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lunedì 11 marzo 2019

Grecia - Migranti, nell’isola di Samos “situazione esplosiva”. L’allarme di Caritas Hellas 4.000 migranti ammassati in un centro per 1.500

SIR
In Grecia, a Samos, oltre 4.000 migranti e rifugiati sono intrappolati sull'isola, in un centro sovraffollato che ne può contenere 1.500. Gli altri vivono in tende e alloggi di fortuna sulla collina che scende verso la città, senza servizi a sufficienza. Le tensioni con la popolazione, che già ha manifestato e scioperato contro questa situazione, rischiano di esplodere.


In Grecia, nell’isola di Samos, si rischia una grave crisi umanitaria: oltre 4.000 migranti e rifugiati sono intrappolati in condizioni terribili, mentre le tensioni con la popolazione locale vanno via via inasprendosi. 

E proprio ieri un naufragio di un’imbarcazione carica di migranti vicino all’isola ha provocato la morte di almeno tre persone, fra cui due bambini. Oltre alla più nota situazione nell’isola di Lesbo, l’hotspot di Samos, che può accogliere solo 1.500 persone, è sovraffollato all’inverosimile. Perciò, all’esterno del campo, le rigogliose colline coperte di pini della bella isola dell’Egeo sono tappezzate di tende e baracche precarie, senza elettricità, con pochi punti per la distribuzione dell’acqua e una ventina di toilette. Rarissimi i medici e gli psicologi. 

I volontari di qualche Ong locale cercano almeno di lavare le lenzuola per impedire il degrado totale. Ma d’inverno fa freddo, il cibo è scarso e accanto agli accampamenti spontanei si ammassano montagne di rifiuti e topi. 

L’assenza di servizi e la presenza, a ridosso della città, di migliaia di donne, uomini e bambini disperati stanno mettendo in difficoltà la convivenza con i 33 mila abitanti di Samos, che normalmente vivono di turismo e cominciano a manifestare insofferenza. Lo racconta al Sir Stamatis Vlachos, project manager di Caritas Hellas (Caritas Grecia). 

In Europa c’è stato lo scorso anno un calo complessivo degli arrivi (139.300 nel 2018) e un cambiamento delle rotte migratorie: la Grecia risulta al secondo posto dopo la Spagna, con circa 32.500 persone rispetto alle 30.000 del 2017. Dopo la crisi del 2015 con un 1 milione di arrivi attraverso la rotta balcanica e gli accordi con la Turchia nel 2016 per il blocco delle frontiere, “le persone stanno ricominciando a sbarcare sulle isole – spiega Vlachos -. Attualmente l’emergenza è nell’isola di Samos, vicino Lesbo”.

“Ci sono troppe persone nei campi e poche infrastrutture di base. Questo ha creato molti problemi, anche in ambito sanitario. La popolazione locale protesta, organizza scioperi. La situazione è esplosiva”.

Patrizia Caiffa

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mercoledì 23 gennaio 2019

Caritas Lombardia "Rispettiamo le istituzioni ma obbediamo alla nostra coscienza". Il "Decreto Sicurezza" taglia i fondi, ma i migranti continueranno a essere accolti nelle loro strutture.

Vita
Continueranno ad accogliere a proprie spese le circa 500 persone che in base alla nuova legge non hanno più diritto all'accoglienza e al relativo contributo. «Rispettiamo le istituzioni ma la nostra coscienza ci impone di andare oltre quanto previsto dallo Stato, per il bene dei nostri ospiti ma anche delle comunità che le accolgono, che si troverebbero a fare i conti con migranti abbandonati a loro stessi e quindi facile preda dei circuiti irregolari», ha detto Luciano Gualzetti

Non è una questione di soldi. «Rispettiamo le istituzioni e collaboriamo lealmente con loro, ma in questo caso la nostra coscienza ci impone di andare oltre quanto previsto dallo Stato, per il bene dei nostri ospiti ma anche delle comunità che le accolgono, che si troverebbero a fare i conti con migranti abbandonati a loro stessi e quindi facile preda dei circuiti irregolari, dentro i quali si annida ogni cosa», così Luciano Gualzetti, direttore della Caritas Ambrosiana e delegato regionale, ha dichiarato la scelta di campo delle Caritas della Lombardia rispetto al "decreto Salvini". 
I migranti che per effetto di quella legge perderanno il diritto a rimanere nei centri di accoglienza gestiti dalle Caritas della Lombardia, non saranno allontanati ma ci resteranno a totale carico degli organismi ecclesiali. Gualzetti ha comunicato la notizia ieri durante un convegno organizzato con l’associazione «Città dell’uomo».

Anche per chi ha diritto a rimanere nei Centri, le nuove convezioni con le Prefetture prevedono, come è noto, cifre più basse: le Caritas della Lombardia tuttavia continueranno a garantire a proprie spese i percorsi di integrazione, in particolare i corsi professionali e i tirocini in azienda. Inoltre continuerà l’impegno con Caritas Italiana per allargare l'accoglienza tramite i canali umanitari, che consentono ai migranti in condizione di grave vulnerabilità di arrivare in Italia senza dover affrontare i rischi delle traversate in mare, gestite dagli scafisti.

In Lombardia, stimano le Caritas, sono almeno 500 le persone che senza questa decisione, secondo la legge 132/18, sarebbero uscite dal sistema di protezione, in particolare titolari di permesso per motivi umanitari e chi avrà il nuovo permesso per protezione speciale che non prevede più l’ingresso nel nuovo sistema di accoglienza (ex Sprar).

