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sabato 14 ottobre 2017

Ungheria - Orban chiede soldi dall'Europa per il muro. Juncher: finanziamo l'accoglienza non i muri

East Journal
Lo scorso 31 agosto il primo ministro ungherese, Viktor Orban, ha scritto al presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, chiedendo che l’UE si faccia carico della metà dei costi (circa 400 milioni di euro)sostenuti dallo stato ungherese per costruire il muro al confine con la Serbia. Orban si è appellato al principio di solidarietà europea”


Juncker ha risposto che il principio di solidarietà europea non è un “menu à la carte”, non si può chiederla per la gestione dei confini, e rifiutarla quando si tratta di adempiere alle decisioni prese in merito al ricollocamento dei migranti. 

Una risposta prevedibile, visto che il portavoce della Commissione, Alexander Winterstein, aveva già fatto sapere che la richiesta ungherese sarebbe senz’altro stata esaminata, ma anche che in genere il supporto dell’Unione Europea è volto a coprire i costi di sorveglianza, gestione ed equipaggiamento delle zone di confine, non la costruzione di muri o barriere.”

La costruzione del muro ungherese, annunciata nel giugno 2015, in piena crisi migratoria, è stata ultimata lo scorso marzo. Il progetto prevedeva inizialmente un recinto, alto circa quattro metri, che avrebbe coperto il confine serbo-ungherese per circa 175 chilometri, a cui però hanno fatto seguito la chiusura del confine con la Croazia, nell’ottobre dello stesso anno, e la posa di una rete in filo spinato lungo tutto il confine con la Slovenia. Una barriera che isola l’Ungheria e che Orbán ritiene una difesa di cui si è giovata l’Europa intera: “Non è un’esagerazione affermare che la sicurezza dei cittadini europei è stata finanziata dai contribuenti ungheresi” ha dichiarato il premier ungherese, convinto che “l’Unione Europea dovrebbe almeno in parte contribuire alle spese straordinarie sostenute dall’Ungheria”.

La questione dei rifugiati
Dalle parole di Juncker si evince come la questione del muro sia legata a quella dei rifugiati. Viktor Orbán si è infatti opposto al piano di ridistribuzione dei rifugiati promossa dall’UE e la questione è arrivata fino alla Corte di giustizia europea che, infine, si è pronunciata negativamente riguardo al ricorso presentato da Ungheria e Slovacchia nel 2015 contro il sistema delle quote, confermandone la validità giuridica.

L’Unione Europea non costruisce muri e non li finanzia, ma davvero ha lasciato l’Ungheria da sola ad affrontare il flusso dei migranti? Le istituzioni europee hanno stanziato 93 milioni di euro provenienti sia dall’AMIF (il Fondo europeo per le migrazioni, l’asilo e l’integrazione) sia dal fondo di Sicurezza Interna (ISF). Altri 6 milioni erano stati garantiti in fondi di emergenza, per non parlare dei Fondi regionali europei e di quelli strutturali di cui l’Ungheria è all’ottavo posto tra i paesi beneficiari.

Queste due sconfitte rendono la sua posizione di Orban in Europa ancora più delicata con possibili contraccolpi anche all’interno del paese. Rimane da capire, in vista delle elezioni politiche del 2018, quanto la sua leadership ne risentirà: se Fidesz, il partito di governo, ha una quasi certa maggioranza, l’attuale premier potrebbe subire i contraccolpi della sua eccessiva intransigenza nei confronti dell’UE. Intransigenza che ha portato l’Ungheria ad assumere una posizione sempre più isolata all’interno delle istituzioni europee.

venerdì 9 giugno 2017

Clima: Juncker, rischio 250 mln rifugiati climatici nel 2050

Ansa
Serve azione comune seria, clima e migrazione sfide connesse


Senza un'azione comune seria nella lotta al cambiamento climatico "potremmo vedere 250 milioni di rifugiati entro il 2050". Lo ha detto il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, parlando in occasione della firma del nuovo accordo europeo sullo sviluppo durante gli European development days (Edd).

Il cambiamento climatico, ha sottolineato Juncker, "sta ridisegnando il nostro pianeta", e la crisi delle migrazioni ne è "collegata". 

Queste sfide, ha detto, "riguardano tutti noi", poiché "siamo tutti sulla stessa barca", e "solamente una cooperazione internazionale ci permetterà di affrontarle. Il futuro dell'umanità - ha proseguito - è in gioco".

