Pagine

Visualizzazione post con etichetta BIrmania. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta BIrmania. Mostra tutti i post

martedì 16 marzo 2021

Birmania: Onu, almeno 149 uccisi da 1 febbraio, ma sono segnalati molti più morti

ANSA
E' salito ad almeno 149 morti il macabro bilancio delle persone uccise in Birmania (Myanmar) dall'inizio delle proteste pacifiche contro il colpo di stato del primo febbraio. Lo ha denunciato oggi a Ginevra l'Alto commissariato Onu per i diritti umani, precisando che si tratta di un dato prudente.


"Ci sono molte altre segnalazioni di ulteriori uccisioni che non siamo stati ancora in grado di confermare", ha detto la portavoce Ravina Shamdasani.

martedì 17 settembre 2019

Birmania. L'allarme dell'Onu: "A rischio genocidio 600 mila Rohingya"

La Repubblica
Circa 600 mila membri della minoranza Rohingya vivono in Birmania "sotto grave rischio di genocidio" e i responsabili all'interno dello Stato devono essere portati davanti alla Corte penale internazionale. 


L'allarme arriva dalla missione di verifica delle Nazioni unite, che ha rilevato "motivi ragionevoli per concludere che gli elementi di prova che consentono di dedurre l'intenzione genocida dello Stato" si "sono rafforzati" dall'anno scorso.

Per gli esperti, "esiste un rischio grave che atti di genocidio possano prodursi o riprodursi". 

Un anno fa un precedente rapporto aveva constatato "atti di genocidio" nelle "operazioni di pulizia" della Birmania del 2017 che avevano causato la morte di migliaia di persone e provocato la fuga in Bangladesh di oltre 740.000 membri della minoranza musulmana.

sabato 12 gennaio 2019

Birmania. Confermata la condanna a 7 anni per due giornalisti Reuters, Wa Lone e Kyaw Soe Oo, per un reportage sul massacro dei Rohingya

La Stampa
Stavano facendo un reportage sul massacro dei musulmani Rohingya, sono accusati di aver violato il segreto di Stato. Due giornalisti di Reuters condannati a sette anni per aver violato il segreto di Stato in Birmania mentre facevano un reportage sul massacro dei musulmani Rohingya hanno perso il ricorso in appello. 



"Il verdetto di primo grado non era sbagliato ed era conforme alle leggi in vigore, il tribunale decide di respingere l'appello", ha detto Aung Naing, giudice dell'Alta corte regionale di Yangon.

I reporter Wa Lone, 32 anni, e Kyaw Soe Oo, 28 anni, sono stati arrestati a Yangon nel dicembre 2017 e in seguito incarcerati per aver violato segreti di stato, un'accusa pretestuosa, secondo Reuters. 

I pubblici ministeri hanno sostenuto che i due avevano informazioni riservate sulle operazioni di sicurezza nello Stato di Rakhine, da dove centinaia di migliaia di musulmani Rohingya sono fuggiti durante una repressione condotta dall'esercito che le Nazioni Unite hanno definito "pulizia etnica". 

Gli avvocati dei giornalisti possono ora fare appello alla Corte suprema birmana, un processo che potrebbe richiedere circa sei mesi.

domenica 27 agosto 2017

Myanmar, esercito spara con i mortai sui civili Rohingya in fuga: cento morti

Corriere della Sera
Centinaia di civili terrorizzati in fuga dai villaggi abitati dalla minoranza musulmana dei Rohingya sono stati attaccati con mortai e mitragliatrici dall’esercito birmano al confine di Ghundhum. Lo ha riferito un giornalista della France Presse.



“Hanno sparato su donne e bambini che avevano trovato riparo dietro le colline vicino alla linea di confine, e lo hanno fatto improvvisamente con mortai e mitragliatrici senza avvisare nemmeno noi”, ha dichiarato alla France Presse il responsabile locale delle Guardie di Frontiera del Bangladesh, Manzurul Hassan.
irca duemila persone sono ammassate da venerdì 25 agosto al confine con il Bangladesh a causa dei combattimenti in corso nello stato di Rakhine, nel nord del paese, dove attacchi coordinati a 24 postazioni della polizia di frontiera da parte di militanti Rohingya armati hanno causato finora 92 morti. È la più grave esplosione di violenza dallo scorso ottobre nell’area, quando un simile attacco su scala più ridotta portò l’esercito birmano a lanciare operazioni di rastrellamento nell’area. 

Proprio venerdì 25 agosto, una commissione nominata dal governo e guidata dall’ex segretario generale dell’Onu Kofi Annan aveva pubblicato il suo rapporto sul Rakhine, raccomandando misure di sviluppo economico e di giustizia sociale per ridurre l’animosità tra la comunità buddista e quella musulmana.
L’esercito birmano è accusato di violazioni dei diritti umani su larga scala, con decine di morti, oltre mille case date alle fiamme e 87 mila Rohingya fuggiti in Bangladesh dallo scorso ottobre, come menzionato in un rapporto Onu, realizzato intervistando tali profughi. 

La Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi è stata pesantemente criticata dalla comunità internazionale per i suoi silenzi su tali abusi.
Considerati come stranieri nello loro stessa patria, al 90% buddista, i Rohingya vivono come dei paria. Non hanno accesso al mercato del lavoro, alle scuole, agli ospedali e il crescente nazionalismo buddista ne ha peggiorato le condizioni di vita.

Monica Ricci Sargentini

martedì 20 dicembre 2016

Birmania. Pulizia etnica dei Rohingya - Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi non può tacere

Corriere della Sera
Chi avrebbe immaginato che il premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi, celebrata icona del coraggio civile contro la dittatura dei generali birmani, un giorno si sarebbe trovata ad accusare le organizzazioni umanitarie internazionali di "esagerare" volutamente i loro rapporti a proposito di una minoranza che le autorità continuano a discriminare legalmente. 

