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giovedì 13 maggio 2021

Migranti - MSF di nuovo nel Mediterraneo per salvare vite umane con la nave Geo Barents

ANSAMed
Msf annuncia ripresa attività soccorso in mare. Ong pronta ad operare nel Mediterraneo con la nave Geo Barents.


Medici Senza Frontiere annuncia il rilancio delle proprie attività di ricerca e soccorso nel Mediterraneo per salvare le vite di migranti e rifugiati che tentano la traversata dalla Libia.

Msf opererà con una propria nave la Geo Barents per soccorrere persone in pericolo e fornire loro assistenza medica.
"Nel Mediterraneo centrale si continua a morire, in un desolante vuoto di capacità di soccorso. Di fronte alle morti incessanti e alla colpevole inazione degli Stati, siamo obbligati a tornare in mare per portare soccorso, cure e umanità facendo la nostra parte per fermare queste tragedie"
dice la presidente di Msf Claudia Lodesani.

venerdì 14 giugno 2019

Il bilancio dell'ecatombe migranti - Msf e Sos Mediterranee, 1.151 morti in 1 anno e 10.000 migranti riportati a forza in Libia

AnsaMed
Ad un anno dall'annuncio del governo italiano di chiudere i propri porti alle navi umanitarie almeno 1.151 persone, uomini, donne e bambini, sono morte, e oltre 10.000 sono state riportate forzatamente in Libia, esposte ad ulteriori ed inutili sofferenze. 
Lo scrivono Sos Mediterranee e Medici senza frontiere che chiedono di garantire con urgenza un sistema di ricerca e soccorso in mare adeguato, "compreso un coordinamento delle autorità competenti nel Mar Mediterraneo, per evitare morti inutili". 

"La risposta dei governi europei alla crisi umanitaria nel Mar Mediterraneo e in Libia è stata una corsa al ribasso" sostiene Annemarie Loof, responsabile per le operazioni di MSF. "Un anno fa abbiamo implorato i governi europei di mettere al primo posto la vita delle persone. Abbiamo chiesto un intervento per mettere fine alla disumanizzazione delle persone vulnerabili in mare per finalità politiche.

Invece, ad un anno di distanza, la risposta europea ha raggiunto un punto ancora più basso". Da quando è stato bloccato l'ingresso nei porti italiani alla nave di ricerca e soccorso Aquarius, gestita da Sos Mediterranee in collaborazione con Msf, esattamente un anno fa, "lo stallo è diventato la nuova regola nel Mar Mediterraneo centrale, con oltre 18 incidenti documentati", fanno sapere le due organizzazioni. 

Questi blocchi si sono protratti per un totale di 140 giorni, ovvero più di 4 mesi in cui 2.443 uomini, "donne e bambini sono rimasti trattenuti in mare mentre i leader europei decidevano il loro futuro. 

La criminalizzazione del salvataggio di vite in mare non solo porta conseguenze negative per le navi umanitarie, ma sta erodendo il principio fondamentale del prestare assistenza alle persone che si trovano in pericolo. Le navi commerciali, e addirittura quelle militari, sono sempre più riluttanti nel soccorrere le persone in pericolo a causa dell'alto rischio di essere bloccate in mare e di vedersi negato lo sbarco in un porto sicuro. 

Per le navi mercantili che effettuano un salvataggio, in particolare, diventa estremamente complicato rimanere bloccati o essere costretti a dover riportare le persone in Libia, in contrasto con il diritto internazionale". 

"Un anno fa chiedevamo che stalli politici pericolosi e disumani in mare non costituissero un precedente. Invece, è esattamente quello che è successo - afferma Sam Turner, capomissione MSF in Libia - questa impasse politica tra i paesi europei e la loro incapacità di mettere la vita delle persone al primo posto, è ancora più scioccante oggi mentre i combattimenti continuano a imperversare a Tripoli". 

Solo nelle ultime 6 settimane, un numero crescente di persone ha cercato di fuggire dalla Libia, con oltre 3.800 persone che sono salite a bordo di imbarcazioni insicure per tentare l'attraversata. 

Anche se l'UNHCR e altre organizzazioni come MSF hanno chiesto un'evacuazione umanitaria di rifugiati e i migranti dalla Libia dall'inizio del conflitto a Tripoli, la realtà, dicono le organizzazioni umanitarie, è che per ciascuna persona che viene evacuata o trasferita nel 2018, più del doppio viene riportato forzatamente in Libia dalla Guardia costiera libica. "L'assenza di navi umanitarie nel Mediterraneo centrale in questo periodo mostra l'infondatezza dell'esistenza di un fattore di attrazione - dichiara Frédéric Penard, direttore delle operazioni di Sos Mediterranee - la realtà è che anche con un numero sempre minore di navi umanitarie in mare, le persone con poche alternative continueranno a provare questa attraversata mortale a prescindere dai rischi. 

L'unica differenza, ora, è che queste persone corrono un rischio quattro volte maggiore di morire rispetto all'anno scorso, secondo l'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni".

giovedì 24 gennaio 2019

Riportati il Libia nei centri di detenzione i 107 migranti "salvati" dal mercantile libico. Tra loro donne incinta e neonati e molti in condizioni critiche, alcuni sono morti

La Repubblica
Libia, migranti e rifugiati (anche neonati) riportati in centri di detenzione sovraffollati
Molti sono in condizioni critiche. Le testimonianze di Medici Senza Frontiere. Due giorni fa, 106 persone sono sbarcate a Khoms da una nave commerciale. Si teme che almeno 6 siano annegate. Ieri a Misurata altre 144 persone soccorse.



Nelle ultime due settimane, le équipe di Medici Senza Frontiere (MSF) in Libia hanno osservato un netto aumento del numero di persone trattenute nei centri di detenzione a Misurata e Khoms, dopo una serie di sbarchi che hanno visto rifugiati, migranti e richiedenti asilo intercettati o recuperati in mare e riportati sulle coste libiche, in piena violazione del diritto internazionale. Il numero di persone nei centri di detenzione dell’area è passato dai 650 all’inizio dell’anno ai 930 attuali.

I momenti dello sbarco a Khoms. Due giorni fa, 106 persone sono sbarcate a Khoms da una nave commerciale. Si teme che almeno 6 siano annegate mentre il gruppo tentava la traversata. “Allo sbarco, diverse persone avevano bisogno di cure urgenti e siamo intervenuti per fornire assistenza medica”, spiega Julien Raickman, responsabile delle attività di MSF a Misurata, Khoms e Bani Walid. MSF ha organizzato il trasferimento di 10 persone in un ospedale vicino, ma un ragazzo di 15 anni è morto poco dopo il ricovero. Ieri altre 144 persone soccorse da una nave mercantile sono sbarcate a Misurata.

Donne in stato di gravidanza e neonati. Tra le 250 persone sbarcate complessivamente a Misurata e Khoms, ci sono donne, di cui alcune incinte, neonati e bambini sotto i 7 anni, tutti trasferiti nei centri di detenzione dell’area. Solo pochi giorni prima, 117 persone sono annegate in un naufragio, un chiaro segno della deliberata negligenza da parte delle autorità europee nel garantire la necessaria capacità di ricerca e soccorso per salvare vite nel Mediterraneo centrale.

Ora nei centri sovraffollati di detenzione. Le persone riportate in Libia in questi giorni si trovano ora bloccate in sovraffollati centri di detenzione. La capacità di affrontare nuovi arrivi è al limite e questo peggiora ulteriormente le già drammatiche condizioni della detenzione. 

Le persone non hanno praticamente alcuna possibilità di uscire all’aria aperta e hanno scarso accesso ad acqua pulita e cibo. Il cibo è del tutto insufficiente e inadeguato a rispondere ai bisogni nutrizionali di persone in gravi condizioni mediche, donne e bambini. Tra le persone trattenute ci sono pazienti affetti da malnutrizione, ipotermia, diarrea. Alcuni raccontano che prima di tentare la traversata del Mediterraneo erano stati tenuti in cattività dai trafficanti per settimane, a volte mesi, senza cibo, sistematicamente abusati e torturati.


venerdì 7 dicembre 2018

Migranti, Msf e Sos Méditerranée stop a Aquarius. Nessuno gli vuole dare un bandiera. Nel Mediterraneo non c'è più nessuno per salvare i migranti. Italia ed Europa responsabili!

Rai News 24
"Dopo due mesi in porto a Marsiglia senza ottenere una bandiera" affermano le Ong in una nota, "è il risultato della prolungata campagna avviata dal governo italiano".



"Dopo due mesi in porto a Marsiglia senza riuscire a ottenere una bandiera, e mentre uomini, donne e bambini continuano a morire in mare, Msf e Sos Méditerranée sono costrette a chiudere le attività della nave Aquarius. Una scelta dolorosa, ma purtroppo obbligata, che lascerà nel Mediterraneo più morti evitabili, senza alcun testimone".


E' l'annuncio di Claudia Lodesani di Msf. "In un crescente clima di criminalizzazione dei migranti e di chi li aiuta, si perde di vista il principio stesso di umanità. Finché le persone continueranno a morire in mare o a subire atroci sofferenze in Libia, cercheremo nuovi modi per fornire loro l'assistenza umanitaria e le cure mediche di cui hanno disperatamente bisogno", conclude, ricordando le tante operazioni di soccorso della nave, che hanno consentito di salvare oltre 30.000 persone dal 2016 a oggi.

