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sabato 17 luglio 2021

Arabia Saudita. "Donne attiviste per i diritti umani torturate nelle carceri": la denuncia di Hrw. Le testimonianze delle guardie carcerarie

Il Messaggero
Scariche elettriche, frustate, pestaggi e violenze sessuali, carceri "segrete": un nuovo rapporto di Human Rights Watch (Hrw), basato sulla testimonianza di alcune fra le stesse guardie carcerarie, alza un velo inquietante sulle prigioni femminili in Arabia saudita e sul trattamento riservato nel 2018, in particolare a detenute di rango elevato: per lo più avvocati e attiviste dei diritti umani e delle donne.


Fra le persone ad aver subito abusi e torture figurano, secondo Hrw, anche la nota avvocata per i diritti delle donne Loujain al-Hathloul, e l'attivista (uomo) Mohammed al-Rabea.

Il rapporto, spiega Hrw, è basato su alcuni messaggi di testo inviati da secondini testimoni di questi trattamenti, che insieme ad alcune testimonianze, formano un mosaico piuttosto sinistro: "Nuove prove che indicano l'uso di torture brutali su donne che difendono i diritti delle donne e altri detenuti di alto profilo mettono ancora più a nudo il disprezzo saudita per lo stato di diritto e il fallimento di qualunque credibile tentativo di indagare su queste accuse", dichiara in una nota Michael Page, vicedirettore dell'Ong umanitaria per il Medio Oriente e il Nord Africa.

"Lasciare che chi compie abusi la passi sempre liscia significa mandare loro il messaggio che possono torturare impunemente senza dover mai rispondere di questi crimini", ha aggiunto Page. 

Le testimonianze riportate da Hrw si riferiscono in particolare al carcere di Dhabhan, a nord di Gedda, e a un'altra prigione definita "segreta".

giovedì 5 aprile 2018

Human Rights Watch, a Gaza: «Israele responsabile per le vittime degli scontri»

TIO
Lo denuncia secondo cui i giudici della Corte penale internazionale dovrebbero aprire un'inchiesta.
Gaza City - Responsabili «dell'uccisione di 14 dimostranti a Gaza e del ferimento di centinaia» di altri «sono alti rappresentanti israeliani che illegalmente hanno invocato l'uso di munizioni vere contro manifestanti palestinesi che non costituivano un'imminente minaccia per la vita».


Lo denuncia 'Human rights watch' (Hrw) secondo cui, queste uccisioni comportano l'esigenza che «i giudici della Corte Penale Internazionale aprano una inchiesta formale per crimini internazionali in Palestina».

«Sia prima sia dopo - ha continuato Hrw - alti rappresentanti di Israele hanno pubblicamente sostenuto che i soldati di guardia lungo la barriera che separa Gaza e Israele hanno avuto ordini di colpire 'gli istigatori' e coloro che si avvicinavano al confine. 
Tuttavia il governo israeliano non ha presentato alcuna prova che il lancio di sassi e altre violenze da parte di qualche dimostrante abbiano seriamente minacciato i soldati lungo la frontiera. L'alto numero di morti e di feriti era la prevedibile conseguenza di aver consentito ai militari margine di usare forza letale al di fuori di situazione rischia vita in violazione delle norme internazionali, accompagnate da una cultura di lunga durata di impunità nell'esercito israeliano per gravi abusi».

«I soldati israeliani - ha detto Eric Goldstein, vice direttore dell'organizzazione per il Medio Oriente - hanno adoperato un uso eccessivo di forza».

venerdì 23 marzo 2018

HRW: gravissime accuse alla Turchia. Migliaia di rifugiati siriani bloccati alla frontiera e deportate in zone di guerra. Spari alla frontiera contro i profughi, uccise 14 persone tra cui 5 bambini

AnsaMed
Human Rights Watch ha denunciato che le forze di sicurezza turche hanno "regolarmente intercettato centinaia e talvolta migliaia di richiedenti asilo al confine tra Turchia e Siria dal dicembre 2017 e li hanno deportati sommariamente nel governatorato di Idlib, devastato dalla guerra". 

L'organizzazione riporta che "le guardie di frontiera turche hanno sparato ai richiedenti asilo che cercavano di entrare in Turchia usando le rotte dei trafficanti, uccidendoli e ferendoli, e hanno deportato a Idlib i siriani appena arrivati nella città turca di Antakya, a 30 chilometri dal confine siriano".

A metà febbraio, Human Rights Watch ha intervistato al telefono 21 siriani sui ripetuti tentativi falliti di entrare in Turchia con l'aiuto dei trafficanti. Diciotto di loro hanno riferito che l'intensificarsi dei raid aerei russo-siriani a Deir al-Zour e a Idlib li hanno ripetutamente costretti a fuggire fino a quando alla fine hanno deciso che non avevano altra scelta che rischiare la vita e andare in Turchia. Gli intervistati hanno descritto 137 incidenti, quasi tutti tra metà dicembre e inizio marzo, nei quali le guardie di frontiera turche li hanno intercettati al confine, vicino alla città siriana di Darkush, e li hanno prima trattenuti in posti di sicurezza nelle vicinanze e poi li hanno deportati in Siria insieme a centinaia e a volte migliaia di altri come loro.

Human Rights Watch ha parlato con altri 35 siriani bloccati a Idlib che non sono fuggiti per paura di essere uccisi dalle guardie di frontiera. Nove persone hanno anche descritto 10 incidenti tra settembre e inizio marzo in cui le guardie di frontiera turche hanno sparato contro di loro mentre cercavano di attraversare il confine, uccidendo 14 persone, tra cui 5 bambini, e ferendone 18. Human Rights Watch ha ottenuto immagini satellitari dei punti di frontiera e di quattro presidi di sicurezza nei quali, secondo l'organizzazione, si vedrebbero grandi tende allestite in campi di pallacanestro in cui i richiedenti asilo hanno dichiarato di essere stati trattenuti prima di essere rimandati in Siria.

