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lunedì 6 luglio 2015

Thailandia: confermata corte marziale per studenti-oppositori

MISNA
Arrestati 11 giorni fa per avere contestato il regime militare con una manifestazione pacifica ma proibita sotto la legge provvisoria in vigore, 14 studenti vanno incontro domani al giudizio da parte di una corte marziale. A confermarlo stamattina, il capo dell’esercito, generale Udomdej Sitabutr, che ha chiarito che pressioni interne e internazionali sono ininfluenti e che non vi saranno né rilascio né cancellazione dei reati che hanno portato all’arresto e alla detenzione preventiva degli universitari.
Il Consiglio nazionale per la pace e per l’ordine, la giunta militare che co-gestice il paese con un governo formalmente in mano ai civili ma formato in maggioranza da militari e ex militari, proibisce dal colpo di stato del maggio 2014 raduni di oltre cinque individui e iniziative di dissenso che ritiene politicamente motivati. Nella realtà, manifestazioni pro-regime, recenti proteste di agricoltori e altre iniziative pubbliche sono all’ordine del giorno, raramente proibite o contrastate con la forza, ma ogni forma di dissidenza viene repressa, in associazione a una forte censura da cui trapelano sacche di insoddisfazione.

Dopo la sollecitazione di organizzazioni internazionali e governi – la scorsa settimana anche di Onu e Ue – alla liberazione dei giovani, e nonostante la simpatia che la sorte degli studenti va raccogliendo tra i thailandesi della diaspora e anche all’interno, il generale Sitabutr ha indicato che “occorre lasciare alla legge decidere e il passaggio successivo è l’invio del caso al tribunale militare”.

Il primo ministro anche a capo della giunta militare, l’ex capo dell’esercito Prayut Chan-ocha ha a sua volta segnalato di avere “suggerito” ai giudici militari quella che potrebbe essere un provvedimento di clemenza, ma non di ammissione dei diritti degli studenti. In linea con i principi imposti su 67 milioni di thailandesi e funzionali a una “road-map verso la democrazia” che va gradualmente trasformandosi in un percorso di restaurazione aristocratico-militare che potrebbe durare decenni.

[CO]

Il dovere di salvare Aleppo, crocevia di civiltà. Andrea Riccardi rinnova l'appello "Save Aleppo"

Corriere della Sera
Il segretario dell`Onu giudica «vergognoso» l`aggravarsi delle sofferenze della popolazione siriana Concentrarsi su una città non significa dimenticare la tragedia che riguarda un intero Paese
Aleppo sta morendo. Le notizie non sono del tutto chiare. Non è facile capire bene chi vinca sul terreno tra i vari gruppi ribelli, al Nusra e l`Isis o il regime di Assad (che però è sempre più alle corde). È chiaro invece che la città sta morendo. Aveva quasi tre milioni di abitanti, la più popolosa della Siria. Ed era tanto bella Aleppo! 

Lo era per i suoi monumenti storici, il fascino del suo grande bazar, la millenaria solennità della sua cittadella, dove la tradizione vuole abbia fatto sosta persino Abramo. Aleppo era bella anche per il messaggio che proveniva dalla sua vita: si poteva vivere insieme tra gente diversa. Per secoli e secoli, i musulmani avevano vissuto insieme con i cristiani e gli ebrei (progressivamente scacciati nel secondo dopoguerra, di cui resta una stupenda sinagoga). 

Durante la Prima guerra mondiale, Aleppo aveva salvato tanti armeni perseguitati. La comunità armena era importante, con la sua meravigliosa cattedrale, ora bombardata. L`Hotel Baron, frequentato da Lawrence d`Arabia, Agatha Christie, Kemal Ataturk e da tanti altri, era il luogo dove i proprietari armeni esercitavano la loro influenza per salvare i connazionali. 

Aleppo, dichiarata patrimonio universale dell`umanità nel 1986, era rimasta la città del «vivere insieme» anche negli anni grigi del regime. C`erano circa 300.000 cristiani, quasi il 10% della popolazione. Aleppo era un messaggio, scritto nella sua storia e tra i suoi abitanti. Ormai la città, che fu un crocevia (una tappa sulla via della seta verso Oriente), è isolata. 