Pulizia etnica - Villaggi Rohingya rasi al suolo

Parliamo dei Rohingya, popolazione di origine bengalese, di religione islamica e concentrata soprattutto nello Stato di Rakhine. 

Ora, Amnesty International, sempre in prima fila nel difendere la Signora quando era lei a subire l'oppressione del regime, ha pubblicato un rapporto che evidenzia "seri pericoli" di violazioni dei diritti umani e, addirittura, "gravi atti" da parte dell'esercito che potrebbero essere classificati come "crimini di guerra": a novembre, un funzionario dell'Onu aveva sollevato l'ipotesi di una vera e propria "pulizia etnica" in atto contro i Rohingya.

In un primo momento, Aung San Suu Kyi, furiosa, ha smentito le accuse, parlando, appunto "di ricostruzioni esagerate" da parte degli organismi internazionali quando "si tratta della popolazione musulmana". Tanto che - nonostante le sue responsabilità di governo (è ministro degli Esteri e, in particolare, consigliere di Stato: in altri termini, capo dell'esecutivo) - ha cercato di scongiurare l'ingerenza dell'Asean, l'Associazione dei Paesi del Sudest asiatico che, in un atto senza precedenti, ha chiesto una riunione ufficiale sulla questione per volontà di Malaysia e Indonesia. 

Suu Kyi, a denti stretti, ha dovuto accettare di preparare un rapporto per il mese prossimo. Ma intanto la situazione, secondo quanto ricostruiscono Amnesty International e Human Rights Watch, è tutt'altro che tranquilla nell'Ovest della Birmania.

Tutto è cominciato con un attentato portato a termine da un nuovo gruppo armato "di difesa dei Rohingya". I militari birmani hanno reagito con rabbia e le conseguenze, secondo il rapporto, non si sono fatte attendere: uccisioni indiscriminate, stupri, torture. 

La pulizia etnica è stata accertata da foto satellitari presentate da Human Rights Watch, immagini che dimostrano come interi villaggi siano stati rasi al suolo. Possibile una simile vergogna nella Birmania di Aung San Suu Kyi?

di Paolo Salom

martedì 22 novembre 2016

Birmania - L'esercito ha ucciso almeno 25 Rohingya contrastando con eccessiva violenza una protesta

Il Post Internazionale
La minoranza di fede musulmana non gode dei diritti di cittadinanza ed è protagonista di un'insurrezione cui l'esercito ha risposto con eccessiva violenza


L’esercito birmano ha ucciso almeno 25 persone in un villaggio rohingya, l’etnia musulmana protagonista di un’insurrezione nell’ovest del paese, domenica 13 novembre 2016.

Secondo quando reso noto dalle forze armate birmane, le persone uccise erano insorti armati di machete e mazze di legno.

Nella giornata di sabato 12 novembre, l’esercito ha lanciato alcuni attacchi con elicotteri militari sui villaggi rohingya nello stato di Rakhine con l’obiettivo di debellare i miliziani, ma immagini e video pubblicati sui social media mostrano tra le vittime anche donne e bambini.

Nel corso del weekend centinaia di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case.

Secondo la Bbc, le informazioni riportate dai media di stato circa l’insurrezione rohingya devono essere valutate con molta cautela, dato che non è possibile verificarle in modo indipendente.

La risposta delle forze armate alle istanze rohingya, una minoranza marginalizzata che non gode dei diritti di cittadinanza, è stata criticata da più parti ma, sorprendentemente, non dal premio Nobel per la pace nonché leader del paese Aung San Suu Kyi.

giovedì 19 maggio 2016

Migrazioni e tragedie in mare. Da Sud a Sud: il caso dei rohingya in fuga dalla Birmania

www.riccardiancrea.it
La Birmania buddista costringe alla fuga i rohingya, di religione musulmana: cercano rifugio in Malaysia e Bangladesh. Ma anche lì scattano i respingimenti

Il 20 aprile scorso un barcone pieno di migranti è affondato al largo delle coste birmane con una sessantina di persone a bordo. Venti sono morti, tra cui alcuni bambini.
Si tratta di rohingya, un'etnia birmana. Si parla pochissimo del loro dramma, pur trattandosi di un gruppo etnico tra i più perseguitati del mondo, secondo quanto affermano le Nazioni Unite.
 

Il terribile incidente in mare non è il primo, anzi viene dopo molti altri e, probabilmente, non sarà l`ultimo, finché non si porrà seriamente attenzione al problema di questa gente. Sono lontani geograficamente da noi, ma vivono un`esperienza simile ai profughi sul Mediterraneo.

Perché i rohingya fuggono? Dietro alla vicenda c'è un pesante conflitto etnicoreligioso tra maggioranza birmana e buddista al potere a Myanmar e minoranza rohingya di religione musulmana. Si tratta di un piccolo popolo, all`incirca un milione, che parla una lingua d'origine indoeuropea vicina a quelle bengalesi. Sono senza cittadinanza, senza terra, senza diritti. Il governo birmano li ha considerati a lungo stranieri, sostenendo fossero immigrati durante il dominio britannico. In realtà la loro residenza nello Stato birmano del Rakhine settentrionale (dove sono minoritari) pare molto più antica.
Niente giustifica le incredibili limitazioni da loro subite, che - dopo la fine del regime militare birmano - sono impensabili per il nuovo governo democratico. Vivono in campi con una ridottissima possibilità di muoversi e di lavorare. Una vera condizione inumana.
Lo scorso anno, in una situazione di grave tensione interetnica, migliaia di boat people con a bordo famiglie rohingya hanno preso il mare cercando approdi migliori. Altri si sono rifugiati in Bangladesh (circa 200.000), dove un certo numero è stato respinto l`anno passato. 

