Pagine

Visualizzazione post con etichetta Chiesa. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Chiesa. Mostra tutti i post

venerdì 13 luglio 2018

Nicaragua, le violenze subite non scoraggiano i vescovi: “Continueremo a mediare il dialogo”

Vatican Insider
Le trattative erano state sospese dopo l’aggressione al cardinale e al nunzio di lunedì a Diriamba. L’annuncio di monsignor Baez, tra le vittime: «Non ci ritiriamo, nonostante l’ostilità del governo».


Le violenze non frenano il dialogo e le minacce non fanno demordere i vescovi dal proposito di trovare un accordo pacifico per la democratizzazione del Nicaragua, piagato da aprile fino ad oggi da una crisi sociopolitica che ha provocato oltre 350 morti. I presuli della Conferenza episcopale del Nicaragua continueranno infatti ad essere «mediatori e testimoni del dialogo nazionale», proseguendo quindi il «servizio» richiesto dallo stesso governo di Managua.

Ad annunciarlo è monsignor Silvio José Baez, lo stesso vescovo ausiliare della capitale che lunedì scorso era rimasto vittima di aggressioni fisiche e verbali nella cattedrale di San Sebastián a Diriamba insieme al cardinale Leopoldo Brenes e al nunzio apostolico, monsignor Waldemar Stanislaw Sommertag. 

I tre rappresentanti ecclesiali erano stati insultati e picchiati da gruppi paramilitari che, dopo aver accerchiato l’edificio sacro, hanno fatto irruzione malmenando chiunque trovassero davanti e devastando la cattedrale. In particolare a monsignor Baez, ferito ad un braccio come mostrava egli stesso in un tweet, era stato assestato un pugno nello stomaco e gli era stata strappata la croce pettorale.

La gravità di quella violenza aveva fatto sì che la Conferenza episcopale sospendesse le trattative del Tavolo di dialogo nazionale, iniziate il 16 maggio scorso (un mese dopo lo scoppio della crisi) e proseguite a fatica. Gli attacchi e la profanazione del luogo sacro nella città di Diriamba - una di quelle maggiormente colpita dalle violenze - avevano fatto credere che fosse inutile proseguire con qualsiasi tipo di negoziato.

Tuttavia i presuli, in una riunione straordinaria durata sei ore ieri, nel Seminario di Nostra Signora di Fatima a Managua, hanno deciso di fare un passo indietro: in gioco c’è la sopravvivenza di una popolazione che subisce un dramma forse «peggiore» di quello delle due guerre vissute dal Paese, come aveva avuto modo di dire il cardinale Brenes; c’è una Chiesa i cui rappresentanti - dai sacerdoti ai frati agli stessi vescovi - cercano di fornire assistenza ai feriti e ai rifugiati ma sono costretti a rifugiarsi essi stessi nelle parrocchie; ci sono famiglie che hanno visto morire figli, anche minorenni, durante le repressioni violente delle manifestazioni pacifiche di piazza.

All’unanimità, ha riferito monsignor Baez, l’episcopato nicaraguense ha deciso perciò «di continuare a fornire il servizio» stabilito dalle parti, «come mediatori e testimoni del dialogo nazionale, con lo stesso entusiasmo e lo stesso impegno», seguendo l’esortazione di Papa Francesco che in un Angelus di giugno ribadiva, in riferimento alla situazione in Nicaragua, che «la Chiesa è sempre per il dialogo».

Le motivazioni di questa scelta è sempre Baez a spiegarle: «Continuiamo a credere che il dialogo sia il modo per superare la violenza... Non ci ritiriamo, nonostante l’ostilità del governo» del presidente comandante Daniel Ortega. Da qui un appello alla popolazione nicaraguense a non perdere la fede e sperare che la pace sarà prima o poi raggiunta usando metodi pacifici. All’incontro di ieri della Conferenza episcopale, presieduto dal presidente Brenes, seguirà un’altra riunione alla fine di questa settimana come ha confermato alla stampa il vescovo della diocesi di Jinotega, Carlos Enrique Herrera Gutiérrez.

In questi giorni dopo l’assalto a Diriamba, all’episcopato del Nicaragua sono pervenute tramite l’agenzia Fides numerose lettere di solidarietà da tutto il mondo, in particolare dalle Conferenze episcopali di Argentina, Costa Rica, Panama, Perù e Messico. In questi Paesi le comunità cattoliche sono unite nella preghiera per sostenere i vescovi nella ricerca di una soluzione pacifica alla crisi e per i familiari delle vittime. Oltre 350 quelle accertate la maggior parte delle quali civili, secondo quanto affermato da un report dell’Associazione nicaraguense per i diritti umani (Anpdh) che ha preso in considerazione il periodo che va dal 19 aprile al 10 luglio, a cui si sommano più di 2100 feriti. Tra i morti - uccisi da armi da fuoco ma anche da bombe, colpi di mortaio, armi da taglio - ci sono anche agenti di polizia e militari dell’esercito. Le province con il più alto numero di vittime sono Managua, Masaya e León.

Lo stesso rapporto rivela inoltre che 329 persone sono state sequestrate e 68 torturate dopo essere state catturate dalla polizia e dai paramilitari, le cosiddette “Turbas”, in diverse aree del Paese. Questi gruppi «stanno seminando il terrore e violenza», ha detto ieri il segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin, ribadendo che, come Chiesa, «cerchiamo un dialogo che per il momento sembra poter riprendere, ma bisogna che ci sia la volontà di raggiungere un compromesso da entrambe le parti». 

Salvatore Cernuzio

martedì 10 luglio 2018

Nicaragua, aggrediti cardinale Leopoldo Brenes e il Nunzio mentre cercavano di aiutare dei fedeli rifugiati in una Chiesa assediata

ANSA
Ancora gravi violenze in Nicaragua: i militari hanno aggredito il card. Leopoldo Brenes, arcivescovo di Managua, il suo ausiliare, mons. José Silvio Báez, e il nunzio apostolico, mons. Waldemar Stanisaw Sommertag, nella chiesa di san Sebastiano, a Diriamba. 
I vescovi - riferisce il Sir - accompagnati da altri sacerdoti dell'arcidiocesi di Managua, si erano diretti nella città, oggetto di scontri negli ultimi due giorni. 