Human Rights Watch sottolinea che la Turchia ospita oltre 3,5 milioni di rifugiati siriani, e che per questo merita sostegno per la sua generosità, ma in ogni caso il Paese "è anche obbligato a rispettare il principio di non respingimento".

"Mentre le guardie di frontiera cercano di chiudere gli ultimi passaggi rimasti nei confini della Turchia, centinaia di migliaia di siriani rimangono intrappolati in zone dove affrontano le bombe sul lato siriano", ha dichiarato Gerry Simpson, direttore associato del programma per i diritti dei rifugiati di Human Rights Watch.

In occasione di un vertice del 26 marzo 2018 in Bulgaria, "l'Ue dovrebbe spingere la Turchia ad aprire i suoi confini e a fornire sostegno a chi ne ha bisogno, e non dovrebbe rimanere in silenzio mentre la Turchia ignora le leggi sui rifugiati e spinge indietro migliaia di persone che affrontano una carneficina".

giovedì 15 marzo 2018

Spose bambine in Nepal: il Medioevo nel 2018. HRW: 37% si sposa prima dei 18 anni e il 10% prima dei 15

L'Indro
Durante un programma interattivo organizzato in occasione del 108° Giorno Internazionale della Donna, tenutosi nella Capitale, la Ministra per le Donne, l’Infanzia e il Benessere Sociale Tham Maya Thapa ha affermato «Saranno intraprese azioni risolute contro gli stupratori e chi attua molestie». 


La leader del Partito Comunista del Nepal Marxista-Leninista Unificato UML Thapa ha anche fatto un appello alle vittime affinché chiamino il numero verde 1145 ed ha chiesto che il Governo si debba conseguentemente attivare per avviare pratiche dirette e dure contro tutti coloro che risultino –con evidenza di fatti- coinvolti a vario titolo in questo tipo odioso di reati.

La Ministra Hapa, che è stata eletta dall’Assemblea Nazionale dall’UML attraverso la quota rappresentativa proporzionale, ha chiesto con urgenza che tutte le Autorità si sensibilizzino nel comprimere e contrastare ogni forma di violenza contro le donne nella società nepalese. Secondo la Ministra «Per costruire una società giusta e prospera le donne devono avere accesso ad autorità responsabile». 

Ed ha aggiunto: «Dobbiamo agire strada per strada e all’interno del Parlamento perché si assicuri la quota del 33 per cento ad una rappresentanza femminile ad ogni livello del nostro Governo. Si tratta di uno scopo importante. Ora è il tempo per migliorare tutto questo». Allo stesso tempo, bisogna considerare che ogni atto ufficiale promulgato in tale direzione finora è rimasto lettera morta.

Il fenomeno dei matrimoni con le “spose bambine” cioé ragazze che –in realtà- sono poco più che bambine e che certo non hanno ancora raggiunto la maggiore età con uomini di età superiore è parecchio esteso ancor oggi in Nepal. 

Secondo un report Human Rights Watch HRW , il 37 per cento delle femmine in Nepal si sposa prima dei 18 anni e il 10 per cento si sposa intorno ai 15 anni, nonostante la maggiore età in Nepal sia considerata 20 anni. 

In realtà, anche i ragazzi si sposano spesso al di sotto della maggiore età nepalese, sebbene con cifre ben al di sotto delle coetanee femmine. I dati UNICEF indicano che il Nepal ha il terzo più alto livello di matrimoni con spose bambine in Asia, dopo Bangladesh e India.
Secondo i dati approfonditi da HRW, nell’intervistare decine di minori e giovani si è appreso che nello spiegare questi alti livelli di matrimoni tra adulti e bambine vi è un complesso di fattori, quali la bassa istruzione, la povertà, il lavoro minorile, la pressione sociale ed una vasta rete di consuetudini ataviche. Trasversali a tutto ciò vi sono linee di tendenza arcaiche che si basano su disparità di genere e norme sociali non acquisite dal linguaggio normativo istituzionale dove le ragazze sono valutate inferiori ai maschi nella intera società nepalese.

Nei report HRW si constata che la maggior parte dei matrimoni sono frutto di patti stabiliti tra le famiglie e spesso le minori sono costrette a sposarsi proprio dai genitori o da altri membri della famiglia. In alcune aree della Nazione nepalese, le famiglie pattuiscono matrimoni con bambine che in quel momento hanno un anno e mezzo di età. Alcune volte si sente parlare –affermano i ricercatori HRW- di “matrimoni d’amore”. In Nepal, si parla di “matrimoni di amore” quando si tratta di libera scelta di maschi e femmine di varia età, adulti e non, che decidono autonomamente rispetto ai desiderata delle famiglie e della società. Quindi, al di fuori delle contrattualistiche pattuite tra le famiglie che decidono (impongono) i matrimoni soprattutto per quanto riguarda le bambine, a fini di finanziamento e per affrancarsi dal dover accudire alle bambine alle quali ritengono di non poter dare futuro alcuno.
[...]
Un altro duro aspetto di queste ricerche mostra un dato drammatico: le spose bambine sono tra le persone più soggette a violenze domestiche, più delle donne sposate in età superiore. Spesso, attraverso le interviste e la somministrazione di questionari, si ottengono dati e racconti per i quali i casi di violenze fisiche e non solo verbali sono parecchio numerosi, la fonte di tali violenze sono proprio gli uomini sposati o altre figure maschili della famiglia. 

Si viene a sapere così di violenze sessuali intra-familiari, di ragazze e bambine costrette al duro lavoro in condizioni difficilmente sopportabili, così come si viene a conoscenza di ragazze di varia età che –dopo il matrimonio – vengono letteralmente abbandonate dalle figure maschili, abbandonate fisicamente in casa ed abbandonate al loro oscuro destino.

Il Governo nepalese ha intrapreso qualche azione per limitare questo drammatico contesto sociale ma – a conti fatti – è chiaro che non è abbastanza. Un piano nazionale volto alla riduzione dei matrimoni con “spose bambine” vede sempre decisioni a livello politico e governativo e il tema viene altrettanto spesso post-posto e rimandato in termini di discussione parlamentare. Fattori protettivi come un accesso più egualitario all’Istruzione ed informazioni mediche più dettagliate così come sui servizi sociali disponibili restano ancor oggi un lontano miraggio per le minori sottoposte a queste vessazioni ed ai matrimoni combinati.

