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domenica 17 ottobre 2021

Calais: i migranti sono soggetti a “trattamenti inumani” ed è vietata l'assistenza umanitaria, per i volontari proibito dare cibo e acqua

Metropolitan Magazine
Gli accampamenti dei migranti presenti nella città francese di Calais, a circa 30 km dal confine con il Regno Unito sono soggetti a trattamenti definiti inumani da parte dei poliziotti e dalle leggi locali. Di seguito, il rapporto di Human Rights Watch.


Accampamenti vicino alla città francese di Calais, i migranti sono perseguiti dalla polizia

“La giungla”, soprannome dato alla zona vicino alla città di Calais, sita nel nord della Francia, è un luogo precario, che tuttavia ha rappresentato fino al 2016, anno in cui è stata demolita una sorta di stabilità per oltre 10.000 persone.

Cinque anni dopo, le politiche migratorie europee non si sono fatte più umane o ragionevoli, anzi. I migranti sono ancora a Calais, maltrattati e calpestati.

HRW ha condotto oltre 60 interviste a migranti adulti e minori non accompagnati che si trovano a Calais e nella comune di Grande-Synthe, da ottobre a dicembre 2020 e da giugno a luglio 2021.

Il report di Human Rights Watch (HRW) afferma che gli ufficiali della polizia francese sottopongono regolarmente queste persone a trattamenti inumani e degradanti. Evidenzia anche le ripetute operazioni di sfratto, le molestie praticamente giornaliere, il mancato accesso all’assistenza umanitaria subiti.

Ecco i “trattamenti inumani” a cui sono sottoposti i migranti

Innanzitutto, sono attive operazioni di sgombero, tende, sacchi a pelo e coperte vengono distrutti. Si tratta di pratiche comuni, che spesso vengono fatte passare come “operazione di salvataggio”, portandoli in rifugi più stabili.

Tuttavia, il riparo viene garantito solo per pochi giorni. Queste tattiche costringono adulti e minori, che non sono tutelati a stare sempre in guardia, portandoli ad un stato di esaurimento mentale oltre che fisico. E’ anche vietata l’assistenza umanitaria, ordinanze locali proibiscono la distribuzione di cibo e acqua da parte di gruppi umanitari nel centro di Calais.

Charlotte Kwantes, la coordinatrice nazionale del gruppo Utopia 56, ha affermato che: “Queste persone non viaggiano fino al nord della Francia perché muoiono dalla voglia di soggiornare in una tenda in mezzo al bosco, esposti al freddo e alle molestie. Non vengono qui nemmeno per farsi dare un po’ di acqua e cibo dai volontari, come un’elemosina. Arrivano qui perché c’è il confine”.

Il confine con il Regno Unito dista solo 30 chilometri e con la sua uscita dall’Unione Europea, il Paese non può più riconsegnare i migranti richiedenti asilo provenienti dalla Francia senza prima considerare la loro richiesta di asilo. Inoltre, non è più tenuto ad accettare il ricongiungimento familiare da parte di minori non accompagnati.

Veronica Tassiello

lunedì 20 novembre 2017

Calais, un anno dopo: centinaia di migranti ancora nella terra di nessuno

Riforma.it
I numeri di migranti presenti è calato, ma restano comunque centinaia di persone in una terra di nessuno, fra forze di polizia che abusano del ruolo e autorità locali e nazionali che negano il problema.

La "chiesa" della baraccopoli di Calais
Il 24 ottobre 2016 veniva smantellata la gigantesca baraccopoli di Calais, in cui erano stipate in condizioni spaventose migliaia di persone, 7.400 per l’esattezza al momento della conta finale da parte delle autorità. Molti altri però si erano già allontanati nei giorni precedenti, alla notizia della chiusura di questo avamposto sulla Manica, ultimo insormontabile ostacolo prima dell’agognata Gran Bretagna, e quindi la contabilità risulta per difetto ( si stima fosse di oltre 10 mila persone la capienza media).

Le 7.400 donne, uomini e bambini sono stati trasferiti nei 301 Centri di accoglienza e orientamento (Cao) sparsi su tutto il territorio francese. Creati nel 2015 i Cao sono i luoghi in cui preparare e affrontare i primi passi per la legalizzazione: vi si presentano le domande di asilo per poi venire spostati nei meno improvvisati centri di accoglienza per i richiedenti asilo (Cada).

Secondo i dati dell’Ufficio francese per l’immigrazione e l’integrazione (Ofii) il 42% fra queste persone ha ottenuto il diritto di asilo o una qualche forma di protezione sussidiaria, mentre il 46% è ancora nelle liste di attesa in attesa di un giudizio definito. 

Il 7% sarebbe la percentuale dei rimpatriati perché senza i requisiti necessari. 5466 donne e uomini sono stati accompagnati nei Cao, 1952 minori non accompagnati sono finiti nei centri a loro dedicati. 515 fra questi ultimi, a seguito di un accordo con l’Inghilterra volto a favorire i ricongiungimenti dei minori con le famiglie, sono stati trasferiti oltre Manica, ma di contro di 709 si sono perse le tracce, fuggiti prima che la loro situazione venisse chiarita.

Dopo alcuni mesi di relativa calma, dalla primavera di quest’anno i migranti hanno ricominciato ad arrivare, provenienti principalmente da Eritrea, Etiopia e Afghanistan.

Secondo i dati forniti dal governo francese al momento a Calais sono ancora presenti 500 migranti, ma sia le Organizzazioni non governative (che parlano di 700) sia il sindaco (che fissa la cifra al migliaio) hanno riscontri più elevati.

Se il turismo e le attività portuali hanno ripreso un minimo di respiro e se gli attori economici hanno notato un lieve miglioramento, la situazione dei profughi è invece nettamente peggiorata. Non esistono più presidi fissi in cui rifugiarsi, nutrirsi, beneficiare degli aiuti umanitari disponibili. Ora i volontari per distribuire cibi e vestiti devono spostarsi fra i vari luoghi di aggregazione improvvisati, e l’inverno glaciale di queste latitudini è alle porte. Sono almeno 4 i luoghi in cui si raccoglie chi arriva qui, spesso raggruppati per nazionalità e provenienza, ad attendere furgoni che li raccolgono per condurli verso lavori saltuari.
[...]
«Misure dissuasive sono prese nei confronti delle associazioni e dei privati cittadini che aiutano i migranti. Insieme ad altri chiediamo la costruzione di luoghi di sosta, di “case dei migranti” in transito, mentre le autorità negano semplicemente che esistano. 

Ma dovremo lasciarli sedere e riposare da qualche parte senza che ogni dieci minuti ci sia qualcuno a molestarli e ad intimidire loro e chi desideri aiutarli. Il governo deve cambiare atteggiamento». L’inverno è alle porte, le temperature di notte scendono sotto lo zero già da alcuni giorni. Nel cuore dell’Europa un altro presidio di illegalità da parte di un governo si sta perpetrando nel silenzio quasi generale.

Claudio Geymonat

martedì 24 ottobre 2017

Migranti, Francia - Che fine ha fatto la «giungla» di Calais?

Il Manifesto
Un anno dopo. Il 24 ottobre 2016 le autorità francesi sgomberavano la più grande bidonville d’Europa. Ma i migranti non sono mai andati via
Enayatollah muove i suoi passi su una spianata di terra umida della rugiada di primo mattino, lì dove un anno fa il terreno fangoso tremava al passaggio dei bulldozer. Lui, migrante afghano, conosce bene la storia di questi luoghi.
Trecentosessantacinque giorni fa era qui, quando il governo francese radeva al suolo la «giungla» di Calais, la più grande bidonville d’Europa, che ha ospitato fino a 10.000 persone.

