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venerdì 30 settembre 2022

Iran - L’indignazione che non c’è. Perché le opinioni pubbliche e le femministe si disinteressano della lotta delle donne iraniane?

Linkiesta
Migliaia di persone contestano da giorni il regime di Ali Khamenei per condannare l’omicidio della ventiduenne Masha Amini, uccisa dalla polizia di Teheran perché i suoi capelli non erano sufficientemente coperti dal velo. Le cose purtroppo non cambieranno perché il resto del mondo non se ne occupa.

Ha un suo grande peso l’assoluta indifferenza nei confronti della repressione, in particolare nei confronti delle donne iraniane, delle opinioni pubbliche internazionali, in particolare, lo ripetiamo, da parte dei movimenti femministi e progressisti che sanno vedere oppressione e ingiustizie solo in Occidente.
Le donne iraniane che protestano coraggiosamente in piazza sono sole.
Nel disinteresse totale del movimento femminista e progressista internazionale da quattro giorni molte piazze iraniane si sono riempite di manifestanti che protestano contro l’uccisione in carcere a Teheran da parte della “polizia morale” della ventiduenne Masha Amini. La sua colpa? I capelli non erano sufficientemente coperti dal velo. Tutto qui.

La polizia iraniana ha reagito alle manifestazioni sparando, usando gli idranti e ha lasciato sul selciato almeno cinque morti. Il 13 settembre scorso Masha, una giovane curda in vacanza a Teheran, era stata duramente malmenata e gettata violentemente su un furgone della polizia del costume con l’accusa di violare le norme sullo Hijab emanate dalla Commissione per la Promozione della Virtù e la repressione del Vizio.

Gli agenti hanno detto ai parenti della ragazza che protestavano che Masha sarebbe stata sottoposta a una «sessione di rieducazione». Gli esiti della “rieducazione” sono stati fatali: dopo tre giorni, Masha è stata dichiarata morta in ospedale. Immediate le manifestazioni di protesta davanti all’università di Teheran, a Sanandaj e in tutto il Kurdistan, regione nella quale le aspirazioni autonomiste e indipendentiste non si sono mai sopite, nonostante una repressione che dal 1979 in poi, dalla instaurazione della Repubblica Islamica di Khomeini, ha fatto decine di migliaia di morti.

Nei cortei, moltissime donne si sono levate il velo dalla testa e molti, come già durante le grandi manifestazioni del 2020, hanno gridato lo slogan: «Morte al dittatore!» indirizzato alla Guida della Rivoluzione Ali Khamenei. Fortissima anche la mobilitazione in rete, con non meno di 1.600.000 visualizzazioni dello hashtag #MashaAmini.

È questa l’ennesima protesta di massa che vede le piazze iraniane riempirsi con una grande mobilitazione, soprattutto giovanile. Enorme fu l’Onda Verde del 2009 e altrettanto grandi le manifestazioni del 2020. Ambedue con centinaia di morti falciati dalle forze dell’ordine. Ma oggi la mobilitazione si presenta con una novità precisa: la protesta contro l’umiliazione della donna imposta dal regime con una stretta decisa dall’ultra conservatore presidente Ibrahim Raisi, eletto un anno fa.

Stretta di cui si fa interprete appunto la “polizia morale”, composta soprattutto da donne, che ha imposto strumenti di verifica come il riconoscimento facciale e che setaccia autobus, treni e strade alla ricerca di “ribelli” non abbigliate secondo rigidissimi canoni islamici.

Purtroppo, queste ripetute e massicce proteste popolari in Iran non hanno mai uno sbocco politico e non preoccupano eccessivamente il regime che reagisce sempre con enorme violenza repressiva. Non esiste infatti né dentro il paese né all’estero una forza politica di opposizione che riesca a capitalizzare sul piano politico la grande forza espressa. Men che meno esiste dentro il regime – se non nella fantasia di certi media e analisti occidentali – una componente riformista in grado di contrastare o quantomeno condizionare la retriva forza conservatrice della dirigenza islamica degli ayatollah e ancor più il potentissimo blocco ultra nazionalista e ancora più retrivo dei Pasdaran.

Carlo Panella

lunedì 28 marzo 2022

Texas - USA - Pena di morte - APPELLO URGENTE per salvare la vita di Melissa Lucio, 53 anni, esecuzione fissata il 27 aprile 2022

santegidio.org
Melissa Lucio, 53 anni, è una donna ispanica (messicano-americana nata negli Stati Uniti), di Harlingen, del sud del Texas/Contea di Cameron, nella Valle del Rio Grande, a 30 minuti di macchina dal confine con il Messico. È cattolica e si trova da 14 anni nel braccio della morte di Gatesville in Texas ed ha avuto 14 figli.


Melissa nel 2007 fu arrestata dopo il ritrovamento da parte della polizia del corpo senza vita di sua figlia Mariah (che all’epoca aveva due anni), morta per un trauma cranico contusivo, come era evidente dall’esame del corpo pieno di lividi.

La polizia immediatamente accusò Melissa dell’omicidio, dopo un interrogatorio estenuante durato 7 ore (fino alle 3 del mattino), condotto senza l’assistenza di un avvocato. Alla fine la donna ammise di aver causato i lividi, ma di essere innocente e di non di aver ucciso la bambina, come continua a ripetere ancor oggi.

venerdì 14 gennaio 2022

Indonesia - Provincia di Aceh - 100 frustate alla donna adultera e 15 all'amante

La Repubblica
Una donna indonesiana della provincia di Aceh è stata fustigata 100 volte per adulterio, dopo che aveva confessato di aver avuto rapporti sessuali con un uomo diverso dal marito. 
All'amante, invece, anche lui sposato, sono state inflitte solo 15 frustate. 

The woman during the public flogging in Idi. Photograph: Cek Mad/AFP/Getty Images

Aceh è l'unica regione dell'Indonesia ad applicare la sharia, la legge islamica. Decine di persone hanno assistito alla punizione, caricando i video sui social. 

