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venerdì 21 giugno 2019

Nicaragua. Nelle carceri ancora 89 detenuti politici.

agensir.it
Mons. Mata (Estelí), "si intensificano persecuzioni contro chiese e fedeli". In Nicaragua il cartello delle opposizioni Alianza Cívica ha chiesto la liberazione di 89 detenuti politici che sono ancora agli arresti. 


Si tratta di persone comprese nella lista della Croce Rossa internazionale, ma che non sono riconosciuti come tali dal Governo., che ha invece liberato nei giorni scorsi oltre un centinaio di detenuti. Ma non è questo l'unico segnale che la repressione è ancora in atto nel Paese centroamericano.

"Negli ultimi giorni il Governo, attraverso la Polizia e altri gruppi affini, ha intensificato la persecuzione verso i nostri fedeli, filmandoli, fotografandoli, intimorendoli con aggressioni verbali e fisiche e con l'assedio alle chiese durante le celebrazioni liturgiche. Per questo denunciamo gravi violazioni alla libertà di culto, garantita dall'articolo 29 della Costituzione". 

Queste le parole del segretario generale della Conferenza episcopale nicaraguense, mons. Abelardo Mata Guevara, vescovo di Estelí, al termine dell'incontro dei vescovi che si è svolto lunedì scorso, dopo che nel weekend di erano registrati attacchi alle cattedrali di León e di Managua. Mons. Mata ha spiegato di parlare a titolo personale, poiché i vescovi non sono riusciti, per il poco tempo a disposizione e perché c'erano altri temi all'ordine del giorno, a elaborare un documento comune sulla situazione.

Il vescovo ha proseguito dicendo che la Chiesa "avrà sempre le porte aperte per tutti coloro che si sentano perseguitati ed esclusi", spiegando che è "proprio di ciascun uomo e donna che si sentano deboli e impotenti di fronte alle armi e al potere dei sistemi ingiusti cercare rifugio in luoghi di pace e tranquillità, nei luoghi dove abita Dio". Mons. Mata ha detto che i vescovi si sono impegnati a discutere più a fondo della situazione del Paese e della libertà religiosa nel loro prossimo incontro.

sabato 15 giugno 2019

Nicaragua. Rilasciati oltre 100 detenuti politici dopo legge su amnistia

agensir.it
Cinquanta detenuti politici liberati lunedì, altri 56 ieri, tra cui il direttore e la giornalista di "100% Noticias", Miguel Mora e Lucía Pineda, in carcere dal dicembre scorso con l'accusa di terrorismo e incitazione all'odio. 


Sono gli effetti della legge sull'amnistia approvata in Nicaragua dal Parlamento sabato scorso, con i soli voti della maggioranza sandinista e la contrarietà dell'opposizione riunita nel cartello dell'Alianza Cívica.

Secondo le opposizioni sono ancora 89 gli oppositori che si trovano in carcere. La legge è stata contestata perché viene presentata come un provvedimento di clemenza, peraltro previsto dai precedenti accordi raggiunti al tavolo del dialogo nazionale nei mesi scorsi, senza garantire le libertà e i diritti dei cittadini. 

La liberazione dei detenuti è stata comunque accolta in modo festoso ed è stata anzi l'occasione perché a Managua si formassero gruppi di manifestanti che chiedevano il ritorno a una piena libertà nel Paese. 

L'arcidiocesi di Managua, sui propri profili social, ha rilanciato una frase pronunciata domenica scorsa, in un colloquio con alcuni giornalisti, dall'arcivescovo, il card. Leopoldo Brenes: "Che escano dal carcere tutti i detenuti darà gioia a tutte le famiglie, speriamo che questa legge non le danneggi e che tutti coloro che sono stati privati della loro libertà possano vivere liberamente nel loro Paese".

mercoledì 17 aprile 2019

Nicaragua - Un anno di dura repressione: 325 uccisi, 2000 feriti, migliaia fuggiti in Costa Rica

Corriere della Sera
Il 18 aprile 2018 iniziava in Nicaragua un periodo di brutale repressione nei confronti delle manifestazioni contro le riforme, poi ritirate, in materia di sicurezza sociale.



Da allora i morti sono stati almeno 325, uccise soprattutto dalle forze di sicurezza e da gruppi armati filo-governativi; oltre 2000 persone sono state ferite, centinaia arrestate arbitrariamente e decine di migliaia costrette a fuggire in Costa Rica.

Amnesty International e altre organizzazioni per i diritti umani hanno documentati casi di grave violazione dei diritti umani e di crimini di diritto internazionale, tra cui torture ed esecuzioni extragiudiziali che hanno chiamato in causa la Polizia nazionale e i gruppi armati filo-governativi.

Il governo del Nicaragua ha espulso dal paese l’Ufficio dell’Alta commissaria per i diritti umani dell’Onu, il Gruppo interdisciplinare di esperti indipendenti e il Meccanismo speciale di monitoraggio sul Nicaragua, ha annullato lo status giuridico di organizzazioni locali della società civile e ha continuato a minacciare giornalisti e difensori dei diritti umani.

Riccardo Noury

lunedì 18 marzo 2019

Nicaragua. Il governo annuncia la liberazione di detenuti politici, condizione per la ripresa dei negoziati.