IL 24 OTTOBRE dello scorso anno, debuttavano all’alba le spettacolari operazioni di sgombero. Centinaia di CRS (agenti della Compagnie Républicaine de Sécurité) furono mobilitati. Più di 7.400 persone, di cui circa 2.000 minorenni, furono spostate nei CAO (Centri d’accoglienza e d’orientamento) sparsi su tutto il territorio francese. Secondo l’Ofii, l’agenzia governativa che gestisce le domande d’asilo, il 46% degli abitanti della bidonville aspetta ancora una risposta definitiva, il 42% ha ottenuto l’asilo, il 7% è stato rifiutato.

Ma cosa ne è, un anno dopo, della «giungla» di Calais? Prova a spiegarlo il prefetto del Pas-de-Calais Fabien Sudry, che constata come «la pressione migratoria è nettamente diminuita. Oggi ci sono 500 migranti, l’anno scorso ce n’erano 8.000. Non ci sono più né squat, né campi, né intrusioni nell’Eurotunnel».

Tuttavia, la situazione sembra essere differente. I migranti, in realtà, non sono mai andati via. Già due mesi dopo lo sgombero i primi esiliati cominciavano a riaffacciarsi in città, il punto più vicino al Regno Unito. Dal 24 ottobre 2016, secondo una stima delle associazioni, sono stati distribuiti più di 236.000 capi di abbigliamento, più di 7.000 scarpe e circa 8.000 sacchi a pelo.

«ERO QUI UN ANNO FA. Sono di nuovo qui un anno dopo. Prima era difficile passare, ma adesso è praticamente impossibile. La polizia ci bracca ogni giorno», sospira grave Enayatollah, incamminandosi verso il nuovo accampamento di migranti in rue des Verrotières, nella zona delle Dune, a poche centinaia di metri dalla vecchia bidonville.
La chiamano già «la nuova giungla». Secondo le associazioni 700 migranti trovano riparo in questo bosco nella zona industriale di Calais.

DOPO LO SGOMBERO della bidonville il solo a sparire è stato lo stato francese che non propone alcun dispositivo di accoglienza, nonostante le sollecitazioni del Consiglio di Stato – la più alta autorità amministrativa francese – e delle Nazioni unite, che in un recente rapporto aggiunge duramente che i migranti dispongono di «un accesso limitato all’acqua potabile, alle docce e ad altri dispositivi sanitari».


Stefano Lorusso Continua a leggere l'articolo >>>

sabato 29 luglio 2017

Francia - Calais - HWR denuncia l'utilizzo di gas al peperoncino delle forze di polizia contro i migranti

Euro News
L’uso di gas al peperoncino contro i migranti è una routine a Calais, in Francia. È la denuncia dell’ong Human Rights Watch. Gas spruzzati contro vestiti, cibo e sacchi a pelo che costringono i migranti a spostarsi continuamente e che vengono usati anche contro gli operatori umanitari, secondo il rapporto “Come vivere all’inferno” che si basa sulle testimonianze di una sessantina di richiedenti asilo.


“Le forze di polizia utilizzano il gas al peperoncino contro i migranti addormentati, contro la distribuzione di cibo, contro il cibo dei migranti”, afferma Bénédicte Jeannerod, direttrice di HRW Francia. “Si tratta di un uso della forza che non è giustificato, che è sproporzionato, che costituisce una violazione dei diritti umani e e una violazione della protezione che dobbiamo a queste persone. Si può supporre che si tratti di una strategia da parte delle autorità nazionali e locali affinché i migranti e i richiedenti asilo non si ristabiliscano a Calais e nella sua regione”.

La prefettura di Calais ha definito le denunce delle calunnie. Per le strade della città, dove nell’ottobre del 2016 fu smantellata la cosiddetta “giungla”, e nei boschi circostanti vivono circa 400 migranti, fra i quali 200 minori non accompagnati.

venerdì 30 dicembre 2016

Migranti: 36 minori di Calais lanciano azione legale contro Gb

AnsaMed 
Sono in 36, a molti di loro è stato negato asilo nel Regno Londra - Sono 36 i minori che vivevano nel campo profughi di Calais ad aver avviato una azione legale contro il governo britannico. Si tratta di ragazzi la cui età è compresa tra i 14 e i 17 anni e accusano, tramite i loro legali, il ministro degli Interni britannico, Amber Rudd, di aver agito in modo illegittimo nel gestire le loro richieste di asilo in Gran Bretagna. 



Secondo il Guardian, 28 di loro si sono già visti rifiutare la domanda mentre gli altri sono in attesa di una risposta dall'Home Office. I minori si trovano in diversi centri di accoglienza sparsi in Francia e arrivano in maggioranza da Eritrea, Afghanistan e Sudan.

Si tratta dell'ennesimo segnale negativo della tardiva quanto scarsa politica di sostegno ai bambini migranti mostrata dal governo di Theresa May, che su questo dossier è stato duramente criticato.

mercoledì 14 dicembre 2016

Calais, finiti lavori per grande muro anti-migranti, voluto da Gb

ANSAMed
Parigi - Un altro muro nel cuore dell'Europa: in meno di tre mesi sono finiti i lavori per la costruzione del 'Great Wall', il grande muro di Calais, voluto dal governo di Londra per impedire ai migranti di passare dalla Francia in Gran Bretagna. 


Un cantiere ad alta portata simbolica, una barriera tra due Paesi di quello stesso Occidente che, a parole, tanto aveva criticato iniziative analoghe spuntate ai confini sud-orientali del continente, dall'Ungheria in su.

Alto quattro metri per un chilometro di lunghezza, il muro in cemento armato e dotato di telecamere di sorveglianza sorge a poche centinaia di metri dalla ex-Giungla dei migranti di Calais, che il governo di Parigi ha smantellato questo autunno. 

L'obiettivo è impedire ai disperati di introdursi illegalmente nei camion diretti a Dover, dall'altra parte della Manica. Interamente finanziata dal governo britannico la struttura è costata 2,7 milioni di euro. Completa il recinto di protezione in ferro e filo spinato già eretto nella zona per impedire l'accesso al porto.

venerdì 4 novembre 2016

Migranti: a Calais comincia evacuazione di 1.500 minori senza famiglia nei centri di accoglienza

Ansa
Parigi - E' cominciata il 2 novembre l'evacuazione dei 1.500 minori senza famiglia rimasti sul sito della ex "giungla" di Calais, nel nord della Francia.


Oltre 70 pullman sono stati messi a disposizione, il primo è partito poco dopo le 8 in direzione di Carcassonne, nel sud, verso uno dei centri di accoglienza messi a disposizione.

L'evacuazione dei minori senza famiglia avviene a 48 ore dalla conclusione ufficiale dello smantellamento della bidonville.

Secondo la Prefettura di Calais, i 1.500 minori evacuati non possono decidere quale sarà la propria destinazione. Possono scegliere i compagni di viaggio, ma poi dovranno restare nei 60 centri di accoglienza.

La maggioranza dei minori vorrebbe raggiungere la Gran Bretagna: le loro domande saranno esaminate dai centri di accoglienza dei minori insieme ai responsabili britannici.