Gruppi per i diritti umani hanno criticato la pratica della fustigazione e lo stesso presidente indonesiano ha chiesto che venga abolita. Ma la popolazione locale resta favorevole.

mercoledì 13 ottobre 2021

Migranti: Amnesty, in Libia arresti di massa senza precedenti. 5.000 uomini, donne e bambini, ora trattenuti in condizioni di tortura e di abusi sessuali

Keystone-ATS
Le forze di sicurezza e le milizie libiche a Tripoli hanno usato armi e violenza in una retata di oltre 5 mila tra uomini, donne e bambini, ora trattenuti in condizioni dove dilagano la tortura e gli abusi sessuali. Lo afferma una nota di Amnesty International.

Donne in un centro di detenzione a Tripoli, Libia. KEYSTONE/AP/MOHAME BEN KHALIFA sda-ats

Amnesty International afferma di avere avuto accesso a numerose prove dei fatti denunciati, tra cui alcuni filmati e fotografie condivisi in rete da testimoni oculari.

Nel comunicato, l'organizzazione umanitaria sostiene che "il primo ottobre, uomini armati delle milizie e delle forze di sicurezza affiliate al ministero dell'Interno libico hanno fatto irruzione con la violenza nelle abitazioni e nei rifugi temporanei nell'area di Gargaresh a Tripoli, dove risiede una folta popolazione di rifugiati e migranti, sparando proiettili veri, danneggiando effetti personali e rubando oggetti di valore.

Migranti e rifugiati terrorizzati, alcuni dei quali negli elenchi dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), sono stati poi trasferiti in centri di detenzione a Tripoli, dove viene negato l'accesso all'UNHCR e ad altre agenzie umanitarie, e sottoposti a torture e maltrattamenti.

Amnesty International esorta quindi le autorità libiche a rilasciare immediatamente tutte le persone detenute arbitrariamente esclusivamente sulla base del loro status di migrante e ad avviare indagini su tutti gli episodi di uso illegale della forza, tortura e violenza sessuale. 

Nel frattempo, le autorità dovrebbero garantire che le persone detenute siano trattate umanamente, trattenute in condizioni che soddisfino gli standard internazionali e garantire l'accesso immediato e senza ostacoli all'UNHCR e ad altre organizzazioni umanitarie.

sabato 11 settembre 2021

Cechia - "Mea culpa" di Praga che risarcisce centinaia di donne rom sterilizzate a loro insaputa fino al 2012. La Slovacchia ancora non si pronuncia.

Europa Today
La Cechia ha ammesso le sue responsabilità per il programma di eugenetica condotto a partire dagli anni '70 e sopravvissuto anche alla fine del blocco sovietico.


Quando Elena Gorolova diede alla luce il suo secondo figlio aveva appena 21 anni. "Il dottore mi disse che avrei dovuto partorire tramite un taglio cesareo altrimenti avrei rischiato la salute mia e del bambino". Le carte che le diedero da firmare prima dell'intervento, però, contenevano un'altra realtà: la giovane donna, sconvolta dai dolori del parto, non le lesse e le siglò. Autorizzando, senza volerlo, un'operazione che la rese sterile a vita. Quella di Gorolova è solo una delle centinaia di donne, soprattutto di etnia rom, che finirono a loro insaputa nel programma di eugenetica guidato dal governo dell'allora Cecoslovacchia, agli inizi degli anni '70. 

A distanza di quasi mezzo secolo d'allora, Praga ha deciso di risarcire le vittime con un assegno pari a 300mila corone, circa 12mila euro.

Il presidente Milos Zeman ha infatti riconosciuto le responsabilità dello Stato ceco nel programma di eugenetica, condotto non solo fino al 1993, ossia quando Praga, ormai uscita dal blocco sovietico, si separò dalla Slovacchia e mise fine ufficialmente alla campagna di sterlizzazione, ma anche negli anni successivi. 

Solo nel 2012 i legislatori cechi introdussero una norma per bloccare quella che era diventata ormai una prassi consolidata. Nessuno sa quante donne siano state sottoposte a questa campagna di sterilizzazione,  scrive il Guardian. Il Centro europeo per i diritti dei rom afferma che siano centinaia, ma mancano stime affidabili. 

L'ultima denuncia risale al 2007, a conferma che la prassi di sterilizzare le donne rom era andata avanti anche dopo lo stop ufficiale al programma. Con l'obiettivo non dichiarato di fermare la proliferazione di rom nel Paese.

In Cechia vivono tra i 250mila e i 300mila rom su una popolazione di circa 10 milioni di abitanti. E da tempo Praga è sotto accusa da parte delle organizzazioni internazionali, Onu e Consiglio d'Europa compresi, per le discriminazioni nei confronti di questa minoranza da parte delle autorità pubbliche. 

Discriminazioni che iniziano già da piccoli, con i bambini esclusi dal sistema scolastico o inseriti in classi ad hoc con alunni che provengono da contesti svantaggiati o che soffrono di ritardi mentali. Nel 2017, il governo avviò un censimento dei rom accusato di essere “disumano, contrario all’etica, se non addirittura razzista”: Praga inviò alle amministrazioni locali la richiesta di indicare quanti fra gli abitanti “sono considerati rom da una parte significativa del loro ambiente, sulla base di indicatori reali o presunti di carattere antropologico, culturale e sociale”.


In questo contesto si inserisce la battaglia di Gorolova, oggi 51enne e assistente sociale, che aiutata da alcune ong per i diritti umani ha raccolto le testimonianze di chi, come lei, è stata sterilizzata senza consenso. E ha portato il caso all'Onu. 

Le autorità ceche hanno a lungo cercato di nascondere lo scandalo, ma la mobilitazione internazionale ha avuto alla fine la meglio. 

