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lunedì 13 giugno 2022

Somalia, Etiopia, Kenya, 1,7 milioni di bambini in condizioni di grave malnutrizione, senza interventi la loro vita è in serio pericolo.

Africa Rivista
Una “esplosione di morti infantili” è probabile e imminente nel Corno d’Africa se la comunità internazionale non dovesse intervenire con urgenza per scongiurare tale scenario, garantendo aiuti per gli oltre 1,7 milioni di bambini in condizioni di grave malnutrizione acuti in Somalia, Etiopia e Kenya.


L’allarme è stato lanciato dall’Unicef, i cui operatori hanno raccontato alla stampa a Ginevra di aver incontrato genitori costretti a seppellire i propri figli lungo la strada mentre percorrevano centinaia di chilometri alla ricerca di assistenza medica.


Dopo quattro stagioni consecutive di mancate piogge nella regione orientale del continente africano, situazione che non si registrava da almeno 40 anni, nella sola Somalia sono almeno 386.000 i bambini che hanno urgente bisogno di cure salvavita a causa di una grave malnutrizione. 

Si tratta di una siccità peggiore di quella che colpì il Paese nel 2011, quando in Somalia si contarono 250.000 morti, soprattutto bambini, ha spiegato Rania Dagash, vice direttore dell’Unicef per l’Africa orientale e meridionale. “Le vite dei bambini nel Corno d’Africa sono a maggior rischio anche a causa della guerra in Ucraina e penso sia importante sottolinearlo, perché la sola Somalia importava il 92% del suo grano dalla Russia e dall’Ucraina, ma ora le linee di approvvigionamento sono bloccate”, ha rimarcato.

“Se il mondo non distoglie lo sguardo dalla guerra in Ucraina e non agisce immediatamente, nel Corno d’Africa sta per verificarsi un’esplosione di morti infantili”, ha detto Dagash. Perché il numero di bambini in condizioni di grave malnutrizione acuta è aumentato di oltre il 15% nell’arco di cinque mesi, e oggi in Etiopia, Kenya e Somalia si contano oltre 1,7 milioni di bambini che hanno urgente bisogno di cure. Ma non bastano gli aiuti salvavita, ha aggiunto, occorre investire in misure volte a rafforzare la resilienza, per salvare i mezzi di sussistenza delle persone e impedire loro di dover lasciare le proprie case, in cerca di cibo, acqua e assistenza sanitaria. Anche perché le ultime previsioni meteorologiche mettono in forse anche le piogge della stagione ottobre-dicembre, con la conseguente perdita di altri raccolti e di altri capi di bestiame per il venir meno delle fonti idriche.

Secondo l’Unicef, tra febbraio e maggio di quest’anno il numero di famiglie rimaste senza accesso ad acqua pulita e sicura è quasi raddoppiato, passando da 5,6 milioni a 10,5 milioni. Per aiutare le comunità a resistere alle sempre più frequenti siccità causate dai cambiamenti climatici, i team e i partner delle Nazioni Unite hanno dovuto scavare pozzi ancora più profondi di prima, in alcuni casi fino a due chilometri.

“Stiamo aiutando le famiglie rurali a rimanere dove si trovano garantendo trasferimenti di denaro salvavita per l’acquisto di beni essenziali come cibo, acqua e medicine, nonché beni di sussistenza”, ha detto da parte sua Etienne Peterschmitt, rappresentante della Fao in Somalia, sottolineando che al momento il sostegno richiesto per il 2022 per garantire questa forma di assistenza “non si è ancora completamente concretizzato e centinaia di migliaia di somali corrono un rischio molto reale di morire di fame”.

Stando all’ultima analisi della Fao, 7,1 milioni di persone, ovvero il 45% della popolazione somala, sono in condizioni di grave insicurezza alimentare.

Simona Salvi

venerdì 26 marzo 2021

Il Kenya ordina la chiusura dei campi profughi di Dadaab e Kakuma che ospitano 410 mila rifugiati, sopratutto somali

africarivista.ir
Il Kenya ha ordinato la chiusura di due vasti campi che ospitano centinaia di migliaia di rifugiati dalla vicina Somalia e ha dato all’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) due settimane per presentare un piano in tal senso. 


I campi profughi di Dadaab e Kakuma nel nord del Kenya ospitano più di 410.000 persone soprattutto somali; una piccola percentuale di queste proviene anche dal Sud Sudan.

Citando preoccupazioni per la sicurezza nazionale, le autorità di Nairobi avevano annunciato per la prima volta la loro intenzione di chiudere il campo di Dadaab, che è più vicino al confine con la Somalia rispetto a Kakuma, nel 2016.

Fred Matiang’i, ministro degli Interni del Kenya, ha concesso ora all’Unhcr 14 giorni per elaborare un piano per la chiusura di entrambi i campi, ha riferito il ministero in un tweet, aggiungendo che non c’è spazio per ulteriori colloqui sulla questione.

“La decisione avrebbe un impatto sulla protezione dei rifugiati in Kenya, anche nel contesto della pandemia covid-19 in corso”, ha riferito da parte sua l’Unchr in una dichiarazione.

La mossa del Kenya arriva in momento in cui le relazioni con la Somalia sono ai minimi: lo scorso dicembre Mogadiscio ha tagliato i rapporti diplomatici con Nairobi accusando il vicino di interferire nei suoi affari interni.

Le due nazioni si stanno inoltre confrontando presso la Corte internazionale di giustizia per una controversia sui confini marittimi, sebbene il Kenya abbia boicottato l’udienza. In commenti affidati alla Reuters, il ministero degli interni del Kenya ha sostenuto che la decisione di chiudere i campi non è collegata a difficoltà diplomatiche con la Somalia.

domenica 8 settembre 2019

Le domande che non ci facciamo: "Perché i migranti scappano da casa loro" - Nigeria, Mali, Sudan, Afghanistan, Somalia, Eritrea, Gambia, Tunisia.

Il Sole 24 Ore
La povertà in Nigeria, il terrorismo in Mali, le guerre che lacerano il paese nel Sudan. E ancora, i migranti «invisibili» dalla Tunisia e la repressione in Afghatnisan. Dietro alla fuga di milioni di cittadini ci sono motivi che ignoriamo. O non riusciamo ancora a capire.



Veniva dal Mali, aveva 14 anni e la speranza, sotto forma di una pagella scolastica, cucita nella giacca. Veniva dal Mali ed è morto nel Mediterraneo il 18 aprile 2015. A raccontare la storia di questo piccolo naufrago è stata Cristina Cattaneo, medico legale che negli ultimi anni si è occupata di riconoscere i corpi dei migranti annegati in mare.


Ci sono domande che ci facciamo poco. Ad esempio perchè quel ragazzino venisse dal Mali. Perché sui barconi che arrivano (sempre meno per la verità) non ci siano mai ragazzini (o uomini o donne) della Namibia, del Rwanda, del Botswana o anche della poverissima Sierra Leone. Ma ci sono spesso cittadini del Sudan, della Nigeria, dell'Eritrea, del Mali. Se ci facessimo queste domande scopriremmo che dai paesi in cui convivono pacificamente gruppi etnici e religiosi diversi (come in Sierra Leone) dove c'è un'economia vivace e governi stabili e poco corrotti (come in Bostwana) e nessuna crisi idrica o ambientale (come in Rwanda) nessuno vuole andarsene.

Le mille contraddizioni della Nigeria
Se c'è un paese da cui cominciare per indagare i contesti di partenza dei migranti questo è certamente la Nigeria. Con i suoi190 milioni di abitanti è il paese più popoloso del continente africano e il settimo nel mondo. È un paese giovanissimo: il 40% della popolazione ha meno di 14 anni e, con un tasso di crescita del 2,6% annuo, dovrebbe raggiungere entro il 2050 i 250 milioni di abitanti, poco meno della metà degli abitanti del continente europeo. Sul piano economico la Nigeria è un paese di forti contraddizioni. È povero e allo stesso tempo in crescita economica, seppur con alti e bassi, garantita soprattutto dalla presenza di giacimenti di petrolio. Dalla Nigeria sono arrivate 36 mila persone nel 2016 e 18 mila nel 2017. I nigeriani sono la nazionalità di sub-sahariani più numerosa in Italia (i residenti erano 93.915 al 1 gennaio 2017).