In particolare volevano portare aiuto alle 12 persone che si erano rifugiate nella chiesa di san Bartolomeo, assediata da giorni. I presuli sono stati strattonati e insultati. Mons. Báez, come ha annunciato egli stesso su Twitter, è stato ferito al braccio e gli è stata strappata la croce pettorale. A un sacerdote che accompagnava i vescovi è stato rubato il cellulare.

mercoledì 7 marzo 2018

Card. Parolin: continueremo a educare la popolazione a visione positiva dei migranti

La Stampa
Il Cardinale commenta la vittoria in Italia dei partiti che hanno impostato la campagna elettorale contro le migrazioni: la Santa Sede proporrà sempre un messaggio di solidarietà.

Sui risultati delle elezioni in Italia, con la vittoria di partiti che hanno impostato la campagna elettorale contro i migranti, il cardinale Pietro Parolin dichiara che l'"importante è riuscire a educare la popolazione a una visione positiva dei migranti". E il Vaticano continuerà a farlo. Parola del Segretario di Stato. Il Porporato lo dichiara il 6 marzo 2018, al Sir a margine dell'incontro della Commissione internazionale cattolica per le Migrazioni (Icmc) - che opera ora in stretto contatto con la sezione migranti e rifugiati del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo umano integrale - in corso a Roma.

La Santa Sede "sa che deve lavorare nelle condizioni che si presentano. Noi non possiamo avere la società che vorremmo, non possiamo avere le condizioni che vorremmo avere. Quindi credo che, anche in questa situazione, la Santa Sede continuerà la sua opera di educazione, che richiede molto tempo", dice il Cardinale. Per Parolin l'"importante è riuscire a educare la popolazione a passare da un atteggiamento negativo a un atteggiamento più positivo nei confronti dei migranti". È un lavoro "che continua, anche se le condizioni possono essere più o meno favorevoli. Da parte della Santa Sede ci sarà sempre questa volontà di proporre il suo messaggio fondato sulla dignità delle persone".

Alle organizzazioni cattoliche impegnate in prima linea nell'accoglienza e nell'integrazione dei migranti Parolin consiglia di andare avanti nell'impegno "per creare una visione positiva della migrazione. Perché ci sono tanti aspetti della migrazione positivi che all'interno di tutta questa complessità non si percepiscono".

Il Porporato esorta le organizzazioni a proseguire "il lavoro sul terreno perché questo le contraddistingue e caratterizza, ma al tempo stesso non avere paura di aiutare la popolazione ad avere questo nuovo approccio". Sulla necessità di conciliare le esigenze di sicurezza dei cittadini e i bisogni di chi fugge da situazioni difficili osserva: "Non è facile, dobbiamo riconoscerlo. Ma questa è una sfida che spetta alla politica, ossia conciliare le due esigenze, ambedue imprescindibili. È logico, i cittadini devono sentirsi sicuri e protetti ma allo stesso tempo non possiamo chiudere le porte in faccia a chi sta fuggendo da situazioni di violenza e di minaccia".

A questo proposito invita a "lavorare tutti insieme, che è un altro aspetto fondamentale. È una indicazione di metodo: tenere conto della difficoltà, voler trovare delle soluzioni e farlo tutti insieme". Nel suo intervento all'Assemblea plenaria della Commissione (che terminerà l'8 marzo), Parolin confida che "ormai la migrazione è nell'agenda di ogni incontro che ho con Autorità di governo che vengono in Vaticano, o che vado a visitare".

Serve un "cambio di atteggiamento" nei confronti del capitolo migrazioni, così come chiede il Papa, ammonisce il Segretario di Stato vaticano. "Uno degli impegni difficili che si prospettano più urgenti e richiesti oggi - osserva - è proprio quello di lavorare perché avvenga questo cambio di atteggiamento, abbandonando la cultura dominante "dello scarto" e del rifiuto".

Il Porporato richiama alla necessità di una "reale ed equa collaborazione e condivisione a livello internazionale delle responsabilità e degli oneri legati all'accoglienza". Parolin evidenzia anche l'approccio in controtendenza dei ragazzi nei confronti dei migranti: "Agli atteggiamenti di chiusura vediamo contrapporsi positivamente quelli di molti giovani che ritengono la migrazione come una dimensione normale della nostra società, resa interdipendente dai collegamenti veloci, dalle comunicazioni, dalla necessità di rapporti su scala mondiale. Sono dimensioni nelle quali possiamo davvero vedere dei "segni dei tempi" che spingono alla solidarietà su una scala globale".

Domenico Agasso

giovedì 18 gennaio 2018

Germania: Bertrams (costituzionalista) favorevole all’uso delle chiese come “santuario” di rifugio per i richiedenti asilo

AgenSir
Intervento in difesa dell’uso delle chiese come “santuario” di rifugio per i richiedenti asilo che, secondo il trattato di Dublino, andrebbero re-indirizzati nel Paese di prima accoglienza nell’Ue: l’ex presidente della Corte costituzionale del Nord Reno Westfalia, Michael Bertrams, ritiene giustificato il “santuario sicuro” per i rifugiati nei casi di rischio di rigetto della domanda d’asilo anche se questi possono essere atti che forzano il dettato della legge. 

Hamburg. Accoglienza di migranti rifugiati nella Protestant-Lutheran parish of the St. Pauli Church
L’attività delle Chiese cattolica ed evangelica tedesche si basa sull’accordo di Duldung del 2015 con il governo federale che, secondo il costituzionalista, “ha dato prova di sé”, come ha scritto in un intervento per l’edizione di ieri del “Kölner Stadt-Anzeiger”. 

Secondo Bertrams, le Chiese sono autorizzate a concedere accoglienza e protezione in considerazione della libertà costituzionale di fede e coscienza e in relazione al loro diritto ecclesiastico sulla autodeterminazione: “le chiese non hanno il diritto di resistere allo Stato – sottolinea Bertrams – ma sono coscienti che l’autorità responsabile dell’immigrazione può imporre la deportazione”.

Quindi per il giurista sebbene l’istituto del santuario potesse violare la legge, si supponeva che “avrebbe portato a un nuovo dialogo tra lo Stato e i rifugiati presi in custodia dalla chiesa” e nel contesto di una nuova revisione legale, per l’accordo del 2015, i responsabili locali delle Chiese per l’immigrazione assicurano ogni informazione sui rifugiati nei santuari alle autorità. I vescovi cattolici hanno ripetutamente sottolineato che l’asilo in chiesa non è uno strumento comune di assistenza per i rifugiati ma una “ultima risorsa”.

giovedì 19 ottobre 2017

Polonia, il primate Wojciech Polak: "Sospenderò preti anti-profughi"

La Repubblica
Le parole dell'arcivescovo metropolita di Gniezno, monsignor Wojciech Polak dopo la manifestazione dell'ultradestra cattolica che ha presidiato i confini del Paese


La Polonia preoccupa la Chiesa. La manifestazione che ha presidiato i confini del Paese con rosari e processioni per "salvare l'Europa dall'islamizzazione" è apparsa dissonante dalla linea di papa Francesco oltre che pericolosamente vicina alle posizioni dell'ultradestra, in una fase in cui la Polonia si è rifiutata di accogliere - come impongono le regole Ue - una quota dei profughi sbarcati in Italia e Grecia. 

