la spina e finisce tutto. Il plotone d’esecuzione è più costoso, perché si usano pallottole ed è più crudele e anche la sedia elettrica fa spendere soldi in energia. Qui si tratta di uccidere i cattivi e non è il caso di spendere troppi soldi».

Uccisioni extragiudiziarie e celle piene
In attesa del boia di Stato, il piano antidroga di Duterte si avvale di uccisioni extragiudiziarie e le carceri filippine si sono riempite — come testimoniano le immagini che vi proponiamo in questa pagina, frutto del lavoro sul campo del fotoreporter Alberto Maretti, specializzato in reportage (pubblicati anche dal network Al Jazeera) su questioni sociali e umanitarie —. Nelle celle i detenuti per reati di droga dormono ammucchiati in spazi che contengono il doppio, il triplo della popolazione carceraria per la quale erano stati concepiti. Sono piene anche le piccole celle di sicurezza annesse alle stazioni di polizia, dove alcuni arrestati aspettano per mesi di comparire davanti a un giudice. E non ci sono più posti nei centri di disintossicazione. Decine di migliaia di tossicodipendenti, terrorizzati dalle squadre della morte scatenate da Duterte, si sono consegnati alle autorità per farsi curare e il risultato è che i circa 40 centri di riabilitazione del Paese sono stati presi d’assalto: solo nel Bicutan di Manila arrivano fino a 30 pazienti al giorno, il doppio della sua capacità di accoglienza.

Soldi dal governo ai centri di disintossicazione
Qualche giorno fa il presidente ha annunciato un «regalo» ai ricoverati: un finanziamento straordinario ai centri di disintossicazione. «Spero che un miliardo di pesos (20 milioni di euro circa, ndr) farà grandi cose per il vostro trattamento a Natale», ha detto Duterte. Ma subito il giustiziere ha aggiunto: «Però, se siete impazziti per la droga e non c’è più possibilità di recuperarvi, vi manderò una bella corda così vi potrete impiccare con le vostre mani».

Brutalità e liste nere: si spara a vista
L’operazione antidroga è condotta con brutalità, ogni notte si contano una dozzina di uccisioni: la polizia batte le zone frequentate da spacciatori e tossicodipendenti con elenchi forniti da informatori, bussa alle porte dei sospetti con l’ordine ufficiale di convincerli ad arrendersi. Poi si verifica «un incidente», gli agenti sparano e il pusher o il cliente restano sul terreno. In realtà spesso non c’è stato nessun incidente, nessun tentativo di fuga o di resistenza da parte dei ricercati: semplicemente gli agenti o i mercenari erano venuti per uccidere.

Francis, 6 anni, ucciso insieme al padre
Questo è il racconto fatto alla Cnn da Elizabeth Navarro, che ha visto il marito e il figlio di sei anni morire sotto i suoi occhi: «Era notte, abbiamo sentito bussare alla porta, mio marito ha chiesto “Chi è?”, poi ci sono stati due colpi di pistola. Quando ho acceso la luce mio marito Domingo e mio figlio Francis erano per terra, pieni di sangue». Il piccolo Francis aveva l’argento vivo addosso, era il primo a svegliarsi al mattino e per questo la mamma lo faceva dormire accanto alla porta dell’unica stanza che era la casa dei Navarro, così poteva uscire in strada a giocare al mattino lasciando i genitori in pace, a smaltire gli effetti della dose di droga. Quella notte Francis si è trovato sulla linea di fuoco dei due colpi diretti al padre. Chi ha ucciso Domingo e Francis? Agenti di polizia o vigilantes? O mercenari? Ci sono testimonianze sull’impiego di killer da parte delle forze dell’ordine, che non hanno tempo per saldare i conti con tutti i ricercati.

Anche donne negli squadroni della morte
Negli squadroni della morte ci sono anche donne. Come Maria (niente cognome) che ha raccontato alla Bbc di essere stata arruolata in un gruppo di fuoco addetto all’eliminazione degli spacciatori: per una donna è più facile avvicinarsi a un ricercato senza destare sospetti. Maria riceve 20 mila pesos a contratto, 430 euro per una vita da terminare con un colpo alla testa. Maria sostiene di aver ucciso cinque volte.

