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sabato 18 dicembre 2021

Congo: quell’umanità miserabile nel fango, per la guerra del cobalto.

Corriere della Sera
Il Paese, vasto dieci volte l’Italia, possiede il prezioso minerale (batterie elettriche) ma è una delle nazioni più povere del mondo: dove finisce questa ricchezza? In Cina
Sfruttamento del lavoro minorile nelle miniere di Cobalto in Congo

Un’ordinata schiera di camion gialli affacciati sulla voragine di una miniera di cobalto: l’immagine sembra avere poco a che fare con il Congo brulicante e sgarrupato che ci rimane più impresso nella memoria, quello che colpisce i lettori e (non sempre) i photoeditor: facce e storie diragazzini che scavano cunicoli con le mani nella terra rossastra, umanità seminuda con gli occhi spalancati che si spacca la schiena dall’alba al tramonto per rubare al sottosuolo briciole di preziosi metalli africani e piazzarle nelle tasche di feroci caporali e intermediari sanguisughe. Certo, ci sono anche loro (anzi sono la maggioranza) nel ritratto collettivo dei minatori della Repubblica (sedicente) Democratica del Congo, nazione disastrata e ricchissima di materie prime (vasta quasi dieci volte l’Italia) da cui si estrae il 60-70% di un minerale oggi molto molto ricercato: il cobalto.
 

Il secondo Paese più povero del mondo
I minatori cosiddetti “artigianali”, che scavano ai margini (o di straforo all’interno dei recinti) delle grandi miniere, rappresentano numericamente il grosso della categoria. Eppure quei camion in bella fila sul ciglio dello scavo rappresentano la ricchezza vera e principale, quella che potrebbe contribuire al progresso dei 90 milioni di abitanti del secondo Paese più povero del mondo, e che invece continua a finire altrove. Sulle 100 mila tonnellate di cobalto estratte nell’ultimo anno dalle viscere del Congo, 93 mila (secondo i dati di Benchmark Mineral Intelligence ) provengono dalle miniere che operano su grande scala. Macchinari di precisione, camion per il trasporto, padroni in cravatta all’estero. Un mercato in espansione: la Banca Mondiale stima che la domanda di cobalto crescerà del 585%da qui al 2050. Il motivo principale di questa fame di “oro blu” (che già gli antichi egizi usavano per colorare manufatti) sta nel settore dell’automotive. Il resistentissimo cobalto è componente essenziale per i catodi delle batterie al litio che fanno muovere i veicoli elettrici (EV), la cui produzione (ibridi esclusi) dovrebbe balzare dai 3,3 milioni di unità vendute nel mondo nel 2021 ai 66 milioni del 2040.

Come il petrolio
Per il Congo il cobalto è sulla carta come il petrolio per l’Arabia Saudita. A estrarre la fetta maggiore del tesoro blu nazionale sono marchi esteri, dall’anglo-svizzera Glencore alle varie imprese che fanno capo a China Molybdenum (CMOC), gigante (naturalmente) statale con quartier generale a Pechino. Come lavorano queste aziende? Come trattano i lavoratori e le comunità locali? Un mese fa, mentre nell’affollatissima Glasgow il mondo cercava una via per disinnescare la mina del cambiamento climatico, alla chetichella è uscito un dettagliato rapporto di 87 pagine redatto dall’associazione britannica Raid (Rights and Accountability in Development), che in cinque miniere industriali del Congo ha condotto un’indagine durata 28 mesi con oltre 130 interviste sul campo. Il progetto è stato realizzato con la collaborazione del Centre d’Aide Juridico-Judiciaire , un centro congolese specializzato in diritti del lavoro. Il risultato dell’inchiesta è una fotografia da abbinare a quella dei camion gialli sul bordo della miniera: sfruttamento, maltrattamenti, paghe avare, razzismo.

I nuovi colonizzatori
«Da quando sono arrivati i cinesi» ha raccontato un lavoratore «stiamo peggio di prima». Calci, insulti, botte: «Sono i nuovi colonizzatori». Anneke Van Woudenberg, direttrice esecutiva di Raid , ha allargato il tiro: «L’industria mineraria sostiene di operare in maniera pulita e sostenibile senza abusi dei diritti umani. Ma questa lettura non corrisponde alla realtà. La transizione verde non deve avvenire grazie allo sfruttamento dei minatori congolesi». Pierre mostra al fotografo di Raid due piccoli paninetti: sono l’unica razione di cibo quotidiano fornita ai lavoratori alla Tenke Fungurume Mine , all’80% di proprietà della cinese CMOC. Lo stipendio base di Pierre è di 3,5 euro al giorno. Se si ammala per più di due giorni, niente paga. «E devi stare zitto altrimenti sei licenziato. Il rapporto di lavoro è quello tra schiavi e padroni», ha raccontato a Pete Pattisson del quotidiano The Guardian.

Telefonini insanguinati
Il coltan dei nostri telefonini viene (anche) dal Kivu insanguinato da mille conflitti. Il regno del cobalto è nel Sud del Congo, lontano dalla zona dell’eterna guerra nel Nord-Est del Paese con epicentro Goma (dove il 22 febbraio di quest’anno è stato assassinato il nostro ambasciatore Luca Attanasio). Kolwezi è la sua polverosa capitale. La grande città più vicina è Lumumbashi, che porta il nome del grande premier riformatore Patrice Lubumba (fatto fuori nel 1961 da mercenari belgi per conto dell’ex amico e futuro dittatore Mobutu con il beneplacito dell’Occidente). Cosa direbbe Lumumba visitando le miniere a cielo aperto di Kolvezi? Guarderebbe ai camion in bella fila o ascolterebbe le parole di Pierre accettando uno dei suoi due panini quotidiani? Cosa direbbe ai rappresentanti delle grandi case automobilistiche quando sostengono che la loro filiera del cobalto è sostanzialmente pulita? Il cobalto estratto nella miniera dove lavora Pierre secondo il Guardian termina alla fin della filiera nelle batterie al litio che vanno a caricare i mezzi dei principali produttori di auto elettriche (comprese Tesla, VW, Volvo, Renault e Mercedes-Benz).

Le ditte intermediarie
Vero che negli ultimi tempi da parte di queste aziende si è registrato uno sforzo per migliorare la situazione (e togliere le mani dei bambini dall’attività estrattiva). Ma il nodo più problematico (o se volete la foglia di fico) sta nel fatto che almeno il 57% dei lavoratori in questione (secondo il rapporto di Raid) viene assunto da ditte intermediarie, subcontractor. Da qui la linea di difesa dei Big: sono loro i responsabili, cosa c’entriamo noi se le condizioni di lavoro per estrarre il nostro “cobalto certificato” sono inaccettabili? E pensare che Pierre e i suoi colleghi di lavoro la certezza di un reddito ce l’hanno comunque assicurata. I minatori artigianali lavorano in un Far West dove possono guadagnare anche di più oppure morire nel crollo di una galleria. E sono ancora la grande maggioranza. Nelle sue due miniere, il gigante Glencore ha in tutto 15 mila dipendenti. Gli artigianali, secondo una stima di un inviato dell’ Economist a Kolwezi, potrebbero essere 200 mila. Gente come Claude Mwansa, che al mese riesce a guadagnare l’equivalente di 50 dollari (in Congo il 70% degli abitanti vive con 2 dollari) scavando abusivamente nei siti delle grandi imprese. Al mattino quelli come lui controllano il prezzo del cobalto al telefonino sulla ruota del London Metal Exchange . Poi via sui motorini, con picconi e arnesi di fortuna. E alla sera il suo raccolto (come quello dei minatori bambini) finirà nei sacchi degli intermediari sulla via principale di Kolwezi. Mercanti cinesi, naturalmente.