"Negli ultimi due mesi, con persone disperate che continuano a fuggire in mare lungo la rotta migratoria più letale al mondo, la nave Aquarius è rimasta bloccata in porto, impossibilitata a portare avanti la propria azione umanitaria salvavita", denuncia una nota. "È il risultato della prolungata campagna avviata dal governo italiano e supportata da altri stati europei, per delegittimare, diffamare e ostacolare le organizzazioni umanitarie impegnate a soccorrere persone vulnerabili nel Mediterraneo. Insieme alle inadeguate e inumane politiche migratorie dell'Unione Europea, questa campagna contro le organizzazioni in mare sta minando il diritto internazionale e i principi umanitari. In mancanza di una soluzione immediata, Msf e Sos Mediterranee non hanno altra scelta che porre fine alle operazioni della nave Aquarius".

"È un giorno buio" dichiara Gabriele Eminente, direttore generale di MSF, "non solo l'Europa ha fallito nel garantire la necessaria capacità di ricerca e soccorso, ma ha anche sabotato chi cercava di salvare vite umane. La fine di Aquarius vuol dire più morti in mare, più morti evitabili che avverranno senza alcun testimone".

giovedì 22 novembre 2018

Migranti, l'Alto Commissariato Onu accusa il governo: "Criminalizza le ong"

La Repubblica
Le nuove critiche sulle politiche per l'accoglienza dopo l'inchiesta con sequestro della nave Aquarius.


L'Alto Commissariato dell'Onu torna a bacchettare il governo italiano sulle politiche di accoglienza dei migranti. E non a caso lo fa all'indomani dell'inchiesta con sequestro della nave Aquarius per lo smaltimento di scarti e vestiti infetti dei migranti come rifiuti ordinari.

L'organismo, a questo proposito, esprime preoccupazione "per le continue campagne diffamatorie contro le organizzazioni della società civile impegnate in operazioni di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo, così come la criminalizzazione del lavoro dei difensori dei diritti dei migranti".

Il governo italiano - denuncia l'Onu - ha reso quasi impossibile per le navi delle Ong continuare a salvare i migranti nel Mar Mediterraneo. Questo ha comportato un aumento dei migranti che muoiono in mare o che scompaiono. 


Gli esperti dell'Alto Commissariato Onu per i diritti umani hanno contattato il governo italiano in merito alle loro preoccupazioni e "attendono una risposta".

"Il governo deve rispettare i valori sanciti dalla Costituzione italiana e gli impegni internazionali sottoscritti", avverte l'Alto Commissariato dell'Onu per i diritti umani, secondo cui "l'Italia ha proposto un inasprimento delle norme sull'immigrazione che avrà un grave impatto sulla vita dei migranti e sono di grave preoccupazione". L'Onu sollecita il governo italiano a invertire la rotta.

Per l'Alto Commissariato "l'abolizione dello status di protezione umanitaria, l'esclusione dei richiedenti asilo dall'accesso ai centri di accoglienza incentrati sull'inclusione sociale e la durata prolungata della detenzione nei Cie minano fondamentalmente i principi internazionali dei diritti umani e condurranno certamente a violazioni di diritti umani internazionali".

"Da quando è entrato in carica nel giugno 2018 - prosegue l'Alto Commissariato dell'Onu per i diritti umani - il nuovo governo italiano ha attuato le misure anti migranti per cui si batteva. Il Decreto legge sicurezza arriva mentre in Italia c'è un clima di odio e discriminazione, sia nei confronti dei migranti e di altre minoranze, sia nei confronti della società civile e dei privati che difendono i diritti dei migranti. 
Durante la recente campagna elettorale, alcuni politici hanno alimentato discorsi che abbracciavano spudoratamente la retorica razzista e xenofoba anti-immigrati e anti-stranieri. Le persone di origine africana e Rom sono state particolarmente colpite. Durante e subito dopo la campagna elettorale, le organizzazioni della società civile hanno registrato 169 episodi di matrice razzista, 126 dei quali riguardano l'incitamento all'odio razziale, anche in manifestazioni pubbliche. In 19 casi si sono registrati episodi di violenza".


martedì 20 novembre 2018

Indagata Nave Aquarius di MSF di nuovo dalla Procura di Catania. Sequestrata per inchiesta su gestione dei rifiuti.

Avvenire
Rifiuti pericolosi a rischio infettivo, sanitari e non, scaricati in maniera indifferenziata nei porti italiani come se fossero rifiuti urbani: è l'accusa nei confronti della Ong Medici Senza Frontiere e di due agenti marittimi che ha fatto scattare il sequestro preventivo dell'Aquarius (attualmente nel porto di Marsiglia) e di 460 mila euro. 


L'indagine di Guardia di Finanza e Polizia, coordinata dalla Procura di Catania, avrebbe accertato uno smaltimento illecito in 44 occasioni per un totale di 24 mila kg di rifiuti.

Sono complessivamente 24 gli indagati. Secondo l'accusa i soggetti coinvolti, a vario titolo, avrebbero "sistematicamente condiviso, pianificato ed eseguito un progetto di illegale smaltimento di un ingente quantitativo di rifiuti pericolosi a rischio infettivo, sanitari e non, derivanti dalle attività di soccorso dei migranti a bordo della Vos Prudence e dell'Aquarius e conferiti in modo indifferenziato, unitamente ai rifiuti solidi urbani, in occasione di scali tecnici e sbarco dei migranti" in 11 porti: Trapani, Pozzallo, Augusta, Catania e Messina in Sicilia, Vibo Valentia, Reggio Calabria e Corigliano Calabro in Calabria, Napoli e Salerno in Campania, Brindisi in Puglia.

domenica 23 settembre 2018

Pressioni italiane su Panama che cancellerà Aquarius dai registri navali, l'accusa è per non aver restituito alla Libia i migranti salvati

Ansa
SOS Méditerranée e Medici Senza Frontiere sono "sconvolte dall'annuncio dell'Autorità marittima di Panama di essere stata costretta a revocare l'iscrizione dell'Aquarius dal proprio registro navale sotto l'evidente pressione economica e politica delle autorità italiane.


Questo provvedimento condanna centinaia di uomini, donne e bambini, alla disperata ricerca di sicurezza, ad annegare in mare e infligge un duro colpo alla missione umanitaria di Aquarius". Così in una nota le due organizzazioni umanitarie.

SOS Mediterrannee e MSF chiedono all'Europa di permettere all'Aquarius di poter continuare ad operare nel Mediterraneo centrale e di far sapere alle autorità panamensi che "le minacce del governo italiano sono infondate o di garantire immediatamente una nuova bandiera per poter continuare a navigare". 

E' quanto chiedono le due Ong in una nota nella quale è riportata anche una dichiarazione di Karline Kleijer, responsabile delle emergenze per Msf. "I leader europei - afferma Kleijer - sembrano non avere scrupoli nell'attuare tattiche sempre più offensive e crudeli che servono i propri interessi politici a scapito delle vite umane. Negli ultimi due anni, i leader europei hanno affermato che le persone non dovrebbero morire in mare, ma allo stesso tempo hanno perseguito politiche pericolose e male informate che hanno portato a nuovi minimi la crisi umanitaria nel Mediterraneo centrale e in Libia. Questa tragedia deve finire, ma ciò può accadere solo se i governi dell'Ue permetteranno all'Aquarius e alle altre navi di ricerca e soccorso di continuare a fornire assistenza".

Salvini,denuncerò ong che aiutano scafisti - "Denuncerò per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina chi aiuta gli scafisti". Lo afferma il Ministro dell'Interno Matteo Salvini che aggiunge: "Nelle ultime ore i trafficanti hanno ripreso a lavorare, riempiendo barchini e approfittando della collaborazione di qualche Ong. Tra queste c'è Aquarius 2, che poco fa ha recuperato 50 persone al largo di Zuara. Altri due gommoni, con a bordo 100 immigrati ciascuno, sarebbero in navigazione".

Aquarius 2 recupera 50 persone,altre 100 in arrivo - Aquarius 2 ha recuperato 50 persone al largo della Libia, più precisamente al largo della città di Zuara. A renderlo noto è il Ministro dell'Interno Matteo Salvini.
Salvini riferisce anche che Aquarius 2 sta per essere cancellata dai registri navali di Panama. La notizia era stata pubblicata due giorni fa dal quotidiano panamense La Prensa.

 "Per aver disatteso le procedure internazionali in materia di immigranti e rifugiati assistiti al largo delle coste nel Mediterraneo - si legge nell'articolo - l'amministrazione marittima panamense ha avviato l'iter per annullare d'ufficio la registrazione della nave "Aquarius 2", ex "Acquarius", con numero IMO 7600574. Questa nave ha registrato la prima immatricolazione in Germania e circa un mese fa è arrivata a Panama". 
"L'autorità marittima di Panama - riporta ancora la Prensa - ha riferito che la denuncia principale proviene dalle autorità italiane, che hanno riferito che il capitano della nave si è rifiutato di restituire gli immigranti e i rifugiati assistiti al loro luogo di origine". 
Nell'articolo si ricorda inoltre che già "l'amministrazione marittima di Gibilterra aveva negato il permesso di 'Aquarius' di agire come un battello di emergenza e anche nel mese di giugno e luglio di quest'anno, ha chiesto formalmente che 'sospenda le sue operazioni' e ritorni al suo stato di registrazione originale come 'nave oceanografica'".