Una volta terminata l'evacuazione dei minori, restano ancora a Calais circa 400 tra donne e bambini. Poi la "giungla", che fino a poco tempo fa accoglieva tra le 6.000 e le 8.000 persone, sarà totalmente smantellata.

mercoledì 26 ottobre 2016

Continua lo sgombero di Calais - Incerta la sorte di 1500 minori che hanno la famiglia oltremanica

Vita
Continuano i trasferimenti dei circa 8mila migranti bloccati a Calais e mentre le tensioni crescono, la Gran Bretagna sospende anche il ricongiungimento familiare dei minori non accompagnati che hanno famiglia oltremanica. Sempre più incerto il futuro di 1.500 ragazzi, alcuni di loro non hanno nemmeno 13 anni

Migranti minori sgomberati a Calais
Continua lo sgombero a Calais, mentre i numeri relativi al bilancio della prima giornata si rincorrono. Sarebbero 2.318 i migranti trasferiti secondo il governo ma, secondo la sindaca Natacha Bouchart, in realtà non raggiungerebbero i 1.400. E mentre l’operazione di sgombero sembra ancora lunga, la tensione è destinata a crescere.

Il quotidiano britannico The Guardian riporta di alcuni tafferugli scoppiati questa mattina. Tensioni anche tra la polizia e alcuni minori non accompagnati, riuniti in un’area ristretta e costretti a stare in fila. Alcuni impazienti di aspettare, hanno cercato di passare davanti alla fila e sarebbero stati respinti dalla polizia.

Christian Salome, direttore dell’Ong, Auberge des Migrants, che opera a Calais dal 2008, in realtà ha dichiarato all’agenzia AFP che il processo «sta funzionando bene perché dopotutto, queste persone stavano aspettando impazientemente di partire». Salome si è detto molto più preoccupato per la fase finale dello smantellamento, «quando gli unici rimasti saranno coloro che non vogliono partire e che vogliono ancora raggiungere la Gran Bretagna». Secondo Salome, sarebbero circa 2mila i profughi che non sono disposti a lasciare Calais.

Le autorità francesi sembrano però più ottimiste e si dicono fiduciose di poter procedere con le demolizioni entro martedì sera. E a chi pensa che questo sarà l’ennesimo tentativo fallito di sgomberare Calais, il governo francese fa sapere, attraverso le parole della sua ambasciatrice a Londra che questa sarà a volta buona: «Non li lasceremo venire qui. Deve essere chiaro che Calais è un vicolo cieco».

La situazione dei minori rimane la più delicata nel processo di smantellamento del campo, come abbiamo raccontato qui. Sono circa 1,500 i ragazzi e i bambini accampati a Calais. Le organizzazioni della società civile hanno denunciato il fatto che non sia ancora chiara la loro destinazione esatta, sottolineando il pericolo che cadano nelle mani dei trafficanti durante la confusione dello sgombero. Nell’ultima settimana circa 200 profughi sotto i 18 anni sarebbero stati ricongiunti con i familiari che già vivono nel Regno Unito, ma molti stanno ancora aspettando e non è chiaro quale sarà la destinazione esatta di chi non ha diritto al ricongiungimento familiare.

Nel frattempo anche la situazione dei ragazzi e dei bambini che avrebbero diritto ad essere accolti in Gran Bretagna, solleva dubbi. Secondo il Guardian, 1 amministrazione locale su 4 in Inghilterra, afferma di non potersi far carico di questa responsabilità. Amber Rudd ministro degli Interni britannico, ha ricordato il rigoroso processo di identificazione a cui saranno sottoposti tutti i minori prima di essere considerati idonei al ricongiungimento, dichiarando alla Camera dei comuni che la Gran Bretagna non accetterà richieste provenienti da chi è arrivato a Calais dopo lunedì 24 ottobre. Il ministero degli Interni britannico ha inoltre annunciato la sospensione temporanea dei trasferimenti dei minori dal campo, su richiesta delle autorità francesi.

Il ministro ombra degli Interni britannico, Diane Abbott, ha invece accusato Rudd di nascondersi dietro la richiesta della Francia (avanzata, pare, per facilitare le operazioni di sgombero), e di aver ritardato troppo l’identificazione dei minori idonei per il trasferimento nel Regno Unito. Abbott ha affermato inoltre che la demolizione del campo sarebbe dovuta avvenire dopo aver avuto la certezza che ogni minore potesse ricevere una giusta protezione.

sabato 10 settembre 2016

“Il muro di Calais accentuerà i problemi anziché risolverli” Intervista a Marco Impagliazzo

Vatican Insider
Il Presidente della Comunità di Sant’Egidio ricorda che l’Europa è fondata sulla solidarietà e sul Diritto, per gestire poche migliaia di persone non c’è bisogno di muri

Un nuovo muro sta sorgendo a Calais, in Francia, ultima tappa sul continente prima di raggiungere la Gran Bretagna. Parigi ha deciso la costruzione - con fondi anche inglesi - dell’ennesima barriera che dovrà proteggere e difendere il traffico commerciale e non, in transito verso la Manica. Dietro il nuovo muro qualche migliaia di immigrati, la cosiddetta «giungla» di Calais. Abbiamo chiesto al presidente della Comunità di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo, una valutazione su quanto sta accadendo.

Un nuovo muro per fermare gli immigrati sta sorgendo in Europa, e questa volta è costruito da due grandi nazioni del vecchio continente, la Francia e la Gran Bretagna. Che significato ha questa scelta?

«Significa che purtroppo la storia non ha insegnato molto, nel senso che i muri costruiti negli ultimi anni e nel secolo scorso, hanno solo diviso le popolazioni e non hanno mai risolto i problemi anzi, semmai li hanno accentuati. Come questo muro a Calais che sta ingigantendo un problema molto relativo, perché stiamo parlando di 3mila persone accampate dietro quel muro; stanno facendo di un piccolo problema un problema molto più grande e dando un’immagine che non giova all’Europa sotto tanti punti di vista, a partire dal fatto che l’Europa dovrebbe essere il continente fondato sulla solidarietà e sul Diritto».

Però anche a Calais ci sono state proteste, sia della popolazione locale che dei camionisti, di chi deve attraversare il confine. Come si affronta questo aspetto del problema?
«Vorrei dire innanzitutto una parola a favore della Gran Bretagna che è uno dei pochi paesi europei che sta mettendo in atto la ricollocazione dei migranti come era stato richiesto dall’Europa (ovvero la distribuzione dei migranti fra le varie nazioni e poi all’interno del proprio territorio, ndr), seppure con cifre molto basse; tuttavia la Gran Bretagna risponde applicando la legge, è un piccolo fatto positivo che va ricordato. Ma oltre ciò va ripetuto ancora una volta che tutta la questione può essere affrontata solo in una dimensione europea, e l’Europa non ha ancora accettato di affrontare il problema - così come pure l’Italia ha proposto – secondo un approccio che comunque garantisca a queste persone un collocamento dignitoso».

La logica del muro è dunque anche miope...

