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sabato 17 ottobre 2020

Filippine - Attivista dei diritti umani Reina Mae Nasino in carcere. Muore la bambina appena nata sottratta alla madre.

Il Dubbio
La bambina aveva tre mesi ed era stata allontanata alla nascita. A nulla sono serviti gli appelli: l'ha stroncata una polmonite. Le Filippine sono scosse da un avvenimento che sta provocando rabbia nell'opinione pubblica e sollevando feroci polemiche per come sono trattate le detenute madri.


È la triste vicenda che riguarda Reina Mae Nasino, un attivista per i diritti umani, che lavorava per il gruppo contro la povertà urbana Kadamay. Arrestata nel novembre 2019 insieme a due compagni, è stata accusata di possesso illegale di armi da fuoco ed esplosivi, reati che tutti e tre hanno sempre negato attribuendoli alla campagna di persecuzione contro gli attivisti di sinistra da parte del regime del discusso presidente Duterte.

Reina, che ha 23 anni, ha scoperto di essere incinta solo dopo la sua incarcerazione nel corso di una visita medica. Il 1 luglio di quest'anno è nata la sua bambina, River. Il peso della neonata era basso ma nonostante ciò madre e figlia sono tornate nel carcere di Manila dove sono rimasti in una stanza riservata, allestita in fretta e furia.

Secondo la legge filippina un bambino nato in custodia può rimanere con la madre solo per il primo mese di vita, anche se si possono fare eccezioni. Una situazione ben diversa rispetto ad altri paesi dove è possibile per le detenute rimanere con i figli molto più a lungo. Inoltre la Convenzione di Bangkok dell'Onu prevede che a prevalere debba essere l'interesse del bambino.

È iniziata dunque una campagna di protesta per fare in modo che madre e neonata fossero liberate per farle stare insieme. Lo stesso ospedale di Manila dove era avvenuto il parto aveva raccomandato che non avvenisse la separazione per ragioni di allattamento.

Tutte le richieste sono state però respinte dalla direzione della prigione con varie motivazioni, alcune poco plausibili. Neanche quando si è assistito ad una crescita dei contagi da Covid in carcere la donna è stata liberata, e invano il National Union of Peoples Lawyers, un gruppo di assistenza legale che rappresenta la sig.ra Nasino, ha presentato una serie di mozioni chiedendo il suo rilascio.

A questo punto è stato chiesto al Tribunale di consentire che almeno la bambina potesse rimanere insieme alla madre sebbene in una cella. Niente da fare in presenza con i detenuti, gli avvocati sono stati in grado di tenersi in contatto con la signora Nasino solo per telefono.

La salute della neonata è però rapidamente peggiorata, le richieste per la scarcerazione sono aumentate senza alcuna possibilità di successo, il 24 settembre River è stata ricoverata ma la settimana scorsa è morta a causa di una polmonite. Martedì scorso il tribunale ha concesso alla detenuta una licenza di tre giorni per partecipare alla veglia e al funerale. 

Ma la ferocia dei funzionari della prigione ha mostrato ancora una volta il suo volto e il rilascio è stato ridotto a sole tre ore per venerdì, il giorno della sepoltura di River.

Alessandro Fioroni

lunedì 8 giugno 2020

Filippine - Duterte vuole approvare con urgenza nuova legge antiterrorismo per colpire gli attivisti sociali - Carlito Badion l'ultimo leader ucciso

Notizie Geopolitiche
Nelle Filippine continuano le critiche al nuovo disegno di legge antiterrorismo che il presidente Rodrigo Duterte vorrebbe far approvare con urgenza dal Parlamento nei prossimi giorni, mentre nel Paese si moltiplicano le denunce di violenza e omicidi ai danni di attivisti sociali.




La commissioni per l’ordine pubblico e la difesa hanno già dato il via libera al provvedimento, che molto probabilmente riuscirà a passare senza difficolta’ alla Camera dei rappresentanti entro il 6 giugno, quando inizierà la pausa estiva di due mesi del Parlamento. 

La nuova misura stabilisce tempi più lunghi per le detenzioni in assenza di accuse formali e conferisce ancora più poteri all’esecutivo per legiferare in materia di sicurezza nazionale.
Numerose organizzazioni sociali hanno contestato la nuova legge, mentre nel Paese continuano a essere denunciati omicidi di leader di movimenti sociali. 

L’ultimo in ordine di tempo e’ quello di Carlito Badion, segretario dell’associazione Kadamay e riconosciuto leader tra i poveri delle grandi città filippine.

Secondo Cristina Palabay, la direttrice di Karapatan, un’organizzazione che riunisce 44 associazioni in difesa dei diritti umani, il “brutale” omicidio di Badion “è l’ultimo di una serie di attacchi violenti e senza vergogna ai poveri e ai senza tetto della città, soprattutto nel mezzo della pandemia di Covid-19”.
Palabay, che ha chiesto l’apertura di un’inchiesta da parte della commissione dei diritti umani del governo, ha aggiunto che la situazione sarebbe destinata a peggiorare con “la legge antiterrorismo, che ha il solo scopo di porre una minaccia ancora più grande ai diritti e le libertà civili delle persone”.

venerdì 27 marzo 2020

Covid-19 - Rispondendo all'appello di Guterres (ONU), proclamato il cessate il fuoco nei Paesi in guerra per paura della pandemia. Dallo Yemen alla Siria e dal Camerun alle Filippine

La Repubblica
Dallo Yemen alla Siria e dal Camerun alle Filippine, ribelli e eserciti governativi rispondono all'appello per una tregua lanciato dal Segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres. E' uno dei pochi effetti positivi del virus.
Dopo tanti lutti e tanto dolore, un effetto virtuoso il coronavirus l’avrà pur prodotto: la proclamazione di cessate il fuoco in diversi Paesi funestati da sanguinari conflitti, dalle Filippine al Camerun e dallo Yemen alla Siria. 

Lunedì scorso, il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, aveva lanciato un appello affinché le parti in lotta facessero tacere i loro cannoni e i loro kalashnikov. La sua invocazione, dicono alcuni funzionari del Palazzo di Vetro, era soprattutto destinata a proteggere i civili delle zone di guerra, i più vulnerali di fronte alla furia del Covid-19. Ma nessuno sperava che le sue parole venissero ascoltate sul campo dai vari belligeranti.

Invece, in un Paese in guerra dopo l’altro, le diverse fazioni ribelli e gli eserciti governativi contro cui combattono sono giunti a un accordo di pace temporanea per difendersi da un’altra aggressione, più subdola e potenzialmente altrettanto mortifera, quella della pandemia virale. 

Ora, secondo una fonte diplomatica che preferisce restare anonima, si sarebbe anche parlato del progetto di una risoluzione tra i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza sull’impatto del coronavirus sulle situazioni di guerra. "Alcuni Paesi dell’Onu hanno pensato a una dichiarazione congiunta per sostenere l’appello di Guterres", ha detto la fonte.

All’origine di quest’operazione ci sarebbe la Francia. Non è un caso se nella notte il presidente Emmanuel Macron ha pubblicato su Twitter la notizia di una “nuova, importante iniziativa” per contrastare la pandemia, concepita durante una sua telefonata con il suo omologo Donald Trump. Tuttavia, tra la Russia che si dice reticente a che il Consiglio di Sicurezza si occupi di sanità e gli Stati Uniti che insistono per imputare la colpa della pandemia alla Cina, l’approvazione di una tale risoluzione appare quantomeno problematica.