Galantino, strano parlare di migranti in dl sicurezza - "A me sembra strano che si parli di immigrati all'interno del decreto sicurezza. Inserirlo lì dentro significa giudicare già l'immigrato per una sua condizione", "per il suo essere immigrato e non per i comportamenti che può avere. E' un brutto segnale sul piano culturale, perché si tratta di un tema sociale che va affrontato nel rispetto della legalità ma non possiamo considerare la condizione degli immigrati come una condizione di delinquenza". Lo ha detto a "Stanze Vaticane" di Tgcom24, Mons. Nunzio Galantino, Segretario Generale Cei.

giovedì 30 agosto 2018

Grecia - L’allerta di Msf: «Minori tentano il suicidio nel campo di Moria»

Corriere della Sera
Tentare il suicidio a dieci anni. L’allerta, lanciata dagli operatori di Medici Senza Frontiere, arriva dal campo profughi di Moria, sull’isola di Lesvos, in Grecia, dove si trovano stipate almeno 8000 persone. 


A provocare l’aumento di casi di depressione, secondo quanto riporta la Bbc, oltre alle condizioni di vita terribili anche l’aumento delle violenze tra gruppi di rifugiati presenti nel campo, scontri con la polizia greca e violenze sessuali sulle donne. 

Nell’area principale del campo di Moria e Olive Grove c’è un servizio igienico funzionante ogni 72 persone, una doccia ogni 84. Numeri ben al di sotto degli standard umanitari raccomandati in situazioni di emergenza.

Già il mese scorso la ong avvertiva dell’ulteriore peggioramento delle condizioni del campo, considerato uno dei peggiori del mondo. «Il motivo per cui le condizioni psicologiche peggiorano così drasticamente a Lesbo è che queste persone provengono da esperienze traumatiche, raggiungono l’Europa sperando di trovare sicurezza e dignità, ma incontrano esattamente il contrario, ancora violenza e ancora condizioni inumane», dichiara Giovanna Bonvini, responsabile delle attività di salute mentale MSF nella clinica di Mitilene. 

«L’altro giorno un giovane uomo, vittima di violenza sessuale, è stato accompagnato alla nostra clinica da un amico nel pieno di un crollo psicotico. Presentava gravi disturbi da stress post-traumatico, aveva allucinazioni e flashback, sentiva rumori intorno a sé e non è riuscito a smettere di piangere nelle due ore di sessione con i nostri psicologi» aggiunge Bonvini di Msf. «Ha paura del buio e vive nel terrore di essere attaccato a Moria. All’inizio le équipe di MSF lo hanno curato con dei farmaci, ora dopo sessioni psicologiche intensive le sue condizioni sono stabili. Ma non farà molti progressi perché finché vivrà a Moria sarà bloccato in un ciclo di disperazione e angoscia».

A preoccupare anche le condizioni dei bambini e dei minori non accompagnati, ri-traumatizzati dalla loro esperienza di vita a Moria, come è emerso durante le terapie di gruppo di MSF rivolte a più piccoli residenti del campo. «Nelle ultime quattro settimane abbiamo registrato un aumento del numero di minori affetti da intensi attacchi di panico, pensieri suicidi e tentativi di togliersi la vita. Le terribili condizioni di vita e le violenze quotidiane nel campo di Moria hanno un impatto fortemente negativo sulla tenuta psicologica dei nostri pazienti», ha spiegato Alessandro Barberio di Msf.

Marta Serafini

giovedì 12 luglio 2018

Msf, 600 migranti morti nelle ultime 4 settimane dopo stop navi ong, decisioni governi 'letali'

AnsaMed
L'organizzazione umanitaria Medici Senza Frontiere ha segnalato che oltre 600 persone, tra cui neonati e bambini, sono annegate o disperse nel tentativo di attraversare il Mediterraneo centrale nelle ultime 4 settimane e che queste tragedie, che rappresentano la metà delle morti in mare nel 2018, sono avvenute mentre non c'erano più navi di soccorso delle organizzazioni non governative attive nel Mediterraneo. 

"Le decisioni politiche dell'Europa nelle ultime settimane hanno avuto conseguenze letali. È stata presa la decisione a sangue freddo di lasciare annegare uomini, donne e bambini nel Mediterraneo. È vergognoso e inaccettabile", ha dichiarato Karline Kleijer, responsabile delle emergenze per Msf. 

"Invece di ostacolare deliberatamente un'assistenza medica e umanitaria salvavita a persone in pericolo, i Governi europei devono attivare un sistema dedicato di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale." 

Un mese fa le autorità italiane hanno impedito alla nave Aquarius, gestita in collaborazione da SOS Mediterranee e Medici Senza Frontiere, di sbarcare 630 persone soccorse in mare. 

Altre navi umanitarie hanno subito blocchi e ostacoli da parte degli Stati europei. Msf sottolinea in una nota che le imbarcazioni impegnate in acque internazionali tra Malta, Italia e Libia sono state accusate dai politici europei di essere un fattore di attrazione, ma i recenti eventi in mare dimostrano che le persone disperate continuano a fuggire dalla Libia indipendentemente dalla presenza di navi di soccorso, a causa di violenza, povertà e conflitti. 

"I governi europei sono pienamente consapevoli degli allarmanti livelli di violenza e sfruttamento subiti da rifugiati, richiedenti asilo e migranti in Libia, ma sono determinati a impedire alle persone di raggiungere l'Europa, a qualunque costo", scrive l'organizzazione. 

Msf riporta che quest'anno la Guardia Costiera libica supportata dall'Unione Europea ha intercettato finora circa 10.000 persone, portandole in centri di detenzione in Libia "senza considerare le conseguenze per la vita e la salute di quelle persone. Delegare alla Guardia Costiera libica tutta la responsabilità della ricerca e soccorso nel Mediterraneo porterà soltanto nuove morti". 

Con l'avvicinarsi del periodo del picco di partenze, "salvare vite deve essere la priorità più urgente", dichiara Msf, sottolineando che "le navi di soccorso umanitarie hanno un ruolo vitale" per fornire assistenza alle persone in mare. 

"La decisione politica di chiudere i porti allo sbarco delle persone soccorse in mare (...) ha aumentato la mortalità sulla rotta migratoria più letale al mondo" ha detto Sophie Beau, vice presidente di SOS Mediterranee. 

"L'Europa ha la responsabilità di queste morti sulla propria coscienza. I Governi europei devono reagire immediatamente e garantire che il diritto internazionale marittimo e umanitario, sia pienamente rispettato".

sabato 30 giugno 2018

Msf: "spostano le frontiere a sud e ci colpiscono in quanto testimoni scomodi"

Il Manifesto
Claudia Lodesani, presidente di Medici Senza Frontiere Italia: "Siamo dei testimoni scomodi e non dobbiamo documentare cosa avviene nell'area delle operazioni. Msf salva vite in molte parti del mondo, abbiamo problemi solo in Europa".


Claudia Lodesani, presidente di Medici senza frontiere Italia, in merito alle risoluzioni adottate dal Consiglio d'Europa durante il vertice che si è concluso ieri. "Msf salva vite in molte parti del mondo, abbiamo problemi solo in Europa. Siamo accusati di favorire i trafficanti eppure non c'è lo stesso accanimento contro i trafficanti veri"

"I governi europei devono mettere fine alle politiche che costringono le persone a rimanere intrappolate in Libia o a morire in mare" è il commento di Claudia Lodesani, presidente di Medici senza frontiere Italia, in merito alle risoluzioni adottate dal Consiglio d'Europa durante il vertice che si è concluso ieri.

Come valuta il compromesso raggiunto dai 28 stati?
Sono due i punti rilevanti: spostare le frontiere europee a sud della Libia per tenere i migranti in Africa. Ma i flussi non si arrestano perché così viene deciso a Bruxelles. L'altro punto è tenere le Ong al di fuori della zona di ricerca e soccorso della Libia. Siamo dei testimoni scomodi e non dobbiamo documentare cosa avviene nell'area delle operazioni. Msf salva vite in molte parti del mondo, abbiamo problemi solo in Europa. Siamo accusati di favorire i trafficanti eppure non c'è lo stesso accanimento contro i trafficanti veri. Se ci spingiamo a ridosso delle acque libiche è perché i naufragi avvengono nelle prime 24 ore dalla partenza.
È ancora possibile per le Ong operare nel Mediterraneo?
Msf fornisce assistenza dal 2002. I nostri team medici, in accordo con il ministero, erano a terra, a Lampedusa e Pozzallo. Poi nel 2014 è iniziato un flusso altissimo di migranti dalla Libia, a occuparsene era la missione Mare nostrum. Nel 2015 venne sospesa e in dieci giorni ci furono 1.200 morti in mare. Sono numeri più alti di quelli che si registrano in zone di guerra. Così decidemmo di fare soccorso nel Mediterraneo. L'anno scorso il ministro Minniti siglò l'accordo con la Libia e le Ong diventarono scomode. Da allora i flussi sono diminuiti dell'80%, va però anche detto che sono drasticamente diminuite le navi delle Ong e sono aumentati i morti in mare. La settimana scorsa sono stati 220 gli annegati. Ieri in 100 sono stati inghiottiti dalle acque a largo della Libia.
Se ne occuperà la Guardia costiera libica.
La Marina di Tripoli non è attrezzata per sostenere il compito da sola. Abbiamo sempre operato in accordo con il Centro di coordinamento di Roma fino a che il clima politico non è cambiato. Le ong hanno anche una funzione di controllo e denuncia su quanto accade ai migranti, non dimentichiamo che la Libia non ha mai ratificato la Convenzione di Ginevra. E comunque le nostre operazioni sono legali e rientrano nelle norme internazionali.
Salvini ha annunciato che alle Ong sarà vietato sbarcare in Italia anche per i rifornimenti. Vi accusa di venire finanziati da Soros per cancellare le identità nazionali.
Sono provocazioni faziose e poco serie. Sul sito internet c'è il nostro bilancio, è tutto alla luce del sole. Questi attacchi continui posso far calare le donazioni (e forse è proprio questo lo scopo) ma possono anche produrre l'effetto opposto. La gente è scesa in piazza per chiedere di aprire i porti, si sono fatti sentire i sindaci, ci arrivano molti messaggi di sostegno. Chiudere i porti per i rifornimenti è l'ennesimo atto di questa guerra alle ong. All'Aquarius di Sos Méditerranée (su cui opera un team di Msf) è stato negato l'approdo a Malta, all'Italia non è stato neppure chiesto, hanno preferito fare rotta su Marsiglia, dove la Ong ha la sede. Giorni e denaro sprecato. Ne stiamo discutendo per trovare contromisure ma l'intenzione è ritornare a operare perché, fino a che la gente rischia la vita, non possiamo non farlo.