«In sostanza: più noi allarghiamo il muro più queste persone sceglieranno strade pericolose per attraversa il mare, la Manica, o provocheranno incidenti sulla strada di Calais (gruppi di immigrati nei pressi della cittadina francese provocano blocchi del traffico per intrufolarsi sui mezzi in transito verso la Gran Bretagna, ndr). Non è il muro che può risolvere il problema ma le politiche. Io credo che la Francia stia scaricando il problema, la Francia invece deve assumersi le proprie responsabilità perché questi cittadini sono sul suo territorio e vengono tenuti in condizioni fortemente precarie. È un problema che dovrebbe essere affrontato e condiviso a livello di strategie europee, di fenomeni migratori, e non a livello di muri. Per sistemare 3mila o 6mila persone, non c’è bisogno di un muro».
Tuttavia è proprio sul tema migranti che l’Europa sta vivendo una situazione critica: muri che sorgono dappertutto, dall’Ungheria alla Francia, movimenti xenofobi che guadagnano consensi, c’è un cortocircuito in atto, cosa sta accadendo?

«Bisogna tenere conto di vari aspetti. In primo luogo la cattiva informazione che viene data sul fenomeno migratorio sempre in termini di invasione, di sottrazione del lavoro da parte dei migranti, di rischio terrorismo, di paura dell’islam. C’è una cattiva informazione che gira intorno al tema migratorio in forza della quale le popolazioni invece di essere pronte ad affrontarlo in termini positivi lo guardano sempre in termini negativi. Qui devo dire per contrasto che l’esperienza dei corridoi umanitari che abbiamo messo in piedi con le Chiese protestanti, ha attivato la società civile in maniera intelligente e generosa. Oggi abbiamo più richieste da parte di famiglie, comunità parrocchie e imprenditori, di quanti “visti” abbiamo a disposizione per i corridoi umanitari, sembrerà paradossale ma è così. La gente è pronta ad accogliere se il discorso viene presentato in maniera corretta. Sono vent’anni che assistiamo a predicazioni di odio verso gli immigrati, in tale contesto va dato atto ad Angela Merkel di aver mantenuto una posizione favorevole all’accoglienza nonostante l’argomento facesse perdere voti».

Quali altri cause sono all’origine di questa ondata di paura?
«Troppo poco si spiega l’incidenza positiva che hanno gli immigrati sul pil (prodotto interno lordo, ndr) dei vari paesi, a cominciare dalla Gran Bretagna che è una di quelle che guadagna di più dalla presenza di migranti. Inoltre ci sono problemi relativi ai paesi dell’Europa orientale chiusi verso tutto ciò che è islam o non è cristiano, in cui crescono forme sempre più estreme di nazionalismo. Infine conta il fatto che non ci sia stata una vera condivisione del problema a livello europeo, il caso italiano in questo senso è emblematico. L’Italia infatti insieme alla Grecia si è assunta un peso davvero eccessivo della questione senza ricevere nessun aiuto da parte dell’Europa, e in tal senso il tema del mancato ricollocamento fra i diversi paesi dell’Unione è l’esempio più clamoroso».

Il flusso di migranti sembra ormai da qualche tempo molto caratterizzato da ondate di profughi provenienti da zone di guerra: Medio Oriente, Siria, Iraq, nord Africa, Africa sub sahariana; alla fine è questa la radice del problema?

«La radice è questa in gran parte. Ormai fare il ragionamento sui migranti solo economici non ha più senso. È impossibile la divisione fra questi ultimi e chi fugge da una guerra, si tratta di categorie ormai saltate del tutto; cosa vuol dire infatti valutare uno che scappa dalla Siria come migrante economico? Certo si tratta di qualcuno che cerca anche un futuro, quindi in parte è anche un migrante economico, ma sarebbe rimasto volentieri in Siria. Sono categorie e distinzioni che non reggono più, noi dobbiamo aggiornarle; ma rivolgo soprattutto un appello agli Stati europei: unitevi alla società civile, chiedete alla società civile, la politica non ha più le soluzioni. La politica deve assolutamente passare per un nuovo rapporto con la società civile che spesso ha soluzioni molto più avanzate tipo quella dei corridoi umanitari o della sponsorship: ci sono migliaia di europei che sono pronti a essere sponsor di immigrati. Uscite dai palazzi, parlate con la società civile e collaborate con essa».

Fra pochi giorni, il 20 settembre, il Papa torna ad Assisi (un evento organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio insieme ai Francescani) e con lui tanti leader religiosi, per parlare di pace. Ma appunto questo resta un nodo irrisolto: l’Europa, la diplomazia, sono assenti davanti alle grandi crisi umanitarie, ai conflitti, che causano molti dei problemi di cui parliamo; non crede si tratti di un nodo irrisolto importante, di aspetto decisivo per affrontare alla radice il problema?

«Certo, a forza di piangere su noi stessi, di riflettere sulla crisi che sta attraversando l’Europa e di parlare di nostra impotenza, stiamo diventando corresponsabili di situazioni internazionali drammatiche che non riusciamo più a risolvere perché appunto amiamo piangere su noi stessi. Invece l’Europa deve assumersi le responsabilità storiche, sociali e umane che le competono e che vengono dalla sua storia. Lungo la strada che stiamo seguendo, al contrario, passiamo dall’impotenza alla corresponsabilità. Basta col dire: non si riesce a risolvere la crisi siriana, in realtà non si vuole risolvere la crisi siriana. La cosa naturalmente non riguarda solo l’Europa, però il quadro è questo. Si passa il tempo ad assegnare le varie colpe, si dice c’è l’Arabia Saudita, l’Iran, la Russia, Hezbollah, ma poi, alla fine? Ora basta, non possiamo continuare a dire: non è possibile».

Francesco Peloso

venerdì 9 settembre 2016

Muro di Calais: migranti sgraditi e inglesi prigionieri di se stessi

SIR
I muri delimitano, difendono, preservano. Ma, allo stesso modo, i muri chiudono, ingabbiano, dividono. Fanno sentire (relativamente) sicuri, ma di certo non accrescono le amicizie, non aiutano a coltivare relazioni, non costruiscono né alimentano le identità. Vale per una famiglia che si rintana dietro la porta di casa, “tra quattro mura”; vale per una nazione che erge barriere di cemento e filo spinato per evitare invasioni, vere o presunte.

Il muro che Londra vuole costruire lungo l’autostrada per Calais vorrebbe essere una risposta agli arrivi di migranti che, fuggiti da Africa o Medio Oriente, attraversano mari e terre con il mito dell’Europa del nord dove son convinti di trovare una civiltà ricca, accogliente, moderna, paladina di democrazia e diritti, che apre le braccia a chi scappa dalla morte. I fuggiaschi sbagliano, si illudono. D’altro canto i britannici, e non solo loro, non hanno affatto voglia di condividere la loro ricchezza, sicurezza e modernità con chi bussa alla porta di Calais o di Dover.
Così, dopo i contestati muri in Ungheria, Austria, Grecia, Bulgaria, dopo le chiusure in Croazia, Slovenia, Polonia, Repubblica ceca, Slovacchia, ecco che una nuova trincea solca l’Europa.
La questione riguardante l’arrivo in massa di migranti e richiedenti asilo è davvero complessa e sostenere solamente posizioni di principio – accoglienza senza limiti oppure respingimenti senza eccezioni – non ha senso, non produce effetti efficaci, non risolve il problema. I numeri degli afflussi sono cresciuti in modo esponenziale e si consolida l’impressione che “bisogna fare qualcosa”. Occorrono regole condivise, pragmatismo, organizzazione, tanti soldi; il tutto unito a una certa dose di comprensione dei drammi che un’ampia parte di umanità sta vivendo in varie regioni del mondo oggi, anno 2016.
A nulla servono, come spiegano tutti gli esperti di geopolitica, sbarre, fili spinati, muri: l’umanità è in movimento e occorre che i Paesi di transito e destinatari dei flussi si rimbocchino le maniche. Non senza rinunciare a tutelare i propri cittadini, la sicurezza interna, il benessere costruito a fatica.
Servono poi interventi “a monte”, sul versante della cooperazione e politiche di sostengo allo sviluppo dei Paesi di origine delle migrazioni, per fare in modo che i popoli possano vivere dignitosamente, in pace e sicurezza, a “casa loro”. Non devono però mancare, sul versante europeo, una sana dose di responsabilità condivisa e un minimo di solidarietà, con le quali sarebbe possibile attutire l’onda d’urto dei profughi. 