La Malaysia e l`Indonesia, Paesi entrambi musulmani, hanno cominciato ad accogliere i boat people, ma poi hanno preso a praticare una politica di respingimento che ha causato tante morti in mare. Anche la Thailandia ha fatto la stessa scelta. La Malaysia ospita circa 45.00o rohingya nei campi. 

Di fronte alla pressione dei migranti, s`incrina la solidarietà di musulmani, come gli indonesiani e i malesi, verso altri musulmani come i rohingya (solo la provincia islamista di Aceh in Indonesia li ha accolti).
La questione dei rohingya è rivelatrice di un volto "politico" del buddismo. II buddismo theravada, diffuso nell`Asia Meridionale e nel Sud Est asiatico, ha esercitato una forte pressione per la democratizzazione di Myanmar. Si ricordano le immagini delle processioni dei monaci buddisti con la ciotola in mano, che manifestavano contro i generali birmani. 

Tuttavia l'identificazione tra nazione e buddismo ha provocato anche fenomeni d`intolleranza verso i non buddisti, tanto che Time già nel 2013 denunziava la diffusione del "veleno fondamentalista" tra i monaci buddisti birmani e la loro lotta antimusulmana. 

In genere il buddismo ha in Occidente invece una generale immagine pacifica. Ma sono in molti a sostenere che l`espressione "fondamentalismo" vada oggi applicata non solo all`islam, all`induismo e al cristianesimo, ma anche al buddismo.

Nella crisi che ha travagliato lo Sri Lanka, si è visto il forte ruolo politico di una parte del buddismo dell`isola, che ancora mantiene una forza notevole. Spesso, da parte buddista, si parla dell`islam come di una minaccia da cui difendersi. Qualcosa di simile a quanto si dice in Occidente. Ma che c'entrano i poveri rohingya con la minaccia islamica? 

La realtà è che sono veri paria asiatici, un popolo "invisibile" senza diritti e senza terra. Uno degli esempi più evidenti che ormai le migrazioni vanno non solo dal Sud al Nord del mondo, ma anche dal Sud al Sud.

Andrea Riccardi

sabato 23 gennaio 2016

Birmania: rilasciati 52 prigionieri politici

Reuters
Sono oltre 52 i prigionieri politici birmani rilasciati oggi nell'ambito di un'amnistia concessa dalle autorità a 101 prigionieri, di cui molti criminali comuni. Lo specifica l'Associazione per l'assistenza ai prigionieri politici (Aapp), che dalla Tailandia monitora da anni le condizioni dei detenuti di coscienza in Birmania. Dal 2011, quando è iniziato il processo di riforme del governo Thein Sein, sono 1.300 i prigionieri politici rilasciati in Birmania.
Secondo l'Aapp, nelle carceri ci sono ancora un'ottantina di detenuti di coscienza, mentre altri 408 sono in attesa del processo. A fine mese, il nuovo Parlamento birmano si riunirà per iniziare le procedure per l'elezione del prossimo presidente, che entrerà in carica a marzo. Le elezioni dello scorso novembre hanno visto un trionfo per la "Lega nazionale per la democrazia" di Aung San Suu Kyi, che pur non potendo diventare presidente perché glielo vieta la Costituzione, ha i numeri per eleggere a capo dello stato un rappresentante del suo partito.

domenica 13 settembre 2015

Birmania, quelle nuove leggi che attaccano la libertà religiosa

Vatican Insider
Mentre il paese si prepara alle elezioni democratiche dell’8 novembre, un pacchetto di nuove disposizioni rischia di alimentare tensioni tra buddisti e minoranze musulmane e cristiane. La Chiesa dissente
Il passaggio elettorale che la Birmania si appresta a vivere, l'8 novembre prossimo, sarà «un punto di svolta decisivo per il paese». Hanno la medesima opinione due personaggi pubblici di alto calibro nel paese della pagode, la leader per i diritti umani Ang San Suu Kyi e il cardinale Charles Maung Bo.

Si tratta di un passaggio democratico fondamentale, un passo storico che dovrebbe permettere alla Birmania di voltare pagina, dopo gli anni della dittatura militare, e di aprire una nuova era in cui si spera che possano trovare spazio valori come i diritti umani, le libertà individuali, la dignità della persona, la pace e la giustizia.

E’ un passaggio che risulta determinante anche per l’avvenire delle minoranze etniche e religiose, finora penalizzate nella loro vita economica, politica, nell’aspirazione alla piena libertà religiosa e di espressione. Tanto più perché l’ultima eredità del vecchio regime è un pacchetto di leggi, appena ratificato dalla firma del presidente Thein Sein, dopo l’approvazione del Parlamento, che vanno a intaccare i diritti sociali dei credenti e gettano un’ombra sul loro futuro.

Le misure fanno parte di un pacchetto denominato «Leggi a protezione della razza e religione» promosso dal «Ma Ba Tha», gruppo di monaci buddisti estremista e nazionalista che negli ultimi anni è cresciuto in numero, visibilità e pretese, estendendo la sua influenza diretta, in questa fase di transizione, anche sulla politica.

Le disposizioni legittimano la discriminazione delle minoranze, soprattutto di musulmani e cristiani che costituiscono rispettivamente il 4% e l’8% della popolazione birmana, all’80% buddista. In particolare gli osservatori le collegano all’ideologia anti-musulmana che è chiaramente aumentata – nonostante gli sforzi dei leader religiosi e degli attivisti di fermarne l’ascesa – proprio da quando l'esercito, nel 2011, ha rinunciato ai pieni poteri e ha lasciato che nel paese partisse una stagione di riforme politiche, economiche e sociali.

