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mercoledì 8 maggio 2019

Dietrofront del Brunei: non applicherà la pena di morte per i gay e adulteri

Avvenire
Dopo le accuse da ogni parte del mondo, il sultano precisa: la moratoria sulla pena di morte si applicherà anche alla lapidazione per omosessualità e adulterio, da poco diventata legge.


Il sultano del Brunei ha detto che la moratoria sulla pena di morte si applicherebbe anche alle condanne a morte per lapidazione per l'omosessualità e l'adulterio, la cui istituzione nel quadro della Sharia aveva suscitato indignazione internazionale. 

Questa è la prima volta che il sultano Hassanal Bolkiah si esprime pubblicamente sulla nuova legislazione ispirata dall'islam dalla sua entrata in vigore nel mese di aprile e sembra che abbia in tal modo cercato di placare i suoi molti critici.

Il nuovo codice, che prevede anche l'amputazione di una mano o un piede per i ladri in questo piccolo Paese sull'isola di Borneo, aveva scatenato la condanna delle Nazioni Unite, di Ong e di molti governi.

In un discorso televisivo prima del mese di digiuno musulmano del Ramadan, il sultano ha dichiarato: «Sono consapevole che ci sono molte domande e percezioni errate sull'attuazione del nuovo codice penale. Non ci dovrebbe essere alcuna preoccupazione per la Sharia, perché è piena di misericordia e delle benedizioni di Allah».

«Come è ovvio per più di due decenni abbiamo praticato una moratoria de facto sulla esecuzione della pena di morte per i casi finiti in giudizio nell'ambito del codice civile», ha detto. «Questo vale anche per i casi decisi nell'ambito del nuovo codice penale islamico, che fornisce un quadro più ampio» ha aggiunto il sultano.

Il sultano ha anche promesso che il Brunei ratificherà la convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura, firmata dal Paese diversi anni fa.

sabato 27 aprile 2019

Cassazione: “Accogliere migranti gay non protetti in patria”

La Stampa
Prima di negare lo status di rifugiati ai migranti che dichiarano di essere omosessuali e di rischiare la vita se rimpatriati a causa del loro orientamento sessuale, si deve accertare se nei Paesi d’origine non solo non ci siano leggi discriminatorie e omofobe ma anche verificare che le autorità del luogo apprestino «adeguata tutela» per i gay, ad esempio se colpiti da «persecuzioni» di tipo familiare. Lo sottolinea la Cassazione che ha accolto il ricorso di un cittadino gay della Costa d’Avorio, minacciato dai parenti.


Al protagonista di questa vicenda giudiziaria arrivata fino alla Suprema Corte, la Commissione territoriale di Crotone non aveva concesso il diritto di rimanere in Italia sottolineando che «in Costa d’Avorio al contrario di altri stati africani, l’omosessualità non è considerata un reato, né lo Stato presenta una condizione di conflitto armato o violenza diffusa». Per gli `ermellini´ questo non basta: serve accertare l’adeguata protezione statale per minacce provenienti da soggetti privati.

Bakayoko Aboubakar S. aveva raccontato che era di religione musulmana, coniugato con due figli, e diventato oggetto «di disprezzo e accuse da parte di sua moglie e di suo padre» che era imam del villaggio, «dopo aver intrattenuto una relazione omosessuale». 

Aveva deciso di fuggire quando il suo partner era stato «ucciso in circostanze non note, a suo dire ad opera di suo padre», l’imam. Secondo la Cassazione «non è conforme a diritto» - quanto deciso oltre che dalla Commissione prefettizia anche dal Tribunale di Catanzaro nel 2014, e dalla Corte di Appello di Catanzaro nel 2016 - aver negato la protezione a Bakayoko senza accertare se nel suo Paese sarebbe difeso dalle minacce dei parenti. Il caso adesso si riapre e sarà riesaminato da altri giudici nell’appello bis ordinato dagli “ermellini”.