di Michele Farina

domenica 21 marzo 2021

Congo - Nord Est, regione del Kivu e Ituri - Negli ultimi mesi, continui attacchi dei gruppi armati: 200 morti e 40.000 sfollati in maggior parte donne e bambini

La Repubblica
Il richiamo dell'UNHCR per le sue attività d'aiuto nella Repubblica Democratica del Congo. Uccise oltre 200 persone e costrette alla fuga altre 40.000 nella provincia del Nord Kivu e di Ituri

L’UNHCR, Agenzia Onu per i Rifugiati, avverte che il numero di attacchi da parte di un gruppo armato contro i civili nelle zone nord-orientali della Repubblica Democratica del Congo (RDC) sta crescendo a ritmi allarmanti. 

Da gennaio, gli attacchi imputati al gruppo armato Forze Democratiche Alleate (ADF), hanno ucciso quasi 200 persone, ferito decine di altre e costretto alla fuga circa 40.000 persone nel territorio di Beni nella provincia del Nord Kivu e nei villaggi vicini della provincia di Ituri. 

In meno di tre mesi, l’ADF avrebbe fatto irruzione in 25 villaggi, incendiato decine di case e sequestrato oltre 70 persone. Tutto ciò si aggiunge ai 465 congolesi uccisi in attacchi attribuiti all’ADF nel 2020.

La maggior parte sono donne e bambini. Attacchi e frequenti, diffuse violazioni dei diritti umani continuano anche in altre parti della provincia del Nord Kivu. Le ragioni principali di questi attacchi includerebbero ritorsioni da parte dei gruppi armati contro le operazioni militari, la ricerca di cibo e medicine, ed accuse contro le comunità di condividere informazioni sulle posizioni dell’ADF. 

Le persone che questo mese sono state costrette alla fuga si sono dirette nelle città di Oicha, Beni e Butembo nel territorio di Beni. La maggior parte sono donne e bambini, mentre gli uomini restano a proteggere le proprietà, esponendosi al rischio di ulteriori attacchi.

Manca acqua pulita e garanzie d'igiene. Chi è stato costretto ad abbandonare la propria casa vive in condizioni terribili senza riparo, cibo, acqua o assistenza sanitaria. In un contesto caratterizzato dal rischio di contrarre Ebola e COVID-19, la mancanza di accesso a servizi igienici, acqua pulita, sapone e prodotti per l’igiene femminile è particolarmente preoccupante. Inoltre, le famiglie non dispongono di oggetti di uso quotidiano come coperte, stuoie per dormire o materiale per cucinare.

Circa 100 mila gli sfollati interni. Prima degli esodi recenti, erano circa 100.000 gli sfollati interni che necessitavano di protezione e di aiuto per trovare un riparo a Beni. 

La carenza di fondi ha ridotto la capacità dell’UNHCR di intervenire con assistenza umanitaria, alloggi compresi. Nel 2020, l’UNHCR è stato in grado di costruire più di 43.000 rifugi per famiglie nella RDC orientale. Nel 2021, con i fondi attualmente disponibili, potranno essere assistite solo 4.400 famiglie su centinaia di migliaia che ne avrebbero bisogno. Sono necessari finanziamenti aggiuntivi anche per riprendere un programma di assistenza in contanti per donne sfollate a rischio che ha dovuto essere tagliato.

L'appello dell'UNHCR. L’Agenzia Onu ha bisogno urgente di 2 milioni di dollari per rafforzare gli interventi di protezione e la risposta umanitaria a Beni, nel Nord Kivu e nel territorio di Irumu nell’Ituri. Attualmente, l’UNHCR ha ricevuto solo il 5,5% dei 33 milioni di dollari necessari per far fronte ai bisogni in tutta la RDC orientale.

venerdì 26 febbraio 2021

Guerre dimenticate - Congo - Altri 13 morti il 24 febbraio nel Nord Kivu, oltre mille morti in quindici mesi nel paese.

Quotidiano.net
Altri tredici morti a Kisima il 24 febbraio, nel nord del Kivu, fanno salire ad almeno 1.013 il numero di civili uccisi nel territorio di Beni dal novembre 2019. A segnalarlo è una ong mista statunitense e congolese insieme per la difesa dei diritti umani "Human Rights Watch".

In tutto il Kivu le vittime civili di violenze registrate dall’inizio delle rilevazioni dell’osservatorio, nel giugno 2017, sono "oltre 10mila": tra cui, 4.265 uccisioni, 174 stupri di gruppo, 2.183 sequestri di persona con richiesta di riscatto nota e 3.411 rapimenti.

lunedì 4 maggio 2020

RD Congo. Human Rights Watch: "Rischio ecatombe causa coronavirus nelle prigioni"

Ansa
Rischio "ecatombe" causa coronavirus nelle prigioni "insalubri e sovrappopolate" della Repubblica democratica del Congo, dove ogni anno già muoiono decine di detenuti. 
Prigione di Makala di Kinshasa 21 aprile 2020 [HRW]
La denuncia è di Human Rights Watch (Hrw) secondo la quale c'è un "grave rischio di diffusione dell'epidemia di Covid-19". Un totale di 43 detenuti è risultato positivi al test negli ultimi due giorni nella prigione militare di Ndolo, nel pieno centro della capitale Kinshasa, che ospita quasi 2 mila persone. 

Ma i dati potrebbero peggiorare poiché "sono in corso i tamponi per tutti i detenuti", ha precisato il ministro della Sanità Eteni Longondo, secondo il quale il virus è entrato in carcere attraverso "una donna che portava del cibo".

mercoledì 8 gennaio 2020

Congo. 11 morti nel carcere centrale di Kinshasa da inizio anno per mancanza di cibo e medicinali

agenzianova.com
Almeno undici detenuti sono morti dall'inizio dell'anno nella prigione centrale di Makala, la più grande nella capitale congolese Kinshasa. Lo ha riferito ai media locali un funzionario del carcere, precisando che le ultime tre persone sono morte lunedì per mancanza di cure e medicinali.
Secondo Emmanuel Cole, responsabile di un'organizzazione locale attiva nella difesa dei diritti dei carcerati, la prigione di Makala e quasi tutte le carceri del paese sono sprovviste di cibo e medicinali da quando, a ottobre scorso, lo stato ha smesso di erogare fondi per queste necessità.

Il ministro della Giustizia congolese Celestin Tunda Ya Kasende ha ammesso "ritardi nei pagamenti", ma assicurato che dallo scorso lunedì la situazione è stata regolarizzata. La prigione centrale di Makala fu costruita durante la colonizzazione belga per accogliere 1.500 persone. Secondo Cole, il complesso ospita attualmente 8.618 detenuti tra cui solo 500 condannati.

giovedì 10 ottobre 2019

Strage di morbillo in Congo: 4 mila morti, il 90% sono bambini. L’Unicef: si tratta della più grande epidemia al mondo

La Stampa
È strage di bambini in Congo a causa del morbillo: da gennaio sono 4.096 le persone morte per il virus, delle quali il 90% è rappresentato da bimbi sotto i 5 anni di età. 
L'allarme arriva dall'Unicef, che denuncia come si sia di fronte alla «più grande epidemia al mondo di morbillo». L'Unicef sta vaccinando altre migliaia di bambini contro il virus e sta distribuendo farmaci salvavita nei centri sanitari. Il numero di casi quest'anno è più che triplicato nel Paese rispetto al 2018. L'epidemia in Congo ha causato più morti dell'Ebola, che, ad oggi, ha ucciso 2.143 persone.