Il primate polacco, l'arcivescovo metropolita di Gniezno, Wojciech Polak, ora interviene per ammonire che sospenderà 'a divinis' qualunque prete che parteciperà a iniziative contro i migranti: 
"Se dovessi avere notizia di una protesta contro i profughi alla quale i miei preti dovessero aver partecipato, la mia risposta sarà rapida: ogni sacerdote che si unisce a queste manifestazioni sarà sospeso. Non ho alcuna alternativa in quanto responsabile della mia diocesi. In una situazione in cui ci sono preti che esplicitamente sostengono una parte in conflitto, debbo agire immediatamente".
Le sue parole arrivano dopo quelle molto più diplomatiche pronunciate dalla Conferenza episcopale polacca, che ha sdrammatizzato i toni anti-migranti della manifestazione affermando che si trattava di un evento religioso legato alla ricorrenza della Madonna del Rosario. Il 7 ottobre, però, come hanno ricordato esplicitamente gli organizzatori dell'evento religioso, è anche l'anniversario della battaglia di Lepanto che nel 1571 ha visto la coalizione cristiana promossa da papa Pio V sconfiggere l'avanzata ottomana sull'occidente. In quel giorno, si legge sul sito dei promotori, "la flotta cristiana ha battuto la flotta musulmana, salvando così l'Europa dall'islamizzazione".

L'arcivescovo di Cracovia Marek Jedraszewski - che siede sulla cattedra che fu di Karol Wojtyla e poi del suo segretario Stanislaw Dziwisz - nel mettersi alla guida della lunga cordata di rosario aveva invitato a "pregare perché l'Europa ha bisogno di restare cristiana per salvare la sua cultura". Secondo Avvenire, il quotidiano della Conferenza episcopale italiana, si trattava di parole "a favore della pace, dell’amata nazione polacca, dell’Europa perché non dimentichi il ricco patrimonio di fede e di umanità imparato alla scuola del Vangelo". 

E per commentare l'evento il giornale ha rilanciato le espressioni del presidente della Conferenza episcopale polacca Stanislaw Gadecki, che ha parlato della "più grande iniziativa di preghiera in Europa". Toni entusiasti che però non hanno trovato sponda in Vaticano, tanto che l'Osservatore romano non ha dedicato una riga al raduno. Anche perché, come ha fatto rilevare Alberto Bobbio in un tagliente commento su Famiglia Cristiana, il "muro di protezione" invocato dagli organizzatori contrastava con l'invito ad "abbattere i muri" ricorrente negli appelli di papa Francesco.

Andrea Gualtieri

venerdì 11 agosto 2017

Venezuela: i vescovi, “trattamento crudele e disumano nelle carceri, si fermi la persecuzione”

SIR
“Si fermi la caccia alle streghe contro i cittadini che la pensano diversamente dal regime”: lo chiede oggi con forza la Commissione Giustizia e pace della Conferenza episcopale venezuelana in una nota firmata dal presidente mons. Roberto Luckert León e da pardre Saúl Ron Braasch, vicario generale della stessa Commissione. 


I vescovi del Venezuela denunciano “i tanti oltraggi” soprattutto in merito alla situazione dei prigionieri politici e dei criminali comuni. Ascoltando le denunce delle famiglie e dell’Osservatorio sulle carceri venezuelane, i vescovi puntano il dito contro il “trattamento crudele e disumano durante le detenzioni”, la “mancanza di igiene”, “di medicinali e cure mediche”, “di assistenza legale” e “l’alimentazione precaria” 

I vescovi denunciano “il mancato rispetto del giusto processo”, “il divieto di visita ai familiari”, tutti “diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela in vigore”. 

Chiedono perciò al governo e al potere legislativo di “rispettare questi diritti”. La Commissione episcopale implora “la fine delle persecuzioni e delle torture fisiche e psicologiche” contro questi cittadini. Invita inoltre “tutti i cattolici e gli uomini e le donne di buona volontà, a pregare non solo per coloro che soffrono ma anche per chi viola questi diritti umani”. I vescovi chiedono ai cittadini di “denunciare pubblicamente i funzionari che violano i diritti umani” e di ristabilire lo Stato di diritto. “Chiediamo la giustizia”, concludono.

giovedì 20 luglio 2017

Congo. Razziata la parrocchia: due preti rapiti da commando in divisa a Butembo

Avvenire
Gli aggressori, che indossavano mimetiche dell'esercito, hanno portato via anche 2 vetture della chiesa: in ostaggio parroco e viceparroco di Bunyuka. Nel Nord Kivu gruppi armati fuori controllo.

Militari nella zona di Butembo: nella regione di confine del Nord Kivu
congolese sono una mezza dozzina le mizilie presenti
Il parroco e il suo vice sono stati rapiti domenica sera, da un gruppo di uomini armati con divise dell'esercito, a Bunyuka, una delle dodici parrocchie di Butembo, nel Nord Kivu al confine con Uganda e Ruanda. 

I miliziani hanno devastato e depredato le strutture della parrocchia e per fuggire hanno rubato anche due vetture, ritrovate stamattina. Sono fuggiti con i due ostaggi: il parroco don Charlee Borromee Kipasa e il viceparroco Jean-Pierre Akilimali. 

Da domenica sera non si hanno però altre notizie dei due sacerdoti. Nella zona operano da quasi due decenni milizie provenienti dal territorio ruandese ugandese. Inoltre opera la guerriglia Mai Mai e le forze governative "impegnate" nel loro contrasto.

Il 19 ottobre del 2012 tre assunzionisti erano stati sequestrati dai guerriglieri e di loro non sì è più saputo nulla. Lo scorso anno, nella notte del 20 marzo nel villaggio di Vitungwe-Isale a 15 chilometri da Butembo, è stato invece assassinato un altro padre assunzionista, Vincent Machozi.

lunedì 17 luglio 2017

Ad Amuda torna la tolleranza: nel kurdistan siriano riaperta una chiesa cristiana

Globalist
Entro qualche giorno Amuda avrà il suo edificio di culto. Il Pastore: "Segno della solidarietà tra diverse confessioni religiose".