La parte centrale, in mano al regime, è legata al Libano da un corridoio pericoloso. Il resto è nelle mani dei gruppi ribelli, di al Nusra, mentre l`Isis fa pressione. Due bombe dell`Isis sono scoppiate nella parte controllata dai ribelli, dove si è svolta pure una manifestazione in favore del califfato. L`Isis ha bombardato il quartiere cristiano, facendo decine di vittime. La gente è disperata. Metà della popolazione è fuggita. Di cristiani ne sono rimasti appena un quinto. Chi può fugge. Chi resta è povero o impoverito. Oppure è un eroe. Come Nabil Antaki (di antica famiglia cristiana) che resta a dirigere uno dei due ospedali funzionanti nella parte governativa. 

Amnesty International stima che siano morte più di 31.000 persone a causa dei bombardamenti del regime tra il gennaio 2014 e il marzo 2015. E poi tanti altri, colpiti dalle opposizioni. Nella regione di Aleppo - denuncia l`Onu c`è fame. Aleppo muore e nessuno fa niente. Si dice che non si può. La Siria è una delle rare situazioni in cui i Paesi occidentali, la Russia, la Turchia e i governi arabi, nonché l`Onu, abbiano dimostrato un`impotenza totale. Una pace globale sembra impossibile. 

E nessun governo vuole impegnarsi nelle cause difficili. E alcuni sperano di trarre qualche vantaggio dal caos, mentre i più restano ingabbiati in posizioni datate. Un anno fa avevo lanciato un appello per congelare la situazione militare di Aleppo e farne una zona di non combattimento. Molte adesioni e qualche sospetto che una parte si potesse avvantaggiare di tale situazione. È meglio allora desertificare la città? 

A febbraio, per interessamento di Staffan de Mistura, il regime di Assad ha dichiarato la tregua di sei settimane su Aleppo. Ma un gesto unilaterale non favorisce l`accettazione dalle altre parti. Eppure, la pacificazione di aree determinate è l`unica soluzione, finché non si trova l`accordo tra i tanti attori sul terreno e nel quadro internazionale. 

Se la pace globale è difficile, almeno si sottraggano pezzi di Siria all`orrore della guerra. Bisogna salvare quello che resta di Aleppo. Il primo luglio, il segretario generale dell`Organizzazione delle nazioni unite, Ban Ki-moon, ha lanciato un appello per la Siria, giudicando «vergognoso» l`aggravarsi delle sofferenze della popolazione siriana, la cui metà è fuggita e che ha avuto ben 220 mila morti. 

È vero: è una vergogna. Ci stiamo però abituando che l`orrore avvenga sotto i nostri occhi, magari lamentandoci dei rifugiati che arrivano sulle nostre coste (ma sono pochi rispetto al numero complessivo; e dove devono andare?). Salvare Aleppo non è dimenticare la Siria, ma dare un segno di una possibile evoluzione positiva del Paese. Questo richiede un`azione laboriosa per mettere insieme i tanti soggetti sul terreno e nella comunità internazionale; domanda anche la volontà politica di imporre soluzioni di pace; esige poi il coraggio di un`iniziativa che manca nel balletto multilaterale. Con Aleppo e la sua gente, sta morendo la credibilità della politica internazionale.
di Andrea Riccardi

Yemen - ONU dichiara massima emergenza umanitaria

MISNADopo la Siria, l’Iraq e il Sud Sudan, lo Yemen diventa il quarto paese al mondo a raggiungere il livello 3 per l’emergenza umanitaria – il più elevato – nella scala delle Nazioni Unite. Sul posto, secondo quanto riferiscono ong e fonti sanitarie, la situazione non fa che peggiorare per la popolazione civile, vittima del fuoco incrociato dei combattimenti tra ribelli houthi e forze filo-governative e alla mercé dei bombardamenti dell’aviazione saudita.