Per Barbora Cernusakova, attivista di Amnesty International, si tratta di una prima vittoria per il risarcimento di tutte le donne vittime di questo programma. 

Il riferimento è alla Slovacchia, che ha partecipato al programma almeno fino al 1993 e che non ha ancora riconosciuto le sue responsabilità. Ma Cernusakova ricorda anche la più generale discriminazione di cui soffrono i rom in Cechia, dalle scuole al mercato del lavoro. "Affrontare queste forme di violazione dei diritti umani richiedere un forte impegno da parte del governo centrale e delle autorità locali e il riconoscimento che i rom sono cittadini come gli altri, i cui diritti devono essere protetti", ha detto al Guardian.

sabato 17 luglio 2021

Arabia Saudita. "Donne attiviste per i diritti umani torturate nelle carceri": la denuncia di Hrw. Le testimonianze delle guardie carcerarie

Il Messaggero
Scariche elettriche, frustate, pestaggi e violenze sessuali, carceri "segrete": un nuovo rapporto di Human Rights Watch (Hrw), basato sulla testimonianza di alcune fra le stesse guardie carcerarie, alza un velo inquietante sulle prigioni femminili in Arabia saudita e sul trattamento riservato nel 2018, in particolare a detenute di rango elevato: per lo più avvocati e attiviste dei diritti umani e delle donne.


Fra le persone ad aver subito abusi e torture figurano, secondo Hrw, anche la nota avvocata per i diritti delle donne Loujain al-Hathloul, e l'attivista (uomo) Mohammed al-Rabea.

Il rapporto, spiega Hrw, è basato su alcuni messaggi di testo inviati da secondini testimoni di questi trattamenti, che insieme ad alcune testimonianze, formano un mosaico piuttosto sinistro: "Nuove prove che indicano l'uso di torture brutali su donne che difendono i diritti delle donne e altri detenuti di alto profilo mettono ancora più a nudo il disprezzo saudita per lo stato di diritto e il fallimento di qualunque credibile tentativo di indagare su queste accuse", dichiara in una nota Michael Page, vicedirettore dell'Ong umanitaria per il Medio Oriente e il Nord Africa.

"Lasciare che chi compie abusi la passi sempre liscia significa mandare loro il messaggio che possono torturare impunemente senza dover mai rispondere di questi crimini", ha aggiunto Page. 

Le testimonianze riportate da Hrw si riferiscono in particolare al carcere di Dhabhan, a nord di Gedda, e a un'altra prigione definita "segreta".

domenica 9 maggio 2021

Etiopia - Denuncia della commissione dei diritti umani etiope: nella regione Oromia detenute donne con i figli, minori in cella con gli adulti in condizioni disumane

Africa Rivista
La polizia dell’Oromia sta trattenendo un gran numero di persone, compresi neonati e bambini, senza accusa, in stazioni di polizia “antigieniche e sovraffollate”. La dura denuncia arriva dalla Commissione etiope per i diritti umani in un comunicato emesso ieri.

Secondo la Commissione, i bambini di età compresa tra i 5 mesi e i 10 anni sono detenuti insieme alle loro madri, ma bambini di età inferiore a 9 anni, sospettati di reati, sono tenuti in celle con prigionieri adulti.

I detenuti nella regione, che si trova nell’Etiopia centrale e come altre regioni ha una certa autonomia dal governo centrale nella gestione di questioni come l’applicazione della legge e l’istruzione, sono detenuti in “condizioni disastrose” senza accesso ad acqua, cure mediche o servizi igienico-sanitari e con cibo limitato.

Il rapporto afferma che la Commissione ha visitato 21 stazioni di polizia nella regione tra novembre e gennaio, documentando “gravi violazioni dei diritti umani”, comprese le percosse. “I centri di detenzione ospitano un gran numero di persone che erano state arrestate senza ordine del tribunale”, ha detto, senza fornire alcun numero.

Il rapporto ha anche documentato detenzioni arbitrarie e prolungate di sospetti le cui accuse erano state ritirate o che avevano ricevuto l’ordine di rilascio da un tribunale. Molti non si erano presentati davanti a un tribunale nelle 48 ore di detenzione previste dalla legge etiope.

Molti dei detenuti sono stati arrestati all’indomani dell’uccisione del cantante politico oromo Haacaaluu Hundeessaa, ucciso a colpi d’arma da fuoco da sconosciuti ad Addis Abeba lo scorso giugno. La sua morte violenta ha scatenato proteste nella capitale e in tutta Oromia nelle quali sono morte almeno 178 persone.

lunedì 26 aprile 2021

Etiopia - La brutale guerra del Tigray sul corpo delle donne. Stupro usato come arma.

Il Manifesto
Etiopia. La crisi umanitaria nella regione etiope si allarga. Stupro usato come arma  E mentre il Tplf avanza e guadagna nuove reclute, gli Stati Uniti chiedono il ritiro eritreo e Sudan ed Egitto avvertono sul caso caldissimo della Grande diga
Donne del Tigray fuggite al conflitto e alle violenze 
Prima era un’operazione di polizia, poi l’operazione è terminata ed è iniziata una guerra. Poi la guerra è finita, ma i combattimenti proseguono. Prima c’erano gli eritrei, poi gli eritrei se ne sono andati e invece sono ancora lì.

È la narrazione che è andata avanti durante questi sei mesi di conflitto nella regione etiope del Tigray e di cui non si vede la fine, anzi le milizie del Tplf sembrano guadagnare vittorie e soprattutto nuove reclute.

Tutto è molto complicato fuori dalle città e vi sono denunce di tentativi di manipolazione dei media occidentali. Secondo l’antropologa Natalia Paszkiewicz ai rifugiati del campo di Hitsats il Tplf avrebbe fatto «indossare uniformi dell’esercito eritreo» e li avrebbe obbligati a «tagliare il seno a un gruppo di donne». Ma gli scontri tra rifugiati e Tplf avrebbero interrotto la scena.