Le mani sporche di sangue del presidente
Ha ucciso anche Duterte, quando era sindaco della città di Davao. Lo ha rivendicato con orgoglio lui stesso qualche giorno fa. «Ho ammazzato tre ricercati... non so quanti dei colpi che ho sparato siano finiti nei loro corpi, ma li ho fatti fuori. È successo perché volevo mostrare ai ragazzi di pattuglia come si fa e che se lo facevo io lo potevano fare anche loro».

La 44 Magnum dell’ispettore Callaghan
Questi sistemi hanno conquistato al presidente filippino il soprannome di «Duterte Dirty», che ricorda l’Ispettore Callaghan dei film interpretati da Clint Eastwood, sempre pronto a tirar fuori la sua 44 Magnum. E ancora oggi, dopo seimila morti nelle strade, il suo gradimento tra la popolazione è altissimo, come se fosse un divo del cinema: 89 per cento secondo l’ultimo sondaggio. Le uccisioni, le carceri strapiene, però hanno suscitato critiche e minacce di inchieste sui diritti umani violati da parte delle Nazioni Unite. E quando anche gli Stati Uniti hanno espresso qualche critica, è calato il gelo diplomatico con le Filippine. Duterte ha insultato Barack Obama, ha giurato di cancellare l’alleanza con gli americani ed è volato a Pechino tra le braccia del collega Xi Jinping. La strategia spregiudicata ha fruttato al giustiziere di Manila un posto tra i personaggi più potenti del mondo: Forbes lo ha inserito al 70° posto nella sua classifica.
Lo straordinario reportage del fotografo italiano Alberto Maretti

di Guido Santevecchi, corrispondente da Pechino

venerdì 25 novembre 2016

Filippine. Disegno di legge Duterte: bambini in carcere a 9 anni e ripristino pena di morte

Blog Diritti Umani - Human Rights
Disegno di legge sostenuto dal presidente filippino, Rodrigo Duterte. 
Entro dicembre bambini in carcere dall'età di 9 anni e ripristino della pena di morte. 
Allarme Unicef ​​e delle associazioni dei diritti dei minori.



Duterte che ha largamente vinto le elezioni presidenziali in maggio dopo una scandalosa campagna sulla sicurezza dove ha promesso di massacrare decine di migliaia di trafficanti di droga.
Ha anche promesso di colmare quella che definisce una lacuna nel sistema giudiziario che permette ai trafficanti di droga di utilizzare i minori come "muli".

UNICEF ha ricordato gli obblighi internazionali del governo filippino. Manila è firmataria della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dei bambini  dove l'età della responsabilità penale non può essere inferiore a 12 anni. E afferma: "Il carcere non è un posto per i bambini. E' allarmante mandare i bambini in istituti di pena e sarebbe una regressione dal governo filippino."

Associazioni hanno lanciato una campagna chiamata #ChildrenNotCriminals (i bambini non sono criminali) per chiedere ai rappresentanti politici di non sostenere il disegno di legge.

I difensori dei diritti del bambino hanno invitato Mr. Duterte per concentrarsi invece sulle cause della delinquenza giovanile: la povertà, l'assenza dei genitori e la mancanza di istruzione.

Quasi 2.000 persone sono state uccise dalla polizia da quando ha assunto il potere Duterte nel giugno 2016.  Ma sono 2800, i morti in circostanze poco chiare, secondo le statistiche ufficiali.

ES

Fonte: Agence Télégraphique Suisse - ATS

martedì 23 agosto 2016

Filippine presidente Duterte minaccia di uscire dall’ONU dopo le critiche alle numerose uccisori sommarie di narcotraficanti

ONU Italia
Manila – Il discusso presidente delle Filippine Rodrigo Duterte ha minacciato un’uscita del paese dalle Nazioni Unite in risposta alle critiche dell’ONU sulle esecuzioni sommarie nei blitz della polizia nell’ambito del programma governativo di lotta al narcotraffico. 