Francesco Tortona

giovedì 21 dicembre 2017

Iraq. Hrw: si teme sparizione forzata per oltre 350 detenuti nel Kurdistan

Nova
Oltre 350 detenuti nella zona di Kirkuk, nella regione del Kurdistan iracheno, potrebbero essere stati vittime di sparizione forzata. Lo riporta oggi l'organizzazione non governativa Human Rights Watch (Hrw). Le presunte vittime sono prevalentemente arabi sunniti sgomberate a Kirkuk o residenti nella città, detenuti dalle forze di sicurezza del governo regionale, Asayish, per sospetta di affiliazione allo Stato islamico. 
Prigionieri condotti nel carcere di Kirkuk
Quando le forze irachene centrali hanno ripreso controllo della zona di Kirkuk nello scorso ottobre, secondo dati di Hrw, i prigionieri non si trovavano più nelle strutture di detenzione locali.

Lo scorso novembre si sono quindi svolte dimostrazioni a Kirkuk, in seguito alle quali il primo ministro iracheno, Haider al Abadi, ha ordinato un'inchiesta sui detenuti, inviando una delegazione a Kirkuk. L'ex responsabile del comitato di sicurezza del Consiglio provinciale di Kirkuk, Azad Jabari, ha tuttavia negato che le Asayish siano responsabile delle sparizioni, accusandone invece le forze statunitensi precedentemente presenti nella zona; Jabari ha sottolineato che gran parte delle sparizioni sarebbe avvenuta infatti dal 2003 al 2011.

Le forze di sicurezza del governo curdo Asayish avrebbero tuttavia consegnato alle forze irachene locali, in seguito a tali dichiarazioni, 105 detenuti che da Kirkuk erano stati trasferiti a Sulaymaniyya, come comunicato a Hrw dal governatore di Kirkuk, Rakkan Said. 

26 persone intervistate da Hrw tra novembre e dicembre sarebbero inoltre testimoni di 27 arresti di arabi sunniti, avvenuti a Kirkuk ad opera di Asayish dal 2015 in avanti; gli intervistati hanno affermato di non essere più riusciti a comunicare con gli arrestati e di non aver ricevuto alcuna informazione ufficiale su di loro né da Asayish né da altre forze. 

Lo scorso 18 dicembre Hrw ha contattato Dindar Zebari, presidente dell'Alto comitato del governo regionale curdo per la Valutazione sui rapporti sulle organizzazioni internazionali, con l'intento di ottenere notizie circa i detenuti nella zona di Kirkuk. Zebari non avrebbe fornito risposte.

venerdì 21 luglio 2017

HRW raccolte testimonianze: a Mosul decine di uccisioni e torture a presunti appartenenti Isis

ANSA
Le forze di sicurezza irachene e le milizie ausiliarie sono responsabili di uccisioni e torture di decine di persone a Mosul, ex roccaforte Isis nel nord del paese, perché sospettate o accusate di essere collegate allo 'Stato islamico'.




E' l'accusa rivolta al governo iracheno da Human Rights Watch, organizzazione umanitaria internazionale che sta conducendo un'inchiesta basata su testimonianze e prove raccolte sul terreno. 


Secondo quanto documentato finora da Hrw, i militari iracheni e i miliziani alleati hanno ucciso e torturato decine di persone nelle ultime settimane dentro e fuori Mosul nel corso di raid, perquisizioni e missioni punitive contro sospetti jihadisti e loro familiari.

venerdì 30 giugno 2017

Uzbekistan - Human Right Watch: la Banca mondiale finanzia progetti legati al lavoro forzato e minorile

Riforma.it
La denuncia lanciata da Human Right Watch che ieri ha pubblicato un rapporto nel quale si registrano sistematiche violazioni soprattutto nel settore del cotone.


Le immagini di uomini, donne, bambini africani costretti dai negrieri al lavoro forzato nelle piantagioni di cotone americane sembravano ormai archiviate in un triste e lontano passato. 

Invece nel XXI secolo in Uzbekistan, stato dell’Asia centrale, un numero enorme di persone, a volte bambini fino ai 10/11 anni, sono costretti a lavorare lunghe ore nei campi di cotone in condizioni difficili. Ancor più grave è che tale lavoro forzato e minorile riceva ingenti risorse dalla Banca Mondiale: circa mezzo miliardo di dollari che va a finanziare progetti soprattutto nel settore dell’agricoltura.

È la denuncia lanciata da Human Rights Watch (Hrw) e dal Forum per i diritti umani uzbeco-tedeschi in un rapporto presentato ufficialmente ieri, intitolato «Non possiamo rifiutarci di raccogliere il cotone: il lavoro forzato e minorile legato agli investimenti del Gruppo della Banca Mondiale in Uzbekistan».

Il rapporto di 115 pagine evidenzia nel dettaglio come il governo uzbeko abbia costretto studenti, insegnanti, operatori sanitari, dipendenti del settore privato, e talvolta anche bambini, a raccogliere il cotone nel 2015 e nel 2016, oltre a piantarlo nella primavera del 2016. Il governo avrebbe anche minacciato di dar fuoco alle persone, di interrompere i pagamenti sociali e sospendere o espellere gli studenti qualora si fossero rifiutati di lavorare nei campi di cotone.

«La Banca Mondiale dà copertura all’Uzbekistan per mantenere un sistema di lavoro abusivo nell’industria del cotone», ha dichiarato Umida Niyazova, direttrice del Forum uzbeco-tedesco per i diritti umani. «La Banca Mondiale deve chiarire al governo uzbeco e ai potenziali investitori che non vuole far parte di un sistema che dipende dal lavoro minorile e dal lavoro forzato, sospendendo i finanziamenti fino a quando questi problemi non saranno risolti».