Fatto sta che le violenze continuano e i civili ne fanno per primi le spese: il 12 aprile 19 civili feriti gravi sono stati portati all’ospedale Kidane Mehret di Adua. A ferirli sarebbero stati soldati eritrei che indossavano uniformi dell’esercito etiope.

Oltre la violenza delle armi sussiste la violenza dei corpi: secondo Mark Lowcock responsabile per gli aiuti umanitari dell’Onu la violenza sessuale è usata come arma di guerra nel Tigray. La crisi umanitaria, continua il funzionario, «si è aggravata nell’ultimo mese per le difficoltà di accesso in diverse aree e le persone muoiono di fame».

I problemi non riguardano solo il Tigray. La settimana è stata segnata da violenze anche nella zona di North Shewa, nella regione Amhara dove sono state uccise almeno 18 persone. Il principale indiziato delle violenze è l’Oromo Liberation Army (Ola) che tuttavia ha dichiarato di non essere presente nell’area dove sono avvenuti gli scontri.

A emergere, secondo la Commissione etiope per i diritti umani, «è la brutalità delle violenze. Non sono solo gli omicidi, ma l’entità della brutalità».

Altro problema ancora in essere è la diga della rinascita etiope (Gerd). L’Etiopia intende riempire l’invaso nel prossimo mese di giugno (stagione delle piogge), ma secondo Sudan ed Egitto questo avrebbe conseguenze gravissime. I colloqui di mediazione di Kinshasa sotto l’egida dell’Unione africana sono falliti e ieri il primo ministro sudanese Abdalla Hamdok ha chiesto un vertice urgente ai leader dei tre Paesi.

L’inviata del governo americano presso l’Onu Linda Thomas-Greenfield ha chiesto il ritiro delle truppe eritree dall’Etiopia «immediatamente» dopo le denunce di stupri e violenze sessuali. L’Eritrea ha respinto le accuse di abusi e un alto funzionario ha dichiarato alla Bbc che le accuse sono «fabbricate».

Al Consiglio di sicurezza Onu l’ambasciatore eritreo Sophia Tesfamariam ha dichiarato che «il ritiro delle forze eritree è iniziato, poiché la minaccia è stata sventata», ma per Lowcock «non ci sono prove del ritiro». Una lunga cicatrice percorre testa e spalla del Paese, come una collana rotta.

Fabrizio Floris

domenica 28 febbraio 2021

Iran - Pena di morte - La scelta agghiacciante. La condannata, Zahra Esmaili, muore di crepacuore alla vista delle esecuzioni prima di lei, la sua salma viene comunque impiccata.

Il Mattino
Impiccata quando il suo cuore si era già fermato per il terrore di aver visto 16 uomini morti sul patibolo prima di lei. È la sorte toccata, secondo il suo avvocato, a una donna iraniana, Zahra Esmaili, condannata alla pena capitale per avere ucciso nel 2018 il marito, indicato come un funzionario dei servizi d'Intelligence e accusato da lei e dai figli di continue violenze sui familiari. «Sedici uomini sono stati impiccati prima di lei, sotto i suoi occhi. 

Zahra prima di salire sul patibolo ha avuto un arresto cardiaco ed è morta. Nonostante ciò, il suo corpo senza vita è stato impiccato», ha scritto in un post su Facebook il suo legale, Omid Moradi, citato dalla Bbc in persiano.

L'avvocato ha fornito, insieme all'agghiacciante particolare, anche un bilancio più pesante delle esecuzioni avvenute mercoledì nel carcere di Rajei-Shahr, nella città di Karaj, una trentina di chilometri ad ovest di Teheran. In precedenza, infatti, l'organizzazione Iran Human Rights, con base a Oslo, aveva confermato l'esecuzione di sette persone, tra cui appunto Zahra.

L'avvocato assicura di avere visto il certificato di morte secondo il quale la donna è morta per arresto cardiaco prima che le venisse messo il cappio al collo. La vicenda di Zahra Esmaili, 42 anni, aveva suscitato vasto clamore in Iran perché durante il processo i media avevano dato ampio risalto alle accuse di violenze subite dalla donna e dai due figli per mano del marito e padre.

Le altre donne impiccate in Iran
Non è la prima volta, del resto, che donne ritenute vittime di violenza domestica sono impiccate per avere ucciso il marito. È capitato tre anni fa anche a due minorenni, come ha denunciato nel suo ultimo rapporto il relatore dell'Onu sui diritti umani in Iran, Javaid Rehman. 

Si tratta di Mahboubeh Mofidi e Zeinab Sekaanvand, la prima fatta sposare quando aveva 13 anni e la seconda a 15 anni. Entrambe sono salite sul patibolo dopo essere state riconosciute colpevoli dell'uccisione dei mariti quando avevano 17 anni. 

Il relatore dell'Onu si dice «profondamente preoccupato per l'alto numero di esecuzioni» in Iran, e «allarmato dalle notizie su esecuzioni segrete» di persone arrestate in manifestazioni di protesta, con «condanne a morte emesse dopo processi ingiusti e dopo l'uso sistematico della tortura per ottenere confessioni forzate». 

Secondo Rehnam, nei primi 11 mesi del 2020 sono state almeno 233 le impiccagioni in Iran, tra cui quelle di tre persone che erano minorenni al momento del crimine imputato loro.

mercoledì 13 gennaio 2021

Medio Oriente. 36 donne palestinesi nell'inferno del carcere di Damon in condizioni di detenzione disumane

ilfarosulmondo.it
La Commissione palestinese per gli affari dei detenuti e degli ex detenuti ha affermato che 36 donne palestinesi sono detenute nel carcere di Damon in condizioni di detenzione disumane. 24 di queste donne stanno scontando pene detentive diverse, di cui due a 16 anni. Nove sono in custodia cautelare e tre donne sono detenute amministrative, riferisce la Commissione.