Una legge anti-poligamia punisce quanti hanno più di un coniuge o vivono con un partner diverso dalla persona con cui hanno contratto matrimonio. Altre due disposizioni limitano la conversione e i matrimoni interreligiosi, prevedendo un vero e proprio «processo» per ottenere la licenza ufficiale di convertirsi da una religione un'altra e imponendo alle donne buddiste di chiedere un permesso speciale prima di sposare un uomo di un'altra fede.

L'ultimo provvedimento, approvato già a maggio scorso, regola il controllo delle nascite e dà alle autorità civili il potere di imporre alle donne una pausa di almeno tre anni tra un parto e l’altro, legittimando anche la contraccezione forzata. Misura, questa, tesa a fermare la presunta crescita demografica delle minoranze religiose.

Sono leggi «discriminatorie e pericolose per il processo di riforme in atto», ha sottolineato il relatore speciale Onu sui diritti umani in Birmania, Yanghee Lee. «Aumentano le possibilità di gravi tensioni fra comunità diverse», ha osservato Phil Robertson, vice direttore Asia dell'Ong «Human Rights Watch».

Leggi che regolano pratiche sociali come matrimonio, divorzio, successione, dovrebbero essere parte di un diritto comune per tutti i cittadini birmani, indipendentemente da etnia e religione, ha ribadito un forum di oltre 180 organizzazioni della società civile, birmane e internazionali, che si sono fermamente opposte all'approvazione di queste leggi.

Aperto dissenso è stato espresso dalla Chiesa cattolica. Il cardinale Bo, arcivescovo di Yangon, ha chiesto al governo di «non interferire con il diritto individuale a scegliere e professare la propria religione», riconoscendo che le nuove leggi «limitano la libertà religiosa in Birmania in un momento in cui i cittadini stanno guadagnando libertà in altri settori». «La conversione è un fatto di coscienza, che nessuno può coartare», ha osservato.

Secondo Maurice Nyunt Wai, segretario esecutivo della conferenza dei vescovi birmani, «le nuove leggi non prendono direttamente di mira i cristiani», ma certo «potranno avere un impatto sui rapporti tra le comunità religiose in generale». «Nel lungo periodo – nota - potranno offuscare l'immagine del Buddismo e minare l'armonia tra le comunità religiose, accrescendo la distanza tra la maggioranza buddista e le altre minoranze».

Per questo, riferisce Shwe Lin, segretario generale del «Consiglio delle chiese» in Birmania, che riunisce le comunità protestanti, «i leader cristiani si incontreranno per discutere le possibili conseguenze».

Sta di fatto che, nel processo di costruzione democratica della nuova Birmania, queste disposizioni rappresentano un vulnus alle libertà che il nuovo governo sarà chiamato ad affrontare.

domenica 30 agosto 2015

Birmania: rilasciati settemila detenuti, ma continua repressioni su studenti e attivisti

Reuters
Quattro studenti, arrestati per le proteste che si sono svolte nel marzo scorso contro la riforma dell'istruzione approvata dal parlamento birmano, sono in regime di isolamento dal 22 agosto. 

Molti giovani erano scesi in strada per più di un mese, chiedevano di cambiare la legge, la decentralizzazione del sistema educativo, la formazione di sindacati di categoria e l'insegnamento anche nelle lingue delle maggiori minoranze etniche del Paese. Le richieste, però, come spesso accade in Birmania, sono state inascoltate. E gli studenti hanno ricevuto solo arresti e repressione.

I giovani, Naing Ye Wai, Aung San Oo, Jit Tu e Nyan Lin Htet, che ancora non sono stati processati e dunque condannati, nei giorni passati avevano promosso uno sciopero della fame per protestare contro il divieto di libertà su cauzione richiesto per riuscire a partecipare alla sessione di esami in programma dal 17 al 29 settembre prossimo alla Yadanarpon University, a Mandalay.

"I quattro studenti non sono stati ancora condannati e, in conformità con le norme internazionali sui detenuti, dovrebbero essere autorizzati a presentarsi ai loro esami", spiegano le associazioni per i diritti umani "Assistance Association for Political Prisoners" (Aapp) e "Former Political Prisoners Society" (Fpps) in un comunicato congiunto dove chiedono la loro liberazione. "La scelta di punire gli studenti per lo sciopero della fame, mettendoli in celle di isolamento, è completamente ingiustificata e può essere vista come un deliberato tentativo di scoraggiare tutti gli studenti a fare attivismo politico".

I giovani, che fanno parte del movimento giovanile "All Burma Federation of Student Unions" (ABFSU), sono stati arrestati per aver scritto con vernice spray frasi di protesta all'esterno della loro università. "Il compito di un istituto penitenziario dovrebbe essere correzionale", si legge nella nota delle due associazioni. "Ma la decisione del tribunale di respingere la loro richiesta limita in modo significativo le opportunità di un futuro migliore". Secondo AAPP e FPPS, la storia dei quattro studenti è uno dei tanti esempi di come le leggi in Birmania vengano ancora utilizzate per detenere gli attivisti politici al fine di soffocare la libertà di espressione e di dissenso. "L'arresto, la detenzione e il successivo trattamento dei giovani mette in evidenza la necessità di una drastica riforma del sistema giudiziario e carcerario del Paese".