L'Osservatore Romano
Era stata posta come condizione per riprendere il dialogo con l'opposizione. Il governo del Nicaragua ha annunciato la liberazione di un numero imprecisato di persone detenute per motivi politici. La decisione è stata presa in considerazione della richiesta in tal senso fatta nei giorni scorsi dall'Alleanza civica e democratica, e che era stata posta anche come condizione indispensabile per la ripresa dei negoziati.

La piattaforma che racchiude organizzazioni economiche, studentesche e politiche d'opposizione, che da domenica scorsa aveva interrotto ogni trattativa con il governo, da oggi tornerà dunque a sedersi al tavolo del negoziato, con "l'assicurazione che la richiesta di vedere liberati un numero notevole di persone detenute è presa in conto". L'Alleanza continua a esigere prove indiscutibili della volontà governativa di negoziare una soluzione alla crisi che ha già provocato molti morti e ha portato il Nicaragua alla recessione economica.

Nel primo giorno di negoziati, il governo aveva concesso gli arresti domiciliari a un centinaio di prigionieri politici. Una mossa che tuttavia non aveva soddisfatto l'Alleanza, la quale invece richiedeva la loro libertà incondizionata. Attualmente sono più di 600 le persone ancora dietro le sbarre, alcune delle quali avevano avviato nei giorni scorsi lo sciopero della fame per protestare contro la loro detenzione.

Nell'annuncio del governo non si specifica quante di loro verranno scarcerate. Le parti sono arrivate a un accordo - si spiega in un comunicato governativo - dopo una riunione alla quale hanno preso parte il nunzio apostolico Waldemar Stanislaw Sommertag e l'inviato speciale del Segretariato generale dell'Organizzazione degli stati americani, Luis Angel Rosadilla. Il governo ha spiegato che ora i negoziati riprenderanno dal punto esatto in cui si erano interrotti.

martedì 5 marzo 2019

Nicaragua. Al via il dialogo di pace: liberati cento prigionieri

Avvenire
Tra le prime richieste dell'opposizione, il rilascio degli altri 667 detenuti politici ancora dietro le sbarre. La Chiesa testimone al tavolo. Si sono radunate all'alba di fronte all'entrata del carcere La Modelo, vicino all'aeroporto di Managua. Oltre un migliaio di persone ha atteso impassibile l'apertura dei cancelli, da cui sono usciti i bus con i detenuti in "via di rilascio".

Immediatamente la folla dei parenti si è accalcata nella speranza di vedere il proprio caro sulle vetture. Per un centinaio di famiglie il sogno si è avverato. Tanti sono i prigionieri politici liberati dal governo di Daniel Ortega nel giorno del riavvio del dialogo con l'opposizione civile per mettere fine alla crisi in corso dal 18 aprile scorso, quando sono cominciate le proteste contro il presidente. Era stato lo stesso esecutivo a interrompere il negoziato sette mesi fa e inasprire la repressione, costata la vita ad almeno 326 persone.

Altre 767 erano state arrestate, 136 di loro hanno avuto condanne pesanti. Le ultime sentenze, del 19 febbraio, hanno inflitto 216 e 200 anni di reclusione ai dirigenti contadini Medardo Mairena e Pedro Mena. Entrambi avevano partecipato alla prima trattativa che si è svolta fra maggio e luglio, con la mediazione della Conferenza episcopale nicaraguense. Come loro, molti dei negoziatori del gruppo iniziale - in galera o in esilio - sono, dunque, mancati ieri al round iniziale del "dialogo bis", tra l'esecutivo e l'Alleanza civica, forza che raggruppa differenti settori sociali critici.

I 19 delegati di quest'ultima, prima della riunione, hanno assistito alla Messa nella chiesa della Divina Misericordia, tra le più colpite dalla violenza orteguista, come dimostrano i fori di proiettili sulla facciata. A rappresentare il governo, c'erano il ministro degli Esteri, Daniel Moncada, i deputati Edwin Castro e Wilfredo Navarro e il giudice, Francisco Rosales.

Il cardinale Leopoldo Brenes e il nunzio, Stanislaw Waldemar Sommertag hanno partecipato come testimoni. Il colloquio si è svolto a porte chiuse. Fonti vicine all'opposizione, hanno rivelato, però, che le prime richieste dell'Alleanza sono state la scarcerazione degli 667 detenuti politici ancora dietro le sbarre e la presenza di un mediatore internazionale.

sabato 29 dicembre 2018

Bolivia: da Morales amnistia e indulto per 2500 detenuti. Un atto di giustizia per le lentezza dei giudizi e della mancanza del diritto alla difesa dei poveri

genteditalia.org
Atto di clemenza del presidente: esclusi i traditori della patria e i trafficanti d'armi. Il presidente Evo Morales ha emesso un decreto di amnistia e indulto in favore di più di 2500 persone. 
Evo Morales 
"Abbiamo l'intenzione di porre fine ai ritardi della giustizia", le parole del presidente sudamericano riportate dal quotidiano El Deber. "La mia richiesta agli avvocati è stata come aiutare i fratelli detenuti, a volte per una semplice denuncia e per ragioni economiche per cui non possono assumere un avvocato difensore. Per questo abbiamo disposto questo decreto".
Poco più di mille persone potranno beneficiare dell'amnistia, mentre circa 1.500 dell'indulto.

I detenuti che potranno invocare la concessione del beneficio entro il prossimo anno non devono essere coinvolti in crimini di tradimento della patria e traffico di armi. 