Da gennaio, precisa l'organizzazione, sono stati riportati 203.179 casi di morbillo in tutte le 26 province del paese, 4.096 sono i morti. I bambini sotto i 5 anni rappresentano il 74% dei contagi e circa il 90% dei morti. «Stiamo combattendo l'epidemia su due fronti: prevenendo i contagi e prevenendo le morti - ha dichiarato Edouard Beigbeder, rappresentante Unicef in Repubblica Democratica del Congo -. Insieme con il Governo e i partner principali, l'Unicef sta accelerando le vaccinazioni dei bambini contro il morbillo, e allo stesso tempo sta fornendo alle cliniche medicine che possano trattare i sintomi e migliorare le probabilità di sopravvivenza per tutti quelli già colpiti dalla malattia».

Questa settimana e la prossima, ulteriori 1.111 kit medici saranno distribuiti alle strutture sanitarie delle zone in cui il morbillo è più critico. I kit contengono antibiotici, sali per la reidratazione, Vitamina A, antidolorifici, antipiretici e altri aiuti per più di 111.000 persone colpite da questa malattia virale altamente contagiosa e potenzialmente letale. «Stiamo affrontando questa situazione allarmante perché milioni di bambini congolesi non hanno ricevuto le vaccinazioni di routine e non hanno accesso alle cure mediche di cui hanno bisogno quando si ammalano - ha continuato Beigbeder -. Inoltre, un sistema sanitario debole, l'insicurezza, la diffidenza delle comunità verso i vaccini e gli operatori che li somministrano e le difficoltà a livello logistico hanno contribuito a creare un elevato numero di bambini non vaccinati e a rischio di contrarre la malattia».

Secondo l'OMS, sono raccomandate 2 dosi di vaccino contro il morbillo: inoltre, per assicurare protezione e prevenire epidemie, circa il 95% della popolazione deve essere vaccinata. In Repubblica Democratica del Congo, la copertura vaccinale per il morbillo nel 2018 è stata solo del 57%. «Se nel futuro vogliamo evitare epidemie di morbillo di massa come questa, dobbiamo investire significativamente per rafforzare i programmi di vaccinazione nazionale della Repubblica Democratica del Congo e colmare le gravi lacune della copertura», ha concluso Beigbeder. Il Governo della Repubblica Democratica del Congo sta pianificando il lancio della prossima campagna di vaccinazione nazionale il 22 ottobre, con l'obiettivo di vaccinare i bambini tra i 6 mesi e i 5 anni in ogni provincia. La campagna è sostenuta da diversi partner, fra cui l'Unicef, che sta fornendo i vaccini, oltre ad assistenza tecnica a livello nazionale, provinciale e locale.

sabato 22 giugno 2019

Ebola: dal Congo all’Uganda, il virus torna a far paura all’Africa

Osservatorio Diritti
Il virus Ebola torna a terrorizzare la regione dei Grandi Laghi, in Africa. E a 5 anni dalla peggior crisi di sempre si torna a combattere contro la sua trasmissione in Repubblica democratica del Congo e Uganda. Esiste un vaccino, ma di difficile utilizzazione in quelle zone.
Il virus Ebola un incubo che ritorna e sta colpendo con violenza il continente africano. Proprio com’era accaduto nel 2014, quando l’epidemia aveva afflitto l’Africa occidentale provocando la morte di oltre 11 mila persone, ora la malattia sta dilagando nella regione dei Grandi Laghi. 

E dopo essersi propagata e diffusa nel Nord Kivu e nell’Ituri, le regioni settentrionali della Repubblica democratica del Congo, adesso si sono registrati i primi contagi anche nel confinante Uganda.

Lunedì 11 giugno è arrivata la notizia da Kampala che un bambino di 5 anni, proveniente dal Congo e arrivato in Uganda insieme alla nonna e al fratello più piccolo, è risultato essere positivo ai test sull’Ebola. Poche ore dopo, le autorità ugandesi hanno informato che oltre a lui anche i parenti vicini sono stati ricoverati e messi in isolamento nella struttura sanitaria di Bwera perché ammalati. Giovedì poi la tragica notizia della morte del bambino, alla quale sono seguiti immediati comunicati da parte dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms).

L’Oms ha fatto sapere che ha inviato una squadra a Kasese, città dove si trovavano i tre cittadini congolesi, per monitorare e vaccinare le persone che sono state in contatto con loro. E sempre in un comunicato diffuso dal portavoce dell’Oms, Tarik Jašarević, è stato reso noto che 500 vaccini sono stati trasportati via terra dalla Repubblica democratica del Congo e altri 3.000 sarebbero già stati inviati da Ginevra.

Il governo ugandese ha inoltre chiesto la sospensione dei giorni di mercato e ha confidato che da otto mesi si sta preparando a un possibile focolaio nel territorio nazionale.

Oggi il timore è che a causa dei maggiori controlli sanitari alla frontiera congolese, la popolazione, per evitare lungaggini e controlli, incominci a fruire dei passaggi clandestinidisseminati nella porosa frontiera che mette in comunicazione i due stati dell’Africa equatoriale. 

Il governo di Kampala si dichiara pronto a fronteggiare dei nuovi casi e per l’Uganda si tratterebbe della sesta epidemia di Ebola dal momento che se ne registrano altre cinque e la più brutale fu quella che nel 2000, nella città di Gulu, uccise oltre 200 persone.

lunedì 18 marzo 2019

Congo. L'Onu: oltre 500 morti nelle stragi a dicembre, potrebbero costituire crimini contro l'umanità.

Avvenire
Le uccisioni di almeno 535 tra uomini, donne e ii bambini negli scontri tra due comunità lo scorso dicembre nella Repubblica democratica del Congo potrebbero costituire crimini contro l'umanità. 


A metterlo nero su bianco nelle conclusioni della sua missione è un team delle Nazioni Unite che ha indagato sugli attacchi avvenuti in quattro villaggi nel territorio dello Yumbi, nell'ovest del Paese, tra il 16 e il 18 dicembre scorsi.

In quella zona violenti scontri avevano opposto membri delle comunità Banunu e Batende. L'inchiesta ha rivelato che gli attacchi, scatenati da una disputa per la sepoltura di un capo Banunu in una zona che i Batente considerano propria, sono stati caratterizzati da particolare violenza e rapidità, in modo da non lasciare scampo alle vittime. Gli assalti erano guidati da abitanti dei villaggi della comunità Batende armati di fucili, machete, archi, frecce e benzina contro villaggi della comunità Banunu.