Intanto, il 30 luglio scorso, il governo birmano guidato dall'ex generale dell'esercito Thein Sein - che aveva in precedenza promesso la liberazione di tutti i detenuti politici - ha rilasciato quasi sette mila prigionieri. Ma di questi, solo 13 sono attivisti. "Questo numero è drasticamente sproporzionato. Attualmente ci sono ancora circa 120 prigionieri politici dietro le sbarre e più di 400 persone sono in attesa di un processo", precisano le due organizzazioni per i diritti umani. Inclusi nella sanatoria sono stati 155 cittadini cinesi colpevoli di disboscamento illegale nello Stato Kachin, 153 dei quali erano stati condannati all'ergastolo. "Il loro rilascio, a meno di 10 giorni dopo la loro condanna a seguito delle richieste provenienti dalla Cina per liberare i prigionieri e farli tornare nel Paese di origine, solleva seri dubbi per quanto riguarda la sovranità della Birmania e la validità dello stato di diritto nel Paese".

lunedì 8 giugno 2015

Birmania, nell’inferno dei campi dove sono chiusi i migranti Rohingya

Reuters
Nel campo profughi dove vivono gli ultimi degli ultimi.
Di certo c’è che cercano di dissertarsi raccogliendo acqua usando delle bottiglie. 
Denutriti, scheletrici, sembrano fantasmi. Siamo a Kanyin Chaung, in Birmania: qui sono in qualche modo stati accolti 730 migranti (ma il numero è assai maggiore e molti altri si trovano nelle stesse condizioni in altre località) soccorsi nel mare delle Andamane (Golfo del Bengala) dalla marina birmana per accertare la loro nazionalità. 

Migrazione assai difficile da decifrare, con contorni complicati e controversi: è assai probabile che si tratti di Rohingya, minoranza musulmana apolide tra le più perseguitate al mondo. Si tratta di 1,1 milioni di persone sparse tra il Bangladesh e la Birmania stessa. 

Entrambi Paesi che stanno cercando di abbandonare. Non senza problemi e polemiche. Per il governo birmano i profughi che hanno abbandonato il Myanmar non fuggono dalle persecuzioni, ma stavano cercando condizioni di lavoro migliori altrove. 

Secondo l’Onu, invece, circa la metà dei migranti approdati sulle coste del sud est asiatico, nelle ultime settimane, sono Rohingya musulmani in fuga dalla persecuzione in Birmania, il resto sono bengalesi che scappano dalla povertà 

sabato 6 giugno 2015

Birmania - La metamorfosi di Aung San Suu Kyi? Delusione negli ambienti dei difensori dei diritti umani

Internazionale
Eravamo abituati a vederla come il simbolo della resistenza alla violenza e alle ingiustizie. Fragile e minuta solo in apparenza, dietro il cancello del giardino della bella casa sul lago Inya, a Rangoon, dov’è rimasta confinata per quasi vent’anni fino al 2010. Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace nel 1991, ha sfidato la giunta militare con un coraggio ammirevole e sacrificato gli affetti (un marito e due figli lasciati in Inghilterra) in nome del popolo che suo padre aveva portato verso l’indipendenza, nel 1947, prima di essere assassinato.


Per questo i suoi sostenitori in tutto il mondo sono increduli di fronte al suo silenzio di fronte alla crisi dei migranti rohingya, la minoranza musulmana che vive in Birmania senza cittadinanza né diritti e che fugge dagli attacchi degli estremisti buddisti a bordo di barconi.

Non se ne capacitano i suoi colleghi premi Nobel, il Dalai Lama e Desmond Tutu, che hanno sollecitato un suo intervento in difesa dei rohingya, che probabilmente non arriverà mai. Non se lo spiegano i suoi ammiratori, che in lei avevano riposto le speranze in un paese migliore. L’icona sembra aver lasciato il posto alla leader politica, pragmatica e calcolatrice, che in vista delle elezioni in programma a fine anno preferisce non esprimersi su questioni “sensibili”.

La maggioranza buddista in Birmania non è solidale con la comunità musulmana, e il timore di Suu Kyi e dei suoi strateghi è che se una sua presa di posizione potrebbe costarle milioni di voti. I più ottimisti credono che sia un sacrificio necessario ma temporaneo e che, una volta al potere, The Lady affronterà la questione con decisione.

I disillusi, invece, prendono atto di quella che probabilmente è l’amara verità: “Gli anni d’oro in cui Suu Kyi era l’icona della lotta per la democrazia e i diritti umani sono finiti”. Il giudizio di Aung Zaw, direttore di Irrawaddy – il settimanale fondato da un gruppo di giornalisti birmani in esilio in Thailandia e per tanti anni la principale fonte d’informazione indipendente sulla Birmania – è netto. “Si è trasformata in una leader politica pragmatica e a volte anche populista. Non vuole alienarsi la maggioranza buddista del paese, lei e il suo partito hanno bisogno dei suoi voti e li avranno”, dice a Internazionale. “Purtroppo non è rimasta in silenzio solo sui rohingya, ma ha completamente ignorato anche altre questioni come la repressione delle proteste degli studenti e gli espropri terrieri. Per questo molti tra gli attivisti si sentono traditi e delusi”, aggiunge Aung Zaw.

“Il suo imperdonabile silenzio la rende parte del problema, non la soluzione”, ha scritto Mehdi Hasan in un duro commento su Al Jazeera. “Non dovremmo aspettarci di più da un premio Nobel? Forse no. Del resto il comitato per il Nobel per la pace ha un passato di riconoscimenti prematuri. Ricordate il premio a Barack Obama nel 2009? Pensavamo che Suu Kyi fosse diversa”.

E invece no. Del resto era stata lei stessa, appena tornata in libertà, a dichiarare che il suo obiettivo era prendere il potere. Eletta in parlamento nel 2012, Suu Kyi spera di poter correre alle presidenziali grazie a una modifica della costituzione che, per com’è oggi, impedisce di diventare presidente a chi è stato sposato con cittadini stranieri o ha figli stranieri. Una clausola tagliata su misura per lei dalla giunta militare nel 2008 e che per ora non sembra sarà modificata. Per Aung Suu Kyi è una fase politica molto delicata e i suoi fan dovranno fare i conti con la realtà.