Il presidente delle Filippine Rodrigo Duterte
Nel darne notizia l’agenzia Reuters ricorda che giovedì scorso gli esperti dell’Onu per i diritti umani avevano condannato i metodi delle autorità filippine, esortandole a prevenire le uccisioni indiscriminate e le esecuzioni sommarie dei sospetti trafficanti di droga, contro cui non vengono condotte indagini corrette ed esaustive.

Duterte si era difeso sostenendo che le morti non sono legate alle azioni della polizia e esortando le Nazioni Unite a condurre indagini più approfondite su quello che avviene nelle Filippine.

Il presidente ha criticato l’ONU e i suoi membri, compresi gli Stati Uniti, alleato molto vicino nella regione, sottolineando che le Nazioni Unite non svolgono le proprie funzioni e “si preoccupano delle ossa dei criminali”. “Non voglio offendervi. Ma potremmo essere costretti a separarci dalle Nazioni Unite. Perché dovremmo ascoltare questi sciocchi?”, ha detto in un discorso televisivo.

Duterte ha parlato anche della possibilità di creare un’organizzazione internazionale alternativa, in cui saranno invitati la Cina e altri Paesi.

Il presidente filippino Rodrigo Duterte è l’organizzatore di una campagna su larga scala contro i tossicodipendenti, così come i narcotrafficanti e dal suo insediamento alla presidenza 900 persone legate al mondo della droga sono state uccise. In particolare nelle ultime sei settimane i morti sono stati 650.

Un linguaggio diretto quello di Duterte che, insieme alle politiche sbrigative adottate per la lotta al crimine, è uno degli elementi che l’hanno portato al potere.

martedì 2 agosto 2016

Filippine - Duterte - Guerra spietata alla criminalità, sono già centinaia di morti e prigioni gremite

Blasting News
Rodrigo Duterte ha assunto l'incarico di presidente delle Filippine un mese fa, dopo aver ottenuto una netta vittoria alle elezioni con quasi il 40% dei voti a suo favore. Durante la campagna elettorale ha promesso un programma politico tanto semplice quanto sinistro: la guerra ad oltranza contro la criminalità, specialmente quella che si occupa dello spaccio di droghe.


Minori detenuti in gabbie sovrapposte - Il video reportage della CNN

Visto così sembrerebbe un progetto apprezzabile; il problema è che, a ben vedere, le modalità attraverso cui Rodrigo Duterte ambisce a realizzarlo hanno destato nelle organizzazioni per i diritti umani profonde preoccupazioni, che sono diventate paura dopo appena un mese dalla proclamazione presidenziale.


Prima di vincere le elezioni, il nuovo presidente filippino si era infatti reso protagonista di dichiarazioni molti forti: tra le tante, ha fatto particolare scalpore quella secondo cui 'Il paese ha bisogno di essere ripulito. Per fare ciò dovrà scorrere del sangue'. Duterte si riferiva alla crescente criminalità ed in particolare all'espansione del mercato delle droghe nelle principali città delle Filippine.

'Mio Dio, odio le droghe. Devo uccidere delle persone perché queste droghe le odio' - ha detto ad un forum tenuto a gennaio presso l'università di Manila. Il tutto in nome di una restaurazione dell'ordine pubblico e della 'pace', che Duterte ha garantito sarà raggiunta entro sei mesi dall'inizio del suo mandato.

Finora l'ex sindaco di Davao, dove già passò agli onori della cronaca dopo che gli fu riservato il simpatico soprannome 'The Punisher' da parte del Time Magazine, finora ha già fatto numerose proposte per 'salvare' le Filippine, come la reintroduzione della pena capitale e l'imposizione di un coprifuoco nelle ore notturne per i minori d'età.
Un mese con Rodrigo Duterte: 420 morti
Secondo la 'Kill List', aggiornata costantemente dal The Philppines Daily Inquirer, da quando Rodrigo Duterte ha assunto l'incarico presidenziale almeno 420 persone sospettate di spacciare droga sono state uccise in varie località del paese: di queste, 122 sono decedute in seguito ad aggressioni di individui non identificati, mentre le morti restanti sono da attribuire alle attività delle forze dell'ordine.