Il rapporto si basa su 257 interviste dettagliate e circa 700 brevi conversazioni con le vittime di lavoro forzato e minorile, agricoltori e attori chiave del sistema del lavoro forzato; su alcuni documenti governativi e su dichiarazioni di funzionari governativi. A partire da queste fonti e documenti, Human Rights Watch e il Forum uzbeco-tedesco sostengono che è altamente probabile che i progetti agricoli e irrigui sostenuti dalla Banca Mondiale, così come gli investimenti nel campo dell’istruzione, siano legati al lavoro forzato e, in alcuni casi, a quello minorile.

L’Uzbekistan è il quinto produttore di cotone più grande al mondo. Esporta circa il 60% del suo cotone grezzo verso la Cina, il Bangladesh, la Turchia e l’Iran. L’industria uzbeca del cotone genera più di 1 miliardo di dollari in fatturato annuo, ovvero circa un quarto del prodotto interno lordo del paese. I ricavi della produzione del cotone vanno in un conto «opaco» extra ministeriale delle Finanze che non è aperto al controllo pubblico ma gestito da funzionari governativi di alto livello.

Gruppi indipendenti, tra cui il Forum uzbeko-tedesco, hanno presentato le prove del lavoro forzato e minorile alla Banca mondiale durante e dopo il raccolto autunnale 2015, nonché prove sulle violenze, intimidazioni, detenzioni arbitrarie subite da attivisti indipendenti e giornalisti impegnati in attività di monitoraggio dei diritti umani e dei diritti del lavoro nel 2015 e nel 2016.

Invece di sospendere il prestito al governo uzbeco, in linea con gli accordi del 2014, la Banca mondiale ha aumentato i propri investimenti nell’industria agricola dell’Uzbekistan attraverso il suo settore di prestito privato, la IFC (International Finance Corporation).

Finora un totale di 274 aziende si sono impegnate a non acquistare cotone dall’Uzbekistan a causa dell’utilizzo del lavoro forzato e minorile nel settore, ma c’è ancora molta strada da fare.

Human Rights Watch e il Forum uzbeko-tedesco chiedono alla Banca Mondiale e all’IFC di sospendere il finanziamento nei settori dell’agricoltura e dell’irrigazione in Uzbekistan finché non sia provata l’assenza di utilizzo di lavoro forzato e minorile; di adottare tutte le misure necessarie per prevenire le repressioni contro i difensori dei diritti umani; infine, di rispondere rapidamente qualora si dovessero verificare degli abusi.

«La missione della Banca Mondiale è combattere la povertà, ma le persone che vivono in condizioni di povertà sono le più esposte al lavoro forzato e minorile in Uzbekistan», ha dichiarato Jessica Evans, ricercatrice senior dei diritti umani per Human Rights Watch e coautrice del rapporto. «La Banca Mondiale dovrebbe smettere di finanziare progetti che rafforzano il sistema di lavoro forzato del Paese, favorendo invece le iniziative che rispondono alle esigenze sociali ed economiche delle persone che vivono in povertà».

martedì 10 maggio 2016

Human Rights Watch: Turchia spara a migranti Siria a confine, in 2 mesi 5 morti e 14 feriti

ANSAmed
Istanbul - "Le guardie di frontiera turche sparano ai richiedenti asilo siriani che cercano di raggiungere la Turchia". A rilanciare la denuncia, già fatta il mese scorso, è ancora una volta Human Rights Watch (Hrw).
    

Secondo l'ong Usa, "l'uso eccessivo della forza" da parte dell'esercito di Ankara contro rifugiati e trafficanti di esseri umani ha causato la morte di 5 persone, tra cui un bambino, e il ferimento grave di altre 14.

venerdì 15 aprile 2016

Accusa HRW: Turchia spara contro profughi Siriani al confine in fuga da Daesh

ANSAmed
Istanbul - Nuove pesanti accuse alla Turchia sul trattamento dei rifugiati siriani. Dopo la denuncia di Amnesty International - seccamente respinta da Ankara - di aver rimpatriato con la forza migliaia di siriani in zone di conflitto, adesso Human Rights Watch accusa l'esercito turco al confine di aver impedito l'ingresso a centinaia di persone in fuga dal Daesh, sparandogli contro per farli allontanare.

Profughi siriani che sfondano il confine Turco
Nelle ultime 48 ore, calcola Hrw, sono almeno 30 mila i nuovi sfollati a causa dei combattimenti tra Isis e gruppi dell'opposizione siriana a nord di Aleppo

"Il confine turco resta fermamente chiuso, ad un anno da quando le autorità hanno iniziato a respingere tutti tranne i feriti siriani più gravi", sostiene l'ong. "Il mondo intero parla di combattere Daesh, ma ancora quelli più a rischio di diventare vittime di terribili abusi sono intrappolati dal lato sbagliato di un muro di cemento - accusa Gerry Simpson, ricercatore sui rifugiati per Hrw -. 

Il confine chiuso della Turchia sta costringendo uomini, donne e bambini siriani a scavare trincee e nascondersi per sfuggire agli orrori della guerra. Il tentativo della Turchia di creare una cosiddetta safe zone è una terribile beffa per i civili che si nascondono sottoterra disperati per scappare dalla Siria".

domenica 13 dicembre 2015

Dramma spose-bambine: in Africa sono il 40%. HRW occorre contrastare questa pratica

Avvenire
Troppe bambine, ancora oggi, vengono costrette al matrimonio. Un fenomeno che riguarda molte regioni, ma che in Africa sub-sahariana continua ad avere il suo apice. Nella giornata mondiale dei diritti umani, Human Rights Watch ha diffuso il dato secondo cui ben 40 bambine su 100 nel continente vengono date in sposa: i governi, ha sottolineato l’Ong, devono agire per contrastare questa pratica.
Il pianto disperato di una sposa bambina in Kenya
Nel suo rapporto “Mettere fine al matrimonio infantile in Africa: aprire le porte alle bambine in educazione, sanità e protezione dalla violenza”, l’organizzazione ha evidenziato che nonostante i trattati sui diritti umani di donne e bambini sottoscritti dagli Stati africani fissino a 18 anni l’età minima per i matrimoni, nel continente persiste il tasso più alto al mondo di nozze forzate di questo tipo.