I naufraghi riportati in Libia in che condizioni vivono?
Nell'ultimo mese Msf è stata in quattro centri di detenzione, le torture e i maltrattamenti sono descritti nei referti medici. È indegno sminuire le sofferenze di queste persone, le cui condizioni sono documentate dall'Onu. Msf ha un team di psicologi agli sbarchi per i sopravvissuti ai naufragi: bambini che hanno visto morire i genitori, adulti che hanno perso i familiari. Quasi tutti soffrono per le conseguenze delle torture, traumi psicologici o fisici come gli effetti della falaka: la pianta del piede viene colpita ripetutamente fino a ledere i nervi, col tempo si ha difficoltà a camminare perché alle gambe arrivano scosse elettriche. L'Europa dovrebbe farsi carico della cura e del reinserimento di queste persone, soprattutto farle arrivare attraverso vie legali, che oggi non esistono più.

Adriana Pollice

venerdì 25 maggio 2018

Guerre dimenticate - Yemen : Msf, per guerra e bombardamenti crisi sanitaria sempre più grave

Asia News
La situazione di maggiore criticità nel nord-ovest. In tre anni quasi 17mila raid aerei sul Paese. A dicembre nel solo governatorato di Saada 541 attacchi. Gli operatori di Msf hanno curato 7mila persone, di cui il 44% bambini con meno di cinque anni e il 41% donne. Per i malati difficile ricevere cure mediche o trattamenti.


Sana’a - In Yemen bombardamenti e costi dei trasporti aggravano sempre più l’emergenza sanitaria e impediscono alle persone di accedere alle cure mediche. A lanciare l’allarme sono gli operatori umanitari di Medici senza frontiere (Msf), secondo cui la situazione di particolare difficoltà si registra nel nord-ovest, dove negli ultimi sei mesi la coalizione internazionale a guida saudita (ed Emirati) ha intensificato gli attacchi contro i ribelli sciiti Houthi. La popolazione, avvertono gli esperti di Msf in una relazione inviata ad AsiaNews, è oggi più che mai “esposta” ai “traumi” derivanti dal conflitto.

Dagli ospedali di Haydan e dal governatorato di Saada arriva la denuncia di una situazione in rapido deterioramento. Secondo gli ultimi dati relativi alla guerra elaborati da Yemen Data Projec, sul Paese si sono abbattuti quasi 17mila attacchi aerei negli ultimi tre anni, con una media di 15 al giorno. Nel solo governatorato di Saada a dicembre si sono registrati 541 raid, con un aumento del 67% rispetto al mese precedente. A preoccupare sono le vittime civili: infatti, almeno una incursione su tre ha centrato siti non militari. Fra questi vi sono infrastrutture pubbliche, mercati, case e veicoli civili. Le strade finiscono con facilità nel mirino delle bombe e l’incessante serie di attacchi ha reso difficile gli spostamenti.

Nel nosocomio di Haydan, che sorge nei pressi del fronte, distrutto da un bombardamento nel 2015 e riaperto nel marzo dello scorso anno, Msf ha curato circa 7mila persone, di cui il 44% bambini con meno di cinque anni e il 41% donne. Ogni giorno la struttura accoglie in media 60 persone; i bambini vengono ricoverati per infezioni respiratorie, dissenteria e anemia.

Frédéric Bonnot, coordinatore Msf ad Haydan, conferma che i bombardamenti hanno “un impatto sulla nostra capacità di trasferire i pazienti” verso altre strutture più attrezzate. Questo causa “ritardi” a fronte di “situazioni di vita o di morte”. “In un’area montuosa - aggiunge Roberto Scaini, vicepresidente Msf - e di villaggi remoti, il problema più grande resta come arrivarci […]. Spesso i feriti di guerra arrivano in condizioni ormai critiche. Per chi soffre di malattie croniche, cardiache o tumori, è difficile garantire trattamenti a lungo termine in tutto lo Yemen”.

In questo contesto di guerra e devastazioni emergono continue storie di sofferenze: come quella della piccola Abeer, neonata di tre settimane, arrivata all’ospedale fra le braccia del nonno. Egli ha dovuto vendere il proprio pugnale (Jambiya) per pagare le spese del viaggio, mentre il padre è rimasto a lavorare nei campi. Ora è sotto antibiotici. O quella della 19enne Qoussor, che ha sempre vissuto sotto la guerra, e oggi ha un figlio di un mese e mezzo di nome Nabil, con difficoltà respiratorie. Hanno aspettato oltre un’ora e mezza ai margini della strada, prima di trovare un’auto che li portasse all’ospedale, dove il bambino è rimasto ricoverato per più di una settimana.

Dal gennaio 2015 il Paese arabo è teatro di un sanguinoso conflitto che vede opposte la leadership sunnita dell’ex presidente Hadi, sostenuta da Riyadh, e i ribelli sciiti Houthi, vicini a Iran ed Hezbollah. Nel marzo dello stesso anno una coalizione araba a guida saudita ha promosso raid contro i ribelli, finiti nel mirino dell’Onu per le vittime civili. Tra questi vi sono anche bambini.

Il vicario apostolico mons. Paul Hinder ha denunciato più volte la gravità del “disastro” in atto, con vittime cristiane come accaduto nell’assalto alle Missionarie della Carità di Aden.

Oggi gli Houthi occupano circa il 30% del territorio, soprattutto nel nord dove si concentra la maggior parte della popolazione. A sud - controllato dal governo di Aden vicino ai sauditi - si è formato un nuovo fronte di scontro con la comparsa di gruppi separatisti filo-emirati. In questo contesto di guerre e divisioni che hanno provocato almeno 10mila vittime si aggiunge il blocco imposto da Riyadh nel novembre scorso in risposta al lancio di razzi Houthi.

domenica 20 maggio 2018

Libia, "Traffico di esseri umani e prigioni clandestine”. Intervista a MSF svela un inferno

La Repubblica
Intervista a Christophe Biteau, capomissione di Medici Senza Frontiere in Libia. "Ci sono i detenuti nei centri "ufficiali" e poi coloro che vengono rapiti e trattenuti nelle carceri clandestine. Nella prima categoria, al novembre 2017, rientrano quasi 17.000 persone"


Dalla fine del 2017, si sono moltiplicate le dichiarazioni per porre fine alla sofferenza subita dai migranti e rifugiati in Libia da parte delle autorità europee, africane e libiche. Ne è scaturito qualcosa?
La misura principale, facilitata dall'Organizzazione internazionale per le migrazioni (IOM), è consistita principalmente nel rafforzare i cosiddetti ritorni "volontari" di persone dalla Libia verso i Paesi di origine. Va poi fatta una distinzione tra due diverse situazioni che riscontriamo nel contesto attuale. Da una parte, ci sono i detenuti nei centri "ufficiali", dall'altra coloro che vengono rapiti e trattenuti nelle carceri clandestine. Nella prima categoria, al novembre 2017, rientrano quasi 17.000 detenuti. Le operazioni di "evacuazione di emergenza" sono in corso da mesi per chi si trova nei centri "ufficiali" e, dal novembre 2017, sono circa 15.000 le persone rimpatriate. Tuttavia si tratta di uno sviluppo positivo solo quando le persone intrappolate in Libia desiderano veramente tornare a casa.

Sono rimpatri realmente volontari?
Ecco, dobbiamo mettere in discussione la natura volontaria di questi rimpatri, considerata l'arbitrarietà delle detenzioni che non lascia alcuna alternativa. L'Unhcr ha evacuato circa 1.000 rifugiati, i casi considerati più vulnerabili. La maggior parte è stata portata in Niger, dove aspettano che gli venga concesso asilo da un altro Paese. Ci sono più di 50.000 persone, registrate dall'Unhcr in Libia, principalmente originarie della Siria, bloccate nel Paese. Ma ci sono molti altri rifugiati e richiedenti asilo invisibili, che vengono rapiti, rinchiusi e a volte persino uccisi. È difficile stimarne il numero ma, secondo alcuni osservatori, il numero dei migranti, rifugiati e richiedenti asilo in Libia arriverebbe a 700.000.