Amnistia destinata alle donne incinte o con un bambino in allattamento, oppure disabili gravi con figli sotto i sei anni di età. 

Indulto invece riservato a coloro che hanno scontato due terzi della loro pena, a eccezione di colpevoli di femminicidio, infanticidio, tratta di esseri umani, rapina o contrabbando.

domenica 23 settembre 2018

ONU - Denuncia violazioni dei diritti umani in Nicaragua per la violenta repressione che ha causato 400 morti

Treccani
La situazione del Nicaragua è sotto l’attenzione dell’ONU; il 18 settembre il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite si è riunito a Ginevra ponendo la crisi nel Paese centroamericano all’ordine del giorno dopo che la Commissione permanente dei diritti umani nicaraguense (CPDH) ha denunciato la violenta repressione – con uccisioni, arresti e torture – da parte del governo di Daniel Ortega delle manifestazioni che si susseguono ormai da cinque mesi. 

Adolfo Jarquín Ortel, che ha partecipato alla riunione di martedì 18 in rappresentanza ufficiale del Nicaragua, ha negato le violazioni, sostenendo che gli scontri sono solo atti vandalici frutto di una campagna contro il governo. 

Del resto Managua si è sempre opposta con decisione a qualsiasi ingerenza da parte dell’ONU: il 31 agosto era stata espulsa dal Paese la missione delle Nazioni Unite per i diritti dell’uomo, dopo che era stato pubblicato un rapporto dell’Alto commissariato ONU per i diritti umani che denunciava un «uso sproporzionato della forza» da parte delle autorità, un tema che è stato poi oggetto di discussione al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, lo scorso 5 settembre.

Le proteste e i disordini sono iniziati in aprile a seguito di alcune riforme socioeconomiche del governo e le manifestazioni, represse con la forza, si sono trasformate in veri e propri scontri che hanno causato un numero altissimo di morti: oltre quattrocento secondo organizzazioni non governative, circa duecento secondo fonti ufficiali.

mercoledì 12 settembre 2018

Nicaragua. Migliaia in piazza per liberazione detenuti politici. Continue minacce alla Chiesa Cattolica da parte del governo Ortega.

Agensir
In Nicaragua, dopo il riuscito sciopero generale, l'opposizione al Governo del presidente Ortega si è rianimata. Manifestazioni si sono tenute nel fine settimana a Managua e in tutto il Paese e in particolare ieri molte migliaia di persone hanno partecipato, con una moltitudine di palloncini azzurri e bianchi, alla "Marcia de los globos" per la liberazione dei prigionieri politici. 



Nel frattempo, da parte dei fedelissimi di Ortega si continua a mettere nel mirino la Chiesa cattolica. Sabato su un muro vicino alla cattedrale di Managua sono apparse delle scritte con espressioni ingiuriose verso la Chiesa e i sacerdoti. 

Ieri l'arcivescovo di Managua e presidente della Conferenza episcopale nicaraguense, card. Leopoldo Brenes, ha denunciato, a conclusione della messa celebrata nella chiesa di San Nicola da Tolentino, che "durante la celebrazione dell'eucaristia" in alcune chiese "ci sono persone che arrivano con altoparlanti" e disturbano le celebrazioni, e ha chiesto di avere "rispetto" per l'eucaristia e per le convinzioni dei fedeli.

Di fronte alle scritte e agli attacchi, il card. Brenes ha detto che "pregare per coloro che ci insultano è un precetto del Signore" e di conseguenza l'unica cosa da fare è "pregare per le persone che ci calunniano e ci diffamano". Inoltre, bisogna "avere la tranquillità di cuore pulito, non portare odio e avere la presenza di Cristo nei nostri cuori".

Il vescovo di Granada, mons. Jorge Solórzano Pèrez, ha invece denunciato via Twitter che sabato pomeriggio, mentre si celebrava la messa nella parrocchie della Merced, alcuni simpatizzanti del Governo sono entrati in chiesa gridando. "Chiedo - scrive il vescovo - che si rispettino le nostre chiese e le celebrazioni liturgiche". Ieri è toccato a padre Edwin Román, coraggioso parroco di San Miguel, a Masaya, essere insultato e aggredito da uno dei capi della Polizia sandinista.

venerdì 7 settembre 2018

Nicaragua: Centro per i diritti umani, 14 persone arrestate nelle ultime 72 ore

Agenzia Nova
Managua - Almeno 14 persone sono state arrestate dalle forze di polizia del Nicaragua nelle ultime 72 ore in quattro comuni del paese. 


Lo denuncia il Centro nazionale per i diritti umani (Cenidh), che attraverso uno dei suoi legali, Juan Carlos Arce, ha denunciato “i continui arresti, le detenzioni arbitrarie e di massa di persone che manifestano pacificamente per la giustizia e la democrazia”. 

I 14 nuovi arresti, rende noto l’organizzazione, si sommano alle 332 persone attualmente detenute nel quadro delle manifestazioni di protesta in corso nel paese. Gli ultimi arresti, denuncia il Cenidh, sono avvenuti a Managua, Estelí, Masaya e Catarina.

sabato 1 settembre 2018

Nicaragua: rapporto Onu, «ripetute violazioni dei diritti umani». Il caso approderà in Consiglio di Sicurezza

SIR
A partire dal 18 aprile il Governo del Nicaragua ha commesso ripetute violazioni dei diritti umani. 