Intanto, però, nei teatri di guerra si è subito colta l’opportunità di una tregua. Martin Griffiths, l’inviato dell’Onu nello Yemen, Paese devastato da cinque anni di guerra, ha annunciato le “risposte positive” per un cessate il fuoco e per una pausa umanitaria giunte sia dai ribelli houthi sia dal governo yemenita per meglio lottare contro il coronavirus. 

Lo stesso è accaduto in Camerun, dove i ribelli anglofoni delle Forze di difese camerunensi del Sud (Socadef) hanno proclamato un cessate il fuoco temporaneo. Tre giorni fa, un messaggio analogo è giunto dal Partito comunista delle Filippine, insieme al governo del Paese. E ieri anche le Forze democratiche siriane (Sdf) hanno sostenuto l’idea di una tregua e si sono dette disponibili «a fermare ogni azione militare» nel nord-est del Paese, mentre il Segreterio generale Guterres ha invitato gli altri protagonisti del conflitto siriano a fare lo stesso. Nella speranza che questi cessate il fuoco "servano da esempio nel mondo intero" per far tacere le armi di fronte alla minaccia del Covid-19.

Pietro Del Re

giovedì 7 novembre 2019

Filippine continue violazioni dei diritti umani, 30.000 vittime nella guerra alla droga e tragico sovraffollamento nelle carceri. La Chiesa in difesa delle vittime e dei detenuti, alza la voce

Osservatore Romano
Pace e giustizia per le vittime degli omicidi extragiudiziali. E più dignità per i detenuti. E quanto torna a chiedere con forza la Chiesa cattolica nelle Filippine che tenacemente interviene in difesa di chi non ha voce. Ai ripetuti appelli dell'episcopato si è aggiunto nelle ultime ore quello lanciato da alcuni sacerdoti, che hanno guidato una manifestazione e celebrato una messa a Manila.

Corpi accatastati nell'l'inferno del carcere di Manila (afp)
Il gesuita Albert Alejo, padre Flavie Villanueva e padre Robert Reyes - riferisce l'agenzia Fides - hanno organizzato una veglia di preghiera in ricordo delle persone innocenti uccise durante la "guerra contro la droga" lanciata dal governo, che avrebbe fatto circa 30.000 vittime in due anni. Padre Alejo ha esortato i filippini a "parlare delle ingiustizie che si verificano nel paese".

Infatti, "se i vivi sono silenziosi, come possono essere i morti a parlare?". Le vittime delle esecuzioni, ha rilevato, "non sono solo numeri o statistiche, perché l'ingiustizia sta uccidendo anche la verità, la fede e la speranza dei filippini".

E ha invocato "il rispetto dello stato di diritto nel paese". Un appello dei vescovi al rispetto della dignità dei detenuti nel paese - dove le condizioni all'interno delle carceri sovraffollate vanno peggiorando - è contenuto in un messaggio diffuso in occasione della recente giornata nazionale dedicata alla sensibilizzazione sulla situazione dei carcerati. Un testo attraverso il quale l'episcopato ribadisce che "l'amore di Dio è incondizionato e radicale e si estende anche a coloro che hanno commesso il più atroce dei crimini".

Nel documento, a firma di monsignor Joel Z. Baylon, presidente della commissione per la pastorale carceraria e vescovo di Legazpi, la Conferenza episcopale delle Filippine si augura che la popolazione sia consapevole "della difficile situazione dei membri della comunità carceraria, in particolare le persone private delle loro libertà e delle loro famiglie".

[...]

E a seguire l'esempio di Papa Francesco che "ci implora di ricordare i prigionieri come parte della nostra missione di cura dei poveri, dimenticati e trascurati". Le parole del vescovo di Legazpi fanno eco all'appello a "trattare i detenuti con dignità" che il vicepresidente della Conferenza episcopale filippina, monsignor Pablo Virgilio S. David, ha rivolto nei giorni precedenti al governo e ai funzionari delle prigioni dell'arcipelago.

[...]
Secondo il rapporto di una commissione governativa, le condizioni all'interno delle carceri sono in netto peggioramento: il sovraffollamento delle strutture carcerarie ha raggiunto il 612 per cento, con una popolazione totale di 146 mila detenuti, rispetto a una capacità di circa 21 mila. Negli ultimi anni la popolazione carceraria è aumentata a seguito della politica antidroga lanciata dal presidente filippino Rodrigo Duterte.
Alcune ong fanno pressione sul governo chiedendo un'indagine approfondita sulle operazioni intraprese che avrebbero portato alla morte di almeno 30.000 persone. Nel giugno scorso, per il tredicesimo anniversario dell'abolizione della pena di morte nelle Filippine, la Chiesa ha ribadito la responsabilità dei legislatori a favore della vita e della dignità umana. I vescovi cattolici hanno protestato contro ogni tentativo di ripristinare la pena di morte.

"I legislatori hanno l'obbligo di opporsi a qualsiasi legge che attacca la vita umana", ha dichiarato Rodolfo Diamante, segretario generale della commissione per la pastorale carceraria.

sabato 21 settembre 2019

Filippine. Preoccupazione per la situazione dei diritti umani. Uccisioni di massa e arresti degli agricoltori.

NEV.it
Mentre sempre più persone nelle Filippine perdono i propri cari a causa di omicidi extragiudiziali e sono falsamente accusati di crimini da parte delle autorità, il Consiglio ecumenico delle chiese (CEC) sta aumentando il suo sostegno e l’accompagnamento delle persone che lottano per i diritti umani nelle Filippine.


Il 16 settembre si è svolto presso il Centro ecumenico di Ginevra un evento dal titolo: “Difendere la santità della vita e la dignità della creazione: la situazione dei diritti umani nelle Filippine”.


Peter Prove, direttore della Commissione delle Chiese per gli affari internazionali (CCIA) del CEC, ha sottolineato l’importanza della risoluzione del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite sulle Filippine, che impone un’indagine sulla situazione dei diritti umani nel paese.

Due brevi video, “War on Drugs: Ang Pagbangon (Rising Up)” e “Defend Negros”, hanno denunciato la guerra contro i poveri e i massacri di agricoltori e indigeni, condotta sotto la copertura della cosiddetta “guerra alla droga” e della risposta del governo alle insurrezioni armate.

Le uccisioni di massa e gli arresti degli agricoltori arrivano dopo la chiusura unilaterale del governo dei negoziati di pace con il Fronte nazionale democratico delle Filippine (NDFP). Da quando si sono conclusi i negoziati per la pace nel paese si vive paradossalmente un clima crescente di ostilità relazionato soprattutto ai conflitti per la terra e allo sfruttamento minerario. 

Un rapporto del Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite dell’ottobre 2016, parla di violazioni diritti umani in relazione alle attività estrattive che provocano deforestazione, spostamenti forzati di popolazioni e accaparramento delle aree più fertili e redditizie da parte di imprese transnazionali che ricevono sostegno dal governo. 

Nel dicembre del 2017 le relatrici speciali delle Nazioni Unite, Victoria Tauli-Corpuz e Cecilia Jimenez-Damary avevano denunciato la militarizzazione ed evidenziato che molte delle violenze nei confronti delle comunità rurali sarebbero frutto dell’errata convinzione che i contadini appoggino i gruppi ribelli del New People’s Army.

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domenica 14 aprile 2019

Filippine, Duterte che per combattere la droga ha ucciso 15.000 persone i 3 anni, si sottrae alla Corte penale internazionale.