Perché i nigeriani emigrano? Il primo profilo di migranti nigeriani è composto da giovani delle zone rurali con scarsa formazione e poca possibilità di impiego. Il secondo profilo è costituito da ragazzi, spesso minori, che si trovano in gravi situazioni familiari e pensano che l'Europa sia il solo orizzonte di sopravvivenza possibile. Il terzo profilo è quello composto dagli abitanti delle regioni del delta del fiume Niger. Si tratta di regioni ricchissime in petrolio, ma la cui estrazione ha conseguenze devastanti per l'ecosistema e per le popolazioni che vivono principalmente di agricoltura e pesca. In questo caso parliamo di rifugiati ambientali, costretti all'esilio a causa della devastazione subita dal territorio in cui risiedevano. La pratica delle espropriazioni forzate da parte delle compagnie petrolifere in accordo con lo Stato aumenta la povertà e l'emarginazione sociale.

Il quarto profilo è composto da ragazze giovani, a volte minorenni, destinate alla tratta per la prostituzione. Molte delle storie di queste ragazze sono simili. Desiderose di raggiungere l'Europa con la speranza di una vita migliore, fanno affidamento a dei passeur con la promessa di un lavoro come colf o come cameriera. Contraggono un debito dai 30 ai 50 mila euro che dovrebbero teoricamente pagare con una parte dei soldi guadagnati con il lavoro promesso e una volta portate in Italia sono costrette a prostituirsi. Se si rifiutano mettono in pericolo la famiglia rimasta in Nigeria, che rischia di subire minacce da parte dei membri della mafia nigeriana, molto attiva in questa vera e propria tratta di esseri umani. Il quinto profilo è quello di coloro che scappano da Boko Haram, un gruppo terroristico jihadista attivo dal 2002 ma le cui azioni violente sono aumentate negli ultimi cinque anni, cioè da quando l'attuale leader Abubakar Shekau ha preso le redini del gruppo, sconfinando anche nei paesi vicini come Camerun, Niger e Ciad. Tra il 2009 e il 2017 le azioni terroristiche di Boko Haram hanno causato 51 mila morti di cui 32 mila civili e 2,5 milioni di sfollati.

Somalia, Eritrea, Gambia, in fuga da dittatura e fanatismo
In cima alla lista dei paesi africani da cui i migranti provengono c'è stata per anni anche la Somalia. Prima il regime di Siad Barre, poi la guerra civile, infine l'estremismo che è passato dalle Corti islamiche agli Al Shabaab, hanno fatto si che una grande fetta della classe media del paese sia fuggita all'estero. La diaspora somala è tra le più nutrite al mondo. Poichè la Somalia è un'ex colonia italiana per molti somali è parso naturale venire in Italia. A proposito di ex colonie per anni in Italia sono arrivati anche molti cittadini eritrei. Sono stati loro, fra il 2015 e il 2018, ad affollare i barconi.

Scappano da un dittatore, Isaias Afewerki, al potere da quasi vent'anni, che obbliga i suoi cittadini ad un servizio militare a vita, che ha soppresso la libertà di stampa e di pensiero. Non tanto diversa è stata fino a due anni fa la situazione del Gambia dove Yahya Jammeh ha governato per 22 anni dopo essere arrivato al potere con un colpo di Stato e aver represso ogni dissenso con veri e propri squadroni della morte. Per questo il Gambia, il più piccolo paese africano con solo due milioni di abitanti, è stato negli anni scorsi in testa nelle classifiche dei paesi di provenienza dei richiedenti asilo in Europa.

Repubblica Centrafricana e Sudan, quando la guerra spacca a metà il paese
Ci sono paesi poi, come la Repubblica Centrafricana, che continuano a essere dilaniati da una guerra civile che sembra non voler finire mai. Ex colonia francese, da sempre uno dei territori più poveri del pianeta, dal 2012 la repubblica Centrafricana è di nuovo in preda all'ennesima guerra civile tra la coalizione di governo cristiana anti-balaka e le forze ribelli a maggioranza musulmana Sèlèka. Lo stupro è usato come arma di guerra, i massacri sono all'ordine del giorno e la gente continua a scappare. In questo paese un bambino su 24 muore nel primo mese di vita, due terzi della popolazione è senza accesso ad acqua potabile e la metà è in stato di insicurezza alimentare. Nel primo semestre 2018gli sfollati erano 1,2 milione. Tutti numeri che diventano in fretta migranti.

Un altro paese africano di cui ci interessiamo poco, ma la cui situazione ci dovrebbe invece essere cara perché molti giovani africani arrivano in Italia da quell'area è il Sudan. Nel 2018 un migrante su tre di quelli che sono sbarcati sulle nostre coste proviene da questa terra. Nord e sud Sudan sono arrivati a uno scontro durato oltre vent'anni dal 1983 al 2005 che ha causato più di due milioni di morti e quattro milioni di dispersi. Alla fine il Sud Sudan è diventato un paese indipendente nel 2011. Ma nonostante questo per entrambi i paesi non c'è pace e di conseguenza molti abitanti del Sudan e del Sud Sudan emigrano.


Il Mali è il nono paese di provenienza (Viminale, dati immigrazione 2018) dei migranti provenienti in Italia. La povertà, l'instabilità politica, la diffusione del terrorismo islamico e le crisi ambientali sono le cause di migrazione. Nel nord del paese tra il 2013 ed il 2014 le forze fedeli ad Al Qaeda nel Sahel hanno costituito un piccolo emirato durato pochi mesi, ma che ancora oggi non manca di mostrare profonde cicatrici soprattutto per ciò che concerne la stabilità e la sicurezza. Come se non bastasse il Mali è uno dei paesi più poveri al mondo. Occupa il quintultimo posto nella classifica mondiale dello sviluppo umano stilata dalle Nazioni Unite, e la maggior parte della popolazione - il 77% - vive con meno di due dollari al giorno.

Il “colpo di grazia” della crisi ambientale
Diverse crisi ambientali hanno aggravato ancora di più le condizioni del territorio che per il 35% è di natura desertica. Nel 2011, una crisi alimentare ha causato nuove migrazioni che si sono orientate così, verso il Mediterraneo. Il collasso della Libia di Gheddafi, è stato un altro motivo che ha spinto i maliani verso l'Europa. Forse anche il quattordicenne con la pagella nella giacca, chissà. Situazione simile in Ciad, ex colonia francese, paese molto povero dove è in corso una crisi umanitaria senza precedenti che porta a migrazioni infinite. La malnutrizione acuta, endemica nella regione, colpisce non solo le province rurali della fascia del Sahel ma ora è cronica e ha raggiunto proporzioni allarmanti tra i bambini sotto i cinque anni a N'Djamena, capitale del Ciad, città di circa 1,5 milioni di abitanti.

Bisogna anche dire che la nazionalità africana che arriva di più in Italia oggi è quella dei tunisini, per lo più con sbarchi fantasma. Dei 4.953 migranti arrivati nel 2019 la maggior parte sono tunisini. Secondo Flavio Di Giacomo dell'Oim, la ripresa dell'emigrazione tunisina è dovuta principalmente al peggioramento della situazione economica nel paese nordafricano. Il tasso di disoccupazione nazionale in Tunisia è al 15%, e arriva addirittura al 25% nelle aree rurali del Paese. Quella giovanile è al 40% e quella dei laureati è al 31%. La povertà e la fame rimangono opprimenti in molte aree del territorio e migliaia di persone non hanno mai smesso di protestare nelle piazze, sfociando talvolta anche in manifestazioni violente. A fuggire dalla Tunisia è quindi un'intera generazione frustrata e senza prospettive. Malgrado l'incremento di arrivi, sono poche le richieste di asilo concesse ai tunisini giunti nel nostro Paese proprio data la loro natura di migranti economici. Con la Tunisia è inoltre in vigore un accordo di rimpatrio per i migranti che arrivano in Italia. E così si infrange per i tunisini il sogno italiano.

sabato 24 febbraio 2018

Somalia. HRW: ex bambini di al-Shabaab torturati dal governo e non affidati all'UNICEF per essere riabilitati

sicurezzainternazionale.luiss.it
I bambini somali sospettati di avere legami con il gruppo terroristico al-Shabaab vengono detenuti in celle come gli adulti. È quanto ha denunciato Human Rights Watch (HRW) in un report pubblicato il 21 febbraio, in cui fa luce sulle violazioni e gli abusi subiti dai ragazzi presi in custodia dal governo di Mogadiscio, poiché ritenuti essere legati ai jihadisti somali.