Le vittime sono state attaccate nelle strade, nelle case e mentre cercavano di fuggire. Il rapporto Onu descrive l'orrore dei crimini: una bambina di due anni sarebbe stata gettata in una fossa biologica, una donna violentata brutalmente dopo la decapitazione della figlia di tre anni e l'uccisione del marito. Atti indicibili che potrebbero appunto configurare l'ipotesi di crimini contro l'umanità. Alcune informazioni preliminari ricevute dall'Ufficio congiunto dell'Onu per i diritti umani nella Repubblica democratica del Congo riferivano di almeno 890 persone uccise, in gran parte della comunità Banunu.

L'inchiesta dell'Onu ha confermato che almeno 535 persone sono state uccise e 111 ferite nelle località di Yumbi, Bongende e Nkolo. Molti corpi sono probabilmente stati gettati nel fiume Congo. Inoltre, un migliaio di edifici, principalmente case, chiese, scuole e centri sanitari sono stati distrutti o saccheggiati e l'Onu stima che circa 19mila persone siano state evacuate.

Il rapporto sottolinea anche l'assenza di un'azione da parte delle autorità e mette in guardia contro una possibile ripresa delle violenze. "È essenziale garantire che gli autori di tali atroci crimini siano puniti", ha commentato l'Alto Commissario Onu per i diritti umani Michelle Bachelet, che ha anche incoraggiato il governo ad avviare un processo di riconciliazione e verità tra le comunità coinvolte.

giovedì 17 gennaio 2019

Congo: Onu, quasi 900 morti in scontri etnici in 3 giorni. In fuga 16.000 rifugiati nel vicino Congo-Brazaville

TV Svizzera
In Congo almeno 890 persone sarebbero state uccise tra il 16 e il 18 dicembre in quattro villaggi nel territorio dello Yumbi, nella provincia di Mai-Ndombe, verosimilmente in seguito a scontri etnici fra le comunità Banunu e Batende.


Lo riferisce oggi l'Ufficio per i Diritti umani delle Nazioni Unite citando "asserzioni" di fonti credibili.

Circa 465 case ed edifici sono stati bruciati o saccheggiati, tra cui due scuole primarie, un centro sanitario, un mercato e l'ufficio della Commissione elettorale nazionale indipendente, si legge in un comunicato dell'Onu.

L'Ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha avviato un'indagine su questi rapporti allarmanti. Anche le autorità giudiziarie nazionali hanno avviato un'indagine.

"È fondamentale che su questa violenza scioccante si indaghi a fondo e rapidamente e che gli autori ne rispondano davanti alla giustizia", ha dichiarato l'Alto commissario Onu per i diritti umani, Michelle Bachelet.

A inizio gennaio, l'Unhcr, l'Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, aveva riferito che circa 16'000 rifugiati erano giunti nel vicino Congo-Brazaville in fuga dagli scontri sanguinosi a fine dicembre 2018 fra comunità a Yumbi nella Provincia di Mai-Ndombe, nel Congo occidentale.

giovedì 13 dicembre 2018

In Congo 13 milioni di persone allo stremo tra guerra civile e ebola, 500 le persone contagiate di cui 280 sono già morte.

Corriere della Sera
Crescono in modo esponenziale i casi di Ebola nella parte orientale della Repubblica democratica del Congo: dallo scorso agosto ormai sono più di 500 le persone contagiate di cui 280 sono già morte. 


Dopo quella del 2014, è la più grave epidemia che il mondo abbia mai visto. Quasi 6 milioni di persone stanno rimanendo senza cibo a causa del conflitto in corso. Più di 4,5 milioni gli sfollati, quasi 100 mila in fuga dal conflitto in Sud Sudan.
A lanciare l’allarme è l’Oxfam che ha lanciato una raccolta fondi per ridare la speranza a milioni di persone che hanno perso tutto.

Una delle donne della comunità di Nangina, nella provincia di Nord-Kivu, descrive la situazione:
“All’inizio pensavamo che l’Ebola fosse una stregoneria. Poi ci hanno spiegato che si tratta di una malattia terribile per cui possiamo morire da un momento all’altro, se non ci proteggiamo. Dall’inizio dell’epidemia nel mio villaggio ci sono già stati tanti morti, soprattutto donne, che per prime si occupano dei malati. E ora i loro figli restano senza niente da mangiare anche per giorni interi, perché qui abbiamo perso tutto”.

Quella dell’Ebola è solo una pagina della grandissima emergenza umanitaria che si consuma in questa parte di mondo: 13 milioni di congolesi sono allo stremo, senza cibo e con quasi nessun accesso all’acqua pulita, dipendono dagli aiuti umanitari per la propria sopravvivenza. Sullo sfondo una guerra che alimenta la fame e la diffusione di epidemie: si stima che negli ultimi 20 anni abbiano perso la vita 6 milioni di persone. Mentre giorno dopo giorno la violenza continua a minacciare i civili.
Il più alto numero di sfollati dell’Africa
Ad oggi la sanguinosa guerra civile in corso nel Paese e il nuovo picco epidemico di Ebola ha costretto oltre 4,5 milioni di uomini, donne e bambini a lasciare le proprie case per sfuggire alla violenza e al contagio nelle zone più colpite, nella Provincia di Nord-Kivu e dell’Ituri.

“Molte famiglie sono scappate da qui, forse torneranno quando l’epidemia sarà finita”, racconta una delle beneficiarie del lavoro di Oxfam.

Nel frattempo milioni di persone, senza più nulla, sono costrette a rifornirsi da fonti di acqua sporca, con il rischio di aumentare la diffusione del colera che già conta circa 26 mila casi.

Monica Ricci Sargentini

domenica 11 novembre 2018

L'emergenza. Epidemia di ebola in Congo: «La peggiore di sempre, oltre 300 casi». Difficile intervenire in luoghi di guerra.

Avvenire
I contagiati sono a quota 319, con 198 morti. Le proporzioni sono più elevate rispetto alle due precedenti infezioni del 1976 e 1995.


L'epidemia di ebola che ha colpito le province dell'Ituri e del Kivu settentrionale nella Repubblica democratica del Congo è la peggiore nella storia del Paese,con 319 casi accertati e 198 morti. 

Lo ha riferito il ministro della Salute, Oly Ilunga, sottolineando che "questo focolaio ha appena superato quello della prima epidemia registrata nella storia (della Repubblica democratica del Congo, una volta Zaire) nel 1976 nella provincia nord-occidentale di Yambuku" quando ci furono 318 casi.

In quell'epidemia i morti furono 280, mentre nel 1995 ci furono 250 vittime, lasciando questa - ancora in corso- per ora come la terza più letale. A complicare la situazione il fatto che l'epidemia si sta diffondendo nella regione nord-orientale del Nord Kivu dove sono attivi gruppi armati.

lunedì 16 aprile 2018

Congo. Assassinato un altro sacerdote nel Nord Kivu. L'appello del vescovo per la pace

Avvenire
Un sacerdote è stato assassinato domenica dopo aver celebrato messain una parrocchia del Nord Kivu, provincia dell'est della Repubblica Democratica del Congo dove le violenze sono continuate negli ultimi anni nonostante la fine del conflitto armato che ha lacerato il Paese fino al 2003.


Come riferito dalla diocesi di Goma, il capoluogo della provincia, a perdere la vita è stato padre Etienne Sengiyumva, parroco di Kitchanga. A ucciderlo a Kyahemba, una circoscrizione della sua parrocchia, dopo che aveva celebrato la messa, un battesimo e un matrimonio, potrebbero essere stati miliziani di qualche gruppo armato.