Lo denuncia l’Organizzazione delle Nazioni Unite (Onu), che in un rapporto presentato ieri denuncia l’uso sproporzionato della forza da parte della polizia, provvedimenti extragiudiziali, sparizioni forzate, detenzioni arbitrarie, episodi di tortura, specificando che i gruppi paramilitari hanno agito con l’approvazione delle autorità.
Il rapporto è intitolato “Violazione di diritti umani e abusi nel contesto delle proteste in Nicaragua” ed è elaborato dall’ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani. Il documento ipotizza la possibilità di una Commissione per la Verità, composta sia a livello nazionale che internazionale, con lo scopo di “assicurare la verità, la giustizia e la riparazione delle vittime”.
Il rapporto stima in circa 300 le persone morte e in 2.000 quelle ferite dall’inizio dei disordini. 

Sono in tutto 16 le “raccomandazioni” rivolte dall’Onu alle autorità del Nicaragua. Tra queste la cessazione immediata di ogni minaccia, intimidazione e criminalizzazione, lo smantellamento delle milizie paramilitari, assicurare la possibilità di indagini indipendenti, far cessare gli arresti arbitrari e liberare i prigionieri politici che sono stati arrestati ingiustamente e senza garanzie, far conoscere l’identità delle persone attualmente agli arresti, garantire la libertà di manifestazione e l’autonomia del potere giudiziario, garantire l’accesso alle informazioni ai rappresentanti dell’Alto Comissariato Onu per i diritti umani e ai rappresentanti delle altre organizzazioni internazionali.
La situazione del Nicaragua sarà messa all’ordine del giorno al Consiglio di Sicurezza dell’Onu.

venerdì 13 luglio 2018

Nicaragua, le violenze subite non scoraggiano i vescovi: “Continueremo a mediare il dialogo”

Vatican Insider
Le trattative erano state sospese dopo l’aggressione al cardinale e al nunzio di lunedì a Diriamba. L’annuncio di monsignor Baez, tra le vittime: «Non ci ritiriamo, nonostante l’ostilità del governo».


Le violenze non frenano il dialogo e le minacce non fanno demordere i vescovi dal proposito di trovare un accordo pacifico per la democratizzazione del Nicaragua, piagato da aprile fino ad oggi da una crisi sociopolitica che ha provocato oltre 350 morti. I presuli della Conferenza episcopale del Nicaragua continueranno infatti ad essere «mediatori e testimoni del dialogo nazionale», proseguendo quindi il «servizio» richiesto dallo stesso governo di Managua.

Ad annunciarlo è monsignor Silvio José Baez, lo stesso vescovo ausiliare della capitale che lunedì scorso era rimasto vittima di aggressioni fisiche e verbali nella cattedrale di San Sebastián a Diriamba insieme al cardinale Leopoldo Brenes e al nunzio apostolico, monsignor Waldemar Stanislaw Sommertag. 

I tre rappresentanti ecclesiali erano stati insultati e picchiati da gruppi paramilitari che, dopo aver accerchiato l’edificio sacro, hanno fatto irruzione malmenando chiunque trovassero davanti e devastando la cattedrale. In particolare a monsignor Baez, ferito ad un braccio come mostrava egli stesso in un tweet, era stato assestato un pugno nello stomaco e gli era stata strappata la croce pettorale.

La gravità di quella violenza aveva fatto sì che la Conferenza episcopale sospendesse le trattative del Tavolo di dialogo nazionale, iniziate il 16 maggio scorso (un mese dopo lo scoppio della crisi) e proseguite a fatica. Gli attacchi e la profanazione del luogo sacro nella città di Diriamba - una di quelle maggiormente colpita dalle violenze - avevano fatto credere che fosse inutile proseguire con qualsiasi tipo di negoziato.

Tuttavia i presuli, in una riunione straordinaria durata sei ore ieri, nel Seminario di Nostra Signora di Fatima a Managua, hanno deciso di fare un passo indietro: in gioco c’è la sopravvivenza di una popolazione che subisce un dramma forse «peggiore» di quello delle due guerre vissute dal Paese, come aveva avuto modo di dire il cardinale Brenes; c’è una Chiesa i cui rappresentanti - dai sacerdoti ai frati agli stessi vescovi - cercano di fornire assistenza ai feriti e ai rifugiati ma sono costretti a rifugiarsi essi stessi nelle parrocchie; ci sono famiglie che hanno visto morire figli, anche minorenni, durante le repressioni violente delle manifestazioni pacifiche di piazza.

All’unanimità, ha riferito monsignor Baez, l’episcopato nicaraguense ha deciso perciò «di continuare a fornire il servizio» stabilito dalle parti, «come mediatori e testimoni del dialogo nazionale, con lo stesso entusiasmo e lo stesso impegno», seguendo l’esortazione di Papa Francesco che in un Angelus di giugno ribadiva, in riferimento alla situazione in Nicaragua, che «la Chiesa è sempre per il dialogo».

Le motivazioni di questa scelta è sempre Baez a spiegarle: «Continuiamo a credere che il dialogo sia il modo per superare la violenza... Non ci ritiriamo, nonostante l’ostilità del governo» del presidente comandante Daniel Ortega. Da qui un appello alla popolazione nicaraguense a non perdere la fede e sperare che la pace sarà prima o poi raggiunta usando metodi pacifici. All’incontro di ieri della Conferenza episcopale, presieduto dal presidente Brenes, seguirà un’altra riunione alla fine di questa settimana come ha confermato alla stampa il vescovo della diocesi di Jinotega, Carlos Enrique Herrera Gutiérrez.