Nonostante il governo abbia promesso all'Onu di liberare i minori, facendoli passare sotto la protezione dell'Unicef per essere riabilitati, finora, le autorità regionali non sono state in grado di mantenere la parola data, continuando a commettere violazioni dei diritti umani. Una ricercatrice di HRW, Laetitia Bader, ha riferito che i bambini, dopo aver sofferto molto nelle mani dei jihadisti, continuano a subire abusi anche una volta sotto la custodia del governo. Il report di HRW è basato sulle interviste a 80 minori che, dopo aver trascorso molto tempo tra le fila di al-Shabaab, sono stati trattenuti dall'intelligence somala, hanno subito processi presso corti militari e sono stati messi in prigione più volte.

Secondo le Nazioni Unite, dal 2015, le autorità della Somalia hanno trattenuto centinaia di ragazzi sospettati di essere associati al gruppo terroristico, nonostante il Paese sia obbligato a riconoscere la situazione speciale in cui versano i bambini, in linea con il diritto internazionale, i quali necessitano assistenza e di intraprendere un processo di reintegrazione. Le forze di sicurezza somale, al contrario, non hanno trattato i casi che riguardavano i minori nel modo adeguato. Una volta arrestati, i ragazzi vengono generalmente interrogati dagli ufficiali dell'intelligence, della National Intelligence and Security Agency (Nisa) a Mogadiscio, o ralla Puntland's Intelligence Agency (PIA) a Bosasso. Queste decidono poi come categorizzarli, quanto trattenerli e in che modo poi passarli sotto la protezione dell'Unicef. Tuttavia, in queste fasi, i bambini subiscono maltrattamenti e abusi, venendo spesso isolati dai genitori e minacciati, talvolta anche torturati e picchiati per ottenere confessioni. Un 16enne ha riferito a HWR di essere stato chiuso in una cella per settimane, venendo picchiato di notte, senza che nessuno gli fornisse poi assistenza medica.

Alla luce di tutto ciò, HRW chiede al governo somalo di interrompere immediatamente tali pratiche, e di permettere l'intervento dell'Unicef per assicurare la protezione dei minori. Rivolgendosi ai partner internazionali, l'organizzazione umanitaria ha chiesto di segnalare qualsiasi caso sospetto di maltrattamento per prevenire e contrastare l'abuso dei minori. Al-Shabaab, in arabo "la gioventù", è un'organizzazione jihadista fondata nel 2006 e affiliata ad al-Qaeda, che mira a rovesciare il governo di Mogadiscio, appoggiato dall'Onu, per prendere il potere e imporre la propria visione della legge islamica, la sharia.

Il Country Report on Terrorism 2016 del governo americano ha inserito la Somalia al primo posto tra i Paesi considerati "safe heavens" (rifugio sicuro) del terrorismo in Africa. Con tale termine, vengono indicati quegli Stati in cui le organizzazioni terroristiche sono in grado di operare liberamente per colpa di una governance locale inadeguata e incapace di contrastare le attività terroristiche. Secondo il rapporto, la capacità di al-Shabaab di operare indisturbatamente nel Paese è stata dovuta, in larga parte, alla fallibilità delle operazioni anti-terrorismo portate avanti dal governo. L'attacco più mortale compiuto da al-Shabaab in Somalia si è verificato il 14 ottobre 2017, a Mogadiscio, dove l'esplosione di autobombe ha ucciso più di 500 persone.

venerdì 22 dicembre 2017

Migliaia di rifugiati somali costretti a lasciare il campo di Dadaab in Kenya per tornare nei rischi della guerra in Somalia

Presenza
Migliaia di rifugiati somali costretti a lasciare il campo di Dadaab in Kenya stanno affrontando siccità, carestia e un nuovo ciclo di sfollamenti in Somalia.


I rimpatri da Dadaab hanno conosciuto un’accelerazione da quando, nel maggio 2016, le autorità keniane hanno annunciato l’intenzione di chiudere il campo. In Somalia, i ricercatori di Amnesty International hanno incontrato persone rientrate da Dadaab e attualmente residenti in città sovraffollate o in campi per sfollati.

Molti di loro hanno affermato di aver lasciato Dadaab a causa del declino dei servizi e delle forniture di cibo o delle minacce delle autorità keniane che sarebbero stati comunque costretti al rimpatrio e senza alcuna assistenza.

“Nel suo ostinato intento di rimpatriare i rifugiati, il governo del Kenya ha contribuito a buona parte dei piccoli passi avanti in termini di sicurezza in Somalia, ma la realtà è che la maggior parte del paese è ancora piagata da violenza e povertà”, ha dichiarato Charmain Mohamed, direttore del programma Diritti dei rifugiati e dei migranti di Amnesty International.

“I rifugiati un tempo fuggiti dalla siccità, dalla carestia e dalla violenza in Somalia sono obbligati a rientrare nel mezzo di una grave crisi umanitaria. Molti di loro non riescono ancora a tornare nei luoghi di origine e si trovano nella stessa disperata situazione da cui erano scappati”, ha sottolineato Mohamed.

“Fino a quando non vi sarà un significativo miglioramento della situazione umanitaria, il governo del Kenya dovrà continuare a fornire protezione ai rifugiati somali. Altrimenti rischierà di violare gli standard internazionali secondo i quali i rifugiati possono essere rimpatriati solo quando la loro sicurezza e la loro dignità saranno garantire”, ha aggiunto Mohamed.

L’ampia struttura di Dadaab, nel Kenya orientale, ospita attualmente circa 240.000 persone. Nel maggio 2016 il governo keniano ha annunciato che il campo sarebbe stato chiuso per motivi di sicurezza e per l’insufficiente sostegno da parte della comunità internazionale. Questo annuncio ha provocato una grande accelerazione nei rimpatri, fino a quando nel febbraio 2017 l’Alta corte del Kenya ha dichiarato illegale la chiusura del campo.

Nel novembre 2016 Amnesty International aveva documentato come funzionari del governo keniano stessero minacciando i rifugiati per spingerli a lasciare Dadaab. L’organizzazione per i diritti umani aveva sollevato forti dubbi sulla “volontarietà” dei rimpatri.

giovedì 19 ottobre 2017

Somalia - 300 morti e e centinaia di feriti nell'attentato ... ma già non se ne parla più.

Avvenire
Si fa di ora in ora più drammatico il bilancio del doppio attacco suicida di sabato a Mogadiscio, in Somalia. Fonti mediche riferiscono che i morti sono almeno 300, mentre si contano centinaia di feriti. Si tratta dell'attacco più sanguinoso dall'inizio dell'insurrezione islamista di al-Shabab nel 2007.


Il doppio attacco suicida sarebbe opera dei terroristi di al-Shabaab. Molte persone sotto le macerie di un albergo in parte distrutto.

Il presidente Mohamed Abdullah Mohamed ha decretato tre giorni di lutto nazionale. L'attentato non è stato rivendicato ma viene attribuito ai terroristi di al-Shahab, legati ad al-Qaeda.
Esplose due autobomba
La prima esplosione, apparentemente innescata da un camion-bomba, ha colpito l’entrata di un albergo, il Safari Hotel, nella zona delle ambasciate e su una delle arterie più trafficate della capitale, dove di recente i terroristi di al-Shabaab hanno messo a segno una serie di attentati. Qui si registra la maggior parte delle vittime, con molte persone rimaste sotto le macerie dell’albergo in parte distrutto.