Nel verdetto, i supremi giudici scrivono che pur in mancanza di «riserve sulla credibilità» del profugo ivoriano - non messa in discussione nelle fasi di merito - «non risulta che sia stata considerata la sua specifica situazione» e siano stati «adeguatamente valutati» i rischi «effettivi» per la sua incolumità «in caso di rientro nel paese di origine, a causa dell’atteggiamento persecutorio nei suoi confronti, senza la presenza di una adeguata tutela da parte dell’autorità statale». 

«A tal uopo - prosegue la Cassazione - non appare sufficiente l’accertamento che nello stato di provenienza, la Costa d’Avorio, l’omosessualità non è considerata alla stregua di reato, dovendosi accertare in tale paese la sussistenza di adeguata protezione da parte dello Stato, a fronte delle gravissime minacce provenienti da soggetti privati».

domenica 20 gennaio 2019

Cecenia. Nuova ondata di repressione: 40 gay arrestati e due uccisi

La Stampa
Il regime ceceno torna a perseguitare gli omosessuali. Lgbt Network denuncia una nuova caccia alle streghe contro le minoranze sessuali in Cecenia: un'ondata di violenze che - secondo l'ong - in meno di un mese ha portato alla detenzione illegale di almeno una quarantina di uomini e donne e, come minimo, all'uccisione di due di loro. 

Una morte atroce, provocata dalle torture della polizia, stando alle fonti interpellate dagli attivisti. Ma le vittime potrebbero essere molte di più. Per Lgbt Network è al momento "impossibile stabilirne il numero".

Mentre un ragazzo gay fuggito in Francia e in contatto con alcuni omosessuali scappati dal paese ha raccontato alla testata online Meduza che i morti potrebbero essere tra 10 e 20. 

La Cecenia è una turbolenta repubblica del Caucaso governata col pugno di ferro da Ramzan Kadyrov: un fedelissimo di Putin accusato di gravissime violazioni dei diritti umani e per questo sanzionato da Usa e Ue. Le autorità cecene ovviamente respingono tutte le imputazioni a loro carico. Ma a confermare le nuove persecuzioni contro gli omosessuali sono anche alcune fonti sentite da Novaya Gazeta.

Un anno e mezzo fa fu proprio la testata investigativa russa a svelare che oltre cento omosessuali erano stati arrestati illegalmente e torturati dalla polizia in luoghi di detenzione segreti e che alcuni erano stati addirittura uccisi. Allora il regime di Kadyrov rispose alle accuse insinuando che in Cecenia non ci siano gay. 

Adesso, per bocca del ministro dell'Informazione Dzhambulat Umarov, bolla la denuncia di Lgbt Network come "una completa fesseria". Ma ancora una volta ricorre a parole che non fanno che rafforzare i sospetti.

"Non spargete i semi della sodomia nella benedetta terra del Caucaso", ha tuonato il ministro. "Non cresceranno come nella pervertita Europa". Da Lgbt Network arrivano accuse ben circostanziate. Secondo il numero uno dell'ong, Igor Kochetkov, le persone detenute illegalmente dalla polizia sono rinchiuse ad Argun, a 20 chilometri da Grozny.

Gli agenti - spiega l'attivista - cercano di "impedire in tutti i modiche coloro che sono finiti nel loro mirino "lascino la regione o ricorrano alla giustizia", e per raggiungere il loro scopo "sequestrano i documenti" degli omosessuali e "minacciano di aprire inchieste penali" contro coloro che sono caduti nelle loro grinfie "o contro i loro cari". 