In questi giorni dopo l’assalto a Diriamba, all’episcopato del Nicaragua sono pervenute tramite l’agenzia Fides numerose lettere di solidarietà da tutto il mondo, in particolare dalle Conferenze episcopali di Argentina, Costa Rica, Panama, Perù e Messico. In questi Paesi le comunità cattoliche sono unite nella preghiera per sostenere i vescovi nella ricerca di una soluzione pacifica alla crisi e per i familiari delle vittime. Oltre 350 quelle accertate la maggior parte delle quali civili, secondo quanto affermato da un report dell’Associazione nicaraguense per i diritti umani (Anpdh) che ha preso in considerazione il periodo che va dal 19 aprile al 10 luglio, a cui si sommano più di 2100 feriti. Tra i morti - uccisi da armi da fuoco ma anche da bombe, colpi di mortaio, armi da taglio - ci sono anche agenti di polizia e militari dell’esercito. Le province con il più alto numero di vittime sono Managua, Masaya e León.

Lo stesso rapporto rivela inoltre che 329 persone sono state sequestrate e 68 torturate dopo essere state catturate dalla polizia e dai paramilitari, le cosiddette “Turbas”, in diverse aree del Paese. Questi gruppi «stanno seminando il terrore e violenza», ha detto ieri il segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin, ribadendo che, come Chiesa, «cerchiamo un dialogo che per il momento sembra poter riprendere, ma bisogna che ci sia la volontà di raggiungere un compromesso da entrambe le parti». 

Salvatore Cernuzio

martedì 10 luglio 2018

Nicaragua, aggrediti cardinale Leopoldo Brenes e il Nunzio mentre cercavano di aiutare dei fedeli rifugiati in una Chiesa assediata

ANSA
Ancora gravi violenze in Nicaragua: i militari hanno aggredito il card. Leopoldo Brenes, arcivescovo di Managua, il suo ausiliare, mons. José Silvio Báez, e il nunzio apostolico, mons. Waldemar Stanisaw Sommertag, nella chiesa di san Sebastiano, a Diriamba. 
I vescovi - riferisce il Sir - accompagnati da altri sacerdoti dell'arcidiocesi di Managua, si erano diretti nella città, oggetto di scontri negli ultimi due giorni. 

In particolare volevano portare aiuto alle 12 persone che si erano rifugiate nella chiesa di san Bartolomeo, assediata da giorni. I presuli sono stati strattonati e insultati. Mons. Báez, come ha annunciato egli stesso su Twitter, è stato ferito al braccio e gli è stata strappata la croce pettorale. A un sacerdote che accompagnava i vescovi è stato rubato il cellulare.

martedì 26 giugno 2018

Nicaragua: continua la repressione in tutto il paese. Bambino di 15 mesi è morto con 7 persone in blitz polizia

TPI News
Dal mese di aprile nel paese sono in corso forti proteste contro il presidente Daniel Ortega.

Sono almeno otto le vittime delle operazioni di polizia e paramilitari che si sono svolte sabato 23 giugno in Nicaragua. Tra i morti, anche un bambino di 15 mesi.

Si tratta di operazioni di repressione contro gli oppositori al presidente del Nicaragua Daniel Ortega.
Dall’inizio delle proteste nel paese, lo scorso 18 aprile, sono oltre 200 le vittime.

I manifestanti chiedono le dimissioni del presidente Daniel Ortega e di sua moglie Rosario Murillo, vicepresidente del Nicaragua.

Il bilancio di sabato è stato comunicato dal Centro per i diritti umani del Nicaragua (CENIDH).
Sette persone sono morte a Managua, la capitale, e una nella città ribelle di Masaya, a sud di Managua.

Tra venerdì e sabato le forze dell’ordine e i gruppi paramilitari hanno lanciato un attacco contro gli studenti nei locali dell’Università Nazionale Autonoma del Nicaragua (UNAN), a sud-ovest di Managua.

Hanno attaccato inoltre in sei quartieri nella parte orientale della capitale, secondo la testimonianza degli studenti, confermata dall’organismo per i diritti umani.

“Ci attaccano dall’una di notte (…) Ci sono anche cecchini, siamo sulle barricate”, ha testimoniato un giovane, il volto mascherato, in una diretta su Facebook. “Sparano per uccidere, stanno massacrando la gente, i giovani, siamo assediati, e’ una guerra impari”.

A scatenare la rivolta in Nicaragua è stata la discussione sulla riforma delle pensioni proposta dal presidente del Nicaragua Daniel Ortega – il leader del Fronte sandinista di liberazione nazionale (Fsln) – che prevede l’aumento dei contributi per i lavoratori e assegni pensionistici più magri.

La proposta di rinnovamento del sistema pensionistico nazionale che ha fatto scattare la mobilitazione prevede che i lavoratori aumentino il proprio contributo e si teme inoltre che potrebbe portare persino a tagli del 5 per cento sull’ammontare complessivo delle pensioni.

