Pagine

Visualizzazione post con etichetta Nigeria. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Nigeria. Mostra tutti i post

lunedì 26 ottobre 2020

Grave situazione in Nigeria. Continue proteste dei giovani per violazioni diritti. Dura repressione: estorsioni, ricatti, rapimenti, torture, vere e proprie esecuzioni

Notizie/Italia/News
La Nigeria oggi è la nazione più popolosa dell’Africa, con i suoi 200 milioni di abitanti (metà dei quali sono giovani). In queste ultime settimane sta vivendo una situazione complessa a causa di diverse migliaia di giovani che protestano contro le violazioni dei diritti, gli abusi di potere e l’autoritarismo violento della polizia.


Il 20 ottobre scorso, a seguito di continue manifestazioni di protesta, il governo ha imposto il coprifuoco a Lagos, megalopoli nel sudest del paese. Nonostante ciò, migliaia di giovani si sono riversati in strada sfidando pacificamente le autorità. In risposta, alcuni elementi delle forze dell’ordine hanno interrotto la corrente elettrica, iniziando poi a sparare sulla gente.

Ci sono state decine di morti e, in alcuni casi, si sono verificate delle vere e proprie esecuzioni, denuncia Amnesty International. L’impatto internazionale della crisi è stato forte, tanto da entrare persino nella campagna elettorale USA: il candidato democratico Joe Biden, nel corso di un comizio elettorale, ha chiesto la fine della repressione in Nigeria.

Nel paese opera una polizia speciale, la “SARS” (nessun riferimento al virus che sta imperversando sul pianeta, ma è l’acronimo di “Special Anti-Robbery Squad”). Essa è un’unità di pubblica sicurezza da anni sotto i riflettori, perché accusata di estorsioni, ricatti, rapimenti, torture fino a delle vere e proprie esecuzioni.

Germano Baldazzi

giovedì 9 gennaio 2020

Nigeria. Sono 2.745 i prigionieri nel braccio della morte.

nessunotocchicaino.it
Il Servizio Correzionale della Nigeria (NcoS) ha reso noto essere circa 2.745 i condannati a morte in attesa di esecuzione nelle carceri di tutto il Paese. 
Il Supervisore Generale dell'NCoS, Ja'afaru Ahmed, lo ha comunicato durante un tour per i media nel centro agricolo di Dukpa, Gwagwalada, il 18 dicembre 2019 ad Abuja. 

Ahmed, rappresentato dal portavoce del Servizio, Francis Enobore, ha affermato che la riluttanza di alcuni governatori statali a firmare le condanne a morte dei prigionieri è uno dei fattori che contribuiscono alla congestione nelle strutture correzionali. "Alcuni governatori statali non sono disposti a firmare condanne a morte di detenuti, né sono pronti a commutare le loro condanne a morte in ergastolo", ha detto.

"Questo è importante; alcune delle loro disposizioni autorizzano i centri correzionali a respingere i detenuti in modo che le strutture non siano sovraffollate", ha detto.

Il Supervisore Generale ha anche rivelato che 22 ex membri del gruppo Boko Haram, che erano stati de-radicalizzati dal Servizio Correzionale, si sono presentati all'esame per il Certificato di scuola superiore. Ha descritto il processo di de-radicalizzazione da parte del Servizio come parte delle misure di riabilitazione.

mercoledì 13 novembre 2019

Nigeria. Hrw: migliaia di persone con problemi psichiatrici tenute in catene e vittime di abusi

Blog Diritti Umani - Human Rights
Un rapporto di Human Rights Watch denuncia  diffusione in tutta la Nigeria dell'abuso e della tortura dei pazienti con problemi di salute mentale, afferma che le persone vengono incatenate e subiscono violenze fisiche e sessuali inclusa la terapia con elettroshock nei centri gestiti da organizzazioni pubbliche e private.


Il rapporto di HRW mostra che gli interventi operati dal governo non sono riusciti a risolvere un problema diffuso in tutta la Nigeria. 
Stigma e idee sbagliate, comprese le convinzioni secondo cui le condizioni di salute mentale sono causate da spiriti maligni o demoni, di conseguenza i pazienti sono spesso detenuti, abusati e costretti a "dormire, mangiare e defecare all'interno dello stesso spazio confinato", spesso di fronte ad altri.

Sono presenti meno di 300 psichiatri in una popolazione di oltre 200 milioni di abitanti, la loro carenza aumenta il ricorso a centri di guarigione religiosa con trattamenti inadeguati. 

Una donna detenuta in un tradizionale centro di cura vicino alla capitale, Abuja, è stata trovata vincolata a un tronco d'albero con un anello di ferro. Era lì da tre settimane "con la parte superiore del corpo nuda ... non era in grado di muoversi e quindi è stata costretta a mangiare, urinare e defecare dove sedeva"

ES

Fonte: The Guardian: Abuse and torture of mental health patients ‘rife’ across Nigeria, says report

domenica 6 ottobre 2019

Nigeria. Rilasciati 25 bimbi rapiti da Boko Haram. Si tenta di riunirli alle famiglie

Avvenire
Con loro sono stati portati via anche due dipendenti. Non è chiaro se siano stati terroristi di Boko Haram o criminali comuni. Ancora prigioniere 100 ragazze sequestrate a Chibok nel 2014.


L'esercito nigeriano afferma di aver liberato e consegnato al governo dello Stato di Borno 25 bambini precedentemente arrestati in relazione alle attività dell'organizzazione terroristica jihadista Boko Haram. Lo riferisce il 'Premium Times', specificando che l'arresto dei bambini, 23 maschi e 2 femmine, è avvenuto durante diverse incursioni militari contro i nascondigli di Boko Haram.

I bambini, assolti da qualsiasi coinvolgimento ostile negli atti di terrore, una volta rilasciati sono stati portati in un centro di riabilitazione gestito dal governo del Borno e dal Fondo delle Nazioni Unite per l'infanzia (UNICEF). La commissaria dello Stato del Borno per le Donne e lo Sviluppo Sociale, Zuwaira Gambo, ha ringraziato i militari e l'UNICEF per la collaborazione: "La partnership tripartita ha assistito 1.627 bambini, tra cui 614 ragazze e 988 ragazzi, associati a conflitti armati". 

Ha aggiunto che i bambini riabilitati "sono stati completamente reintegrati nella società e uniti alle loro famiglie, mentre alcuni hanno continuato a ricevere ulteriori riabilitazioni". In rappresentanza dell'UNICEF, Pernille Ironside, ha dichiarato che i bambini "sono portati via dalle loro famiglie e comunità, privati ella loro infanzia, istruzione, assistenza sanitaria e della possibilità di crescere in un ambiente sicuro e favorevole", aggiungendo che i bambini liberati "sono stati consegnati al ministero degli Affari Femminili e dello Sviluppo Sociale dello stato del Borno e saranno tenuti presso un centro di transito sostenuto dall'UNICEF, mentre sono in corso gli sforzi per riunirli con le loro famiglie e reintegrarli nelle loro comunità".