Numeri che parlano da soli, se si considera che tra l'1 gennaio e l'8 maggio (il giorno precedente alla vittoria delle elezioni) sono state uccise soltanto 39 persone in totale. Questa lista è però presumibilmente 'Molto, molto più lunga di quanto abbiamo riportato' - ha detto Sara Pacia, corrispondente del Daily Inquirer, in un'intervista a Vice News, facendo capire di non poter controllare tutto quello che succede.

Le idee di Rodrigo Duterte hanno trovato terreno fertile in un paese come le Filippine, che sulla base di un'indagine svolta dal Centro di Ricerca sulla Giustizia dell'Università delle Americhe risulta essere il primo paese al mondo perimpunità dei criminali, superando da questo punto di vista stati come il Messico e la Colombia. Considerata questa tendenza, il nuovo presidente la sfrutterà al massimo per proseguire la guerra alla criminalità nei prossimi mesi: il che vuol dire che dobbiamo aspettarci un aumento nel tasso degli omicidi.
Carceri stracolme
Le Filippine hanno da tempo un problema con le strutture penitenziarie, spesso non adatte ad accogliere i detenuti. Insieme agli omicidi, la presidenza di Rodrigo Duterte è accompagnata anche da un aumento degli arresti, che sono stati migliaia nell'ultimo mese. Il South China Morning Post ha pubblicato una serie di foto impressionanti che mostrano le malsane condizioni dei detenuti nelle carceri filippine: in certe prigioni si possono trovare fino a 3.800 detenuti, nonostante queste abbiano una capacità massima di appena 800.

Le testimonianze raccolte dal sito cinese mostrano spazi ristrettissimi con centinaia di detenuti ammassati uno sull'altro; a quanto si dice, certi individui non reggono e impazziscono. Alcuni attivisti nelle Filippine già parlano di 'crisi umanitaria' a tutti gli effetti.

sabato 11 giugno 2016

Filippine: neopresidente Duterte vuole reinserire la pena di morte e realizzare 50 esecuzioni al mese

Blog Diritti Umani - Human Rights
Il neo presidente Rodrigo Duterte vuole 50 detenuti giustiziati ogni mese per impiccagione una volta che il Congresso reintrodurrà la pena di morte

La copertina di Time dedicata al neo-presidente Rodrigo Duterte
Lo ha affermato il suo portavoce Danilo Suarez di Quezon:
"Se almeno 50 signori della droga e gli altri detenuti vengono impiccati ogni mese, la loro esecuzione sarà scoraggiare per la criminalità", ha detto al forum Usaping Balita a Quezon City.

Duterte rivelato i suoi piani nel corso di un incontro con i 19 membri della Camera dei rappresentanti, volendo ripristinare la pena di morte e entro 6 mesi. Intende realizzare un disegno di legge urgente per la reintroduzione della pena di morte.

Ha inoltre affermato che realizzerà un disegno di legge per abbassare l'età della responsabilità penale a 15 anni per i giovani condannati per reati odiosi quali il traffico di droga sarebbero anch'essi coinvolti nella reintroduzione della pena di morte.

Ridon, che appartiene al blocco Makabayan, ha detto il loro gruppo si sarebbe opposto alla reintroduzione della pena di morte: "Prevedo una prova di forza su questo tema dentro e fuori il Congresso e l'opposizione della Chiesa cattolica contro la pena di morte".

ES

Fonte: PhilippineStar

giovedì 9 giugno 2016

Filippine, nuovo presidente Duterte invita ad uccidere gli spacciatori e offre delle taglie

Blitz
Manila – Rodrigo Duterte, neo eletto presidente delle Filippine, ha recentemente incoraggiato gli agenti di polizia a combattere gli spacciatori e a ucciderli. Nel corso di un discorso televisivo, Duterte ha esortato gli spettatori a dare un aiuto nella lotta contro il crimine e promesso una ricompensa: “Chiamate la polizia, il governo o, se avete una pistola, uccideteli poiché avete il mio sostegno”.
Il neo presidente della Filippine Duterte
Il presidente ha dato lo scioccante annuncio a causa del dilagante problema del narcotraffico, in cui sono ormai coinvolti anche i poliziotti. Dopo aver vinto le elezioni il 9 maggio scorso, il presidente ha promesso che entro sei mesi dall’inizio della carica presidenziale il crimine sarebbe stato stroncato ma secondo i funzionari di polizia si tratta di una missione praticamente impossibile.