Alcuni dei detenuti soffrono di condizioni di salute molto difficili e di deliberata negligenza medica, come il caso della prigioniera Israa Jaabis, che soffre di ustioni e necessita di procedure chirurgiche.

Altre donne palestinesi che necessitano anche di cure mediche speciali includono Amal Taqatqa, che è stata ferita da cinque proiettili e necessita di un'operazione per rimuovere i fissatori interni dalla gamba; il prigioniero Iman Awar, che soffre di noduli cancerosi alle corde vocali, e il prigioniero Nasreen Abu Kamil, chi soffre di ipertensione, diabete e dolori alle dita dei piedi.

A dicembre, fonti ufficiali della Palestina hanno rivelato che ci sono oltre 4.400 prigionieri palestinesi all'interno delle carceri israeliane, inclusi 700 detenuti malati. Il regime israeliano continua a violare la Quarta Convenzione di Ginevra relativa alla detenzione amministrativa. 

Questa misura è una sorta di detenzione senza processo che permette al regime di Tel Aviv di incarcerare i palestinesi per un massimo di sei mesi, prorogabili a tempo indeterminato. In pratica, il regime di detenzione amministrativa di Israele viola numerosi altri standard internazionali. Ad esempio, i detenuti amministrativi della Cisgiordania vengono espulsi dal territorio occupato e internati all'interno di Israele, in diretta violazione dei divieti della Quarta Convenzione di Ginevra.



martedì 12 gennaio 2021

Sospesa l'esecuzione di Lisa Montgomery - Giudice dell'Indiana blocca l'esecuzione voluta da Trump a 8 giorni dall'insediamento di Joe Biden contrario alla pena di morte

HuffPost
Un giudice ha concesso la sospensione di quella che sarebbe stata la prima esecuzione da parte del governo degli Stati Uniti di una detenuta in più di 67 anni. Lo riporta l’Associated Press, che cita il quotidiano locale Topeka Capital-Journal.

Lisa Montgomery

L’iniezione letale era prevista per oggi presso il Federal Correctional Complex di Terre Haute, nell’Indiana, appena otto giorni prima dell’inaugurazione di Joe Biden, un oppositore della pena di morte federale. 

Ma il giudice Patrick Hanlon della Corte distrettuale degli Stati Uniti (distretto meridionale dell’Indiana) ha deciso di sospendere l’esecuzione, indicando la necessità di un’udienza probatoria per determinare le condizioni mentali della donna.

Lisa Montgomery, che la difesa ha sempre sostenuto incapace di intendere e volere a causa dei terribili abusi subiti da bambina, ha ucciso la 23enne Bobbie Jo Stinnett nel dicembre 2004, tagliandole il feto dal grembo e tendando di far passare il neonato come suo.

Il Topeka Capital-Journal riporta un passaggio della decisione del giudice Hanlon: “alla signora Montgomery sono state diagnosticate menomazioni cerebrali fisiche e malattie mentali multiple, e tre esperti sono dell’opinione che, sulla base della condotta e dei sintomi riferiti loro dal legale, la percezione della realtà della signora Montgomery sia attualmente distorta e compromessa ”.

L’avvocato di Montgomery Kelley Henry ha elogiato la decisione del giudice, poiché il suo team legale per anni ha sostenuto che il background della donna - pieno di abusi, esperienze traumatiche e disturbi mentali - l’abbia resa “inadatta all’esecuzione ai sensi dell’Ottavo Emendamento”, oltre ad avere un ruolo nell’omicidio del 2004.

domenica 3 gennaio 2021

USA - Fissata di nuovo l'esecuzione della pena di morte di Lisa Montgomery il 12 gennaio, unica donna nel braccio della morte. Non succedeva da 70 anni.

Ansa
Una Corte d'appello americana ha dato il via libera all'esecuzione di Lisa Montgomery, l'unica donna attualmente nel braccio della morte nel Paese: se l'applicazione della condanna avrà luogo, il 12 gennaio, Montgomery diventerà la prima detenuta in un carcere federale ad essere giustiziata in quasi 70 anni. 


Secondo quanto riportano i media internazionali, l'esecuzione era stata fissata originariamente per il mese scorso, ma era stata sospesa dopo che uno degli avvocati della donna si era ammalato di Covid. 

Il dipartimento di Giustizia aveva poi fissato la nuova data al 12 gennaio, ma i legali della Montgomery avevano argomentato che la data non poteva essere fissata mentre era in vigore una sospensione dell'esecuzione. 

Un giudice di un tribunale minore aveva quindi dato ragione alla difesa, ma ieri tre giudici della Corte d'appello di Washington DC hanno annullato la sua decisione, dando il via libera all'esecuzione. 

I legali della donna hanno già annunciato che presenteranno un'istanza contro la loro decisione.
L'ultima donna ad essere giustiziata dal governo americano è stata Bonnie Heady, morta in una camera a gas nel Missouri nel 1953.

sabato 21 novembre 2020

Arrestata in Turchia l’attivista anti-velo Nasibe Semsai, condannata a 12 anni, in fuga da Teheran. Rischia l'espulsione.

La Stampa
Questione di pochi metri e una manciata di minuti e Nasibe Semsai, architetta di 36 anni, avrebbe raggiunto il suo posto sull’aereo diretto in Spagna. Non ce l’ha fatta. L’attivista iraniana in fuga dalla Repubblica islamica è stata arrestata all’aeroporto di Istanbul dalle autorità turche mentre cercava di imbarcarsi. Aveva un passaporto falso, dicono ora da Ankara.

Nasibe Semsai è una delle attiviste della protesta del «Mercoledì bianco», bianco come lo hijab che le donne si tolgono e sventolano come una bandiera, una «blasfemia» in Iran, una sfida al regime degli Ayatollah e alle leggi islamiche che impongono alle donne di coprirsi sempre il capo e i capelli. 

