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venerdì 12 ottobre 2018

In Congo, a Nord Kivu i ragazzi delle scuole sfilano per la pace

Globalist
Studenti fra gli otto e i 12 anni hanno sfilato nelle strade di Beni, nella provincia del Nord Kivu, per chiedere pace nell’est del Congo.



La manifestazione e’ stata organizzata a seguito degli scontri, delle violenze anche sui civili e dei conflitti a fuoco che stanno contrapponendo l’esercito a vari gruppi ribelli, tra i quali le Forze democratiche alleate (Afd). 


“Gli alunni non trovano normale che in una citta’ ci siano scuole che funzionano, dove gli studenti possono studiare e altre che restano chiuse in attesa che i massacri cessino” ha sottolineato Pascal Thembo Muliwavyo, rappresentante del sindacato degli insegnanti delle scuole cattoliche.

Secondo l’organizzazione, i ragazzi sono entrati nelle classi per unirsi ad altri studenti e poi sfilare insieme davanti alla sede del Comune. Sempre secondo i sindacati, la polizia ha utilizzato gas lacrimogeni per disperdere gli alunni, animatori nelle due settimane di diversi cortei.

giovedì 27 settembre 2018

RD Congo - Massacri e rivolte nel Nordest per l'incursione di ribelli ugandesi

Agenzia Fides
Kinshasa – In una incursione di presunti ribelli ugandesi delle Forze Democratiche Alleate (ADF) contro la città congolese di Beni e nel municipio di Rwenzori e Beu, nordest della Repubblica Democratica del Congo (RDC), sono rimasti uccisi almeno 14 civili e 4 militari, mentre altre centinaia di persone sono rimaste ferite. 


Secondo informazioni pervenute a Fides, i ribelli hanno raggiunto la località, situata al confine con l’Uganda e vicina alla città di Beni, nord Kivu, la notte di sabato 22 settembre.

Mons. Sikuli Paluku Melchisedech, Vescovo della diocesi di Butembo-Beni, ha esortato le forze governative e la Mission de l'Organisation des Nations unies pour la stabilisation en République démocratique du Congo (MONUSCO), a rivedere la loro strategia contro l'ADF a Beni: “Esprimo soprattutto le mie condoglianze alle famiglie colpite che inaspettatamente hanno perso i loro cari in questa tragedia insopportabile e, nella fede in Gesù, che è la risurrezione e la vita, raccomando le anime di questi innocenti alla misericordia di Dio”, ha scritto nel messaggio inviato a Fides.

Il Vescovo ha invitato le autorità governative “ad adempiere meglio alle loro responsabilità per proteggere la popolazione, difendere il territorio e salvaguardare la sovranità nazionale”.

Si calcola che, dal 2014, il gruppo sia responsabile della morte di oltre 1.500 persone e 800 rapimenti. Si tratta di una formazione di matrice islamista che imperversa in una regione a stragrande maggioranza di religione cristiana, dove operano da anni i Missionari d’Africa (Padri Bianchi), impegnati a promuovere la dignità umana e l’apostolato evangelico in mezzo ai musulmani. Beni si trova anche al centro dell’attuale epidemia di Ebola nell’est del Congo, che ha già ucciso 99 persone e lasciato orfani quasi 200 bambini. (AP)

giovedì 6 settembre 2018

Congo: ucciso un altro difensore dei diritti umani nel Sud Kivu, Masumbuko Birindwa detto Aimable

Vatican News
Il Centro per l’Educazione, l’Animazione e la Difesa dei Diritti Umani, (Ceadho) denuncia: “Questa orribile tragedia ha accresciuto la lista nera dei difensori dei diritti dell’uomo uccisi nel Sud Kivu, in particolare a Uvira e a Fizi”

Masumbuko Birindwa (foto dal web)
Nuovo assassinio di un difensore dei diritti dell’uomo nel Sud del Kivu, nell’est della Repubblica Democratica del Congo . A riportarlo è un comunicato inviato all’Agenzia Fides dal Ceadho (Centro per l’Educazione, l’Animazione e la Difesa dei Diritti Umani). “I difensori dei diritti umani di Uvira e Fizi nel Sud Kivu sono sgomenti per l' efferato assassinio del loro collega Masumbuko Birindwa detto Aimable, un difensore dei diritti umani molto attivo e di grande esperienza” . 

Secondo il comunicato, il 21 Agosto Birindwa si era recato a Luberizi per partecipare a una riunione per il rilascio dei quattro operatori umanitari rapiti il 20 agosto nella stessa zona. Di ritorno a casa, Birindwa è stato rapito; il suo corpo è stato trovato nella boscaglia dopo 6 giorni.
Guerra e diritti umani nella Repubblica Democratica del Congo
Nonostante la guerra sia ufficialmente terminata nel 2003, la crisi umanitaria persiste nella Repubblica Democratica del Congo, alimentata da numerosi conflitti e da un costante stato di violazione dei diritti umani fondamentali nei confronti della popolazione civile. 

Il numero dei rifugiati interni aumenta, così come il numero delle violenze subite dalle donne e le torture, minacce ed estorsioni commesse ai danni dei civili. La zona del Paese ad essere maggiormente colpita è quella orientale, nelle province del Nord e Sud Kivu, dove il commercio delle armi e lo sfruttamento delle risorse naturali rappresentano le reali motivazioni per perpetrare lo status quo.