La settimana scorsa nel Nord Kivu era stato sequestrato un sacerdote, poi liberato. La provincia è ricca di risorse minerarie ma instabile e insicura: scontri, uccisioni, violenze sessuali e rapimenti sono praticamente all'ordine del giorno.
Il vescovo: un'esecuzione. «Preghiamo per la pace»

«Chiedo ai fedeli della Chiesa universale di pregare per la nostra regione affinché possa ritrovare la pace». È l'appello lanciato da monsignor Thèophile Kaboy Ruboneka, vescovo di Goma. Il vescovo ha raccontato all'agenzia Fides che don Etienne, alle 15, aveva riunito i suoi collaboratori, quando un uomo armato, accompagnato da altre persone, è entrato nella sala e gli ha sparato a bruciapelo alla testa uccidendolo sul colpo. «L'omicidio è stato così rapido - aggiunge il vescovo - che gli astanti non si sono resi conto del numero di persone che sono entrate nella sala per uccidere don Etienne».
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Secondo il vescovo Ruboneka «è difficile attribuire delle responsabilità. La nostra regione è infestata di gruppi armati diversi, almeno 15, che non si riescono a smantellare nonostante la presenza dell'esercito regolare e dei Caschi Blu della Monusco». «Don Etienne è il terzo prete ucciso nell'area», ricorda il vescovo. «Qui nel Nord Kivu - aggiunge - viviamo nel caos totale. La situazione della mia diocesi di Goma, come quella di Butembo-Beni, è incredibile. Siamo completamente abbandonati da tutti; viviamo solo grazie alla Provvidenza».

Le critiche dei cattolici a Kabila. A dicembre le elezioni
Il contesto è quello di un Paese segnato anche da tensioni politiche, con la Chiesa molto critica verso il capo di Stato Joseph Kabila, a pochi mesi dalle elezioni presidenziali in agenda per dicembre.

La Repubblica democratica del Congo è stata, insieme a Sud Sudan e Siria, uno Paesi al quali papa Francesco ha dedicato la Giornata di digiuno e preghiera di venerdì 23 febbraio. Il governo sembra arroccarsi sempre più su una posizione di chiusura.

mercoledì 28 febbraio 2018

Ruanda: proteste rifugiati congolesi contro taglio razioni alimentari, sale a 11 bilancio delle vittime

Agenzia Nova
Kigali - È salito ad 11 il bilancio dei rifugiati congolesi uccisi nelle proteste esplose la scorsa settimana nella città di Karongi, nell’ovest del Ruanda, dove circa 3 mila rifugiati ospitati nel vicino campo profughi di Kiziba stanno protestando contro il taglio delle razioni alimentari. 

Lo ha reso noto oggi l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unchr), secondo cui otto rifugiati sono morti a Karongi e altri tre nel campo di Kiziba. 

I disordini, come riferito la scorsa settimana dal portavoce della polizia ruandese Theos Badege, sono scoppiati quando la polizia ha cercato di disperdere i dimostranti con i gas lacrimogeni dopo il lancio di sassi e lamiere da parte dei manifestanti. 

Negli scontri sono stati arrestati 15 rifugiati. In precedenza i rifugiati avevano accusato i militari dell’esercito di aver aperto il fuoco contro di loro, ferendo almeno due persone. 

Il mese scorso l’Unhcr ha fatto sapere di aver tagliato le razioni a causa della carenza di finanziamenti. Il Ruanda ospita attualmente circa 174 mila rifugiati, di cui 57 mila provenienti dal vicino Burundi, in fuga dalle violenze scoppiate nel 2015.

giovedì 20 luglio 2017

Congo. Razziata la parrocchia: due preti rapiti da commando in divisa a Butembo

Avvenire
Gli aggressori, che indossavano mimetiche dell'esercito, hanno portato via anche 2 vetture della chiesa: in ostaggio parroco e viceparroco di Bunyuka. Nel Nord Kivu gruppi armati fuori controllo.

Militari nella zona di Butembo: nella regione di confine del Nord Kivu
congolese sono una mezza dozzina le mizilie presenti
Il parroco e il suo vice sono stati rapiti domenica sera, da un gruppo di uomini armati con divise dell'esercito, a Bunyuka, una delle dodici parrocchie di Butembo, nel Nord Kivu al confine con Uganda e Ruanda. 

I miliziani hanno devastato e depredato le strutture della parrocchia e per fuggire hanno rubato anche due vetture, ritrovate stamattina. Sono fuggiti con i due ostaggi: il parroco don Charlee Borromee Kipasa e il viceparroco Jean-Pierre Akilimali. 

Da domenica sera non si hanno però altre notizie dei due sacerdoti. Nella zona operano da quasi due decenni milizie provenienti dal territorio ruandese ugandese. Inoltre opera la guerriglia Mai Mai e le forze governative "impegnate" nel loro contrasto.

Il 19 ottobre del 2012 tre assunzionisti erano stati sequestrati dai guerriglieri e di loro non sì è più saputo nulla. Lo scorso anno, nella notte del 20 marzo nel villaggio di Vitungwe-Isale a 15 chilometri da Butembo, è stato invece assassinato un altro padre assunzionista, Vincent Machozi.

giovedì 11 maggio 2017

Congo, nuova ondata di violenze: l'emergenza umanitaria si aggrava

La Repubblica
In migliaia in fuga verso l’Uganda a causa di scontri nella provincia di Kasai. Almeno trenta le vittime dell’ultimo scontro interetnico nella provincia di Kasai, nel centro del Paese, teatro di innumerevoli atrocità.

Una nuova emergenza umanitaria sta mettendo a dura prova la Repubblica democratica del Congo e i paesi confinanti, in particolare l’Uganda dove si rifugia la maggior parte delle persone in fuga da un’ondata di violenze tribali.


Nuovo fronte di crisi nella provincia di Kasai. Almeno trenta le vittime dell’ultimo scontro interetnico che si è verificato mercoledì 3 maggio nella provincia di Kasai, nel centro del Paese, teatro di innumerevoli atrocità dallo scorso settembre. Secondo la Monusco, la missione Onu dispiegata sul terreno, le schermaglie tra le fazioni contrapposte sono iniziate il 19 aprile nella località di Mungamba, a 30 chilometri da Tshikapa, capitale della regione, a causa della rivalità tra le comunità Lulua-Luba e Chokwe-Pende.

Ad oggi, oltre un milione gli sfollati da agosto. Per far fronte all'emergenza umanitaria, che minaccia la sicurezza e la salute di oltre 730 mila persone, il coordinatore umanitario delle Nazioni Unite nella Rdc, Mamadou Diallo, ha chiesto un immediato intervento della comunità internazionale affermando che “è necessario lo stanziamento di almeno 75 milioni di dollari per rispondere alle necessità urgenti della popolazione, in gran parte donne e bambini che non hanno accesso all'acqua e ai servizi igienici di base”. ?Al momento, le circa 40 organizzazioni non governative che si trovano sul terreno agiscono con fondi propri, ma le risorse stanno terminando. Secondo fonti dell'Onu, il conflitto che oppone i seguaci del leader locale Kamina Nsuapu, ucciso lo scorso agosto, e le forze di sicurezza congolesi ha causato lo sfollamento di oltre un milione di persone.

