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sabato 27 ottobre 2018

Usa, spari in una sinagoga a Pittsburgh: i media locali parlano di 8 morti

La Repubblica
Arrestato l'assalitore: è un uomo bianco di 46 anni. Ha urlato: "gli ebrei devono morire". Feriti tre poliziotti.


E' stato arrestato l'uomo che ha aperto il fuoco all'interno della sinagoga "The Tree Life" di Pittsburgh, causando almeno otto morti e diversi feriti. 

Il fatto è accaduto intorno alle dieci del mattino e la dinamica non è ancora chiara. Secondo le prime ricostruzioni quando la polizia è intervenuta nella sinagoga erano ancora barricate diverse persone, che sono state fatte uscire con l'aiuto degli agenti. 

Anche contro di loro ha sparato l'assalitore: tre poliziotti sono stati feriti

domenica 15 ottobre 2017

Roma - Marcia in memoria della deportazione degli ebrei romani

www.santegidio.org
Domenica 15 ottobre alle ore 18:30 da Piazza Santa Maria in Trastevere fino al quartiere ebraico migliaia di romani faranno memoria della deportazione degli ebrei della città avvenuta il 16 ottobre 1943, quando oltre 1.000 ebrei romani furono presi e condotti verso la morte nel campo di concentramento di Auschwitz. Solo un esiguo numero, 16 persone, tra cui una sola donna, tornarono alle loro case.

Ogni anno la Comunità di Sant'Egidio e la Comunità Ebraica di Roma ricordano insieme quel tragico giorno, con una marcia da Piazza Santa Maria in Trastevere a Largo 16 Ottobre 1943. Un "pellegrinaggio della memoria" perché tutti, soprattutto le giovani generazioni, non dimentichino la tragedia della deportazione avvenuta durante l'occupazione nazista.
Programma

La marcia inizia alle ore 18:30 da Piazza Santa Maria in Trastevere e si conclude a Largo 16 ottobre 1943, accanto alla sinagoga.
Intervengono:

Riccardo Di Segni, Rabbino Capo di Roma
Ruth Dureghello, Presidente della Comunità Ebraica di Roma
Pietro Grasso, Presidente del Senato della Repubblica
Virginia Raggi, Sindaco di Roma
Andrea Riccardi, Fondatore della Comunità di Sant’Egidio
Nicola Zingaretti, Presidente della Regione Lazio
Ambrogio Spreafico, Presidente della Commissione Episcopale per l'ecumenismo e il dialogo interreligioso

Percorso della marcia >>>

mercoledì 8 febbraio 2017

Usa - Texas - Incendiata una moschea, gli ebrei offrono le chiavi della sinagoga

L'Huffington Post 
Venire discriminati per le proprie idee, la propria etnia e la propria religione è un qualcosa che lascia un segno profondissimo nella storia di una comunità e di ogni individuo, ma dà anche la forza di immedesimarsi nei dolori e nelle storie altrui. Lo hanno capito bene gli ebrei residenti a Victoria, un piccolo paesino del Texas, che hanno visto turbato l'equilibrio della zona dalla distruzione della locale moschea e hanno deciso di agire con un gesto di profonda solidarietà.


La struttura del Victoria Islamic Centre è stato spazzato via sabato 28 gennaio da un incendio doloso appiccato per motivi discriminatori, in base a quanto sospettato dagli inquirenti. L'episodio è stato un duro colpo per il piccolo paesino, tanto che la comunità ha sentito la necessità di reagire e far capire che la maggioranza degli abitanti non appoggia minimamente l'atto criminale.

In particolare, i credenti ebraici hanno voluto fare un gesto di grande fratellanza, abbattendo qualsiasi tipo di muro ideologico e religioso. Grazie a loro, infatti, i musulmani avranno un luogo di culto in cui pregare in attesa della ricostruzione della moschea: la locale sinagoga (o, meglio, il tempio Bnai Israel).