Junko Terao

sabato 30 maggio 2015

Scontro Nazioni Unite Birmania sui profughi Rohingya. Concedere la cittadinanza. Sono 2621 ancora alla deriva

Internazionale
La Birmania si è scontrata con le Nazioni Unite durante un vertice in corso a Bangkok, la capitale della Thailandia, sulla crisi umanitaria dei profughi rohingya nel mar delle Andamane e nel golfo del Bengala.


L’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) ha chiesto alla Birmania di concedere la cittadinanza alla minoranza musulmana rohingya, vittima di discriminazioni e persecuzioni, per eliminare alla radice la causa dell’esodo di migliaia di rohingya che si affidano ai trafficanti di uomini per fuggire dalla Birmania. 

Ma il ministro degli esteri birmano Htin Lynn ha risposto dicendo: “Su questa questione del traffico illegale di esseri umani non potete dare la colpa esclusivamente al mio paese”. Precedentemente Volker Turk, delegato dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, aveva detto che la crisi umanitaria dei migranti non può essere risolta se “la Birmania non si assume la responsabilità di tutte queste persone, garantendo loro la cittadinanza, come ultimo obiettivo”.

Secondo l’Unhcr, sono almeno 2.621 i migranti birmani e bangladesi ancora alla deriva su imbarcazioni in difficoltà nel mare delle Andamane, soprattutto al largo delle coste della Malesia. Mentre altri 3.600 rohingya e migranti dal Bangladesh sono arrivati sulle coste di Indonesia, Malesia e Thailandia dal 10 maggio.

giovedì 16 aprile 2015

Birmania: continuano le violazioni dei diritti umani - Rapporto 2014 ND-Burma

Corriere della Sera
Naypyidaw- I governi occidentali, dopo la promessa di riforme democratiche e politiche, hanno in gran parte cancellato le sanzioni economiche alla Birmania, e hanno così aperto le porte al commercio con la Nazione che molti indicano come la nuova «Tigre asiatica». Ma davvero la situazione nel Paese del sud-est asiatico sta cambiando? Secondo il rapporto «Report on the Human Rights Situation in Burma», stilato in questi giorni dal «Network for Human Rights Documentation Burma» (ND-Burma), sembrerebbe proprio di no.
La relazione, che si riferisce al periodo luglio/dicembre 2014, ha documentato 107 casi di violazione di diritti umani, avvenuti sia nelle zone dove sono in atto conflitti con le diverse etnie che richiedono l’autonomia, sia in quelle dove, in teoria, dovrebbe essere in corso il cessate il fuoco. Le violazioni documentate si riferiscono a vari episodi, come l’omicidio, l’arresto di giornalisti e attivisti dissidenti, il lavoro forzato, l’esproprio di massa dei terreni o quello di interi villaggi. Ma i casi potrebbero essere molti di più. «Molto spesso – si legge nel rapporto diffuso da ND-Burma – è difficile documentare gli abusi. La paura di ritorsioni e l’impunità quasi sistematica da parte dei militari, fa si che molte vittime non denuncino neanche le violenze subite».

La Birmania è un Paese ricco di risorse naturali: petrolio, gas e legname in primis, ma non solo. Incuneata tra le due potenze in continua crescita dell’India e della Cina, ha un potenziale di mercato altissimo e la manodopera – spesso giovane – si trova ad un costo molto basso. Tutto questo, come purtroppo succede in molte parti del mondo, fa si che i diritti umani si ritrovino al secondo posto. Superati a gran velocità dagli interessi economici. Così è accaduto anche a Daw Khin Win, una donna di 56 anni uccisa nel dicembre del 2014 dalla polizia birmana mentre, insieme ad altri abitanti di un villaggio nella zona di Letpadaung, si opponeva all’espropriazione del proprio terreno che sarebbe servito per la realizzazione di una miniera di estrazione di rame. Un progetto joint venture tra la società cinese «Wanbao» e quella birmana «Myanmar Economic Holdings Limited», controllata dai militari del Paese. Secondo molti testimoni, oltre alla sua morte, gli spari della polizia avrebbero causato il ferimento di almeno altre dieci persone accorse in difesa dei terreni. Questa, purtroppo, è solamente una delle tante storie che vengono raccontate nella relazione redatta da ND-Burma.

Il governo birmano aveva anche promesso di liberare tutti i dissidenti politici che lottano per i diritti civili entro la fine del 2013. Ma questo non è successo. I dati che ci vengono riportati dalla relazione, parlano di 81 attivisti attualmente in carcere.

«I continui arresti di persone che si battono per i diritti umani – ha detto Mai Thin Yu Mon, membro del team ND-Burma – dimostrano che il governo non è seriamente impegnato nel tutelarli».
E ha aggiunto una triste realtà: «I nostri dati fanno vedere che il volume delle violazioni dei diritti umani in Birmania non è affatto diminuito nella seconda metà del 2014. Anzi, al contrario, è aumentato».


di Fabio Polese

sabato 12 luglio 2014

Birmania, 10 anni di carcere ai reporter che svelarono la presenza di armi chimiche

Corriere della Sera
Sono stati condannati a 10 anni di carcere e lavori forzati i cinque giornalisti birmani che avevano accusato le forze armate del Paese asiatico di aver creato un impianto per la produzione di armi chimiche. I reporter sono stati accusati di aver violato una legge ”una legge sul segreto di Stato che risale al 1923, il periodo della colonizzazione britannica”, ha riferito Wah Win Maung, l’avvocato che assiste quattro di loro.
I quattro giovani, tutti tra i 22 e i 28 anni, lavorano per il giornale Unity Weekly News con loro è stato condannato anche il direttore della testata. Lo scorso febbraio sul settimanale era comparso un articolo investigativo su un impianto chimico di Pauk, nella regione centrale di Magway. Gli autori (oltre al loro capo) erano stati immediatamente arrestati.
Per le organizzazioni dei diritti umani il caso segna un panno indietro rispetto alle aperture del governo civile subentrato alla giunta militare. Le misure riformiste comprendevano anche l’abolizione della censura preventiva e l’apertura della stampa quotidiana ai privati.