L’Italia qui ha molto da insegnare, nonostante al suo interno risuonino voci contrarie al senso di umanità che ha sempre intessuto l’italianità.Resta, però, il muro di Calais. Per ora innalzato a barriera “contro” i migranti. E se domani ai confini inglesi venissero fermati anche polacchi e ungheresi, greci e spagnoli, italiani e tedeschi? E se, per converso, da questa parte del continente si ergessero barriere rivolte ai sudditi di sua maestà, alle merci Made in United Kingdom, ai servizi finanziari della City?

Nel 1989 l’Europa intera aveva inneggiato al crollo di ogni “cortina” che aveva fino allora diviso popoli e Stati e all’implosione di regimi fondati sulla paura e il sospetto. Oggi, a est e a ovest della vecchia Cortina di ferro, risorgono sentimenti di divisione e paura, assieme a nuovi egoismi politici e sociali. Ripensando al Muro di Berlino ci si domanda ancora chi fosse davvero prigioniero: i cittadini di Berlino ovest, scomodo avamposto delle società democratiche, oppure i tedeschi dell’est, comunisti al servizio di Mosca, che avevano eretto il recinto? E oggi, con la barriera a Calais, i reclusi saranno i migranti che si accalcano sulle rive della Manica assieme agli europei continentali, oppure i britannici, autoesclusisi dall’Unione europea e oggi rintanati nel loro – per ora splendido – isolazionismo?

martedì 30 agosto 2016

Migranti: nella 'giungla' di Calais quasi 10.000 persone. Aumenta la tensione.

Ansa
La tensione è sempre più alta a Calais, porto del nord della Francia in cui si accalcano migliaia di migranti che sperano di raggiungere la Gran Bretagna. Il numero di profughi è in costante crescita, sfiora - e presto supererà - quota 10 mila. E parallelamente cresce il malcontento di abitanti, forze dell'ordine e autotrasportatori che regolarmente attraversano l'area portuale per raggiungere il tunnel sotto la Manica.

Ufficialmente, secondo l'ultimo censimento della prefettura, i migranti accampati nella 'giungla', una zona boschiva nella periferia della città trasformata in enorme accampamento di fortuna, sono 6.900, ma per le associazioni di assistenza sono molti di più. Già a fine agosto, affermano i rappresentanti dell'ong sanitaria Médecins du Monde, erano più di 9 mila, ed entro l'inizio di settembre saranno un migliaio in più.

"L'equivalente di una piccola città in Bretagna", afferma con amara ironia a Le Monde il responsabile dell'ong, Yannick Le Bihan, ricordando che a queste cifre, elevate come mai in precedenza, corrisponde uno spazio nettamente ridotto dopo gli scomgeri della primavera. Tende e ripari di fortuna si ammassano a ridosso delle casette di legno costruite lo scorso inverno dalle associazioni, tanto che in alcune parti diventa quasi impossibile camminare. Sovraffollamento e incertezza per il futuro aumentano tensioni e nervosismo, rendendo le risse tra profughi di diverse provenienze sempre più frequenti e violente. E la risposta dello Stato, rilevano le associazioni, è quasi sempre una reazione a posteriori, quando i problemi sono già diventati emergenza.

"Certo, lo Stato fa delle cose a Calais, non lo neghiamo", commenta sempre a Le Monde Vincent de Coninck, responsabile regionale del Secours Catholique. "Ma vorremmo che fosse più anticipato, meglio calcolato. Che il governo smettesse di correre dietro a una situazione in costante mutazione". Intanto, la federazione francese degli autostraportatori ha indetto per lunedì una manifestazione di protesta contro la scarsa sicurezza nell'area del porto di Calais e sulle bretelle autostradali che danno accesso al tunnel sotto la Manica. Due cortei di mezzi pesanti partiranno alle sette di mattina, avanzando a passo di lumaca, dalle vicine città di Dunkerque e di Boulogne-sur-Mer, e si incontreranno all'ingresso di Calais, dove i tir installeranno un blocco stradale "di durata indeterminata". Le persone che intendono sostenere la protesta sono chiamate a riunirsi, in contemporanea, a fianco dello stadio cittadino, per organizzare una catena umana.

sabato 20 agosto 2016

Aumentano i migranti e i disagi alla "Jungle" di Calais: 6.901 per la prefettura, 9106 per le associazioni

Blog Diritti umani - Human Rigths
La popolazione nel campo della "Jungle" a Calais è aumentata significativamente in due mesi. Se la Prefettura e le associazioni non sono d'accordo sui numeri, tutti d'accordo a vedere un aumento spettacolare.


Fin dal suo inizio nella primavera del 2015, il campo informale del "Jungle" di Calais non ha mai avuto così tante persone come oggi. Secondo la prefettura di Pas-de-Calais, sarebbero ora 6.901 i migranti che vivono in tende e rifugi di fortuna vicino alla spiaggia di Calais.
 
Un aumento di 2 415 persone derivanti da un nuovo censimento condotto Mercoledì 17 agosto, sotto la supervisione del sottoprefetto di Calais. Il 13 giugno risiedevano nel campo  4486 i migranti. Ma le associazioni presenti in loco non non rilevano gli stessi numeri.
 
L'Auberge des Migranti, un'organizzazione che distribuisce cibo, vestiti e materiali ha 9106 persone in loco.
Aumentano le code, cibo e vestiti scarseggiano
 
Sul posto, i problemi igienici e l'insicurezza sono destinati ad aumentare. François Guennoc avverte che all'interno del campo, "ci sono difficoltà per nutrire o vestire tutti. Le code aumentano come il rischio di di risse a causa dell'aumento dei disagi".


Fonte: Le Parisien

giovedì 28 aprile 2016

Gran Bretagna - Voto vergognoso della Camera dei Comuni: rifiutati 3000 bambini dalla Siria rimasti soli nei campi di Calais

La Repubblica
Sono rimasti soli nei centri di accoglienza di Calais. La camera dei Comuni rifiuta l'accoglienza con 294 voti contro 276


Bambini non accompagnati nel campo di Calais
Londra - La Gran Bretagna ci ripensa e rifiuta di dare accoglienza a 3 mila bambini siriani rimasti soli a Calais e in altri campi profughi in Europa.

Con un voto di stretta misura, 294 a 276, ieri sera la camera dei Comuni ha di fatto bocciato il provvedimento che era stato proposto e approvato dalla camera dei Lord al termine di una campagna condotta da associazioni per i diritti umani e social media a favore di aprire le porte del Regno Unito agli orfani o ai minori abbandonati della crisi in Siria.
Il ministero degli Interni è riuscito a convincere un certo numero di deputati conservatori "ribelli", originariamente propensi ad appoggiare l'iniziativa, facendo loro cambiare idea e inducendoli a votare contro l'emendamento alla legge sull'immigrazione che avrebbe autorizzato il governo ad accogliere circa 3 mila giovani vittime della guerra civile siriana. 