Nonostante ciò, Lgbt Network fa sapere di essere riuscita a far scappare dalla Cecenia in un anno e mezzo circa 150 persone che si trovavano in una situazione di potenziale pericolo: 130 di loro hanno trovato rifugio fuori dalla Russia.Giuseppe Agliastro

venerdì 29 settembre 2017

In Azerbaigian ondata di arresti contro gay e transessuali: 60 fermati

Globalist
Non è facile essere gay in moltissime parti del mondo. Comprese le repubbliche ex societiche oltre alla Russia: c'è stata un'ondata di arresti contro esponenti della comunità Lgbt a Baku, dove negli ultimi dieci giorni almeno 60 persone, fra gay, transessuali o presunti tali, sono state arrestate, secondo quanto denunciano attivisti azeri citati dal Guardian

"Ci sono state diverse campagne contro personeLgbt in precedenza ma questa è molto più ampia, con operazioni sistematiche ed estese", ha spiegato l'avvocato Samed Rahilimi, che coordina la difesa di molti degli arrestati, almeno uno dei quali è stato picchiato in carcere.
Molti degli arrestati sono stati condannati a 20 giorni di prigione o sanzionati, con l'accusa di aver opposto resistenza alla polizia, "una accusa comune in Azerbaigian per arresti arbitrari". 

Formalmente, in Azerbaigian non ci sono leggi che perseguono le persone con orientamenti sessuali diversi, ma il paese è classificato, dall'indice compilato da Ilga-Europe Rainbow, come il peggiore in cui vivere in Europa per un gay.

Il portavoce del ministero degli Interni Eskhan Zakhidov, ha spiegato all'agenzia Apa che "gli arresti colpiscono persone che dimostrano mancanza di rispetto per gli altri, infastidiscono concittadini con il loro comportamento e anche portatori di malattie infettive, a giudizio della polizia o delle autorità sanitarie, non minoranze sessuali".

sabato 24 giugno 2017

Cecenia. Un giornalista ha potuto visitare i campi di detenzione per gay

blogspot.it
In collaborazione con il canale americano Hbo, la rivista Vice ha pubblicato un reportage di nove minuti che mostra il primo reporter occidentale a cui è stato consentito di entrare nelle strutture cecene di Argun, ossia in quella ex-base militare cecena in cui sarebbero stati allestiti dei campi di detenzione illegale per gay.
Lo scorso aprile il quotidiano russo "Novaya Gazeta" riportò la notizia di oltre 100 uomini arrestati dalle autorità cecene per la loro presunta omosessualità, detenuti e torturati in prigioni non ufficiali. Alcuni di loro sono morti a causa delle violenze subite. 

A pochi giorni di distanza dalle prime notizie, il quotidiano aveva pubblicato anche le prime testimonianze e aveva indicato un ex edificio militare di Argun come una delle sedi adibite a campi di prigionia per gay, drogati e dissidenti politici. 

Al reporter Hind Hassan è stato permesso di visitare quei locali, anche se la visita è potuta avvenire solo sotto la supervisione delle autorità locali.
Ayub Kataew, il capo locale della polizia nazionale, ha negato che i fatti siano mai avvenuti e dinnanzi alle telecamere ha messo in piedi un imbarazzante teatrino in cui chiedeva ai suoi uomini se avessero mai torturato o detenuto illegalmente qualcuno. Ovviamente la risposta di tutti è stata "no".

Di contro, il reporter di Vice ha incontrato anche una delle vittime dell'ondata di persecuzione, il quale ha confermato che Kataew si sarebbe recato in quel campo proprio cercare di prevenire la possibilità che qualcuno indagasse su dodici persone rimaste uccise nel corso delle torture.
Indicativo è anche come alcune delle autorità intervistate dal reporter si siano affrettati non tanto a negare le violenze, quanto a sostenere che in Cecenia non esistono omosessuali. 

"Sono convinto che il rispetto delle tradizioni fa sì che in Cecenia non ci siano abbiamo queste persone", ha raccontato uno di loro.
In altri passaggi le autorità cecene si lanciano in frasi altamente omofoniche come il sostenere che non avrebbero mai potuto imprigionare dei gay perché gli ufficiali avrebbero avuto schifo anche solo a toccare "quel tipo di persone".

giovedì 1 giugno 2017

Anche la Francia accoglie i rifugiati gay ceceni

West
In Francia sono arrivati i primi rifugiati omosessuali provenienti dalla Cecenia.

Parigi segue dunque l’esempio della Lituania che pochi giorni fa è stato il primo paese al mondo a concedere il diritto di asilo a due gay perseguitati nella regione caucasica a causa del loro orientamento sessuale. 