In Uganda il maggior numero di sfollati. Tre i paesi interessati dal flusso degli sfollati in fuga dalla Repubblica democratica del Congo, Angola, Tanzania e Uganda. Quest’ultimo ha già accolto 150 mila congolesi. Chi arriva in Uganda da esule può sperare in una nuova vera vita: un pezzo di terra da coltivare e dove costruire la propria casa grazie agli attrezzi forniti dal programma di accoglienza. Lo stato africano non ha campi per i rifugiati ma colonie, circondate da terra che viene resa disponibile per coloro che entrano nei suoi confini. I profughi possono muoversi liberamente, lavorare ed essere proprietari della loro azienda. Ma quanto ancora può reggere il sistema ugandese alle richieste di asilo sempre più numerose? Oltre che dal fronte congolese arrivano disperati in fuga dal Sud Sudan, circa 400mila nell’ultimo anno, e da Burundi, Rwanda e Somalia per un totale di altri 300 mila rifugiati.

La situazione rischia di aggravarsi. Le violenze, in esponenziale crescita per gli osservatori Onu, rischiano di aggravare ulteriormente la situazione nella Repubblica democratica del Congo. Nessuno è più al sicuro, neanche gli stessi operatori delle Nazioni Unite, come denunciato dalle autorità locali la scorsa settimana che hanno diffuso un video che mostra l'omicidio di due esperti UN nella provincia centrale del Kasai. ?Il filmato, di circa due minuti, mostra un uomo e una donna bianchi, l’americano Michael Sharp e una cilena naturalizzata svedese, Zaida Catalan, prima circondati da sette persone che parlano Tshiluba, la principale lingua del Kasai, armate di machete, bastoni e di un fucile, e poi brutalmente uccisi e decapitati. Un portavoce del governo congolese ha accusato di questo crimine i ribelli Kamwina Nsapu, accusati dall'Onu anche di reclutare bambini soldato e di crimini contro l’umanità.

I civili le principali vittime dei ribelli. Ma resta la popolazione civile il principale obiettivo dei miliziani attivi nella regione. Pur di razziare i villaggi non esitano a massacrare chiunque incontrino sulla loro strada. Compresi anziani, donne e bambini. Particolarmente colpite le comunità nell’est del paese dove sono state registrate moltissime uccisioni, saccheggi, rapimenti e stupri, La violenza contro le donne e ragazze anche giovanissime rimane un fenomeno dilagante, sia nelle zone colpite dal conflitto che nelle aree urbane e rurali. Come il reclutamento di minori impiegati come combattenti, personale di scorta o schiavi sessuali?Tutto questo sotto lo sguardo pressoché inerme della missione Onu dispiegata nel Paese.


Di Antonella Napoli

lunedì 10 aprile 2017

In Congo, il Paese delle bambine soldato. Sono decine di migliaia.

Corriere della Sera
Rapite, violentate, costrette a combattere: il terribile racconto delle ragazzine-soldato in una delle guerre più feroci al mondo. Almeno 60.000 bambini nel solo Congo (ma c’è chi dice 100.000), di cui oltre il 35 per cento bambine.

Goma (Congo) - Fuggita di casa quattordicenne «perché non c’era nulla da mangiare e nessuna speranza per il futuro» attirata dalle milizie armate che offrono «pane e dignità» tra i loro campi di capanne nel folto della giungla. Ma poi subito violentata dai suoi comandanti, trattata da «Kubaka», schiava sessuale, per lunghi mesi, sino a che, dopo il periodo di addestramento militare, non si affranca e assume un ruolo più autonomo. Quindi, fortunosamente liberata assieme al figlio di un anno dai militari congolesi in cooperazione con il contingente Onu e inserita nei programmi di riabilitazione per le ragazze-soldato. A 18 anni appena compiuti Esperance Francine non nasconde il desiderio di tornare nella foresta con le milizie, «dove almeno posso cibarmi ogni giorno, c’è chi mi dà aiuto e trovo la solidarietà del gruppo».

>>> Video Corriere TV

Diverso è il racconto di Solange Zawadi, anche lei da poco maggiorenne, a sua volta rapita neppure quindicenne da un gruppo di banditi, violentata ripetutamente, spesso da più uomini la stessa notte, utilizzata per trasportare le merci rubate, affidata quindi al «capitano Sambambi», 45 anni, suo «padrone» con diritto di vita e di morte. Oggi lei si dice «felicissima» di essere stata liberata assieme al suo bambino di ormai tre anni nato tra i suoi persecutori.

Come del resto è del tutto particolare la vicenda di Emakilè, arrivata a Goma da meno di una settimana e ancora visibilmente traumatizzata. Tre anni fa era andata con un’amica della zona di Katala, nel nord Kivu, con l’intenzione di unirsi ai Mai Mai, i gruppi di auto-difesa dei villaggi nelle regioni della guerriglia. Le due invece cadono nelle mani delle Fdlr (le milizie di guerriglieri del Ruanda), che subito le inquadrano nei loro programmi di addestramento. «Abbiamo imparato a sparare, a smontare e pulire i fucili, a tirare le granate e compiere imboscate», ricorda. Un anno di lavoro duro, durante il quale però entrambe sono «bambole da gioco» per i soldati. Di giorno soldatesse a tutti gli effetti e di notte oggetti di piacere.

«Ci prendevano a turno. Prima i comandanti, quindi i loro sottoposti. Noi non potevamo opporci, saremmo state picchiate e poi prese con maggior durezza. Alfrede, una mia amica sedicenne, ha provato a scappare ed è stata uccisa. Uno dei momenti più rilassati era dopo la colazione della mattina. Gli uomini, oltre trecento, partivano per le razzie nei villaggi, oppure per le battaglie contro le altre milizie e noi settanta donne, in maggioranza tra i quindici e diciassette anni, ci riunivamo lungo il ruscello per preparare il pranzo collettivo», spiega. Alla fine dell’addestramento ottiene maggior rispetto. S’innamora di un soldato ruandese 22enne di nome Bosco. «Ci siamo voluti bene, stavamo sotto lo stesso tetto come marito e moglie. Ma ben sette dei suoi superiori hanno ripreso a violentarmi. Bosco ne soffriva, ma non poteva reagire. Mi sono ammalata, sono infetta, ho l’Aids. Così, è stato lui stesso a consegnarmi di nascosto dai suoi capi agli ispettori del Monusco (il contingente Onu, ndr.). Mi ha accompagnato fuori dalla foresta e mi ha dato il suo mitra affinché potessi dimostrare che ero combattente».

Le loro storie sono l’eco drammatico delle infinite tragedie che ammorbano l’Africa profonda. Bambini soldato, Kadogo nei dialetti locali: almeno 60.000 nel solo Congo (ma c’è chi dice 100.000), di cui oltre il 35 per cento bambine, in grande maggioranza concentrati tra i circa 400 gruppi armati delle regioni nord-orientali del Kivu, quelle affacciate ai grandi laghi, alle foreste verso il Ruwenzori, alla giungla impenetrabile resa celebre dall’epopea di Livingstone e Stanley, alle ingiustizie della colonizzazione più cinica e le sue conseguenze tutt’ora alimentate dalle violenze e la corruzione endemica dei governi locali. «Il fenomeno è destinato a peggiorare. In genere i minorenni sono ottimi soldati. 