Le organizzazioni in difesa dei diritti umani, hanno espresso timore su questo modo di combattere il crimine, che oltretutto potrebbe portare a diverse violazioni dei diritti e a una “giustizia fai da te”. Il sindaco della seconda città più grande delle Filippine, Cebu, ha recentemente premiato in denaro alcuni agenti per aver ucciso dei criminali.

Tomas Osmena, 67, ha raccontato di aver dato più di 2.000 sterline ad alcuni poliziotti che avevano rivendicato la morte di tre trafficanti ed ha postato diversi commenti in cui festeggiava la morte degli spacciatori, scagliandosi contro la Commissione dei Diritti Umani che ha iniziato ad indagare sugli omicidi per mano delle forze dell’ordine.

Duterte, per lungo tempo sindaco di Davao, è sospettato di avere un ruolo fondamentale in molti omicidi compiuti da sospetti criminali in sella a una motocicletta e noti come “le squadre della morte di Davao”. Le organizzazioni in difesa dei diritti umani, hanno affermato che non sarà perseguito penalmente poiché nessuno in tribunale ha avuto il coraggio di testimoniare contro di lui.
[...]
Non si capisce bene cosa ne sarà di queste minacce una volta che Duterte svolgerà ufficialmente il ruolo di presidente ma nel frattempo la polizia ha preso alla lettera le sue parole e l’approccio al crimine è ancora più duro. Nella periferia di Las Pinas, a Manila, i poliziotti hanno arrestato più di 100 minori che avevano trasgredito al coprifuoco notturno, oltre ad alcuni uomini che bevevano in pubblico e altri che giravano senza maglietta, violando un’ordinanza locale.

Gli arresti sono stati soprannominati “Oplan Rody”, dal soprannome di Duterte, o “pulisci le strade da giovani e bevitori”. Il neo presidente ha concluso affermando che alcuni giornalisti sono stati uccisi perché corrotti e insistendo sul fatto che “chiunque, se è figlio di puttana sarà ucciso”.

martedì 31 maggio 2016

Filippine - Il nuovo presidente Duterte sostiene gli squadroni della morte

Internazionale
Il 14 maggio, cinque giorni dopo che Rodrigo Duterte, ex sindaco di Davao, ha vinto le elezioni nelle Filippine, due sicari a volto coperto hanno girato in moto le periferie della città alla ricerca della loro vittima.

Il neo presidente delle Filippine 
Rodrigo Duterte
Gil Gabrillo, commerciante e tossicodipendente di 47 anni, stava tornando da un combattimento di galli quando i due aggressori l’hanno raggiunto. Uno di loro ha sparato quattro pallottole alla testa e al corpo di Gabrillo, uccidendolo sul colpo. Poi la moto si è allontanata.

L’omicidio non ha trovato molto spazio sulla stampa di Davao. In città, per quasi vent’anni, Rodrigo Duterte ha dato il suo appoggio pubblico alle centinaia di esecuzioni sommarie di consumatori di droga e criminali, una posizione che ha contribuito a fargli raggiungere la carica più alta del paese.

I gruppi per la difesa dei diritti umani hanno documentato almeno 1.400 omicidi a Davao, che sarebbero stati commessi dal 1998 a oggi da gruppi paramilitari. La maggior parte delle vittime sono tossicodipendenti, piccoli criminali e bambini di strada.

In un’inchiesta del 2009, Human rights watch (Hrw) ha documentato che la polizia si è regolarmente rifiutata di fare indagini approfondite su questi omicidi. Nel rapporto è scritto che i poliziotti in attività o in pensione hanno “consegnato” le vittime ai sicari degli squadroni della morte, fornendo loro nomi e foto dei bersagli. La polizia di Davao nega quest’accusa.

Un’altra inchiesta su questi omicidi, portata avanti dal National bureau of investigation (Nbi), l’equivalente filippino dell’Fbi, non ha portato ad alcuna incriminazione. Un ufficiale d’alto grado dell’Nbi ha dichiarato alla Reuters che l’indagine verrà probabilmente archiviata, ora che Duterte diventerà presidente.