Questa notizia positiva arriva il giorno dopo un'altra, di segno opposto: ieri infatti sei studentesse di una scuola media e due membri del personale della scuola sono stati rapiti nello stato di Kaduna, nel nord della Nigeria. Si tratta di un'area del Paese ancora preda dei terroristi islamici di Boko Haram e dell'Isis, ma dove operano anche gang armate di criminali comuni, che chiedono il pagamento di riscatti, che gli inquirenti - scrive la Bbc - ritengono al momento essere i più probabili responsabili.

Il rapimento è avvenuto prima dell'alba all'Engravers College, un collegio vicino al villaggio di Kakau Daji, a sud della città di Kaduna. Secondo le dichiarazioni riportate da Bbc News Africa, gli ufficiali dell'unità anti-rapimento della polizia, così come la polizia regolare, stanno facendo tutto il possibile per garantire che le persone rapite vengano liberate illese.

Circa 100 delle oltre 270 studentesse rapite da Boko Haram nel 2014 dalla città di Chibok, a sud della Nigeria, sono ancora prigioniere, mentre la settimana scorsa la polizia della città di Kaduna ha liberato centinaia di uomini e ragazzi da una presunta scuola islamica, dove erano stati picchiati e maltrattati.

martedì 1 ottobre 2019

Orrore in Nigeria - Scoperta una “fabbrica” di bambini: donne violentate per vendere i neonati.

TPI
Scoperta una vera e propria “fabbrica di bambini” in Nigeria. La polizia ha liberato 19 ragazze e donne, tra i 15 e i 28 anni, che venivano messe incinte e fatte partorire da un’organizzazione che poi vendeva i neonati. 



I bambini venivano venduti a 1.400 dollari l’uno se maschi e 830 dollari se femmine. Non è stato precisato se gli acquirenti fossero della Nigeria stessa o di altri Paesi.

Le donne, che arrivavano da diverse parti del paese in cerca di un impiego, venivano tenute in alcune abitazioni di Lagos, la più grande città della Nigeria, e venivano violentate fino a quando non restavano incinte.

Quattro dei piccoli “prodotti” nella “fabbrica di bambini” sono stati presi in consegna dagli agenti, mentre due donne che lavoravano in questi centri come infermiere abusive sono state arrestate. Lo ha raccontato la polizia, citata dalla Bbc online.

Una delle vittime ha raccontato la sua storia al quotidiano Vangard. “Una donna è venuta a prendermi al parcheggio degli autobus e mi ha portato qui”, ha detto. “Il giorno dopo, sono stata convocata dalla nostra signora, che mi ha detto che non avrei lasciato i locali fino al prossimo anno”, ha proseguito.

Poi, il dettaglio dell’orrore: “Finora, ho dormito con sette uomini diversi prima di scoprire di essere incinta. Mi è stato detto che dopo il parto, sarei stata pagata profumatamente”.

Non è questa la prima vota che vengono scoperte ‘fabbriche di bambini’ in Nigeria, Paese che è la prima economia africana ma dove la povertà è diffusa, così come il traffico di esseri umani. Lo scorso anno in un altro raid simile furono liberati 160 bambini.

Maria Teresa Camarda

giovedì 26 settembre 2019

Nigeria, jihadisti uccidono operatore di Ong francese

Imola Oggi
Un operatore nigeriano della ong francese Azione contro la fame (Acf) rapito lo scorso luglio con altri cinque connazionali nel nord-est della Nigeria, è stato ucciso da un gruppo jihadista affiliato all’Isis responsabile del sequestro, che ha postato online il video dell’ ‘esecuzione’. 


Ne dà notizia il sito Sahara Reporters.

I sei – l’operatore ucciso, due autisti e tre dipendenti del ministero della Salute nigeriano – erano stati sequestrati sulla strada fra le città di Maiduguri e Damasak il 18 luglio in un’imboscata in cui era stato ucciso un altro autista. 

L’azione è stata rivendicata dalla Provincia dello Stato islamico dell’Africa occidentale (Iswap), che nel video dell’esecuzione ha accusato il governo nigeriano di non avere mantenuto le promesse fatte durante le trattative per la liberazione degli ostaggi.

domenica 22 settembre 2019

Migranti. La tratta delle ragazze dalla Nigeria all'Italia via Libia: "Preghi di morire"

Il Manifesto
Da Benin City all'inferno e ritorno. Storie di abusi infiniti nell'ultimo rapporto di Human Rights Watch. Blessing come molte altre ragazze nigeriane ha accettato l'allettante proposta di lavoro in Libia come collaboratrice domestica per un salario di 150.000 naira (circa 400 euro, tre volte lo stipendio medio nel suo paese).


Una volta in Libia la "signora" le ha svelato che tipo di lavoro avrebbe dovuto fare, akwuna (la prostituta) così lei le ha detto "ma non è un lavoro domestico". La "signora" le ha risposto "sì che lo è".

Blessing è stata minacciata di morte e chiusa in una stanza per quattro giorni senza cibo. "Uscirai quando restituirai il tuo debito per il viaggio (4 mila euro)". È iniziata così la discesa nei sotterranei dello sfruttamento sessuale, si è liberata ed è scappata con un ragazzo che è stato ucciso dai miliziani dell'Isis, lei invece è sopravvissuta solo perché in stato di gravidanza, ma è stata tenuta segregata e violentata per tre anni finché i soldati libici l'hanno consegnata all'Oim (Organizzazione internazionale per le migrazioni) che l'ha aiutata a rientrare in Nigeria. Adesso si trova in un rifugio gestito dall'agenzia nigeriana anti-tratta. Quella di Blessing è una delle 76 storie descritte nell'ultimo report di Human Rights Watch, il cui titolo You pray for death (Preghi di morire) è tratto dal racconto di una delle ragazze intervistate.

La maggior parte delle vittime di tratta nigeriane (più di 9 su 10) proviene, secondo l'ufficio delle Nazioni unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (Unodoc), dallo stato di Edo. Il numero di "potenziali" vittime della tratta nigeriana in Italia è cresciuto drammaticamente negli ultimi anni. Secondo Oim nel 2017 l'aumento è stato del 600% e si stima che riguardi l'80% delle ragazze che arrivano dalla Nigeria (in questi ultimi mesi il flusso risulta molto ridimensionato, segno che i trafficanti sono alla ricerca di nuove rotte).