La motivazione del ministero degli Interni nel rifiutare asilo ai bambini è che così facendo si finirebbe per "incoraggiare le famiglie a inviare i propri figli da soli in Europa esponendoli ai rischi del viaggio e al pericolo dei trafficanti di esseri umani".

Ma l'opposizione accusa il governo di mancanza di solidarietà umana di fronte alla grande tragedia che attraversa l'Europa. Del resto David Cameron aveva assunto una posizione simile anche rispetto al generale problema degli immigrati, affermando che avrebbe ritirato le proprie navi dal pattugliamento del Mediterraneo appunto per non incoraggiare i migranti a tentare il viaggio per mare verso il continente europeo. Pur avendo poi accettato di accogliere un certo numero di immigrati dalla Siria, la Gran Bretagna insiste perché siano scelti fra quelli che si trovano nei campi profughi in Medio Oriente e non già in Europa.

La proposta di accoglienza dei 3 mila bambini era stata presentata da lord Alf Dubs, un laburista che da bambino aveva beneficiato dell'operazione Kindertransport, il programma sostenuto dall'allora governo britannico per accogliere in Inghilterra i bambini rifugiati dalla Germania prima della seconda guerra mondiale. "Il mio messaggio ai conservatori è che nel 1938-'39 il nostro Paese accolse 10 mila piccoli rifugiati dalla Germania, dall'Austria e dalla Cecoslovacchia, ed io ero uno di loro", ha detto Dubs. "Oggi si tratta di accettare un numero assai minore di bambini siriani ed è vergognoso che la Gran Bretagna non lo faccia".

Keir Starmer, ministro degli Interni del governo ombra laburista, afferma che i bambini rimasti soli nei campi profughi come quello di Calais sono chiaramente vulnerabili e che bisogna intervenire il più presto possibile per aiutarli: "La storia ci giudicherà se non lo faremo".

Un ragazzino siriano ha testimoniato prima del dibattito raccontando di avere attraversato 17 Paesi prima di raggiungere la città portuale francese sulla Manica. Secondo una stima dell'organizzazione umanitaria Save the Chidlren, circa 95 mila bambini siriani avrebbero chiesto asilo in Europa dall'inizio del conflitto. Il Labour ha promesso di ripresentare la proposta per cercare di capovolgere la decisione di ieri, che sta suscitando riprovazione e proteste sui social network.

domenica 3 aprile 2016

Calais 'Jungle': 129 bambini non accompagnati scomparsi dal campo profughi in demolizione

Blog Diritti Umani - Human Rights
Più di un centinaio di bambini non accompagnati sono scomparsi da quando la sezione meridionale del Calais "Jungle" il mese scorso è stata demolita.



Secondo un censimento di Help Refugees UK,  129 minori non accompagnati provenienti dal campo sono andati dispersi. Il censimento ha rilevato che dal momento che la demolizione ha avuto luogo nel mese di marzo, 4.946 rifugiati vivono ancora lì, tra cui 1.400 nei container allestiti dal governo francese.

Coloro cha assistono i rifugiati sono "molto preoccupati" e hanno scritto in un post su Facebook: "Questo non è semplicemente accettabile. Chiediamo alle autorità francesi di mettere immediatamente in atto sistemi per registrare e salvaguardare i restanti 294 bambini soli nel campo. "

Non esiste alcuna valutazione fatta dalle autorità francesi dei loro bisogni,  non esiste un sistema di protezione tramite la registrazione dei bambini che rischiano la vita nel tentativo di ricongiungersi con le loro famiglie presenti in Gran Bretagna.

Secondo l'agenzia di polizia Europol UE, più di 10.000 bambini rifugiati non accompagnati sono scomparsi in Europa negli ultimi due anni. Gli operatori umanitari sono preoccupati in quanto i minori non accompagnati sono esposti a rischi e violenze all'interno dei campi.

Attualmente in totale, ci sono 4946 rifugiati nel campo di Calais. Ci sono 4432 adulti e 514 bambini, di cui 294 sono i minori non accompagnati. Fuori di quel numero 1400 adulti che vivono nei container, 170 donne e bambini in Jules Ferry e 3376 abitanti nella zona del campo principale che vivono in tende e rifugi. In totale ci sono 514 bambini, 294 dei quali sono accompagnati.

L'età media dei minori in campo è 14.2 anni con il più giovane che ha solo un mese di vita. 
Il bambino non accompagnato più giovane ha otto anni.

Ezio Savasta

Fonte: Indipendent

martedì 1 marzo 2016

Dramma rifugiati, a Calais riprende lo sgombero. La nuova sistemazione offerta non convince i profughi.

GlobalistDurante la notte la polizia in tenuta antisommossa ha sparato gas lacrimogeni contro i migranti che lanciavano sassi contro le squadre di demolitori.

Ricominceranno oggi le operazioni di sgombero della parte sud della Giungla di Calais interrotte ieri a causa degli scontri tra polizia, attivisti no-border e migranti. Durante la notte la polizia in tenuta antisommossa ha sparato gas lacrimogeni contro i migranti che lanciavano sassi contro le squadre di demolitori.

Le autorità cercano di spostare i migranti in container di spedizione situati in un'altra zona della Giungla, ma molti si rifiutano, temendo che in questo modo siano costretti a chiedere asilo in Francia ed a dover rinunciare così al loro sogno di stabilirsi nel Regno Unito.

Il primo giorno di sgombero tra fiamme, sassi e lacrimogeni. Il primo giorno di sgombero della tendopoli di Calais, nel nord della Francia, è degenerato negli scontri tra attivisti no-border, migranti e circa duecento agenti di polizia incaricati di presidiare le squadre di operai giunte sul posto per smantellare le tende e le capanne di rifugiati e richiedenti asilo a cui è stato proposto di trasferirsi nei centri di accoglienza messi a disposizione dallo Stato. Alle diciassette la situazione non era più sostenibile e, a causa delle violenze, la Police Nationale ha deciso di sospendere le operazioni. Ma non è bastato a placare gli spiriti visto che scontri sporadici si protraevano in serata. Secondo un primo bilancio, quattro persone sono state fermate e cinque agenti sono rimasti leggermente feriti.

martedì 23 febbraio 2016

Calais, Australia, Sassonia: società "civili" che maltrattano i minori rifugiati

Left
Storie di rifugiati. Bambini e adolescenti, che ormai nemmeno per loro l’Europa (o la civile Australia) sembrano essere capaci di essere solidali. Da Calais alla lontana Nauru, «Dobbiamo trovare una soluzione, in particolare per i bambini. È scioccante pensare che così vicino a Londra e Parigi la gente, specialmente centinaia di bambini non accompagnati, vivano in una situazione così terribile. Due terzi del settore verranno evacuati». 


Così Jude Law, l’attore britannico in visita con una serie di colleghi artisti alla Jungle di Calais, che attende di essere sgomberata del suo migliaio di rifiugiati nei prossimi giorni.
Lo sgombero è stato rinviato dopo che l’organizzazione britannica Help Refugees ha diffuso la notizia che, a guardar bene, i rifugiati nel campo non sono un migliaio ma 4500, il dieci per cento circa tra questi sono bambini e minori.