Obbediscono docili, sparano, uccidono, rubano senza fare troppe domande. In Congo è normale utilizzarli nella difesa dei villaggi. Bambine e bambini, senza differenze», spiega a Goma il 42enne John Muhindokalemeko, responsabile alla sicurezza dell’Avsi (Associazione Volontari Servizi Internazionali), una delle organizzazioni non governative italiane che dai primi anni Settanta lavora anche in Africa con il contributo dei finanziamenti Unicef. Grazie a loro abbiamo potuto parlare con le ex ragazze-soldato maggiorenni. I minori li abbiamo contatti invece in modo indipendente. Il grido d’allarme lanciato da John coinvolge anche noi europei. «Tra novembre e gennaio prossimi dovrebbero tenersi le elezioni in Congo. Ma tanto lascia credere che il presidente Josef Kabila per l’ennesima volta proverà a rinviarle. Così, sono inevitabili nuovi rivolte e conflitti. Crescerà il ruolo delle milizie e ciò incrementerà il numero dei profughi. Sono ormai già decine di migliaia ogni anno, anche se nessuno li censisce, non esistono dati ufficiali a Kinshasa. E sempre di più si uniranno ai flussi di persone che dai Paesi sub-sahariani mirano alle coste della Libia verso l’Italia», aggiunge lui.

Un nuovo enigma anche per i nuovi piani italiani (ed europei) per il controllo dei migranti. Come potremo insediare i centri per selezionare le richieste di asilo nei Paesi di partenza instabili e violenti? Le generazioni di minori-soldato vanno inserite nella categoria di «migranti economici», oppure sono altro? A complicare le cose per i diretti interessati sono le ingerenze dei Paesi vicini come il Ruanda, sempre motivato a sfruttare le risorse naturali e minerarie del Congo, oltre al proliferare del fondamentalismo islamico, specie dall’Uganda. «Quando i soldati con la lunga barba nera ci hanno portato nella giungla subito siamo stati costretti a pregare per Allah in una piccola moschea fatta di tronchi e fango. Noi bambini cristiani siamo stati convertiti. Chi non pregava veniva picchiato, non poteva mangiare», testimonia a proposito David, 9 anni. Rapito con la famiglia nel 2013 dal loro villaggio nel nord del Kivu, subisce ben presto l’indottrinamento dei suoi guardiani, tutti militanti nella Adf/Nalu, nota milizia di jihadisti ugandesi. Due anni fa è stato liberato dai soldati di Kabila durante uno scontro a fuoco in cui è morto anche il padre, che nel frattempo si era islamizzato e alleato ai suoi rapitori.

David da pochi mesi ha iniziato a disegnare la sua odissea come se fosse un fumetto. Sono ritratti i serpenti che incontra nella giungla, disegna in rosso il sangue delle mani tagliate ai bambini accusati di rubare cibo dai jihadisti e persino la scena finale della morte del padre con lui accanto che gli prende l’arma (a sette anni!) e si mette a sparare a sua volta contro i soldati sino a che non è ferito ai piedi da un paio di proiettili. Disegnare per lui è come una terapia liberatoria. Apre il foglio bianco sul tavolo, prende le matite e sorride. Non così Shakira, un’undicenne musulmana ugandese trovata assieme a 54 minori (tra cui 24 bambine) abbandonati e quasi morti di fame dopo uno scontro a fuoco con le Adf/Nalu. Le sue parole sono continuamente interrotte dai singhiozzi. Sussurra e piange Shakira: ha perso mamma, papà, fratelli, non sa dove sia la sua casa, non ricorda il nome del suo villaggio ed è rimasta sola.

Lorenzo Cremonesi - Inviato a Goma

giovedì 5 gennaio 2017

Congo: firmato accordo per elezioni entro 2017; soddisfazione Sant’Egidio

OnuItalia 
Kinshasa/Roma - Il governo del Congo e l’opposizione hanno firmato un accordo politico globale e inclusivo che dovrebbe porre fine alla crisi politica in atto da mesi a causa del continuo rinvio delle elezioni presidenziali. In base all’intesa, Joseph Kabila lascerà la carica di capo di stato dopo le elezioni che si terranno entro la fine del 2017.

L’accordo e’ stato mediato dalla Conferenza Episcopale del Paese. In un comunicato la Comunità di Sant’Egidio ha espresso “soddisfazione e sollievo” per la firma che apre la strada ad elezioni pacifiche entro il 2017. 

“E’ finalmente, dopo un periodo di gravi tensioni, una buona notizia per questo Paese, di fondamentale importanza per la regione dei Grandi Laghi e tutta l’Africa”, afferma Sant’Egidio augurandosi che tutti i firmatari dell’accordo (governo, opposizioni e rappresentanti della società civile) possano attuare fedelmente l’accordo per il bene del Congo e del suo popolo.

Sant’Egidio e’ presente da anni in molte zone del Paese nel campo sanitario (con il programma Dream di prevenzione e cura dell’Aids) e sociale (con interventi a favore delle fasce più deboli della popolazione): la comunità si e’ impegnata a sostenere ogni sforzo di pace, unica via possibile per il futuro della Repubblica Democratica del Congo.

Il Congo ha bisogno di pace: tra maggio e novembre del 2016 le “condizioni di sicurezza non sono migliorate”, afferma il rapporto semestrale degli esperti delle Nazioni Unite sulle condizioni dei diritti umani nel paese africano. “Le violazioni dei diritti dell’uomo” rimangono “generalizzate”, prosegue il documento, mettendo l’accento sulle violenze registrate nella provincia orientale di Beni, dove i massacri della popolazione civile si susseguono senza tregua. Nella zona operano soprattutto le milizie armate ugandesi della Adf (Alleanza delle forze democratiche), di “cui molti capi sono stati identificati” ma sono “ancora in libertà”. Analogo discorso per le Forze democratiche per la liberazione del Ruanda (Fdrl)

domenica 25 gennaio 2015

Congo, la polizia spara sulla folla che protesta contro la riforma elettorale che lascerebbe Kabila al potere

La Repubblica
Ben 42 persone sono rimaste uccise - secondo la denuncia di Human Rights Watch (Hrw) - durante quattro lunghi giorni di proteste e scontri nella Repubblica Democratica del Congo (Rdc)
Kinshasa - Ci sono stati quattro lunghi giorni di proteste e scontri nella Repubblica Democratica del Congo (Rdc) che sono costate la vita a 42 persone durante le accesissime manifestazioni per contestare le modifiche alla legge elettorale che il presidente Joseph Kabila avrebbe voluto imporre per protrarre la sua permanenza alla guida del paese, che dura dal 2001. Il Senato, alla fine, ha approvato la legge sulla riforma elettorale, ma cancellando l'articolo contestato dall'opposizione - l'articolo 8 - che prevedeva un censimento prima delle elezioni del prossimo anno, per rimandare ancora l'appuntamento elettorale, con il quale Joseph Kabila - in carica dal 16 gennaio del 2001, subito dopo l'uccisione di suo padre, Laurent-Désiré - avrebbe prolungato il suo mandato. Le proteste sono cominciate lunedì 19 gennaio a Kinshasa, il giorno stesso in cui ha avuto inizio la discussione della riforma elettorale in Senato. Proteste che si sono poi immediatamente diffuse anche a Goma, capitale del Nord Kivu, nell'est del paese.