L’annuncio è stato dato da Joel Deumier, presidente dell’organizzazione SOS Homophobie, il giorno dopo l’incontro tra Emmanuel Macron e il presidente russo Vladimir Putin il 29 maggio a Versailles. 

Nel corso del faccia a faccia il nuovo inquilino dell’Eliseo ha ottenuto rassicurazioni sulle misure adottate per ottenere la verità completa sulle persecuzioni ancora in atto. “Ma noi vigileremo” ha garantito Macron.

lunedì 24 aprile 2017

Cecenia, parlano i ragazzi sopravvissuti ai lager gay: siamo stati torturati

Globalist
La Cnn ha intervista alcuni ragazzi omosessuali riusciti a scappare ai campi di concentramento per gay in Cecenia. I ragazzi hanno raccontato quello che hanno dovuto subire da parte delle forze dell’ordine. I loro racconti sono molto simili a quello fatto da un altro ragazzo (qui per leggere la sua storia) riuscito a lasciare la Cecenia.


Uno dei ragazzi intervistati dalla Cnn ha ricordato: “La mia auto si è fermata in un checkpoint della polizia e mi hanno chiesto i documenti. Li hanno controllati e poi mi hanno detto: ‘Ti prendiamo0. Hanno iniziato a prendermi a pugni e a calci. Volevano i nomi dei miei amici gay. Mi hanno attaccato dei fili alle mani e dei ganci di metallo sulle braccia per l’elettroshock. Hanno attrezzature speciali, molto potenti. Quando ti danno la scossa, salti. Se la mia famiglia scoprisse che sono gay non sarebbe necessario l’intervento del governo, loro mi ucciderebbero”.


Di seguito il servizio andato in onda sulla Cnn che denuncia la terribile situazione che stanno vivendo gli omosessuali nel paese asiatico, fortemente conservatore e omofobo e dove è in corso una vera e propria campagna anti-gay.

giovedì 13 aprile 2017

In Cecenia lager per gay: ai prigionieri torture ed elettroshock

GlobalistNovaja Gazeta rivela: i campi sarebbero allestiti ell’ex quartiere militare della città di Argun. Avverrebbero sistematiche torture e uccisioni



Tutto era iniziato a febbraio, quando la polizia cecena ha arrestato un uomo che sul cellulare aveva foto a sfondo omosessuale. Hanno tenuto sotto controllo i suoi contatti ed è partita una lunga grande retata. Sarebbero cento, oggi, i gay scomparsi, detenuti illegalmente e torturati in una prigione segreta vicino Grozny, la capitale della Cecenia .

E ora la notizia che arriva è terribile. Novaja Gazeta e altri media russi hanno intervistato testimoni oculari e sopravvissuti alla retata, che hanno dichiarato di essere stati prigionieri in campi di concentramento riservati a soli gay.

Un uomo che è riuscito a fuggire ha rivelato di essere stato sottoposto a violenti interrogatori dove gli veniva chiesto di confessare di essere gay e di fornire i nomi di altri omosessuali.



I campi sarebbero stati allestiti nell’ex quartiere militare della città di Argun e secondo Novaja Gazeta pare siano più di uno. I prigionieri sono sottoposti a numerose torture, dall’elettro shock a colpi con diversi materiali.
I più fortunati vengono rilasciati quando i militari scoprono che non sono gay e vengono restituiti alle famiglie in condizioni terribili, dopo essere stati umiliati e torturati selvaggiamente, gli altri rimangono nei campi e alcuni vengono uccisi.

Svetlana Zakharova, attivista Lgbt, ha detto al MailOnline: “Più di 100 gay dopo essere stati arrestati sono stati portati in questi campi di concentramento, stiamo lavorando per far sapere la cosa e farli uscire. Coloro che sono fuggiti dicono di essere chiusi in stanze in 30 o 40 persone. Vengono torturati con correnti elettriche e picchiati anche fino alla morte.”
Adesso i cosiddetti paesi civili e occidentali dovrebbero fare qualcosa, magari scagliarsi apertamente contro quello che sta succedendo nella Repubblica islamica della Cecenia e aprire le porte a tutti gli omosessuali che vogliono scappare.