Una simile impunità, insieme agli inviti di Duterte delle scorse settimane per una maggiore giustizia sommaria, potrebbero dare forza agli squadroni della morte in tutto il paese, denunciano le associazioni religiose e quelle per la difesa dei diritti umani. Si è già verificata un’ondata di omicidi irrisolti nelle città vicine, con altri sindaci che hanno imitato Duterte nel dare il loro sostegno pubblico alle uccisioni.

lunedì 16 maggio 2016

Filippine - Il nuovo presidente Duterte: ripristino pena di morte e licenza di uccidere per la polizia

Blog Diritti Umani - Human Rights
Il nuovo presidente delle Filippine Rodrigo Duterte, che i media spesso paragonano a Donald Trump a causa della sua aspra retorica, si è impegnato a ripristinare la pena di morte e concedere il permesso alla polizia di sparare volendo così combattere la criminalità.
Il nuovo presidente delle
Filippine Rodrigo Duterte
Queste affermazioni sono state effettuate da Duderte, domenica, nel corso di una conferenza stampa.

"Quello che farò è quello di sollecitare il Congresso per ripristinare la pena di morte per impiccagione", ha detto Duterte a proposito della pena capitale che è stata abolita nelle Filippine nel 2006.

Egli ha anche promesso di ampliare i poteri della polizia, consentendo loro di sparare a chiunque opponga resistenza all'arresto.

Prima di divenire presidente Durerte era stato sindaco di Davao del sud del paese. Sotto il suo mandato, la polizia locale ha ucciso, in questa città, più di mille criminali.  In quel tempo, la gente del posto lo ha soprannominato "The Punisher" e Human Rights Watch etichettò la polizia locale "squadroni della morte sindaco."

Durante la campagna elettorale, ha fatto una serie di dichiarazioni sconcertanti, tra cui la promessa di uccidere tutti i trafficanti di droga e di scaricare i loro corpi nella baia di Manila, vietare l'alcol e le sigarette per i bambini.

Duterte ha anche causato scalpore all'estero quando fu gravemente offensivo verso Papa Francesco, in quanto la visita del Pontefice nel paese aveva provocato il blocco del  traffico.

Ezio Savasta

Fonte: Sputnic

mercoledì 11 maggio 2016

Filippine, vince il presidente Duterte definito "moderno Pol Pot" dai vescovi

Vatican Insider
I vescovi avevano definito il neo eletto Rodrigo Duterte «un moderno Pol Pot» o un «demonio». Lui trionfa certificando il crollo dell’influenza delle gerarchie ecclesiastiche nella società


«Un buon cristiano o qualsiasi cittadino in buona coscienza non potrebbe mai sostenere un candidato presidenziale che è un assassino di massa e che indica apertamente una politica di esecuzioni extragiudiziali come parte integrante del suo programma». Così, in una lettera pastorale titolata «Questione di coscienza» l’arcivescovo Antonio Ledesma, gesuita di Cagayan de Oro, un mese fa aveva apertamente scoraggiato gli elettori filippini a votare per Duterte, ex sindaco di Davao, città sull’isola di Mindanao.

Oggi Ledesma e altri eminenti vescovi cattolici, come il presidente dell’episcopato Socrates Villegas, che avevano criticato apertamente il leader, restano perlomeno spiazzati dall’esito delle elezioni presidenziali che ha consacrato Duterte come nuovo presidente della Repubblica delle Filippine.Duterte, 71 anni, ha conquistato, secondo i risultati quasi definitivi, circa il 40% dei consensi, vincendo per distacco la corsa alla presidenza.

I filippini hanno voluto dare un chiaro segnale di cambiamento, scegliendo «un uomo forte» come successore del liberale Benigno Aquino, figlio della storica presidente Corazon Cojuanco che riportò la democrazia nelle Filippine, dopo l’era del dittatore Marcos. Personaggio, questo, evocato durante la campagna elettorale, a cui Duterte è stato perfino accostato dato che, nella sua Davao, ha tollerato – e secondo alcuni promosso – l’opera degli «squadroni della morte», gruppi paramilitari responsabili di oltre 1400 esecuzioni extragiudiziali tutte impunite, con il compito di ripulire il territorio dal crimine.