Il viaggio negli ultimi anni ha seguito la rotta libica e poi via mare nel Mediterraneo con lo scopo preciso di inserire le ragazze nei progetti di assistenza per richiedenti asilo in modo da farle avere un documento regolare. Chi arriva in Italia mantiene il segreto con la famiglia, manda fotografie che la ritraggono come barista, sarta, parrucchiera... alcune negli anni diventano madam i cui guadagni danno un impulso notevole alla ricchezza di Benin City, dove hanno costruito case, negozi... Potremmo dire che lo sviluppo della città è lastricato dai corpi delle donne che hanno battuto le strade italiane.

Forse più drammatica è la situazione delle ragazze che ritornano in Nigeria dove oltre alla tratta devono affrontare la povertà e lo stigma ("le ragazze che tornano dall'Europa stanno costruendo case per le loro famiglie e tu sei tornata senza niente ...") e i progetti di reinserimento risultano ancora poco adeguati.

La situazione è fluida: l'attività delle ong, dell'agenzia nazionale nigeriana contro la tratta e i media hanno accresciuto la conoscenza del fenomeno, tant'è che le ragazze che partono ora sanno il lavoro che andranno a fare, ma restano inconsapevoli dello sfruttamento e del debito da pagare.

Le madam sono convinte di essere un aiuto per le ragazze e infatti amano definirsi sponsor: una delle reclutatrici ha dichiarato alla Reuters che "le ragazze che vogliono venire in Italia sono talmente tante che non è più necessario ingannarle per convincerle a partire". La novità degli ultimi mesi sarebbe, secondo Don Carmine Schiavone delle Caritas di Aversa, la tratta secondaria: "Le ragazze una volta in Italia se non riescono a restituire il debito lo azzerano con la cessione di un rene, cornee o altri organi".

Fabrizio Floris

domenica 8 settembre 2019

Le domande che non ci facciamo: "Perché i migranti scappano da casa loro" - Nigeria, Mali, Sudan, Afghanistan, Somalia, Eritrea, Gambia, Tunisia.

Il Sole 24 Ore
La povertà in Nigeria, il terrorismo in Mali, le guerre che lacerano il paese nel Sudan. E ancora, i migranti «invisibili» dalla Tunisia e la repressione in Afghatnisan. Dietro alla fuga di milioni di cittadini ci sono motivi che ignoriamo. O non riusciamo ancora a capire.



Veniva dal Mali, aveva 14 anni e la speranza, sotto forma di una pagella scolastica, cucita nella giacca. Veniva dal Mali ed è morto nel Mediterraneo il 18 aprile 2015. A raccontare la storia di questo piccolo naufrago è stata Cristina Cattaneo, medico legale che negli ultimi anni si è occupata di riconoscere i corpi dei migranti annegati in mare.


Ci sono domande che ci facciamo poco. Ad esempio perchè quel ragazzino venisse dal Mali. Perché sui barconi che arrivano (sempre meno per la verità) non ci siano mai ragazzini (o uomini o donne) della Namibia, del Rwanda, del Botswana o anche della poverissima Sierra Leone. Ma ci sono spesso cittadini del Sudan, della Nigeria, dell'Eritrea, del Mali. Se ci facessimo queste domande scopriremmo che dai paesi in cui convivono pacificamente gruppi etnici e religiosi diversi (come in Sierra Leone) dove c'è un'economia vivace e governi stabili e poco corrotti (come in Bostwana) e nessuna crisi idrica o ambientale (come in Rwanda) nessuno vuole andarsene.

Le mille contraddizioni della Nigeria
Se c'è un paese da cui cominciare per indagare i contesti di partenza dei migranti questo è certamente la Nigeria. Con i suoi190 milioni di abitanti è il paese più popoloso del continente africano e il settimo nel mondo. È un paese giovanissimo: il 40% della popolazione ha meno di 14 anni e, con un tasso di crescita del 2,6% annuo, dovrebbe raggiungere entro il 2050 i 250 milioni di abitanti, poco meno della metà degli abitanti del continente europeo. Sul piano economico la Nigeria è un paese di forti contraddizioni. È povero e allo stesso tempo in crescita economica, seppur con alti e bassi, garantita soprattutto dalla presenza di giacimenti di petrolio. Dalla Nigeria sono arrivate 36 mila persone nel 2016 e 18 mila nel 2017. I nigeriani sono la nazionalità di sub-sahariani più numerosa in Italia (i residenti erano 93.915 al 1 gennaio 2017).

Perché i nigeriani emigrano? Il primo profilo di migranti nigeriani è composto da giovani delle zone rurali con scarsa formazione e poca possibilità di impiego. Il secondo profilo è costituito da ragazzi, spesso minori, che si trovano in gravi situazioni familiari e pensano che l'Europa sia il solo orizzonte di sopravvivenza possibile. Il terzo profilo è quello composto dagli abitanti delle regioni del delta del fiume Niger. Si tratta di regioni ricchissime in petrolio, ma la cui estrazione ha conseguenze devastanti per l'ecosistema e per le popolazioni che vivono principalmente di agricoltura e pesca. In questo caso parliamo di rifugiati ambientali, costretti all'esilio a causa della devastazione subita dal territorio in cui risiedevano. La pratica delle espropriazioni forzate da parte delle compagnie petrolifere in accordo con lo Stato aumenta la povertà e l'emarginazione sociale.

Il quarto profilo è composto da ragazze giovani, a volte minorenni, destinate alla tratta per la prostituzione. Molte delle storie di queste ragazze sono simili. Desiderose di raggiungere l'Europa con la speranza di una vita migliore, fanno affidamento a dei passeur con la promessa di un lavoro come colf o come cameriera. Contraggono un debito dai 30 ai 50 mila euro che dovrebbero teoricamente pagare con una parte dei soldi guadagnati con il lavoro promesso e una volta portate in Italia sono costrette a prostituirsi. Se si rifiutano mettono in pericolo la famiglia rimasta in Nigeria, che rischia di subire minacce da parte dei membri della mafia nigeriana, molto attiva in questa vera e propria tratta di esseri umani. Il quinto profilo è quello di coloro che scappano da Boko Haram, un gruppo terroristico jihadista attivo dal 2002 ma le cui azioni violente sono aumentate negli ultimi cinque anni, cioè da quando l'attuale leader Abubakar Shekau ha preso le redini del gruppo, sconfinando anche nei paesi vicini come Camerun, Niger e Ciad. Tra il 2009 e il 2017 le azioni terroristiche di Boko Haram hanno causato 51 mila morti di cui 32 mila civili e 2,5 milioni di sfollati.

Somalia, Eritrea, Gambia, in fuga da dittatura e fanatismo
In cima alla lista dei paesi africani da cui i migranti provengono c'è stata per anni anche la Somalia. Prima il regime di Siad Barre, poi la guerra civile, infine l'estremismo che è passato dalle Corti islamiche agli Al Shabaab, hanno fatto si che una grande fetta della classe media del paese sia fuggita all'estero. La diaspora somala è tra le più nutrite al mondo. Poichè la Somalia è un'ex colonia italiana per molti somali è parso naturale venire in Italia. A proposito di ex colonie per anni in Italia sono arrivati anche molti cittadini eritrei. Sono stati loro, fra il 2015 e il 2018, ad affollare i barconi.