Dunque, cosa è cambiato?
Il principale cambiamento che abbiamo osservato è una diminuzione del numero dei detenuti nei centri di detenzione "ufficiali", attualmente tra le 4.000 e le 5.000 persone. Questo ha reso le condizioni di prigionia meno insostenibili rispetto a sei mesi fa, in particolare riguardo i problemi legati al sovraffollamento. Tuttavia devono ancora essere affrontati molti problemi che le pochissime organizzazioni internazionali presenti nel Paese, concentrate quasi esclusivamente a Tripoli, non vedono. Le nostre équipe forniscono assistenza medica e supporto in diversi centri di detenzione, dove le persone raccontano di aspettare che qualcuno prenda in mano la loro situazione, mentre continuano a vivere nell'incertezza. I graffiti sui muri delle loro celle riflettono fin troppo bene la loro precarietà. In particolare, non si fa nulla per porre fine al calvario subito da migranti e rifugiati al di fuori dei centri di detenzione ufficiali. Inoltre, le persone che rischiano la vita attraversando il Mediterraneo per fuggire dalla Libia vengono ancora, con l'aiuto degli Stati europei, riportate indietro in un Paese in cui sono esposti a ogni tipo di violenza.

Facciamo l'esempio di un giovane uomo o una donna che attraversa il Mediterraneo, nel tentativo di raggiungere l'Europa e la sua imbarcazione è intercettata dalla Guardia Costiera libica. Cosa accade?
Le persone intercettate in mare dalla Guardia Costiera libica sono sbarcate sulla costa e portate nei centri di detenzione. I team di Unhcr e Iom si sono suddivisi i 12 siti di sbarco cui hanno accesso e lì conducono delle consultazioni mediche. I sopravvissuti sono quindi, in teoria, condotti nei centri di detenzione. Non esiste una disposizione specifica per i più vulnerabili che, a questo punto, dovrebbero ricevere un trattamento particolare e non essere soggetti a detenzione arbitraria, che mette a repentaglio ancora di più la loro salute. Ancora ci sono bambini piccoli che dalle barche intercettate in mare sono portati nei centri di detenzione. Va anche detto che la distinzione tra reti ufficiali e clandestine non è sempre così chiara.

Tutto può succedere, insomma.
Qualcuno che è tornato dal mare in Libia può fin troppo presto finire di nuovo nelle mani dei trafficanti di esseri umani e il circolo può ricominciare da capo. Per molte persone, essere rimandati nel Paese di origine non è una possibilità e le reti criminali sono la loro unica alternativa per trovare rifugio e una vita migliore in Europa. Queste reti, che l'Europa afferma di smantellare, hanno il monopolio sulla gestione dei movimenti delle persone più vulnerabili che non hanno altra alternativa. Perché gli eritrei - il 90% delle cui richieste di asilo sono accettate in Europa - sono obbligati a intraprendere viaggi così pericolosi e faticosi? Fare di tutto per bloccare o riportare in Libia le persone che cercano di fuggire, genera ancora più sofferenza.

Quanto è diffusa la tratta? Si è parlato di un'industria di rapimenti e torture in Libia. È ancora
così?

Non abbiamo modo di dire quante persone siano detenute nelle carceri clandestine, ma il rapimento di migranti e rifugiati e l'uso della tortura per ottenere riscatti, non solo sono pratiche diffuse, ma probabilmente sono in aumento. Sostituiscono le entrate delle economie locali colpite dalla mancanza di liquidità nelle banche libiche. Chi sopravvive alle prigioni clandestine è finanziariamente, fisicamente e mentalmente rovinato e avrà bisogno di tempo e supporto per riprendersi, se ne avrà la possibilità.
Avete la possibilità di accedere alle prigioni?
Msf non ha accesso alle prigioni clandestine, ma assiste le persone che riescono a fuggirne. Ad esempio, collaboriamo con una Ong locale per fornire assistenza sanitaria di base in un rifugio per migranti a Bani Walid. Alcuni migranti hanno le gambe rotte in diversi punti, bruciature e riportano ferite da percosse. I libici che lavorano assieme a noi sono scioccati quanto noi. È impossibile dire quanti migranti e rifugiati arrivino in Libia, passino per Bani Walid e sopportino questo incubo: noi al momento stiamo trattando altrettanti sopravvissuti quanti ne abbiamo visitati l'anno scorso. Proprio la scorsa settimana un sopravvissuto che era arrivato il giorno precedente ci ha detto: "ho sopportato 2 mesi, 3 settimane, 1 giorno e 12 ore di inferno". Anche se la loro salute spesso richiederebbe il ricovero, le ammissioni in ospedale sono spesso ritardate perché le strutture pubbliche ci obbligano a fornire preventivamente i risultati dei test sui pazienti per le malattie infettive. Ogni mese forniamo 50 sacchi per sepoltura a una ONG locale che cerca di seppellire dignitosamente i migranti e i rifugiati trovati morti nell'area di Bani Walid. Ci hanno detto di aver seppellito oltre 730 cadaveri dall'anno scorso. Ma non possiamo affermare che questo sia il numero di persone morte a causa delle atrocità e dei pericoli subiti passando attraverso questa zona. Il bilancio delle vittime è decisamente molto più alto.

lunedì 2 aprile 2018

Pasqua 2018 amara. MSF: costretti a fare la "selezione" su un gommone in difficoltà. 39 "salvati", 81 "dannati" ripresi dai Libici

La Stampa
«Negli ultimi mesi in più occasioni ci sono state reazioni violente da parte della Guardia costiera libica verso le poche organizzazioni umanitarie ancora impegnate in attività di ricerca e soccorso nel Mediterraneo».



La nave di Medici senza frontiere allontanata da un’area del Mediterraneo dove c’era un’imbarcazione in difficoltà e decine di migranti riportati in Libia. La denuncia arriva da Msf che racconta come, ieri, alle 10.32, il Centro di Coordinamento del Soccorso Marittimo (MRCC) di Roma abbia allertato la nave Aquarius, gestita in collaborazione da Medici Senza Frontiere (MSF) e SOS Mediterranee, e la Guardia costiera libica, di un gommone in difficoltà con a bordo circa 120 persone, in acque internazionali a 23-24 miglia nautiche dalla costa libica.

Il gommone è stato identificato per primo da un aereo militare europeo. Sebbene la Aquarius sia arrivata sulla scena per prima, intorno alle 11.00, il Centro di Coordinamento del Soccorso Marittimo ha informato la nave che sarebbe stata la Guardia costiera libica a occuparsi del soccorso, per questo alla Aquarius è stato indicato di rimanere in standby e di non avviare nessuna operazione.

Mentre era in standby, la Aquarius ha visto la situazione peggiorare perché il gommone sovraffollato iniziava a imbarcare acqua. Alle 12.45, MSF e SOS Mediterranee sono riuscite a negoziare con l’MRCC, il comando della Guardia costiera libica e la nave della Guardia costiera libica che stava raggiungendo l’area, e hanno ottenuto di poter almeno stabilizzare la situazione distribuendo giubbotti di salvataggio a tutte le persone a bordo e valutare le loro condizioni mediche.

L’infermiera di MSF a bordo del motoscafo veloce (RHIB) che si è avvicinato al gommone ha individuato 39 casi medici e vulnerabili - tra cui un neonato, donne incinte, bambini e le loro famiglie - che sono stati evacuati sull’Aquarius.

«Negli ultimi mesi in più occasioni ci sono state reazioni violente da parte della Guardia costiera libica verso le poche organizzazioni umanitarie ancora impegnate in attività di ricerca e soccorso nel Mediterraneo, e la sicurezza del nostro team, così come delle 253 persone soccorse che si trovavano già a bordo dopo due giorni di salvataggi, era una preoccupazione cruciale. 
Mentre siamo riusciti a negoziare l’evacuazione sulla Aquarius di 39 casi medici e vulnerabili, per la sicurezza delle persone a bordo e del team dell’Aquarius, non abbiamo potuto completare il soccorso».
Alle 13.52 la Guardia costiera libica ha ordinato alla Aquarius di allontanarsi dalla scena, con decine di persone ancora sul gommone. Alle 14.09 queste persone sono state prese dalla Guardia costiera libica e riportate in Libia.
Msf ribadisce ancora una volta che la Libia «non è un luogo sicuro e per nessun motivo rifugiati e migranti dovrebbero esservi riportati». L’organizzazione «continua ad appellarsi ai Governi europei per dare priorità alla sicurezza di rifugiati e migranti invece di rafforzare attivamente politiche di deterrenza e contenimento in Libia».

sabato 10 marzo 2018

Uganda: Msf, epidemia di colera tra rifugiati in fuga da scontri e violenze nella R.D.Congo

Toscana Oggi
Migliaia in fuga dalle violenze iniziate nel dicembre scorso nella provincia di Ituri. Medici senza frontiere, che sta lavorando su entrambe le sponde del lago Albert, offrendo assistenza medico-umanitaria a chi ne ha bisogno, lancia l'allarme per l'epidemia di colera tra i profughi.


Case bruciate, morti e decine di migliaia di persone in fuga. Sono le conseguenze degli scontri tra diverse comunità, iniziati nel dicembre 2017 e cresciuti di intensità nel mese di febbraio, intorno all’area di Djugu, nella provincia di Ituri, nel nord est della Repubblica Democratica del Congo. Per fuggire dai combattimenti, più di 42.000 persone hanno cercato rifugio in Uganda, attraversando il lago Albert a bordo di canoe e piccoli pescherecci sovraffollati e instabili. Un viaggio pericoloso che ha portato all’annegamento di alcune persone.