In Siria la guerra non fa più notizia. È come 'il cane che morde l'uomo' nella graduatoria dell'appeal giornalistico. Ma se per una volta metaforicamente è 'l'uomo che morde il cane', allora la storia varca i confini e, sempre per una volta, è di quelle che scalda il cuore. 


Ad Amuda, città curda con una forte componente assira e che si trova a ridosso del confine con la Turchia, la comunità si è mobilitata perché il Pastore della Chiesa "Mar Alias" potesse ricostruire il suo edificio di culto. 


Suo perché, prima di lui, se ne sono presi cura i genitori e i nonni: anni di dedizione che hanno legato il Pastore alla città e hanno rinsaldato il legame con la gente. "Mar Alias" è una delle chiese più antiche e uno dei più importanti siti archeologici della zona. L'edificio era stato ricostruito e restaurato all'epoca del Patriarca “Mar Ignatius Aphrem II”, ma con il passare del tempo ha conosciuto i danni dell'incuria e delle distruzioni.

Per recuperare la chiesa, vecchia quasi un secolo, la gente di Amuda ha avviato una piccola gara di solidarietà: un aiuto concreto nei confronti della famiglia che ha fatto da presidio a quel piccolo luogo di culto dimenticato. Intervistato dall'agenzia di stampa Hawar, il Pastore l'ha sottolineato: "È il segno della solidarietà che può esistere tra confessioni religiose differenti". 

Dal punto di vista religioso, circa il 74% della Siria è costituito da musulmani Sunniti, l’11% da Cristiani (ortodossi, cattolici, caldei, maroniti, nestoriani etc.), il 10% da Alawiti (etnia di matrice sciita cui appartiene anche la famiglia Assad), il 3% da Druzi, l’1% da Ismailiti e l’1% da Sciiti, cui si aggiungono piccolissime comunità ebraiche (di alcune decine di individui) a Damasco e ad Aleppo. Per una volta la diversità non è stata pretesto di divisioni e lotte fratricide.

La Chiesa di Amuda dovrebbe riaprire nei prossimi giorni

mercoledì 17 maggio 2017

Egitto, inaugurata una chiesa costruita con le offerte dei musulmani

La Stampa
L'edificio sacro costruito nel villaggio di Ismailia. Per il sindaco è un segno visibile e concreto per irrobustire la concordia nazionale.


C'è voluto poco più di un anno per costruire la seconda chiesa del villaggio di Ismailia, nella provincia egiziana di Minya. E la relativa brevità dei tempi di edificazione del luogo di culto cristiano è stata dovuta anche al contributo finanziario offerto a sostegno del progetto dalla locale popolazione di fede musulmana. L'inaugurazione della nuova chiesa, dedicata a San Giorgio e alla Vergine Maria, è avvenuta la scorsa settimana e ha visto la partecipazione festosa di molti abitanti del villaggio, cristiani e musulmani.

Nel suo intervento - come riferisce l'agenzia Fides - il sindaco Ibrahim ha presentato la costruzione della chiesa come un segno visibile e concreto per irrobustire la concordia nazionale, realizzato grazie al contributo della popolazione locale e senza far ricorso a quei capitali stranieri che spesso finanziano l'edificazione di presidi di carattere religioso all'estero per espandere la propria rete di influenza politica o settaria.

Nell'area del villaggio di Ismailia vivono circa 20mila egiziani, per un terzo cristiani copti e per due terzi musulmani sunniti. La decisione di costruire una seconda chiesa è stata presa poco più di un anno fa per evitare agli abitanti cristiani di doversi allontanare troppo dalle proprie case per prendere parte alle liturgie esponendosi al rischio di aggressioni e rapimenti.

Il “comitato di riconciliazione” del villaggio di Ismailia, incaricato di prevenire o risolvere i conflitti settari, aveva approvato nel marzo 2016 la costruzione della nuova chiesa copta, stabilendo anche l'area da destinare all'edificazine del luogo di culto. Nell'assemblea del comitato – riferirono fonti locali consultate allora da Fides – i membri dell'organismo, in larga parte musulmani, avevano messo ai voti l'eventuale costruzione della chiesa e la localizzazione scelta. 
La proposta aveva ottenuto 49 voti favorevoli e solo 4 contrari. Il consenso quasi unanime alla costruzione della chiesa copta era stato accolto con sollievo dalle locali comunità cristiane, in un'area segnata in passato da diversi episodi di intolleranza settaria.

giovedì 8 dicembre 2016

Venezuela: 12 giovani desaparecidos trovati in una fossa comune. Sdegno della Chiesa. “Rispettare diritti umani”

SIR
Lo scorso 29 novembre i corpi di 12 giovani sono stati ritrovati in una fossa comune, dopo che il 15 ottobre in venti erano stati catturati dalla milizia chiamata Forza armata nazionale bolivariana nell’ambito delle cosiddette “Operazioni per la liberazione del popolo” (Olp).



La Commissione Giustizia e pace della Conferenza episcopale venezuelana esprime in una nota emessa ieri “profondo dolore” per quanto accaduto nella regione di Barlovento, stato di Miranda.  

In seguito a questi fatti sono stati arretati 11 componenti della milizia, nata per scelta del governo di Maduro per “garantire” la sicurezza nel Paese. Prosegue la nota, firmata da mons. Roberto Lückert León, presidente della Commissione Giustizia e pace: “Condanniamo la modalità in cui si svolgono le operazioni di liberazione del popolo nel Paese”.

In tale situazione “le autorità statali non hanno compiuto il proprio dovere di prevenire le violazioni ai diritti umani e di rispettare tali diritti”. Il documento prosegue condannando le ripetute violazioni del diritto alla vita, all’integrità personale e alla libertà accadute in simili operazioni in tutto il Paese e denunciano “l’atteggiamento superbo e sordo delle autorità dello Stato, che si rifiutano di accettare la giurisprudenza internazionale” sul rispetto dei diritti umani. Da qui la richiesta della Chiesa venezuelana alle autorità perché “vengano garantiti a tutti i cittadini i diritti fondamentali, vengano ripudiate le sparizioni forzate” e la riparazione per i familiari delle vittime.

lunedì 10 ottobre 2016

Francia, prefetto vieta a parroco di ospitare migranti. 80 stranieri e barboni che dormono in chiesa

Ansa
Padre Riffard non potrà più accogliere per la notte migranti e senza fissa dimora nella sua chiesa di Sainte-Claire de Montreynaud, nel dipartimento della Loira


Padre Riffard con i rifugiati che ospita
Padre Riffard non potrà più accogliere per la notte migranti e senza fissa dimora nella sua chiesa di Sainte-Claire de Montreynaud, nel dipartimento della Loira. 