Il Manifesto
All'ultima sessione della Commissione Onu sulle Droghe sono state presentate le Linee Guida sui Diritti Umani e le Politiche sulla Droga. Gli autori sono l'Organizzazione Mondiale per la Sanità, il Programma Onu per lo sviluppo, quello per l'hiv/aids e il Centro Internazionale per i diritti umani dell'università di Essex. 


"Le politiche sulla droga hanno impatti molto significativi sui diritti umani" si legge in premessa, occorre quindi "sviluppare politiche che rispettino gli obblighi internazionali relativamente alla proporzionalità delle pene, le discriminazioni fino ad arrivare al diritto a godere dei benefici del progresso scientifico anche per l'accesso a terapie per le dipendenze e a prevenire le overdose".

Queste raccomandazioni avevano seguito di poco l'intervento in plenaria di un generale filippino che aveva rivendicato la politiche del presidente Duterte contro drogati e spacciatori che hanno creato un regime di terrore nel paese con spedizioni di paramilitari che hanno ucciso oltre 15000 persone in due anni.

Se non fosse stato per un dibattito organizzato da DRCNet Foundation, Forum Droghe e l'Associazione Luca Coscioni nessuno avrebbe replicato pubblicamente alle Filippine. Contro la retorica governativa, giornalisti e attivisti hanno raccontato la loro versione via video da Manila. Chel Diokno, avvocato dei diritti umani e candidato liberale alle prossime elezioni per il Senato, ha denunciato come Duterte "non si interessi della pressione internazionale", in particolare del Parlamento europeo e del Congresso Usa, mentre per la società civile che si oppone a questa guerra senza quartiere è fondamentale "che la pressione" resti perché è "stata molto importante nell'evidenziare globalmente cosa stia succedendo nelle Filippine influenzando l'operato del governo speriamo che continui affinché Manila aderisca ai suoi impegni previsti dai trattati internazionali sui diritti umani".

Secondo gli ultimi dati dell'agenzia filippina per le droghe, oltre 5000 persone sono state uccise dalla polizia durante i rastrellamenti degli ultimi tre anni, Diokno e altri militanti dei diritti umani stimano le uccisioni intorno alle 20000 includendo le morti "ispirate" dalla campagna di odio fomentata da Duterte.

Da un paio d'anni, e dopo un simile evento all'Onu di Vienna del 2017, un gruppo di giuristi filippini, con la collaborazione di altre associazioni sta compilando un dossier sulle esecuzioni extra-giudiziarie. L'unico modo di poter portare davanti alla giustizia un Capo di Stato in carica sarebbe ricorrere alla Corte penale internazionale. Per l'appunto, e proprio per via delle condotte del Presidente Duterte, le Filippine sono uscite dal Trattato di Roma sulla CPI il 17 marzo 2019 - due giorni prima del dibattito di Vienna e un anno dopo averlo ufficialmente annunciato. Uscire dallo Statuto non è tecnicamente semplice ma la volontà politica è chiara.

Se l'attenzione internazionale degli ultimi anni ha concorso a bloccare gli squadroni della morte, il regime di violenza ha talmente terrorizzato centinaia di migliaia di persone che in massa si sono "volontariamente" fatte interrogare e perquisire. Naturalmente il traffico di stupefacenti non ha subito significative battute d'arresto nelle oltre 7.000 isole dell'arcipelago restando una delle principali vie di transito da e per la Cina. La pressione internazionale sulle Filippine potrà funzionare se alle parole seguiranno i fatti: opporsi a Duterte senza porre fine alle politiche repressive in Europa e Usa non funzionerà, le linee guida per le politiche sulla droga vanno in primis applicate a Roma, Parigi, Washington e Brasilia e poi, naturalmente a Manila, Pechino, Mosca, Riad e Teheran.

di Marco Perduca

sabato 16 febbraio 2019

Filippine, la giornalista Maria Ressa, critica con il governo, arrestata da Duterte

La Repubblica
Maria Ressa, la giornalista filippina che ha fondato il sito web Rappler, molto critico con il governo autoritario di Rodrigo Duterte, è stata arrestata a Manila con l'accusa di "cyberdiffamazione".

"Non siamo intimiditi. Nessuna causa legale, nessuna oscura propaganda nè le menzogne possono mettere a tacere i giornalisti filippini che continueranno a mantenere la linea.
Queste acrobazie legali mostrano fino a che punto il governo si spingerà per mettere a tacere i giornalisti, compresa la meschinità di costringermi a passare la notte in prigione", ha fatto sapere la giornalista in una nota diffusa dopo l'arresto.


La diffamazione è l'ultima di una serie di accuse che sono state rivolte contro di lei per vari presunti crimini, tra cui l'evasione fiscale. A dare la notizia dell'arresto sono stati gli stessi giornalisti di Rappler che hanno raccontato in diretta su Facebook e Twitter cosa stava succedendo nella redazione.

Nei video si vedono funzionari del partito, in borghese, che parlano con Maria Ressa, mentre alcuni dei giornalisti twittano quello che stava accadendo.

Gli ufficiali del National Bureau of Investigations (NBI) gli hanno intimato di interrompere le riprese e di non fare foto. Miriam Grace Go, editor di Rappler ha scritto su Twitter che gli agenti dell'NBI avevano portato via Ressa.

L'arresto di Ressa è stato possibile grazie a una controversa legge sulla "cyber-diffamazione" entrata in vigore nel settembre 2012, quattro mesi dopo la pubblicazione dell'articolo finito sotto accusa.

Il sito Rappler ha pubblicato una serie di inchieste sulla guerra alla droga di Duterte, che ha fatto migliaia di vittime negli ultimi anni. Tuttavia, il nuovo caso contro Ressa e l'ex reporter di Rappler, Reynaldo Santos Jr., è nato da un articolo del 2012 sui presunti legami di un uomo d'affari e un allora giudice del tribunale nazionale.

Inizialmente gli investigatori avevano respinto la denuncia del 2017 dell'uomo d'affari, ma il caso è stato successivamente riaperto dai pubblici ministeri.

"L'arresto di Ressa con l'accusa chiaramente manipolata di cyber diffamazione è un vergognoso atto di persecuzione da parte di un governo prepotente", ha dichiarato l'Unione nazionale dei giornalisti delle Filippine.

Ressa è stata inserita da Time tra i giornalisti "Persona dell'Anno" nel 2018 per la sua attività giornalistica. Dopo il riconoscimento aveva raccontato a Repubblica il suo lavoro e cosa significa fare giornalismo indipendente nel paese guidato da Duterte.

sabato 29 settembre 2018

Filippine. Il presidente Duterte ammette di aver ordinato delle esecuzioni extragiudiziali

TG24sky
Il presidente ha definito gli omicidi legati alla guerra alla droga come il suo "unico peccato". Il suo portavoce però frena: "Commenti scherzosi, da non prendere alla lettera". La Corte penale internazionale sta indagando per crimini contro l'umanità.