Attualmente sono 4.514 i migranti presenti nelle strutture delle dieci diocesi lombarde sui 26.864 complessivamente accolti in Lombardia. Di questi 3.129 si trovano nei Centri di accoglienza straordinaria gestiti in convezione con le Prefetture, 847 negli Sprar dei Comuni, 163 nei centri per minori stranieri non accompagnati. Oltre la metà, 2.293, sono presenti nella rete di accoglienza diffusa della Diocesi di Milano, altri 1.204 nella Diocesi di Bergamo e il resto nelle diocesi di Brescia, Como, Crema, Cremona, Lodi, Mantova, Pavia, Vigevano.

lunedì 14 gennaio 2019

Fontana di Trevi, per fortuna, sotto la pressione dei "social" ennesimo dietrofront. La Raggi: "Monetine resteranno a disposizione della Caritas"

La Repubblica
La sindaca all'Osservatore Romano: "L'ente diocesano e tutte le migliaia di persone assistite dai suoi operatori possono stare tranquille".


"La Caritas e tutte le migliaia di persone assistite dai suoi operatori possono stare tranquille. Garantisco io, in prima persona, che non verrà mai meno il contributo di questa amministrazione. Per quanto riguarda le monetine, confermo che resteranno a disposizione delle attività caritatevoli dell'ente diocesano. Nessuno ha mai pensato di privare la Caritas di questi fondi". Lo dice la sindaca di Roma Virginia Raggi all'Osservatore Romano parlando della questione delle monete raccolte alla Fontana di Trevi.

Il caso monetine era esploso due giorni fa quando si era venuto a sapere che il Campidoglio grillino aveva pubblicato una memoria del gabinetto di Raggi sui centesimi di Fontana di Trevi e riproposto l'idea di non destinarli più alla Caritas, spiccioli che a fine anno si sommano in un gruzzolo da 1,5 milioni di euro e dall'amministrazione Rutelli in poi sono stati affidati all'ente benefico della Diocesi della capitale.

"A quanto si è appreso la decisione dovrebbe diventare operativa dalla mezzanotte del prossimo 31 marzo. E non sarà uno scherzo, ma un magrissimo pesce d'aprile", aveva commentato il direttore di Avvenire, Marco Tarquinio.

L'idea del Comune, almeno a giudicare dall'atto approvato in giunta il 28 dicembre, era quella di affidare la raccolta delle monetine ad Acea e poi dividerle. Una parte sarebbe stata reimpiegata per il restauro dei monumenti. L'altra per fini sociali. Bypassando, però, la Caritas.

domenica 13 gennaio 2019

Roma. Amministrazione Raggi toglie ai poveri i soldi della fontana di Trevi. La Caritas: "Una pioggia di monetine che crea un mare bene"

Avvenire
C'è incredulità e sconforto nella voce di don Benoni Ambarus, da settembre direttore della Caritas di Roma. Il sacerdote, che guida i volontari e i servizi di carità per i poveri di Roma, non riesce a rassegnarsi all’annuncio che il Campidoglio fra tre mesi, cioè dal 1° aprile, smetterà di devolvere all’organismo pastorale le monetine della Fontana di Trevi. Fondi che, dice una Determinazione dirigenziale datata 31 dicembre 2018, non saranno più usati solo per i poveri. 


Se una parte «prevalente» sarà infatti assegnata con bandi per non ben definiti «progetti sociali», un’altra sarà dirottata per la manutenzione ordinaria del patrimonio culturale e un’altra ancora per pagare l’Aceacui sarà dato l’incarico di contare i soldi, svolto finora dai volontari Caritas.

«Sapevamo che era stato intrapreso un percorso di analisi sulle monete della Fontana – spiega – ma avevamo sempre avuto rassicurazioni, ci era stata rinnovata la fiducia del Campidoglio. Non prevedevamo questo esito. Spero ancora non sia definitivo».

Sono fondi importanti per le attività della Caritas?
Assolutamente sì. Il dono che arriva dalla Fontana di Trevi di Roma è una pioggia di monetine che crea un mare di bene. Voglio ringraziare innanzitutto i milioni di turisti - italiani e stranieri che - anche senza saperlo - hanno creato tanta solidarietà. E il Comune di Roma, per la fiducia che da 18 anni ha dimostrato nei confronti della Caritas diocesana. Solo così, raschiando ogni anno il fondo dei nostri bilanci, riusciamo a mantenere i tanti servizi non sostenuti da nessuna convenzione pubblica.

Che strutture sono? Offrono servizi importanti?
Ostia, ad esempio, che fino a due anni fa era in convenzione, poi non più. Lì spendiamo 500 mila euro l’anno: per la mensa che fornisce oltre 150 pasti al giorno, per il centro di accoglienza da 60 posti letto, per il centro ascolto e di orientamento. In quel municipio la Caritas è l’unico polo di solidarietà. Un punto luminoso che, come altri, rischia di affievolirsi. Se non di spegnersi. Come Caritas possiamo contare su una grande generosità di offerte liberali, collette parrocchiali, lasciti testamentari, sull’8 per mille della Cei. E da 18 anni su questa grande e inconsapevole carità dei turisti.

La raccolta della Fontana di Trevi infatti costituisce la metà del bilancio non coperto da convenzioni, il 15% del totale. Cosa succederà se si interrompe?
Mi rifiuto di pensare alla chiusura di servizi per i poveri. Io spero ancora che sia riconfermata la fiducia alla Caritas, che si riesca a trovare un modo che intrecciando la ragionevolezza, la solidarietà e la goliardia del lancio delle monete, mantenga in vita questa rete di aiuto.