Medici senza frontiere sta lavorando su entrambe le sponde del lago, offrendo assistenza medico-umanitaria a chi ne ha bisogno. «Chi arriva in Uganda ci racconta di essere stato attaccato di notte, alcuni hanno profondi tagli e ferite. Molti arrivano traumatizzati ed esausti, con bambini malati. Chi utilizza piccole canoe a volte ha dovuto pagaiare per quasi tre giorni per raggiungere un posto sicuro», spiega Ahmad Mahat, coordinatore dell’emergenza in Uganda per Msf. 

A metà febbraio erano quasi 3.000 i rifugiati congolesi che arrivavano in Uganda ogni giorno. Oggi il numero si è ridotto, arrivando a qualche centinaia, per via delle cattive condizioni climatiche e del costo elevato della traversata. Nonostante questo calo, il centro di accoglienza di Kagoma e il campo di Marutatu non riescono più a far fronte all’afflusso di rifugiati. I nuovi arrivati, già resi vulnerabili dalla fuga e la violenza subita, dormono all’aperto, esposti alle forti piogge di questa stagione, con un accesso inadeguato all’acqua e al cibo, in condizioni igieniche spaventose. Inoltre, il 23 febbraio, le autorità sanitarie ugandesi hanno confermato lo scoppio di un’epidemia di colera e ad oggi si contano già 1.000 casi gravi e oltre 30 morti. «La situazione in Uganda è estremamente allarmante», prosegue Mahat.

A Sebagoro Msf ha già messo in piedi un’unità di trattamento per il colera con 50 posti letto nel centro di salute della città. A Kagoma, le équipe di Msf hanno vaccinato 5.263 bambini contro la polio e il morbillo mentre 2.160 donne in età fertile sono state vaccinate contro il tetano. Msf ha inoltre aperto un ambulatorio aperto 24 ore su 24, 7 giorni su 7, dove oltre 2.000 pazienti sono stati curati dalla metà di febbraio.

sabato 2 settembre 2017

Libia - Migranti - Sofferenze e abusi nei "lager". La denuncia di Msf

Redattore Sociale
Sofferenze umane e abusi nei centri di detenzione in Libia. Il rapporto di Msf. Violenze, abusi, mancanza di accesso alle cure. Detenuti in maniera irregolare, abusati, senza accesso alle cure e ad ogni forma di tutela. 


Foto: Narciso Contreras
È lo stato in cui vivono i rifugiati nei centri di detenzione di Tripoli, luoghi "né umani né dignitosi". A denunciarlo, a pochi giorni dal vertice di Parigi, è Medici senza frontiere, nel rapporto "Human suffering", pubblicato oggi.
L'ong, da oltre un anno sta fornendo assistenza medica ai rifugiati, ai richiedenti asilo e ai migranti che si trovano nella città. "I detenuti sono spogliati di qualsiasi dignità umana, soffrono di maltrattamenti e non hanno accesso alle cure mediche. La detenzione sta causando danni e sofferenze inutili - spiega il rapporto. È direttamente legato alla maggioranza dei problemi fisici e mentali per i quali i detenuti richiedono un'attenzione medica".

Foto: Narciso Contreras
In particolare, Msf pone l'accento sul fatto che in assenza di uno stato di diritto il sistema di detenzione sia sempre più dannoso per le persone. "C'è una inquietante mancanza di vigilanza e di regolamentazione - afferma il dossier -. Senza una registrazione formale o una corretta registrazione, una volta che le persone si trovano all'interno di un centro di detenzione, non c'è modo di tenere traccia di ciò che accade loro. Alcune persone sono tenute per lunghi periodi di tempo, altri vengono trasferiti tra diversi centri di detenzione, spostati in luoghi non divulgati o scomparsi durante la notte".
L'organizzazione parla esplicitamente di "danni inutili" causati dal sistema e chiede di porre fine alla detenzione arbitraria di rifugiati, richiedenti asilo e migranti in Libia". "A Tripoli, i migranti, i rifugiati e i richiedenti asilo vengono tutti detenuti in modo regolare per periodi prolungati nei centri di detenzione nominali sotto il controllo del Ministero degli Interni. Le persone sono detenute arbitrariamente senza possibilità di contestare la legittimità della loro detenzione o di trattamento - sottolinea l'ong.

Foto: Narciso Contreras
Pochi organizzazioni internazionali possono lavorare in Libia a causa della violenza e dell'insicurezza diffusa. Senza un governo unificato in atto, una frammentazione del controllo e una pletora di gruppi armati, un intenso combattimento continua in diverse aree, tra cui le periferie di Tripoli che hanno visto numerosi scontri tra le milizie pesantemente armate dell'anno scorso. La situazione politica rimane fragile, l'economia è crollata e la legge e l'ordine sono scomparsi".

Msf spiega, inoltre, che in una Tripoli già frammentata, alcuni centri di detenzione sono più fermamente sotto il controllo del ministero dell'Interno rispetto ad altri. Sono i gruppi armati e le milizie responsabili dei centri di detenzione situati in queste aree.

Per questo è molto difficile l'accesso ai pazienti detenuti per le ong. Gli uomini trascorrono mesi in detenzione senza sapere quando saranno liberati. "Le persone sono detenute senza sapere se e quando la detenzione finirà. Sono ansiosi e temiono ciò che accadrà a loro. Con praticamente nessun accesso al mondo esterno, le persone sono disperate, vorrebbero far sapere ai propri cari che sono ancora vivi - continua il rapporto.
Le cure mediche nei centri sono fornite da una manciata di organizzazioni umanitarie, che sono in grado di lavorare in ambienti altamente insicuri. L'ong ribadisce che per i suoi medici è estremamente difficile monitorare attentamente i pazienti in detenzione, poiché l'accesso ai centri di detenzione è limitato a volte, o i pazienti semplicemente scompaiono dal centro di detenzione da un giorno all'altro. In tutto sono circa un migliaio al mese i pazienti trattati da Msf per le malattie che sono il risultato diretto delle condizioni nei centri di detenzione, comprese le infezioni del tratto respiratorio, la diarrea acuta, le malattie della pelle e le infezioni delle vie urinarie. "I centri di detenzione non soddisfano norme nazionali, regionali o internazionali e non dispongono di assistenza medica consistente o adeguata", aggiunge Msf.

Tra gli altri punti denunciati nel dossier c'è il sovraffollamento dei centri e le violenze accertate sui migranti. "Molti centri di detenzione sono pericolosamente sovraccarichi, con scarsa luce naturale e ventilazione - si legge. Gli edifici sono spesso ex fabbriche o magazzini e mancano delle infrastrutture necessarie per trattenere un elevato numero di persone per lunghi periodi di tempo. In alcune strutture, la quantità di spazio per detenuto è così limitata che le persone non sono in grado di allungare la notte. Questo causa dolori muscoloscheletrici e consente la trasmissione di malattie e infezioni come la scabbia. L'elevato numero di malattie respiratorie infettive è anche influenzato direttamente dalla scarsa ventilazione".

Inoltre Msf scrive chiaramente che "gli uomini, le donne e i figli detenuti sono alla mercé delle guardie pesantemente armate che non dispongono di un'adeguata formazione e, secondo quanto riferito, non ricevono stipendi regolari". La maggior parte dei detenuti hanno troppa paura per parlare di violenze e maltrattamenti, ma le squadre mediche trattano le lesioni legate al trauma su base settimanale e hanno trattato i detenuti con le gambe rotte e le ferite da arma da fuoco.

"Non solo sono persone sottoposte alla violenza da parte delle guardie, ma sono anche a rischio di violenza da altri detenuti, inclusi quelli scelti dalle guardie per mantenere l'ordine all'interno delle cellule. Le persone con problemi di salute mentale sono particolarmente rischiose -si legge ancora - in più occasioni le squadre mediche hanno assistito ai pazienti psicotici picchiati".

martedì 15 agosto 2017

Migranti, dopo Msf anche Save the Children e Sea Eye lasciano. Non garantita sicurezza degli equipaggi.

Globalist
Arrivano a tre le Ong che hanno sospeso l'attività di ricerca e soccorso dei migranti davanti alla Libia.


Dopo Msf, anche le Ong Sea-Eye e Save the children interrompono il servizio in mare. "Cari amici - scrive Sea-Eye su Twitter -, abbiamo deciso a malincuore di sospendere temporaneamente le nostre missioni di salvataggio". Il direttore Michael Buschheuer spiega su Facebook che si tratta di motivi di sicurezza dopo l'annuncio del governo libico di una "proroga a tempo indeterminato e unilaterale delle acque territoriali in relazione a una minaccia esplicita contro le ong private".

"In queste circostanze - spiega ancora Buschheuer - non è possibile proseguire il nostro lavoro di salvataggio. Sarebbe irresponsabile nei confronti dei nostri equipaggi". E poi aggiunge: "Nei prossimi giorni e nelle prossime settimane analizzeremo attentamente il cambiamento della situazione di sicurezza al largo della costa libica e discuteremo la nostra azione futura".