L'Europa, ha sottolineato Juncker, è il primo donatore mondiale nei settori dello sviluppo e della cooperazione, ed "entro il 2030" dovrà "investire 5 miliardi di dollari l'anno per finanziare gli obiettivi di sviluppo sostenibile".

giovedì 10 settembre 2015

Juncker: "Non è il momento di spaventarsi, ma è il tempo di essere coraggiosi, determinati e di concertare azioni per i rifugiati"

Adnkronos
"La prima priorità dell'Unione europea sono i migranti e i rifugiati. Non è il momento di spaventarsi, ma è il tempo di essere coraggiosi, determinati e di concertare azioni per i rifugiati". Lo ha detto il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, nel suo discorso sullo Stato dell'Unione al Parlamento europeo a Strasburgo. "Non dobbiamo mai dimenticare che l'Europa è un continente di rifugiati", ha aggiunto.
Jean-Claude Juncker
"La situazione non è buona. C'è mancanza di Europa in questa Unione europea e mancanza di unione in questa Unione europea. Questo deve cambiare, ora, e dobbiamo lavorare insieme", ha detto ancora Juncker.

"Dovere accogliere in Ue chi fugge da Is" - "L'Unione europea deve accogliere sul proprio territorio la gente che fugge dallo Stato islamico", ha sottolineato il presidente della Commissione europea aggiungendo: "Fino a che ci saranno problemi in Libia e la guerra in Siria questi problemi non spariranno. Ma nessun muro o barriera o mare fermerà chi fugge dall'Is".

"Schema redistribuzione Ue sia permanente e obbligatorio" - La Commissione europea propone "un meccanismo di redistribuzione permanente dei richiedenti asilo, che ci permetterà in futuro di affrontare le situazioni di crisi in modo più agevole", ha detto Juncker nel suo discorso. "Ma questo sistema -ha avvertito- deve anche essere obbligatorio".

La Commissione europea propone intanto di redistribuire 160mila richiedenti asilo da Italia, Grecia e Ungheria, 120mila in più rispetto ai 40mila proposti a maggio. "Italia, Grecia e Ungheria - ha detto Juncker - non possono essere lasciate sole nell'affrontare questa sfida enorme".

Il presidente della Commissione Ue si è detto "fortemente favorevole a far lavorare i rifugiati ospitati nei Paesi europei e permettere loro di guadagnarsi da vivere. Il lavoro è dignità", ha spiegato.

Poi l'affondo: "Non possiamo permettere di selezionare i rifugiati per la loro religione o le loro convinzioni. Non c'è religione o filosofia quando si tratta di aiuto umanitario".

Riguardo alla crisi economica Juncker ha sottolineato che in Europa "non è ancora finita. Lo sarà quando avremo raggiunto la piena occupazione". "Fino a quando ci saranno 23 milioni di disoccupati, non potremo dire che la crisi sarà finita. Mi chiedo come un continente così ricco non possa avere questo obiettivo, che considero raggiungibile solo se lo vorremo", ha spiegato.

lunedì 24 agosto 2015

Juncker - Immigrazione: l'Europa in cui voglio vivere non è quella dei muri contro i profughi

La Repubblica
Il presidente della Commissione Ue critica il populismo degli Stati: "Questa gente fugge dalla guerra e dalla disperazione". Considero l'Europa una comunità di valori di cui possiamo andar fieri, ma raramente lo siamo. In Europa vantiamo i massimi standard mondiali di accoglienza dei profughi, mai rifiuteremmo asilo a chi necessita della nostra tutela, lo stabiliscono le nostre leggi e gli accordi stipulati.

Jean-Claude Juncker
Presidente Commissione UE
Mi preoccupa però il fatto che l'accoglienza sia sempre meno radicata nei nostri animi. Quando parliamo di migrazioni parliamo di esseri umani, come noi, solo che queste persone non possono vivere come noi perché non hanno avuto la fortuna di essere nati in una delle regioni più ricche e più stabili del mondo. Parliamo di persone costrette a fuggire dalla guerra in Siria, dal terrore dell'Is in Libia, o dalla dittatura in Eritrea. 

Mi preoccupa vedere che una parte della popolazione le respinge. Campi profughi dati alle fiamme, barconi rimandati indietro, violenze contro i richiedenti asilo o semplicemente l'indifferenza di fronte alla miseria e al bisogno.