Difensori dei diritti umani dell’uomo nel mirinoIl Ceadho ricorda che diversi attivisti per i diritti umani “sono stati rapiti da persone non identificate, o talvolta da membri delle forze dell'ordine e di sicurezza; di alcuni si ritrovano i corpi senza vita; altri spariscono per sempre. I più fortunati sono sopravvissuti a tentativi d’omicidio rimandando però feriti gravemente”. Difensori dei diritti umani e attivisti giovanili sono finiti nel mirino delle forze di sicurezza e dei gruppi armati a causa del loro lavoro; tra questi c’erano Alex Tsongo Sikuliwako e Alphonse Kaliyamba, uccisi nel Nord Kivu.. Le minacce sono spesso anonime, inviate per telefono e tramite Sms ed i principali social network o con messaggi scritti a mano. Se le minacce non sono sufficienti a far desistere l’attivista, si passa alla violenza fisica. Le Ong di Uvira e Fizi continuano denunciare le intimidazioni e le violenze di fronte all’opinione pubblica nazionale e internazionale, ma molto spesso non vengono ascoltate. A maggio, il senato ha approvato una proposta di legge per rafforzare la protezione dei difensori dei diritti umani. Tuttavia, il documento dava una definizione limitativa dei difensori dei diritti umani. La legge avrebbe rafforzato il controllo esercitato dallo stato sulle organizzazioni per i diritti umani, minacciando di limitarne le attività. Avrebbe inoltre potuto determinare il rifiuto da parte delle autorità di riconoscere determinate organizzazioni per i diritti umani.
Il conflitto nel Congo orientale
La cronica instabilità della regione e il conflitto in corso hanno contribuito al verificarsi di gravi violazioni dei diritti umani e abusi. Nella regione di Beni, civili sono stati presi di mira e uccisi. Il 7 ottobre, uomini armati non identificati hanno ucciso 22 persone sulla strada che collega Mbau a Kamango. Nel Nord Kivu c’è stata un’impennata di rapimenti; nella città di Goma sono stati registrati almeno 100 casi. Nel Nord Kivu, nel Sud Kivu e nell’Ituri, decine di gruppi armati e le forze di sicurezza hanno continuato a compiere omicidi, stupri, estorsioni e a saccheggiare illegalmente il territorio, allo scopo di sfruttarne le risorse naturali. Il conflitto in corso tra hutu e nande nel Nord Kivu ha causato morti, sfollati e distruzione d’infrastrutture, specialmente nelle aree di Rutshuru e Lubero.
500 mila gli sfollati
Nelle province di Tanganika e Alto Katanga sono proseguiti gli episodi di violenza intercomunitaria tra twa e luba. In Tanganika, il numero degli sfollati interni ha raggiunto i 500.000. Tra gennaio e settembre, più di 5.700 congolesi sono fuggiti nello Zambia per scappare dal conflitto. Malgrado i problemi di sicurezza, le autorità hanno continuato a chiudere i Campi per sfollati situati nelle vicinanze della città di Kalemie, costringendo le persone sfollate a fare ritorno nei loro villaggi o a vivere in condizioni se possibile anche peggiori.


Emiliano Sinopoli

venerdì 10 agosto 2018

Cosa succede nella Repubblica Dem. del Congo (mentre il resto del mondo guarda altrove)

TPI
Nella Repubblica democratica del Congo, uno dei paesi più ricchi di risorse della terra, si combatte da 20 anni una guerra con la complicità dell'occidente, che mette in pericolo la vita di milioni di persone

Massacri continui, soprattutto nelle regioni del Nord Kivu dove scorrazzano le milizie jihadiste dell’Adf, affiliate a Boko Haram, Al Shabaab e Al Qaeda.
Stragi, centinaia di migliaia di morti, milioni di sfollati, bambini in gravissimo stato di malnutrizione, sacerdoti sequestrati, il Congo sta registrando la sua crisi più difficile e drammatica nel disinteresse sostanziale dei paesi occidentali che a malapena sono riusciti di recente a far prolungare la missione di peacekeeping delle forze Onu. 

Una goccia nell’acqua arrossata dal sangue di centinaia di migliaia di inermi colpiti dai banditi dell’Adf. E ora in questo macello ecco arrivare di nuovo l’Ebola.
Nella Repubblica democratica del Congo, uno dei paesi più ricchi di risorse della terra, la vita di milioni di persone non vale nulla. Il regime di Joseph Kabila, candidato dopo 17 anni di potere alle prossime elezioni di fine anno, vacilla vistosamente anche sotto l’attacco mosso dalle parrocchie cattoliche del paese che sono ricambiate dal regime con durissimi interventi repressivi.
Intere regioni sono intanto sotto il tallone dei tagliagole jihadisti che imperversano tutt’intorno a Goma, nel Kivu del nord, a Butembo-Beni e poi anche nel Kivu del sud, dove il futuro si gioca intorno alle ricchissime miniere di coltan. Ma nel nord i massacri interessano anche la zona di Buna-Itiuri. Fuori controllo infine pure il sud del paese, dal Kasai al Katanga, dove imperversano le milizie Kamwina Nsapu. E nel Kasai sono state scoperte da poco fosse comuni piene di cadaveri.
Nel ricco Congo che continua a far gola alle multinazionali (l’ultimo intervento è nel ramo del cobalto da parte della China Molybdenum che ha acquisito il controllo della miniera di Teke dove si ricava il 65 per cento del costoso minerale nel pianeta) la vita infernale produce milioni di sfollati (la stima di otto è probabilmente al ribasso) e in questo momento la crescita del fenomeno pone il Congo in cima alla lista dei paesi con più sfollati, prima di Siria e Iraq.
Nessuno sa quanti invece sono i morti dei continui massacri che stanno insanguinando il paese. Milioni?
La terra congolese dove i contadini scappano dalle loro terre attaccate dai miliziani è diventata nel frattempo una terra flagellata con un terzo delle province (50 su 145) colpito dall’infestazione terribile della spodoptera exempta.
In questo disastro ecco materializzarsi in questi ultimi giorni la nona epidemia congolese di 

Ebola, a est del lago Tumba, tra Mbandaka e Bikoro. Cinque nuovi casi in Congo. Tre nuovi casi a Bikoro e due a Wangata nella provincia dell’Equatore. Sono già 25 i decessi su 55 casi confermati dall’inizio dello scorso mese: l’epidemia di Ebola è stata dichiarata l’8 maggio 2018 a Bikoro (100 chilometri da Mbandaka e 600 da Kinshasa) alla frontiera col Congo Brazzaville. Ed è solo l’ultimo flagello che si abbatte sulla Repubblica Democratica del Congo da tempo sconvolta da massacri e sconvolgimenti sociali.