I cortei in numerose città. Il governo della Repubblica democratica del Congo - si legge in sostanza in un documento di Human Rights Watch (Hrw) - ha usato la mano pesante per reprimere queste proteste. Le forze di polizia e dell'esercito sono intervenute durante i cortei di protesta spontanee cui numerosissimi congolesi hanno partecipato credendo (a ragione n.d.r) che le modifiche prospettate avrebbero permesso al presidente Kabila di rimanere in carica oltre il limite dei sui doppi mandati. Dimostrazioni si sono svolte in molte altre città, in tutto il paese: a Bukavu, Bunia, Lubumbashi, Mbandaka e Uvira. A Kinshasa, i manifestanti hanno dimostrato nei pressi del palazzo del Parlamento (Palais du Peuple), intorno all'università, dove ci sono state almeno sei vittime tra gli studenti dell'ateneo ed altre scuole che hanno partecipato alle manifestazioni - e nei quartieri di Bandal, Kalamu, Kasa-Vubu, Kimbanseke, Lemba, Limeté, Makala, Masina, Matete, Ndjili, oltre che nel vicino comune di Ngaba.

"La polizia ha tentato di nascondere le prove". Molte delle manifestazioni sono degenerate nella violenza dopo che la polizia nazionale congolese e la Guardia Repubblicana hanno cominciato a sparare gas lacrimogeni e proiettili ad altezza d'uomo tra la folla. I dimostranti hanno scagliato di tutto contro le forze di sicurezza, saccheggiato e bruciato negozi e uffici del governo. Human Rights Watch ha documentato una serie di casi in cui la polizia e soldati della Guardia Repubblicana hanno portato via i corpi delle persone rimaste uccise negli scontri, nell'evidente tentativo di cancellare le prove. Hrw Forze della Guardia Repubblicana anche sparato indiscriminatamente in un ospedale, ferendo gravemente tre persone. La sera prima di proteste sono iniziate, le autorità di governo hanno bloccato i leader dell'opposizione nel loro quartier generale del partito a Kinshasa. Diversi altri sono stati arrestati a Goma e sempre a Kinshasa nei giorni successivi. Nelle prime ore del mattino del 20 gennaio, le autorità hanno bloccano la Rete Internet e i testi delle comunicazioni che i militanti dell'opposizione inviavano in altre parti del Congo. Due giorni fa tutto sarebbe tornato normale, anche se diversi leader dell'opposizione hanno riferito a Hrw che i loro numeri di telefono sono tuttora bloccati.

lunedì 28 aprile 2014

R.D. Congo espulsioni, Brazzaville accusata di “barbarie”

MISNA
Alimenta “forte preoccupazione” e “sdegno” l’ondata di “espulsioni di massa, operate in condizioni disumane” ai danni di centinaia di cittadini congolesi nella confinante Repubblica del Congo. 

A denunciare l’operazione ‘Mbata ya Mokolo’ (“Lo schiaffo dei maggiori”, in lingala) avviata da Brazzaville lo scorso 3 aprile è, tra le altre, l’organizzazione di difesa dei diritti umani Voix des sans voix (Vsv) dopo una nuova ondata di espulsioni nel fine-settimana.

“Nonostante i negoziati aperti tra Kinshasa e Brazzaville l’operazione continua, accompagnata da stupri, trattamenti crudeli e disumani che hanno causato vittime e feriti, ma anche estorsioni e offese morali” si legge nell’appello di ‘Vsv’ intitolato “stop alle espulsioni di massa barbare e selvagge”. L’operazione ‘Mbata ya Mokolo’ è stata lanciata ufficialmente per “lottare contro gli stranieri che vivono in condizioni irregolari a Brazzaville e seminano l’insicurezza in alcuni quartieri”.

Tuttavia l’ong con sede a Kinshasa riferisce dell’espulsione di alcuni cittadini congolesi che erano in possesso di regolare titolo di soggiorno. ‘Vsv’ teme che l’attuazione dell’operazione di sicurezza “senza alcun rispetto dei diritti umani e della dignità umana” possa “compromettere le relazioni di buon vicinato, di fratellanza e di consanguineità tra i popoli delle due capitali più vicine al mondo”. L’ong chiede ai due governi di impegnarsi sul piano politico e umanitario per “fare cessare immediatamente le espulsioni” e “assicurare adeguata assistenza alle vittime”.

Più duro è il tono della denuncia dell’associazione nota come ‘Nuova società civile’, il cui presidente Jonas Tshiombela ha criticato “la passività incomprensibile del governo di Kinshasa”, chiedendo alle autorità di “attuare a loro volta l’espulsione di tutti i congolesi irregolari” che vivono in Repubblica democratica del Congo. Temendo rappresaglie, un gruppo di 500 studenti congolesi è stato rimpatriato a Brazzaville lo scorso fine settimana.

In base ad un bilancio ufficiale, nelle ultime tre settimana circa 1300 cittadini congolesi sono stati espulsi da Brazzaville, causando una nuova crisi umanitaria a Kinshasa. Il governo ha allestito un sito di accoglienza nello stadio Cardinal Malula della capitale. All’emittente locale dell’Onu Radio Okapi, il ministero provinciale dell’Interno a Kinshasa ha riferito della difficoltà a identificare le persone espulse, di cui la maggior parte dice di aver perso la propria carta d’identità nelle operazioni di rimpatrio forzato, attuate tramite i battelli della Società congolese di trasporti e porti (Sctp). Brazzaville e Kinshasa, capitali ‘gemelle’ distanti soltanto 4 chilometri, sono separate dal fiume Congo. Secondo il ministero provinciale dell’Interno sarebbero 30.000 i congolesi espulsi che sono transitati nello stadio Cardinal Malula.

[VV]

martedì 25 marzo 2014

Congo: più di 250 rifugiati annegano cercando di rientrare in patriadall’Uganda

Radio Vaticana

Oltre 250 rifugiati congolesi sono morti nel ribaltamento di un’imbarcazione che stava riportandoli nella Repubblica Democratica del Congo (Rdc). 

Secondo una nota inviata all’agenzia Fides dal Coordinamento della società civile del Nord Kivu, la tragedia si è verificata il 22 marzo. I rifugiati erano fuggiti dalla località di Watalinga, nel territorio di Beni, nel Nord Kivu (est della Rdc), tra luglio e dicembre 2013. In un primo momento erano stati accolti in alcune località di frontiera tra la Rdc e l’Uganda. In seguito erano stati trasferiti dalle autorità ugandesi nel campo di rifugiati di Kyangwali (Uganda) a più di 350 km dalla frontiera.


Quando i rifugiati hanno appreso la notizia che l’esercito congolese aveva liberato i loro villaggi dalla presenza dei ribelli ugandesi dell’Adf-Nalu, hanno chiesto di rientrare nella Rdc. Due imbarcazioni motorizzate erano state messe a loro disposizione per attraversare il Lago Alberto. La prima ha effettuato la traversata senza problemi, mentre la seconda, con 292 persone a bordo, è affondata nel mezzo del lago. Secondo la nota inviata a Fides, l’incidente si è verificato alle 9 del mattino del 22 marzo. Solo 41 persone sono sopravvissute, compreso il comandare e l’intero equipaggio (tutti ugandesi) e qualche rifugiato. La società civile del Nord Kivu chiede al governo congolese un’inchiesta indipendente per accertare le circostanze della tragedia. (R.P.)