Non è questa l'Europa. Mi preoccupa quando i politici di estrema destra e di estrema sinistra alimentano un populismo che produce astio soltanto e nessuna soluzione. Discorsi pieni di odio e esternazioni avventate che mettono a rischio una delle nostre maggiori conquiste - la libertà di circolazione nell'area Schengen e il superamento delle frontiere al suo interno. Non è questa l'Europa.

C'è però fortunatamente anche l'Europa dei pensionati di Calais che mettono a disposizione i generatori così che i profughi possano ascoltare un po' di musica e ricaricare i cellulari. L'Europa degli studenti di Sigen che hanno aperto il campus della loro università ai richiedenti asilo. L'Europa del fornaio di Kos che ha distribuito pane alla gente affamata e spossata. Questa è l'Europa in cui voglio vivere. Naturalmente non esiste una risposta unica e tantomeno semplice al problema dei flussi migratori. Come sarebbe poco realistico pensare di aprire semplicemente i confini dell'Europa a tutti i vicini, è altrettanto fuori dalla realtà credere di poter chiudere le frontiere di fronte al bisogno, alla paura e alla miseria.

È però chiara una cosa: non esistono soluzioni nazionali efficaci. Nessuno stato membro può regolare le migrazioni efficacemente per suo conto. L'approccio deve essere più europeo e non c'è tempo da perdere. Per questo la Commissione Europea sotto la mia presidenza ha avanzato, già nel maggio scorso, proposte dettagliate per una politica comune nei confronti dei profughi e dei richiedenti asilo.

Abbiamo triplicato la nostra presenza nel Mediterraneo per contribuire a salvare vite e a catturare gli scafisti. Sosteniamo gli stati membri inviando nelle regioni più interessate dal fenomeno squadre della Frontex (Agenzia europea per la gestione della cooperazione internazionale alle frontiere esterne) dell'Easo (Ufficio europeo di sostegno per l'asilo) e della Polizia europea. Le nostre squadre aiutano le autorità locali, spesso oberate, a stabilire l'identità dei profughi, a registrarli e prelevarne le impronte digitali, nonché ad accelerare il disbrigo burocratico delle richieste di asilo. Interveniamo contro le reti dei trafficanti stroncando poco a poco la loro spietata attività commerciale.

Dimostriamo solidarietà ai nostri vicini, come la Turchia, la Giordania e il Libano, ospitando 20mila profughi da paesi extraeuropei. Collaboriamo con i paesi di provenienza o attraversati dai profughi In questo modo intendiamo aprire vie legali, sicure e controllabili per i migranti.

Concludiamo accordi di rimpatrio che agevolano il ritorno al paese d'origine delle persone cui non viene riconosciuto il diritto di restare in Europa. E insistiamo perché sia posto in atto il sistema comune di asilo europeo deliberato recentemente da tutti gli stati membri - a partire dalle condizioni di accoglienza e dalla procedura di asilo fino all'obbligo di prelevare le impronte digitali dei profughi al loro arrivo in Europa

La Commissione vuole "distribuire equamente" 40.000 migranti In maggio la Commissione ha proposto un sistema per distribuire equamente in seno all'Ue una parte delle persone che arrivano in Italia e in Grecia e necessitano di tutela. Era intenzione della Commissione smistarne 40mila, gli stati membri sono già stati in grado di accettarne più di 32mila. Vogliamo essere ancor più incisivi creando un meccanismo stabile, che in situazioni di emergenza possa entrare in funzione in automatico ogni volta che uno stato membro ne abbia necessità. L'esistenza di confini esterni comuni ci impone di non abbandonare al loro destino i paesi membri che si trovano in prima linea, bensì di affrontare le sfide delle migrazioni con spirito di solidarietà.

Alcune delle misure proposte dalla Commissione hanno già trovato sostegno. Tutte le altre devono essere affrontate con urgenza dai 28 stati membri, anche da quelli che finora si sono rifiutati I drammatici avvenimenti di quest'estate ci hanno dimostrato che ormai dobbiamo mettere in atto senza indugio la politica comune europea nei confronti dei profughi e dei richiedenti asilo. Non servono solo i vertici straordinari dei capi di Stato e di governo. Si è già tenuto un vertice sulle migrazioni, a novembre ci rincontreremo a Malta. Dobbiamo far si che tutti gli stati dell'Ue approvino subito le norme europee necessarie, dando loro immediata attuazione.