Secondo alcuni testimoni, dopo l’esplosione sono stati uditi anche diversi colpi di arma da fuoco. I vetri delle finestre di numerosi edifici sono andati in frantumi mentre alcuni veicoli sono stati rovesciati dall’onda d’urto della deflagrazione e si sono incendiati. «C’era molto traffico e la strada era piena di gente a piedi e di autovetture – ha raccontato sconvolto Abdinur Abdulle, cameriere in un vicino ristorante –. È un disastro».
Una seconda autobomba è esplosa, sempre sabato, nel quartiere di Madina.
«A Mogadiscio non c'è una famiglia che non sia in lutto»
«Mai vista tanta devastazione... ogni famiglia di Mogadiscio ha perso qualcuno o conosceva qualcuno che è rimasto ucciso nell'esplosione» ha raccontato ad al Jazeera il direttore del servizio ambulanze di Mogadiscio, Abdulkadir Abdirahman. «Era un giorno normale, molto tranquillo. Ero seduto dietro la mia scrivania. Il nostro ufficio è a circa un chilometro dalla scena dell'esplosione - ha raccontato Abdirahman - All'improvviso ho sentito un'enorme esplosione. Ha tremato tutto. Non avevo mai sentito niente di più forte prima. Nel giro di pochi minuti il cielo si è ricoperto di un fumo molto scuro che ha addirittura coperto la luce del sole. Ho alzato il telefono e ho chiamato il resto della squadra. Non ho avuto bisogno di dire nulla, perché tutti avevano sentito l'esplosione. Ci siamo tutti precipitati verso la colonna di fumo».

Il servizio di ambulanze è attivo a Mogadiscio dal 2008, e «non abbiamo mai visto tanta devastazione. Nemmeno in sogno», ha proseguito Abdirahman. «Dovunque ci giravamo, c'erano cadaveri, persone ferite che chiedevano aiuto. Non avrei mai immaginato di vedere una scena simile: edifici enormi completamente distrutti. Edifici crollati. Veicoli ribaltati e bruciati. L'asfalto era coperto di sangue, corpi e brandelli di vestiti. Il nostro Paese non ha mai visto niente di neanche simile. In uno dei minibus bruciati c'erano studenti di ritorno da scuola, non dimenticherò mai quella scena orribile».
In Somalia una forte instabilità politica

L'attentato è stato messo a segno due giorni dopo le dimissioni del Capo delle forze armate, Ahmed Jimale Irfid, in carica da aprile, e del ministro della Difesa, Abdirashid Abdullahi Mohamed. Non sono note le motivazioni di queste dimissioni. Alcune fonti hanno detto al sito somalo Garowe che alcuni Paesi che sostengono la Somalia nella ricostruzione delle proprie forze armate e nella lotta contro gli Shebab avrebbero presentato lamentele nei loro confronti. Secondo altri resoconti, il ministro si sarebbe dimesso a fronte di una mancata collaborazione da parte del premier somalo Hassan Ali Khaire.

Le loro dimissioni sono arrivate in un momento di forte instabilità politica del Paese, con le autorità regionali somale che hanno sfidato l'autorità costituzionale del governo del presidente Mohamed Abdullahi Mohamed Farmajo, contestando la sua decisione di tenere il Paese neutrale rispetto alla crisi tra i Paesi del Golfo.

domenica 15 ottobre 2017

Guerre dimenticate - Somalia: esplode camion-bomba, 30 morti

Ansa
'L'Hotel Safari è in parte crollato, persone intrappolate'
Aumenta ancora il bilancio dell'esplosione di un camion-bomba in una zona centrale della capitale somala Mogadiscio. 


La Bbc riferisce che il numero delle persone uccise è salito a 30 e la deflagrazione è avvenuta proprio vicino all'ingresso dell'Hotel Safari. Secondo un reporter della Bbc somala, l'albergo è in parte crollato.

La polizia ha riferito anche di una seconda bomba esplosa successivamente nella capitale, facendo due morti nel distretto di Madina.

sabato 8 luglio 2017

Reportage - Somalia, una fame da morire

Il Manifesto
Africa. La siccità peggiore dal 1950: carcasse di mucche lungo le strade, padri che seppelliscono i figli uccisi dalla carestia. Come Hamdi: a sei mesi, pesava come un neonato. Il reportage vincitore del Premio Luchetta 2017

Quest’anno in Somalia le piogge stagionali, sulle quali erano riposte le speranze della popolazione, sono iniziate con due settimane di ritardo. E sono state decisamente inferiori alla media.

INTRAPPOLATA NELLA MORSA di una siccità senza precedenti per estensione e persistenza, la Somalia è sull’orlo del baratro. I dati più recenti attestano che almeno metà della popolazione somala, 6 milioni di persone, necessita di assistenza umanitaria e che sono oggi oltre 185mila i bambini somali gravemente malnutriti, in pericolo di vita.

Carestia non significa solo fame, ma anche malattie e colera. Il numero di bambini a rischio di grave malnutrizione è destinato ad aumentare. Ma anche i casi sempre più numerosi di morbillo e colera pesano sull’allarmante picco di decessi infantili.

L’unica prospettiva è quella degli aiuti umanitari da parte dell’Onu e di altre organizzazioni: ma il loro spazio di intervento è ostacolato da questioni di sicurezza.

GLI ATTACCHI DI AL-SHABAAB hanno colpito l’intero paese, impedendo alle organizzazioni di svolgere il loro lavoro in modo efficace. Per questo a fine 2017, in Somalia, conteremo oltre un milione e 400mila bambini malnutriti, a rischio di vita.

Storie di bimbi sfollati che hanno seguito le loro famiglie, migrate prima per la guerra e poi sotto il peso della carestia. Storie come quella di Hamdi, che vorrei adesso raccontarvi.

In un ospedale somalo dove dozzine di neonati vengono portati per trattamenti d’urgenza, a Garowe, la bambina pelle e ossa giaceva apatica fra le braccia di sua madre Ayaan.

Aveva sei mesi ma pesava meno di 8 libbre, la media di un neonato in Gran Bretagna. Volgeva lentamente la testa verso di me, era coperta da chiazze bianche, la sua bocca era arrossata e piena di piaghe, gli occhi incollati e doloranti.

HAMDI ERA COSÌ AFFAMATA che il suo sistema immunitario aveva smesso di funzionare, rendendola vulnerabile alle infezioni. Sembrava sul punto di morire.

«La bimba è così malnutrita che il suo sistema immunitario davvero non risponde più – spiegava il medico, Said Hamed – Soffre in questo modo da mesi e non riesce più a mangiare. Ma sua madre non la può più allattare: anche lei è troppo malnutrita per farlo».

Dopo tre anni senza piogge, la più lunga siccità registrata dal 1950, la Somalia è schiacciata dall’emergenza. La morte corre sulle aride pianure del corno d’Africa, già duramente colpito, accanendosi sui bambini, uno dopo l’altro.
Hamdi è soltanto una dei venti milioni di persone colpite da una carestia senza precedenti che coinvolge quattro paesi: Somalia, Sud Sudan, Nigeria e Yemen.

IN SOMALIA LA SICCITÀ ha ridotto del 60% il bestiame, una risorsa fondamentale per le famiglie. Gli ultimi sondaggi denunciano dati agghiaccianti: 363mila bambini soffrono di malnutrizione e ben 71mila risultano gravi come Hamdi.

Senza bestiame o capre da barattare per un pugno di riso o farina, famiglie somale come quella di Hamdi, che vivono nel deserto roccioso di sabbia rossa, non hanno più nulla.

VAGANO PER LA LORO TERRA arida senza nessuna speranza di aiuto. La situazione è così drammatica che quando una breve pioggia è caduta su una regione costiera, nel dicembre dello scorso anno, ben 30mila nomadi si sono spostati in quella zona nella speranza di salvare il loro gregge, lasciando le mogli e i figli da soli negli accampamenti.

Non tutti, però: in una conigliera fatta di ferro ondulato nei dintorni di Garowe ho incontrato Nour Jees, 43 anni, il padre di Asluub: un uomo disperato, sua figlia non aveva nemmeno tre settimane di vita quando è rimasta uccisa da una diarrea acutissima.

AVEVA BEVUTO ACQUA contaminata dopo la lunga siccità. Nour Jees mi ha portato sulla sua tomba, un cumulo di pietre sopra un piccolo buco nella sabbia. Un pezzo di terra riservato ai bambini morti dove ho contato più di 100 tombe, 28 scavate solo nell’ultimo mese.