Molti fattori contribuiscono alla diffusione dei matrimoni precoci, secondo Hrw, ma la povertà è uno dei principali motivi per cui le famiglie scelgono di concedere in sposa le bambine. Almeno 20 Paesi africani permettono che le bambine possano sposarsi prima dei 18 anni, con leggi che prevedono eccezioni in caso di consenso dei genitori. Anche il mancato accesso all’educazione contribuisce al problema, così come le tradizioni sui ruoli di genere. «I funzionari del governo non possono assicurare un cambiamento da soli, devono lavorare con i leader religiosi e la comunità, che hanno un ruolo influente nella creazione delle norme sociali e culturali», ha dichiarato la ricercatrice dell’organizzazione in Africa, Agnes Odhiambo. Se non saranno fatti passi avanti, secondo l’Onu nel 2050 il numero delle bambine costrette a sposarsi salirà dalle attuali 125 milioni a 310 milioni.

«Non c’è un’unica soluzione per mettere fine al matrimonio infantile. I governi africani devono impegnarsi a realizzare un cambiamento globale che includa una riforma legale, l’accesso all’educazione di qualità, l’informazione e i servizi di salute sessuale e riproduttiva», ha aggiunto Odhiambo. Secondo il rapporto, una volta sposate le bambine devono abbandonare la scuola, sono esposte a violenze domestiche e sessuali, rischiano la morte per maternità precoce e per Aids. Il matrimonio precoce, insomma, è spesso solo la prima tappa verso un futuro incerto e pieno di rischi per la salute e la salvaguardia dei diritti della sposabambina.

Stando all’Onu, sono 13,5 milioni le bambine e le ragazze che ogni anno nel mondo sono costrette a sposarsi prima della maggiore età: 37mila bambine ogni giorno alle quali, di fatto, viene negata l’infanzia. Come ha recentemente ricordato anche Amnesty International, il fenomeno è molto diffuso pure in Asia meridionale. Il Bangladesh, in particolare, è il Paese al mondo con il più alto tasso di matrimoni di bambine al di sotto dei 15 anni. In Afghanistan, uno studio condotto dal ministero degli Affari femminili nel 2004 ha rilevato che il 57 per cento delle donne intervistate era stato dato in sposa prima dei 16 anni, alcune anche a soli 9 anni. In Iran le donne sono soggette a diffuse e sistematiche discriminazioni nella legge e nella prassi. Sono in vigore disposizioni di legge in materia di status personale che pongono le donne in una posizione subalterna rispetto agli uomini in materia di matrimonio, divorzio, custodia dei figli ed eredità. In base al codice civile iraniano, l’età legale per il matrimonio per le ragazze è di 13 anni, ma possono essere date in sposa anche a un’età inferiore a una persona scelta dal padre o dal nonno paterno, se esiste il permesso di un tribunale.

domenica 20 settembre 2015

Pakistan: appello Human Rights Watch "stop a impiccagione di condannato paralizzato"

Ansa
La Ong Human Rights Watch (Hrw) ha rivolto un pressante appello alle autorità del Pakistan affinchè sia sospesa l'esecuzione della condanna a morte per impiccagione fissata per martedì di Abdul Basit, che è dal 2010 su una sedia a rotelle, paralizzato dalla vita in giù. In un comunicato diffuso a New York Hrw sottolinea come "questo caso sottolinea la crudeltà che è connaturata con la pena capitale permettendo l'esecuzione di essa nel caso di una persona severamente disabile".

Abdul Basit
Basit, ex amministratore di una università medica, è stato condannato a morte nel 2009 per omicidio. L'anno successivo, mentre era nel 'braccio della mortè del carcere di Faisalabad, ha contratto una meningite tubercolare che ne ha provocato la paralisi della parte inferiore del suo corpo. Al riguardo il direttore per l'Asia di Hrw, Brad Adams, ha osservato che "piuttosto che interrogarsi sulla crudeltà connaturata con la pena capitale, i funzionari pachistani stanno scervellandosi su come impiccare un uomo su una sedia a rotelle.

Ritengo che il Pakistan dovrebbe urgentemente commutare la sentenza di Basit". Dopo il cruento attacco dei talebani ad una scuola pubblica dell'esercito pachistano a Peshawar il 16 dicembre 2014 in cui morirono quasi 150 persone quasi tutti studenti, il premier Nawaz Sharif ha revocato la moratoria sulla esecuzione della pena di morte che era in vigore dal 2008. E ciò ha fatto sì che il Pakistan sia il Paese al mondo che ha eseguito più condanne a morte.

venerdì 4 settembre 2015

Yemen: Human Rights Watch denuncia gravi abusi contro detenuti nella regione di Aden

Aki
I combattenti filogovernativi del sud tengono prigionieri nella regione di Aden almeno 255 prigionieri Houthi, tra i quali alcuni minori. "Le forze del Sud che hanno ripreso il controllo di Aden devono porre fine agli abusi contro i prigionieri e fare tutto il possibile per ristabilire l'ordine e il rispetto della legge in città - ha affermato Sarah Leah Whitson, direttore di Hrw per il Medio Oriente - Gli Houthi devono liberare chiunque sia stato ingiustamente detenuto". 


L'organizzazione chiede al governo in esilio, agli Emirati e agli altri membri della coalizione a guida saudita - intervenuta a fine marzo per contrastare l'avanzata degli Houthi - di fare pressioni sulle autorità ad Aden per la fine degli abusi e affinché vengano individuati e puniti i responsabili. Secondo Hrw, "i responsabili di maltrattamenti inflitti ai detenuti" potrebbero essere giudicati per "crimini di guerra". Stando a dati Onu, il conflitto in Yemen ha fatto oltre 4.400 morti dallo scorso marzo.

mercoledì 12 agosto 2015

Burundi: Hrw denuncia arresti arbitrari e torture

Agenzia Nova
Bujumbura - Membri dei servizi segreti del Burundi, polizia e giovani vicini al partito di governo hanno eseguito arresti arbitrari nei confronti di sospetti oppositori. E’ quanto denuncia Human rights watch (Hrw), organizzazione non governativa che si occupa della difesa dei diritti umani. 