I paesi balcanici aspirano all'ingresso nella UE, ma non devono essere sicuri? Già nove anni fa la Commissione ha proposto una lista dei paesi di provenienza sicuri. Gran parte dei governi all'epoca bocciò l'iniziativa considerandola un'ingerenza nella propria sfera di competenza. Non è logico però che i paesi membri approvino la candidatura all'ingresso nella Ue dei paesi dei Balcani occidentali se al contempo non li classificano come sicuri. Quindi a settembre la Commissione degli stati membri presenterà una lista comune dei paesi di provenienza sicuri.

Ciò di cui abbiamo bisogno e ancora ci manca è il coraggio collettivo di adempiere alle norme del diritto europeo e ai nostri obblighi nei confronti degli individui anche se farlo non è semplice e certo spesso impopolare. Invece vedo che si punta il dito contro gli ai-tri in un gioco a scaricabarile che può forse servire a guadagnare attenzione e voti ma non risolve i problemi La cancellerà tedesca recentemente mi ha segnalato come in Germania certi Lander e comuni considerino le norme europee sull'assegnazione di appalti pubblici di ostacolo alla pronta realizzazione di alloggi per i profughi.

Abbiamo subito controllato e abbiamo potuto stabilire che non è esatto. L'Europa contribuisce alla sistemazione dei profughi e io sono pronto, a inviare i miei collaboratori a Berlino e nei vari Lander se dovessero insorgere problemi concreti L'Europa fallisce se la paura prende fl sopravvento. L'Europa fallisce quando gli egoismi hanno più voce della solidarietà presente in ampie porzioni della nostra società. L'Europa ha successo quando superiamo in maniera pragmatica e non burocratica le sfide del nostro tempo.

Spero che assieme - gli stati membri, le istituzioni e le agenzie Ue, le organizzazioni internazionali e inostri vicini - riusciamo a dimostrare che siamo all'altezza delle sfide. Sono convinto che possiamo farcela. La nostra storia comune lo dimostra: l'Europa è un continente resistente, che di fronte alla minaccia di essere spaccato finisce per unirsi Questo dovrebbe esserci di incoraggiamento per le prossime settimane e mesi.

di Jean-Claude Juncker

venerdì 1 maggio 2015

Unione europea: elogio a Juncker che ha alzato la voce contro Orbán e la pena di morte in Ungheria

Corriere della Sera
E così finalmente l'Europa ci regala almeno un segno di vita politica, un soprassalto di dignità, un sussulto di attenzione e di rispetto per i diritti umani, per la democrazia, di ripudio per i regimi che portano indietro la soglia delle loro libertà. E così il premier ungherese Viktor Orbán, che tra la democrazia e l'autoritarismo putiniano ha dichiarato di preferire quest'ultimo, che ha dato una sterzata antidemocratica all'Ungheria e che voleva infliggere all'Italia (non riuscendoci) l'umiliazione di un ambasciatore antisemita, stavolta deve fare marcia indietro. Aveva annunciato che in Ungheria sarebbe stata reintrodotta la pena di morte, forse confidando sulla solita accidia europea.

Jean-Claude Juncker
E invece il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker ha detto che non se ne parla e che, se l'Ungheria avesse imboccato quella strada, l'Europa avrebbe reagito con forza. Finora il match è stato vinto dall'Europa. Finalmente. Finalmente una voce che non è soltanto una raccomandazione economica, un diktat finanziario, una indicazione di politica monetaria.
Ma una voce politica che dice agli Stati membri che la democrazia non è un elastico da maneggiare senza cura e arbitrariamente. Che sui valori non si transige. Che sulla pena di morte bisogna essere intransigenti e bisogna continuare a combattere con gli Stati Uniti perché la aboliscano e perché la pena di morte, usata smodatamente e crudelmente dalle dittature e dalle tirannie, è una macchia indelebile per una democrazia. L'Europa, sinora, era rimasta muta. Di fronte alla devastazione dei diritti umani al di fuori dei suoi confini è stata silente e impotente. Ma anche dentro i suoi confini, purtroppo. Ora l'Ungheria di Orbán dovrà tener conto di un'Europa che sa reagire e che sa difendere i propri valori. Finalmente.

di Pierluigi Battista