Dimitri Peskov, portavoce del Cremlino non aveva confermato, ma neanche smentito, le notizie sui raid anti-gay che avverrebbero in Cecenia. Secondo quanto riferisce l’agenzia di stampa russa Interfax, Peskov ha dichiarato di non essere “in possesso di informazioni a riguardo, non è prerogativa del Cremlino”.

“Se le forze dell’ordine, secondo alcune persone, hanno commesso azioni ritenute violazioni – aveva aggiunto Peskov -, allora queste persone possono utilizzare i loro diritti e rivolgersi a un tribunale”. “Non sono un grande esperto in materia di orientamento sessuale non tradizionale e non posso rispondere alla domanda in modo competente”.

sabato 2 aprile 2016

Persecuzione anti-gay in Tunisia, un appello dall’Italia

Il Manifesto
Dieci persone, tra cui anche alcuni giovani sotto i 20 anni, sono state arrestate giovedì scorso a Tunisi pare sulla base dell’articolo 230 del codice penale tunisino, che condanna la «sodomia» con una pena fino a tre anni di carcere. Tra gli arrestati, ci sono anche tre ragazzi che erano già stati condannati e poi liberati per lo stesso «reato» passando alcuni mesi in carcere, dove avevano subito grotteschi «test anali» e violenti abusi dalle guardie e dagli altri detenuti. La possibilità che i giovani finiscano nel carcere di Mornaguia, tra i più famigerati di tutta la Tunisia, mette a grave rischio anche la loro incolumità fisica.
Non è concepibile che un paese che ha fatto una rivoluzione per liberarsi da una dittatura, perseguiti qualcuno non per quello che fa ma per quello che è: arrestare un gay, condannarlo perché è gay, liberarlo e poi arrestarlo di nuovo perché continua a essere gay è più che paradossale.

Nessuno nega che il percorso per la democrazia sia difficile e lento, anzi: lo stesso fatto che si venga a conoscenza di ciò che accade è un segnale che le cose stanno cambiando e che nella società tunisina si è aperto un dibattito molto positivo proprio perché venga abolito l’articolo 230 del codice penale che punisce la «sodomia».

Tuttavia è altrettanto evidente che, per l’ennesima volta nella storia, la persecuzione delle persone LGBTI viene usata da forze politiche vicine all’integralismo religioso per ottenere consensi sulla massa meno secolarizzata mettendo in difficoltà i laici.

Come cittadine e cittadini che hanno a cuore i diritti e la libertà di ogni essere umano non possiamo accettarlo né temporeggiare: vogliamo che si arrivi a una soluzione nel più breve tempo possibile.

Dobbiamo agire per aiutare i giovani in carcere a difendersi, e perché il messaggio arrivi chiaro anche allo Stato tunisino: una tale concezione dei diritti umani esclude totalmente la Tunisia dai paesi democratici e, come sottolinea anche Human Rights Watch, il governo deve subito prendere provvedimenti perché non si ripetano abusi sugli omosessuali da parte delle forze dell’ordine e perché venga immediatamente abolito un articolo così discriminatorio e lesivo della dignità delle persone.

mercoledì 26 novembre 2014

Siria, l'Isis ha lapidato due giovani gay e delle donne accusate di adulterio

La Stampa
“Atti osceni con uomini”, giustiziati un 18enne e un 20enne. Lo Stato islamico a Raqqa ha compiuto anche diverse lapidazioni di donne accusate di adulterio


Un nuovo crimine si è aggiunto oggi alla lunga lista degli orrori commessi dallo Stato islamico. Due giovani di 18 e 20 anni sono stati lapidati con l’accusa di aver avuto rapporti omosessuali, secondo una notizia diffusa dall’ong Osservatorio nazionale per i diritti umani (Ondus) che cita testimoni locali.