Nell’arida terra del Puntland, dove fino a poco tempo fa spadroneggiavano i pirati somali, il segno della siccità è visibile ovunque. Carcasse di mucche e capre stazionano in decomposizione lungo le strade, coperte da nuvole di mosche. Non c’è vegetazione, tranne pochi cespugli spinosi di acacia.

Nulla cresce nell’implacabile cocente calore desertico. Il nostro veicolo lascia dietro di sé una nube si polvere mentre ci dirigiamo verso il campo lontano di Uskure.

Dopo decenni di sommosse, ancora una catastrofe nell’arida Somalia: ancora si combatte contro la natura e le prime vittime sono i bambini indifesi come Hamdi.

Il suo pianto era così flebile che non si riusciva neanche a sentire fra i lamenti dei bambini disperati nella corsia dell’ospedale. Guardandola, così malata e sofferente, riuscivo quasi a vedere la sua vita che le stava scivolando via sotto i miei occhi.

HAMDI HA LOTTATO contro la fame da primo giorno in cui ha visto la luce, è il peggior caso di malnutrizione che io abbia mai visto. Rientrato in Gran Bretagna dopo una settimana ho ricevuto la notizia della sua morte ed è stato uno choc terribile. I medici avevano fatto l’impossibile per salvarla ma le sue condizioni erano disperate.

giovedì 18 maggio 2017

ONU incubo carestia per 20 milioni di persone in Somalia, Yemen, Sud Sudan e Nigeria

La Stampa
Nuovo appello dell’Onu: per evitare la catastrofe servono più fondi. E i conflitti in zone di crisi complicano soccorsi
La siccità fa fuggire migliaia di somali. In questa immagine,
un gruppo di sfollati in un campo vicino a Mogadiscio
Stretta nella morsa di un’atroce siccità, la Somalia si avvicina rapidamente alla catastrofe. Con sempre meno acqua pulita a disposizione, il paese, oltre al rischio di carestia, deve affrontare un aumento esponenziale di casi di colera. 

Almeno 300 nuovi contagi al giorno, con decine di vittime, la cui assistenza è ostacolata dalle condizioni di sicurezza che impediscono di raggiungere molte delle aree colpite dalla malattia. Dall’inizio dell’anno, su circa 25.000 infezioni, ci sono stati 450 decessi, molti dei quali avvenuti nel sud del paese, in zone controllate dal gruppo terrorista al-Shabab e quasi inaccessibili agli operatori umanitari. 

Anche nel 2011, la carestia, innescata dalla siccità, provocò un’impennata di infezioni di colera.
Tra fame e malattie, morirono più di 250.000 persone. Quella in corso, tuttavia, rischia di essere una crisi peggiore, visto che la siccità si è dimostrata finora più estesa e persistente. Se le autorità non hanno ancora dichiarato l’inizio della carestia, i dati più recenti dicono che 6 milioni di persone - metà della popolazione somala - hanno bisogno di assistenza umanitaria, con 185mila bambini gravemente malnutriti e in pericolo di vita.

A complicare l’emergenza somala c’é la necessità di portare aiuti urgenti anche ad altri paesi. Secondo l’ultimo appello dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), il rischio di morti di massa per fame tra le popolazioni di Nigeria, Somalia, Sud Sudan e Yemen è in rapida crescita.

In pericolo ci sono 20 milioni di persone, le cui vite sono minacciate da una combinazione di siccità e conflitti armati. Purtroppo le condizioni politiche nei teatri di crisi stanno rendendo i soccorsi difficilissimi. In Sud Sudan, dove dal 2013 infiamma una brutale guerra civile, governo e forze ribelli impediscono deliberatamente agli aiuti di raggiungere la popolazione. Il risultato è che 5 milioni di persone non si alimentano correttamente, mentre per 100mila abitanti è cominciata una vera e propria carestia. 

Lo Yemen versa in condizioni simili: le fazioni in lotta nella guerra civile impediscono l’accesso agli aiuti umanitari, bombardando regolarmente il porto principale, in un paese dove il 90% del cibo arriva dall’estero. Nel Nord della Nigeria è la presenza di Boko Haram, e l’offensiva lanciata contro di esso dall’esercito, ad aver causato migliaia di sfollati, oltre al collasso dell’agricoltura locale. Il rischio di carestia è elevatissimo, e anche in questo caso molte aree non possono essere raggiunte dalle operazioni di soccorso per motivi di sicurezza.

Dei quattro paesi, la Somalia è l’unico in cui la guerra non è il fattore scatenante della carestia. Nel nordest del paese, dove si vive perlopiù di pastorizia, la siccità ha decimato il bestiame e costretto gli abitanti a viaggiare centinaia di chilometri in cerca d’acqua e cibo. In altre zone sono gli agricoltori a patire, affamati da una sequela di raccolti disastrosi. Ma certamente il protrarsi del conflitto con i jihadisti di al-Shabab complica le cose. Durante la carestia del 2011, i territori più colpiti furono quelli controllati dal gruppo terroristico, che fece di tutto per bloccare gli aiuti delle organizzazioni umanitarie.

Per evitare la catastrofe l’ONU ha chiesto 4,4 miliardi di dollari entro la fine di aprile, ma finora ne ha ricevuti solo 984 milioni. Molte missioni di soccorso non sono quindi potute partire, col risultato che un “disastro prevenibile sta diventando rapidamente inevitabile”, ha spiegato Adrian Edwards, portavoce dell’UNHCR. Per quanto allarmate, le parole di Edwards conservano una certa fiducia nel ruolo di organismi internazionali come l’ONU. 

La convinzione che, se i finanziamenti arrivassero, sarebbe possibile arginare questo disastro. E’ certamente auspicabile che la raccolta fondi vada a buon fine. Ma i fatti parlano da soli: con il persistere di conflitti nelle zone di crisi, per ONU e altre organizzazioni umanitarie lo spazio di manovra è davvero ridotto.

Tommaso Carboni

domenica 14 maggio 2017

Somalia - Pena di morte - 5 minori messi a morte l'8 aprile e altri 2 a rischio esecuzione

Amnesty International
Il 28 dicembre 2016 sette ragazzi sono stati arrestati dalla polizia a Bosaso, nel Puntland, regione della Somalia nord-orientale. L’accusa è di aver ucciso tre alti funzionari in servizio.



Ayub Yasin Abdi (14 anni), Muhamed Yasin Abdi (17), Daud Saied Sahal (15), Abdulhakin Muhamed Aweys (17), Hassan Adam Hassan (16), Nour Aldiin Ahmed (17) e Ali Ismaeil Ali (15) sono stati rinchiusi in containers per circa due settimane prima di essere trasferiti in una stazione di polizia. 


Due dei ragazzi hanno detto alle loro famiglie che sono stati sottoposti a varie forme di tortura e ad altri maltrattamenti, inclusi scariche elettriche, bruciature con sigarette sui genitali, simulazione d’annegamento, pugni e violenza sessuale fino a quando non hanno “confessato ” e firmato le confessioni degli omicidi.

Il 13 febbraio i sette ragazzi sono stati processati davanti a un tribunale militare, che li ha trovati colpevoli di omicidio e condannati a morte. Secondo i familiari, l’unica prova fornita dall’accusa è stata la loro confessione. Non hanno avuto accesso ad un avvocato durante il processo e non sono stati autorizzati a ritrattare le “confessioni” forzate. Un mese dopo questa sentenza hanno presentato, senza successo, appello contro la loro detenzione e la condanna a morte, ma il giudizio iniziale è stato confermato da un tribunale militare superiore. Anche nel ricorso è stato negato l’accesso all’assistenza legale.

Cinque dei sette ragazzi sono stati messi a morte l’8 aprile, mentre Mohamed Yasin Abdi e Daud Saied Sahal sono ancora detenuti e rimangono a rischio di esecuzione. Le famiglie dei cinque non sono a conoscenza di dove e come l’esecuzione sia avvenuta: hanno appreso la notizia alla radio. Non è stato possibile recuperare i corpi per la sepoltura.