Nasibe, condannata a 12 anni di carcere per aver partecipato alle proteste nel 2018 contro l’obbligo del velo, è chiusa in un centro per migranti irregolari a Edirne, vicino al confine con la Grecia. Ora l’attivista rischia l’espulsione verso il suo Paese d’origine. E in Iran rischia di uscire dal carcere alla soglia dei 50 anni, se non peggio.

L’arresto dell’architetta appassionata di montagna non è che l’ultimo esempio di come la Turchia vìoli le regole internazionali che prevedono di non deportare nel Paese d’origine le persone che rischiano di finire in prigione a causa delle proprie idee

Lo scorso 9 settembre Ankara aveva arrestato Maryam Shariatmadari, un’altra attivista del «Mercoledì bianco» che aveva cercato rifugio in Turchia. Ora anche lei rischia l’estradizione. E Nasibe Semsai non sarà l’ultima ad essere arrestata per aver sventolato uno hijab, o per aver semplicemente partecipato alle proteste. Anche a fine ottobre, in Iran, una giovane donna era stata arrestata per «aver insultato l’hijab islamico». Sui social era apparso un video - girato da qualcuno con un telefonino - che la mostrava in bicicletta senza velo e con un braccio alzato nel centro di Najafabad.

«La mia libertà nascosta»
Dal 2014 sono state decine le donne incarcerate, punite con frustrate e perseguitate per la «rivolta del velo», il movimento nato online da un’idea di Masih Alinejad, attivista di origine iraniana in esilio a New York. Tutto era iniziato con una pagina Facebook, «My Stealthy Freedom», dove le donne in Iran pubblicavano foto di se stesse senza hijab scattate di nascosto. La pagina raccolse oltre tremila immagini in pochi mesi, fotografie e video di donne che si liberavano dello hijab in pubblico e lasciavano «che il vento scompigli i nostri capelli». 

Ma dal 2017 qualcosa è cambiato, e le donne con un coraggio eccezionale hanno preso a manifestare apertamente in pubblico. Ha iniziato, il 27 dicembre 2017, la 31enne Vida Movahed, conosciuta anche come «La ragazza di Enghelab Street»: un video la mostrava in piedi, nel centro di Teheran, mentre sventolava silenziosamente il suo hijab bianco. Fu arrestata dopo un’ora. Nei giorni successivi altre 29 donne furono fermate per aver seguito l’esempio di Vida. Da allora non hanno mai smesso.

La rivoluzione islamica
Prima della rivoluzione islamica del 1979 molte donne iraniane indossavano abiti in stile occidentale, comprese minigonne e top sbracciati, ma tutto è cambiato quando il defunto Ayatollah Khomeini è salito al potere. 

La legge islamica oggi prevede che le donne che non indossano lo hijab possano essere incarcerate da dieci giorni a due mesi e fino a dieci anni se commettono «atti immorali e prostituzione». 

I reati previsti dagli articoli 638 e 639 del codice penale islamico sono appunto quelli che vengono contestati alle donne, poiché togliersi il velo in pubblico, simbolo della «modestia» femminile, equivale a sfidare la rispettabilità e il proprio ruolo nell’obbedienza. 

E Teheran non risparmia neanche gli avvocati che tentano di difenderle: Nasrin Sotoudeh, la famosa e pluripremiata avvocatessa iraniana 56enne, dovrà scontare la condanna a 33 anni di carcere e 148 frustate. La pena più severa mai inflitta finora in Iran ad attivisti per i diritti umani.

Monica Perosino

martedì 10 novembre 2020

Riportati nel "porto sicuro" in Libia 119 migranti, sono donne e bambini. Sono 10.000 nel 2020 i migranti riportati nell'inferno libico.

AnsaMed
Tunisi - "La notte dell'8 novembre, 119 migranti, tra cui donne e bambini, sono stati intercettati e riportati in Libia dalla Guardia costiera". 


Lo scrive l'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) in Libia su Twitter aggiungendo che "mentre il personale dell'Oim era al punto di sbarco per fornire assistenza di emergenza, ribadiamo che la Libia non può essere considerata un porto sicuro".

"Finora quest'anno oltre 10.000 uomini, donne e bambini che hanno tentato di fuggire dal Paese, sono stati rimpatriati andando incontro a detenzione, sfruttamento e abusi", ha twittato in riferimento a quest'ultimo episodio la portavoce di Iom-UN Migration Safa Msehli.

lunedì 19 ottobre 2020

USA - Lisa Montgomery prima donna condannata a morte, dal 1953, dopo il via libera di Trump al Tribunale Federale. Sarà uccisa l'8 dicembre

La Stampa
Usa, chi è Lisa Montgomery la prima donna condannata a morte dopo il via libera di Trump. Sarà uccisa l’8 dicembre: si tratta del primo caso dal 1953. La decisione è del Tribunale Federale dopo l’ok della Casa Bianca.

Lisa Montgomery, 52 anni

Se nulla fermerà il boia nei prossimi cinquanta giorni, Lisa Montgomery diventerà la prima donna ad essere giustiziata per ordine delle autorità federali degli Stati Uniti da quasi settanta anni. Una condanna resa possibile dal ripristino delle esecuzioni a livello governativo voluto dall’amministrazione Trump lo scorso luglio. 

[...]
 A nulla sono valsi gli appelli e le richieste dei legali di Lisa, secondo cui si è in presenza di «una grave ingiustizia»: la donna infatti ha sempre sofferto di gravi disturbi mentali, più volte stuprata dal compagno della madre e poi abusata anche dai due mariti. Il tutto aggravato col tempo dalla dipendenza dall’alcol. 

La donna ha oggi 52 anni. Diverse organizzazioni per la difesa dei diritti umani promettono di dare battaglia fino all’ultimo istante per evitare che si replichi quanto non si vedeva dal 1953, quando furono due le donne ad essere giustiziate. 