Si è fatto un’idea sulle motivazioni di questo stop da parte del Campidoglio?
Ancora no. Sembra effettivamente il risultato di un percorso che abbia voluto, a tutti costi, giungere a questo esito. Certo che se tutti quelli intervenuti in questo processo non hanno usato testa e cuore, abbiamo un bel problema.

E se la Caritas riuscisse ancora ad accedere a questi fondi, erogati con bandi pubblici, cambierebbe qualcosa?
Sì. Le faccio un esempio. Come farei a dare a una famiglia i soldi per pagare le rate del mutuo che ha saltato? I mesi arretrati di affitto? Le bollette di luce e gas? Come farei a sostenere i centri di ascolto, anche se animati da volontari? Non ci sono fondi pubblici per queste forme di carità, comunque vitali. Come farò a dire tutti questi no? Mi appello agli amministratori di buona volontà: non mettano fine all’azione sussidiaria e di welfare generativo che moltiplica l’effetto dei fondi disponibili, crea dignità e giustizia sociale. Non parlo per me, ma a nome di tante persone fragili, italiane e non, che a Roma vivono con difficoltà.

martedì 11 dicembre 2018

Aversa. Aggrediti volontari Caritas che aiutavano i clochard. L'intolleranza e l'odio contro i migranti, sono arrivati adesso a colpire agli italiani poveri.

Avvenire
Un vero e proprio blitz commesso da dieci ragazzi minorenni italiani. Obiettivo erano i "barboni".


Aggrediti nella notte di sabato tre volontari della Caritas diocesana di Aversa (Caserta) che stavano assistendo i senza fissa dimora che cercano riparo nella zona della stazione. Un vero e proprio blitz commesso da dieci ragazzi minorenni italiani. Obiettivo erano proprio i "barboni", un grave atto di intolleranza, non il primo.

«I volontari - ci spiega il direttore della Caritas, don Carmine Schiavoneche ha presentato denuncia ai Carabinieri - stavano facendo il consueto "giro notturno", attività tesa a fornire sostegno morale e beni di conforto ai senza fissa dimora che abitano le nostre piazze. Il gruppo dei dieci minorenni ha scambiato una delle volontarie per una senza dimora che noi abbiamo tolto dalla strada e sta in accoglienza, e si sono avventati contro di lei insultandola e poi aggredendola fisicamente con schiaffi. I volontari hanno cercato di scappare, ma li hanno inseguiti urlando che non dovevano aiutare i "barboni", chiamandoli in tutti i peggiori modi». 


E proprio i clochard sono l'obiettivo di queste violenze. 
«Alla stazione sono solo italiani - precisa don Carmine - e quindi in questo caso non siamo di fronte a un caso di razzismo verso gli immigrati ma di intolleranza nei confronti dei più poveri, il gusto di picchiare i clochard».
Era già successo cinque anni fa e allora il sacerdote chiamò subito la Polizia e fece arrestare gli aggressori, sempre tutti ragazzi. «Un comportamento che risente del clima di intolleranza - denuncia don Carmine -. È un brutto segno, soprattutto per la nostra terra solitamente aperta e solidale. E poi così tanti, una vera gang».

E scattano i provvedimenti delle forze dell'ordine. Così i Carabinieri hanno invitato la Caritas ad avvertirli sia quando fanno attività sul fronte della prostituzione sia quando assistono i clochard, per mandare una pattuglia. «Ma vi rendete conto, andare ad aiutare con la scorta! - si sfoga don Carmine - È proprio assurdo. Ma siamo arrivati a questo livello...». Ma l'attività dei volontari sulla strada certo non si ferma.

mercoledì 21 marzo 2018

La Caritas: bimbi soldati in Siria, costretti a tutto per sopravvivere

Avvenire
Il rapporto denuncia le sofferenze quotidiane della popolazione scampata ai combattimenti ma che è esposta ai peggiori tipi di sfruttamento

E dopo la guerra, «costretti a tutto per sopravvivere». E' la sorte dei sopravvissuti alla guerra civile siriana che, costretti a una quotidianità di sofferenza continua, finiscono per essere vittime dei peggiori tipi di sfruttamento. Lo denuncia il rapporto di Caritas italiana intitolato: "Sulla loro pelle. Costretti a tutto per sopravvivere".
Un recente report delle Nazioni Unite ha mappato più di 4mila villaggi e quartieri in tutta la Siria, ma anche in Giordania e Turchia per registrare i fenomeni più gravi. «Nelle aree in cui si registra una riduzione delle ostilità - afferma il rapporto Onu - i civili soffrono gli effetti di sette anni di conflitto: disintegrazione delle strutture sociali, delle reti di protezione e del rispetto delle regole e della legge, prolificazione di armi, continuo deterioramento delle risorse e alto livello di traumi e stress psicologici». Una violenza pervasiva che si somma all’abbandono forzato dei propri contesti abitativi e la frequente separazione delle famiglie creano «un ambiente sociale molto rischioso per i più vulnerabili».

Il rapporto di Caritas italiana individua così 13 situazioni tipo a cui le persone maggiormente vulnerabili sono esposte in Siria. Situazioni che innescano nelle stesse vittime delle risposte nel lungo periodo ancora più dannose in un circolo vizioso capace di condurre anche alla morte. Le 13 situazioni analizzate sono il lavoro minorile che impedisce la frequenza scolastica, i bambini soldato, le violenze domestiche, i matrimoni precoci, lo sfruttamento economico, i rischi causati da ordigni inesplosi, la separazione familiare, molestie, problemi legati alle proprietà immobiliari, rapimenti, perdita o assenza di documenti personali, molestie e violenze sessuali.