Da domani, ha stabilito il prefetto di zona, nessun richiedente asilo o clochard potrà trovare rifugio notturno all'interno dell'edificio religioso in cui il parroco di 71 anni ospitava circa 80 persone in condizioni difficili. 

Secondo le autorità transalpine, l'edificio non risponde ad alcune norme di sicurezza, in particolare, non sarebbe dotato di una porta tagliafuoco. Ad annunciarlo è stato lo stesso padre Riffard durante la messa domenicale. Secondo le disposizioni impartite dal prefetto i migranti potranno ripararsi per tutto il giorno all'interno ma non potranno più restarci a dormire per la notte.
L'avviso è chiaro: in caso di trasgressione l'edificio religioso verrà immediatamente chiuso.
E però padre Riffard non si scoraggia. Anzi, dice di aver trovato una soluzione alternativa per almeno 50 rifugiati. Ma da domani almeno venti di loro sono senza tetto.

venerdì 5 agosto 2016

Imam in chiesa, successo dell'iniziativa, risorsa di pace per una convivenza da costruire

Corriere della Sera
di Luigi Accattoli
l parroco di Santa Maria in Trastevere: "L’importanza del gesto sta nel suo carattere pubblico. Non si tratta di parole venute da intellettuali isolati, ma da esponenti musulmani già attivi nel lavoro di bonifica dai germi della radicalizzazione."


L'islam a  Roma è massima sfida, anche simbolica: «Prenderemo Roma» è uno dei gridi di battaglia dell’Isis. Ma la presenza in Roma dell’islam che prega può essere una risorsa, come si è visto domenica con l’accoglienza di delegazioni musulmane nelle chiese. A Roma pare che quell’accoglienza sia stata più ampia rispetto a ogni altra città italiana ed è bene che sia così, perché qui l’urgenza di porre segni di pace è maggiore.

Musulmani nelle chiese ci sono stati in tutta Italia: a Milano, Torino, Genova, Firenze, Napoli, Palermo, per indicare i luoghi più grandi. Ma anche in città medie e piccole, da Bergamo ad Agrigento, da Verona a Mazara del Vallo, da Trento ad Assisi, da Padova a Reggio Emilia, da Brescia a Venezia, da Novara a Frosinone. 

Il vescovo di Frosinone, Ambrogio Spreafico, è presidente della Commissione Cei per il dialogo con le religioni e vede in quelle ospitalità «un ottimo segno sulla strada di una migliore conoscenza reciproca e di una convivenza che è ancora da costruire». 

A Roma le chiese nelle quali c’è stata presenza musulmana sono state almeno quattro: Santa Croce in Gerusalemme, dov’erano presenti due imam; Santa Maria in Trastevere, con tre imam, alcuni professori e un gruppetto di giovani; Santa Maria ai Monti, con una coppia che è andata al microfono; la chiesa di Ostia affidata alla Comunità di Sant’Egidio, con una quindicina di ospiti.


«L’importanza del gesto – dice don Marco Gnavi, parroco di Santa Maria in Trastevere – sta nel suo carattere pubblico e popolare: non si tratta di parole e presenze venute da intellettuali isolati, ma da imam o altri esponenti musulmani che già sono attivi nel lavoro di bonifica delle loro comunità dai germi della radicalizzazione». 

A chi obietta segnalando il carattere «provocatorio» – sia per i musulmani sia per i cattolici – della presenza di esponenti di altre fedi a un atto di culto, il vescovo ausiliare di Roma Gianrico Ruzza, che domenica ha accolto gli imam nella Basilica di Santa Croce in Gerusalemme, risponde che «ovviamente si tratta di una presenza da ospiti e non da oranti, motivata da una circostanza straordinaria che chiedeva un gesto straordinario». 

In partenza per Cracovia e poi al ritorno, Papa Francesco ha affermato a tutto tondo che quella a cui stiamo assistendo «è una guerra ma non è una guerra di religione». Detto dal vescovo di Roma è molto, ma è ancora di più se a dirlo, insieme a lui e ospiti delle sue parrocchie, sono dei credenti musulmani.

mercoledì 27 luglio 2016

Andrea Riccardi - Terrorismo, martirio, vera fede. La messa non è finita

Avvenire
Andrea Riccardi
Una chiesa profanata dalla violenza; un prete ucciso mentre celebra la Messa; fedeli e religiose colpiti... L’abbiamo visto in tutto il mondo, l’abbiano già visto anche in Francia quando frére Roger fu accoltellato a morte durante la preghiera dei vespri a Taizé. Non avremmo mai voluto vederlo ancora, qui, in Europa. Ma è accaduto. 

Il prete 86enne Jacques Hamel
È un gesto rivelatore della disumanità dei terroristi e della loro assoluta mancanza di senso religioso, che invece abita in molti musulmani con il rispetto degli «uomini di Dio» e della preghiera. 

Giovani, folli, ingabbiati nella logica totalitaria dell’odio e nella propaganda del Daesh, hanno compiuto questo atto cruento. Odiosa esibizione di violenza brutale. Espressione di una primordiale volontà di terrorizzare la società francese per farla precipitare in reazioni inconsulte. Saggiamente, il presidente dei vescovi francesi, monsignor Pontier, ha dichiarato che è neces! sario non cadere nella paura. Saggiamente i vescovi italiani hanno ricordato subito che non ci si può arrendere a «logiche di chiusura o di vendetta».

Perché un attacco a una chiesa? Si tratta di una di quelle parrocchie che presidiano la Francia periferica e rurale: una chiesa che ha conosciuto le vicende secolari del cattolicesimo normanno. Oggi la servono un parroco congolese, aiutato da un ottantaquattrenne prete francese, Jacques Hamel, ucciso sull’altare mentre celebrava. Mancano preti in Francia. Ma non c’è una Chiesa morta o agonizzante. Anzi tiene con coraggio e vive la sua missione con l’aiuto di laici e suore. Anche con la dedizione di un prete anziano che aveva celebrato cinquant’anni di sacerdozio nel 2008, ma non si era fermato. Questi sono i nostri preti: gente che vive tutta la vita come servizio, non ben pagati, talvolta soli, ma impregnati di spirito di servizio. Oggi, si deve esprimer! e rispetto per la Chiesa di Francia che, pur passata tra tant! e difficoltà, tiene aperte le chiese, predica e celebra con grande dignità e comunicatività evangelica.