Secondo l’organizzazione, con base in Gran Bretagna ma che fa riferimento a una vasta rete di informatori in Siria, è la prima volta che l’Isis mette a morte delle persone con questa motivazione, dopo avere ucciso donne e uomini sulle pubbliche piazze, spesso perché riconosciuti colpevoli di furto, omicidio e adulterio.

I nomi delle due vittime non sono stati resi noti. Il ventenne è stato messo a morte a Mayadin, nella provincia orientale di Deyr az Zor, dopo che i miliziani jihadisti avevano affermato di avere trovato sul suo cellulare immagini che lo mostravano intento in «atti osceni con degli uomini». Il diciottenne, invece, è stato lapidato nella stessa città di Deyr az Zor, capoluogo della provincia, con le medesime accuse.

Lo Stato islamico ha già compiuto diverse lapidazioni di donne accusate di adulterio, specie nella provincia di Raqqa, nel nord della Siria, che è sotto il suo totale controllo. Recentemente anche due uomini erano stati messi a morte con lo stesso supplizio, sempre per adulterio: uno dall’Isis ad Al Bukamal nella stessa provincia di Deyr az Zor vicino al confine con l’Iraq; l’altro a Saraqeb, nella provincia nord-occidentale di Idlib, ad opera del Fronte al Nusra, la branca siriana di Al Qaeda.

Lo scorso 14 novembre la Commissione d’inchiesta dell’Onu sulla Siria, presieduta dal giurista brasiliano Paulo Pinheiro, ha accusato l’Isis di «crimini di guerra e crimini contro l’umanità», chiedendo che i suoi dirigenti vengano processati davanti alla Corte penale internazionale (Cpi). Tra gli episodi contestati allo Stato islamico, le decapitazioni e le lapidazioni sulle pubbliche piazze, ma anche soprusi sulle minoranze, in particolare cristiani, sciiti e curdi, e la riduzione a schiave sessuali di centinaia di donne della comunità degli Yazidi in Iraq. Secondo l’Ondus, sono state almeno 300 le donne irachene portate in Siria, con molte di loro vendute come `mogli´ per mille dollari l’una a miliziani dello Stato islamico. Ma l’ong afferma di avere potuto verificare la riduzione in schiavitù anche di almeno sei donne appartenenti alla comunità sunnita che erano mogli di soldati siriani uccisi.

martedì 16 settembre 2014

Gambia, ergastolo per i gay. Essere “diversi” vuol dire poter essere arrestati in ogni momento

Africa ExPress
Il presidente del Gambia, Yahya Jammeh, l’aveva annunciato: ”I gay e le lesbiche li vorrei uccidere con le mie mani”. E così il parlamento del Gambia ha varato una draconiana legge contro gli omosessuali che prevede l’ergastolo. Non appena sarà ratificata dal Capo dello Stato un anti-gay per eccellenza entrerà in vigore. 

Tempo fa Jammeh parlando degli omosessuali si è espresso in questi termini: “Che lascino il Paese. Se restano bisognerebbe decapitarli” e ancora : “Combatteremo questi parassiti chiamati omosessuali o gay come si combattono le zanzare portatrici della malaria, se non peggio”. E’ evidente che il presidente apporrà la sua firma quanto prima.

Un reporter dell’Associated Presse ha preso visione del progetto di legge, ha raccontato: il testo è identico a quello ugandese. L’Uganda ha varato questa legge all’inizio dell’anno, poi annullata dalla Corte Costituzionale per un vizio di forma. Più probabilmente le vere motivazioni stanno nel fatto che gli americani hanno minacciato di togliere gli aiuti se la legge fosse stata promulgata.

Essere omosessuali è un crimine in Gambia. Si rischia l’ergastolo per atti omosessuali gravi e ripetuti, esteso anche a coloro che sono affetti da HIV/AIDS. Dal 2005 è già in vigore una legge che prevede una condanna fino a 14 anni di prigione per atti omosessuali, applicabile sia a uomini che donne.