Sotto il tendone del Good Chance Theatre, il teatro messo su, come molti altri servizi e un centro per le vaccinazioni, all’interno del campo, Law ha letto una lettera a David Cameron chiedendo di ospitare dei minori in Gran Bretagna e adoperarsi perché protezione venga garantita dalle autorità francesi e, garantire, che la Jungle non venga sgomberata prima di aver individuato soluzioni per le persone che la abitano.

Al suo fianco, il comico Shappi Khorsandi, l’attore di sitcom Matt Berry, Toby Jones, Tom Stoppard – il regista di “Rosencrantz e Guildenstern sono morti” – e attrici Harriet Walter e Juliet Stevenson. Nel frattempo in Gran Bretagna, la lettera ha raccolto 100mila firme, tra cui quelle di altre figure importanti di cultura e spettacolo.

Dall’Australia un’altra storia poco edificante che riguarda minori rifugiati: una bambina di un anno, figlia di richiedenti asilo giunti nel Paese via mare e ricoverata in ospedale per ustioni, verrà spedita a Nauru, isola stato dove l’Australia tiene i richiedenti asilo in attesa di dichiararne lo status giuridico, nonostante le proteste di queste settimane: «La bambina verrà curata in un centro di detenzione e poi andrà a Nauru» ha dichiarato il ministro dell’immigrazione Dutton, aggiungendo: «Non vogliamo si pensi che essere ammessi in un ospedale sia una maniera per riuscire a rimanere legalmente nel Paese». 

L’Australia ha persino rifiutato la proposta neozelandese di accogliere una parte dei richiedenti asilo.
La pessima legge australiana prevede l’arresto per chi entra nel Paese, poi rispedisce le persone a Nauru o, addirittura, obbliga le barche che intercetta a tornare indietro. I morti in mare non si contano.

E per chi se lo fosse perso, in Germania nei giorni scorsi abbiamo visto scene di violenza poliziesca contro i rifugiati che non volevano scendere da un autobus mentre fuori qualche centinaio di animali urlava loro contro. Nella stessa località, Bautze, Sassonia, l’albergo che ospitava i richiedenti asilo ha preso fuoco. Tra le grida di gioia di quache locale. La vicenda ha generato grandi polemiche in Germania, i Verdi hanno chiesto al capo della polizia locale di dimettersi. La scena qui sotto, c’è un video peggiore, in cui un ragazzino viene trascinato via dalla polizia tra le grida urlanti della piccola e incivile folla. Basta descriverlo.

giovedì 5 novembre 2015

Francia la vergogna del campo profughi di Calais scuote gli intellettuali

EAST
Se questo è un uomo, avrebbe detto Primo Levi. Uomini e donne in fuga da guerre e carestie che, dopo aver attraversato migliaia di chilometri, si trascinano lungo fiumiciattoli di fango e detriti, intirizzi per il freddo, tra tende e capannoni industriali in disuso dove si lavoravano materiali tossici e pericolosi per la salute ed in prossimità di una discarica. Difficile che la mente non vada alle descrizioni di ben altri campi di orrore, cosi sapientemente descritte dalla penna di un lucido intellettuale scampato alla morte. Eppure sotto i nostri occhi si consuma, nell’indifferenza generale, il tramonto della civiltà se non si riescono a riunire le condizioni minime per una vita degna per tutti coloro che fuggono da morte e orrore. Esiste peggiore orrore dell’indifferenza?

E’ oramai da settimane che infatti diverse associazioni ed ONG in Francia cercano di allertare l'opinione pubblica sulle condizioni spaventose dei migranti e dei rifugiati ammassati nella improvvisato campo di rifugiati di Calais, tristemente nota oramai come "New Jungle", dove circa seimila persone, tra cui centinaia di donne e bambini, vivono ammassati in una vera e propria bidonville nella speranza di passare in Inghilterra. Poco cibo, penuria d'acqua, situazione sanitaria deplorevole, quasi peggio dei paesi dai quali questi migranti sono fuggiti. Oltre alle malattie che si propagano le ONG parlano anche di stupri alle donne del campo. Le violenze poliziesche s'alternano alle spedizioni "punitive" dell'estrema destra francese. Ora 800 intellettuali, tra cui attori, cineasti, musicisti e personalità dello spettacolo, dello sport e della cultura, hanno firmato un appello affinché lo stato francese faccia qualcosa e non abbandoni migliaia di persone alla propria sorte. Scrittori, registi, ricercatori hanno chiesto solennemente al governo francese un piano d’urgenza per far uscire la « Jungle » da condizioni di vita giudicate indegne. Ma fino ad ora nulla o quasi s’è mosso.

Médecins du Monde: bagni insufficienti e condizioni di vita non degne
L’inverno arriva ed ogni giorno diventano sempre più rigide e difficili le condizioni di vita di migranti e rifugiati. Médecins du Monde ha allertato stampa ed associazioni sul fatto che l’inverno s’avvicina e la maggioranza delle persone vive ancora in tende di fortuna, dorme all’addiaccio in sacchi a pelo, i più “fortunati” in capannoni industriali in disuso dove si lavoravano tra l’altro metalli e materiali pericolosi. Su pressione dell’opinione pubblica lo stato ha deciso di costruire, all’avvicinarsi dell’inverno, 125 container. Ma non basteranno perché al massimo della capacità potranno ospitare 1.500 persone. Gli altri, dovranno cavarsela in qualche modo. C’è poi il problema dei punti d’acqua e dei bagni. Médecins du Monde ed altri ONG ed associazioni presenti sul territorio parlano della presenza di soltanto quattro fonti d’acqua in tutto il campo, pochi bagni, il cui numero insufficiente e soprattutto delle condizioni di vita che non rispettano gli standard dei campi umanitari e le norme stabilite dall’Onu. Insomma il campo profughi di Calais non è degno di una democrazia.

Campo o discarica?
Gran parte della New Jungle sorge su una vecchia discarica in disuso. Migranti e rifugiati cioè vivono in mezzo antichi depositi di rifiuti. La discarica tra l’altro non è stata completamente bonificata. Ma non basta. La zona poi è stata definita (seguendo le normative europee che obbligano gli stati membri a repertoriare i siti industriali che presentano rischi maggiori d’incidenti) « Seveso », il cui nome ricorda l'incidente, avvenuto il 10 luglio 1976, nell'azienda ICMESA di Meda, che causò la fuoriuscita e la dispersione di una nube della diossina TCDD che investì una vasta area di terreni dei comuni limitrofi della bassa Brianza, particolarmente quello di Seveso. Una ragione in più per non costruire il campo in quel luogo. A Calais poi operano due industrie chimiche, Synthexim e Interor, industrie in cui si producono materiali dannosi per la salute umana e dove il rischio d’incendio o esplosione è molto elevato. Si puo’ costruire un campo a 300 metri da una bomba pronta ad esplodere? « Noi lo sapevamo da tempo – denuncia Christian Salomé presidente dell’associazione Auberge des Migrants – eppure nessuno ci ha ascoltati. Ora è troppo tardi per spostare 6.000 persone ». Ora che intellettuali, sportivi e personaggi dello spettacoli si sono mossi forse qualcosa si muoverà anche per Calais. Se non altro, per mettere fine all’indegnità.

Ed ora arriva anche la decisione del tribunale amministrativo di Lille, che, grazie alla pressione di Médecins du Monde e Secours Catholique, ha ordinato al prefetto e alla municipalità di Lille di mettere immediatamente in opera (entro otto giorni) misure sanitarie nella “Giungla” di Calais. Forse finalmente qualcosa inizia a muoversi.