Scappano da un dittatore, Isaias Afewerki, al potere da quasi vent'anni, che obbliga i suoi cittadini ad un servizio militare a vita, che ha soppresso la libertà di stampa e di pensiero. Non tanto diversa è stata fino a due anni fa la situazione del Gambia dove Yahya Jammeh ha governato per 22 anni dopo essere arrivato al potere con un colpo di Stato e aver represso ogni dissenso con veri e propri squadroni della morte. Per questo il Gambia, il più piccolo paese africano con solo due milioni di abitanti, è stato negli anni scorsi in testa nelle classifiche dei paesi di provenienza dei richiedenti asilo in Europa.

Repubblica Centrafricana e Sudan, quando la guerra spacca a metà il paese
Ci sono paesi poi, come la Repubblica Centrafricana, che continuano a essere dilaniati da una guerra civile che sembra non voler finire mai. Ex colonia francese, da sempre uno dei territori più poveri del pianeta, dal 2012 la repubblica Centrafricana è di nuovo in preda all'ennesima guerra civile tra la coalizione di governo cristiana anti-balaka e le forze ribelli a maggioranza musulmana Sèlèka. Lo stupro è usato come arma di guerra, i massacri sono all'ordine del giorno e la gente continua a scappare. In questo paese un bambino su 24 muore nel primo mese di vita, due terzi della popolazione è senza accesso ad acqua potabile e la metà è in stato di insicurezza alimentare. Nel primo semestre 2018gli sfollati erano 1,2 milione. Tutti numeri che diventano in fretta migranti.

Un altro paese africano di cui ci interessiamo poco, ma la cui situazione ci dovrebbe invece essere cara perché molti giovani africani arrivano in Italia da quell'area è il Sudan. Nel 2018 un migrante su tre di quelli che sono sbarcati sulle nostre coste proviene da questa terra. Nord e sud Sudan sono arrivati a uno scontro durato oltre vent'anni dal 1983 al 2005 che ha causato più di due milioni di morti e quattro milioni di dispersi. Alla fine il Sud Sudan è diventato un paese indipendente nel 2011. Ma nonostante questo per entrambi i paesi non c'è pace e di conseguenza molti abitanti del Sudan e del Sud Sudan emigrano.


Il Mali è il nono paese di provenienza (Viminale, dati immigrazione 2018) dei migranti provenienti in Italia. La povertà, l'instabilità politica, la diffusione del terrorismo islamico e le crisi ambientali sono le cause di migrazione. Nel nord del paese tra il 2013 ed il 2014 le forze fedeli ad Al Qaeda nel Sahel hanno costituito un piccolo emirato durato pochi mesi, ma che ancora oggi non manca di mostrare profonde cicatrici soprattutto per ciò che concerne la stabilità e la sicurezza. Come se non bastasse il Mali è uno dei paesi più poveri al mondo. Occupa il quintultimo posto nella classifica mondiale dello sviluppo umano stilata dalle Nazioni Unite, e la maggior parte della popolazione - il 77% - vive con meno di due dollari al giorno.

Il “colpo di grazia” della crisi ambientale
Diverse crisi ambientali hanno aggravato ancora di più le condizioni del territorio che per il 35% è di natura desertica. Nel 2011, una crisi alimentare ha causato nuove migrazioni che si sono orientate così, verso il Mediterraneo. Il collasso della Libia di Gheddafi, è stato un altro motivo che ha spinto i maliani verso l'Europa. Forse anche il quattordicenne con la pagella nella giacca, chissà. Situazione simile in Ciad, ex colonia francese, paese molto povero dove è in corso una crisi umanitaria senza precedenti che porta a migrazioni infinite. La malnutrizione acuta, endemica nella regione, colpisce non solo le province rurali della fascia del Sahel ma ora è cronica e ha raggiunto proporzioni allarmanti tra i bambini sotto i cinque anni a N'Djamena, capitale del Ciad, città di circa 1,5 milioni di abitanti.

Bisogna anche dire che la nazionalità africana che arriva di più in Italia oggi è quella dei tunisini, per lo più con sbarchi fantasma. Dei 4.953 migranti arrivati nel 2019 la maggior parte sono tunisini. Secondo Flavio Di Giacomo dell'Oim, la ripresa dell'emigrazione tunisina è dovuta principalmente al peggioramento della situazione economica nel paese nordafricano. Il tasso di disoccupazione nazionale in Tunisia è al 15%, e arriva addirittura al 25% nelle aree rurali del Paese. Quella giovanile è al 40% e quella dei laureati è al 31%. La povertà e la fame rimangono opprimenti in molte aree del territorio e migliaia di persone non hanno mai smesso di protestare nelle piazze, sfociando talvolta anche in manifestazioni violente. A fuggire dalla Tunisia è quindi un'intera generazione frustrata e senza prospettive. Malgrado l'incremento di arrivi, sono poche le richieste di asilo concesse ai tunisini giunti nel nostro Paese proprio data la loro natura di migranti economici. Con la Tunisia è inoltre in vigore un accordo di rimpatrio per i migranti che arrivano in Italia. E così si infrange per i tunisini il sogno italiano.

lunedì 27 maggio 2019

Nigeria - Lo stato di Katsine immette la pena di morte per ladri di bestiame e seguestratori

Blog Diritti Umani - Human Rights
Lo stato di Katsina nel nord della Nigeria prevede di applicare la pena di morte contro qualsiasi ladro di bestiame e per chiunque si sia reso colpevole di sequestro di persona.

Una grave modifica della legge per ladri di bestiame e rapitori che operano nello stato della Nigeria settentrionale. D'ora in poi, chiunque venga giudicato colpevole di uno di questi reati verrà condannato a morte.

Questo è in ogni caso quello che emerge dalla legge recentemente promulgata dal governatore di questo stato Aminu Bello Masari modificando così il codice penale. Per quanto riguarda gli stupratori, saranno soggetti all'ergastolo oltre alle multe, mentre le vittime saranno risarcite.
Katsina, stato di origine del presidente Buhari, ha appena seguito l'esempio in altri stati, tra cui Lagos, che ha anche una legge simile in cui i sequestratori sono punibili con la morte. Queste riforme vengono dopo l'attacco che ha ucciso diverse persone all'inizio di questa settimana.
Nonostante il dispiegamento di importanti forze militari e di polizia nel nord-ovest e in parti della Nigeria centro-settentrionale, i rapimenti e il banditismo dilagano. L'insicurezza ha causato, pochi mesi fa, la sospensione dell'estrazione dell'oro nello stato di Zamfara .