Mancanza di cibo, divenuto sempre più difficile da reperire soprattutto nelle zone rurali, e penuria di carburante sono solo due delle emergenze che preoccupano gli operatori umanitari in queste ultime ore.

“Una tregua umanitaria ci permetterebbe di fornire maggiore sostegno alla popolazione – spiega Julien Harneis, rappresentante Unicef nel paese – ma la situazione è destinata a peggiorare e chi ne fa le spese sono soprattutto i bambini”.

“Al momento ci sono una serie di problemi sanitari, come l’epidemia di dengue in corso a Aden, che peggiorano perché i servizi sanitari non possono funzionare correttamente a causa della mancanza di mezzi” spiega Harneis, evocando il problema della malnutrizione e il fatto che le vaccinazioni non funzionano in tutto il paese.

Dall’inizio del Ramadan, lo scorso 18 giugno – l’Onu ha chiesto invano una tregua umanitaria di almeno due settimane. Secondo le Nazioni Unite, più di 20 milioni yemeniti – circa l’80% della popolazione – hanno bisogno di assistenza umanitaria.

[AdL]

domenica 5 luglio 2015

In Italia tutto quello che credi di sapere sui rom è falso

Wired.it
Sono tante le domande a cui molti italiani non saprebbero rispondere sugli “zingari”: quanti sono in Italia? Cosa significa la parola “rom”? Sono davvero nomadi? Quanti soldi gli “regaliamo”?

Commenti sul blog di Salvini, fatti di cronaca (a volte manipolati) e disinformazione a parte, forse gli italiani sanno poco dei rom. Eppure secondo un rapporto del 2014 del Pew Research Center i rom sono la minoranza più discriminata d’Europa. Non c’è alcun dubbio che il vecchio continente, infatti, abbia un’idea negativa delle minoranze, Italia in testa. Dove secondo il Terzo Libro bianco sul razzismo gli atti discriminatori contro i rom sono passati da 11 episodi nel 2011 a 171 nel 2014.

Eppure sono tante le domande a cui molti italiani non saprebbero rispondere: quanti sono i rom in Italia? Cosa significa la parola “rom”? I rom sono nomadi? Quanti soldi gli “regaliamo”?

L’ITALIA È PIENA DI ZINGARI. In Italia rom, sinti e camminanti sono circa 170mila. Si parla dello 0,25% della popolazione. Nell’Ue vivono circa 10 milioni di rom, pari al 2% della popolazione. Nel dettaglio, “i rom sono il 2% della popolazione greca (200mila su 10 milioni), l’1,8% in Spagna (800mila su 45 milioni) e lo 0,6% della popolazione francese (340mila su 61 milioni)”. Queste le stime dell’ultimo report di Radicali Roma e Associazione È possibile. Un rapporto dal titolo molto chiaro: “Tutto quello che sai sugli zingari è falso”. Nonostante siamo tra i paesi europei con la minore presenza di rom, l’Italia è l’unico stato dell’Ue ad aver proclamato nel 2008 l’Emergenza rom, un piano del governo Berlusconi che prevedeva, tra le altre cose, la schedatura dei bambini con impronte digitali e una politica di sgomberi permanenti. Emergenza nomadi che è stata fatta decadere nel 2012 dalla Cassazione con l’accusa di discriminazione razziale.

PERCHÉ NON SE NE TORNANO A CASA LORO? Le popolazioni romanì sono in Italia da oltre 6 secoli e la metà dei rom, sinti e camminanti che vivono nel Bel Paese sono cittadini italiani. Molti sono rifugiati in fuga da guerra e persecuzione durante i conflitti nei Balcani degli anni ’90. Tutti, sono stati messi in campi nomadi solo perché di etnia rom, nonostante in Kosovo e Macedonia non avessero mai vissuto in roulotte o container, ma in case di mattoni e cemento. Sempre degli anni ’90 la migrazione dei rom rumeni (ma provenienti anche dalla Bulgaria), quindi l’arrivo di immigrati comunitari regolari.