Perché una chiesa? – è la domanda che ritorna. È un simbolo cristiano. E oggi quella chiesa di Saint Etienne lo è ancora di più, bagnata dal sangue di martiri. Lo è per quella Messa interrotta dalla violenza. Con grande chiarezza, la Chiesa di Francia e quella universale – da Giovanni Paolo II a Francesco – non hanno mai riconosciuto l’esistenza di una guerra di religione tra Occidente (cristiano) e islam. Nel gennaio 2002, dopo gli attentati dell’11 settembre, papa Wojtyla chiamò i leader religiosi a pregare per la pace a Assisi. Prima, volle un giorno di digiuno dei cattolici in coincidenza con la fine del Ramadan. 
La Chiesa non scende in campo con i populisti contro l’islam. Ieri l’hanno colpita quanti sono imbevuti nell’odio della guerra santa, per trascinarla nello scontro e farla uscire dal suo atteggiamento sapiente e materno. 
Padre Jacques aveva scritto sul blog parrocchiale a proposito delle vacanze: «Un tempo per essere rispettosi degli altri, chiunque essi siano ». E aveva chiesto: «Pregate per coloro che sono più bisognosi, per la pace, per vivere meglio insieme…». Questo è il sentire profondo della Chiesa che, con il suo tessuto umano, favorisce l’incontro, penetra in ambienti difficili, aiuta chi sta male: vivere insieme con l’altro in pace. La Chiesa è uno spazio del gratuito e dell’umano in una società competitiva dove tutto ha un prezzo. Soprattutto uno spazio aperto.
La porta aperta delle nostre chiese – quella attraverso cui sono entrati gli assassini di padre Hamel – contrasta con il moltiplicarsi di chiusure, di cancelli, di muri, frutto della paura. Lì, in chiesa, entrano tutti: i poveri, i bisognosi, i cercatori di senso, chi domanda una parola o un gesto di! amicizia. In quella chiesa, come in molte altre in Francia e in Europa! , è nascosto il segreto di un mondo che non crede ai muri e non cede alla violenza. 
È una parte del continente che, forse, dà più dà fastidio ai violenti. Una parte dall’apparenza debole (come il vecchio prete), ma molto forte: «Gesù è venuto a farsi vulnerabile», aveva detto padre Jacques l’ultimo Natale.

Dopo il suo assassinio gli ha fatto eco monsignor Pontier: «Solo la fraternità, cara al nostro Paese, è la via che conduce a una pace duratura. Costruiamola insieme». Questi gesti di morte chiamano i cristiani a una rinnovata missione in mezzo a tante violenza in Europa. 

Bisogna avere il sogno di pacificare la società: integrare tanti rimasti ai margini, ostili, inquieti e estranei a un senso di destino comune. È una missione evangelizzante e pacificatrice. Non solo parole d’occasione, ma un’esigenza profonda del tempo, che si fa vocazione per la Chiesa. 
Va continuata, in mezzo alla gente, la Messa di padre Jacques interrotta dalla violenza.

martedì 28 giugno 2016

Messico: l'appello del vescovo di Tapachula "basta torture nelle carceri"

radiovaticana.va
"Aumentare la consapevolezza e la preparazione professionale di quanti sono impegnati nelle indagini sui crimini che affliggono la nostra società per non fabbricare più colpevoli, ma arrivare alla verità dei fatti rispettando la dignità della persona umana"


È questo l'appello lanciato ieri dal vescovo di Tapachula, Chiapas, Messico, mons. Leopoldo Gonzáles Gonzáles, durante l'omelia della Messa che ha celebrato ieri e in cui ha ricordato la Giornata internazionale di sostegno alle vittime della tortura.
La tortura usata come mezzo per infliggere dolore. Come riporta l'agenzia Fides, il presule ha sottolineato che nel suo Paese la tortura non è "solo utilizzata come mezzo per estrarre una confessione o informazioni, ma anche per infliggere dolore, per far soffrire e per punire". 

Questo accade specialmente nelle carceri di massima sicurezza, in cui i detenuti vengono spesso tenuti in regime d'isolamento: "L'assenza di contatto umano - ha proseguito il vescovo - provoca grande sofferenza mentale e fisica e così si aggiunge dolore alla pena inflitta dalla sentenza". Secondo i dati, infine, nelle carceri messicane non accennano a diminuire i casi di violenza a opera delle autorità e dei responsabili della sicurezza.

domenica 12 giugno 2016

Il modello dei corridoi umanitari si fa spazio in Europa - Ok della Chiesa in Polonia che ne affida la realizzazione alla Caritas polacca

www.santegidio.org
 La Comunità di Sant'Egidio accoglie con grande interesse la scelta della Conferenza Episcopale Polacca di affidare alla Caritas nazionale la realizzazione di corridoi umanitari in Polonia per profughi provenienti dalla Siria, come è stato reso noto in un comunicato.

E’ un segno importante di come in Europa si stia facendo strada un modello che, coniugando umanità e sicurezza, ha già permesso l’arrivo nel nostro Paese di oltre 200 rifugiati siriani e iracheni, grazie ad un’iniziativa della Comunità di Sant’Egidio, insieme alla Federazione delle Chiese Evangeliche e alla Tavola Valdese, in accordo con il governo italiano.
Si sta rivelando sempre più la via maestra che consente di salvare vite umane sottraendole ai viaggi della disperazione nel Mare Mediterraneo e permette, per chi fugge dalla guerra, l’arrivo in Europa con regolari voli di linea. Quindi, in tutta sicurezza. Per chi è accolto, ma anche per tutti, grazie ai controlli che in questo caso sono effettuati prima di partire.
Sant’Egidio si augura che la proposta della Chiesa polacca possa realizzarsi al più presto attraverso accordi con le istituzioni statali e rinnova il suo appello a tutti i Paesi europei perché facciano proprio questo modello di civiltà che favorisce anche una più facile integrazione nelle nostre società.

lunedì 30 maggio 2016

Ventimiglia, fallisce lo sgombero, un centinaio di profughi ospitati in chiesa

La Repubblica
All'alba l'intervento delle forze dell'ordine, che fermano una ventina di migranti in città, ma la spiaggia era già stata evacuata. Il parroco: "Li terrò qui finché ci sarà bisogno"
La polizia davanti alla spiaggia già sgomberata
Quando le 15 camionette con decine e decine di uomini sono arrivate sulla spiaggia, dove da ieri si era trasferito il campo spontaneo dei migranti, hanno trovato il campo deserto. Migranti e attivisti l'hanno abbandonato nella notte per sfuggire allo sgombero: e ad accoglierli è stata la chiesa di Papa Francesco. Seguendo l'invito arrivato ieri sera dal vescovo di Ventimiglia Antonio Suetta, padre Francesco Marcoaldi ha aperto le porte del salone sotto la centralissima chiesa si San Nicola. Così stamattina, mentre le forze dell'ordine arrivavano sole tra tende smontate e qualche materasso abbandonato, fuori dalla chiesa gli attivisti mostravano uno striscione in ricordo delle ultime vittime del mare. E con il loro slogan: "open the Borders". Chiedono infatti l'apertura delle frontiere, che qui a Ventimiglia, come al Brennero, sbarrano la strada ai migranti in fuga dall'Italia per continuare il loro viaggio.