Il presidente delle Filippine Rodrigo Duterte ha per la prima volta ammesso apertamente di aver autorizzato uccisioni extragiudiziali come parte della sua guerra alla droga. La conferma è arrivata in un discorso tenuto nel palazzo presidenziale, durante il quale ha sfidato direttamente chiunque avesse criticato il modo in cui gestisce il Paese.
Le parole di Duterte
"Qual è la mia colpa? Ho rubato anche un solo peso? Il mio unico peccato sono le uccisioni extragiudiziali", ha affermato Duterte. In passato, il presidente aveva già affrontato il tema degli omicidi. Ammettendo l'esistenza delle esecuzioni, ma negando che fossero promosse direttamente dallo Stato. Il principale effetto dell'ammissione sarebbe rafforzare le indagini preliminari in corso da parte della Corte penale internazionale sulle migliaia di esecuzioni extragiudiziali condotte nell'ambito della guerra alla droga di Duterte. Il portavoce del presidente, Harry Roque, ha però sottolineato che i suoi commenti sarebbero "scherzosi" e che "non dovrebbero essere presi alla lettera".
Il bilancio della guerra alla drogaA marzo, la Corte ha confermato l'indagine per crimini contro l'umanità. Sia quando Duterte era sindaco di Davao che come presidente, negli ultimi due anni. Per tutta risposta, le Filippine hanno abbandonato lo Statuto di Roma, il trattato internazionale istitutivo della Corte Penale Internazionale, firmato il 17 luglio 1998. In sostanza, quindi, Duterte aveva risposto alle accuse non riconoscendo l'autorità che le stava muovendo. Secondo le statistiche ufficiali, da quando Duterte è diventato presidente sono state uccise dalla polizia 4.500 persone, in maggioranza spacciatori e tossicodipendenti. I dati raccolti dalla Corte parlano invece di 8mila vittime. E alcuni gruppi per la difesa dei diritti umani ne ipotizzano 12mila. Una campagna di violenze che dovrebbe continuare. Duterte ha infatti dato la sua "parola d'onore" sul fatto che la sua guerra alle droghe "non finirà". A costo di "mettere sul tavolo la mia vita e la presidenza".

lunedì 10 settembre 2018

Filippine, Amado Picardal il prete anti-Duterte in pericolo di vita

La Stampa
Fugge da un agguato e si ritira in solitudine il redentorista Amado Picardal, autorevole voce critica della Chiesa filippina verso i metodi del presidente.

«Potevo essere il quarto prete ammazzato, nell’ondata di uccisioni extragiudiziali, che segna il regime del presidente Duterte. La tranquilla routine fatta di silenzio, preghiera, fraternità con i confratelli Redentoristi poteva mettere a rischio la mia vita. E allora vado in un luogo più sicuro». 

Resterà per alcune settimane o forse mesi lontano dai riflettori, in un luogo isolato dove non è conosciuto, in una casa dove farà vita rigorosamente privata, il redentorista Amado Picardal, prete filippino che è una delle voci più autorevoli, determinate, sincere e coraggiose nell’opposizione al presidente Rodrigo Duterte.

Il leader politico, che è al potere a Manila dal 2016, fin dall’inizio della sua avventura politica ha instaurato un rapporto conflittuale con la Chiesa cattolica, influente istituzione nel Paese più cattolico d’Asia. Molti ecclesiastici, tra i quali Picardal, si erano schierati contro la sua possibile elezione. Qualcuno lo definito «satana» o «Pol Pot». Una volta eletto, Duterte non ha esitato a far scontare ai vertici della Chiesa cattolica filippina il suo risentimento e, da una posizione di vantaggio e di potere, ha screditato senza pietà e senza peli sulla lingua esponenti, riti, parole e idee del clero locale.

La sua «guerra alla droga», una vasta campagna repressiva che ha caratterizzato la sua azione di governo nel primo biennio di presidenza, si è tradotta in una scia di esecuzioni extragiudiziali senza precedenti, che hanno toccato l’incredibile quota di 25mila vittime. 

E se circa 4mila omicidi, secondo dati ufficiali, sono stati compiuti dagli agenti di polizia – in raid o conflitti a fuoco con tossicodipendenti e spacciatori – il resto delle uccisioni è opera di “squadroni di vigilantes”, che Ong come Amnesty International e Human Rights Watch hanno rivelato sono al soldo dei militari, comodamente utilizzati per compiere il “lavoro sporco”, in sfregio allo stato di diritto e nella più totale impunità.

Impigliato in questa organizzata rete di “omicidi di Stato” stava per finire anche Amado Picardal, che nei giorni scorsi ha notato brutti ceffi in motocicletta ronzare come calabroni intorno alla sua residenza a Cebu city . Sorvegliavano la sua casa, i suoi spostamenti, le sue abitudini, chiedendo anche informazioni su di lui. Deduzione ben presto fatta: lo scomodo prete-coraggio, che dà fastidio a Duterte fin da quando era sindaco della città di Davao, è sulla lista nera e poteva essere eliminato.

Lo stesso religioso redentorista conferma in un messaggio inviato a Vatican Insider: «Dal 2017 ricevo informazioni sul fatto che gli squadroni della morte prendono di mira i preti e che io ero in cima alla lista. Dopo l’uccisione di tre sacerdoti, nei mesi scorsi, ho creduto di poter essere il prossimo. Ho persino ricevuto un messaggio e-mail che mi accusava di essere un tossicodipendente e mi minacciava», volgare pretesto per giustificarne l’omicidio. «Prima di lasciare Manila, nel marzo scorso, ho saputo da una fonte affidabile che ero effettivamente un obiettivo», prosegue. Così Picardal ha deciso di trasferirsi al monastero di Cebu, lontano dalla capitale. Ma non è bastato.

«Un giorno la guardia del convento – racconta – mi ha riferito che c’erano sei uomini, su tre motociclette, con il volto coperto, vicino all’ingresso del monastero e della chiesa tra le 17 e le 18 di quel pomeriggio. Di solito era l’ora in cui andavo al supermercato e al bar». Lo stavano aspettando. L’esecuzione era organizzata. «Se fossi uscito da casa, non ci sarebbe stato scampo per me», dice. Di qui l’urgenza della fuga.

Ma perché il tentato omicidio? Perché un frate preso di mira nel suo convento? «L’unica spiegazione sta nella mia attività: ho predicato e scritto contro le uccisioni extragiudiziali negli ultimi 20 anni, da quando ero a Davao», ribadisce. Picardal è tuttora portavoce della “Coalizione contro le esecuzioni extragiudiziali”, che monitora il fenomeno. Ha fornito assistenza alla Commissione per i diritti umani a alla Ong Human Rights Watch per indagare sulle uccisioni. Il redentorista ha pubblicato uno speciale Rapporto sugli omicidi compiuti dagli “squadroni della morte” a Davao nel periodo 1998-2015, incluso nella denuncia presentata alla Corte Penale Internazionale, che ha messo sotto processo Duterte. Il sacerdote ha anche dato rifugio agli ex membri delle bande di vigilantes che, pentiti, hanno raccontato la loro storia e che saranno i testimoni nel processo davanti alla Corte.

Sulla delicata questione Picardal spesso rilascia interviste e ha tenuto conferenze in patria e all’estero. I mass media lo definiscono «uno dei più feroci critici del presidente», ma «io intendo solo essere una coscienza per la società», spiegalui. Oggi il religioso afferma che, secondo una sua fonte, l’ordine di eliminarlo viene direttamente dal Palazzo presidenziale di Malacanang: da Duterte o dal suo entourage. Ma «non ho ancora un prova certa», puntualizza. Tuttavia, dopo che tre preti attivisti sociali sono stati uccisi nell’ultimo anno e mezzo – omicidi ancora rimasti impuniti, con i colpevoli non identificati – il rischio per vita del prete-coraggio è serio: 

«Ho sempre saputo che la mia vita sarebbe stata a in pericolo e l’ho accettato, per adempiere alla mia missione profetica. Non ho paura della morte. Sono pronto ad accettare il martirio, ma non lo cerco né sarò un bersaglio facile».