Una società siriana, fra i sopravvissuti alla guerra, fortemente provata se il 97% delle comunità intervistate dichiara la presenza di almeno una di queste 13 voci e tutte le situazioni di rischio presentano un’alta frequenza. Le due voci più frequenti, con una percentuale che supera l’80%, sono «la perdita, o l’assenza, della documentazione relativa all’identità personale, del nucleo familiare o dei beni di proprietà» e «il lavoro minorile che impedisce la frequenza scolastica». Percentuali molto alte sono pure registrate per i matrimoni precoci (riportati dal 69% delle comunità intervistate), le violenze domestiche (51% del totale), il reclutamento di bambini soldato (47%), la violenza sessuale (27%) e i rapimenti (24%). Alcuni fenomeni, come ad esempio le violenze domestiche e i matrimoni precoci, si incrociano disegnando un quadro di ulteriore vulnerabilità. Le strategie di risposta a queste situazioni di gravissimo bisogno, osserva il rapporto di Caritas italiana, possono essere risposte sane - come rivolgersi a strutture o servizi comunitari - oppure non sane - come mandare i bambini a lavorare o intraprendere attività illegali. Nelle risposte positive si evidenzia una forte dipendenza dagli aiuti umanitari mentre si fa poco ricorso a forme di aiuto interne alle comunità stesse (famiglia,vicinato, istituzioni pubbliche). Nelle risposte negative, si evidenziano le situazioni che colpiscono direttamente i bambini o gliadolescenti, come l’abbandono scolastico in favore di attività lavorative, segnalato dall’82% delle comunità intervistate, e i matrimoni precoci dal 57%.
«Bambino soldato nei combattimenti o schiavi sessuali»

Un’altra terribile forma di sfruttamento dei minori è quella dell’arruolamento nelle fila dei gruppi combattenti. Molto spesso gli adolescenti maschi sono impiegati in attività belliche vere e proprie, subendo un addestramento militare e partecipando alle battaglie sulle varie linee del fronte. Sono pure stati segnalati bambini-kamikaze oppure impiegati come scudi umani. Più spesso sono utilizzati in attività di supporto alle truppe combattenti, come nelle cucine da campo, in ruoli di portantini o corrieri. 

Spesso, soprattutto le bambine ma anche i maschi, diventano schiavi sessuali delle truppe. Molti referti ospedalieri parlano di bambini feriti o mutilati in battaglia, ma anche a causa delle torture subite dopo essere caduti nelle mani delle fazioni sia governative che dell'opposizione. Un numero, conclude il rapporto Caritas, impossibile da stimare, ma il 47% delle comunità intervistate indica questo fenomeno come presente. I più colpiti sono ragazzini tra i 12 e i 17 anni (47%) seguiti dalle ragazze della stessa fascia di età (25%) e infine ragazzi e ragazze più piccoli di 12 anni. Tutte situazioni che, se anche i combattimenti finissero immediatamente, continueranno a provocare danni per anni.

Luca Geronico

venerdì 9 febbraio 2018

Ostia - Appello Caritas - Il governo della Capitale non sostiene la mensa e il dormitorio e rischia di chiudere

Caritas Roma
Un appello pubblico al Comune di Roma per risolvere l’annosa questione della mensa, del dormitorio e del centro di ascolto diocesani che la Caritas diocesana promuove a Ostia. 

Il documento, sottoscritto dai parroci che guidano le otto comunità del litorale – Sant’Agostino, Santa Monica, Sant’Aurea, San Nicola di Bari, Santa Maria Regina Pacis, Santa Maria Stella Maris, Nostra Signora di Bonaria, San Vincenzo de’ Paoli – è stato affisso in tutte le chiese e verrà distribuito ai fedeli domenica 11 febbraio.
«Il Comune di Roma – scrivono i parroci – non finanzia da più di un anno né la mensa (che fornisce più di 200 pasti ogni giorno), né il centro di ascolto, né il dormitorio (che ospita circa 60 persone)».
Nell’appello si spiega che «il motivo ufficiale è che i locali della ex Colonia Marina “Vittorio Emanuele” (di proprietà del Comune) non sono a norma per permettere una gara di aggiudicazione di un qualsiasi servizio e quindi la Caritas diocesana non può partecipare ad alcun bando di concorso per avere dei contributi di aiuto».

«Finora – spiegano i parroci – il Comune non ha offerto alcuna alternativa pubblica valida per spostare i tre servizi all’interno di Ostia, in altra struttura idonea o adattabile, nonostante si tratti di un servizio sociale in cui la Caritas fornisce solo supplenza a servizi sociali che dovrebbe essere a carico della Pubblica amministrazione».

Nella lettera viene evidenziato come le spese che da un anno sono state sostenute per continuare il funzionamento dei centri «ammontano a circa 20mila euro al mese e finora sono state interamente garantite dalla Chiesa di Roma che, anche attraverso le parrocchie, garantisce la presenza di volontari». Avvertono però i parroci che «non si sa fino a quando questa spesa potrà essere sostenuta» e che, quindi, «l’alternativa non potrà che essere la chiusura di tali servizi, con gravi ripercussioni per le urgenze del territorio ostiense, già così disagiato da anni».

L’appello delle comunità parrocchiali si conclude dicendo che «dopo tanti mesi di inutili tentativi di trovare una soluzione accettabile e vista l’apparente e continua indifferenza dell’amministrazione comunale per le estreme povertà del territorio, è giusto che tutti siano messi al corrente della cosa».

sabato 1 luglio 2017

Denuncia - Caritas di Roma: tra i rifugiati aumentano i casi di tortura

Avvenire
In 12 anni nel poliambulatorio diocesano sono stati presi in carico 334 pazienti. Nell'ultimo anno 45. Donne torturate e violentate. Anche casi di persone costrette ad assistere alle violenze.