Sos Mediterranée: "Noi andiamo avanti" - Ma c'è anche chi va avanti nonostante il pericolo. Come Sos Mediterranée, che in una nota scrive: "La nostra Ong sta controllando la preoccupante situazione da vicino. Oltre a salvare vite, nostra priorità è garantire la massima sicurezza del nostro equipaggio. Fino a che questa continua ad essere garantita, Sos Mediterranée rimarrà in zona di ricerca e soccorso, salvando imbarcazioni in pericolo e prevenendo il ritorno forzato delle persone in Libia".

Poi, sulla sospensione da servizio da parte di altre organizzazioni non governative: "In seguito alle notizie dalla Libia Msf ha deciso di sospendere temporaneamente le attività di ricerca e soccorso della nave Prudence. L'equipe medica di Msf continuerà a fornire supporto all'Aquarius, la nave noleggiata da Sos e gestita congiuntamente da entrambe le organizzazioni. 

L'Aquarius sta attualmente pattugliando in acque internazionali, rispettando il limite delle acque territoriali libiche, come prescritto dal diritto marittimo internazionale".
Infine, Sos "desidera sottolineare la necessità di aumentare le capacità di ricerca e soccorso nel Mediterraneo. Le Ong Sar (search and rescue) devono essere in grado di continuare le loro attività di soccorso senza impedimenti. La vita delle persone è a rischio, sia in mare che in Libia.  
Come sappiamo dalle testimonianze raccolte a bordo, se le persone venissero rimandate in Libia sarebbero di nuovo vittime di detenzioni arbitrarie e di ripetute violazioni dei diritti umani. Limitare l'accesso e le attività delle Ong causerà, ancora una volta, un incremento di morte e sofferenza nel Mediterraneo".

Save the children: "Senza garanzie stop salvataggi" - Save the Children mette le mani avanti e il direttore delle operazioni Rob MacGilivray dice: "Siamo pronti a riprendere le operazioni, ma abbiamo il dovere di garantire la sicurezza del team e l'efficacia delle operazioni. Prima di poter riprendere la missione dobbiamo avere rassicurazioni in merito".

mercoledì 10 maggio 2017

Guerre dimenticate - Yemen: Msf denuncia 'emergenza umanitaria', ospedali chiusi

AnsaMed
Dopo 25 mesi di conflitto lo Yemen è in piena emergenza umanitaria. L'ennesima denuncia arriva da Medici senza Frontiere (Msf) che spiega come "tutti gli attori in guerra stiano compiendo attacchi indiscriminati senza alcun rispetto per i civili o infrastrutture come ospedali, scuole e mercati".



"Le strutture di Msf sono state colpite quattro volte tra ottobre 2015 e agosto 2016 - aggiunge un comunicato di Msf - tanto da portare all'evacuazione temporanea delle nostre équipe dal nord del paese".

Quest'anno in febbraio, aggiunge Medici senza Frontiere "ha riavviato le attività nell'ospedale Haydan. A capo dell'équipe medica di Msf c'era il dottor Roberto Scaini, che è appena rientrato in Italia e ha raccontato la sua esperienza in questo "conflitto a porte chiuse in un'area fuori dal tempo, dove i civili muoiono ignorati sotto le bombe e dove i bambini muoiono combattendo per difendere interessi che non sono i loro". 

L'ospedale di Haydan era stato abbandonato nell'estate del 2016, dopo che un attacco in un altro centro medico il 15 agosto aveva ucciso 19 persone e ne aveva ferite 24. Nei giorni successivi, altre équipe di Medici senza Frontiere erano state costrette ad abbandonare diversi altri ospedali della regione, lasciando migliaia di pazienti senza medici e senza cure.
"Sei mesi dopo - continua il comunicato - Msf è tornata a Haydan con un'équipe permanente di tre operatori internazionali (un medico, un infermiere e un coordinatore) che lavorano insieme a 15-20 operatori yemeniti. Le attività mediche sono ufficialmente riprese il 19 febbraio, con servizi di pronto soccorso, maternità e pediatria. La notizia si è diffusa rapidamente e i pazienti arrivano sempre più numerosi".

Secondo le Nazioni Unite più di 600 strutture sanitarie in Yemen hanno smesso di funzionare per i danni subiti a causa della guerra o per la mancanza di personale e attrezzature, con un impatto sull'accesso alle cure per milioni di persone. E Msf riesce a prestare la propria opera in 13 ospedali e centri sanitari e fornisce assistenza a più di 18 tra ospedali e centri sanitari dove lavorano 1.600 operatori umanitari.
Una goccia nella disperazione di un Paese devastato da una guerra che continua ad essere ma anche dimenticata.

martedì 4 aprile 2017

Libia: Msf, 40% dei migranti merce umana costretta a partire sui barconi

AnsaMed
"Il 40% delle persone salvate dai barconi ci dicono che sono state costrette a salirvi". Lo racconta Arjan Hehenkamp, direttore generale di Medici senza frontiere, parlando all'Associazione stampa estera di Roma.


Il rappresentate olandese di Msf ha riferito della sua esperienza nei progetti dell'ong in Libia e dei centri di detenzione visitati a Tripoli, veri e propri "magazzini umani" - li ha definiti -, dove ha ricevuto testimonianze di "abusi e torture". Tra le persone imprigionate ci sono "migranti, ma anche persone che vivono in Libia da decenni, prese per strada", ha spiegato. "Danno loro la caccia perché valgono denaro, rappresentano merce di scambio".

Le persone sono "rinchiuse tutte insieme in stanze che potrebbero contenerne un quinto". I detenuti, decine di migliaia in tutto il Paese secondo i dati riportati, "sono alla mercé dei miliziani" e subiscono dalle guardie "violenze e abusi".

L'unico modo per scappare è "pagare le milizie. Nel momento in cui hanno soldi, i detenuti vengono spinti a prendere il barcone e partire anche se non vogliono". Quello che denuncia Msf è un vero e proprio "business, un sistema organizzato. Sono le gang che decidono della vita di queste persone".

I centri nei quali opera Msf da mesi per portare assistenza sanitaria "sono formalmente controllati dal dipartimento per il controllo della migrazione illegale sotto il governo di Tripoli, riconosciuto dalle Nazioni unite", spiega il direttore Msf, ma di fatto i centri "sono controllati da vari gruppi di miliziani, sono loro le autorità, anche se ufficialmente dovrebbe essere il governo. Questo rende il nostro lavoro difficile".

Per quanto riguarda il lavoro sul Mediterraneo, "la guardia costiera libica non ha il controllo totale delle barche e del personale, perché molti hanno paura di bloccare i trafficanti per le ripercussioni sulle loro famiglie", racconta Hehenkamp. Inoltre, una volta bloccati i barconi, "i migranti tornano nei centri detentivi e si ripetono gli abusi".

Impossibile controllo su accordi con la Libia: personale Onu sta a Tunisi e ambasciata Italia a Tripoli non basta

"Quando si dice che le organizzazioni internazionali sono in grado di monitorare gli accordi internazionali con la Libia come quello italiano è falso, perché non c'è nessuna presenza nel territorio" in grado di "combattere gli abusi" nei centri di detenzione dei migranti., ha detto ancora Hehenkamp in merito alla presenza a Tripoli di attori internazionali come l'Onu.

"Le persone vengono ricercate, prese in ostaggio, detenute, e questo è un rischio che vale anche per lo staff internazionale, quindi la maggior parte delle ambasciate si trova a Tunisi", come anche le Ong e altre organizzazioni. A Tripoli c'è lo staff locale, ha proseguito, ma il suo lavoro è limitato "a causa delle minacce delle gang". L'unica ambasciata europea presente "è quella italiana, ma non è sufficiente. L'unica cosa responsabile da fare è far uscire queste persone dai centri".

Secondo Msf, i politici vogliono bloccare i flussi perché sono un rischio per le prossime elezioni", in particolare in Germania, Francia e Italia. E questo è anche un motivo delle "accuse fatte alle Ong" che operano nel Mediterraneo.

Quanto agli accordi tra la Libia e Paesi europei come l'Italia, ha sottolineato, è "impossibile" pensare che la Libia in questo momento "possa essere parte di qualunque soluzione". "I politici lo sanno", ha proseguito, l'unica via "è che il Paese diventi politicamente stabile, ma ci vorrebbero 10 anni". Serve dunque, ha affermato, un' "evacuazione umanitaria". 

"L'Europa ora sta chiudendo sistematicamente ogni modo umano di arrivare, non ci sono rotte", tranne quella libica che "forza le persone a queste condizioni". Ma "è responsabilità della politica creare un modo sicuro di giungere in Europa".

venerdì 10 marzo 2017

Serbia. MSF condanna i gravi episodi di violenza su migranti e rifugiati al confine con l'Ungheria

Notizie Geopolitiche
Negli ultimi mesi, le équipe dell’organizzazione medico-umanitaria Medici Senza Frontiere (MSF) in Serbia hanno trattato sempre più casi di violenze diffuse e crudeli e di trattamenti degradanti perpetrati da parte delle autorità ungheresi al confine tra Serbia e Ungheria. MSF chiede alle autorità ungheresi di indagare e agire immediatamente per fermare queste pratiche brutali.