Ortega ha annunciato che il governo è pronto a intavolare una serie di trattative sulla riforma del sistema delle pensioni.

mercoledì 6 giugno 2018

Bagno di sangue in Nicaragua. La Chiesa sospende il Dialogo nazionale con il governo

SIR
Le forze speciali a Managua hanno aperto il fuoco contro la manifestazione promossa dalle mamme delle vittime delle repressioni dello scorso aprile. Secondo il Cenidh, il Centro nicaraguense per i diritti umani, le vittime sono state 6, tra cui un ragazzo di 15 anni; i feriti 47. 


Altra violenza si è registrata nella città di Estelí (4 morti e 32 feriti) e Masaya (un morto). Ieri alcuni feriti sono deceduti e il bilancio è salito a 15 vittime, che portano il bilancio ufficioso di questo mese e mezzo di proteste a 105 morti.

“Qui ci stiamo tutti giocando la pelle. Questa non è l’ora e questo non è il momento di una falsa neutralità. Chi rimane neutrale, in realtà, ha già scelto. E chi non esprime il suo pensiero, in realtà ha già deciso”. Parole nette, quelle che mons. Rolando José Álvarez Lagos, vescovo di Matagalpa, in Nicaragua, trasmette al Sir. 

Espressioni che esprimono bene la posizione assunta dalla Chiesa nicaraguense, proprio nel momento in cui il fragile filo del dialogo sembra precipitare, con il ritorno della feroce repressione governativa.

I vescovi sospendono il Dialogo nazionale. Durissimo il comunicato diffuso ieri dalla Conferenza episcopale nicaraguense (Cen) e firmato da tutti i vescovi del Paese, dopo l’attacco di mercoledì: “Noi vescovi condanniamo tutti questi atti di repressione da parte di gruppi vicini al Governo e vogliamo mettere in chiaro che non si può riaprire il tavolo del Dialogo nazionale mentre si continua a negare al popolo del Nicaragua il diritto a manifestare liberamente, e si continua a reprimere e a uccidere”.

I vescovi parlano di “violenza inumana” e condannano “energicamente tutti questi fatti violenti contro l’esercizio della libera manifestazione pacifica”, portati avanti attraverso “questa aggressione organizzata e sistematica contro il popolo”.

Alcuni manifestanti sono stati ospitati e soccorsi nella cattedrale di Managua e alcuni gruppi di campesinos provenienti da fuori città sono stati accompagnati nei loro paesi di provenienza da un’improvvisata “scorta” formata da sacerdoti dell’Arcidiocesi. 

La scorsa settimana erano già state sospese le sessioni plenarie del Dialogo nazionale su indicazione della Cen, che aveva accettato il difficile compito di mediatrice e osservatrice rivoltole dal presidente Daniel Ortega. Era stato un piccolo “miracolo” vedere riuniti allo stesso tavolo il presidente Ortega, da settimane contestato soprattutto dai giovani, i vescovi, rappresentanti di studenti, contadini, imprenditori, organizzazioni sociali. 

Tuttavia, i colloqui si sono interrotti non appena si è iniziato a fare sul serio. I vescovi avevano allora suggerito una Commissione mista di tre rappresentanti del Governo e di tre rappresentanti dell’Alleanza civica per la giustizia e la democrazia (cioè il coordinamento della società civile) per superare l’impasse, dato che il Governo chiedeva la sospensione immediata degli scioperi nel Paese, mentre l’Alleanza civica chiedeva una discussione immediata dell’agenda per la democratizzazione del Paese. Ma ora anche questa prospettiva torna in alto mare.

“C’è un’escalation di violenza – dice mons. Álvarez, uno dei vescovi che ha preso parte alle sessioni del Dialogo -. Per come la vedo io, ci sono gli studenti universitari e una società civile forte e grande, che chiede giustizia e democratizzazione. Però credo che sia da una parte che dall’altra si siano uniti gruppi estranei alle proposte civiche ed estranei all’atteggiamento che il Governo deve avere. Così si spiegano la repressione, le forze di para-polizia e forze speciali che attaccano”.

domenica 20 maggio 2018

Nicaragua: missione diritti umani chiede fine repressione

SwissInfo
Il Consiglio Interamericano per i Diritti Umani (CIDH), che ha iniziato oggi una visita in Nicaragua, ha chiesto al governo di Daniel Ortega di porre fine alla repressione delle manifestazioni di piazza, che ha causato decine di vittime in un mese di proteste.

Antonia Urrejola, responsabile della missione
 in Nicaragua del Consiglio 
Interamericano per i Diritti Umani.
KEYSTONE/EPA EFE/BIENVENIDO VELASCO
Antonia Urrejola, responsabile della missione, ha detto in una conferenza stampa che il governo deve prendere in modo urgente le misure necessarie "per garantire il libero e pieno esercizio dei diritti alla libertà di espressione, riunione pacifica e partecipazione politica di tutti i nicaraguensi".

La CIDH ha annunciato che raccoglierà le testimonianze delle autorità e di diversi settori della società nicaraguense, in primo luogo i famigliari delle vittime della violenza, e lunedì prossimo offrirà un primo bilancio preliminare della sua missione.

"Non fa parte del nostro mandato determinare responsabilità penali individuali, bensì stabilire se lo Stato è responsabile di violazioni dei diritti umani, così come sono definite dal diritto internazionale", ha spiegato Urrejola.