Una di loro era Ethel Rosenberg, condannata alla sedia elettrica con l'accusa di spionaggio, per aver passato all'Unione Sovietica informazioni segrete sulla bomba atomica. L’altra detenuta giustiziata nel 1953 è Bonny Heady, condannata alla camera a gas per aver ucciso un bimbo di 6 anni. L’unica altra donna della storia americana mandata a morte per ordine del governo federale é stata nel 1865 Mary Suratt, proprietaria di una pensione, impiccata con l’accusa di aver preso parte a una congiura per assassinare il presidente Abraham Lincoln. 

Nelle prigioni statali, invece, 16 donne sono state giustiziate dal 1976, da quando la Corte Suprema ha terminato la moratoria sulle esecuzioni capitali. Barr ha inoltre fissato per il 10 dicembre l’esecuzione di Brandon Bernard, 40 anni, che nel 1999 in Texas uccise due giovani religiosi. 

Salgono così a nove in soli sette mesi le condanne a morte eseguite dall’amministrazione Trump. Eppure, il tema della pena di morte risulta non intercettato dai radar della campagna elettorale, sia da parte di Biden che da quella di Trump confermando come l’argomento a Washington sia blindato da una sorta di tacita inviolabilità trasversale.

Francesco Semprini

sabato 17 ottobre 2020

Filippine - Attivista dei diritti umani Reina Mae Nasino in carcere. Muore la bambina appena nata sottratta alla madre.

Il Dubbio
La bambina aveva tre mesi ed era stata allontanata alla nascita. A nulla sono serviti gli appelli: l'ha stroncata una polmonite. Le Filippine sono scosse da un avvenimento che sta provocando rabbia nell'opinione pubblica e sollevando feroci polemiche per come sono trattate le detenute madri.


È la triste vicenda che riguarda Reina Mae Nasino, un attivista per i diritti umani, che lavorava per il gruppo contro la povertà urbana Kadamay. Arrestata nel novembre 2019 insieme a due compagni, è stata accusata di possesso illegale di armi da fuoco ed esplosivi, reati che tutti e tre hanno sempre negato attribuendoli alla campagna di persecuzione contro gli attivisti di sinistra da parte del regime del discusso presidente Duterte.

Reina, che ha 23 anni, ha scoperto di essere incinta solo dopo la sua incarcerazione nel corso di una visita medica. Il 1 luglio di quest'anno è nata la sua bambina, River. Il peso della neonata era basso ma nonostante ciò madre e figlia sono tornate nel carcere di Manila dove sono rimasti in una stanza riservata, allestita in fretta e furia.

Secondo la legge filippina un bambino nato in custodia può rimanere con la madre solo per il primo mese di vita, anche se si possono fare eccezioni. Una situazione ben diversa rispetto ad altri paesi dove è possibile per le detenute rimanere con i figli molto più a lungo. Inoltre la Convenzione di Bangkok dell'Onu prevede che a prevalere debba essere l'interesse del bambino.

È iniziata dunque una campagna di protesta per fare in modo che madre e neonata fossero liberate per farle stare insieme. Lo stesso ospedale di Manila dove era avvenuto il parto aveva raccomandato che non avvenisse la separazione per ragioni di allattamento.

Tutte le richieste sono state però respinte dalla direzione della prigione con varie motivazioni, alcune poco plausibili. Neanche quando si è assistito ad una crescita dei contagi da Covid in carcere la donna è stata liberata, e invano il National Union of Peoples Lawyers, un gruppo di assistenza legale che rappresenta la sig.ra Nasino, ha presentato una serie di mozioni chiedendo il suo rilascio.

A questo punto è stato chiesto al Tribunale di consentire che almeno la bambina potesse rimanere insieme alla madre sebbene in una cella. Niente da fare in presenza con i detenuti, gli avvocati sono stati in grado di tenersi in contatto con la signora Nasino solo per telefono.

La salute della neonata è però rapidamente peggiorata, le richieste per la scarcerazione sono aumentate senza alcuna possibilità di successo, il 24 settembre River è stata ricoverata ma la settimana scorsa è morta a causa di una polmonite. Martedì scorso il tribunale ha concesso alla detenuta una licenza di tre giorni per partecipare alla veglia e al funerale. 

Ma la ferocia dei funzionari della prigione ha mostrato ancora una volta il suo volto e il rilascio è stato ridotto a sole tre ore per venerdì, il giorno della sepoltura di River.

Alessandro Fioroni

martedì 22 settembre 2020

Somalia - Spose bambine - Disegno di legge che consente matrimoni precoci e le unioni forzate dopo violenza sessuale

GreenMe
Non si arrestano le proteste in Somalia dopo che il Parlamento sta valutando un disegno di legge che consentirebbe il matrimonio precoce una volta che gli organi sessuali di una bambina saranno sviluppati e consentirebbe, post violenza sessuale, l’unione forzata se la famiglia darà il proprio consenso.


Anni di battaglie per garantire maggiori diritti alle donne e poi una proposta che annullerebbe tutto. La Somalia rimane uno dei paesi più conservatori al mondo e il nuovo progetto di legge sui crimini legati ai rapporti sessuali “rappresenterebbe una grave battuta d’arresto nella lotta contro la violenza sessuale in Somalia e in tutto il mondo” e dovrebbe essere ritirato immediatamente, ha detto in una dichiarazione il rappresentante speciale delle Nazioni Unite Pramila Patten.

Secondo un’analisi delle Nazioni Unite tra il 2014 e il 2015, più del 45% delle bambine in Somalia si sono sposate prima dei 18 anni.
Nel 2013, il paese aveva promesso di migliorare la condizione delle donne, ma in tema di reati sessuali nessun disegno di legge è mai stato approvato.Il nuovo disegno di legge “rischia di legittimare i matrimoni precoci tra le altre pratiche allarmanti, e questo deve essere impedito”, ha detto Michelle Bachelet, capo delle Nazioni Unite per i diritti umani, avvertendo che la sua approvazione “manderebbe un segnale preoccupante agli altri stati della regione”.