Per questo il sacerdote lascia temporaneamente l’eremo sulla montagna di Cebu e sceglie la solitudine, in un luogo più sicuro. Lì si dedicherà alla preghiera, allo studio, alla scrittura. «Continuerò a parlare contro il male nella società attraverso i miei scritti. Digiunerò e pregherò affinché il Signore ci liberi dal male. Nel frattempo, chiedo ai miei amici di pregare per il nostro paese e per la mia sicurezza», conclude.

Intanto a continuare la sua missione a Manila, accanto a tanti altri preti, c’è il redentorista Ciriaco Santiago che ha messo a disposizione il suo talento di fotografo per documentare le storie e le circostanze delle esecuzioni extragiudiziali. Tutti alfieri per difendere la dignità della vita, i diritti umani, la legalità.

Paolo Affatato

mercoledì 2 maggio 2018

Filippine, ucciso Padre Mark Ventura difensore della popolazione indigena. Il secondo in quattro mesi

La Repubblica
Aveva appena finito di benedire i bambini al termine della messa. Il killer ha fatto irruzione nella chiesa e lo ha ucciso colpendolo al petto e alla testa.Padre Mark Ventura è il secondo prete ucciso nel Paese in soli 4 mesi.
Padre Mark Ventura
Manila - Un altro sacerdote è stato ucciso nelle Filippine. Padre Mark Ventura è stato colpito da due proiettili, al petto e alla testa, mentre stava benedicendo i bambini durante la messa. Le foto del suo corpo riverso a terra in chiesa, ancora in veste talare, sono state postate sulla pagina Facebook della sua congregazione.

È successo a Gattaran, città della provincia di Cagayan, a 400 chilometri da Manila. Il killer ha fatto irruzione in chiesa con un casco in testa e dopo la sparatoria è scappato a bordo di una motocicletta con il suo complice. Il 37enne, prete da sette anni, era un attivista rispettato e amato per le sue battaglie a favore dei diritti della popolazione indigena e contro l’apertura delle miniere. È il secondo sacerdote colpito a morte in quattro mesi.

Lo scorso 4 dicembre, Marcelito Paez, 72 anni, prete in pensione e difensore dei diritti umani, è stato ucciso a Jaen, Nueva Ecija, dopo aver contribuito alla liberazione di un prigioniero politico. "Ognuno di noi può diventare una vittima di assassini e terroristi. Sosteniamoci con forza e denunciamo ogni forma di distruzione della vita umana. Giustizia per Padre Mark!", sono le parole su Facebook con cui è stato salutato dai suoi compagni di fede del Saint Thomas Aquinas Major Seminar, di cui era stato recentemente rettore. Nessun indizio sull’omicidio, come nel caso ancora aperto di Paez.

In un post di Facebook, Padre Fredel Agatep, un sacerdote della Basilica di Piat, sempre nella provincia di Cagayan, ha iniziato un movimento postando una foto nera con le parole: "Sono don Mark Ventura", esortando le persone a pubblicare la stessa foto sul loro profilo in segno di protesta contro le recenti uccisioni di sacerdoti e per manifestare la volontà di prendere una posizione decisa contro contro assassini e terroristi.

lunedì 5 febbraio 2018

Filippine - Diritti Umani - Sempre più evidente la frizione tra la Chiesa e Duterte

Vatican Insider
Massacro di innocenti, abusi dei diritti umani, cambiamento della Costituzione, legge marziale, matrimoni gay: si moltiplicano i punti di frizione tra vescovi e Presidente.


Tra la Chiesa filippina e il presidente Rodrigo Duterte il feeling non è mai sbocciato. Punti controversi e differenze di vedute sulla vita della nazione si sono fatte sentire ben presto ma oggi, a quasi due anni dalla sua elezione (avvenuta a maggio 2016), il divario tra il presidente «Castigatore», come viene soprannominato, e l'episcopato filippino sembra allargarsi in modo quasi irreversibile.

La recente elezione dell'arcivescovo Romulo Valles come presidente della Conferenza episcopale delle Filippine aveva fatto ben sperare, data la comune provenienza dalla città di Davao, dove Duterte è stato per 18 anni sindaco, ma le premesse non si sono realizzate e gli auspici non sembrano rivelarsi favorevoli. In una delle prime uscite pubbliche, Valles ha fieramente criticato - come da tempo fanno i vescovi - la campagna di lotta alla droga che Duterte sta pervicacemente proseguendo, dando ordini alla polizia di «ripulire» la nazione da trafficanti e spacciatori di droga. L'Arcivescovo ha lanciato un accorato appello perchè «non si sciupino più vite umane nel Paese» e ha chiesto alla polizia di rispettare lo stato di diritto nell'esercizio delle proprie funzioni e responsabilità

La sanguinosa campagna, intanto, prosegue anche se i vertici della polizia hanno assicurato che le rinnovate linee guida faranno sì che si evitino spargimenti di sangue e violazioni dei diritti umani. La linea, ribadita in mille modi e in mille discorsi dalla Chiesa filippina, in tutte le sue articolazioni, è chiara: urge interrompere la scia di omicidi che, in poco più di un anno, ha causato, secondo dati ufficiali, la morte di almeno 4.000 persone innocenti (ma altrettante sono le vittime dei famigerati «squadroni della morte»), mentre occorre iniziare un processo di «guarigione della nazione».

Una seconda questione che ora sta attraversando il dibattito politico nazionale vede la Chiesa su posizioni piuttosto lontane dal presidente: la possibile riforma della Costituzione repubblicana. Il governo ha proposto un cambiamento della Carta per adottare il federalismo come nuovo sistema di governo e nuovo assetto della nazione.

«È necessario cambiare la Costituzione per decentrare il potere? Molti esperti costituzionalisti e giuristi non sembrano pensarla così. Ciò che è veramente necessario è una piena attuazione della Costituzione, e approvare leggi che tutelino i diritti delle popolazioni indigene, in modo che si realizzi l'autodeterminazione e il decentramento dei poteri, sia politici che finanziari», hanno scritto i vescovi in un comunicato a conclusione della loro assemblea annuale.

La critica radicale dei vescovi al Movimento per il cambiamento della Carta si basa su quattro principi-guida per il giudizio morale dei battezzati: il principio della dignità umana e dei diritti umani; il principio di integrità e verità; il principio di partecipazione e solidarietà; il principio del bene comune. Una possibile riforma costituzionale, notano i presuli «dovrebbe portare a una migliore difesa e promozione di questi valori morali».

Gli stessi valori che oggi la Chiesa cattolica sull’isola di Mindanao denuncia come patentemente violati in nome di un provvedimento draconiano: il 13 dicembre scorso, su richiesta del presidente Duterte, infatti, il Congresso delle Filippine ha approvato l’estensione della legge marziale sull’isola di Mindanao fino alla fine del 2018. La legge marziale era stata dichiarata il 23 maggio 2017, giorno in cui il gruppo Maute, autoproclamatosi affiliato allo Stato islamico, aveva preso con le armi e aveva occupato la città di Marawi. Le Forze armate filippine hanno poi liberato la città dopo cinque mesi di assedio, che ha fatto più di 1.100 morti e provocato un’estesa distruzione nella città. Il periodo iniziale di legge marziale, limitato a sessanta giorni come previsto dalla Costituzione del Paese, era stato prorogato fino alla fine del 2017 e ora si allunga per un altro anno. Rappresentanti ecclesiali come il cardinale Orlando Quevedo hanno criticato il provvedimento che ricorda i tempi bui del dittatore Marcos e dà la stura ad abusi dei diritti umani da parte dei militari.