«Con l'aumento dei richiedenti protezione internazionale crescono in Italia i cittadini stranieri che hanno subito varie forme di tortura ed oppressione». 


Lo denuncia la Caritas di Roma nel dossier "Ero forestiero e mi avete ospitato", elaborato in occasione della Giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2017. 

Un capitolo è dedicato proprio ai casi di tortura, e prende spunto dal progetto "Ferite invisibili", avviato alle fine del 2005 presso il Poliambulatorio Caritas per immigrati «mirato specificatamente alla riabilitazione psicologica di queste persone che si trovano in condizione di fragilità sociale». 

E i numeri sono drammatici. In quasi 12 anni di progetto sono stati presi in carico 334 pazienti (266 uomini e 68 donne) e sono stati effettuati 4.844 colloqui psicoterapeutici con una media di 14 visite/paziente a sottolineare la complessità e la delicatezza dell'approccio terapeutico. Casi che restano molto alti. Negli ultimi 12 mesi, ci spiega il dottor Salvatore Geraci, responsabile dell'area sanitaria della Caritas e presidente della Società italiana di medicina delle migrazioni, «abbiamo seguito 45 pazienti, di cui 26 nuovi. Sono state prese in carico 37 persone, mentre le altre 8 hanno fatto il colloquio di valutazione e sono state orientate ad altri servizi territoriali. Finora sono state effettuate 425 sedute terapeutiche». «Più uomini che donne, ma spesso queste ultime oltre alla tortura hanno dovuto subire anche violenze sessuali - ci spiega ancora Geraci -. E ci sono anche casi di "tortura da spettatore", cioè essere esposto alla tortura di un familiare o di una persona che conosci».

Numeri alti ma provenienze che cambiano. Fino al 2010 i pazienti arrivavano soprattutto dall'Afghanistan, seguiti dalla Guinea, Nigeria e Eritrea. Dal 2011 al 2013 soprattutto da Costa d'Avorio, seguiti da Afghanistan, Camerun e Senegal. Tra il 2014 e 2015 si nota un aumento graduale e significativo di quelli provenienti dal Gambia. Attualmente prevalgono le persone in arrivo da Pakistan, Mali, Nigeria e Senegal. Vengono da paesi di guerre e di persecuzioni, accomunati dalle violenze subite nel loro paese o durante il viaggio.Casi molto difficili. 

Così l'equipe che li segue è formata da psicoterapeuti, psichiatri, mediatori culturali, infermieri, operatori del sociale, medici, e offre un servizio di ascolto e di psicoterapia transculturale. «L'aiuto - si legge sempre nel dossier -, attraverso un attento lavoro di equipe, consiste innanzitutto nel far riconoscere l'orrore vissuto e le "ferite" psichiche indotte, affinché queste persone possano riappropriarsi della dignità di esseri umani, dare un significato alla loro esperienza e riprogettare un futuro per la loro esistenza. Nel contempo cerca anche di costituire una fitta rete socio-assistenziale per sostenere percorsi legali, informativi e formativi (accoglienza protetta, insegnamento della lingua italiana, formazione professionale, inserimento lavorativo...)». Un lavoro prezioso al punto che nel febbraio 2012, l'Ufficio delle Nazioni Unite dell'Alto Commissario per i Diritti Umani ha riconosciuto il servizio all'interno della rete sovrannazionale di sostegno e cura alle vittime di tortura. «Sono persone fragili, da tutelare, da non ritraumatizzare», sottolinea Geraci.

Ma c'è un altro fenomeno che preoccupa gli operatori della Caritas, in parte collegato a quella delle torture. Infatti parallelamente all'aumento degli sbarchi «è stato possibile registrare un incremento sensibile dei ricoveri di pazienti stranieri negli ospedali psichiatrici italiani, ed è ipotizzabile (sia pur tutto da dimostrare) un qualche tipo di relazione tra le due osservazioni».

 Anche qui i numeri sono chiari: nel 2009 i ricoveri di stranieri in psichiatria sono stati 2.682 maschi e 3.362 femmine, più o meno in linea con gli anni precedenti; nel 2011, i ricoveri sono passati a 4.518 maschi e 4.909 femmine, mantenendosi anche negli anni successivi intorno a quest'ordine di grandezza, «con un incremento repentino e piuttosto significativo, che non si correla a un corrispondente aumento dello stock di immigrati nel Paese». Di conseguenza, i tassi sono passati da 122 a 188 ospedalizzazioni ogni 100mila immigrati residenti, con un incremento superiore al 50%.


Antonio Maria Mira

giovedì 6 aprile 2017

Associazioni al Comune di Roma - Forte preoccupazione per garanzie diritto iscrizione anagrafica dei senza fissa dimora

SIR
La Caritas di Roma, la Comunità di Sant’Egidio, l’Esercito della Salvezza, Focus-Casa dei diritti sociali e Associazione Centro Astalli esprimono oggi “seria preoccupazione” per la deliberazione della Giunta capitolina n. 31 del 3 marzo 2017 in materia di iscrizione anagrafica delle persone senza fissa dimora. 

Le cinque organizzazioni – che operano a titolo gratuito e collaborano da oltre 20 anni con il Comune di Roma – ribadiscono “perplessità” sull’accessibilità e l’effettivo futuro esercizio del diritto di residenza per le persone senza dimora. 