Samba Jallow, un parlamentare che rappresenta le minoranze, ha dichiarato: “Io ed un altro collega abbiamo votato contro questa legge. Non riteniamo che essere omosessuali sia un crimine.”.

Già da anni omosessuali, gay, lesbiche e trans vivono la loro diversità nella paura, nel terrore. Essere “diversi” in Gambia, significa poter essere arrestati in ogni momento. “Se il progetto di legge dovesse essere trasformato in legge ed entrare in vigore, il clima che respirano i gay nel Paese può solo peggiorare” ha affermato Amnesty International”.

E’ francamente assai curioso che Paesi devastati dalla corruzione, dal malgoverno e dalla distrazione dei fondi pubblici, spesso sconvolti da carestie e fame si occupino – e in maniera così pesante – di problemi che riguardano la sfera personale della persona.

sabato 2 agosto 2014

Uganda, annullata perché “incostituzionale” la legge che prevedeva fino al carcere a vita per i gay

La Stampa
La Corte costituzionale di Kampala l’ha definita «nulla».
Quando è stata approvata in Parlamento, non c’era il quorum necessario
di deputati. La normativa prevedeva il carcere a vita per gli omosessuali

Annullata in Uganda la legge anti-gay, una delle più repressive al mondo, che aveva suscitato un’ondata di proteste e sanzioni contro il Paese africano da parte degli Usa. Per la Corte Costituzionale dell’Uganda, «l’adozione della legge anti-omosessuali nel dicembre 2013 senza il quorum alla Camera ha violato diversi articoli della Costituzione, non ha rispettato la procedura parlamentare e quindi è nulla».

Immediata la reazione di gioia sui social network da parte dei difensori dei diritti dei gay, alcuni dei quali erano presenti in tribunale. La legge vietava la promozione dell’omosessualità, rendeva obbligatoria la denuncia dei gay alla polizia e stabiliva pene fino all’ergastolo.

A febbraio un giornale ugandese aveva pubblicato in prima pagina una lista dei duecento «top gay» del Paese, con nomi e cognomi, dal titolo «Scoperti!». Tre anni prima, un altro tabloid, poi chiuso, aveva pubblicato una lista chiedendo l’esecuzione dei gay. Subito dopo la pubblicazione di quell’elenco, l’attivista gay David Kato venne ucciso.

Lo stesso presidente ugandese, Yoweri Museveni, che a febbraio firmò la legge, in un’intervista alla Cnn, disse: «I gay sono disgustosi. Che razza di persone sono? Non ho mai capito cosa facessero, me lo hanno detto da poco e quello che fanno è terribile. Disgustoso».

In risposta all’entrata in vigore della legge, il presidente Usa Obama varò delle misure contro l’Uganda, incluso il blocco dei visti per alcuni cittadini ugandesi. Il Paese, tra l’altro, è stato invitato, non senza polemiche, al summit Usa-Africa che si terrà la prossima settimana a Washington.

Nonostante l’annullamento, le unioni omosessuali in Uganda restano illegali e punibili per legge. Secondo il portavoce del governo, Ofwono Opundo, la legge «non è stata annullata. La Corte si è solo pronunciata sulla procedura», mentre Frank Mugisha, direttore delle `Minoranze sessuali” in Uganda, ha accolto favorevolmente la decisione, sostenendo che è «una piccola vittoria contro l’oppressione».

Anche il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, plaude alla sentenza, definendola «una vittoria per lo Stato di diritto». In una nota, Ban ha lanciato un appello ad intraprendere ulteriori sforzi per depenalizzare le relazioni omosessuali e porre fine alla discriminazione contro lesbiche, gay, bisessuali e transgender.

«Ognuno ha il diritto di godere degli stessi diritti e di vivere una vita dignitosa senza discriminazioni - ha ribadito - così come è affermato nella Carta dell’Onu, nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e nella Costituzione ugandese».

martedì 8 aprile 2014

Egitto: quattro gay condannati a 8 anni di carcere per "comportamenti deviati"

Adnkronos
Quattro cittadini egiziani sono stati condannati a sentenze a otto anni di carcere per omosessualità. Lo ha riferito una fonte della magistratura ai media locali spiegando che la procura ha riconosciuto gli imputati colpevoli di "pratiche deviate" e di aver indossato abiti femminili. 