I ROM SONO NOMADI. Abbandonate l’immagine romantica dei rom che girano il mondo in roulotte: solo il 3% di rom e sinti in Italia è nomade. “Le famiglie nomadi sono pochissime e riguardano soprattutto alcuni Sinti giostrai e rom Kalderasha – precisa l’Anci – Entrambi i gruppi menzionati sono peraltro in gran parte di nazionalità italiana”. Una situazione che non cambia in Europa, dove gli 8-10 milioni di rom sono per l’85-90% sedentari. Eppure ai rom è chiesto di vivere in roulotte o container. E se i campi sono sporchi e disagiati, forse non tutti sanno che la manutenzione è in mano al Comune, mentre le costruzioni in cemento e il rifacimento delle strade sono vietate. Percorsi di integrazione e aiuto alla scolarizzazione, invece, sono affidati al terzo settore.

AI ROM PIACE VIVERE NEI CAMPI. L’Italia è l’unico paese in Europa in cui esistono i campi rom come siamo abituati a conoscerli. Ovvero container o baracche di legno, gestiti dal Comune, dove i rom sono caldamente invitati a vivere in “condizioni inumane e degradanti”. A definirla senza mezzi termini sempre la Commissione diritti umani al Senato, che continua descrivendo una crudele emarginazione i cui effetti si riversano poi nella vita delle città. Politiche che hanno comportato voci di spesa elevatissime senza far registrare alcun miglioramento nelle condizioni di vita di rom e sinti, ma ne hanno sistematicamente violato i diritti umani. Campi dove secondo la European Committee of Social Rights è impossibile condurre una vita dignitosa.

I ROM NON VOGLIONO LAVORARE. Che i rom rubino come fosse una vocazione innata è un’accusa “che andrebbe dimostrata con dati e percentuali”. Vero è che essere riconosciuti come rom è un ostacolo a trovare un’occupazione. Tanto che la maggior parte dei rom che lavora non dichiara le sue origini. Per la Commissione diritti umani al senato si dovrebbe “offrire un quadro più regolare e dignitoso ad attività che già oggi contribuiscono al reddito e alla sopravvivenza delle famiglie”. Qualche esempio? La raccolta differenziata o la vendita del ferro legata al campo di Napoli Capodichino. Ma anche le attività di giostrai e artisti di strada. Servirebbero percorsi verso la legalità attraverso scuola, formazione e lavoro. Peccato che in Italia solo il 6% dei rom arriva a un diploma di scuola media o superiore, contra una media europea di 67%. Diversa istruzione che si riflette anche sulle prospettive lavorative, visto che i rom che lavorano in Italia sono il 40%, contro una media in Europa del 60%. “Un’alternativa al campo sarebbe trovarsi un lavoro”, confessa nel campo comunale milanese di via Martirano uno dei 4mila rom del capoluogo lombardo. “Ma tu mi daresti un lavoro se ti dicessi che sono zingaro?”.

CON TUTTI I SOLDI CHE GLI DIAMO… Di soldi per mantenere attivo campi rom ne spendiamo tanti. A Milano, all’epoca dell’emergenza rom nel 2008, il Piano Maroni prevedeva la chiusura di tutti i campi anche tramite il rimpatrio assistito, il che voleva dire che a ogni nucleo famigliare rom erano dati 15mila euro per tornare in patria, mentre 35mila euro erano dati all’associazione italiana che assisteva la famiglia nel ritorno a casa. Un flusso di denaro decisamente sostanzioso. A Roma, dove nei campi vivono circa 8mila persone, il Comune ha speso 24 milioni di euro solo nel 2013. Sempre nella capitale, per il centro di accoglienza di via Visso il Comune dà ogni mese all’ente gestore 190mila euro. Secondo il rapporto Segregare Costa, tra il 2005 e il 2011 a Napoli, Roma e Milano (le città che ospitano le più numerose comunità rom) sono stati stanziati almeno 100 milioni di euro per allestire e mantenere i campi nomadi. E le indagini dell’ultimo anno fanno quantomeno intuire quali interessi vi siano dietro il mantenimento del sistema dei campi.