La più grave crisi umanitaria degli ultimi decenni in Africa è così dispiegata su più fronti. Il Congo con tutte le sue ricchezze nel sottosuolo resta uno dei paesi più poveri al mondo, al 176° posto su 188 per indice di sviluppo umano, dove 1 bambino su 10 muore prima di aver raggiunto i 5 anni e dove il reddito pro-capite è di 485 dollari all’anno.
Un paese dove la vita per milioni di persone è appesa a un sottile filo.

martedì 7 agosto 2018

Appello Amnesty - Stop bambini soldato in Congo

Amnesty.it
Nel 2016 nel Kasai, regione centrale della Repubblica democratica del Congo, è scoppia una terribile guerra civile a causa della quale centinaia di bambini sono esposti a orrende violenze. Secondo un rapporto dell’UNICEF pubblicato nel maggio 2018, il 60% dei membri dei gruppi armati sono bambini.


Migliaia di bambini sono stati reclutati con la forza o ingannati per combattere nel conflitto da gruppi armati come il Kamuen Nsapu.
I bambini che hanno parlato con i nostri ricercatori nel 2017, hanno raccontato di essere stati costretti a partecipare al combattimento, a sostenere ferite da proiettili e stupri.

Il governo della Repubblica democratica del Congo deve adottare misure efficaci per proteggere i minori dal reclutamento forzato o volontario o dall’uso nelle forze armate e altri abusi da parte di tutte le parti coinvolte nel conflitto in questa regione; e assicurare che gli ex bambini soldato abbiano accesso a programmi di sostegno a lungo termine funzionali al loro reinserimento nella comunità.

sabato 14 aprile 2018

Mi chiamo Grace, ho 11 anni: nel Congo in guerra ho perso un braccio e mia madre

Globalist
La guerra nella repubblica democratica del Congo provoca orrori su orrori. A pagare sempre i civili.


Lei si chiama Mave Grace, e ha solo 11 anni. Un braccio le è stato tagliato da una milizia di ribelli dopo che gli squadroni della morte hanno attaccato il villaggio di Tchee.



Ora la piccola si trova in un campo di sfollati nella repubblica democratica del Congo.
I testimoni hanno raccontato una scena terribile: i miliziani hanno ucciso sua madre incinta, i suoi tre fratelli e ferito sua sorella.

In molte aree del Congo ci sono milizie e bande armate fuori controllo che seminano violenza e distruzione
La Repubblica democratica del Congo è stata, insieme a Sud Sudan e Siria, uno Paesi al quali papa Francesco ha dedicato la Giornata di digiuno e preghiera di venerdì 23 febbraio.

sabato 24 marzo 2018

Congo tra violenze e fame - Bambini malnutriti senza cure negli ospedali

Globalist
Bambini congolesi malnutriti nell'ospedale Tshiamala di Mwene Ditu nella provincia orientale del Kasai.


Violenze nel paese, e la fame. 
Da un lato un vero e proprio disastro umanitario nel paese per le violenze dall’altro la peggior epidemia di colera degli ultimi 15 anni, secondo le Nazioni Unite. 

Più di 4,6 milioni di bambini sono seriamente malnutriti, mentre 13 milioni di persone avrebbero bisogno di aiuti umanitari a causa dei conflitti interni al Paese.
Questi bambini congolesi malnutriti sono ricoverati nell'ospedale Tshiamala di Mwene Ditu nella provincia orientale del Kasai.
Ma purtroppo mancano i fondi. E tanti restano senza cure.

sabato 10 marzo 2018

Uganda: Msf, epidemia di colera tra rifugiati in fuga da scontri e violenze nella R.D.Congo

Toscana Oggi
Migliaia in fuga dalle violenze iniziate nel dicembre scorso nella provincia di Ituri. Medici senza frontiere, che sta lavorando su entrambe le sponde del lago Albert, offrendo assistenza medico-umanitaria a chi ne ha bisogno, lancia l'allarme per l'epidemia di colera tra i profughi.


Case bruciate, morti e decine di migliaia di persone in fuga. Sono le conseguenze degli scontri tra diverse comunità, iniziati nel dicembre 2017 e cresciuti di intensità nel mese di febbraio, intorno all’area di Djugu, nella provincia di Ituri, nel nord est della Repubblica Democratica del Congo. Per fuggire dai combattimenti, più di 42.000 persone hanno cercato rifugio in Uganda, attraversando il lago Albert a bordo di canoe e piccoli pescherecci sovraffollati e instabili. Un viaggio pericoloso che ha portato all’annegamento di alcune persone.

Medici senza frontiere sta lavorando su entrambe le sponde del lago, offrendo assistenza medico-umanitaria a chi ne ha bisogno. «Chi arriva in Uganda ci racconta di essere stato attaccato di notte, alcuni hanno profondi tagli e ferite. Molti arrivano traumatizzati ed esausti, con bambini malati. Chi utilizza piccole canoe a volte ha dovuto pagaiare per quasi tre giorni per raggiungere un posto sicuro», spiega Ahmad Mahat, coordinatore dell’emergenza in Uganda per Msf. 

A metà febbraio erano quasi 3.000 i rifugiati congolesi che arrivavano in Uganda ogni giorno. Oggi il numero si è ridotto, arrivando a qualche centinaia, per via delle cattive condizioni climatiche e del costo elevato della traversata. Nonostante questo calo, il centro di accoglienza di Kagoma e il campo di Marutatu non riescono più a far fronte all’afflusso di rifugiati. I nuovi arrivati, già resi vulnerabili dalla fuga e la violenza subita, dormono all’aperto, esposti alle forti piogge di questa stagione, con un accesso inadeguato all’acqua e al cibo, in condizioni igieniche spaventose. Inoltre, il 23 febbraio, le autorità sanitarie ugandesi hanno confermato lo scoppio di un’epidemia di colera e ad oggi si contano già 1.000 casi gravi e oltre 30 morti. «La situazione in Uganda è estremamente allarmante», prosegue Mahat.