E S

Fonte: Africa News FR

lunedì 22 aprile 2019

Nigeria - La violenza di genere e la povertà, spingono le giovani ragazze verso l’Italia per poi divenire schiave

Globalist
Ricerca di Actionaid, svolta insieme alla cooperativa BeFree. La violenza di genere è il fattore principale alla base dell’espatrio verso l’Italia, seguito dalla povertà.



È la violenza di genere il fattore principale che spinge le donne nigeriane a lasciare il proprio Paese per raggiungere l’Italia, diventando vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale. Un vero e proprio “fattore di espulsione” che relega la donna ai margini della società nigeriana fino a costringerla alla partenza.
 


È quanto emerge dal rapporto “Mondi connessi. La migrazione femminile dalla Nigeria all’Italia e la sorte delle donne rimpatriate”, realizzato da ActionAid insieme a BeFree, cooperativa contro tratta, violenze e discriminazioni, analizzando 60 verbali di audizioni di donne nigeriane segnalate come presunte vittime di tratta presso la Commissione territoriale di Roma, tra il 2016 e il 2017, per il riconoscimento della protezione internazionale.

Nel 61% dei casi analizzati nello studio, la ragione principale dell’espatrio è proprio la violenza di genere (tra cui violenza dentro e fuori le mura domestiche e tentativi di matrimonio forzato). Il 33,3% delle donne fugge da situazioni di estrema povertà. Nel 66% dei casi sono donne con un’età compresa tra i 19 e i 24 anni e il loro arrivo in Italia è molto recente (l’86,7%), tra il 2015 e il 2017. Nella quasi totalità provengono dallo Stato di Edo, dove la tratta è un fenomeno strutturale ed endemico dovuto alle condizioni economiche, politiche e socio-culturali.

Continua a leggere l'articolo >>>

venerdì 19 aprile 2019

Nigeria - Attacco a Kajuru, nello stato del Southern Kaduna. L'aiuto di Sant'Egidio agli sfollati.

santegidio.org
L'impegno della Comunità nel fornire beni di prima necessità alle vittime




Dopo il recente attacco a Kajuru, nello stato del Southern Kaduna in Nigeria, da parte degli estremisti Fulani, la Comunità di Sant'Egidio si è fatta vicina ai 283 sfollati che hanno trovato riparo nella vicina città di Kachia, donando beni di prima necessità. 

Queste persone si aggiungono agli sfollati interni che nel paese sono quasi 2 milioni, in particolare nella regione a Nord Est, per via del terrorismo. Da febbraio ad oggi, solo in questa regione, sono morte 200 persone.

In Nigeria, da secoli, c'è una lotta tra i pastori fulani di origine musulmana e i contadini a maggioranza cristiana, per il controllo delle risorse economiche come la terra e l’acqua. In più recentemente si sono aggiunti la desertificazione, che spinge a cercare terre verso Sud, e l'uso spregiudicato di armi, che diventano strumento per violenze e rapine. 

I contadini sono spesso vittime di questi attacchi e da alcuni anni il conflitto si è inasprito nella logica della vendetta. Solo nel 2018, infatti, circa 1.700 persone sono state uccise, più di quelle colpite da Boko Haram.

Le preghiere, gli aiuti e le visite della Comunità sono state accolte come un segno di speranza e di pace.

martedì 13 novembre 2018

Nord-est Nigeria: centinaia di persone in fuga dai villaggi dopo un attacco di Boko Haram.

Blog Diritti Umani - Human Rights
Desolazione, scene di distruzione dopo il passaggio sabato sera - nel villaggio di Jimmi - di membri del gruppo islamista Boko Haram.


I servizi di emergenza riferiscono che centinaia di persone sono fuggite a causa di un attacco avvenuto a 5 km da Maiduguri nel nord-est della Nigeria, l'ex roccaforte del gruppo ribelle.

Arrivati con dei camion il gruppo ha anche attaccato un campo di persone sfollate a causa delle violenze nei pressi del villaggio di Kayamla, presso la base militare di Giwa, dando fuoco alle tende dove si riparavano gli sfollati.

Il triste bilancio riporta un morto, 65 case bruciate, 200 vacche e 300 pecore rubate, riporta Garga Bashir Idris, capo dell'Agenzia nazionale per la gestione delle emergenze per la Nigeria nord-orientale. Si registrano anche numerosi feriti che sono stati curati.

Ad aprile, dozzine di insorti hanno lanciato un attacco al campo militare Giwa, dove sono detenute circa 1.000 persone, presunti affiliati al gruppo jihadista.

La guerra contro Boko Haram ha causato oltre 27.000 morti dal 2009 e oltre un milione di persone sfollate che non possono ancora tornare a casa.

Gli attacchi, in particolare contro le basi militari, si sono intensificati negli ultimi mesi, mentre la Nigeria si prepara per le nuove elezioni presidenziali del prossimo febbraio.

Abubakar Shekau, leader di una fazione di Boko Haram, ha trasmesso un video questa settimana in cui rivendica gli ultimi attacchi messi in opera dal gruppo.

Ezio Savasta

Fonte: AFP

sabato 7 luglio 2018

Nigeria. «Sono islamici». Imam salva 262 cristiani

Avvenire
Fuggivano dalla persecuzione dei fulani. Per proteggerli li ha accolti nella moschea del suo villaggio.


«Non ci ho pensato due volte prima di agire». Comincia così il racconto di un imam nigeriano che è riuscito a salvare centinaia di cristiani durante gli ultimi attacchi nello Stato centrosettentrionale di Plateau. A rischio della sua vita, il leader musulmano ha fatto da scudo umano a 262 persone.
«Ho visto la gente fuggire dai villaggi situati nella vicina località di Barikin Ladi», spiega l’imam, la cui identità non è stata rivelata per ragioni di sicurezza. «Inizialmente ho deciso di portare donne e bambini in casa mia per nasconderli. Poco dopo mi sono diretto verso gli uomini – ha spiegato – e ho scelto di trasferirli tutti nella moschea del mio villaggio di Nghar Yelwa». La settimana scorsa, una serie di combattimenti fra diverse comunità ha provocato oltre 80 morti in tre regioni del Plateau, tra cui Barikin Ladi. Diversi gruppi di coltivatori, principalmente sedentari, si sono scontrati per giorni con i pastori provenienti dalla comunità semi-nomade dei fulani, in gran parte di fede musulmana. «Alcuni uomini armati mi hanno chiesto di separare i cristiani dai musulmani che erano dentro la mia moschea – ha riferito l’imam al giornale nigeriano “The Sun” –. Mi sono inginocchiato davanti a loro e gli ho detto che erano tutti musulmani».