Come spiega il rabbino Robert Loeb, tra l'altro, "qui tutti conoscono tutti. Io, poi, sono amico di molti membri della moschea e noi stiamo soffrendo per quanto accaduto loro. Quando succedono certe cose, bisogna essere unti".

Del resto, a Victoria la comunità ebraica è minoritaria rispetto a quella islamica. Tuttavia, gli ebrei d'America godono di ampi spazi nella cittadina del Texas: "Siamo all'incirca 25 o 30 persone, mentre la comunità islamica conta più o meno 100 membri. Abbiamo molti fabbricati per un numero ridotti di ebrei" ha specificato il rabbino.

"I fratelli ebrei sono venuti a casa mia dopo l'incendio" racconta Shahid Hashmi, uno dei fondatori del Victoria Islamic Centre. "Mi hanno consegnato le chiavi della sinagoga" ricorda poi. Per la ricostruzione della moschea è stata anche lanciata una campagna di raccolta fondi online, che in pochissime ore ha portato alla donazione di quasi un milione di dollari.

Omar Rachid, l'uomo che ha lanciato la campagna sulla piattaforma GoFundMe, si è detto incredulo per tanta solidarietà: "I nostri cuori sono pieni gratitudine per il grandissimo supporto che stiamo ricevendo" specifica. "Amore, parole di incoraggiamento, mani che aiutano e contributi finanziari sono esempi del vero spirito americano" precisa poi Omar.

Tutto questo sta infatti accadendo in una nazione che ha ospitato veementi proteste contro il Muslim Ban voluto da Donald Trump e contro la stretta oltranzista della presidenza a stelle e strisce. Nel vicino Canada, poi, la comunità islamica è stata scossa dalla strage alla moschea di Qebec City. Un periodo davvero negativo nell'estremo Occidente per chi è di fede islamica, ma che a Victoria stanno cercando di rendere più lieve.


Selene Gagliardi

venerdì 9 dicembre 2016

Israele: "Donne per la pace" - 4 mila: cristiane, ebree e musulmane marciano per la pace.

Blog Diritti Umani - Human Rights
Nel 2014 in Israele è nato il movimento delle “donne per la pace”, Women Wage Peace, che nell’ottobre 2016 ha raccolto in una marcia per la pace dal nord di Israele a Gerusalemme circa 4mila donne coraggiose di diverse religioni.


In quell’occasione si è creata un alleanza fra cantanti folk sia israeliane sia palestinesi che hanno composto e cantato la Preghiera delle Madri e ne hanno fatto un video.
Le riprese sono state fatte nel deserto che si trova a nord del Mar Morto, richiamando il lungo cammino biblico degli ebrei nel deserto per passare dalla schiavitù egiziana alla libertà.
Della marcia delle madri ha parlato anche l’Osservatore Romano:
«È molto di più di un flash mob, spiegano le attiviste di Women Wage Peace, un movimento senza leader organizzato grazie al passaparola che corre sui social network. Lo dimostrano i numeri – ha scritto il quotidiano della Santa Sede – : migliaia di donne ebree, musulmane e cristiane hanno camminato insieme in Israele per la pace durante l’ultima iniziativa dell’ottobre scorso, una marcia verso Gerusalemme lunga duecento chilometri.


Accanto a loro c’era anche Leymah Gbowee, Nobel per la pace nel 2011 per la promozione della riconciliazione nel suo paese, la Liberia, alla fine della guerra civile del 2003.
Le manifestazioni per chiedere dialogo e concrete soluzioni per porre fine ai conflitti sono iniziate dopo lo stallo delle trattative del 2014: «Non ci fermeremo – si legge nel sito dell’organizzazione – finché non sarà raggiunto un accordo politico che porterà a noi, ai nostri figli, ai nostri nipoti un futuro sicuro».

Fonte: Avvenire.it

sabato 12 novembre 2016

Delegazione del mondo islamico nella sinagoga Roma, sì a dialogo

AnsaMed
Roma - No alla violenza sì al dialogo tra fedi. La Sinagoga di Roma apre le sue porte a una delegazione multi confessionale proveniente dal Bahrain e da altri Paesi arabi: esponenti delle chiese orientali, ortodossi, buddhisti, sikh, sciiti ma anche della società civile provenienti soprattutto dal Bahrein, Egitto e Libano. 


