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mercoledì 7 novembre 2018

Rapporto ONU: Sud Sudan, diritti umani violati nel paese in guerra. Rapimenti di civili, donne violentate, bambini soldato

Osservatorio Diritti
Un report dell'Alto commissariato Onu per i Diritti umani fa luce sugli attacchi dell'esercito di liberazione popolare sudanese contro i civili in Sud Sudan. Colpiti almeno 28 villaggi, rapiti 887 civili, oltre 500 donne vittime di violenza sessuale e bambini soldato reclutati con la forza.



Attacchi in almeno 28 villaggi; 887 civili rapiti, di cui 505 donne e 63 ragazze, molte delle quali con tutta probabilità vittime di violenza sessuale o ridotte in schiavitù; uomini e ragazzi reclutati con la forza per ingrossare le file dell’esercito e prendere parte alle ostilità. 

A documentare i drammatici numeri della guerra in Sud Sudan è l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, in un report che fa luce sugli attacchi perpetrati dall’esercito di liberazione popolare sudanese contro i civili negli stati di Gbudwe e Tambura, solo tra aprile e agosto 2018.

Felicia Buonomo

sabato 6 ottobre 2018

Premio Nobel per la pace a Denis Mukwege e Nadia Murad che combattono la violenza sessuale nei conflitti

Avvenire
Sono il ginecologo congolese Denis Mukwege e la testimone yazida Nadia Murad i vincitori del premio Nobel per la pace 2018. Il premio consiste in 9 milioni di corone svedesi, parti a circa un milione di dollari.

Il medico ginecologo congolese Mukwege cura le vittime di violenza sessuale nella Repubblica Democratica del Congo, mentre Murad è una donna yazida irachena, attivista per i diritti umani, ex schiava sessuale del Daesh, che nel suo villaggio uccise migliaia di persone.

Questa la motivazione del premi: «Per i loro sforzi per mettere fino all'uso della violenza sessuale come arma in guerre e conflitti armati».
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giovedì 6 settembre 2018

Turchia, il dramma delle donne siriane rifugiate vittime di violenze. Centinaia di bambine ricoverate incinte.

Osservatorio Balcani Caucaso
Le donne costituiscono quasi la metà dei siriani che si trovano sotto protezione temporanea in Turchia. Ma oltre alle difficoltà derivanti dalla propria condizione di profughe si trovano spesso a fare i conti con violenze sessuali e una realtà patriarcale.

Negli ultimi 7 anni la Turchia è diventata terra d’asilo per oltre 3,5 milioni di siriani. La metà circa di questo numero è rappresentato da donne, di cui 800mila al di sotto dei 18 anni. 

Un gruppo che oltre alla condizione di profugo deve anche fare i conti con un contesto dominato da una forte mentalità patriarcale. E dove l’uguaglianza di genere - sebbene garantita da leggi nazionali e da convenzioni internazionali - non va mai data per scontata. Resta infatti estremamente diffusa l’idea - sostenuta dallo stesso esecutivo turco - che le donne e le ragazze debbano conformarsi alle norme tradizionali di genere diventando innanzitutto brave mogli e madri, mentre l’istruzione assume un’importanza secondaria.

Gli aiuti non bastano
È quindi abbastanza facile comprendere perché - come viene riportato in un recentissimo rapporto della UN Women - le donne siriane in Turchia affermino di riscontrare gli ostacoli maggiori nel trovare una casa e un lavoro oltre che nel comunicare in turco. 
Lo studio riporta inoltre che le stesse, pur rischiando di essere maltrattate o discriminate nella vita quotidiana, dimostrano di non sapere dove rivolgersi per chiedere assistenza (nel 73% dei casi). Non sanno dove cercare aiuto per i figli (nel 74% dei casi) nonostante l’11% dei bambini abbia già avuto un incidente, e nemmeno dove trovare consulenza legale gratuita (68%) o supporto psico-sociale (57%).

La UN Women, organizzazione dell’ONU dedicata all’uguaglianza di genere, è uno dei beneficiari dei fondi ( denominati “Strumento per i rifugiati”) di 3 miliardi di euro elargiti dall’UE nell’ambito della Dichiarazione UE-Turchia sui rifugiati siglata nel marzo 2016. Lo scorso luglio, la Commissione europea, ha deciso di “garantire la continuazione del valido operato dello strumento” prevedendo di finanziare con altri 3 miliardi di euro nuovi progetti rivolti ai siriani sotto la protezione temporanea dello stato turco affinché continuino a restare in Turchia.

Spose Bambine in Turchia
In Turchia il 15% delle bambine sono date in spose prima dei 18 anni - età in cui si diventa maggiorenni secondo la legge turca. Il dato riflette numeri “ufficiali” ma va tenuto in conto che molti matrimoni di questo tipo vengono svolti con rito religioso dagli imam e non sono legali. Dunque in caso di “divorzio” non riconoscono alle giovani nemmeno alimenti o altri benefici economici. Dal novembre 2017 una legge ha permesso ai funzionari dello stato (i mufti) di celebrare matrimoni religiosi con valenza legale. Per parte della società civile turca la nuova legge non serve ad altro che incrementare il numero dei matrimoni precoci, mentre l’esecutivo sostiene l’opposto.