«Questi omicidi sono immorali e illegali», ha scritto Ledesma ricordando che «come cristiani, crediamo nella dignità di ogni persona, fatta a immagine di Dio, da cui sgorgano i diritti umani, come il diritto alla vita».

E con toni più accesi, che evocano scenari apocalittici: «Questo mostro infernale è un Pol Pot che non esiterà a uccidere masse di persone. Nuovi campi di sterminio come in Cambogia saranno un fenomeno diffuso se Duterte diventa Presidente».

Ebbene oggi, nonostante tutti i tentavi di delegittimarlo, questo «mostro», questo «moderno Pol Pot», questo «demonio» siederà sullo scranno di palazzo Malacanang a Manila, e sarà lui a governare il Paese.

L’intera Conferenza episcopale cattolica, con alla guida gli arcivescovi Villegas, Ledesma, Palma e Cruz, aveva pubblicamente esortato i cattolici «a non votare per Duterte». Sacerdoti e suore si sono radunati in preghiera, chiedendo alla gente di «non votare per questo demonio», dipingendolo come «espressione delle forze del male».

Tanto più forte e palese è stata l’opposizione della Chiesa, tanto più fragorosa e simbolicamente cocente appare la sconfitta che le gerarchie incassano in questa tornata elettorale. Che sicuramente segna in modo definitivo un cambiamento epocale nella società filippina, certificando la fine dell’influenza della Chiesa sulle scelte politiche, ma anche morali, della gente.

Infatti, proprio perchè il voto è stato presentato come «una scelta tra il bene e il male» e i cittadini nonostante tutto, hanno scelto Duterte, si comprende come il gregge dei fedeli non appalti più al clero il discernimento sulle proprie scelte quotidiane.

Sono lontani i tempi in cui, con un messaggio sulla onde di Radio Veritas, il cardinale di Manila, Jaime Sin, chiamava a raccolta i fedeli che, armati di rosari, a milioni scendevano in strada pacificamente (era il 1986) per porre fine alla dittatura del generale Ferdinando Marcos. Trent’anni sono passati (e le elezioni odierne avevano anche questo richiamo simbolico) e la società filippina è profondamente mutata. Evidentemente questo modello di Chiesa non riscuote più lo stesso appeal sulle nuove generazioni (su 100 milioni di abitanti, i giovani costituiscono oltre il 30% della popolazione).

Quattro anni fa l’approvazione in Parlamento della legge sulla «salute riproduttiva» (che legalizzava i metodi di controllo delle nascite) fortemente avversata dalla Chiesa, già rappresentò un campanello di allarme. Oggi la questione esplode in tutta la sua chiarezza.

Il nuovo Presidente può proclamare, in modo sprezzante, che «la Chiesa cattolica non avrà alcun ruolo sotto la mia amministrazione». «Non mi importa se la gerarchia cattolica non mi approva», ha detto alla vigilia del voto. «Lasciate che queste elezioni siano una sorta di referendum, una sorta di un plebiscito per me o per la Chiesa», aveva aggiunto, sicuro di sè.

Duterte ha avuto ragione e la Chiesa filippina, nel paese orgogliosamente «più cristiano d’Asia» (i fedeli sono il 93%) resta attonita: da un lato colpevole di essersi coinvolta fin troppo nell’agone politico e, d’altro canto, in ritardo nel comprendere che credibilità, autorevolezza, e fedeltà del popolo non si guadagnano con l’approccio di una Chiesa «muscolare», che detta la linea alla politica, bensì facendosi canale trasparente della grazia di Cristo che può illuminare le coscienze.

La Chiesa filippina, da oggi in poi, vivrà il paradosso di sentirsi «minoranza» mentre, sulla carta, è numericamente «maggioranza». Un bagno di umiltà e una presa di coscienza non potranno che giovarle, per recuperare la via della semplice testimonianza evangelica. Anche nell’era Duterte.



Paolo Affatato