Insieme, allo scopo di ribadire l'impegno delle religioni nel promuovere valori condivisi di pace e tolleranza. A riceverli, il Rabbino Capo, Riccardo Di Segni e la presidente della Comunità ebraica romana, Ruth Dureghello. "Quello di oggi - ha detto Di Segni - è un incontro molto importante, che apre il nostro cuore alla speranza". Dal Tempio Maggiore, ha ricordato, "si è aperta la strada al dialogo tra cattolici ed ebrei" che ha portato "alla visita di tre Papi. E' il momento che si apra anche alle altre religioni". 

Un messaggio raccolto dai vari esponenti musulmani presenti, guidati dall'imam francese di origini tunisine, Hassen Chalgoumi. "Siamo qui per dire no alla barbarie e all'odio - ha ribadito l'imam di Drancy - e per lanciare un segnale chiaro: siamo più forti di loro e non ci faremo separare". 

Dalla Sinagoga di Roma, "torniamo a dire no alla violenza, ma anche no a qualsiasi associazione dell'islam al terrore". Un messaggio di pace e un omaggio "alle 130 vittime del Bataclan", massacrate negli attacchi terroristici che hanno insanguinato Parigi la notte del 13 novembre di un anno fa, ha sottolineato l'imam noto Oltralpe per le sue posizioni di apertura al dialogo interreligioso, in particolare a quello fra ebrei e musulmani, tanto da essere definito 'l'imam degli ebrei'. 

Un esempio di convivenza pacifica, ha poi concluso, "è proprio il Bahrain", Paese da cui giunge la maggior parte dei componenti della delegazione. "Il Bahrain è un messaggio di speranza, dove esistono chiese e sinagoghe e dove musulmani, cristiani, ebrei, sikh e buddisti convivono pacificamente". 

"Dal 1948 - ha ricordato dal canto suo il segretario generale della Bahrain Federation of Expatraite Associations, siamo riusciti a celebrare in Bahrain la festa di Hannukkah. Segno dell'apertura del piccolo Regno. Per abbattere muri e rimuovere le paure, l'istruzione è la chiave". Di un nuovo passo avanti nel dialogo tra ebrei e musulmani ha parlato poi la presidente della Comunità ebraica romana, Ruth Dureghello. Si tratta - ha detto - di "un'esperienza unica e siamo molto onorati che questa delegazione sia stata accolta nella nostra Sinagoga, perché speriamo che proprio da Roma questo messaggio possa essere inviato a tutta l'Europa".

di Cristiana Missori

venerdì 29 aprile 2016

Ebrei e arabi non furono sempre nemici - di Andrea Riccardi

www.riccardiandrea.it

Lo dimostra il grande islamologo Bernard Lewis, identificando una consistente tradizione giudeo-islamica nei secoli passati
Sembra che tra ebrei e arabi, da sempre, ci sia stata una storia conflittuale. Non è così in modo assoluto. Lo dimostra il grande islamologo Bernard Lewis, identificando una consistente tradizione giudeo-islamica nei secoli passati. Anzi gli ebrei nel mondo arabo e turco furono all'inizio poco permeabili al sionismo. I problemi vennero con la diffusione dell'antisemitismo di marca europea e con gli insediamenti ebraici in Palestina. Negli anni Venti ci furono traduzioni in arabo del testo antisemita I Protocolli del Savi di Sion fatte da alcuni cristiani: poi il testo fu rilanciato più volte da traduttori ed editori musulmani. Cominciò un periodo assai difficile. Ci furono pogrom antiebraici, prima della nascita dello Stato d'Israele, nell'Algeria francese nel 1934 a Costantina e in Iraq nel 1941.