Lo scorso dicembre un’altra reporter, Khine Khine Aye Cho conosciuta come Ma Khin Hundreds, era stata condannata a 3 mesi di prigione per diffamazione dopo un alterco con un avvocato. ll suo caso aveva fatto gridare alla censura, molti giornali erano usciti listati a lutto e centinaia di giornalisti erano scesi in piazza 

Monica Ricci Sargentini

mercoledì 26 febbraio 2014

I difensori dei diritti umani accusano la Birmania di persecuzione dei musulmani Rohingya

La Voce della Russia
I difensori dei diritti umani affermano che hanno a disposizione i documenti che testimoniano la discriminazione dal governo birmano al popolo Rohingya, comunità musulmana.
Circa 800 mila rappresentanti dei rohingya abitano nell'ovest della Birmania, al confine con India e Bangladesh.

Secondo i dati dell'ONU, sono una delle più discriminate minoranze nazionali nel mondo.

Le autorità birmane puniscono le famiglie che hanno oltre due figli, controllano il matrimonio e limitano la libertà di spostamento.

domenica 26 gennaio 2014

Birmania: 40 Rohingya uccisi, denuncia gruppo diritti umani

swissinfo.ch
Almeno 40 musulmani di etnia Rohingya sarebbero stati uccisi la scorsa settimana nello stato Rakhine, nell'ovest della Birmania, in rappresaglie da parte delle forze di sicurezza e di residenti buddisti in seguito all'uccisione di un sergente di polizia attribuito ai Rohingya.
Lo ha denunciato oggi l'organizzazione per i diritti umani "Fortify Rights", denunciando l'omertà delle autorità birmane e le severe restrizioni all'accesso nella zona applicate a giornalisti e operatori umanitari.

Secondo l'organizzazione, le atrocità descritte nel villaggio di Du Char Yar Than - nel distretto di Maungdaw, vicino al confine col Bangladesh - potrebbero aver causato molte più vittime, e centinaia di Rohingya sono ancora sfollati dopo le violenze. La zona rappresenta una delle aree a fortissima maggioranza Rohingya, una minoranza di quasi un milione di persone che la Birmania discrimina sistematicamente, accusandoli di essere immigrati clandestini provenienti dal Bangladesh.

Il governo e le autorità del Rakhine hanno ripetutamente negato qualsiasi episodio di violenza a parte l'uccisione del sergente di polizia, puntando il dito contro le "folle" di Rohingya che avrebbero attaccato la polizia. Nella zona è impedito l'accesso ai giornalisti, e le consuete restrizioni agli operatori umanitari sono state ulteriormente inasprite nell'ultima settimana.

Se confermate, le violenze porterebbero ad almeno 272 le vittime delle diverse ondate di violenza anti-musulmana nel Rakhine dal giugno 2012. Oltre 140 mila Rohingya vivono tuttora in squallidi campi di sfollati; si calcola che nell'ultimo anno e mezzo decine di migliaia di Rohingya abbiano cercano di emigrare a bordo di barconi, e che in centinaia abbiano trovato la morte in naufragi nell'Oceano Indiano.

sda-ats

martedì 31 dicembre 2013

Birmania: basta detenuti politici, Presidente annuncia nuova amnistia

Ansa
La Birmania ha assicurato che non avrà "più prigionieri politici", con l'annuncio di una nuova amnistia destinata a mantenere la promessa del presidente Thein Sein di rilasciarli tutti entra la fine dell'anno. 

Grazie a due ordini d'amnistia "non ci saranno più prigionieri politici", ha dichiarato sulla sua pagina Facebook il portavoce del presidente Ye Htut, senza precisare quanti detenuti sono coinvolti e quando verranno liberati.

sabato 16 novembre 2013

Birmania: 69 detenuti, tra cui diversi prigionieri politici, liberati per "ragioni umanitarie"

La Repubblica
Le autorità birmane hanno liberato altri 69 detenuti, tra cui diversi prigionieri politici, per "ragioni umanitarie". 
Lo ha comunicato l'ufficio della presidenza dopo che nello scorso luglio il presidente Thein Sein aveva annunciato che tutti i prigionieri politici detenuti nelle carceri del Paese sarebbero stati scarcerati entro la fine dell'anno. Secondo le associazioni di tutela dei diritti umani sono ancora più di un centinaio i detenuti ancora in carcere.

“Il presidente ha concesso l’amnistia a 69 prigionieri che erano sulla lista” del comitato che si occupa della questione, ha annunciato la presidenza, all’indomani dell’incontro tra il capo di Stato Thein Sein e Ashton. Il presidente ha promesso lo scorso luglio, durante una visita a Londra, di liberare tutti i prigionieri politici entro la fine dell’anno.