La disputa tra la Chiesa e Duterte, poi, ha investito ben presto il delicato piano etico-morale, perchè il Presidente non ha fatto mistero, spesso in modo sprezzante, di sposare posizioni contrarie alla morale cattolica, specialmente riguardo alla dottrina della difesa della vita umana (dall’aborto fino alla pena di morte), criticando in modo violento e perfino volgare il clero filippino. Duterte di recente ha dichiarato anche di essere «favorevole al matrimonio gay». «Il problema è che bisogna cambiare la legge. Ma noi possiamo farlo», ha detto, incoraggiando la comunità omosessuale a nominare un proprio rappresentante che possa prendere parte ai lavori del governo per attuare la riforma.

Paolo Affatato

giovedì 7 dicembre 2017

Filippine, ucciso Tito Paez, prete difensore dei diritti umani

La Stampa
Colpito a morte da un killer padre Tito Paez, 72 anni, responsabile locale dei Rural Missionaries che si battono in difesa dei più poveri nelle periferie del Paese.

Padre Tito Paez, 72 anni
Ancora un prete ucciso nelle cattolicissime Filippine. Un altro sacerdote impegnato da decenni in battaglie per la giustizia sociale nelle aree rurali del Paese. È successo l’altra sera nel distretto di Nueva Ecija, nella parte centrale della grande isola di Luzon: un killer a bordo di una moto ha sparato a padre Marcelito (Tito) Paez, prete di 72 anni della locale diocesi di San José che è morto poco dopo in ospedale. 

Padre Tito era stato il responsabile della pastorale sociale nella sua diocesi e attualmente era il coordinatore locale dei Rural Missionaries, organismo che nelle Filippine riunisce religiose e religiosi di diverse congregazioni impegnati nelle battaglie per la difesa dei diritti dei più poveri nelle periferie agricole delle Filippine.

A destare scalpore è il fatto che proprio ieri padre Tito fosse riuscito a ottenere la scarcerazione di un’attivista dei movimenti contadini locali che protestano contro l’avanzata delle compagnie minerarie e delle grandi piantagioni nella zona: Rommel Tucay - arrestato a marzo con l’accusa di fiancheggiare la guerriglia maoista degli Npa - era stato rilasciato dopo quasi nove mesi, grazie alla battaglia legale portata avanti in suo favore dal sacerdote. Alla sera qualcuno deve aver deciso di colpire padre Paez proprio per questo.

«Condanniamo con forza l’uccisione ingiusta e brutale di padre Tito Paez - ha scritto in una nota il vescovo di San José, monsignor Roberto Mallari -. Chiediamo alle autorità di indagare e fare giustizia per la sua morte».

Non è la prima volta che nelle Filippine viene ucciso un prete in circostanze del genere: sono molte, ad esempio, le somiglianze tra questo omicidio e la morte di padre Fausto Tentorio, il missionario italiano del Pime ucciso a Mindanao nel 2011 . Anche padre Tentorio era legato ai Rural Missionaries; e anche lui - per il suo impegno in difesa dei diritti delle popolazioni manobo nella valle dell’Arakan - era additato come un fiancheggiatore degli Npa, in un contesto dove gruppi paramilitari al soldo di interessi economici e politici corrotti non vanno troppo per il sottile.

Va aggiunto che a preoccupare è anche il contesto generale in cui si inserisce l’omicidio di padre Paez. Lo scorso 23 novembre il presidente filippino Rodrigo Duterte ha formalmente dichiarato chiusi i negoziati di pace con il National Democratic Front, la formazione considerata il braccio politico della guerriglia maoista. Il dialogo era frutto di una mediazione della diplomazia norvegese e all’inizio del suo mandato Duterte si era detto disposto a rilanciarlo. Invece è arrivata la rottura, scandita anche da rinnovati scontri tra l’Npa e l’esercito filippino, soprattutto nelle aree rurali che sono le roccaforti dei miliziani.

Duterte ha quindi ordinato una lotta a tutto campo contro la guerriglia maoista; ma il timore è che possa diventare il pretesto per togliere di mezzo anche tante altre voci scomode nelle aree rurali.

Giorgio Bernardelli

lunedì 25 settembre 2017

Ambiente - Filippine - Alle multinazionali i soldi, ma veleni e rifiuti alla povera gente

Gloabalist
Nestlé, Unilever e Procter & Gamble sono tra i peggiori responsabili dell'inquinamento marino: tutto per fare sempre più profitto.

Un bambino in un corso pieno di rifiuti a Manila
La globalizzazione delle ingiustizie. Con pochi che si arricchiscono a dismisura e tantissima gente che vive nella miseria e non ha più prospettive.
Così intante periferie del mondo, compreso un paese storicamente povero come le Filippine: nella foto un bambino cammina su un vero e proprio corso pieno di rifiuti a Manila.
Greenpeace ha annunciato che i grandi marchi occidentali come Nestlé, Unilever e Procter & Gamble provocano un serio inquinamento marino attraverso l'imballaggio dei prodotti con plastica poco costosa e usa e getta.

Le Filippine, dove le multinazionali fanno man bassa, sono il terzo peggiore paese avvelenatore di oceani al mondo" dietro Cina e Indonesia.
Alle multinazionali i soldi, ai poveri veleni e rifiuti

domenica 24 settembre 2017

Filippine - Associatione “Ugnayan Bayan”: Stop alle esecuzioni extragiudiziali, sì ai diritti umani

Agenzia Fides
Ginevra - “Urge difendere la democrazia e i diritti umani nelle Filippine: la ‘guerra contro la droga’ del presidente Duterte ha generato migliaia di assassini extragiudiziali, impunità e segni incombenti di ascesa dell'autoritarismo”: lo afferma un forum di organizzazioni della società civile filippina, riunite sotto la piattaforma “Ugnayan Bayan” che, in questi giorni, in concomitanza con la 36a sessione del Consiglio per i diritti umani all'Onu, ha organizzato un presidio e una manifestazione davanti al quartier generale della Nazioni Unite a Ginevra. 



Come appreso da Fides, contemporaneamente migliaia di fedeli hanno partecipato a Manila a una solenne concelebrazione eucaristica nella chiesa di St. Agustin e hanno poi indetto un corteo di pacifica protesta al Luneta Park (nel centro di Manila) per esprimere ferma opposizione alla “politica degli omicidi” promossa dal Presidente Rodrigo Duterte nella “guerra contro la droga”, rifiutando nel contempo ogni tentativo di imporre la legge marziale nel paese. 

Del forum fanno parte diversi religiosi cattolici, impegnati per la difesa della vita, tra i quali il gesuita Albert Alejo, che spiega a Fides: “Le esecuzioni extragiudiziali sono il segno distintivo della guerra alla droga dell'amministrazione di Duterte. I morti, dal giugno 2016, sono almeno 12.000, inclusi 54 minori. Il problema della diffusione della droga è più che un problema criminale. È anche un problema di salute pubblica ed è frutto anche della povertà”.
La piattaforma della società civile filippina, condivisa da molte associazioni cristiane, chiede allora “di porre fine al'impunità: domandiamo indagini imparziali sulle uccisioni ed il perseguimento dei killer, garantendo così lo stato di diritto”. 

“Il presidente Duterte – recita il comunicato inviato a Fides – dovrebbe essere considerato responsabile per le migliaia di esecuzioni. Il suo continuo incoraggiamento pubblico alla polizia perché si elimino quanti commettono reati di droga ha alimentato la spirale degli omicidi”.

Le comunità cattoliche nelle Filippine hanno deplorato con rabbia i ripetuti omicidi di alcuni adolescenti: tra loro Kian de los Santos 17enne cattolico, Carl Angelo Arnaiz (19 anni) e Reynaldo de Guzman (14 anni), uccisi mentre erano in custodia cautelare degli agenti. 