L’ong ha registrato più di 148 arresti tra aprile e giugno 2015 in quattro province del paese e nella capitale, Bujumbura. La maggior parte delle persone arrestate, denuncia Hrw, è stata sottoposta a torture, come testimoniano alcune delle vittime sentite dall’organizzazione non governativa. “Il governo del Burundi deve fermare gli arresti e assicurare i responsabili delle torture alla giustizia” ha detto Daniel Bekele, direttore Africa di Human rights watch. Dal mese di marzo più di 140 mila persone hanno lasciato il Burundi per trovare rifugio nei paesi confinanti.

giovedì 9 aprile 2015

Appello di 28 ONG al Vertice delle Americhe chieda a Maduro il rispetto dei diritti umani in Venezuela

Corriere della Sera
Un gruppo di 28 organizzazioni che si occupano di diritti umani, capitanato da Amnesty International e Human Rights Watch (Hrw) hanno pubblicato un documento comune nel quale denunciano il governo del Venezuela che “attacca e minaccia i difensori dei diritti umani, accusandoli senza alcun fondamento di cercare di destabilizzare la democrazia nel paese”.

Oltre a Hrw e Amnesty la dichiarazione – pubblicata alla vigilia del Vertice delle Americhe che si aprirà a Panama il 10 aprile – è stata sottoscritta da Transparency International, l’Organizzazione mondiale contro la tortura, la Commissione internazionale di giuristi, il Servizio internazionale per i diritti umani e molte altre Ong venezuelane e internazionali.

“I governi che parteciperanno nel Vertice delle Americhe dovrebbero esigere al governo di Nicolas Maduro che garantisca che i difensori dei diritti umani possano fare il loro lavoro senza temere possibili rappresaglie, giacché la politica di Caracas punta chiaramente a screditare e intimidire le organizzazioni che documentano violazioni dei diritti umani”, si legge nel testo.

Al Summit ci saranno anche Lilian Tintori e Mitzy Capriles, le mogli dei dissidenti venezuelani in carcere Leopoldo Lopez e Antonio Ledezma, per partecipare al forum della società civile che si terrà il 9 aprile,alla vigilia del vertice.

Le due donne parleranno della situazione in cui versano i loro uomini “accusati ingiustamente” di complottare contro il governo del presidente Maduro. Lopez, fondatore del partito Volontà Popolare, è in carcere dal febbraio del 2014 mentre Ledezma, il sindaco oppositore di Caracas, è stato arrestato il 19 febbraio scorso. Secondo la procura l’u0mo era in contatto con due venezuelani espulsi dalla Colombia nel settembre scorso e attualmente accusati di «piani cospirativi» per «destabilizzare il paese» con atti violenti. Lilian e Mitzy chiedono la liberazione immediata dei mariti e quest’ultima ha ottenuto l’appoggio dell’ex premier socialista spagnolo Felipe Gonzalez e
dell’ex presidente brasiliano Fernando Henrique Cardoso, che hanno offerto di collaborare come consulenti alla sua difesa.

Amnesty ha giudicato entrambe le detenzioni “arbitrarie”.

Ma non è tutto. L’8 aprile Pedro Sanchez, leader del Partito Socialista Operaio Spagnolo, ha espresso al segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, la sua preoccupazione per la “repressione politica” in Venezuela, in una riunione a New York presso la sede dell’Onu.

domenica 14 dicembre 2014

Turchia, Hrw e Ue preoccupati da progetto legge su poteri polizia

AskaNews
Ankara - Human Rights Watch e Unione europea hanno espresso la loro preoccupazione per il controverso progetto di legge del governo islamico-conservatore di Ankara che intende rafforzare i poteri della polizia in Turchia dopo le ultime proteste filocurde.
"Il progetto di legge che propone l'estensione dei poteri della polizia minaccia la protezione dei diritti umani", ha stimato Human Rights Watch. "Il governo ha già fatto passare nuove misure problematiche per il Parlamento e ora vuole dotarsi di maggiori poteri in materia di sicurezza", ha dichiarato Emma Sinclair-Webb, esponente dell'ong in Turchia.

Le misure in questione sono attualmente dibattute in commissione parlamentare e dovranno essere votate a gennaio dal Parlamento. "La violenza della polizia non può essere utilizzata se non come ultima risorsa. Teniamo a precisare che questo dovrebbe almeno essere sottolineato in una legge su questo argomento", ha commentato Kati Perri, inviata del Parlamento europeo in Turchia.

lunedì 1 dicembre 2014

Human Rights Watch denuncia un clima di intimidazione e di violenze ai danni dei Tartari di Crimea

Italia Notizie
Almeno sette persone politicamente impegnate sono scomparse in Crimea dal maggio 2014. Altri due tartari sono scomparsi in ottobre e il corpo di uno di essi è stato trovato impiccato senza che siano state condotte indagini su questi fatti.
Negli ultimi mesi le autorità hanno esercitato forti pressioni per sciogliere il Mejlis (in arabo = consiglio) che rappresenta i Tartari di fronte alle altre comunità e allo stato con perquisizioni, chiusura di uffici ed è stato vietato ai leader andati all’estero di tornare in patria per 5 anni. 

Le autorità hanno condotto decine di perquisizioni in moschee, scuole e abitazioni private di Tartari di Crimea, sostenendo di essere alla ricerca di armi, droga, e “libri proibiti”.
Human Rights Watch segnala anche violenze da parte di gruppi di “auto-difesa”russi della Crimea.
Human Rights Watch chiede alla Russia e alle autorità della Crimea di permettere l’accesso nella penisola a osservatori internazionali affinché sia fatta piena luce su ciò che sta accadendo nella regione.
Questa fatti creare un’atmosfera di paura e ostilità. Alcuni Tartari sono si sono rifugiati in Ucraina, altri in Turchia che ha offerto a tutti, senza limiti di numero, asilo e accoglienza piena in virtù dei legami culturali e linguistici.
I Russi dal loro canto negano ogni attività persecutoria e dicono che si tratta di fatti non verificati, di campagne denigratorie orchestrate dagli Ucraini o dagli Occidentali. Affermano di voler solo prevenire e combattere derive estremiste. 