[...]

“Degli oltre 3 milioni di siriani che vivono oggi in Turchia solo 235mila alloggiano nei campi profughi. Gli altri sono sparsi per le città e cercano di cavarsela da soli. Sono sottoposti a ogni sorta di discriminazione e violenza. Lo status di ‘protezione temporanea’ che gli è stato assegnato non li protegge più di tanto”, scrive la giornalista e attivista Nurcan Baysal.

Un esempio a riguardo, riguarda il campo per profughi Telhamut, che si trova a Urfa Ceylanpınar. All’inizio di agosto, l’Ordine degli avvocati di Diyarbakır assieme ad altre organizzazioni della società civile ha cercato invano di entrare nel campo per verificare una denuncia secondo la quale le abitanti del campo sarebbero costrette a prostituirsi in cambio di generi alimentari. L’Ordine, chiedendo alla procura di avviare un’indagine, ha affermato che la denuncia rappresenterebbe una gravissima violazione dei diritti. L’indagine - avviata - è stata tuttavia posta sotto segreto istruttorio e il campo resta tuttora accessibile solo alle ONG vicine al governo.

Un’altra vicenda di violenza sessuale, questa volta riguardante delle minorenni siriane, è stata recentemente riportata dal quotidiano online Oda TV. Ne è emerso che nel 2017 l’ospedale Bağcılar di Istanbul ha ricoverato - senza però comunicarlo alle autorità competenti - 392 bambine incinte e per la maggior parte siriane. La procura ha avviato un’indagine in cui sono coinvolti 59 medici, ma il caso non risulta isolato.
Spose bambine
I quotidiani turchi riportano ogni giorno notizie di minorenni costrette al matrimonio. Come la sedicenne siriana D.H. che, per essersi ribellata a nozze forzate, è stata buttata dal balcone al terzo piano di un palazzo dal fratello. O la quattordicenne Y.Ç. che il giorno del matrimonio è riuscita a telefonare alla polizia e farsi liberare.

Così come per le “spose bambine” turche, anche per quelle siriane il primo movente delle famiglia è di tipo economico. Si aggiungono poi considerazioni legate alla preservazione dell’onore della famiglia e intente a proteggere le giovani da violenze sessuali. “Se mio padre fosse vivo non avrebbe mai dato il suo permesso”, è l’amaro commento di una giovane sposa siriana la cui madre non sembra aver potuto resistere alla pressione dei pretendenti. Lo riporta la rivista National Geographic, che di recente ha dedicato un servizio al tema, ricordando che prima della guerra il numero delle minorenni siriane sposate era decisamente inferiore, mentre ora c’è “un’epidemia di matrimoni di bambine”.

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Fazıla Mat

giovedì 30 giugno 2016

Messico - Rapporto Amnesty - Sistematiche violenze verso le donne detenute. Lo Stato le tollera

letteradonna.it
Amnesty International ha raccolto le testimonianze di 100 detenute delle carceri messicane, scoprendo che le violenze sono all'ordine del giorno. E sono probabilmente tollerate dallo Stato. 


La molestia sessuale e psicologica come pratica comune e sistematica per estorcere confessioni alle prigioniere. La denuncia su quanto accade nelle carceri femminili del Messico arriva da Amnesty International, che ha condotto un'inchiesta intervistando 100 carcerate. E se 72 di queste hanno rivelato di essere state molestate subito dopo l'arresto, ben 33 sostengono di essere state violentate.

Anche scariche elettriche - Numeri raccapriccianti che svelano una realtà "paurosa", come la definisce Madeleine Penman, autrice del rapporto presentato martedì 28 giugno 2016. E la cosa fa ancora più orrore, se si pensa che, di fatto, si tratta di una vera e propria violenza di Stato. 

Secondo Amnesty, tra le varie molestie, ci sarebbero anche "palpeggiamenti, scariche elettriche, percosse", sia durante la prigionia che durante gli interrogatori.
Inchieste che non portano a nulla - A peggiorare le cose, il dato che riguarda gran parte della popolazione carceraria femminile: si tratta quasi sempre di donne dalle origini umilissime, che non sono in grado di assicurarsi una difesa giudiziaria degna di questo nome. Così, si ritrovano costrette a subire, senza avere la possibilità di sporgere denuncia. 

E anche se in 22 casi sono state aperte delle inchieste, nessuna di queste si è mai conclusa con una condanna nei confronti dei poliziotti o dei funzionari delle carceri.

sabato 14 giugno 2014

Sottosegretario Esteri Giro - Italia in prima linea nel semestre europeo contro la violenza sessuale nelle aree in conflitto

Notizie Geopolitiche
“L’Italia sostiene le richieste della Campagna in ogni foro internazionale. Si tratta di una battaglia non solo legale e normativa, ma soprattutto culturale. – ha dichiarato il Sottosegretario Giro – “Le vittime sono anzitutto individui con nomi, cognomi e storie, la cui dignità è stata negata. 

