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venerdì 21 gennaio 2022

“In Libia crimini di guerra sui migranti” - Le accuse choc contro l’Italia e Malta - Le Ong Adala for All, StraLi e UpRights chiedono un’indagine all’Aia

La Stampa
Crimini di guerra contro i migranti in Libia. È l’accusa che le Organizzazioni internazionali Adala for All, StraLi e UpRights rivolgono contro le milizie libiche e che per la prima volta prende di mira due Paesi europei, l’Italia e Malta, per il loro sostegno alla Guardia costiera di Tripoli. 

Le tre Ong hanno depositato un esposto alla Corte Penale Internazionale (CPI) per i crimini commessi in Libia tra il 2017 e il 2021 contro migranti e rifugiati. L’esposto chiede alla CPI di indagare sui crimini commessi dai gruppi armati libici contro migliaia di migranti, tra cui donne e bambini, reclusi nei centri di detenzione dopo essere stati intercettati in mare. 

Le vittime sono state sistematicamente sottoposte a maltrattamenti e abusi, tra cui tortura, stupro, lavoro e arruolamento forzato, e in alcuni casi uccise. L’esposto richiede che il procuratore della CPI esamini la possibile responsabilità penale - oltre che degli attori libici – delle autorità e dei funzionari italiani e maltesi che hanno loro fornito sostegno.

Dopo la rivoluzione del 2011, la Libia è stata teatro di un costante conflitto armato che ha creato una forte instabilità politica. Gruppi armati hanno preso il controllo dei traffici di migranti e della tratta di persone in tutto il Paese, nutrendosi di un'economia predatoria che intercetta i migranti in mare durante il viaggio verso l'Europa, li riporta in Libia e li detiene in campi in cui sono sistematicamente sottoposti a gravi abusi. Tra gli attori coinvolti nella commissione di questi crimini figurano gruppi armati che gestiscono i centri di detenzione agendo sotto il controllo formale delle autorità libiche, la guardia costiera libica e il dipartimento preposto alla lotta all'immigrazione clandestina del ministero dell'interno libico.

«I crimini commessi contro i migranti - sostengono le tre Ong – possono e devono essere indagati come crimini di guerra ai sensi dell’articolo 8 dello Statuto della CPI». L’esposto sostiene infatti che i membri di gruppi armati che hanno preso parte alle ostilità in corso in Libia hanno sottoposto i migranti a numerosi abusi nei centri di detenzione sotto il loro controllo. «Questi atti soddisfano i requisiti previsti dallo Statuto della Corte per i crimini di guerra, in quanto sono stati commessi in un contesto di conflitto armato e sono ad esso correlati. Inoltre, questi crimini possono integrare dei crimini contro l'umanità ai sensi dell'articolo 7 dello Statuto. La necessità di investigare quanto accaduto nei centri di detenzione libici e di assicurare alla giustizia i responsabili è resa ancora più rilevante dal fatto che alcune autorità europee, in particolare italiane e maltesi, hanno facilitato il ritorno dei migranti in Libia e la loro susseguente detenzione e maltrattamento».

Tra il 2017 e il 2021, ossia dal governo Gentiloni fino all’attuale governo Draghi, le autorità italiane hanno infatti fornito alla guardia costiera libica un sostegno cruciale per intercettare i migranti in mare e riportarli nei centri di detenzione, tra cui la fornitura di risorse e di attrezzature, la manutenzione delle stesse, e la formazione del personale coinvolto. I funzionari italiani e maltesi hanno agito in maniera coordinata con la guardia costiera libica nelle operazioni di recupero dei migranti per garantire che essi fossero intercettati e riportati in Libia. L’esposto ritiene che il sostegno fornito dalle autorità italiane e maltesi alla guardia costiera libica integri una forma di concorso nei crimini commessi contro i migranti, da cui deriverebbe una responsabilità penale internazionale ai sensi dello Statuto della Corte.

«I crimini commessi contro i migranti in Libia – osserva Ramadan Amani, di Adala for All – rappresentano una emergente “sacca di immunità” sempre più apertamente accettata dalla comunità internazionale, nonostante la grande quantità di prove di crimini internazionali commessi alle porte dell’Europa. Peraltro, le prove disponibili indicano chiaramente le responsabilità delle autorità europee».

Alessandro Pizzuti, co-fondatore di UpRights, sottolinea che «in Libia le parti in conflitto prendono di mira i migranti perché li percepiscono come una risorsa cruciale per portare avanti i loro obiettivi politici e militari. Per rispondere alle nuove sfide che il mondo sta affrontando, è indispensabile che la Corte Penale Internazionale fornisca risposte forti a queste nuove dinamiche e scenari».

Le organizzazioni che hanno depositato l’esposto ribadiscono così la necessità di indagare e di perseguire tutti i possibili responsabili. Come osservato da Nicolò Bussolati, vicepresidente di StraLi, «l’esposto chiede alla CPI di avviare un'indagine e di fare quindi un primo importante passo per assicurare che questi crimini, legati alla migrazione e tradizionalmente rientranti nell'ambito dei diritti umani e del diritto dei rifugiati, siano esaminati attraverso la lente del diritto penale internazionale».
Enrico Caporale

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