A Sebagoro Msf ha già messo in piedi un’unità di trattamento per il colera con 50 posti letto nel centro di salute della città. A Kagoma, le équipe di Msf hanno vaccinato 5.263 bambini contro la polio e il morbillo mentre 2.160 donne in età fertile sono state vaccinate contro il tetano. Msf ha inoltre aperto un ambulatorio aperto 24 ore su 24, 7 giorni su 7, dove oltre 2.000 pazienti sono stati curati dalla metà di febbraio.

domenica 4 febbraio 2018

Congo. Un altro prete cattolico «rapito» dalla polizia a Kinshasa

Avvenire
Un sacerdote cattolico è stato "rapito" questa mattina a Kinshasa da agenti di polizia e portato in una destinazione sconosciuta, hanno detto fonti ecclesiastiche locali, mentre le relazioni tra la chiesa e il governo della Repubblica democratica del Congo sono sempre più tese. 



"Padre Sebastien è stato rapito subito dopo la Messa del mattino dai poliziotti", ha detto una religiosa della parrocchia di St. Robert, nel comune periferico di N'Sele, nell'estremo oriente di di Kinshasa. Durante la messa, un uomo non identificato "ha filmato il prete" usando un telefono cellulare, poi alla fine "è arrivato un veicolo della polizia, gli agenti sono usciti dal mezzo, hanno cominciato a picchiare il prete, lo hanno infilato nella jeep e sono andati via con lui", ha raccontato un'altra suora che ha assistito alla scena. Padre Sebastien Yebo è parroco di Saint Robert da agosto 2017. Interpellata dall'agenzia France Presse, la polizia non ha rilasciato dichiarazioni sull'episodio.

Questo arresto, a dir poco arbitrario, avuto luogo mentre Kinshasa e la Chiesa sono ai ferri corti dopo le prese di posizione di quest'ultima contro la permanenza al potere del presidente Joseph Kabila. Quindici persone sono state uccise di recente, secondo l'Onu, durante cortei di protesta contro Kabila organizzati da un collettivo di cattolici laici. Una decina anche i sacerdoti e suore arrestati e, solo in parte, rilasciati.

Intanto, il Comitato per le sanzioni dell'Onu ha inserito nella sua lista nera un militare e tre capi milizie congolesi e ruandesi, che rappresentano "una minaccia per la pace, la stabilità e la sicurezza" nella Repubblica democratica del Congo. 

Dal 1 febbraio il generale congolese Muhindo Akili Mundos, vicino al contestato presidente Joseph Kabila, è oggetto di sanzioni mirate, che prevedono divieto di viaggio e transito in alcuni paesi e congelamento dei beni. L'ex comandante dell'esercito congolese nei territori di Beni e Lubero (Nord Kivu) è accusato di incitamento alla violenza da diversi rapporti dell'Onu, in relazione ai massacri in atto in quelle zone da settembre 2014. Il generale, che ha sempre negato un suo coinvolgimento, è stato rimosso dall'incarico nel 2015 e richiamato a Kinshasa

lunedì 11 dicembre 2017

Congo: Peacekeeper Onu sotto attacco, il 7 dicembre 14 morti di cui 12 caschi blu.

Ansa
Un "grande numero" di peacekeeper dell'Onu sono rimasti uccisi e feriti in un attacco nella Repubblica democratica del Congo. Lo ha reso noto il comando Onu. Il capo dei Caschi Blu Onu Jean-Pierre Lacroix ha reso noto su Twitter che l'attacco si è verificato il 7 dicembre nella provincia del North Kivu, nell'est del paese.


Le evacuazioni sono in corso, ha spiegato Lacroix, che si è detto "indignato" dall'attacco ma non ha identificato gli autori. La missione Onu di peackeeping in Congo è la più grande del mondo, per tentare di porre un argine ai conflitti tra i numerosi gruppi armati che si contendono il territorio nel grande paese centroafricano, ricco di risorse minerarie.

"E' una giornata tragica per la famiglia Onu". Lo ha detto il segretario generale dell'Onu Antonio Guterres. "Condanno questo attacco senza riserve e chiedo alle autorità del Congo di portare i colpevoli alla giustizia". 


Il bilancio e' di almeno 14 morti, tra cui 12 caschi blu della Tanzania, e oltre 40 feriti. "E' il peggior attacco contro i caschi blu nella storia recente dell'Onu", ha detto Guterres.

sabato 27 maggio 2017

Congo - Coltan, minerale fondamentale per gli smartphone estratto da bambini e minatori sottopagati

Giornalettismo
Un’inchiesta inquietante quella di David Chierchini e Matteo Keffer di Nemo, il programma andato in onda ieri sera su Rai Due. I due giornalisti sono andati nella Repubblica del Congo, a scoprire la vita dei minatori del coltan, un materiale preziosissimo che serve alle grandi industrie della tecnologia per fabbricare smartphone, tablet, computer e altri strumenti utilizzati quotidianamente da un numero altissimo di persone. 



Una sorta di nuovo oro, che permette al mondo della rivoluzione tecnologica di andare avanti: ve la immaginate, oggi come oggi, una vita senza cellulare?

Eppure, estrarre questo minerale è pericolosissimo e il lavoro viene fatto da minatori sottopagati (il loro stipendio mensile è di 50 dollari per 12 ore al giorno di dura fatica), molto spesso da bambini. E così, mentre il ministro delle Miniere della Repubblica del Congo pensa a come costruire un nuovo dicastero, nega che i minori siano impiegati nelle cave e sostiene che la ricchezza derivante dall’esportazione del coltan sia ben distribuita nel Paese, la realtà è ben diversa.


Le immagini di Nemo mostrano lavoratori che operano in condizioni igieniche precarie, che non sono coperti nemmeno dai minimi standard di sicurezza e che rischiano quotidianamente la loro vita per poter dare un supporto economico alle loro famiglie. C’è, ad esempio, chi lavora in profondità, in luoghi quasi inaccessibili, dove le pareti della miniera possono crollare da un momento all’altro: se queste persone non riusciranno a estrarre il coltan dalle cave, non verranno pagate.