Una ventina di migranti che dormivano per strada in varie parti della città sono stati fermati dalle forze dell'ordine e fatti salire su un bus. Le forze dell'ordine - poliia, carabinieri, guardia di Finanza e un'imbarcazione della Capitaneria - stanno operando in rispetto dell'ordinanza di sgombero emessa venerdì scorso dal sindaco Enrico Ioculano per motivi di igiene e sicurezza pubblica, e senza tensioni.
Ma ora cosa può accadere ai profughi ospitati nella chiesa di San Francesco? La vicenda ricorda quella dei cosiddetti "Sans Papiers", altri profughi senza documenti che nei primi anni Duemila occuparono una chiesa nel centro di Parigi per un lungo periodo. Il vescovo Suetta, titolare della diocesi di Sanremo-Ventimiglia, ringrazia padre Francesco e confeema che si sta attivando per
concedere gli spazi del seminario di Bordighera per accogliere una tendopoli destinata ai migranti, come annunciato ieri sera. E padre Francesco, che su affaccia dalla chiesa intorno alle 8, dice di averi accolti senza pensarci troppo . "Li terrò qui finchè ce ne sarà bisogno". Ai pasti penserà la Caritas.

Il vescovo di Ventimiglia: “Una tendopoli in seminario per accogliere i migranti”

La Stampa
«L’imminente sgombero con la forza deve essere scongiurato, i migranti saranno ospitati nei terreni del seminario vescovile di Bordighera». Il colpo di scena è arrivato poco fa, al tramonto, alla vigilia dell’intervento delle forze dell’ordine che i bene informati davano per l’alba di domani.
 

Il vescovo della diocesi Ventimiglia-Sanremo Antonio Suetta è sceso in campo per evitare il blitz, contro la prospettiva dello scenario traumatico di corpi trascinati via a forza. Un’azione congiunta, con in campo anche la Caritas e il rettore del seminario Ferruccio Bortolotto. Contrattazioni febbrili con il Comune di Ventimiglia, mentre i No borders in serata stavano iniziando ad accompagnare i migranti verso Camporosso, sempre sulla spiaggia. La decisione è maturata mentre i primi 19 migranti arrivati da Genova, assegnati al Seminario dalla Prefettura, disfavano le valige. «Tra questi e quelli non c’è differenza, vivono lo stesso incubo, le porte sono aperte» - è stato il commento della Curia che ha confermato un’azione per evitare il blitz.

Il seminario ha messo a disposizione il campo di calcio, in grado di ospitare da 70 a cento persone nelle tende. I servizi igienici esistono, anche se hanno bisogno di una sistemata. Questione di giorni e di quella «divina provvidenza» che in queste occasioni il Ponente non ha mai fatto mancare alla Curia. Le condizioni poste alle Istituzioni sono due: gestione del «campo» delegata alla Caritas e un presidio di sicurezza da parte delle forze dell’ordine (nell’arco delle 24 ore).

«Le porte sono aperte anche ai No borders - dicono dal Seminario - a patto che intervengano come volontari e a titolo personale. Per chi vuol fare del bene non esistono mura o cancelli». Parole che ribadiscono l’impegno concreto sul fronte dell’emergenza migranti e in linea con la posizione di papa Bergoglio.

Certo è che l’azione della Curia è arrivata in un clima incandescente, tra le voci dello sgombero forzato fissato per questa mattina e le polemiche politiche per il fallimento, almeno parziale, del piano-Alfano.

Il vescovo e i suoi collaboratori hanno promosso un gesto, teso una prima mano, che nella giornata di domani potrebbe essere seguito da quello della prefettura che prendendo atto dell’allestimento del campo al seminario di Bordighera potrebbe in via di urgenza «legittimarlo» facendo in modo di mobilitare anche la protezione civile (con tende decorose al posto di quelle squarciate dal vento usate oggi dai migranti). «Ma noi siamo in grado anche di farcela con le nostre forze - hanno detto i seminaristi. La nostra è una scelta di servizio. Siamo qui per pregare, studiare, ma anche e soprattutto servire».

lunedì 9 novembre 2015

Kurdistan - Nel campo profughi Ainkawa una chiesa come a Mosul

Vatican Insider
Inaugurata ieri dall'arcivescovo siro cattolico Yohanna Petros Mouche la chiesa dell'Annunciazione costruita in uno dei più grandi campi profughi del Kurdistan

Chiesa di Nostra Signora dell'Annunciazione, campo
profughi di Ainkawa, nel distretto cristiano di Erbil nel Kurdistan
L'hanno intitolata a Nostra Signora dell'Annunciazione, come la grande chiesa che avevano a Mosul. Il parroco, del resto, è lo stesso: padre Emmanuel, dall'estate 2014 sfollato in Kurdistan e ora responsabile del campo profughi. 

È la storia della nuova chiesa che ieri ha aperto le porte per gli iracheni rifugiati ad Ashti, uno dei maggiori campi profughi di Ainkawa, il distretto cristiano di Erbil nel Kurdistan iracheno. Una chiesa ovviamente semplice: la forma non poteva che essere quella della tenda, in un campo dove vivono 1500 famiglie, in gran parte cristiani fuggiti da Mosul e dalla piana di Ninive. Del resto proprio sotto una tenda si sono ritrovati sempre in questi mesi a celebrare i riti della loro fede. Adesso invece avranno a disposizione una chiesa in muratura, in grado di ospitarli anche tutti insieme. L'hanno costruita loro stessi, grazie al sostegno economico di Fraternité in Irak, un sodalizio francese che in appena due mesi ha raccolto i 90 mila euro necessari per rispondere a un bisogno fortemente sentito da quanti vivono da esuli ad Ashti.