Tra questi ci sono i volti più nascosti della violenza sessuale dei conflitti: bambini nati dagli stupri, giovani e bambini che hanno subito abusi”.
“La violenza sessuale nelle situazioni d’emergenza figura tra i temi prioritari della nostra agenda per il semestre europeo. Dobbiamo assistere chi ha vissuto questo tipo di trauma e spingere affinché venga fatta giustizia nei loro confronti. 

A tal fine, l’Italia sta operando in Sudan e Siria, attraverso l’UNFPA, e in Libia, sostenendo specifiche modifiche legislative” – ha concluso il Sottosegretario.

domenica 1 settembre 2013

Somalia - Denuncia di Amnesty International: stupri e violenza sessuale, minacce costanti per le sfollate

Amnesty International
In Somalia, le donne e le bambine che vivono nei campi improvvisati per le persone sfollate rischiano fortemente di subire stupri e altre forme di violenza sessuale: è quanto ha dichiarato oggi Amnesty International, di ritorno da una missione di ricerca nel paese.
Campo IDP Mogadiscio
I ricercatori di Amnesty International hanno incontrato decine di donne e ragazze, alcune delle quali - una di soli 13 anni - erano state recentemente stuprate. La maggior parte di loro non ha presentato denuncia alla polizia temendo di essere stigmatizzata e nutrendo poca fiducia nella capacità o nella volontà delle autorità di svolgere indagini.

"Molte delle donne che abbiamo incontrato vivono in rifugi fatti di pezzi di stoffa e di plastica, che non offrono alcuna sicurezza; nel contesto dell'assenza di legge che prevale nel paese e della mancanza di sicurezza all'interno di questi campi, non stupisce affatto che si verifichino questi orribili abusi" - ha dichiarato Donatella Rovera, Alta consulente di Amnesty International sulle crisi.

Nella seconda parte di agosto, una ragazza di 14 anni che vive in un campo di Mogadisicio è stata stuprata nella sua tenda e si sta appena riprendendo da un attacco di epilessia. Ha raccontato ad Amnesty International:

"Ho aperto gli occhi e c'era un uomo che mi stava togliendo i vestiti. Ho cercato di urlare ma lui mi ha stretto le mani alla gola. Mia cugina di 4 anni si è svegliata e l'uomo le ha detto di stare zitta. Ha fatto quello che voleva fare e se n'è andato".

La nonna della ragazza ha dichiarato ad Amnesty International che i vicini, svegliati dalle urla della ragazza, hanno visto un uomo di 30 anni, con indosso un kikoi (un abito tradizionale) e con un bakor (un bastone da passeggio), allontanarsi dalla tenda e correre via.

Un'altra donna, madre di cinque figli, ha raccontato ad Amnesty International di essere riuscita ad allontanare un uomo armato che era entrato nella sua tenda per stuprarla, agli inizi di agosto. Durante la lotta, l'uomo le ha sparato su entrambe le mani. A seguito di questo episodio, la donna ha perso il figlio di cui era incinta di tre mesi.

Sebbene l'aggressione sia stata segnalata alla polizia, questa non ha aperto alcuna indagine.

Le indagini, i processi e le condanne per stupro e altre forme di violenza sessuale sono un fatto raro in Somalia e pertanto le sopravvissute sono poco incentivate a presentare denuncia alla polizia. Alcune donne hanno subito ulteriori abusi e stigma.

Le procedure eseguite dalla polizia, tra cui interrogatori privi di tatto e invadenti, acuiscono spesso lo stigma nei confronti di chi è sopravvissuta alla violenza sessuale. Nonostante l'alto numero di aggressioni sessuali, le poliziotte in servizio sono poche.

Secondo le Nazioni Unite, nel 2012 in Somalia vi sono stati almeno 1700 casi di stupro nei campi per i profughi interni, il 70 per cento dei quali ad opera di uomini armati che indossavano uniformi governative. Quasi un terzo delle sopravvissute aveva meno di 18 anni.

"L'incapacità e la mancanza di volontà, da parte delle autorità somale, d'indagare su questi crimini e portare i responsabili di fronte alla giustizia, rende le sopravvissute allo stupro ancora più sole e contribuisce al clima d'impunità che rende certi gli aggressori che riusciranno a farla franca" - ha sottolineato Rovera. "Occorrono azioni concrete per assicurare giustizia alle vittime e inviare il segnale chiaro e inequivocabile che la violenza sessuale non può essere e non sarà tollerata".

Due decenni di conflitto e di carestie periodiche hanno costretto centinaia di migliaia di somali a lasciare le loro case per rifugiarsi in campi sempre più grandi e affollati, nei quali la sicurezza è assente e le condizioni umanitarie agghiaccianti. Sebbene le condizioni di sicurezza nel paese siano migliorate, in Somalia c'è ancora oltre un milione di sfollati.