I minori uccisi appartenevano a uno dei clan minoritari del Puntland, il Madibaan, che è stato storicamente emarginato e discriminato dalle autorità e da altri clan. Amnesty International teme che i ragazzi siano stati un bersaglio facile a causa della loro appartenenza a un clan di minoranza. I due che rimangono in detenzione sono membri dei sub-clan più dominanti di Diseshe e Ali Seleban.

giovedì 27 aprile 2017

Somalia. La fuga di Zeinab, venduta a un uomo per salvare le sorelle dalla siccità

Corriere della Sera
Tra gli arbusti bruciati dal sole, con i raccolti perduti, gli animali morti e i pozzi vuoti, Abdir Hussein non vedeva nessun'altra possibilità per salvare la sua famiglia dalla fame che "vendere" la figlia Zeinab, 14enne. 


Un uomo del villaggio l'aveva chiesta in sposa offrendo in dote mille dollari. Il necessario per intraprendere il viaggio che avrebbe permesso di sopravvivere a lei e alle altre figlie, con nipoti e nipotini al seguito. Destinazione Dolow, cittadina somala al confine con l'Etiopia dove le agenzie umanitarie distribuiscono cibo e acqua agli sfollati in fuga dalla terribile siccità che sta colpendo il Paese dove oltre la metà dei 12 milioni abitanti necessita di aiuti per non soccombere, stima l'Onu.
Il "baratto" - All'inizio la ragazzina aveva opposto resistenza: "Preferisco correre nella foresta ed essere divorata dai leoni", la sua reazione. "Allora staremo qui a morire di fame e gli animali mangeranno anche le nostre ossa", la replica della madre, riferisce la Reuters. Barattare la libertà di Zeinab per la vita delle sorelle è stata una "decisione difficile, ho messo fine ai sogni della mia bambina ma senza quei soldi saremmo tutti morti".
C'è chi nella grande fuga lascia indietro bambini che non camminano o mariti invalidi. "Scelte come queste stanno diventando frequenti in un Paese dove non piove praticamente da due anni e la presenza dei miliziani Shebab complica i movimenti di soccorritori e degli stessi abitanti", raccontano al Corriere gli operatori di Coopi - Cooperazione italiana - , presenti dal 1984 in Somalia con programmi di distribuzione di voucher per alimenti, protezione dei rifugiati e iniziative di sostentamento agli animali. È proprio grazie all'iniziativa di questa ong italiana se la vicenda di Zeinab ha avuto un lieto fine.
Tra gli Shebab - Perché la ragazzina, a soli tre giorni dalle nozze, è riuscita a scappare e a raggiungere i suoi familiari che un po' a piedi un po' in sella a degli asini (affittati) avevano percorso i cinquanta chilometri che separano il luogo della salvezza, Dolow, dal loro villaggio vicino a Malmaley, sempre nella regione di Ghedo. 

Un viaggio non facile: per arrivarci occorre passare da zone controllate dai miliziani Shebab che estorcono "pedaggi" ai passanti, sequestrano ragazzini da arruolare come combattenti, bloccano gli uomini. Zeinab assicura di essere stata "trattata bene", altro non vuole dire, ha troppa paura di ritorsioni dopo che il suo volto è circolato sui media locali.
Passata indenne dalle zone controllate dagli estremisti, Zeinab si è trovata il marito alle calcagna. L'aveva inseguita. Minacciava la madre: "O mi ridate la dote o mi riprendo la ragazza con la forza". Non avrebbero potuto restituire neanche un centesimo del dovuto.
Non esistono programmi ad hoc per rimediare a queste situazioni, diventate più frequenti dopo la carestia. È a questo punto che entra in scena Coopi. "Dobbiamo fare qualcosa sennò ogni notte ci sarà uno stupro", disse Deka Warsame, coordinatrice regionale di Coopi, arrivata sul posto per la visita dei donatori Ue dell'Echo. 

Ed è partita una raccolta fondi. Così l'uomo è stato "risarcito" e Zeinab ora è una ragazza libera. Con un progetto: "Voglio studiare e diventare un'insegnante di inglese".

di Alessandra Muglia

domenica 26 marzo 2017

"La Somalia sta morendo". 3 milioni di persone soffrono la fame, 370 mila di bambini malnutriti.

La Stampa
Le cifre spaventose: 3 milioni di persone con carenze alimentari, 370 mila di bambini malnutriti. Contro la carestia servono 800 milioni. La Somalia sta morendo. E non è una metafora. L'allarme lanciato da Save the Children, che lavora nello sfortunato Paese del Corno d'Africa da quasi mezzo secolo 


(savethechildren.it/emergenzafame) è accompagnato da cifre spaventose: 6 milioni di persone hanno urgente bisogno di aiuto, 3 milioni soffrono di gravi carenze alimentari, 370 mila bambini sono in condizione di "malnutrizione acuta e severa", l'intera popolazione sopravvive a fatica al duplice assedio di fame e colera. 

Se non bastasse l'istantanea di una Spoon River annunciata, bisognerebbe ricordare quanto a lungo fu ignorata la Siria (anche e soprattutto sul piano umanitario) prima che l'esodo dei profughi sulle coste grece costringesse il mondo a guardare, a intervenire (tardivamente) e ad affrontare panico, diffidenza, nuovi muri.
"Tutti i dati indicano che una nuova carestia è alle porte della Somalia e che si annuncia assai peggiore di quella del 2011, quando morirono 250 mila persone" ci dice al telefono da Baidoa l'humanitarian director di Save the Children Daniele Timarco. 


Da tre anni piove pochissimo, il livello di siccità è in aumento, le previsioni stagionali sono negative, l'approvvigionamento di acqua potabile risulta sempre più difficile. 

Timarco ci restituisce la foto di un countdown spietato: "Le famiglie, che in buona parte vivono di pastorizia, stanno svendendo il bestiame già decimato e mangiano i semi dei prossimi raccolti, vale a dire che consumano le riserve del presente ma anche del futuro".
In questa cornice è facile immaginare come le epidemie si diffondano in un baleno, il colera morde il freno (13 mila casi dall'inizio dell'anno) ma si muore anche banalmente di polmonite. E i bambini pagano il prezzo più alto: la Somalia è considerata oggi uno dei luoghi peggiori in assoluto per un minore. 

Le Nazioni Unite hanno chiesto 800 milioni di dollari per fronteggiare l'emergenza, finora ne sono stati raccolti meno della metà. Non bisogna tornare troppo indietro con la memoria per stimare il costo dell'indifferenza: la Siria, ignorata per 4 anni, ha presentato il conto nel 2015, l'Iraq si è associato, lo Yemen, ancora invisibile, sta arrivando. 

La Somalia è nel cono d'ombra, ma attenzione: rispetto ai flussi migratori di domani, dal Corno d'Africa senza pace e dai Paesi travolti dal cambiamento climatico, quelli odierni faranno sorridere (amaramente).

Francesca Paci

sabato 18 marzo 2017

Yemen, raid aereo strage di profughi somali. 42 morti

Il Manifesto
Golfo. Un Apache, probabilmente saudita, ha colpito un barcone in fuga dalla guerra: 42 morti accertati, 80 i sopravvissuti. Sono oltre 270mila i rifugiati africani nel paese del Golfo,scappati per ritrovarsi dentro un altro conflitto
Il soccorso ai profughi somali sopravvissuti in Yemen (Foto: Abduljabbar Zeyad/Reuters)
I soccorritori hanno disteso i 42 corpi a terra e li hanno coperti con teli di plastica colorata, negli obitori non c’era abbastanza spazio. I sopravvissuti, un’ottantina, sono stati portati in un centro di detenzione a Hodeida; tra loro 24 sono in gravi condizioni. È il quadro, drammatico, del bombardamento di un barcone di rifugiati somali in fuga dallo Yemen e da un’altra guerra.

A colpire il barcone, giovedì notte, è stato un elicottero Apache. L’imbarcazione aveva da poco lasciato Hodeida, costa ovest yemenita, porto di grande importanza commerciale prima del conflitto e ora conteso tra ribelli Houthi e coalizione a guida saudita. Forse la meta era il Sudan.

In mano i rifugiati avevano documenti dell’Unhcr, dice alla Reuters una guardia costiera, Mohamed al-Alay. I sopravvissuti raccontano il panico esploso al momento del raid: alcuni si sono gettati in mare, altri hanno acceso le torce per indicare che si trattava di un barcone. Solo allora il fuoco è cessato.