La responsabile del CIDH ha detto che è rimasta "particolarmente colpita" dalle denunce di casi di "desaparecidos" durante le proteste, e infatti la prima testimonianza raccolta oggi dalla sua equipe è stata quella della madre di un 19enne sparito lo scorso 8 maggio a Managua e il cui cadavere è stato trovato quattro giorni dopo nell'obitorio della capitale, con segni di tortura.

mercoledì 2 maggio 2018

Nicaragua: grande manifestazione per la pace indetta dalla Chiesa

La Presse
Organizzato dalla Chiesa cattolica del Nicaragua, il pellegrinaggio di preghiera per la pace e la giustizia ha portato in piazza a Managua decine di migliaia di persone.


Decine di migliaia di persone sono scese nuovamente in piazza ieri a Managua per partecipare al pellegrinaggio di preghiera “per la pace e la giustizia”, promosso dalla Chiesa cattolica del Nicaragua. Da giorni nel Paese sono in corso massicce proteste per chiedere le dimissioni del presidente Daniel Ortega e della sua vice, la moglie Rosario Murillo: nelle manifestazioni, duramente represse, sono morte 63 persone.

Le parole del cardinale Brenes
“Siamo venuti in pellegrinaggio come un unico popolo, uniti nella fede per il Signore Gesù, fratelli nel dolore per tante vite perse”, fratelli “nel desiderio di giustizia, pace e riconciliazione”, ha detto nel corso della giornata il cardinale Leopoldo José Brenes Solórzano, arcivescovo della capitale e presidente della locale Conferenza episcopale.
Conferenza episcopale testimone del dialogo

I vescovi del Nicaragua, nei giorni scorsi, hanno accettato di essere mediatori e testimoni del dialogo fra il presidente Ortega - ex guerrigliero, tornato al potere nel 2007, dopo aver controllato il Paese dal 1979 al 1990 - e i diversi settori che animano la protesta di piazza, come studenti, imprenditori, contadini, inizialmente scesi in strada per contestare la riforma delle pensioni e della sicurezza sociale voluta dalle autorità di Managua, che poi l’hanno ritirata. 

Il cardinale Brenes ha però chiesto di valutare se ci sia “un vero impegno per rispettare gli accordi”, puntando a “verità, giustizia e libertà”. Papa Francesco nei giorni scorsi ha pregato per la fine di “ogni violenza”, auspicando che “le questioni aperte” si risolvano “pacificamente e con senso di responsabilità”. Gli studenti intanto hanno invocato la creazione di una commissione d’inchiesta indipendente sulle violenze contro i dimostranti.

Giada Aquilino

martedì 1 maggio 2018

Nicaragua. 63 civili morti per la repressione, critico l'ex presidente Bolanos

Corriere della Sera
Il bilancio della repressione delle proteste antigovernative iniziate la settimana scorsa in Nicaragua contro la riforma della sicurezza sociale è di 63 morti e almeno 15 dispersi, secondo i conteggi separati di tre organizzazioni locali di difesa dei diritti umani. 

La Commissione Permanente dei Diritti Umani (Cpdh) ha registrato 39 morti solo nella capitale Managua, che aggiunti a quelli a livello nazionale raccolti dal Centro Nicaraguense per i Diritti Umani (Cndh) e l'Associazione per i Diritti Umani (Anpdh) sommano 63 morti, informa su Twitter la giornalista Elizabeth Romero, del quotidiano oppositore La Prensa. Marcos Carmona, responsabile del Cpdh, ha aggiunto che almeno 160 dei feriti accuditi nelle strutture sanitarie presentano lesioni per armi da fuoco, fra i quali nove che hanno perso un occhio.

Molto critico il giudizio dell'ex presidente del Nicaragua Enrique Bolanos, in carica dal 2002 al 2007, che ha pubblicato un messaggio sul quotidiano La Prensa. "A causa di questa cupidigia del leader, al popolo è toccato pagare con i morti, al Paese le conseguenze, e i signori della guerra alla fine si sono tenuti il bottino, che era quello che volevano. Da presidente a presidente, oggi faccio un richiamo al comandante Ortega per il suo gravissimo errore di permettere alla polizia un uso eccessivo della forza", ha detto l'ex capo di Stato.

Secondo l'Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani molte delle morti che si sono prodotte in Nicaragua durante le proteste antigovernative potrebbero essere "uccisioni ingiustificate". "È essenziale che tutte le accuse di uso eccessivo della forza da parte della polizia e di altre forze di sicurezza siano investigate in modo efficace e che tutti i responsabili si assumano le proprie responsabilità" ha detto la portavoce dell'ufficio Onu Elizabeth Throssell.

Ora la mediazione è affidata ai vescovi nicaraguensi dopo che l'esecutivo aveva ritirato la sua proposta di riforma. Ma i passi avanti sono pochi. Monsignor Rolando Alvarez, vescovo di Matagalpa, diocesi suffraganea della capitale Managua, ha indicato alla stampa che non è stata ancora fissata una data per l'inizio del dialogo né un'agenda precisa per le conversazioni, sottolineando che se la Chiesa "non vede buona volontà nelle parti, allora ci ritireremo come mediatori".




di Monica Ricci Sargentini

martedì 24 aprile 2018

Cosa sta succedendo in Nicaragua? Venticinque morti nelle proteste contro il governo.

AGI
Tra le vittime un giornalista e almeno un poliziotto. A scatenare la rabbia popolare contro l'esecutivo dell'ex guerrigliero Ortega è la riforma delle pensioni, che prevedeva un aumento dei contributi che gravano su imprese e dipendenti.