L’episodio è avvenuto domenica scorsa, ma solo ieri la stampa ha cominciato a parlarne. Alti livelli di insicurezza si sono registrati non solo nel Plateau, ma anche nel vicino Stato federale di Kaduna, soprattutto nelle zone al confine tra le due regioni dove gli scontri sono in corso dal 21 giugno. Gli attacchi lanciati dai fulani in cerca di terre fertili per il loro bestiame hanno provocato varie rappresaglie da parte degli agricoltori. «Negli ultimi giorni sono morte in varie località di Plateau e Kaduna almeno 200 civili – hanno confermato le autorità locali –. Solo nel villaggio di Nghar Yelwa i residenti hanno contato 79 persone uccise». Un uomo sopravvissuto grazie al coraggio dell’imam ha detto di aver perso un figlio negli scontri, mentre un altro testimone ha riferito di aver visto una fossa comune con dentro oltre 60 vittime. «Il governo deve adottare serie misure di sicurezza per proteggere i villaggi in cui ci sono state le aggressioni», ha dichiarato Khalid Abubakar-Aliyu, segretario generale del Consiglio supremo per gli affari islamici. Poi ha sottolineato: «È triste che sia tornata la violenza nel Plateau dopo tre anni di una coesistenza relativamente pacifica tra le differenti comunità».

Sebbene gli scontri tra fulani e altri gruppi etnici si verifichino da decenni, sono in molti a pensare che gli attacchi siano legati più alla politica che alla religione. La violenza viene impiegata come arma di destabilizzazione del Paese, in vista delle elezioni previste per febbraio 2019. Mentre il presidente, Mohammad Buhari, viene accusato di non riuscire a mantenere l’ordine

domenica 10 giugno 2018

Nigeria, la denuncia Amnesty: "Donne liberate da Boko Haram per diventare schiave del sesso"

La Repubblica 
L'organizzazione chiede al governo nigeriano di assicurare alla giustizia gli autori di tutti gli abusi e di rendere pubbliche le azioni che saranno intraprese in questa direzione. E' possibile contribuire firmando l'appello
Roma. Lo schema è sempre lo stesso: i soldati entrano nei campi per fare sesso e i miliziani della Task force civile congiunta (Jtf) scelgono "le più belle" da consegnare loro. La paura impedisce alle donne di ribellarsi e ogni giorno sono tantissime quelle che, sopravvissute alla brutalità del gruppo armato Boko Haram, vengono stuprate dai soldati che sostengono di averle liberate, aggredite proprio da chi era stato chiamato a proteggerle.



Schiave del sesso in "campi satellite". La denuncia arriva da Amnesty International, l'organizzazione internazionale che lotta contro le ingiustizie e in difesa dei diritti umani nel mondo: l'inferno, per migliaia di ragazze nigeriane, è un luogo terreste popolato dai membri dell'esercito nigeriano e da quelli della milizia alleata. E' la Jtf che separa le donne dai mariti - automaticamente sospettati di essere combattenti di Boko Haram solo perché di una certa età - confinandole in "campi satellite" per renderle vulnerabili e alla mercè di ogni tipo di aggressione. Lì le prigioniere vengono costrette a lavorare nei campi e violentate, spesso in cambio di cibo. Le meno "interessanti" vengono lasciate morire di fame.

"Il governo della Nigeria deve assicurare i colpevoli alla giustizia", denuncia l'organizzazione. "A partire dal 2015 l'esercito nigeriano ha strappato territori a Boko Haram e costretto le persone che vivevano in quei villaggi a trasferirsi. Migliaia di donne hanno denunciato di aver subito violenze psicologiche e fisiche. Aiutateci a fermare questo orrore".

800 donne morte per fame e malattie. Per fortuna alcune trovano il coraggio di ribellarsi, tanto che un gruppo di sfollate, il Movimento Knifar, composto da circa 1300 persone, sta facendo una campagna per chiedere giustizia e protezione e il rilascio dei mariti. Stando ai dati raccolti dal movimento sarebbero 800 finora le vittime, morte per fame e malattie dopo esser state sfollate.

"Decine di donne - continuano gli operatori di Amnesty - hanno raccontato ai nostri ricercatori di essere state stuprate in questi campi da parte di soldati e miliziani della Jtf e di essere state ridotte alla fame per diventare le loro "fidanzate" e ad essere disponibili a rapporti sessuali a ogni evenienza. Vi chiediamo di firmare l'appello e chiedere protezione e giustizia per loro".

Nei "campi satellite" c'è stata una grave crisi alimentare dall'inizio del 2015 fino alla metà del 2016, quando gli aiuti umanitari sono aumentati e sono centinaia, probabilmente migliaia le persone morte nell'"Ospedale di Bama" in quell'arco di tempo. "Le testimonianze parlano di 15-30 morti al giorno e le immagini satellitari, che mostrano la rapida espansione del cimitero all'interno del campo, danno loro ragione", spiegano gli operatori di Amnesty. Morti per fame sono state registrate anche nei campi di Banki e Dikwa.

Nonostante dal giugno 2016 le Nazioni Unite e altre agenzie abbiano aumentato l'entità dell'assistenza umanitaria, molte donne hanno continuato a trovare difficoltà nell'accesso a quantità adeguate di cibo, anche a causa delle restrizioni alla libertà di movimento.

L'appello al governo nigeriano. Nell'appello rivolto al Muhammadu Buhari la ong chiede di ordinare la diffusione del rapporto del comitato investigativo presidenziale e di rendere pubblico ciò che il governo farà per affrontare la violenza e gli abusi subiti dalle donne sfollate nel nord-est della Nigeria.

"I risultati della relazione - si legge nel documento - dovrebbero anche essere resi pubblici. I perpetratori di queste violazioni dei diritti umani, tra cui lo stupro di donne e ragazze nei campi per sfollati, devono essere assicurati alla giustizia e devono essere affrontate le cause che portano le donne ad essere particolarmente a rischio di violenza sessuale. Queste includono restrizioni di movimento imposte dalle autorità, separazione dai familiari e fornitura inadeguata di assistenza nei campi".

lunedì 28 maggio 2018

Nigeria, "Ci hanno tradite" L'esercito "libera" donne da Boko Haram, poi le segrega e le stupra

Amnesty International
Nigeria: donne alla fame e stuprate da soldati e miliziani che sostengono di averle liberate da Boko Haram.



In un nuovo rapporto reso noto oggi, Amnesty International ha denunciato che migliaia di donne e ragazze sopravvissute alla brutalità del gruppo armato Boko haram sono state successivamente stuprate dai soldati che sostengono di averle liberate.

Il rapporto, intitolato “Ci hanno tradite”, rivela come l’esercito nigeriano e la milizia alleata, chiamata Task force civile congiunta (Jtf), hanno separato le donne dai loro mariti confinandole in “campi satellite”. Lì, le hanno stuprate, a volte in cambio di cibo. Amnesty International è in grado di documentare che dal 2015 migliaia di persone sono state ridotte alla fame nei campi dello stato di Borno, nel nordest della Nigeria.