Nel comunicato diffuso oggi si ricorda quindi l’impegno del governo a “portare avanti il processo di amnistia per tutti i prigionieri politici entro la fine del dicembre 2013”, senza però precisare quanti siano i detenuti ancora da liberare.

mercoledì 31 luglio 2013

Diritti Umani - Birmania, repressioni senza fine sui dissidenti e le diverse etnie

La Repubblica
Pur avendo iniziato una serie di riforme "democratiche", il paese asiatico continua l'annientamento dei diritti della popolazione e le diverse etnie che compongono il variegato mosaico del Paese
ROMA - Le agenzie di viaggi di casa nostra descrivono la Birmania, ribattezzata Myanmar dalla giunta militare centrale nel 1989, come il Paese dalle mille pagode, che ci riporta a culture millenarie non ancora contaminate dalla modernità. Le grandi multinazionali occidentali, invece, vedono nella Birmania, incuneata tra le potenze dell'India e della Cina, una possibile nuova "Tigre asiatica" dove poter fare grandi affari, grazie alle numerose risorse naturali che il Paese offre e grazie alla manodopera, spesso molto giovane, a bassissimo costo. Quello che però di solito non viene detto è che la Birmania, pur avendo iniziato una serie di riforme "democratiche", continua la sua brutale repressione verso la popolazione e le diverse etnie che compongono il variegato mosaico del Paese.

Leggi repressive ancora in vigore. Il presidente birmano, l'ex-generale Thein Sein, per rispettare l'impegno assunto nel recente viaggio diplomatico in Europa, dove ha promesso la liberazione, entro la fine dell'anno, di tutti i prigionieri politici, ha annunciato di aver appena liberato 73 dissidenti. Il problema, però, come sottolinea Thet Oo, un attivista per i diritti umani in Birmania, è che le "leggi repressive che permettono di mettere i prigionieri politici in carcere sono ancora in vigore". Ed è dunque necessario "fermare gli arresti e far cadere le accuse verso coloro che si battono per i diritti dei cittadini". Attualmente, secondo quanto riferito dal governo birmano, il numero dei prigionieri politici rimasti in carcere è di circa un centinaio.

Dieci anni di reclusione per una manifestazione. A conferma di quanto viene detto da Thet Oo, c'è il caso di Aung Soe, membro del People's Support Network che è appena stato condannato a scontare dieci anni di reclusione per "minaccia alla sicurezza nazionale". La colpa di Aung Soe è quella di aver promosso una serie di manifestazioni contro la realizzazione di una discussa miniera di rame sino-birmana - situata nei pressi del monte Letpadaung, in una regione agricola della Birmania settentrionale - che potrebbe avere un impatto devastante sull'ambiente. La costruzione della miniera, attualmente ferma, fa parte di un progetto congiunto tra il Ministero birmano delle Miniere e dell'Industria - molto vicina alla leadership militare - e la Myanmar Wanabo Mining Copper, una componente del gigante statale cinese North China Industries Corp. (Norinco).

Scontri a fuoco contro i Kachin. Nel nord-est della Birmania, al confine con la Cina, si registrano scontri a fuoco contro l'etnia Kachin, rincominciati, nel giugno del 2011, dopo diciassette anni di "cessate il fuoco". Anche qui, molto probabilmente, a dispetto della volontà degli abitanti della regione, si celano interessi economici che la Birmania vuole mantenere con il suo storico partner cinese. I combattimenti, infatti, sono iniziati quando i leader Kachin si sono rifiutati di abbandonare una postazione considerata strategica, vicino a dove deve essere realizzata la diga Myitsone, sul fiume Irrawaddy. Il progetto, promosso in collaborazione tra il governo birmano e quello cinese, è stato sospeso, ma non annullato, alla fine del 2011.

I birmani non fermano i rifornimenti militari. Anche a nord dello Stato Karen, al confine tra Birmania e Thailandia, la guerriglia del Karen National Liberation Army, contraria allo sfruttamento incontrollato dei propri territori a favore di grandi multinazionali, sta opponendo una forte resistenza contro la costruzione della diga Hat Gyi, sul fiume Salween. In queste zone, nonostante l'inizio di un accordo firmato nel gennaio del 2012 tra la Karen National Union, componente politica dei Karen, e il governo birmano, la minaccia che la guerra torni in maniera continuativa è sempre alle porte. "Molte persone sono preoccupate perché i militari birmani avanzano nei territori Karen rafforzando le loro basi militari che sono anche state ricostruite con materiali più moderni e resistenti". A sostenere questa posizione è Saw Greh Moo del Salween Institute for Public Policy, che aggiunge: "Molti Karen sono stati cacciati dalle proprie terre per far spazio alle costruzioni idroelettriche".

Scontri a carattere religioso. Nella Birmania dei processi "democratici" non mancano neanche gli scontri a carattere razziale-religioso. Nell'ovest del Paese, nello Stato Rakhine, al confine con il Bangladesh, le violenze tra la maggioranza buddista - spesso accusata di essere appoggiata dalla polizia - e la minoranza musulmana dei Rohingya, hanno provocato centinaia di morti. Secondo le Nazioni Unite, i Rohingya sono una delle etnie più perseguitate al mondo. Questo gruppo etnico, presente in Birmania in circa 800mila unità, vive nella povertà più assoluta e non è riconosciuto dalle autorità, anche se i suoi componenti emigrarono nel Paese a partire dal VIII secolo.

Il business prima di tutto. Da una parte, è chiaro, il presidente Thein Sein, vuole aprire tutti i contatti possibili con l'Occidente, anche sfruttando l'entrata in Parlamento del premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi. Dall'altra, tutto il mondo, è interessato alle grandi potenzialità economiche della Birmania, ricca - soprattutto nelle zone controllate dalle diverse etnie - di petrolio, gas e legname. Meno interesse, purtroppo, viene dato ai diritti umani, alle richieste dei diversi gruppi etnici e ai numerosi territori incontaminati che vorrebbero rimanere tali.
di FABIO POLESE