Solo con l’iscrizione anagrafica si può richiedere infatti un documento di identità, esercitare il diritto di voto, ottenere l’assistenza sanitaria e tutte le misure sociali collegate alla residenza, come la possibilità di chiedere la cittadinanza, il riconoscimento di invalidità, riscuotere la pensione. 

Ciò avviene oggi per circa 20mila persone a Roma, 18mila delle quali non più “invisibili” grazie al lavoro delle associazioni e solo 2mila per opera delle strutture comunali. “La nuova procedura – denunciano le associazioni – rischia di non garantire tale servizio a tutti i cittadini in situazioni di fragilità sociale, penalizzando quanti hanno meno possibilità di incontrare la pubblica amministrazione”. Chiedono perciò “di risolvere al più presto le criticità” predisponendo le “consequenziali misure correttive”.

Pur “riconoscendo che la nuova delibera investe finalmente l’amministrazione pubblica di un ruolo che le è proprio”, temono che “affidare in modo esclusivo il servizio di iscrizione anagrafica delle persone senza fissa dimora ai Municipi, in una realtà complessa come quella romana, senza un’adeguata preparazione degli impiegati e un incremento delle risorse, rischia di creare problemi effettivi di esigibilità dei diritti”. 

Ad esempio il servizio di mediazione culturale per gli stranieri; la casella postale per la corrispondenza fiscale e amministrativa (le comunicazioni arriveranno invece all’indirizzo del Municipio); l’assistenza nella compilazione della modulistica. 

Nel caso di cittadini stranieri le organizzazioni ricordano che occorre “assicurare idonee modalità per consentire ai lavoratori domestici di ottenere la residenza anagrafica anche nei numerosi casi nei quali i datori di lavoro non consentono l’iscrizione pur vivendo il lavoratore presso di loro”; assicurare “l’iscrizione anagrafica di chi esce dai centri per i richiedenti asilo con un titolo di soggiorno” ma è “senza alloggio o in un alloggio irregolare o abusivo”. 

Per quanto riguarda i nuclei familiari che vivono in situazioni di indigenza occorre “garantire il diritto all’iscrizione anagrafica delle persone che vivono in sub-affitto o in occupazione abusiva”. Serve anche il riconoscimento delle nuove figure di “senza tetto” e “senza fissa dimora” di chi in seguito a separazione o divorzio perde l’uso della casa familiare.

mercoledì 8 febbraio 2017

Giornata contro la tratta. Il Papa: "minori schiavi, debellare questo crimine vergognoso"

Avvenire
La Giornata contro il traffico di esseri umani. Caritas: in Italia 70mila donne e 150mila uomini vittime. Sant'Egidio: serve iscrizione anagrafica. L'appello di Francesco


Un bambino al "lavoro" in una piantagione di cacao
«Ascoltiamo il grido di tanti bambini schiavizzati. Nessuno resti indifferente al loro dolore» scrive Papa Francesco in un tweet. Per la Giornata Internazionale di preghiera e riflessione contro la tratta di persone di oggi dal titolo 'Sono bambini non schiavi!' Francesco accende i riflettori sugli 'invisibili', i piccoli schiavi di cui si perdono tracce

In Italia, si sa che il momento più pericolo sta in quelle 24-48 ore che passano dallo sbarco. È infatti in questo lasso di tempo che i migranti vengono intrappolati nella rete della tratta. Malavitosi e trafficanti intercettano i più deboli per sfruttarli con lavoro nero e prostituzione. Donne, giovani ed adolescenti. Dalle 50mila alle 70mila donne, costrette a prostituirsi, e circa 150mila uomini, in gran parte giovani migranti, sfruttati per il lavoro forzato: sono le cifre del fenomeno della tratta in Italia, fornite da Caritas Italiana alla vigilia della terza Giornata mondiale contro la tratta, che si celebra oggi, mercoledì 8 febbraio.

L’Italia infatti, spiega la Caritas, rappresenta da sempre il naturale corridoio di accesso all’Europa, al grande sogno di pace e dignità per tanti uomini, donne e bambini del continente africano, e non solo. «Un sogno che troppo spesso si infrange contro la miope politica migratoria degli Stati europei, in particolare per tante donne, giovani e bambini, prede di trafficanti senza scrupoli e sempre più ridotti in condizioni di vera e propria schiavitù per lo sfruttamento sessuale e lavorativo». E sul popolo degli invisibili, anche Sant’Egidio lancia un appello in occasione della Giornata mondiale: contro la tratta dei minori serve l’anagrafe. In Africa si calcola che più di 85 milioni di bambini l’anno non vengano iscritti all’anagrafe al momento della nascita. Milioni di bambini che 'ufficialmente' non esistono e rimangono quindi esposti ai rischi di essere arruolati come bambini-soldato, diventare vittime di schiavitù, abusi sessuali, traffico di organi e lavoro minorile.

Senza dimenticare il fenomeno molto diffuso dei 'matrimoni precoci'. «Un documento d’identità sembra poco – sottolinea Sant’Egidio – invece protegge dall’illegalità e permette la partecipazione alla società, dando la possibilità di studiare, lavorare e viaggiare legalmente». Dal 2008 la Comunità di Sant’Egidio combatte questo fenomeno gravissimo con il programma 'Bravo!’ (Birth Registration for All Versus Oblivion) in diversi paesi africani, fra cui Burkina Faso, Mozambico e Malawi. Per sconfiggere la piaga dei bambini-schiavi, sottolinea Michael Czerny, sottosegretario al Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, è «rendere il problema visibile». «Il problema è che questi bambini oggetto di traffico e schiavizzati sono invisibili – aggiunge Czerny – Perciò questa giornata è importante per renderli visibili, ascoltarli, affinché entrino nei nostri cuori».