Il nome lo avevano chiaro fin dall'inizio: sarebbe stata - appunto - la chiesa di Nostra Signora dell'Annunciazione, come quella molto più grande che si sono lasciati dietro le spalle a Mosul. Una delle prime ad essere colpite da un attentato, già nel 2009, nella lunghissima odissea dei cristiani iracheni. Un luogo di ricordi sofferti, con cui il legame resta fortissimo: «Speriamo che per l'intercessione di Nostra Signora dell'Annunciazione noi possiamo ottenere anche noi l'annuncio della liberazione della piana di Ninive», aveva detto l'arcivescovo siro-cattolico di Mosul, Yohanna Petros Mouche, il 15 agosto scorso durante la benedizione della prima pietra. E proprio mons. Mouche - esule insieme a tutti gli altri - ieri pomeriggio ha presieduto il rito della dedicazione della chiesa. Con lui c'erano anche rappresentanti delle comunità caldee e siro-ortodosse, a dimostrazione di come la persecuzione sia una grande lezione di unità per i cristiani del Medio Oriente. Per la sua omelia Mouche ha scelto di commentare le parole di Gesù a Pietro, dopo la sua professione di fede nel Vangelo di Matteo: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno su di te». Lette in un campo profughi con l'Isis che - ad appena ottanta chilometri di distanza - ha profanato ogni simbolo cristiano a Mosul, assumono la forza di una sfida: quella di chi continua a sperare. «La chiesa è al centro del campo - ha dichiarato al quotidiano La Croix l'arcivescovo Mouche -. Mi auguro che aiuti tutti a ritrovare la speranza, a tenere saldo il proprio rapporto con Dio, ma anche le relazioni fraterne tra le persone».

Nella chiesa dell'Annunciazione nel campo profughi di Ashti verrà celebrate l'Eucaristia due volte al giorno. E - come ogni parrocchia - diventerà il centro anche per tante altre attività: dal catechismo dei bambini alle prove della corale, fino ai momenti di riflessione in comune. «Un luogo - ha spiegato sul sito di Fraternité en Irak, il presidente dell'associazione Faraj Benoît Camurat - per tessere di nuovo i legami della comunità». Ciò di cui, alla vigilia ormai di questo secondo inverno da profughi, a Erbil si avverte maggiormente il bisogno.

Giorgio Bernardelli

domenica 18 ottobre 2015

Cei, attivate 167 strutture di accoglienza della Diocesi Toscana che ospitano 2000 rifugiati

Ansa
In Toscana sono 2006 i profughi ospitati nelle 167 strutture attivate dalle diocesi toscane per l’accoglienza dei migranti. 


E’ quanto, riporta una nota, è emerso in occasione del Consiglio permanente della Cei, svoltosi nei giorni scorsi e di cui si è tornati a parlare alla Conferenza episcopale toscana che ha riunito i vescovi toscani al’Eremo di Lecceto. 

“Riguardo all’accoglienza dei profughi che bussano alle porte dell’Europa – si spiega nella nota -, i vescovi toscani già ognuno nelle proprie diocesi e ora tutti insieme hanno fatto proprio l’appello del Santo Padre per aprire le porte delle nostre comunità a quanti fuggono da guerre e gravi disagi. 

In occasione del Consiglio permanente della Cei, nei giorni scorsi, i vescovi toscani hanno potuto segnalare che nelle diocesi della nostra regione sono già attive ben 167 strutture di accoglienza che ospitano complessivamente 2006 rifugiati. A questo proposito è stata ribadita l’importanza che gli interventi di accoglienza dei rifugiati siano coordinati a livello diocesano, in collaborazione con le istituzioni pubbliche e in attesa di ricevere a breve della Cei più precise indicazioni”.

giovedì 13 agosto 2015

Immigrazione e Galatino: il messaggio universale della Chiesa ridotto dai media a polemica di partito

Agora Vox
Quando la stampa e la tv riducono il messaggio universale della Chiesa ad una polemica con un partito, in questo caso la Lega, non è mai un caso, ma una scelta politica, che ha obiettivi politici.


L’inconsistenza, e il vuoto propositivo della destra italiana rispetto al fenomeno migratorio, l’incapacità dell’ Unione europea,ad affrontare e gestire il problema dei rifugiati, non potevano restare senza difesa, esposti agli attacchi della Chiesa.

Eppure l’intervento di Nunzio Galantino offre spunti e sollecitazioni, per un discorso serio sulla realtà e sulla rappresentazione politica della questione immigrazione.

Quando il Monsignore si scaglia contro “i piazzisti da quattro soldi”che fanno razzismo “marchettaro”, tenta di preservare da meschinerie egoistiche di partito la tragedia dei rifugiati, segnata dalla sofferenza e dalla morte. Cerca di stimolare la capacità critica delle persone per invitare la gente a ragionare con la testa e non con la pancia.

Scaccia i mercanti dal tempio,i cattivi maestri che rappresentano un atto di dolorosa necessità, come un atto di dominio. Non era difficile per i nostri giornali spiegare queste cose, e invece no.

La polemica tra Chiesa e Lega, fa vendere più copie.

In quest’ambito non c’è spazio per un immagine reale delle cose, per interrogarsi sulle ragioni per cui nella nostra società è possibile speculare su un problema cosi drammatico senza indicare soluzioni coltivare l’illusione e l’ignoranza di tanta gente, come strumenti di conquista del consenso.

Non c’è spazio per un approfondimento delle parole della Chiesa e di quelle del Papa, che pure ha definito atti di guerra, quelli perpetrati contro l’accoglienza degli immigrati.

C’è spazio per le reazioni di Salvini e se poi sono cavolate, non importa.

Silenzio e ancora silenzio dei giornalisti e dei conduttori tv, attenti a cogliere le battute ad effetto quelle che parlano alla pancia.

Ma non solo di questo si tratta.

La solidarietà, l'accoglienza... sono principi non graditi nelle alte sfere della finanza, e quindi al potere mediatico, che di tali poteri è espressione. L’Europa non ha risolto il problema dei rifugiati, non ha fatto una politica europea dell’immigrazione, ma si prepara a gestirla, in termini di chiusura, più che di accoglienza.

Il silenzio dell’Europa sui muri ungheresi, sulle minacce di Cameron, non lasciano presagire niente di buono.

In questo contesto, l’intervento deciso del papa, contro i respingimenti, considerati atti di guerra e a favore dell’accoglienza, e dell’integrazione, della solidarietà tra i popoli, è un atto di accusa, una denuncia grave e pericolosa, anche dell’incapacità e delle contraddizioni dell’Europa.

Occorreva ridimensionarlo, riducendo il messaggio della Chiesa ad una polemica di bassa lega.

di Camillo Pignata