In particolare fra i Tartari di Crimea è diffusa la adesione al Hizb- ut-Tahrir (in arabo: partito della liberazione). Si tratta di una organizzazione di origine egiziana ma diffusa in moltissimi paesi, anche occidentali, che predica il ritorno al califfato di tutti i mussulmani. Nulla a che vedere però con il califfato proclamato dall’ISIS, in quanto essa richiama solo mezzi pacifici e garantirebbe una libertà religiosa a tutti i culti, islamici e non. Come avveniva nell’impero turco Tuttavia si ritiene che nel califfato dell ISIS militino molti tartari di Crimea.
I tartari di Crimea sono i discendenti di gruppi di lingua turcomanna e religione mussulmana che erano frammisti alle orde mongole di Gengis kan che invasero l’Europa orientale nel 1200. In seguito si formarono i kanhati della Orda d’oro che però dal ‘500 entrarono in crisi. Contro di essi mossero, oltre ai cattolici polacchi, i russi ortodossi e lentamente i loro territori furono assorbiti nell’impero russo. La Crimea fu acqusita dai russi solo nel 700; vi immigrarono Russi e Ucraini che divennero la maggioranza della popolazione, attualmente circa l’80- 85% . All’invasione dei Tedeschi della Seconda Guerra Mondiale i Tartari simpatizzarono, almeno in parte, con essi nella speranza di ottenere la liberta, cosi come fecero altri Tartari in tutta la Russia. Per questo Stalin ordinò la loro deportazione in Asia centrale: in parte perirono durante l’esilio dal quale ritornarono alla spicciolata dopo la morte di Stalin: solo con Gorbaciov ebbero il permesso formale di ritorno.
I Tartari quindi si sentivano molto più tutelati dall’appartenenza all’Ucraina che non dagli odiatissimi Russi e per questo furono decisamente contrari all’annessione della Crimea alla Russia.

domenica 23 novembre 2014

RDCongo- Human Rights Watch denuncia esecuzioni sommarie ad opera della polizia

EuroNews
Esecuzioni sommarie e sparizioni forzate: è l’accusa di Human Rights Watch nei confronti della polizia della Repubblica Democratica del Congo. I fatti risalgono a un periodo compreso tra novembre del 2013 e febbraio di quest’anno a Kinshasa, quando agenti in uniforme, in gran parte a viso coperto, hanno arrestato presunti membri del gruppo criminale Kuluna. Cinquantuno i morti e 33 gli scomparsi.

Isa Sawyer, Hrw: “Sono andati di quartiere in quartiere, cercando presunti kuluna, spesso non effettuavano indagini per stabilire chi fosse davvero un kuluna. Persone che non avevano nulla a che vedere con questo fenomeno sono state colpite. In alcuni casi hanno trascinato via dalle loro case giovani uomini e ragazzi, spesso picchiandoli e umiliandoli di fronte ai loro familiari e ai loro vicini. Alcuni sono stati uccisi con colpi d’arma da fuoco”.

Human Rights Watch ha raccolto le testimonianze di circa 100 persone: agenti, funzionari del governo e familiari delle vittime. Questi ultimi hanno scritto al governo esigendo informazioni sui giovani scomparsi e sui luoghi di sepoltura di quelli uccisi. “Si sono portati via mio figlio. Da allora è passato più o meno un anno. E continuo a non avere informazioni sulla sua sorte”.

A ottobre anche le Nazioni Unite hanno denunciato esecuzioni e sparizioni, subito dopo il governo congolese ha espulso il responsabile Onu per i diritti umani. Mentre un giudice che aveva cercato di avviare un’inchiesta contro un capo della polizia è stato costretto ad abbandonare il caso.

mercoledì 17 settembre 2014

Pakistan restore death penalty moratorium - Planned Execution a Cruel Step Backward

Human Rights Watch
New York – The Pakistani government should immediately halt a planned execution and officially reinstate its moratorium on the death penalty, Human Rights Watch said today. The execution of Shoaib Sarwar, scheduled for September 18, 2014, will end Pakistan’s unofficial six-year death penalty moratorium by civilian courts and return Pakistan to the dwindling ranks of countries imposing capital punishment.
The Jail Department scheduled Sarwar’s execution following President Mamnoon Hussain’s rejection of Sarwar’s clemency plea. The execution would be the first of a civilian in Pakistan since 2008. Pakistan has more than 8,000 prisoners on death row, one of the world’s largest populations of prisoners facing execution.

“Pakistan is about to revert to the odious practice of sending people to the gallows after a six-year unofficial moratorium,” said Brad Adams, Asia director. “The government should declare an official moratorium, commute all existing death sentences, and then join the international trend by abolishing the death penalty once and for all.”

The Rawalpindi District and Sessions Court sentenced Sarwar to death on July 2, 1998 for murder. The Lahore High Court’s Rawalpindi bench rejected Sarwar’s appeal on July 2, 2003. On April 3, 2006, the Pakistani Supreme Court confirmed the sentence.

The Pakistani government’s move toward resuming the death penalty began on July 4, 2013, when the government of the newly elected prime minister, Nawaz Sharif, refused to renew a 2008 Presidential Order imposing a moratorium on executions. Pakistani law mandates capital punishment for 28 offenses, including murder, rape, treason, and blasphemy.

In June 2008, Human Rights Watch had written to then-Prime Minister Yusuf Raza Gilani, and met with him the following month urging action to abolish the death penalty and impose a moratorium pending abolition. Soon after the military ruler, Gen. Pervez Musharraf, was ousted from the presidency in August 2008, the government imposed a de facto moratorium on judicial executions. The only exception was executions carried out by a military court.

During military rule, Pakistan each year executed among the highest number of people of any country. In 2005, for example, according to Amnesty International, Pakistan sentenced more than 241 people to death and executed at least 31, the fifth-highest total in the world.