ZINGARI, ROM, NOMADI: SONO TUTTI SINONIMI. Rom viene dall’hindi e significa “uomo”. Mentre Gypsies in inglese, Gitani in spagnolo e Egyptiens nel francese del XIII secolo, sono tutte etichette che nascono da una regione greca chiamata “piccolo Egitto” dove aveva trovato rifugio la comunità. Zingaro, viene dal greco “intoccabile”. E intoccabili erano in India coloro che esercitavano mestieri impuri: saltimbanchi, straccivendoli, fabbri, ferrai, spazzini. Dall’India, queste carovane si sono mosse verso Asia centrale e altopiano Iranico. Poi, arrivarono in Europa. I grandi flussi migratori, terminarono con la prima guerra mondiale. “Per anni in Italia si è utilizzato il termine ‘nomadi’ come sinonimo di rom, sinti o zingari – racconta la Comunità di Sant’Egidio – Negli ultimi anni, con l’affermazione di un linguaggio politically correct ‘nomadi’ ha avuto molta fortuna per definire le popolazioni zingare presenti in Italia. I media lo hanno scelto e molte amministrazioni lo hanno introdotto nei propri documenti. Il termine però definisce popolazioni che vivono itinerando di luogo in luogo. Ma questa non è la realtà degli zingari presenti in Italia”. E se la parola “nomade” è impropria, il termine “zingaro” non può più essere usato. Anni di disinformazione e politica gridata, infatti, l’anno fatta diventare un insulto.

Elisa Murgese

Immigrati, confine Grecia-Macedonia il punto più pericoloso

AskaNews
Roma - Il confine tra Grecia e Macedonia è il punto più rischioso della rotta dei migranti che transitando da Turchia e Grecia provano ad arrivare in Europa settentrionale, secondo un articolo del Times. E' in questa zona che centinaia di migliaia di immigrati e richiedenti asilo, dopo che hanno lasciato la Grecia, si inseriscono in quella che è stata denominata la "porta sul retro dei Balcani".

La rotta è difficile e piena di pericoli, scrive il Times, i migranti "devono attraversare il tratto di mare tra la Turchia e la Grecia su fragili gommoni, dopo camminare attraverso le montagne verso la Macedonia e ancora verso la Serbia, prima di entrare nella zona Ue in Ungheria".

"La Macedonia è un buco nero per i rifugiati", secondo Mersiha Smailovic, avvocato e attivista per la protezione dei migranti.
"Alcuni sono stati aggrediti dalla polizia o da criminali che li hanno derubati di tutto. Alcuni sono stati uccisi mentre camminavano lungo la ferrovia. Poi c'è chi finisce nei centri di detenzione e viene tenuto lì dalle autorità per cinque, sei o anche sette mesi".

Il governo macedone ha approvato pochi giorni fa una legge secondo cui i rifugiati hanno 72 ore di tempo per transitare liberamente nel Paese. Superato il limite devono essere espulsi o sono costretti a passare di nuovo "nelle mani dei trafficanti".

Bolivia: Papa Francesco visiterà al carcere di Palmasola autogestito dalle gang e tra i più violenti dell'America Latina

La Stampa
I racconti dei detenuti che controllano Palmasola dal 1989. Venerdì l'incontro con Francesco Quando uno dei detenuti di Palmasola ti descrive quello che vede attorno a sé, sembra che si trovi in una cittadina qualsiasi della Bolivia: una strada scassata, i vapori dei ristoranti, le donne che ritirano i vestiti in lavanderia e gli schiamazzi dei bambini sopra le liti delle sale biliardo. Poi, nessuna guardia in giro.


La prigione però è grande, la più grande del Paese. Autogestione Ci sono sezioni violente e sezioni dove si ammassano i malati gravi. Davanti all'abbandono delle autorità, i reclusi ne hanno preso il controllo nel 1989, hanno fatto cose buone e altre deprecabili, ma da allora tirano avanti così. 