Quando, a partire dal 2015, l’esercito ha strappato territori a Boko haram, alle persone che vivevano nei villaggi è stato ordinato di trasferirsi nei “campi satellite”. Chi ha resistito all’ordine è stato ucciso. Centinaia di migliaia di persone sono fuggite o sono state costrette a muoversi dai loro villaggi.

Ogni persona trasferita nei “campi satellite” è stata interrogata. In alcuni campi la maggior parte degli uomini da 14 a 40 anni è stata imprigionata, così come le donne che avevano viaggiato senza i loro mariti. Queste detenzioni di massa hanno costretto molte donne a badare da sole alle loro famiglie.

In alcuni casi, le violenze paiono far parte di un sistema di punizioni contro persone sospettate di avere legami con Boko haram. Alcune donne hanno denunciato di essere state picchiate e apostrofate come “vedove di Boko haram” ogni volta che si lamentavano del trattamento ricevuto.

“Suona completamente scioccante che persone che hanno già tanto sofferto nelle mani di Boko haram siano condannate a subire ulteriori tremendi abusi da pare dell’esercito. Invece di essere protette, donne e ragazze sono costrette a sottostare agli stupri per evitare la fame”, ha dichiatato Osai Ojigho, direttrice di Amnesty International Nigeria.
Stupro e sfruttamento sessuale di donne ridotte alla fame

Decine di donne hanno raccontato di essere state stuprate nei “campi satellite” da parte di soldati e miliziani della Jtf e di essere state ridotte alla fame per diventare le loro” fidanzate”, ossia essere disponibili a rapporti sessuali a ogni evenienza.
Cinque donne hanno riferito ad Amnesty International di essere state stuprate tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016 nel campo “Ospedale di Bama”, dove la fame era all’ordine del giorno.

“Ti davano da mangiare di giorno, poi a sera venivano a prenderti. Un giorno un miliziano mi ha portato il cibo e il giorno dopo mi ha invitato ad andare a fare rifornimento d’acqua da lui. Quando sono arrivata ha chiuso la porta e mi ha stuprata. Poi mi ha detto che se avessi voluto avere quelle cose avremmo dovuto essere marito e moglie”, ha raccontato Ama (nome di fantasia), 20 anni.

Nello stesso campo altre 10 donne sono state costrette a diventare “fidanzate” per scampare alla fame. Molte di loro avevano già perso figli e altri familiari a causa della mancanza d’acqua, cibo e cure mediche.
Lo sfruttamento sessuale continua ancora adesso, seguendo uno schema consolidato: i soldati entrano nei campi per fare sesso e i miliziani della Jtf scelgono le donne e le ragazze, “le più belle”, da consegnare ai soldati. La paura impedisce alle donne di ribellarsi.

“Una relazione sessuale in queste circostanze coercitive è sempre uno stupro, anche in assenza di violenza fisica. I soldati nigeriani e i miliziani della Jtf riescono sempre a farla franca, agiscono senza timore di essere sanzionati. Ma costoro, e i loro superiori che consentono tutto questo senza intervenire, devono essere chiamati a rispondere di questi crimini di diritto internazionale”, ha commentato Ojigho.

lunedì 2 aprile 2018

Nigeria: 30 condanne a morte commutate dal governatore del Delta, Ifeanyi Okowa

Nessuno Tocchi Caino
Il senatore Ifeanyi Okowa, governatore dello Stato nigeriano del Delta, ha commutato in ergastolo le condanne a morte di 30 prigionieri e concesso la grazia totale a cinque detenuti che stavano scontando pene di varia lunghezza.

Ifeanyi Okowa
La grazia concessa dal Governatore rientra nell'esercizio della sua Prerogativa di Grazia ai sensi della Sezione 212 della Costituzione della Repubblica Federale della Nigeria del 1999 (come modificata).

Una dichiarazione rilasciata dall'Ufficio del Procuratore generale e Commissario alla Giustizia, Peter Mrakpor, ha precisato che il governatore ha agito in base ai poteri conferitigli nell'esercizio dei suoi poteri di prerogativa di grazia nello spirito della celebrazione pasquale e ha preso in considerazione le numerose richieste internazionali e locali, comprese quelle di Amnesty International.

Il Procuratore generale e Commissario alla Giustizia ha spiegato che il governatore ha agito in conformità con i suoi poteri costituzionali sulla base delle raccomandazioni del Consiglio Consultivo dei Sette uomini sulla Prerogativa della Grazia, diretto da Patrick Okpakpor, che è stato inaugurato dal Governatore del Delta il 30 marzo 2017.

Ha detto che il governatore ha approvato la concessione del pieno perdono ai seguenti detenuti e ha ordinato il loro rilascio immediato: Livinus Ugwu, che era stato condannato a 20 anni, Enebeli Dike, Orji Pascal, che era stato condannato a 10 anni di prigione, Moses Agedah che era anche nel braccio della morte e Martins Ishiekwene, un prigioniero condannato a morte il 30 novembre 1998.
I 30 detenuti le cui sentenze sono state commutate dal governatore erano tutti detenuti nel braccio della morte, condannati a morte per impiccagione.

lunedì 26 marzo 2018

Nigeria, riabbracciano le loro famiglie 105 ragazze rapite a Dapchi da Boko Haran il 15 febbraio

Blog Diritti Umani - Human Rights
Un centinaio di studentesse rapite il 19 febbraio dal gruppo islamista Boko Haram a Dapchi, nel nord-est della Nigeria, rilasciate questa settimana, sono state portate domenica alle loro famiglie.


Vestite in lunghe hijab tradizionali, le 105 ragazze sono arrivate ​​a bordo di cinque autobus scortati dall'esercito a Dapchi, dove hanno potuto abbracciare i loro genitori, dopo aver passato tre giorni con le autorità ad Abuja, la capitale federale.

Sono state immediatamente portate al collegio delle ragazze - il luogo del loro rapimento - per una cerimonia ufficiale alla presenza di diversi alti funzionari nigeriani.

Sono 105 delle 111 studentesse rapite lo scorso 19 febbraio nel loro collegio a Dapchi, sono state liberate mercoledì dai loro rapitori.

Sono state "depositate sulla strada" all'ingresso di Dapchi, secondo il governo, sollevando molte domande sulle modalità dei negoziati con il gruppo jihadista.

Un cristiano, Leah Sharibu, è ancora nelle mani degli insorti, che ha rifiutato di convertirsi all'Islam, secondo la testimonianza dei suoi colleghi della polizia.

Altre cinque ragazze si ritiene che siano morte al momento della presa degli ostaggi, hanno detto le ex prigioniere, che sono ancora ufficialmente "disperse".