Progressivamente gli ebrei acquistarono un'immagine negativa nel mondo arabo e poi in quello islamico. Il gran muftì di Gerusalemme, Amin al-Huseini (1895-1974), si fece propagandista di un'aggressiva campagna antiebraica, alleato con Hitler e Mussolini. Durante la seconda guerra mondiale, lavorò tra i musulmani dei Balcani, dove guidò il reclutamento di una divisione di più di 20.000 SS musulmani, responsabili di stragi di ebrei e serbi in Bosnia.

Ma la storia non è tutta uguale. Bisogna scrutarla in tutti i suoi aspetti. Nei Balcani, ci sono stati "giusti" musulmani che salvarono gli ebrei. In Bosnia, vivevano 14.000 ebrei e ne morirono ben 12.000 nella Shoah. Alcuni si salvarono però grazie a musulmani non intossicati dalla propaganda di Amin al-Huseini, ma convinti che aiutare gli ebrei fosse un dovere umano e religioso. La famiglia musulmana Hardagan abitava davanti al comando della Gestapo a Sarajevo: avvertiva gli ebrei delle retate che partivano da lì. Non solo, ma accolse un ebreo, Yossef Kabilio: «Voi siete nostri fratelli», gli disse Zejneba Hardagan. Questa lo riscattò quando fu arrestato per strada, corrompendo uno stupefatto ufficiale tedesco. Il padre di Zejneba, Ahmed Sahadik, per l'aiuto agli ebrei, fu portato in campo di concentramento dove morì (il nome è ricordato tra i caduti della Shoah di Sarajevo). Forse vari giusti musulmani morirono nel famigerato campo croato di Jasenovac, seppure se ne ignorano le storie. Zejneba fu la prima tra i musulmani nella lista dei giusti a Yad Vashem nel 1985: negli anni Novanta trovò rifugio in Israele con la famiglia, quando Sarajevo fu colpita dalla guerra.

In Albania, ci fu un'unanime protezione degli ebrei, tanto che durante la guerra ai duecento locali se ne aggiunsero altri duemila. «Sono sempre stato un musulmano devoto... tutti gli ebrei sono nostri fratelli», dichiarò Beqir Qoqja, sarto di Tirana, che aveva nascosto un ebreo, a cui riconsegnò l'oro depositato presso di lui. Un musulmano di Valona, che aveva salvato una famiglia di ebrei quando, finito il comunismo, poté andare a Gerusalemme, affermò mentre lo proclamavano giusto: «Può darsi che voi lo chiamiate spirito umanitario. Per me vale la nostra religione musulmana...».

Non bisogna sottovalutare le motivazioni religiose. Non mancano giusti turchi, anche perché la Turchia ha una storia positiva con l'ebraismo. Il console turco a Rodi, Selahattin Ulkumen, salvò 63 famiglie ebraiche dalla deportazione nazista nel 1944, in forza della cittadinanza turca di alcuni ed estendendola anche ad altri. Così fece anche, con molto coraggio, il console turco a Marsiglia, Necdet Kent, che sottrasse ottanta ebrei turchi agli SS. C'è anche un giusto arabo, il tunisino Khaled Abdelwahhab, che salvò una famiglia di una ventina di ebrei durante l'occupazione tedesca. Forse si scopriranno ancora vicende sommerse nel mondo musulmano, ancora ignote per il clima di ostilità. L'umanità, nel cuore dei conflitti, può prevalere sull'odio e sul fanatismo. Così dichiarano alcuni giusti: l'esercizio dell'umanità è animato dalla religione. Molto, nella storia, è complesso, non ideologico, anche in mezzo a tanti orrori.