Venerdì Papa Francesco andrà a visitare quella che probabilmente è una delle peggiori carceri dell'America Latina e che sicuramente è un caso unico al mondo, per questa specie di autogestione che i delinquenti hanno messo in piedi.
Libero Del Gesù è nella lista dei pochi che lo incontreranno, gli ha scritto una lettera che ha firmato col suo vero nome. È lo stesso che compare nella condanna a dieci anni per un sequestro di persona che ammette di aver commesso. Per parlare liberamente, però, si protegge con uno pseudonimo "Libero", e descrive il modo in cui è riuscito a sopravvivere finora: "Pregando".

I secondini di Palmasola stanno all'ingresso e su tutto il perimetro. Chiedono una tangente a chi porta dentro prodotti e materiali, alle famiglie e le prostitute in visita, ma non mettono mai piede oltre il portone. Al di là di questa soglia, comanda Leonidas. Trentenne dal tono affabile, Leonidas è stato eletto "reggente" dagli altri detenuti.

Ha fatto una campagna elettorale e per due anni risponderà ai reclami dei residenti, incasserà le tasse, manderà i suoi uomini a sedare le risse e, alla presenza di una sorta di notaio, timbrerà i contratti d'affitto e compravendita. Duecentocinquanta dollari per noleggiare una cella, tra i 3 e i 7 mila per comprarla. Un dollaro per passare da una sezione all'altra, 15 per un giretto nel settore femminile, 500 per evitare di essere assegnati alla sezione "Pc4", quella delle pugnalate in bagno e i grilletti facili. Libero è entrato nel 2006.

Aveva 40 anni e ha passato i primi due in isolamento, senza chiedere un regime più blando. Da avvocato ed ex politico immischiatosi con la mala, è convinto che non ce l'avrebbe fatta se avesse esordito in mezzo alle gang. "Ho imparato a cucinare e ho aperto un take-away con roba tipica boliviana. Il piatto forte è il pollo in umido, costa solo un euro". Il 23 agosto del 2013 ha sentito una serie di esplosioni e, per la prima volta da quando era dentro, ha visto la polizia nei vicoli di Palmasola.

La banda del "Pc3-A" aveva sfondato la rete che la divide da quella del "Pc3-B", decisa a prendere il controllo del carcere attraverso certi lanciafiamme artigianali, fatti con le bombole di propano e gli accendini. "La cosa più dura è stata vedere i cadaveri", ricorda Libero. Sono morte 31 persone, la maggior parte carbonizzate.

Gli unici ammessi Dire che i detenuti di Palmasola stanno per conto loro, però, non è del tutto esatto. La Pastorale Penitenziaria e i missionari spagnoli di "Hombres Nuevos" hanno creato dei corsi di artigianato e curano i malati dell'infermeria, dove finiscono quelli con le patologie gravi. Richard Calvo, 74 anni spesi in giro per il mondo, spiega che i carcerati lo chiamano "Sezione Broncopolmonare, con la stessa ironia con cui all'entrata del penitenziario c'è scritto Centro di Riabilitazione". Tra le 3200 persone che vivono a Palmasola, mille e quattrocento sono state ufficialmente private della libertà, gli altri sono parenti incensurati.

Nel gruppo dei primi, ci sono anche due italiani. Alessandro Cenise è entrato a fine maggio con l'accusa di aver chiuso un pranzo domenicale prendendo a colpi di machete i cognati boliviani. Enea Cardini, invece, è messo peggio. Dopo un primo periodo di reclusione, è uscito con l'indulto che il presidente Evo Morales ha firmato nel 2012.