Una immagine degli scontri con i migranti al confine tra Serbia-Ungheria  - Foto Gallery
Dal gennaio 2016 al febbraio 2017, MSF ha trattato 106 casi di lesioni intenzionali perpetrate con tutta probabilità da agenti al confine ungherese. Tutti i casi trattati dalle équipe di MSF presentano caratteristiche di violenza simili, tra cui lesioni da percosse (54 casi), morsi di cane (24 casi), irritazioni da gas lacrimogeno e spray al pepe (15 casi) e altre lesioni (35 casi). Questi abusi sono stati riscontrati anche su persone vulnerabili come minori non accompagnati: dei 106 casi, 22 erano minori di 18 anni.

"Le persone ci raccontano di venire picchiate, fatte stendere al suolo mentre agenti di polizia salgono su di loro con gli stivali, di essere private dei vestiti e delle scarpe nella neve ed essere costrette a tornare in Serbia scalze nonostante il freddo. Le contusioni e gli altri segni che vediamo e trattiamo rispecchiano i tipi di abusi descritti”, dichiara Christopher Stokes, direttore generale di MSF, appena rientrato dalla Serbia.

“È come se fosse un “pacchetto di violenze standard”, un rito brutale al confine europeo progettato per far sì che le persone non tentino di varcare nuovamente il confine”, prosegue Stokes. “È davvero scandaloso che ciò stia accadendo e che i leader europei facciano finta di non vedere. Durante l’incontro del Consiglio europeo di oggi, esattamente a un anno dalla chiusura ufficiale della rotta balcanica, i leader europei dovrebbero discutere se è questa la brutalità con cui progettano di difendere i propri confini”.
Secondo recenti testimonianze raccolte dalle équipe di MSF, questi abusi sono divenuti ancor più diffusi e umilianti nelle ultime settimane. Più precisamente, nella notte tra il 21 e il 22 febbraio, quasi 240 persone sono state respinte dall’Ungheria. Il giorno dopo la clinica di MSF a Belgrado ha ricevuto più di 20 persone bisognose di cure mediche dopo essere state duramente picchiate.

“Questa probabilmente è solo la punta dell’iceberg, poiché molte delle persone che incontriamo al confine, per svariate ragioni, non ricercano cure mediche per le loro ferite. I gruppi di volontari che operano alla frontiera si trovano di fronte un numero ancora più alto di casi simili”, aggiunge Stokes.

MSF chiede agli organi europei e alle Istituzioni europee di assicurare il totale rispetto del diritto di asilo e condanna fortemente tutte le forme di maltrattamento ai confini: “Recinzioni, respingimenti e deterrenza non solo sono crudeli e inumani, ma anche inefficaci e non impediranno alle persone di ritentare l’attraversamento dei confini. Noi continuiamo a chiedere l’apertura di vie legali e sicure per le persone in cerca di protezione in Europa”, conclude Stokes.

MSF è presente in Serbia dalla fine del 2014 per fornire supporto medico e psicologico, rifugi, acqua e servizi igienici nei punti di accesso e uscita dal Paese. Dal gennaio 2016, MSF è presente a Belgrado con una clinica mobile che fornisce cure mediche di base e assistenza psicologica a chi è bloccato in insediamenti informali nel centro della città. Per tutto il 2016, MSF ha distribuito beni di prima necessità e fatto appelli per l’accesso alle cure, a ripari e protezione per le comunità vulnerabili bloccate in Serbia.


di Sara Maresca e Francesca Mapelli (Msf)

lunedì 26 dicembre 2016

Libia. Le condizioni tragiche di detenzione dei migranti e profughi detenuti in meno di mezzo metro quadrato a testa

La Repubblica
Le persone vivono in condizioni antigeniche e inumane e in strutture malsane. Situazione drammatica dei rifugiati e dei migranti detenuti in un paese dilaniato dalla guerra civile e in balia di bande di delinquenti, formate da forze militari, milizie, reti di contrabbando, gang criminali e individui privati.



Lo staff di Medici Senza Frontiere (Msf) che fornisce assistenza in 7 centri per migranti a Tripoli e dintorni, attraverso le ormai celebri cliniche mobili, segnala le condizioni infernali di vita delle persone trattenute nelle carceri libiche in una detenzione tanto arbitraria, quanto indefinita, di migranti, rifugiati e richiedenti asilo in Libia. 

Un Paese ancora diviso da un conflitto interno, dove i combattimenti imperversano in diverse zone. La mancanza di sicurezza, il collasso economico e l'inesistenza di un sistema di legalità trasformano la vita quotidiana di molti libici in una vera e propria lotta per la sopravvivenza. Come non bastasse, la Libia è ormai sia un luogo di destinazione che un approdo di transito per centinaia di migliaia di rifugiati, richiedenti asilo e migranti che scappano da conflitti, estrema povertà, o persecuzioni.

Esposti a violenze e sfruttamenti. Una volta in Libia, rifugiati e richiedenti asilo non possono ricevere protezione poiché manca un sistema di asilo funzionante, l'Alto Commissariato dell'Onu per i Rifugiati (Unhcr) svolge un ruolo limitato e la Libia non è firmataria della Convenzione sullo status dei rifugiati. I migranti sono esposti ad altissimi livelli di violenza e sfruttamento per mano di forze militari, milizie, reti di contrabbando, gang criminali e individui privati.
Quelli intercettati in mare dalla guardia costiera libica, o trattenuti in Libia sono inviati in centri di detenzione per migranti. Qui le persone affrontano una detenzione arbitraria per periodi prolungati in condizioni antigeniche e inumane. Non c'è alcun modo di contestare la legittimità della detenzione, che espone le persone a maltrattamenti, le priva di contatto col mondo esterno e della possibilità di accedere a cure mediche.

Accesso alle cure nelle carceri. Da luglio, Msf ha condotto 5.579 consultazioni mediche, con una media di 500 visite ogni settimana. 32 donne incinte hanno ricevuto assistenza prenatale e sono stati visitati 41 bambini con meno di 5 anni di età. Molti di loro sono nati nelle strutture di detenzione: il bambino più piccolo visitato aveva solo 5 ore di vita. 
Nell'eventualità di un'emergenza medica all'interno di una struttura detentiva, Msf tenta di organizzare il trasferimento in ospedale. Finora, 113 casi medici urgenti o con complicazioni sono stati trasferiti in una struttura sanitaria, incluse 7 persone con gravi disordini psichiatrici. Ogni trasferimento è complicato e richiede molto tempo, poiché diversi ospedali di Tripoli non accettano africani sub-sahariani.

Le patologie prevalenti. Msf sta trattando infezioni respiratorie, diarrea grave, malattie della pelle, e infezioni urinarie. Questi malesseri sono per lo più legati alle condizioni presenti all'interno dei centri detentivi che sono sovraffollati e privi di luce e areazione naturali. In alcune strutture, la quantità di spazio per ogni persona è molto limitata (poco meno di 0.41 m² per persona).

Manche anche il cibo. Nei centri detentivi c'è carenza di cibo che rende le persone più suscettibili di ammalarsi. Un numero significativo di detenuti ha sofferto di una drammatica perdita di peso, ha un aspetto estremamente emaciato e mostra segni di insufficienza nutrizionale. A volte una razione di cibo è divisa tra 5 o più detenuti, o il cibo è servito in scodelle comuni così i più deboli o invalidi non mangiano nulla. Nella prima metà di novembre, MSF ha visitato 41 persone affette da malnutrizione moderata ma anche acuta. Questo dato, che rappresenta il circa 3% di tutti i detenuti nelle strutture visitate da Msf, è molto preoccupante considerato che il Paese non è affetto né da siccità né da disastri naturali.

Il disastro dei servizi igienici. I detenuti non hanno un adeguato accesso all'acqua potabile, quindi soffrono di mal di testa, costipazione e disidratazione. L'accesso alle latrine o alle docce è gravemente limitato e i servizi igieni sono inadeguati, causando molte infezioni della pelle e infestazioni di pidocchi, acari della scabbia e pulci. Msf si è occupata della distribuzione di kit per l'igiene, di taniche di acqua, secchi e materiale per la pulizia in diversi centri di detenzione. MSF inoltre, oltre a sollecitare le autorità competenti a fornire cibo in modo adeguato, in alcuni casi specifici, dove le riserve di cibo erano finite e la situazione era diventata critica, ha fornito generi alimentari.

Difficile assistere chi ha perduto la dignità. Un'équipe di pronto soccorso psicologico supporta i detenuti coinvolti in incidenti traumatici in mare. Il supporto è stato fornito a 29 sopravvissuti del naufragio avvenuto il 27 ottobre dove almeno 100 persone sono annegate. L'équipe cerca anche di migliorare l'accesso ai servizi di salute mentale e sostegno psicologico non solo per i migranti ma anche per i libici dell'area di Tripoli. È una scelta difficile per MSF quella di lavorare in un ambiente dove le persone sono tenute in condizioni che ledono la dignità umana, con nessuna prospettiva di migliorare la loro situazione e con nessuna idea del perché o per quanto ancora rimarranno rinchiusi.

Il lavoro quotidiano di Msf. Ciononostante l'aspettativa è che con la presenza e l'assistenza medica, Msf possa assicurare un miglioramento immediato delle condizioni di vita dei detenuti. Ogni giorno le équipe di Msf si fanno promotrici di un trattamento umano per le persone trattenute nei centri, sottolineando l'importanza di ricevere cibo e acqua adeguati, e di accedere a latrine e docce funzionanti. Lo staff di Medici Senza Frontiere preme affinché le autorità rilascino le donne incinte, le donne con neonati, bambini e ragazzi al di sotto dei 18 anni di età, e persone disabili o con gravi condizioni di salute.