Fonte: Religioni e Civiltà (Sette - Corriere della Sera) del 29 aprile 2016

martedì 3 marzo 2015

La sinagoga cade a pezzi, la salvano i musulmani In Belgio bell'esempio di integrazione religiosa

La Stampa
Ad Arlon la comunità islamica si mobilita per il restauro del luogo di culto: «La fraternità di tutta la nostra comunità è la cosa più importante»

Un piccolo gesto, un grande segno. La sinagoga di Arlon - l’ultima città del Belgio quando si corre in autostrada direzione SudEst, centro un tempo agricolo, martoriato dai nazisti e oggi in ripresa anche grazie al mega stabilimento della Ferrero – sta andando a pezzi. E’ un edificio minuto, il più vecchio luogo di culto ebraico del Paese, costruito nel 1865, mal conservato. La stampa locale ha denunciato le condizioni precarie della costruzione, l’impossibilità di accedervi senza rischi, e la comunità ha cominciato a muoversi per cercare di invertire. Tutta la comunità.
«Colpiti dai recenti articoli abbiamo deciso di mobilitarci», ha annunciato Mohamed Bouezmarni, Segretario Generale dell’Ama, l’Associazione dei musulmani di Arlon, che ha lanciato una sottoscrizione pubblica per contribuire al restauro durante la preghiera del venerdì. «In quanto responsabile di un luogo di culto – ha spiegato –, comprendo bene le difficoltà della nostra comunità ebraica. Non hanno alcun posto adatto per pregare. Siamo pronti a dare una mano a questo restauro di interesse generale nel nome dei valori di generosità e sostegno reciproco».
La sinagoga ha salvato i suoi rotoli sacri della Torah durante l’occupazione tedesca, riuscendo a nasconderli ai nazisti che avevano trasformato l’edifico in un deposito di fieno, circostanza che le ha risparmiato la distruzione. L’edificio, di ispirazioni romanico-bizantine, custodisce il più antico cimitero ebraico del Belgio ed è considerato patrimonio della Vallonia.

E’ una comunità ristretta, quella di Arlon, non più di una cinquantina di persone. La sinagoga è in fase di restauro da tempo, ma mancano i fondi e ora non è più sicura. Così, nel momento grave del conflitto fra civiltà e religioni, i musulmani hanno deciso di dare una mano.

«Al di là di discorsi sul vivere insieme – rivela Hajib el-Hajjaji, che sostiene il progetto e contribuisce alla sua diffusione a livello nazionale -, vogliamo andare oltre e veramente costruire insieme qualcosa. I luoghi di culto – spiega – sono luoghi di contemplazione, serenità e di pace: è importante salvare insieme questa sinagoga per le famiglie e i bambini che trovano qui il comfort e la fraternità».

L’invito è aperto a cittadini belgi e no, indipendentemente dalle loro convinzioni religiose. L’Ama chiede donazioni a tutti. Una mano offerta per rispondere a chi vuole le guerre di religione. Un modo per dire «Noi non ci stiamo». O almeno così pare essere.

martedì 24 febbraio 2015

Danimarca - La polizia di Copenaghen proibisce "l'anello di pace" dei musulmani intorno alla Sinagoga attaccata

Haaretz
La polizia di Copenaghen ha negato la richiesta da parte dei musulmani danesi per creare un anello di pace attorno a una sinagoga della città che è stata sotto un attacco mortale.

Secondo i media danesi la polizia cita problemi di sicurezza per respingere la richiesta dagli organizzatori. 

"Abbiamo scelto di dire di no a causa di una valutazione di sicurezza specifica della situazione che abbiamo in questo momento", ha detto il portavoce della polizia di Copenaghen Mads Jensen ad una televisione danese.

Gli organizzatori speravano di duplicare a Copenaghen una simile iniziativa a quella che ha avuto luogo nella notte di Sabato a Oslo, dove più di 1.000 persone, tra cui molti musulmani, hanno formato una catena umana intorno una sinagoga in una dimostrazione di sostegno agli ebrei.

Niddal El-Jabri ha detto all'emittente pubblica Danimarca Radio che avrebbe cercato di ottener dalla la polizia l'autorizzazione a tenere una veglia di pace in un momento successivo.

"E 'davvero una buona iniziativa," Dan Rosenberg Asmussen, il capo della comunità ebraica danese, ha detto a DR, secondo The Local.dk. "Penso che sia bella e commovente."