L'inchiesta di Nemo



Poi ci sono i bambini. Il governo nega qualsiasi loro coinvolgimento nelle attività estrattive, ma la troupe di Nemo ne scopre tantissimi con gli attrezzi da lavoro in mano. Alla vista delle telecamere, scappano e si nascondono: non vogliono essere scoperti, hanno paura di qualcosa. Succede anche questo nelle miniere di coltan del Congo.


Infine, l’inquietante rapporto economico. Un chilogrammo di coltan costa 20 dollari (prezzo imposto, secondo i minatori, da Paesi come il Belgio, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, macroproduttori di apparecchiature tecnologiche), per estrarne 20 (400 dollari, il ricavo) ci vogliono una settimana di lavoro e cinque operai. Uno smartphone (la percentuale di coltan utilizzata e irrisoria nei singoli dispositivi) ha un prezzo elevatissimo, i lavoratori delle miniere non riescono, con i loro 50 dollari al mese, a condurre una vita dignitosa. Il prezzo del nostro benessere.

Gianmichele Laino

martedì 4 aprile 2017

La corruzione che uccide - La storia di Floribert Bwana Chui

Quaderno Civiltà Cattolica
Francesco Occhetta
ABSTRACT — Quella di Floribert Bwana Chui — giovane doganiere congolese di Goma — è la storia di un uomo assassinato per non aver ceduto alla corruzione. Conoscerla aiuta a capire le nuove forme di martirio: si tratta di un sacrificio silenzioso e lontano dagli interessi dei media, che però scuote la vita sociale e politica di quegli Stati in cui la corruzione è diventata consuetudine.


Chi era Floribert? La sua è una storia breve e piena di fede, che si è incarnata in una terra umanamente ricca e paesaggisticamente bella, ma politicamente complessa e travagliata. Floribert nasce il 13 giugno 1981 a Goma, nell’est della Repubblica Democratica del Congo, ai confini con il Rwanda, e cresce in un tempo che non conosce la pace, a causa di due recenti guerre sanguinose. Viene ucciso a Goma, il 7 luglio 2007, per aver bloccato il passaggio di generi alimentari deteriorati, nocivi per la salute della popolazione. Muore a soli 26 anni.

Il coraggio Floribert lo trova nella fede. Nella sua Bibbia è evidenziato un brano che lo provoca: «Ai soldati che lo interrogano – E noi, che cosa dobbiamo fare? – Gesù rispose: “Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe” (Lc 3,12-14)». Per Floribert questo è un imperativo morale: non esigere nulla di più di quanto è stato fissato. Ne è convinto non in forza, ma a causa della fede. Tutto è così semplice da sembrare scontato: è il ritorno dell’onestà.

La silenziosa rivoluzione degli onesti parte da qui. La vita di Floribert insegna che se qualcuno non inizia a insorgere contro la corruzione, la storia comune non si salverà. In Africa e in molti altri angoli del mondo.

Di corruzione si muore. Avviene ogni volta che la forza del corrumpere, che significa «rompere in tante parti», eclissa il bene comune. Se, da una parte, la corruzione seduce e attrae, dall’altra, come ricorda papa Francesco, costringe gli uomini a sporcarsi il cuore, impedisce alla coscienza di compiere scelte generose verso gli altri, toglie la libertà di ascoltare la voce di Dio. Per questo gli uomini corrotti, invece di distinguere il bene dal male, si limitano ad autogiustificare il male.


Civiltà Cattolica Quaderno 4003
Floribert Bwana Chui - Giovane della Comunita di Sant’Egidio di Goma, nella Repubblica Democratica del Congo: appassionato della vita dei bambini di strada e della scuola della pace, partecipe della preghera e dell'amore per i poveri aveva da poco trovato lavoro come responsabile della dogana. Nella notte fra l'8 e il 9 giugno 2007, e stato violentemente torturato e assassinato per non essersi piegato a tentativi di corruzione, impedendo l'ingresso di partite avariate di riso. Aveva 26 anni. "La salute della gente - aveva ripetuto - vale piu del denaro". La partecipazione di tanti al dolore provocato dalla sua morte innocente e dal suo coraggo, ha sorpreso e spaventato i suoi assassini, spezzando la catena di ornicidi e abusi.

domenica 2 aprile 2017

Comunicato Stampa - Preoccupante crisi democratica in Congo

Facebook - Mario Giro
Nella regione di Kananga, Provincia del Kasai in Repubblica Democratica del Congo, prosegue la violenza delle ultime settimane. Dopo che milizie locali ed esercito si sono scontrati, causando molte vittime nei rispettivi ranghi, ora la violenza si abbatte sulla popolazione civile.


In particolare si stanno verificando arresti indiscriminati da parte di militari in alcuni villaggi e all’Università. Gli studenti sono trattenuti con l’accusa generica di essere miliziani; così altri civili.
Tutto ciò è molto grave e si aggiunge alla crisi politica che rende difficile ogni dialogo nel paese.

Alcuni mesi fa si era sperato che la mediazione della conferenza episcopale congolese potesse favorire una ripresa dei negoziati tra governo e opposizione ma, malgrado gli sforzi, non sembra ancora giunta una svolta positiva.

Il governo italiano guarda con estrema preoccupazione questa situazione e chiede che sia fermata subito ogni violenza contro i civili. In RDC ragionevolezza e rispetto dei diritti umani devono imporsi su ogni logica di parte, sia essa etnica, politica o ideologica.

Mario Giro (Vice Ministro degli Esteri)

venerdì 16 dicembre 2016

RDCongo: Fine mandato di Kabila. Stop ai social network e rischio di manifestazioni violente.

Fides
Kinshasa - Mentre prosegue la mediazione dei Vescovi cattolici volta a trovare una soluzione all’impasse politica nella Repubblica Democratica del Congo, le autorità di Kinshasa si preparano ad affrontare le dimostrazioni annunciate dall’opposizione legata a Étienne Tshisekedi, in coincidenza con la fine del secondo e ultimo mandato del Presidente uscente Joseph Kabila, alla mezzanotte del 19 dicembre.