E all'udienza del mercoledì il Papa ha pronunciato un appello ai governi: "Oggi - ha detto il Papa - si celebra la Giornata di preghiera e riflessione contro la tratta di persone, quest'anno dedicata in particolare a bambini e adolescenti. Incoraggio quanti in vari modi aiutano i minori schiavizzati e abusati a liberarsi da tale oppressione. Auspico che quanti hanno responsabilità di governo combattano con decisione questa piaga, dando voce ai nostri fratelli più piccoli, umiliati nella loro dignità. Serve ogni sforzo per debellare questo crimine vergognoso e intollerabile".

Daniela Fassini

lunedì 21 marzo 2016

Immigrazione, preoccupazione di Caritas per intesa Ue-Turchia

Radio Vaticana
Continua a far discutere l’accordo Ue-Turchia sull'immigrazione raggiunto venerdì scorso ed entrato in vigore oggi. In base all'intesa, i migranti che d'ora in poi arriveranno sulle isole greche saranno rimandati in Turchia, ma già la Grecia ha fatto sapere che sarà difficile un'applicazione immediata e ieri si è registrato il caos sull'isola di Lesbo, principale porto d'ingresso dei migranti in Europa. 


Inoltre, molte ong e associazioni hanno espresso preoccupazione sul fatto “che si sia deciso di far rientrare in Turchia i migranti cosiddetti irregolari che hanno compiuto la traversata fino alle isole greche”. 

Alessandro Guarasci ha sentito Oliviero Forti, responsabile immigrazione di Caritas Italiana:

R. – Da un lato, non permettiamo, giustamente, alla Turchia di procedere con l’adesione all’Unione Europea, perché mancano i requisiti minimi, soprattutto il riferimento al rispetto dei diritti umani. Però, quando si tratta di rimandare indietro i profughi che arrivano da quel Paese, questa preoccupazione viene meno. Quindi, ci chiediamo dove sia la coerenza in tal senso. E poi anche la parte pratica, di implementazione di questo accordo, la vediamo molto, molto complicata. D’altronde, anche la nostra presidente della Camera, Laura Boldrini, ha espresso perplessità, peraltro partendo dalla sua esperienza come portavoce dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati.

D. – Possiamo parlare in questo caso di “respingimenti”, per cui tra l’altro l’Italia è stata anche criticata dall’Unione Europea?

R. – Sì, noi siamo stati a suo tempo condannati – l’Italia, non dimentichiamolo – per i respingimenti in mare fatti verso la Libia, dopo l’accordo con Gheddafi. Oggi, questo accordo lo stiamo facendo con il governo di Erdogan. Credo che andremo incontro agli stessi problemi. Se poi, come è avvenuto l’altro giorno, i respingimenti verranno fatti dalle forze di polizia della Turchia, questo sembra non doverci preoccupare o quantomeno qualcuno crede che non dovrebbe preoccuparci, ma il tema rimane lo stesso. E quindi, a oggi, non ci rimane che vigilare seriamente su quello che accadrà, anche perché, ripeto, pensare di avviare un sistema in luoghi come Lesbo – dove ci sarà bisogno di verificare se le persone che arriveranno saranno destinatarie di una qualche forma di protezione – lo vediamo complicato, se non quasi impossibile.
D. – Dall’agenda di questo vertice è rimasto del tutto fuori il tema dei canali umanitari. Questa possibilità non viene ancora esplorata dall’Europa?

R. – Non viene esplorata. Di tanto in tanto qualcuno tenta di inserirla, ma viene prontamente tolta dall’agenda delle discussioni a Bruxelles. Ma la cosa che preoccupa ancora di più è il fatto che non solo non si ragioni sui canali umanitari, ma anche il tema del ricollocamento, che dovrebbe essere la questione sulla quale far girare tutta questa nuova prospettiva europea di gestione, di per sé non funziona e non funzionerà, perché già alcuni Paesi, come l’Ungheria, hanno affermato che non vorranno sul proprio territorio profughi. Quindi, tutto questo messo insieme dà un quadro confuso, che costerà soprattutto ai profughi una situazione di insostenibilità, che già stanno vivendo, e che probabilmente continueranno a vivere nelle prossime settimane e nei prossimi mesi.

domenica 27 luglio 2014

Caritas: aiuti a migliaia di musulmani rifugiati in scuole e chiese di Gaza

Radio Vaticana
Ci sono quasi 1300 palestinesi, in stragrande maggioranza musulmani, rifugiati nella chiesa greco-ortodossa di San Porfirio a Gaza per sottrarsi ai bombardamenti dell'esercito israeliano. Altri 700 hanno trovato rifugio presso la chiesa cattolica della Sacra Famiglia. 

In questi giorni la loro sopravvivenza dipende in buona parte dalle iniziative di soccorso e assistenza messe in campo da Caritas Jerusalem per dare il proprio contributo all'affronto dell'emergenza rappresentata da più di 130mila sfollati (di cui 70mila ammassati nelle scuole dell'Onu) che hanno dovuto lasciare le loro case dall'inizio dell'operazione militare israeliana “Bordo Protettivo”. Finora i morti tra i palestinesi sono oltre 700, e i presidi sanitari della Striscia non riescono a far fronte all'impressionante quantità dei feriti (più di 4mila).