Nel caso di Kian de los Santos, la polizia ha dichiarato che il ragazzo era un corriere della droga ucciso durante un raid anti-droga, ma la registrazione di una telecamera mostra che, ben prima di essere ucciso, era stato già arrestato e preso in custodia dalla polizia.
Le organizzazioni lanciano un allarme sulla difesa dei diritti umani nelle Filippine: “Il presidente spesso denigra i diritti umani come un ostacolo alla pace e allo sviluppo, minacciando gli attivisti per i diritti umani che criticano il suo governo”. 

Per questo, affermano, “urge proteggere e rafforzare le nostre istituzioni democratiche”, condannando ogni forma di autoritarismo e il ritorno alla “legge marziale”, che ancora è in vigore sull’isola di Mindanao. (PA)

martedì 19 settembre 2017

'A cry for Mindanao': l'appello della delegazione filippina a Roma a riaprire il processo di pace

www.santegidio.org
Il giorno seguente la chiusura del Meeting Internazionale di Münster-Osnabrück sono iniziati a Roma i Colloqui informali di pace per Mindanao, tra i leaders cristiani e musulmani, provenienti dall'isola del sud delle Filippine, invitati dalla Comunità di Sant'Egidio. 


I rappresentanti religiosi, riuniti presso la sede della Comunità a Trastevere, hanno partecipato dal 13 al 15 settembre ad un dialogo intenso e fruttuoso, affrontando con speranza la critica situazione della loro regione e della martoriata città di Marawi. 

Dal dibattito animato da una volontà di concreta collaborazione è nato un Appello di Pace che è stato firmato a Sant'Egidio il 15 settembre scorso. Una nuova "Strada di Pace" nello spirito di Assisi è stata aperta a Mindanao.

La notizia della liberazione di padre Teresito Sobanob, rapito lo scorso maggio dai gruppi estremisti della guerriglia, per il quale la Comunità aveva pregato la sera del 14 settembre a Santa Maria in Trastevere, insieme al card. 

Quevedo, al vescovo di Marawi, mons. Edwin de la Pena e all'intera delegazione filippina, è stata un segno di speranza e di incoraggiamento, quadi un primo frutto dell'appello e della preghiera di tanti.

domenica 17 settembre 2017

Filippine - Fr. Chito liberato dopo quattro mesi ostaggio dei terroristi

Blog Diritti Umani - Human Rights
Manila - Dopo essere stato ostaggio dei militari terroristi per quasi quattro mesi, p. Teresito Chito Suganob è finalmente libero.
Fr. Teresito "Chito" Suganob chiede aiuto in un video
 pubblicato online una settimana dopo il suo sequestro
Le forze di sicurezza governative hanno liberato il sacerdote con un altro ostaggio vicino a una moschea a Bato a Marawi City, la sera di sabato 16 settembre.

Lo ha dichiarato a CBCPNews il consigliere presidenziale sul processo di pace Jesus Dureza.

Il signor Dureza non avrebbe rilasciato altri dettagli perché le operazioni militari stanno continuando con la speranza di salvare altri ostaggi.

Suganob insieme ad un certo numero di civili sono stati rapiti da un gruppo di terroristi islamici il 23 maggio quando hanno lanciato un attacco alla città di Marawi e alla cattedrale di Santa Maria.

Il vescovo Edwin de la Pena di Marawi, sono attualmente a Roma per partecipare ad una conferenza con il cardinale Orlando Quevedo di Cotabato e non è stato possibile raggiungerli per commentare l'accaduto.

L'arcivescovo Martin Jumoad di Ozamiz ha lodato il rilascio degli ostaggi, affermando che la loro "liberazione è il risultato della nostra fede nella preghiera".

"Molti pregano per la sua libertà. Tante messe sono celebrate per quella intenzione ", ha detto Jumoad. "Il potere della preghiera è ancora una volta mostrato come testimone della nostra solida fede in Dio".

Fonte:cbcpnews

giovedì 17 agosto 2017

Filippine: 32 uccisi in un giorno. Macabro record di Duterte nella "guerra" alla droga

SIR
Il 15 agosto la polizia delle Filippine ha ucciso 32 persone, probabilmente il più alto numero di vittime in un solo giorno da quando il presidente Duterte ha dichiarato la cosiddetta “guerra alla droga”. 


“Queste morti scioccanti ci ricordano che l’illegale ‘guerra alla droga’ del presidente Duterte va avanti senza sosta, anzi pare raggiungere nuovi livelli di barbarie: uccidere i sospetti, violare il loro diritto alla vita e ignorare le regole del giusto processo sono ormai la routine”, ha dichiarato James Gomez, direttore di Amnesty International per l’Asia sud-orientale e il Pacifico. 

“A pagare il prezzo di questa brutalità sono soprattutto le comunità più povere di aree come la provincia di Bulacan, dove è avvenuta buona parte delle esecuzioni extragiudiziali da quando il presidente è al potere, comprese 21 delle 32 del 15 agosto”, ha aggiunto Gomez. Secondo Amnesty le recenti parole di Duterte, secondo il quale egli potrebbe non riuscire a risolvere i problemi legati alla droga durante il suo mandato, “sono molto preoccupanti. Con l’estensione a tempo indeterminato di questa fallace strategia, rischiamo di non vedere la fine di queste uccisioni”, ha commentato Gomez. “Considerato che un mese fa Duterte ha minacciato di abolire la Commissione per i diritti umani, l’unica istituzione che svolge indagini approfondite sulle esecuzioni extragiudiziali, pare che mai come oggi dall’inizio del mandato presidenziale i diritti umani siano a rischio”, ha sottolineato Gomez, che chiede di istituire, “senza ulteriori ritardi, una commissione d’inchiesta internazionale sulla ‘guerra alla droga’ e sulla carneficina in corso ogni giorno nelle Filippine”. Dal giugno 2016 Rodrigo Duterte e la sua amministrazione si sono resi responsabili di diffuse violazioni dei diritti umani nel contesto della cosiddetta ‘guerra alla droga’, hanno minacciato e imprigionato persone che esprimono critiche e creato un clima di assenza di legge. In un rapporto del gennaio 2017 intitolato “Se sei povero vieni ucciso”, Amnesty aveva denunciato come la polizia filippina avesse ucciso, o avesse pagato per uccidere, migliaia di presunti autori di crimini di droga in un’ondata di esecuzioni extragiudiziali equiparabili a crimini contro l’umanità.

domenica 2 luglio 2017

Filippine – Un anno di presidenza Duterte: un disastro per i diritti umani

il21.it
Manila – Nel primo anno di presidenza nelle Filippine, Rodrigo Duterte e la sua amministrazione “sono stati responsabili di una vasta gamma di violazioni dei diritti umani, intimidazioni e arresti di personalità critiche, instaurando un clima privo di legge”.