Lumbumbashi - I militari si insediano nella 

città per il rischio di manifestazioni violente per la fine
 del mandato del Presidente uscente Kabila.
Nei giorni scorsi era stata decisa la sospensione del campionato di calcio, per evitare che le manifestazioni sportive venissero trasformate in proteste politiche. 

Ora il governo centrale ha decretato il filtro o il divieto di accesso ai social network a partire da domenica 18 dicembre. L’ordinanza impone agli operatori internet locali il blocco temporaneo di ogni scambio di immagini, di video e di messaggi vocali attraverso applicazioni come Facebook, Whatsapp, Twitter, Skype, Google+ e altre ancora.
Contemporaneamente le autorità della Provincia del Kasai Orientale, feudo elettorale dell’opposizione e luogo di origine di Tshisekedi, hanno imposto il divieto alle emittenti locali di trasmettere programmi a carattere politico.

Human Rights Watch (HRW) ha lanciato l’allarme affermando di temere che la RDC sprofondi in una spirale di violenza politica se Kabila non dovesse lasciare il potere alla scadenza del mandato.

lunedì 15 agosto 2016

Papa Francesco ricorda gli orrori della guerra dimenticata nel Nord Kivu in RD Congo

Blog Diritti umani - Human Rights
Oggi durante l'Angelus di Ferragosto Papa Francesco ha voluto ricordare una guerra dimenticata nel Nord Kivu in RD Congo:
“Alla Regina della pace, che contempliamo oggi nella gloria celeste, vorrei affidare ancora una volta le ansie e i dolori delle popolazioni che in tante parti del mondo sono vittime innocenti di persistenti conflitti. Il mio pensiero va agli abitanti del Nord Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo, recentemente colpiti da nuovi massacri che da tempo vengono perpetuati nel silenzio vergognoso, senza attirare neanche la nostra attenzione. Fanno parte purtroppo dei tanti innocenti che non hanno peso sulla opinione mondiale. Ottenga Maria per tutti sentimenti di compassione e di comprensione e desiderio di pace e concordia!"
Volendo documentare questa guerra dalla ricerca sulla rete l'unica notizia recente risale al maggio 2016 ed è riferita da una fonte missionaria, confermando la denuncia del papa del silenzio vergognoso dell'opinione mondiale su questa tragedia che fa centinaia di morti e grandi distruzioni.
Qui di seguito la fonte trovata.

Missioni Consolata
19 maggio 2016
Territori di Beni, Butembo e Lubero nella provincia del Nord-Kivu all’est della Repubblica democratica del Congo sono da decenni vittimi di massacri di civili. Una lettera aperta del 14 maggio 2016 mandata dai coordinatori locali dei gruppi della società civile di Beni, Lubero e Butembo al presidente della Repubblica, Kabila, riporta che solo negli ultimi due anni sono stati registrati più di 1116 persone ammazzate e altre 1470 rapite; più di 1750 case incendiate (molto spesso con dentro i loro abitanti), 13 centri di salute incendiati (anche in questo caso con malati e personale sanitario all’interno); 27 scuole distrutte, altre abbandonate, altre ancora occupate o da rifugiati, o da “dipendenti” militari, o dagli stessi gruppi armati; ci sono villaggi interi completamente assediati e occupati da gruppi ribelli, e si tratta di Kyoto, Katundula, Ivombo, Mwekwe, Mukeberwa, Fungulamacho, ecc. 

In queste zone la popolazione spesso si ritrova abbandonata a sé stessa, la polizia o le forze armate nazionali essendo quasi inesistenti. L’insicurezza è totale, e la situazione profondamente drammatica.

I gruppi armati all’est della RDC sono numerosi. I principali registrati negli ultimi 20 anni sono: M23, Fdlr, Fdlr-Soki, Fdlr-Rud, Fdlr-Soka, Fdlr Mandevu, Raia Mutomboki, Mai Mai Sheka, Mai Mai Kifuafua, Fdl, Fdc, Upcp/Fpc, Mac, Mpa, Mai Mai Morgan, Mai Mai Simba, Adf-Nalu, Lra, Fnl, Mai Mai Yakutumba, Mai Mai Nyatura, Fdipc, Apcls, Cogai/ Mrpc, Frpi, Kata Katanga, Fdn, M18, M26.

Ben una trentina di gruppi armati che l’esercito regolare e le truppe dell’Onu non riescono a controllare e contrastare, e continuano a seminare terrore in mezzo alla popolazione di questa parte del paese.

sabato 25 giugno 2016

In RD Congo i minori muoiono per estrarre il cobalto, materia prima per gli smartphone

Radio Popolare
“Passo praticamente 24 ore nei tunnel. Arrivo presto la mattina e vado via la mattina dopo. Riposo dentro i tunnel. La mia madre adottiva voleva mandarmi a scuola, mio padre adottivo invece ha deciso di mandarmi nelle miniere di cobalto”. È la testimonianza di Paul, 14 anni, uno degli 87 minatori o ex minatori incontrati da Amnesty International nella Repubblica democratica del Congo. Paul, raccontano gli inviati di Amnesty, ha iniziato a lavorare nella miniera a 12 anni. Ha già i polmoni a pezzi.


L’Unicef stima che siano almeno 40mila i bambini sfruttati nelle miniere. “Solo nell’ultimo anno sono morti nel Sud del Congo ottanta bambini minatori, questo mentre le aziende produttrici di apparecchi elettronici fanno profitti stimati in 125 miliardi di dollari annui e non riescono a dire dove e in che condizioni di lavoro si procurano le materie prime”.

Questa un’altra testimonianza raccolta da Amnesty in Congo. E quella di François che lavora nelle miniere di cobalto, con il figlio tredicenne Charles. Estraggono le pietre, le lavano e poi le trasportano fino alla casa di un commerciante, non lontano dalla miniera. “Come si fa a pagare la retta della scuola?”, si domanda François. “Come si fa a pagare il cibo? Dobbiamo lavorare in questo modo, perché non c’è alcun altro lavoro. Dateci un lavoro e noi ci prenderemo meglio cura dei nostri figli”. Charles la mattina va a scuola e il pomeriggio aiuta il padre.