@marco_cesario

lunedì 3 agosto 2015

Migranti, adesso l'appello all'Ue arriva anche da Londra e Parigi: "Calais non è solo problema nostro"

La RepubblicaIl Telegraph pubblica una lettera aperta scritta dal ministro dell'Interno della Gran Bretagna insieme al suo collega francese. Si fa riferimento alla "situazione di crisi" come "priorità europea e internazionale", con le stesse parole che l'Italia rivolgeva a Bruxelles, quando era Cameron a dire no alle quote per l'accoglienza
Presidi della polizia francese nei
pressi dell'Eurotunnel (reuters)
Londra - La Gran Bretagna, alle prese con la situazione drammatica dei migranti, si ritrova a formulare lo stesso appello che l'Italia rivolgeva al premier d'oltre Manica, David Cameron, nel pieno degli sbarchi a Lampedusa, quando Londra si opponeva alle quote per l'accoglienza. Ora che un fronte si è aperto a Calais, il governo britannico sottoscrive insieme a quello francese un testo per dire che il problema immigrazione non riguarda solo i due Paesi che si trovano agli estremi dell'Eurotunnel preso d'assalto da chi vuole entrare in Inghilterra. Solo nella notte tra sabato e domenica sono stati circa 300 i migranti che hanno sfidato controlli e barriere di sicurezza.

È una lunga lettera aperta rivolta all'Unione europea e alle autorità internazionali quella pubblicata dal quotidiano britannico Telegraph e firmata dai ministri degli interni britannico, Theresa May, e francese, Bernard Cazeneuve. Si fa riferimento a una "crisi mondiale" che deve avere priorità a livello "europeo ed internazionale". 

E dagli altri Paesi dell'Ue i due ministri si aspettano un aiuto per affrontare "alla radice" l'emergenza. Nel loro testo, i due ministri sottolineano la differenza tra quei migranti che fuggono dalle guerre e quanti si mettono in viaggio in cerca di lavoro. "L'Europa darà sempre protezione a chi veramente scappa dai conflitti e dalle persecuzioni. Tuttavia, dobbiamo rompere il nesso che c'è tra le traversate del Mediterraneo e lo stabilirsi in Europa per ragioni economiche. Al momento, insieme, stiamo rimpatriando 200 migranti al giorno che non hanno il diritto di asilo". Con una polemica nei confronti degli Stati 'di frontiera': "Molti di coloro che si trovano a Calais e cercano di attraversare la Manica sono passati attraverso l'Italia, la Grecia e altri Paesi. Per questo chiediamo con forza agli altri stati membri, e a tutta l'Ue, di affrontare il problema alla radice".

Quindi May e Cazeneuve spiegano qual è, secondo loro, la "strategia a lungo termine" per risolvere il problema: "ridurre il numero di migranti che partono dall'Africa", smantellando le reti di trafficanti e scafisti attraverso la collaborazione tra servizi di intelligence europei. "Molti vedono l'Europa, e la Gran Bretagna in particolare, come un luogo che offre possibilità di guadagno. Ma le nostre strade non sono lastricate d'oro", si conclude la lettera.

Il titolo polemico che il quotidiano dà alla lettera è: 'I migranti pensano che le nostre strade siano lastricate d'oro'. Ad attaccare il governo sul tema dell'accoglienza è invece il Daily Mail che in un articolo afferma: "I clandestini che sono riusciti a intrufolarsi in Gran Bretagna attraverso l'Eurotunnel vengono accolti in alberghi con piscine e palestra, ricevono tre pasti caldi al giorno e 35 sterline alla settimana". Una situazione documentata con un'intervista a due immigrati del Sud Sudan, Adam e Mohamed. Ospitati dal Best Western Park Hall, i due giovani alloggiano in una stanza da 70 sterline a notte (circa 100 euro) e "possono usufruire della spa e della Jacuzzi". Il tutto, sottolinea il tabloid, "a spese dei contribuenti e in barba a quei cittadini del Regno che per stare in un hotel pagano". E che, secondo il Mail, hanno manifestato la loro rabbia sul sito Tripadvisor mettendo in guardia futuri turisti che "alberghi e spa di lusso sono state trasformate in campi profughi"

mercoledì 24 giugno 2015

L’Ungheria sbarra l’ingresso ai rifugiati. A Calais assalto dei migranti ai tir diretti nel Regno Unito

La Stampa
La sfida di Budapest all’Ue. Bruxelles chiede spiegazioni. Caos in Francia: lo sciopero dei treni diventa un’«occasione» per i profughi per sfondare le transenne
È scontro aperto tra l’Ungheria e l’Unione europea sul tema immigrazione. Pochi giorni fa Budapest ha annunciato la costruzione di un muro al confine con la Serbia contro l’afflusso i migranti. Ora il governo ungherese ha deciso di sospendere unilateralmente la convenzione di Dublino, che regola l’accoglienza dei richiedenti asilo. Un portavoce dell’esecutivo ha aggiunto che Budapest non smetterà di ricevere i rifugiati che avevano inizialmente chiesto asilo in Ungheria e si sono poi spostati in altri Paesi del’Unione europea. «Le capacità del sistema ungherese di accoglienza dei richiedenti asilo sono sovraccariche, le più sovraccariche tra gli Stati dell’Ue colpiti dall’immigrazione illegale», ha spiegato il portavoce, aggiungendo che la sospensione dell’accordo da parte di Budapest durerà finché tali capacità non verranno ampliate.

La Commissione europea ha immediatamente chiesto spiegazioni al governo di Budapest. Lo ha riferito una portavoce, che ha inoltre sottolineato come le norme sancite dagli accordi, la convenzione di Dublino, «non prevedono la sospensione dei trasferimenti dei rifugiati da parte degli Stati che li devono accogliere». Perciò, ha proseguito, «la Commissione ha chiesto all’Ungheria un chiarimento immediato sulla natura e la portata del suo impedimento tecnico» ad accogliere i rifugiati «e sulle misure adottare per porre rimedio alla situazione».

Intanto si è scatenato un vero e proprio caos a Calais, sul lato francese del Canale della Manica, dove decine di immigrati irregolari che popolano i campi profughi nella periferia della cittadina stanno cercando in queste ore di nascondersi illegalmente in camion e furgoni parcheggiati in lunghe file a causa dello sciopero dell’Eurotunnel verso il Regno Unito. Lo riporta la Bbc, che scrive di vere e proprie scene di «confusione» nel porto commerciale di Calais e lungo le arterie stradali che portano allo scalo e al tunnel. La società che gestisce la lunga galleria sotto la Manica ha fatto sapere con una nota che «questo è il più alto numero di immigrati mai visto nell’area di Calais».

Secondo la Bbc, così, lo sciopero che oggi ha paralizzato i trasporti ferroviari fra Regno Unito e Francia è stato un’«occasione» per i tanti immigrati che stazionano da mesi a Calais di provare a sfondare le transenne e le cancellate dello scalo e a salire illegalmente sui mezzi, che attendono di essere imbarcati sui treni-shuttle che attraversano la Manica nel sottosuolo.

Secondo le autorità francesi, al momento circa 3mila immigrati stazionano a Calais in attesa di entrare nel Regno Unito e nel 2014 ben 19mila tentativi di ingressi illegali sono stati sventati. La Bbc riporta oggi anche di «risse e lotte» fra gli immigrati che cercano di accaparrarsi i posti migliori sui furgoni e sui camion.