Per questo, migliaia di persone protestano e hanno lanciato anche una petizione locale. Il nuovo controverso disegno di legge arriva mentre i gruppi per i diritti delle donne si preoccupano apertamente che la pandemia di coronavirus e le relative restrizioni ai viaggi in Somalia abbiano peggiorato la violenza contro le donne e le mutilazioni genitali femminili. Quasi tutte le donne e le ragazze somale sono state sottoposte a tale pratica.

Circa il 68% delle oltre 300 organizzazioni che opera nel paese, ha segnalato un aumento della violenza di genere, compreso lo stupro, dall’inizio della pandemia. Quasi un terzo degli intervistati ha affermato di ritenere che i matrimoni precoci siano aumentati in parte a causa delle pressioni economiche e in parte perché le scuole sono state chiuse, senza dimenticare che con l’accesso limitato alle strutture sanitarie, i rischi per la salute delle donne sono altissimi.

Fonte: AP

venerdì 31 luglio 2020

Buone notizie dal Sudan: diritti civili per le donne, nuove garanzie per i cristiani e abolita la pena di morte per apostasia

Globalist
Una bella sorpresa: nel Sudan si riaffacciano i diritti civili e soprattutto delle donne.
La rivista comboniana Nigrizia plaude alle prime riforme: vietate le mutilazioni genitali femminili, abolita la pena di morte per un musulmano che si converte ad altra religione e più garanzie per i cristiani.


Il Sudan è stato per tanti anni guidato da generali golpisti che hanno posto alla base della loro politica reazionaria e totalitaria una visione altrettanto reazionaria e golpista dell’Islam. A lungo sostenuto dalle anime più anti moderne all’interno del vasto e complesso mondo islamico, il Sudan con o senza il sostegno del più noto leader del fanatismo fondamentalista, Hassan al Turabi, in passato anche presidente del Parlamento sudanese, si è posto da decenni alla testa di un cartello oscurantista, assassinando uno dei più autorevoli e noti esponenti dell’Islam illuminato, Mohammad Taha.

Ora le cose finalmente cambiano e “Nigrizia”, la rivista dei comboniani, congregazione alla quale è particolare caro proprio il Sudan, paese dove volle vivere San Comboni, ha richiamato l’attenzione di tutti su quanto accade a Khartoum, un vento nuovo che proprio l’Osservatore Romano ha ritenuto giusto notare e sottolineare.

Dopo l’annuncio di Nigrizia, proprio oggi il quotidiano della Santa Sede , infatti, conferma che il nuovo corso politico che ha preso piede in Sudan deponendo il generale golpista e responsabile di crimini contro l’umanità, Omar al Bashir, ha varato in questi giorni importanti revisioni del codice penale, che “abrogano alcune norme” che erano evidente violazione dei più elementari diritti umani. Così sparisce la “pena di morte per un musulmano che si converte ad un'altra religione” e si conferma l’inammissibilità di qualsiasi forma di mutilazioni genitali femminili.

E’ stato il presidente provvisorio, che guida il Consiglio sovrano sudanese, Abdelfattah El Burhan, a firmare le riforme che aboliscono varie norme che degradano la donna, come quelle che la sottopongono al potere del marito, o del padre, o di un uomo della famiglia.

L’Osservatore Romano richiama l’attenzione su un altro aspetto molto importante: per i non musulmani, che attualmente sono il 3% della popolazione vista la scelta di secessione del Sud Sudan, “è stata abolita anche la proibizione di procurarsi e consumare bevande alcoliche.”

Tornando a Nigrizia è importante notare che la rivista dei comboniani ricordi in materia di apostasia il caso di Meriam Ibrahim, condannata a morte perché non aveva voluto seguire la religione del padre, musulmano, e aveva preferito l'insegnamento della madre, cristiano copta. Meriam era stata poi scarcerata grazie all'intercessione della comunità internazionale, ma mai assolta.

Tutto questo conferma il valore umano e “cittadino” dei grandi movimenti di piazza che hanno attraversato il mondo arabo in questo periodo a dir poco turbolento, quasi ovunque combattuti con ferocia dai vari fregi i regimi arabi, poco sostenuti dalla comunità internazionale, ma che ora proprio nell’enorme Sudan hanno consentito di rimuovere dal potere un riconosciuto responsabile di crimini contro l’umanità e finalmente anche alcuni effetti perversi del suo sistema di potere.

La spinta popolare, e quindi musulmana visto che solo il 3% dei sudanesi non lo sono, che ha sostenuto il nuovo corso sudanese restituisce, nel nome dell’Islam, dignità non solo alla donne, ma a tutta la popolazione, sovvertendo un’ offesa arrecata a una religione che rappresenta ben più dei un miliardo di persone.

Riccardo Cristiano

martedì 7 luglio 2020

Pakistan, Wazirah Chahchar lapidata dal marito a 25 anni: nessun arresto, è un "delitto d'onore"

Globalist
La ragazza si chiamava Wazirah Chahchar. Il padre ha denunciato che la figlia è stata prima torturata e poi uccisa dal marito Ali Bakhsh e dai suoi parenti per un problema tra le due famiglie.

Una donna di 25 anni è stata lapidata dal marito nella provincia meridionale di Sindh, in Pakistan. L'omicidio è avvenuto il 28 giugno scorso ma solo oggi gli attivisti per i diritti umani hanno diffuso la foto della giovane. Si chiamava Wazirah Chahchar ed è stata vittima di un 'delitto d'onore'.

Il padre, Gul Muhammad, ha denunciato che la figlia è stata prima torturata e poi uccisa dal marito Ali Bakhsh e dai suoi parenti per un problema tra le due famiglie. Nessuno dei responsabili è stato ancora arrestato.