* Il presidente del Nicaragua, Daniel Ortega, ha annunciato la revoca della riforma previdenziale, che ha dato il via alla violenta ondata di proteste in cui sono morte almeno 25 persone, tra le quali anche un giornalista che stava facendo una diretta su Facebook. In un incontro con uomini d'affari, l'ex guerrigliero sandinista ha detto che l'istituto previdenziale nicaraguense ha deciso di revocare la riforma che avrebbe aumentato i contributi dei lavoratori e dei datori di lavoro per dare stabilità finanziaria al sistema pensionistico.

C'è anche un giornalista che stava realizzando una diretta Facebook tra i 25 morti nelle proteste contro la riforma delle pensioni in Nicaragua. Il bilancio di cinque giorni di rivolta contro il governo del presidente Daniel Ortega comprende anche 67 feriti, 43 dispersi e 20 arresti, secondo i dati diffusi dal Centro per i diritti umani del Paese centro-americano. Tra le vittime, registrate a Managua e in alcuni comuni vicini, c'è almeno un poliziotto.

Angel Gahona, questo il nome del giornalista, stava mostrando in diretta su Facebook gli scontri fra polizia e manifestanti e i danni a una banca della città di Bluefields, sulla costa caraibica, quando è stato centrato da un proiettile. Le immagini lo mostrano a terra, sanguinante. I colleghi hanno accusato la polizia affermando che a colpirlo è stato un tiratore scelto e che gli unici armati erano gli agenti antisommossa. Ma alcune foto scattate dai reporter di France Presse raccontano una realtà diversa: anche alcuni dimostranti sono armati.

Quelle scoppiate mercoledì scorso sono le più gravi proteste in Nicaragua in 11 anni di presidenza dell'ex guerrigliero sandinista Ortega. La riforma delle pensioni si propone di aumentare il costo dei contributi che grava su imprese e dipendenti per colmare il buco di 76 milioni di dollari del sistema pensionistico.

Nel mirino della dura repressione della polizia sono spesso finiti i giornalisti a cui è stata sequestrata l'attrezzatura. Ortega sabato si è offerto di avviare un negoziato con il settore privato ma le imprese hanno chiesto che prima cessi la repressione della polizia. Tra i dimostranti, si starebbero mischiando numerosi sciacalli che, approfittando della distrazione delle forze dell'ordine, starebbero saccheggiando i negozi.

La preoccupazione del Papa
Papa Francesco si è detto "preoccupato per quanto sta accadendo in questi giorni in Nicaragua". "Esprimo la mia vicinanza nella preghiera a quell'amato Paese", ha affermato il Pontefice durante il Regina Caeli in piazza San Pietro, "e mi unisco ai Vescovi nel chiedere che cessi ogni violenza, si eviti un inutile spargimento di sangue e le questioni aperte siano risolte pacificamente e con senso di responsabilità". Il Nicaragua è un Paese a maggioranza cattolica e la Conferenza dei vescovi in Nicaragua ha condannato la repressione appellandosi al buonsenso del governo.

domenica 22 dicembre 2013

Nicaragua: un dialogo nazionale per trovare soluzioni al grave problema delle carceri

Agenzia Fides
Di fronte al sovraffollamento, alle condizioni di degrado nelle carceri del paese e ai casi di abusi nelle carceri di Juigalpa, il Vescovo di Juigalpa (zona di San Juan e Rio Chontales), Sua Ecc. Mons. René Sócrates Sándigo Jirón, ha suggerito al Ministro del governo Ana Isabel Morales, di promuovere un dialogo nazionale per affrontare la questione, al fine di unire gli sforzi nella ricerca di soluzioni adeguate.
In una nota pervenuta all'Agenzia Fides da una fonte locale, si legge: "Le carceri sono una bomba a orologeria, e malgrado questo, la Chiesa cattolica, nel corso degli anni ha sempre dato il proprio sostegno per risolvere le esigenze dei detenuti". Mons. Sándigo Jirón aggiunge: "prima c'era una maggiore disponibilità dei fedeli per questo tipo di impegno e di aiuto. Oggi il canale di accesso ha molti ostacoli e questo ha fatto sì che molti volontari non abbiano lo stesso entusiasmo, siano delusi e quindi calano gli aiuti".

Il Vescovo insiste sulla necessità di "aprirsi al dialogo, alla ricerca di una soluzione. Oggi dobbiamo ringraziare le informazioni che vengono dall'interno, perché c'è un giornalismo investigativo, che mette in evidenza tali situazioni". Infine ha ricordato che la Chiesa ha una vasta preoccupazione pastorale per tutta la popolazione, ma la pastorale nelle carceri è una di quelle più importanti.

In Nicaragua la Chiesa cattolica, con i suoi operatori pastorali, è presente da sempre nelle carceri, non solo per l'assistenza ai detenuti ma anche nella difesa dei loro diritti. Dalle notizie raccolte da Fides, la situazione nelle carceri è tremenda: nelle celle costruite per 5 o 7 persone ce ne sono 40. I detenuti devono addirittura dormire a turno perché non c'è posto se non in piedi (a Rivas)

Ci sono luoghi come Juigalpa, Granada, Chinandega, Tipitapa e Jinotega dove la popolazione delle carceri è di molto sopra la media. Sembra che solo nella capitale la situazione sia sotto controllo.