Nessuno, ovviamente, rivendica la strage. Ma l’Apache fa pensare subito all’aviazione dell’Arabia saudita che da settimane prende di mira la città di Hodeida per coprire l’avanzata delle truppe governative alleate. La coalizione nega: secondo il portavoce al-Asseri, il porto di Hodeida è in mano agli Houthi e viene usato «per contrabbando di armi e tratta di essere umani». “Scordando” però che l’attacco è partito dal cielo, non dal porto.

Il punto che stavano per attraversare è altrettanto significato: lo stretto di Bab al-Mandab tra Yemen e Eritrea, piccolo corridoio di mare da cui transitano le petroliere del Golfo dirette in Europa via Suez.

Ma da lì non passa solo il greggio, passano anche centinaia di migliaia di civili in fuga dal Corno d’Africa e che in passato avevano visto nello Yemen un luogo sicuro dove riparare.

Dal 26 marzo 2015, quando Riyadh ha lanciato l’operazione “Tempesta Decisiva” anche il più povero dei paesi del Golfo è diventato luogo di morte. E in molti hanno ripreso il mare, sudanesi, etiopi e somali ma anche yemeniti.

Secondo l’Unhcr, a dicembre 2016 erano 183mila i civili fuggiti dallo Yemen: 51mila sono arrivati in Oman, 40mila in Arabia saudita, 37mila in Gibuti, 35mila in Somalia, 14mila in Etiopia e 6mila in Sudan. 


Ma sono ancora tanti quelli nel paese: oltre 270mila rifugiati africani, per lo più dalla Somalia colpita dalla terza carestia in 25 anni con metà della popolazione, tre milioni di persone, che necessita di aiuti immediati.

«Nonostante le condizioni in Yemen non siano adatte all’asilo – spiega l’Unhcr – il paese continua ad essere la destinazione dei nuovi arrivi dalla Somalia e la via di transito per molti richiedenti asilo e migranti». Transito verso il resto del Golfo, le petromonarchie che – a differenza dello Yemen – non vivono carestie né crisi economiche devastanti e sono sempre alla ricerca di forza lavoro a basso costo, in condizione di semi-schiavitù.


Chiara Cruciati

lunedì 6 marzo 2017

Somalia. 110 morti di fame in 48 ore

Corriere della Sera
Milioni di persone sono minacciati da un'ondata di siccità che ha colpito la Somalia. Il primo ministro somalo Ali Khaire ha denunciato la morte per fame di almeno 110 persone nelle ultime 48 ore nella sola regione di Bay, nel sud-ovest del Paese devastato dalla carestia. 


È la prima volta che il governo somalo fornisce una cifra da quando, martedì, ha dichiarato lo stato di calamità nazionale. Secondo l'Onu, almeno 5 milioni di persone nel Corno d'Africa hanno bisogno di aiuti alimentari a causa della siccità e della conseguente carestia.
La Somalia è una delle quattro nazioni per cui le Nazioni Unite hanno lanciato una raccolta fondi da 4,4 miliardi di dollari nel tentativo di evitare la diffusione della carestia. Gli altri Paesi sono la Nigeria, il Sud Sudan e lo Yemen. Negli ultimi giorni migliaia di persone hanno lasciato la regione di Bay per rifugiarsi nella capitale Mogadiscio nella speranza di trovare cibo. I bambini malnutriti sarebbero 363mila tra cui 71mila casi gravi. La mancanza di acqua pulita favorisce anche la diffusione del colera e di altre malattie.
"La carestia mette la vita di queste persone a repentaglio anche perché più facilmente soggette allo sfruttamento, ad abusi dei diritti umani e all'essere reclutati dai network terroristi" ha detto il governo somalo. Secondo l'Onu per uscire dalla crisi la Somalia avrebbe bisogno di 864 milioni dollari in modo da garantire l'assistenza a 3,9 milioni di persone mentre il World Food Program ha presentato un piano da 26 milioni di dollari per fronteggiare la carestia.

di Monica Ricci Sargentini


giovedì 9 febbraio 2017

Somalia, l’infanzia rubata dalla guerra. Migliaia di bambini arruolati da Al-Shabab

Africa - Missione e Cultura 
Che i jihadisti somali di al Shabaab arruolassero ragazzini non è e non era un mistero. Ma che più della metà dei suoi miliziani fosse minorenne, nessuno lo immaginava. La denuncia arriva da un rapporto redatto dalle Nazioni Unite e reso pubblico nel fine settimana.



Secondo la relazione, elaborata da un gruppo di di esperti Onu, al Shabaab non si farebbe scrupolo di far combattere bambini di nove anni ai quali verrebbe insegnato a sparare e a utilizzare gli esplosivi. Molti minorenni sarebbero impiegati anche per trasporto materiali (cibo, munizioni, armi, ecc.), per eseguire le faccende domestiche e, talvolta, come spie.

Molti di questi piccoli vengono avvicinati con la promessa di un lavoro retribuito e con la garanzia di poter continuare a studiare. In realtà, per loro si apre una spirale di violenza e sopraffazione.

La task foce delle Nazioni Unite che ha lavorato a questo rapporto ha potuto accertare l’arruolamento di 6.163 bambini (5.993 ragazzi e 230 ragazze) nel periodo che va dal 1° aprile 2010 al 31 luglio 2016, con oltre il 30% dei casi nel 2012. Al-Shabab è responsabile per oltre il 70% degli arruolamenti (4.213 casi accertati). L’esercito somalo e le milizie a esso collegato non sono però immuni da questo fenomeno. L’Onu avrebbe accertato 920 casi di bambini nelle file delle forze armate che sostengono il Governo di Mogadiscio.

Il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres si è detto «profondamente turbato dalla dimensione e dalla natura delle gravi violazioni contro i bambini in Somalia». Egli ha esortato tutte le parti coinvolte nel conflitto a fermare il reclutamento di bambini e a rispettare il diritto internazionale umanitario e i diritti umani. Il suo appello sarà ascoltato?

venerdì 13 gennaio 2017

Nuovi corridoi umanitari: protocollo CEI - Sant'Egidio per 500 eritrei, somali, sud-sudanesi

SIR
È stato firmato oggi al Viminale il Protocollo di intesa per l’apertura di nuovi corridoi umanitari che permetteranno l’arrivo in Italia, nei prossimi mesi, di 500 profughi eritrei, somali e sud-sudanesi, fuggiti dai loro Paesi per i conflitti in corso. 

Rifugiati somali nei campi profughi in Etiopia
A siglare il “protocollo tecnico” quattro soggetti: la Conferenza episcopale italiana (che agirà attraverso la Caritas Italiana e la Fondazione Migrantes) con il segretario generale, monsignor Nunzio Galantino, e la Comunità di Sant’Egidio con il suo presidente, Marco Impagliazzo, come promotori; il sottosegretario all’Interno, Domenico Manzione, e il direttore delle Politiche migratorie della Farnesina, Cristina Ravaglia, per lo Stato italiano. 

“Troppo spesso ci troviamo a piangere le vittime dei naufragi in mare, senza avere il coraggio poi di provare a cambiare le cose: questo Protocollo consentirà un ingresso legale e sicuro a donne, uomini e bambini che vivono da anni nei campi profughi etiopi in condizioni di grande precarietà materiale ed esistenziale”, dichiara mons. Galantino, che aggiunge: “La Chiesa italiana si impegna nella realizzazione del progetto facendosene interamente carico – grazie ai fondi 8 per mille – senza quindi alcun onere per lo Stato italiano; attraverso le diocesi accompagnerà un adeguato processo di integrazione ed inclusione nella società italiana”.