Lo afferma una nota di Amnesty International ricordando che il 30 giugno 2016 il Rodrigo Duterete ha assunto ufficialmente i poteri di presidente. Amnesty cita “la violenta campagna governativa contro la droga che ha causato migliaia di esecuzioni extragiudiziali, persino più di quante se ne contarono durante il regime omicida di Ferdinando Marcos dal 1972 al 1981”.
“Duterte – recita la nota di Amnesty inviata a Fides – è salito al potere con la promessa di porre fine alla criminalità. Invece, migliaia di persone sono state uccise da, o per conto di una polizia che agisce al di fuori della legge, su ordine di un presidente che non ha mostrato altro che disprezzo per i diritti umani e per coloro che li difendono”.
“La violenta campagna di Duterte ha trasformato il paese in un luogo ancora più pericoloso, ha compromesso lo stato di diritto e consegnato al suo ideatore la fama di leader colpevole della morte di migliaia di suoi cittadini”, ha dichiarato James Gomez, direttore di Amnesty International per il Sudest Asiatico e il Pacifico

A febbraio 2017, Amnesty International aveva pubblicato un rapporto in cui denunciava come la polizia si fosse trasformata in un’impresa criminale, uccidendo persone per lo più povere sospettate di consumare o vendere droga, assoldando sicari, impossessandosi dei beni delle persone uccise, collocando false prove sui loro cadaveri e rimanendo del tutto impunita. 

“Il governo di Duterte evita a ogni livello di assumersi le responsabilità. Non ci sono indagini credibili a livello nazionale e non c’è collaborazione col Relatore speciale Onu”, ha sottolineato Gomez.

La medesima posizione viene espressa da “Human Rights Watch” /HRW) che rileva come il presidente Rodrigo Duterte abbia “scatenato una calamità per diritti umani nelle nel suo primo anno in carica”. 

HRW nota “un brusco calo nel rispetto dei diritti fondamentali” e ricorda che le forze di sicurezza e “uomini armati non identificati” hanno ucciso almeno 7.000 tossicodipendenti sospetti a partire dal 1 ° luglio 2016, mentre l’amministrazione Duterte “ha respinto tutti gli appelli nazionali e internazionali per accertare gli abusi”.

“Duterte si è insediato promettendo di proteggere l’ordine pubblico e i diritti umani, e ha passato invece il suo primo anno in carica come un istigatore turbolento di una campagna di uccisioni illegali” afferma Phelim Kine, vice direttore per l’Asia di HRW che, tramite indagini sul campo, ha confermato il tentativo di “dare una parvenza di legalità a esecuzioni extragiudiziali che possono equivalere a crimini contro l’umanità”. 

Le Ong rilevano “il disprezzo del governo di Duterte per il diritto internazionale” anche nel tentativo di reintrodurre la pena di morte per i reati di droga e invitano il Senato delle Filippine a respingere questo tentativo. 

L’Ong filippina “Karapatan” ricorda inoltre l’uccisione extragiudiziale di 64 attivisti per i diritti umani diritti e critica l’imposizione della legge marziale sull’intera isola di MIndanao, che sta legittimando le forze militari a mettere in atto metodi repressivi, torture e abusi dei diritti umani, denunciati anche alla Corte Suprema.

lunedì 5 giugno 2017

Filippine. A Marawi i musulmani fanno da scudo ai cristiani contro il Daesh

Avvenire
Nella città, sotto attacco dei fondamentali, la popolazione in stragrande maggioranza islamica ha protetto i cristiani. E sta trattando la liberazione del vicario episcopale e di 14 cattolici
Sfollati dalla città di Marawi, nell'isola meridionale
di Mindanao: il centro cona 200mila abitanti (Epa)
A Marawi si combatte ancora. Insieme alle informazioni frammentarie, emergono i racconti dei testimoni che raccontano la solidarietà della popolazione locale verso i cristiani, l’un per cento degli abitanti in questa roccaforte dell'islam filippino. 

All’alba di ieri, oltre 160 persone hanno scortato e nascosto ai jihadisti decine e decine di cattolici, affinché potessero lasciare la città. Nei giorni precedenti, in tanti hanno ospitato i cristiani nelle loro case per proteggerli dalla minaccia del Daesh. Come il politico Norodin Alonto Lucman che ha dato ospitalità a 71 cattolici o Leny Paccon, che ne ha alloggiati 44. 

Lo stesso vescovo De la Peña aveva evidenziato nei giorni scorsi come quella battezzata sia abitualmente una comunità “tutelata” e non “perseguitata” dai concittadini musulmani. Alcuni notabili islamici sarebbero coinvolti anche nelle trattative per la liberazione del vicario episcopale e di 14 cattolici presi in ostaggio.
I militari, che avrebbero voluto chiudere venerdì la partita iniziata il 23 maggio con il gruppo Maute legato al Daesh, hanno ammesso ieri che la presenza dei guerriglieri in città resta “consistente”.

Un rischio per migliaia di individui in molti casi ridotti alla fame che non sono riusciti a fuggire. Sarebbero 3.000 i civili secondo l’amministrazione della Regione autonoma di Mindanao musulmana di cui Marawi fa parte. Da venerdì i soldati impegnati nella riconquista delle aree occupate ne hanno liberati almeno 200, ma vi sono state vittime in altri tentativi data la presenza di cecchini che colpiscono anche i civili. 

La situazione di Marawi avrebbe incentivato, come rivendicato dal Daesh, l’azione del “lupo solitario” che dopo la mezzanotte di giovedì ha attaccato a Manila il casinò del Resorts World provocando 38 morti. Ancora ieri il presidente Rodrigo Duterte ha ribadito la posizione ufficiale che si sia trattato di un tentativo di rapina, ma restano forti dubbi e anche il presidente della Camera, Pantaleon Alvarez, ha apertamente dichiarato di non credere all’azione isolata di un criminale ma invece a un atto terroristico.

martedì 30 maggio 2017

Filippine - In fuga migliaia di civili a Marawi sotto attacco dall'Isis

Il 24 Internazionale
L’esercito filippino, dotato di elicotteri e mezzi blindati, si è scontrato con gli islamisti nella città di Marawi, nel Sud del Paese, dove, secondo i media, sono stati uccisi civili. 



Gli islamisti che hanno dichiarato fedeltà allo Stato islamico (Isis) hanno cominciato martedì scorso a saccheggiare la città, spingendo il presidente Rodrigo Duterte a dichiarare la legge marziale in tutta la regione di Mindanao, pari a oltre un terzo del territorio meridionale del Paese dove vive il 20% degli oltre 100 milioni di abitanti dell’arcipelago. 

I combattenti islamici si sono rintanati in edifici residenziali, hanno piazzato bombe artigianali nelle strade e hanno preso in ostaggio diversi cattolici. “La gente ha paura. Gli uffici sono chiusi. Non vogliamo che le persone siano usate come scudi umani”, ha detto il sindaco di Marawi, Majul Usman Gandamra. Secondo un fotografo della France presse, due elicotteri militari sorvolano la città, i blindati si muovono nelle strade dove si sentono raffiche di armi automatiche. Molti dei 200.000 abitanti della città sono fuggiti. Secondo l’esercito, cinque soldati e un poliziotto sono rimasti uccisi negli scontri, costati la vita anche a 13 jihadisti.

Le autorità non hanno riferito di vittime civili, ma la televisione GMA ha diffuso le immagini dei cadaveri di nove persone, apparentemente uccise a colpi di arma da fuoco e tutte con le mani legate. Secondo un testimone, sarebbero state catturate a un posto di controllo e uccise dai jihadisti dopo essere state identificate come cristiane. Scontri sporadici questa mattina fra islamisti del gruppo Maute, che ha giurato fedeltà all’Is, e le forze del governo delle Filippine a Marawi, sull’isola di Mindanao. 

Il presidente Rodrigo Duterte ha imposto la legge marziale ed è tornato in anticipo da Mosca per poter seguire la crisi che ha fatto seguito all’arrivo martedì di un centinaio di islamisti nella cittadina di 200mila abitanti, migliaia dei quali sono fuggiti diretti verso la vicina Iligan.