Il 14 febbraio, al di fuori della centrale Sinagoga di Copenaghen, una guardia di sicurezza volontaria, Dan Uzan, è stato ucciso da un islamista solitario armato che ore prima aveva ucciso una persona in una sparatoria in un centro culturale nella capitale danese durante un evento.

lunedì 23 febbraio 2015

Ebrei di Francia premiano Lassana Bathily l'eroe musulmano del supermercato kosher

ANSAmed
Parigi - Dopo aver ottenuto la cittadinanza onoraria francese, Lassana Bathily - il ragazzo di religione musulmana che ha contribuito a proteggere numerosi ostaggi ebrei durante l'assalto jihadista all'Hyper Cacher di Parigi - verrà premiato questa sera dal consiglio rappresentativo delle istituzioni ebraiche di Francia (Crif).

"Lassana ha mostrato che tutti uniti possiamo battere il terrorismo", ha detto a radio Europe 1 il presidente del Crif, Roger Cukierman, riferendosi al ragazzo di origini maliane ormai noto come l'eroe dell'Hyper Cacher, il supermercato di Porte de Vincennes, teatro della strage perpetrata il 9 gennaio scorso da Amedy Coulibaly.

Circa settecento invitati sono attesi questa sera alla cena annuale del Crif, un appuntamento tradizionale a cui partecipano anche esponenti di primo piano della maggioranza e dell'opposizione, tra cui il presidente François Hollande e il premier Manuel Valls.

Lassana, 24 anni, che si definisce "musulmano praticante", arrivato in Francia come immigrato irregolare nel 2006, aveva ottenuto il permesso di soggiorno nel 2011 dopo essersi diplomato e aver sempre lavorato. Aveva presentato una richiesta per la cittadinanza francese nel luglio 2014. La procedura di naturalizzazione è stata però accelerata e "trattata con il rispetto dovuto al suo eroismo". Lo scorso 20 gennaio, nel corso di una cerimonia solenne con Manuel Valls e il ministero dell'Interno Bernard Cazeneuve, Lassana ha ufficialmente ottenuto la cittadinanza francese. Mentre su internet c'è chi chiede per lui la Legion d'Onore.

domenica 22 febbraio 2015

Norvegia-Oslo - Grande successo "Anello della Pace" 1000 musulmani che proteggono la Sinagoga

TGCom24
Un gesto simbolico lanciato quasi casualmente su Facebook da giovani scandinavi di fede islamica all'indomani degli attacchi terroristici di Copenaghen




Pagina Facebook Fredens Ring
Mano nella mano, col calare della sera e la fine del giorno di shabbat centinaia di musulmani norvegesi hanno formato un "anello di pace" a protezione della principale sinagoga di Oslo. 

Un gesto simbolico lanciato quasi casualmente su Facebook da giovani scandinavi di fede islamica all'indomani degli attacchi terroristici di Copenaghen che hanno colpito uno dei tempi ebraici della capitale danese causando anche la morte di un uomo.

All'appello postato sul social network da una giovane musulmana, Hajdar Ashrad, 17 anni, hanno risposto anche non islamici in una mobilitazione che è andata al di là delle aspettative, soprattutto se si pensa che in Norvegia gli ebrei sono una netta minoranza (non più di un migliaio) a fronte dei musulmani che sono arrivati a contare quasi 200mila presenze in un Paese di neanche 5.5 milioni di abitanti.
"Violenza in nome dell'Islam? Jihadisti devono passare su di noi" - Su Facebook del resto i giovani organizzatori erano stati chiari e determinati: "Se gli jihadisti vogliono usare violenza nel nome dell'Islam - avevano scritto a inizio settimana - devono prima passare attraverso noi musulmani. Poiché l'Islam significa proteggere i nostri fratelli e sorelle a prescindere dalla loro religione, significa superare l'odio e non sprofondare allo stesso livello dei nemici... Noi musulmani vogliano dimostrare che disprezziamo profondamente ogni tipo di odio nei confronti degli ebrei formando un cerchio umano attorno alla sinagoga"

sabato 21 febbraio 2015

Norvegia - La Sinagoga di Oslo protetta dai musulmani. Si attendono 1000 partecipanti convocati su Facebook

Vita
Un gruppo di giovani musulmani norvegesi intendono formare un scudo umano intorno alla sinagoga di Oslo (vi foto) dopo la celebrazione dello Shabbat di questo Sabato (21 febbraio), un gesto che hanno chiamato “L’anello della pace”. 