Nell'interrogatorio del 21 aprile, Cardini ha detto che quattro giorni prima aveva partecipato all'omicidio di un cinese in cambio di 10 mila dollari inviatigli da Palmasola. Adesso che ci è tornato, ha ritrattato, accusando la polizia di averlo obbligato a incolparsi. "Il Papa dovrebbe venire ogni anno perché cambi davvero qualcosa", ragiona Libero, "senza politiche di reinserimento, si moltiplicano i recidivi come Enea". Se tutto va bene, però, lui sarà fuori l'anno prossimo. Costi quel che costi, giura che non tradirà mai più il suo pseudonimo.

di Filippo Fiorini

USA: il perdono di Obama "droga, fuori dal carcere i detenuti non violenti"

La Repubblica
Si chiama "clemency executive power" ed è il potere (garantito dalla Costituzione) che ha un presidente degli Stati Uniti di concedere la grazia, la commutazione o la sospensione di una pena per i reati federali commessi "contro gli Stati Uniti". 

Nei suoi primi sei anni alla Casa Bianca Barack Obama l'ha usato con una certa parsimonia (attirandosi le critiche della parte più liberal dell'elettorato democratico), ma all'inizio della primavera (era il 30 marzo) ha cambiato registro, annunciando - "a sorpresa solo per chi non lo conosce bene", fecero sapere allora dal suo staff-di aver ridotto le sentenze per ventidue carcerati (di cui otto condannati all'ergastolo) colpevoli di reati legati al traffico e alla detenzione di droga (saranno, eccetto uno, tutti in libertà per la fine di luglio).

Da allora il presidente americano ha moltiplicato i "perdoni" e nelle prossime settimane si avvia a firmare (come ha anticipato Peter Baker sul New York Times) decine di nuove "clemenze", diventando il presidente Usa che nell'ultimo mezzo secolo ha fatto più ricorso al "potere esecutivo". In, termini assoluti sono numeri molto piccoli (negli Stati Uniti la popolazione delle carceri federali e statali supera il milione e mezzo su un totale di oltre due milioni di inmates e sei milioni di persone "sotto controllo correzionale") ma l'impatto politico - e con inevitabili conseguenze giudiziarie - è indubbiamente forte e per una volta ha messo d'accordo anche diversi esponenti repubblicani. La revisione del sistema penale è ormai un fatto bipartisan, come Obama (e Hillary Clinton) anche diversi candidati del Grand Old Party in corsa per la Casa Bianca 2016 si sono espressi a favore e al Congresso deputati e senatori dei due partiti stanno mettendo a punto nuove leggi.

"Mi sto concentrando su persone in prigione per reati di droga non-violenti che spesso sono stati condannati a 20, 25 o 30 anni di carcere", aveva spiegato a marzo Obama parlando in South Carolina ad un pubblico prevalentemente afro-americano (negli Usa i carcerati neri sono quasi il 40 per cento del totale), portando ad esempio quello di una ragazza la cui unica colpa era di essere la girlfriend dell'amico di uno spacciatore.

E con i condannati per reati correlati alla droga che oscillano tra il 35 e il 40 per cento (di cui una buona metà per marijuana - che in quattro Stati degli Usa è legale - e droghe leggere) e una spesa federale (e statale) da anni fuori controllo, il fatto che insieme alla Casa Bianca si siano schierati (lavorando assieme) il Center of American Progress (liberal) e Koch Industries (l'impero dei fratelli ultra-conservatori Charles e David Koch) non ha sorpreso più di tanto. Un lavoro che la United States Sentencing Commission (Ussc) ha già portato avanti, riducendo le sentenze di circa 9.500 carcerati per "fatti di droga non-violenti" di cui tre quarti sono afro-americani o ispanici.

"È arrivato il momento in cui conservatori, liberal, libertari e altra gente dei più diversi segmenti politici lavorino insieme e focalizzino la pubblica attenzione su sentenze eccessive, sui loro costi e sulle loro conseguenze", ha spiegato Neil Eggleston il legale della Casa Bianca che sta consigliando Barack Obama su chi (tra le migliaia di petizioni che arrivano) può essere preso in considerazione per il "clemency executive power". Nelle prossime settimane dovrebbero essere circa un'ottantina i carcerati che verranno "perdonati", nei prossimi mesi e fino alla fine del 2016 (quando il primo presidente afro-americano lascerà la Casa Bianca) sicuramente molti di più.

di Alberto Flores D'Arcais