Tre degli imputati sono stati condannati a otto anni di carcere e un quarto a tre anni. In passato la procura egiziana aveva fatto ricorso a una legge contro la "dissolutezza" per processare gli omosessuali nel Paese. Inoltre coloro che venivano accusati perché gay erano costretti a subire esami medici che provassero che la loro omosessualità era "abituale". Una pratica, questa, che le organizzazioni per i diritti umani hanno sempre contestato definendola un abuso.

domenica 2 marzo 2014

Uganda: Banca Mondiale sospende prestito, dopo legge che criminalizza omosessualità

ANSA
Kampala - La Banca Mondiale ha sospeso il previsto prestito per 90 milioni di dollari all'Uganda, destinato a rafforzare il sistema di assistenza sanitaria del Paese, dopo il varo della controversa legge che criminalizza l'omosessualità. 

Lo riferisce Al Jazeera ricordando che la decisione della Banca Mondiale arriva dopo quelle analoghe assunte da Danimarca, Paesi Bassi e Norvegia che hanno sospeso i loro programmi di aiuto all'Uganda dopo la legge anti-gay.

venerdì 17 gennaio 2014

Nigeria: giro di vite contro gay, carcere - Presidente promulga legge che condanna omosessualità

Ansa
Abuja - Il presidente Goodluck Jonathan, ha infatti promulgato la legge - approvata all'unanimità dal Parlamento nel maggio dello scorso anno - che prevede il carcere per gli omosessuali. 

Il testo, molto criticato a livello internazionale segue una tendenza adottata anche altrove in Africa (in primo luogo in Uganda) e prevede dai 10 ai 14 anni di carcere per chi contrae 'matrimonio' fra persone dello stesso sesso o per chi si lega con un contratto di unione civile.

giovedì 12 dicembre 2013

L’India considera gli omosessuali dei criminali. E chi li difende? La Chiesa cattolica

Tempi.it
La Corte suprema ha ripristinato una legge che prevede il carcere per i gay. Il cardinale Gracias: «Siamo contrari al matrimonio, ma non alle persone, che hanno la stessa dignità di ogni essere umano»


L’India consideri gli omosessuali dei criminali. E chi li difende? La Chiesa cattolica. È quanto accaduto nel paese dopo che la Corte suprema ha ripristinato una legge che vieta l’omosessualità in quanto «reato contro natura». La vicenda era iniziata il 2 luglio 2009 quando l’Alta corte di Delhi aveva stabilito che gli atti omosessuali non possono essere considerati un crimine, ma il primo tribunale del Paese ha deciso di ribaltare quel giudizio, reintroducendo la norma che prevede anche dieci anni di carcere o il carcere a vita per due adulti che compiano sesso anche in ambito privato.

CONTRO LE NOZZE, MA NON CONTRO I GAY. Gli attivisti delle associazioni Lgbt hanno detto che la colpa di una tale retromarcia è degli islamici, induisti e cristiani. In realtà, a riaprire il caso è stato BP Singhal, leader del partito ultranazionalista indù Bharatiya Janata Party (Bjp). I cristiani c’entrano ben poco. Infatti il cardinale arcivescovo di Mumbai, Oswald Gracias (a sinistra in foto), ha respinto, con una dichiarazione all’agenzia Asianews, l’accusa di volere il carcere per gli omosessuali: «La Chiesa cattolica – ha detto – non è mai stata contraria alla decriminalizzazione dell’omosessualità, perché non abbiamo mai considerato i gay dei criminali. In quanto cristiani esprimiamo il nostro pieno rispetto agli omosessuali. La Chiesa cattolica si oppone alla legalizzazione dei matrimoni gay, ma insegna che gli omosessuali hanno la stessa dignità di ogni essere umano e condanna ogni forma di ingiusta discriminazione, persecuzione o abuso».