Il fondatore della Comunità di Sant’Egidio, Andrea Riccardi, commenta: “Questo accordo per nuovi corridoi umanitari, che siamo felici di realizzare con la Cei, risponde al desiderio di molti italiani di salvare vite umane dai viaggi della disperazione. Si tratta di un progetto che offre a chi fugge dalle guerre non solo la dovuta accoglienza ma anche un programma di integrazione. L’Europa, tentata dai muri come scorciatoia per risolvere i suoi problemi e troppe volte assente, guardi a questo modello di sinergia tra Stato e società civile replicabile anche in altri Paesi”

Secondo l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr), l’Etiopia oggi è il Paese che accoglie il maggior numero di rifugiati in Africa, più di 670.000 persone: un afflusso di dimensioni tanto ampie è stato determinato da una pluralità di motivi, da ultimo la guerra civile in Sud Sudan scoppiata nel dicembre 2013.

venerdì 21 ottobre 2016

La Somalia accusa il Kenya di scaricare i rifugiati oltre il confine senza minimo supporto

The Post Intenazionale
Le autorità somale hanno denunciato che il governo keniano sta “scaricando” i rifugiati somali sul confine lasciandoli senza il minimo supporto.Nairobi ha deciso di chiudere il campo profughi di Dadaab e rimpatriare entro la fine dell'anno 320mila rifugiati somali

Il Kenya sta rimpatriando migliaia di rifugiati somali "scaricandoli" oltre il confine. Credit: Reuters

Nairobi ha infatti annunciato a maggio che avrebbe chiuso il campo rifugiati di Dadaab che ospita oltre 320mila rifugiati somali e che li rimpatrierà entro la fine dell’anno.

Negli ultimi cinque mesi lo stato meridionale somalo di Jubaland, che confina con il Kenya, si è andato riempiendo di campi improvvisati per accogliere intere famiglie di somali espulsi da Nairobi.

Si tratta di sistemazioni estremamente precarie: scarso o nessun accesso a sanità e istruzione e forniture di acqua potabile e servizi igienici limitati se non assenti.

Le autorità locali hanno quindi lanciato l’allarme: il Jubaland non è in grado di far fronte questo ingente afflusso di persone.

La decisione del Kenya di rispedire in Somalia i rifugiati è legata all’approssimarsi delle elezioni in un clima di retorica anti-rifugiati alimentata dai timori che riguardano il gruppo estremista somalo al-Shabaab.

La mossa è stata però criticata sia dalle Nazioni Unite che da altre organizzazioni umanitarie, che sostengono sia sconsiderato forzare un numero così elevato di persone a tornare in un paese dove ancora infuria la guerra.

lunedì 27 giugno 2016

Kenia - Avviato lo sgombero del campo profughi di Dadaab con 450 mila profughi dalla Somalia

La Repubblica
Si è tenuto ieri a Nairobi un vertice tra la Ministra degli esteri keniana Amina Mohamed, il Ministro per la promozione della Somalia Abdusalam Hadliye Omer ed il rappresentante dell’UNHCR Filippo Grandi per una prima verifica sulle procedure di rimpatrio delle centinaia di migliaia di profughi somali da Dadaab, il più grande campo del mondo per rifugiati che sorge in Kenya, a circa 100 chilometri dal confine somalo.

Il campo profughi di Dadaab con 450 mila rifugiati somali
L’iniziativa dello sgombero era stata annunciata all’inizio del maggio scorso dal Presidente Uhuru Kenyatta per motivi di sicurezza nazionale, affermandosi che proprio le infiltrazioni di membri di Al Shabab all’interno del campo erano state alla base degli attentati più sanguinari avvenuti negli ultimi anni in Kenya (senza, peraltro, offrirne le prove). 

D’altra parte la stessa UNHCR, l’organizzazione dell’ONU per i rifugiati, già dal 2013, aveva avviato un programma per il rientro in Somalia degli ospiti di Dadaab su base volontaria ed in effetti, negli ultimi cinque anni, la popolazione dei rifugiati era diminuita di circa 100 mila unità, scendendo da 450 mila ai circa 350 mila di questi ultimi mesi.
In occasione dell’incontro di Nairobi la Ministra degli esteri Amina Mohammed ha riferito che già 16 mila somali sono rientrati in patria su base volontaria in base al programma concordato con le altre parti e che questo trend proseguirà anche grazie al sostegno di altri partner internazionali.

Alla base del progetto, che ha trovato attuazione da dieci giorni e che entro fine anno conta di ridurre la popolazione di Dadaab di altri 150 mila profughi, vi è la volontà di assicurare un ritorno volontario dignitoso e sostenibile per la Somalia.

Il Paese del Corno d’Africa, dal canto suo, si preoccupa della sicurezza dei rimpatri e di assegnare delle terre ai profughi che rientrano dovendo anche badare alla riduzione dei conflitti con le popolazioni residenti là dove i reinsediamenti devono avvenire, ma la Somalia è impegnata in questo sforzo a favore dei suoi cittadini perché, come ha detto il Ministro somalo Omer: “Venticinque anni sono un tempo lungo per vivere come un rifugiato”.

Dal canto suo l’UNHCR spinge affinché i progetti di recupero dei profughi e l’ampiezza dei servizi messi a disposizione vengano controllati dalle organizzazioni umanitarie coinvolgendo il maggior numero possibile di paesi donatori e di enti internazionali.

Tra questi ultimi è stato fatto esplicitamente in nome dell’IGAD, l’autorità intergovernativa per lo sviluppo del Corno d’Africa nata nel 1986, alla quale si chiede di facilitare la fornitura di aiuti internazionali allo sviluppo della Somalia e per sostenere, a livello regionale, il rientro dei rifugiati provenienti da Dadaab.

La riunione si è conclusa fissando un nuovo incontro della Commissione per il prossimo ottobre per fare il punto sui progressi che il rimpatrio volontario dei profughi somali avrà raggiunto in quell’epoca.

mercoledì 26 agosto 2015

Immigrazione - Picchiato in Libia, somalo di 15 anni, salvato, muore su una nave di MSF

MISNA
Aveva solo 15 anni e proveniva dalla Somalia il giovane deceduto a bordo di un’imbarcazione di Medici senza frontiere (Msf) aI largo delle coste italiane. “Il minore di origine somala viaggiava da solo – riferisce in un comunicato l’organizzazione umanitaria - e quando è arrivato a bordo della Dignity era in condizioni critiche, con difficoltà di movimento. 


Era evidente per il team medico che presentava malattie croniche. Le persone che viaggiavano con lui hanno riferito che era stato ripetutamente e brutalmente picchiato in Libia, tre settimane prima. Da quel momento la sua salute era peggiorata e senza nessun tipo di cure, è stato costretto a continuare ad un pesante lavoro fisico, spesso senza cibo e acqua”.

Il giovane, che inizialmente aveva reagito bene alle prime cure somministrategli dai medici, è deceduto in seguito ad un arresto cardiaco poco prima di riuscire ad arrivare sulla terraferma.

Proprio oggi, il primo ministro somalo Omar Abdirashid Sharmarke ha nominato una donna, Mariam Yasin Haji Yusuf inviato speciale del governo con l’incarico di contrastare il traffico di esseri umani e proteggere i diritti dei minori somali, in fuga da violenze e fame.

[AdL]

venerdì 14 agosto 2015

Onu, più di 28 mila rifugiati dallo Yemen arrivati in Somalia dal mese di aprile

Agenzia Nova
Mogadiscio - Più di 28 mila rifugiati yemeniti sono riparati in Somalia dal mese di aprile a causa del conflitto in atto nel paese arabo. È quanto reso noto oggi dal nuovo coordinatore umanitario delle Nazioni Unite per la Somalia, Peter De Clercq, il quale ha appena concluso la sua prima visita ufficiale in Puntland e in Somaliland. 

A Bosasso, in Somalia, un uomo aiuta una donna anziana,
 scesa da una nave che trasporta profughi yemeniti. 
(Feisal Omar, Reuters/Contrasto)
I nuovi rifugiati, ha spiegato De Clercq in una dichiarazione, si aggiungono agli oltre 220 mila sfollati interni presenti nella regione, il che rende estremamente difficile la situazione umanitaria. "Sono preoccupato per l'aumento dell’afflusso di rimpatriati somali e profughi yemeniti, che si aggiunge alla sofferenza delle strutture sociali già fragili nelle aree di arrivo", ha detto De Clercq, il quale ha parlato della necessità di una risposta concertata e rapida da parte degli attori internazionali e delle autorità nazionali e locali, al fine di scongiurare una crisi umanitaria.