Il rapporto di Amnesty This is what we die for (Ecco per che cosa moriamo) ricostruisce il percorso del cobalto estratto nel Congo: “Attraverso la Congo Dongfang Mining (Cdm), interamente controllata dal gigante minerario cinese Zheijang Huayou Cobalt Ltd (Huayou Cobalt), il cobalto lavorato viene venduto a tre aziende che producono batterie per smartphone e automobili: Ningbo Shanshan e Tianjin Bamo in Cina e L&F Materials in Corea del Sud. Queste ultime riforniscono le aziende che vendono prodotti elettronici e automobili. Il Congo produce quasi la metà del cobalto a livello mondiale che viene poi utilizzato per le batterie al litio”.

Amnesty International ha contattato 16 multinazionali che risultano clienti delle tre aziende asiatiche che producono batterie utilizzando il cobalto proveniente dalla Huayou Cobalt o da altri fornitori. Le multinazionale sono: Ahong, Apple, BYD, Daimler, Dell, HP, Huawei, Inventec, Lenovo, LG, Microsoft, Samsung, Sony, Vodafone, Volkswagen e ZTE.

Che cosa hanno risposto le multinazionali alle vostre richieste di chiarimento sui fornitori di cobalto e le condizioni di lavoro?
“Delle 16 aziende interpellate da noi di Amnesty International, una ha ammesso la relazione, quattro hanno risposto che non lo sapevano, cinque hanno negato di usare cobalto della Huayou Cobalt, due hanno respinto ogni evidenza di rifornirsi di cobalto della Repubblica Democratica del Congo e le altre hanno promesso indagini”.

E Apple?
“In particolare Apple ha risposto che l’azienda sta in questo periodo valutando da quali fonti arriva il cobalto usato nei suoi prodotti. Però LG Chem, fornitore di Apple, ha confermato che acquista cobalto dalla Tianjin Lishen. e che avrebbe indagato sulle denunce di Amnesty International”.

E Microsoft?
“Microsoft ha dichiarato di non essere in grado di andare a ritroso lungo la filiera e dunque di poter dire con assoluta certezza se il cobalto sia o meno frutto di lavoro minorile. Vodafone ha detto di non sapere se il cobalto che usa provenga o meno dalla Repubblica Democratica del Congo, poi ha smentito di avere Tianjin Lishen come fornitore, sul cui sito invece Vodafone è citata tra i clienti. Samsung sostiene che il cobalto dei prodotti che le fornisce LG Chem non passa attraverso la Huayou Cobalt”.

Da questa vostra indagine e dalle risposte che avete avuto dalle multinazionali che valutazione fate?
“Il quadro che emerge è quello di una mancanza complessiva di trasparenza. Sulla base delle risposte fornite dalle 16 aziende interpellate, Amnesty International sostiene che nessuna sia stata in grado di fornire informazioni dettagliate, sulle quali poter svolgere indagini indipendenti per capire da dove venga il cobalto”.

Quindi rispetto le regole internazionali che conclusione trae Amnesty?
“Riteniamo che sebbene il cobalto non sia tra i minerali oggetto di una normativa specifica che dovrebbe impedire di rifornirsi di materie prive provenienti da zone di conflitto, le aziende dovrebbero comunque seguire gli standard internazionali dell’Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo economico, ndr) e dell’Onu che richiedono di fare ricerche lungo la filiera e di adottare rimedi nel caso si verifichino violazioni dei diritti umani”.

Il rapporto sul Congo è stato fatto in collaborazione con Afrewatch(African Resources Watch) di cui Emmanuel Umpula è direttore esecutivo. “È paradossale che nell’era digitale – ha commentato Umpula – alcune delle compagnie più innovative e ricche al mondo siano in grado di vendere dispositivi incredibilmente sofisticati senza dover dimostrare da dove arrivano le materie prime per le loro componenti”.

Riccardo Noury

domenica 19 giugno 2016

19 migranti dell'Etiopia trovati soffocati in un camion nella Rep Dem. del Congo

The Post Internazionale
corpi di 19 etiopi sono stati rinvenuti nel container di un camion proveniente dallo Zambia nel sudest della Repubblica Democratica del Congo.
Altri 76 erano a bordo dell'automezzo fermato poco dopo aver oltrepassato il confine dallo Zambia. Probabilmente erano diretti in Sud Africa 


Altre 76 etiopi viaggiavano insieme ai 19 trovati morti soffocati quando il camion è stato fermato appena fuori la città di Mwenda, vicino al confine con lo Zambia, giovedì 16 giugno 2016. A riferirlo il ministro dell’Interno della provincia di Haut Katanga, Ufwa Kasongo.

Sebbene Kasongo abbia dichiarato che non è chiaro perché gli etiopi fossero a bordo dell’automezzo, Radio Okapi – emittente sponsorizzata dall’Onu – ha riferito che si trattava di migranti in viaggio verso il Sud Africa.

Sono in molti a pagare cifre altissime per essere trasportati dai trafficanti verso il sud del continente. Nel 2012, 45 migranti etiopi erano stati trovati morti in un camion in Tanzania.

giovedì 7 aprile 2016

Repubblica democratica del Congo: HRW; minori detenuti illegalmente nel carcere militare di Angenga

Nova
L'organizzazione non governativa Human Rights Watch (Hrw) ha pubblicato un nuovo rapporto sulla prigione militare di Angenga, nella Repubblica democratica del Congo (Rdc), sostenendo che nella struttura sono detenuti illegalmente alcuni minori. 

Secondo il documento, riporta l'emittente francese "Rfi", lo scorso anno circa 300 sospetti combattenti delle Forze democratiche per la liberazione del Ruanda (Fdlr), attive nella parte orientale del paese, sono stati trasferiti nel carcere militare e attualmente sono detenuti senza le opportune garanzie legali. 