ES

Fonte: AFP

lunedì 19 febbraio 2018

Nigeria - Riabilitazione per 475 Boko Haram degli oltre 1.000 imputati al primo processo ai terroristi

Ansa
Nigeria - Lagos - In Nigeria le autorità hanno cominciato a rilasciare centinaia di persone sospettate di aver sostenuto o fatto parte della sanguinaria setta terroristica islamica di Boko Haram, per offrire loro la riabilitazione con pene alternative anziché subire il processo penale.




Nei loro confronti, fa sapere un consulente legale della procura generale, ci sono anche pochi riscontri probatori. Molti di loro erano accusati di omertà o di aver nascosto informazioni sui terroristi.

I 475 in corso di scarcerazione, sono fra oltre mille imputati del primo grande processo contro Boko Haram, che si tiene da alcuni giorni in una remota caserma nella cittadina di Kainji, nel centro della Nigeria.

Due giorni è stata compiuta l'ultima strage attribuita a Boko Haram, che con tre kamikaze con corpetti-bomba ha colpito un affollato mercato a Konduga, nello stato di Borno, con un bilancio di una ventina di morti e decine di feriti.

venerdì 2 febbraio 2018

Appello dei Vescovi: "In Nigeria stragi di civili, rapimenti di religiosi e sfollati senza aiuti"

In Terris
I presuli africani: "Lo Stato intervenga per mettere fine a queste piaghe"
Stragi, rapimenti, attacchi armati, civili sotto assedio e sfollati privi di aiuto. E' quanto denunciano i Vescovi della Conferenza Episcopale Nigeriana che in un documento chiedono l'intervento dello Stato davanti alle violenze commesse "dai mandriani armati in alcune comunità negli stati di Adamawa, Kaduna e Taraba”.


Rischio di una guerra civile
Il testo, come riporta l'Agenzia Fides, spiega i motivi di questo fenomeno: “A causa delle condizioni climatiche sfavorevoli gli allevatori sono costretti a muoversi alla ricerca di pascoli sempre più erbosi per salvare le proprie mandrie. Quelli privi di scrupoli portano i propri greggi a pascolare sui campi coltivati dagli agricoltori. Quando questi ultimi cercano di opporsi alla distruzione deliberata dei propri mezzi di sostentamento, sono fatti oggetto di attacchi mortali”. I Vescovi richiamano le autorità a intervenire per impedire il ripetersi di questi atti criminali altrimenti, avvertono, “la gente sarà tentata di difendersi da sé per proteggere la propria vita e i propri beni”. Per i Vescovi, la soluzione non è quella di creare delle “colonie di pascolo”, come proposto da alcuni Stati, ma di incoraggiare gli allevatori a creare dei ranch recintati “in linea con le migliori pratiche internazionali”.
Rapimenti di religiosi
I presuli denunciano poi i tanti rapimenti a scopo di estorsione. Rapimenti che "hanno raggiunto proporzioni inimmaginabili. Giorno dopo giorno cittadini sono rapiti, umiliati e traumatizzati da bande pesantemente armate. I rapitori sono senza pietà, letali e operano senza scrupoli di coscienza. Nei loro sforzi di estorcere forti somme di denaro sottopongono le loro vittime a violenze indicibili che durano settimane se non mesi”. Da qui l'appello “in nome di Dio ai rapitori di cambiare i loro cuori e di cercare mezzi puliti per guadagnarsi da vivere”. Tra le persone rapite anche diversi sacerdoti, religiosi e religiose.
Sfollati senza aiuti
Tutto ciò, fa notare la Conferenza Episcopale, ha prodotto migliaia di sfollati interni. Accanto a loro vi sono diverse migliaia di cittadini del Camerun, fuggiti dal loro Paese a causa delle tensioni secessioniste nelle regioni anglofone al confine con la Nigeria. I camerunesi sono stati accolti negli stati di Taraba, Benue e Cross River, ma “per superare le loro drammatiche esperienza - affermano i Vescovi -, queste persone necessitano di tolleranza e di un clima accogliente cosi come letti, cibo, acqua, buone strutture igienico-sanitarie e assistenza medica. Anche i figli degli sfollati e dei rifugiati hanno bisogno di accedere a una buona istruzione”. Non solo. In questi campi, si legge nel testo, i rifugiati sono spesso vittime di furti e violenze sessuali. Ecco allora l'invito rivolto a tutti gli "uomini e le donne di buona volontà a fornire aiuto materiale e non agli sfollati interni e ai rifugiati attraverso la Caritas”.

giovedì 2 novembre 2017

UNHCR - Migliaia di profughi dal Camerun chiedono asilo in Nigeria

UNHCR
L’UNHCR, l’Agenzia ONU per i Rifugiati, in collaborazione con le autorità locali, sta fornendo assistenza alle persone richiedenti asilo e protezione provenienti dal Camerun, arrivate nel sud est della Nigeria in quest’ultimo mese. A partire dall’inizio di ottobre in migliaia sono fuggiti dalle regioni anglofone del Camerun e sono arrivati in Nigeria.
Profughi camerunensi al confine con la Nigeria
Nel sud ovest del Paese, finora l’UNHCR insieme alle autorità nigeriane, e con l’aiuto di partner locali, ha registrato 2.000 persone. Altre 3.000 aspettano di essere registrate e altre ancora potrebbero essere bloccate nelle foreste in Camerun al confine con la Nigeria, nel tentativo di attraversare il confine.

L’UNHCR e la “Commissione Nazionale per i Rifugiati, i Migranti e gli Sfollati Interni” (NCFRMI) stanno distribuendo beni di prima necessità al confine con il River State in Nigeria. Stanno inoltre realizzando missioni congiunte per valutare la situazione e registrare le persone appena arrivate.

L’UNHCR ha inoltre distribuito beni di prima necessità, quali materassini e coperte, zanzariere, utensili per cucinare, kit igienici e 40 tonnellate di cibo.

L’UNHCR continuerà a distribuire materiali di prima necessità in altre località nel corso di questa settimana. L’UNHCR sta lavorando ad un piano d’emergenza insieme al governo nigeriano e altre agenzie ONU per fornire assistenza umanitaria alle 40.000 persone che si prevede attraverseranno il confine. L’UNHCR teme però che questo numero possa essere una sottostima se la situazione di instabilità politica in Camerun si protrarrà nel tempo.

La Nigeria e il Camerun sono già alle prese con una delle peggiori crisi umanitarie degli ultimi tempi con 2,5 milioni di persone che hanno abbandonato le proprie case nella regione del lago Chad a causa dell’insurrezione di Boko Haram. Il recente afflusso di richiedenti asilo camerunensi in Nigeria mette a dura prova la comunità internazionale e aggrava la già difficile situazione nella regione.