“I nostri 18 operatori stanno lavorando senza sosta in quella situazione terribile, coi nostri Centri medici mobili che operano nelle scuole e distribuendo kit di sopravvivenza alle famiglie ammassate nelle scuole, in collaborazione con l'Onu” riferisce all'agenzia Fides padre Raed Abusahliah, direttore di Caritas Jerusalem.

Da ieri - aggiunge il sacerdote palestinese residente a Ramallah -abbiamo preso per una settimana la responsabilità dei rifugiati presenti nella chiesa ortodossa e nella scuola cattolica. Distribuiamo cibo e pasti caldi, latte e beni di prima necessità per i bambini, carburante per i generatori elettrici. Intanto, con Caritas Internationalis, abbiamo lanciato un appello per progetti e iniziative a lungo termine da avviare immediatamente dopo il cessate il fuoco. Serviranno fondi per un milione 130mila euro. Ma già vedo arrivare adesioni da tutto il mondo, e anche in Terra Santa soprattutto i giovani danno offerte alla Caritas per i fratelli di Gaza. E’ un flusso ininterrotto”.

Sabato e domenica prossima in tutte le parrocchie di Giordania, Palestina e Israele si pregherà per il ritorno della pace e ci saranno raccolte fondi a favore della gente di Gaza. (R.P.)

venerdì 4 aprile 2014

Maroc : la Caritas dénonce des déplacements forcés de migrants

Secours Catholique
« Les actions d’accompagnement mises en œuvre par nos associations sont inadaptées à ce que nous considérons comme une crise humanitaire, survenue en pleine capitale », dénoncent les ONG marocaines.
Depuis le début du mois de décembre 2013, nos organisations ont constaté l’arrivée quotidienne de dizaines, puis de centaines de migrants (dont des mineurs) déposés dans divers lieux de l’agglomération de Rabat (notamment la gare de Kamra) par des bus réquisitionnés par les forces de l’ordre en provenance des régions environnant les enclaves espagnoles de Sebta et Melilla.


Si certaines de ces personnes reconnaissent avoir été interpellées lors d’une tentative de franchissement de la frontière avec Sebta et Melilla, nombre d’entre elles témoignent avoir été arrêtées dans la rue, sur leur lieu de résidence en forêt ou en territoire espagnol. Nous n’avons pas obtenu jusqu’ici d’explication officielle sur les motivations de ces pratiques de “déplacement forcé” en dehors de toute procédure judiciaire individuelle.
Le centre d’accueil migrants de Caritas obligé de fermer

Parmi ces personnes, laissées sans-abri sur Rabat, nous portons assistance à un nombre croissant de blessés présentant des fractures et divers traumatismes qu’ils attribuent en grande partie à des violences exercées par les Forces auxiliaires marocaines ou la Guardia civil lors de l’arrestation.

Les actions d’accompagnement mises en œuvre par nos associations sont inadaptées à ce que nous considérons comme une crise humanitaire, survenue en pleine capitale. Illustrant l’ampleur du phénomène, le centre d’accueil migrants de Caritas qui a accompagné plus de 16 000 migrants à Rabat depuis 2005 a fermé ses portes durablement depuis le 24 mars 2014, ne pouvant faire face à une sur-fréquentation inégalée (une centaine d’arrivées/jour) et des situations médicales (blessés graves et nombreux) dont la prise en charge dépasse ses capacités.

Tout en rappelant les recommandations fondamentales issues du rapport du Conseil national des droits de l’homme sur la situation des migrants et réfugiés au Maroc en référence auquel Sa Majesté le Roi Mohammed VI a posé les bases d’une nouvelle politique migratoire, respectueuse des droits de l’homme [1], nous demandons :

Aux autorités marocaines en charge de la sécurisation des frontières que des instructions soient données dans les plus brefs délais aux forces de l’ordre en sorte de mettre un terme aux violences lors des interpellations, de garantir le respect des procédures individuelles et d’interrompre ces “déplacements forcés” à l’intérieur du pays.

Aux autorités espagnoles, de mettre un terme aux expulsions illégales vers le Maroc des migrants entrés dans les enclaves, de veiller à ce que la coopération avec le Royaume du Maroc en matière de gestion des frontières s’inscrive dans le plus strict respect des deux législations nationales et du droit international, et de rappeler à ses services de police l’interdiction d’usage de la violence envers les migrants.

Au Conseil national des droits de l’homme au Maroc et à l’Organisation des Nations unies de missionner des observateurs internationaux, de part et d’autre des frontières de Ceuta et Melilla, afin de relever les violences et violations graves de droit dont les migrants sont l’objet et de les porter à la connaissance des autorités concernées.

Et dans l’immédiat, pour pallier l’arrêt contraint des activités du Centre d’accueil migrants de Caritas, nous demandons aux autorités sanitaires à l’échelle régionale (de Rabat et des autres villes de destination des bus conduisant des migrants arrêtés dans le Nord), tout en étant conscient des moyens limités des structures publiques, de mettre en place un dispositif d’orientation et de prise en charge afin que les soins nécessaires soient dispensés aux personnes blessées et aux institutions en charge de la protection de l’Enfance, qu’une assistance adaptée soit prévue en particulier pour les mineurs non accompagnés.

Organisations signataires
 - Amane
 - Association de Lutte Contre le Sida (ALCS)
 - Caritas Maroc
 - Association Lumière sur l’Émigration Clandestine au Maroc (Alecma)
 - Comité d’Entraide International (CEI) 
 - Conseil des Migrants Subsahariens au Maroc (CMSM)
 - Groupe d’Accompagnement et de Défense des Étrangers et Migrants (Gadem)
 - Fondation Orient Occident (FOO)
 - Oum el Banine
 - Terre des Hommes