L'organizzazione sostiene che almeno 29 di questi prigionieri sono minori, detenuti insieme agli adulti in condizioni molto difficili e nella completa violazione delle norme del diritto internazionale

Per questo, l'Ong chiede l'immediato rilascio dei minori e si rammarica del fatto che la missione delle Nazioni Unite nella Rdc, Monusco, il cui mandato è stato rinnovato di un altro anno la scorsa settimana, non sia riuscita a intervenire ed evitare la detenzioni dei minori, sebbene fosse a conoscenza di questa situazione dallo scorso ottobre.


domenica 21 febbraio 2016

Nelle miniere di cobalto in R.D. Congo 40mila bambini sfruttati, ne sono morti 80

Altrimondi News
«Mentre le aziende produttrici di apparecchi elettronici non sanno dire dove si procurano le materie prime, sono morti 80 bambini minatori»

«24 ore nel tunnel. Mangio e riposo dentro il tunnel. Mia madre voleva mandarmi a scuola, mio padre mi ha mandato nelle miniere di cobalto. Ho i polmoni a pezzi.»

Non è l’incipit di un romanzo di Dickens o di Verga, ma la confessione, dura e cruda, di Paul, un ragazzo di 14 anni, uno degli 87 minatori della Repubblica democratica del Congo cui Amnesty International ha dato voce.

Secondo l’ultima stima dell’Unicef sono almeno 40mila i bambini sfruttati nel lavoro delle miniere: «Mentre le aziende produttrici di apparecchi elettronici fatturano 125miliardi di dollari annui e non sanno dire dove e in che condizioni di lavoro si procurano le materie prime, nell’ultimo anno sono morti nel sud del Congo 80 bambini minatori.»

Non c’è alternativa, se si vuole sopravvivere. Lo confessa Francois, che lavora nelle miniere insieme al figlio tredicenne, Charles: «Come si fa a pagare la retta della scuola? Come si fa a pagare il cibo? Dobbiamo lavorare in questo modo, perché non c’è altro lavoro.»

Il rapporto di Amnesty “This is what we die for” ha ricostruito il percorso del cobalto estratto in Congo: questo viene lavorato e venduto a tre aziende – Ningbo Shanshan e Tianjin Bamo in Cina e L&F Materials in Corea del Sud – che producono batterie per automobili e smartphone. Tra i clienti delle tre aziende in questione ci sono 16 multinazionali, tra cui figurano Apple, Microsoft, Samsung, Vodafone e Volkswagen che, a seguito dell’indagine condotta da Riccardo Noury, portavoce di Amnesty Italia, non hanno saputo o voluto dare spiegazioni a riguardo: «Il quadro che emerge è quello di una mancanza complessiva di trasparenza. Sulla base delle risposte fornite dalle 16 aziende interpellate, Amnesty International sostiene che nessuna sia stata in grado di fornire informazioni dettagliate, sulle quali poter svolgere indagini indipendenti per capire da dove venga il cobalto.»

Il rapporto sull’estrazione del cobalto e sul lavoro nelle miniere del Congo è stato fatto in collaborazione con Afrewatch (African Resources Watch) il cui direttore esecutivo, Emmanuel Umpula, ha così commentato: «È paradossale che nell’era digitale alcune delle compagnie più innovative e ricche al mondo siano in grado di vendere dispositivi incredibilmente sofisticati senza dover dimostrare da dove arrivano le materie prime per le loro componenti.»

E a tal proposito è chiara la posizione dello stesso Riccardo Noury: «Le aziende menzionate nel rapporto di Amnesty International non potranno più dire ‘non sapevamo’. Molte di loro hanno promesso approfondimenti e indagini e le marcheremo strettamente. Premeremo anche perché la filiera del cobalto sia finalmente regolamentata. Sappiamo ora che migliaia di persone chiedono prodotti etici, anche nel campo dell’elettronica. La speranza è che il mercato si sviluppi ulteriormente in questa direzione.»

sabato 15 agosto 2015

Scontri etnici in R D Congo: pigmei discriminati, disprezzati e sfruttati

AGI
La Repubblica Democratica del Congo deve proteggere “urgentemente” i civili, vittime degli scontri mortali che dal 2013 si verificano tra le milizie bantu e quelle pigmee nel sud-est del paese. E’ l’appello dell’Human Rights Watch (HRW), l’organizzazione non governativa internazionale che si occupa della difesa dei diritti umani.
“Le uccisioni e il trasferimento generalizzato dei civili”, in seguito agli attacchi nella provincia del Katanga “dimostrano la necessita’ per il governo di proteggere i civili urgentemente”, ha dichiarato in un rapporto la Ong statunitense.
Il conflitto tra le due etnie, la maggioritaria Bantu e il sottogruppo Batwa dei pigmei, esiste dai tempi coloniali. I pigmei sono da lungo tempo emarginati, disprezzati e sfruttati.

Recentemente gli scontri si sono intensificati e per lo Human Rights Watch non cesseranno fin quando ai Batwa non saranno riconosciuti i loro diritti fondamentali. Inoltre i Pigmei sono minacciati, nel Katanga anche dall’industria mineraria e dall’agricoltura sempre piu’ estensiva da parte dei Bantu.

L’Ong denuncia che nel combattimento del 30 aprile scorso, i combattenti Luba (Bantu) hanno “attaccato un campo di profughi vicino alla citta’ di Nyunzu. Il campo e’ stato ridotto in cenere – ha affermato l’Organizzazione che ha ascoltato le testimonianze dei superstiti – e sono stati uccisi almeno 30 uomini, donne e bambini appartenenti alla etnia Batwa, a colpi di machete, frecce e asce. Decine di persone risultano disperse e si teme possano essere morte”. L’Ufficio delle nazioni Unite per gli Affari Umanitari (Ocha) ha rilevato che se fino al 2014 gli scontri erano dei Luba contro i Batwa, ora si registra una controtendenza. Gli appelli alla calma per una convivenza pacifica non fermano le violenze, che causano decine di migliaia di sfollati.