Un segno di solidarietà e fratellanza interreligiosa verso la comunità ebraica della capitale norvegese ma anche un gesto per contrastare pregiudizi contro ebrei e musulmani.

«Pensiamo che dopo gli attacchi terroristici a Copenaghen sia giunto il momento per noi musulmani di prendere le distanze dai gesti di avversione nei confronti degli ebrei» ha spiegato il giovanissimo ( ha solo 17 anni) Hajrad Arshad, organizzatore dell'evento.

Ervin Kohn, uno dei leader della piccola comunità ebraica di Oslo, ha acconsentito ad autorizzare l'evento a condizione che si presentino più di 30 persone. A giudicare dal reclutamento sulla pagina Facebook, sono attese più di 1.000.

venerdì 1 agosto 2014

Scritte antisemite - Network europeo contro il razzismo (ENAR): adottare misure per combattere l'odio

Articolo 21
Il network europeo contro il razzismo Enar è preoccupato per il proliferare di attacchi in seguito alle operazioni militari di Israele nella striscia di Gaza: “Chiediamo a tutti i governi europei di adottare misure concrete per combattere l’odio”
Bruxelles – Il network europeo contro il razzismo Enar lancia l’allarme: l’escalation di attacchi antisemiti dovuta alle operazioni militari di Israele nella striscia di Gaza è preoccupante.

In una nota, l’Enar stigmatizza gli slogan che invocano ‘morte agli ebrei’ scanditi nelle strade di diverse città europee, soprattutto durante manifestazioni in Francia e in Belgio. La rete antirazzista riporta che sui social media olandesi, ad esempio, sono state registrate nelle ultime due settimane oltre quattrocento espressioni di antisemitismo. Nel Regno Unito, a luglio, gli attacchi di matrice antisemita sono raddoppiati, raggiungendo i cento in un mese. In Germania, manifestanti antiebraici sono stati fermati mentre attaccavano una sinagoga a Berlino e un’altra sinagoga è stata fatta oggetto di lanci di bottiglie Molotov a Wupertal. Un barista di Liegi ha persino esposto un’insegna in cui si dice: “In questo caffè i cani sono benvenuti, gli ebrei no”. E graffiti e murales antisemiti sono apparsi in molte città europee.

Secondo l’Enar, questo clima di tensione e di odio tocca anche le organizzazioni ebraiche più progressiste, che devono spesso ricorrere alla protezione delle forze di polizia, e fa sì che le comunità ebraiche debbano vivere in una situazione di paura e isolamento.

Il presidente del network europeo antirazzista Sarah Isal ha dichiarato: “Lottare per la giustizia, e in questo caso sostenere la causa palestinese, è assolutamente legittimo, ma non si può permettere che ciò sia fatto a discapito della sicurezza e dei diritti fondamentali degli ebrei europei. Questa escalation antisemita è semplicemente inaccettabile. La libertà di espressione e di dissenso nei confronti di quello che sta facendo lo stato di Israele e delle sue violazioni dei diritti umani è sacrosanta – continua Isal – però per nessuna ragione questa deve sfociare in atti o espressioni razziste nei confronti di comunità che sono legate a Israele stesso ma che non sono responsabili per i suoi misfatti. Chiediamo a tutti i governi europei di adottare misure concrete per combattere l’odio e la violenza antisemita e, più in generale, tutte le forme di razzismo nei confronti di qualsiasi comunità, minoranza o gruppo di persone. L’odio è odio, contro chiunque questo sia rivolto”.

[...]
Maurizio Molinari