Human Rights Watch opposes the death penalty in all circumstances as an inherently irreversible, inhumane punishment. A majority of countries have abolished the practice. On December 18, 2007, the United Nations General Assembly passed a resolution by a wide margin calling for a worldwide moratorium on executions.

The government’s decision to end its unofficial moratorium on the use of the death penalty occurs in the wake of the government’s approval on July 8, 2014, of an overly broad and draconian counterterrorism law, the Protection of Pakistan Bill.

“Shoaib Sarwar’s execution would undo one of the Pakistani government’s most tangible human rights successes,” Adams said. “With such vague and overly broad criminal laws on the books, it could open the door to irreversible miscarriages of justice.”

mercoledì 3 settembre 2014

Tailandia: "Due anni senza luna", bambini migranti detenuti in condizioni disumane

La Repubblica
Centinaia di minori sono arrestati ogni anno e costretti a vivere in celle sovraffollate con adulti sconosciuti. Spesso sono loro negati diritti fondamentai come istruzione e gioco, anche nei casi in cui la reclusione dura anni. L'allarme di Human Rights Watch.
Chi arriva in Tailandia in cerca di un futuro migliore o per fuggire da persecuzioni e guerre, spesso trova una cella dove i diritti umani vengono sistematicamente violati. Il trattamento non cambia in base al sesso e all'età, sono infatti centinaia i minorenni che vengono reclusi insieme ad adulti non appartenenti al nucleo familiare. Un report di Human Rights Watch - "Two Years with No Moon: Immigration Detention of Children in Thailand" - punta il dito contro il governo di Bangkok che usa la reclusione come deterrente per combattere l'immigrazione.
"Quando ce ne andremo?". La durata della detenzione dipende dallo stato di provenienza. Per coloro che arrivano da Paesi confinanti come Laos, Birmania e Cambogia, la permanenza dura solo pochi giorni al termine dei quali vengono rimpatriati forzatamente, anche se in patria rischiano la vita. L'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni riferisce che sono circa 375.000 i bambini immigrati in Tailandia, compresi figli di lavoratori provenienti da Paesi limitrofi, minori rifugiati e richiedenti asilo.

La maggior parte dei richiedenti asilo arriva dalla Birmania e fugge dagli attacchi dell'esercito birmano nelle zone abitate da minoranze e dalla violenza settaria contro i Rohingya, un'etnia di religione islamica dell'Arakan. Altri rifugiati arrivano principalmente da Pakistan, Sri Lanka, Somalia e Siria. Per questi la durata della detenzione è nella maggior parte dei casi indefinita. Yanaal, un migrante recluso con la sua famiglia da sei mesi nel carcere per immigrati di Bangkok ha raccontato a Hrw: "Mia nipote di cinque anni mi ha chiesto: per quanto tempo dovrò restare? Passerò qui il resto della mia vita? Io non sapevo cosa risponderle". 

Mentre i vicini se ne vanno in fretta, coloro che arrivano da Paesi non contigui si trovano davanti a un bivio: o restare in prigione a tempo indeterminato con le loro famiglie sperando prima o poi di poter iniziare una nuova vita o pagare per tornare nel loro Paese dove temono di essere perseguitati. Inoltre raramente i migranti riescono a godere di un supporto legale per far valere il proprio diritto alla libertà.

Condizioni disumane. "I bambini migranti detenuti in Tailandia - afferma Alice Farmer, ricercatrice per i diritti dell'infanzia di Human Rights Watch e autrice del rapporto - stanno soffrendo inutilmente in celle sovraffollate, sporche, senza un'adeguata nutrizione, senza istruzione e senza lo spazio necessario per fare esercizio fisico. Queste prigioni non sono luoghi adatti per i figli degli immigrati". Le condizioni detentive minano non solo la salute psicologica, ma anche uno sviluppo fisico sano. L'alimentazione è insufficiente al fabbisogno energetico dei più piccoli, tanto che alcuni genitori ricorrono al mercato nero e si indebitano pur di assicurare ai propri figli abbastanza cibo.

Non ci sono spazi per giocare e muoversi e le celle sono così affollate che spesso i più piccoli non possono sdraiarsi neanche per dormire. Ignorando la Convenzione del fanciullo, nelle prigioni i bambini sono vittime di violenze da parte di guardie carcerarie e adulti con cui sono costretti a dividere le celle anche se non appartengono alla loro famiglia. "La cosa peggiore - racconta Cindy, una bambina detenuta dai 9 ai 12 anni - era che stavi intrappolato e bloccato. Ogni volta guardavo fuori, vedevo le persone che camminavano per le strade e speravo che un giorno sarei stata al loro posto".

Imprigionare per fermare il flusso migratorio. Per la sua posizione geografica e il boom economico degli ultimi anni, la Tailandia deve fare i conti con il forte aumento dei flussi migratori verso i suoi confini. "Bangkok deve affrontare numerose sfide poste dalla migrazione - sottolinea Hrw - e ha il diritto di controllare i propri confini. Ma deve farlo rispettando i diritti umani fondamentali, compreso il diritto alla libertà dalla prigionia arbitraria, il diritto all'unità familiare e gli standard minimi internazionali per le condizioni di detenzione".

Secondo la legge thailandese, tutti i migranti irregolari, anche se minorenni, possono essere arrestati e detenuti. Nel 2013, il Comitato delle Nazioni Unite per i diritti del fanciullo ha esortato i governi a "cessare rapidamente e completamente la detenzione dei bambini sulla base del loro status di migranti", affermando che tale detenzione non è mai nell'interesse del bambino. "Data l'attuale crisi dei diritti umani in Tailandia - conclude Farmer - è facile ignorare la condizione dei minori migranti. Ma le autorità thailandesi devono affrontare questo problema, perché non si risolverà da solo". Inoltre, secondo Hrw, la Thailandia dovrebbe adottare immediatamente misure alternative alla detenzione, come ad esempio centri di accoglienza aperti e libertà condizionale. Queste misure costano meno della detenzione, rispettano i diritti dei bambini e proteggono il loro futuro.

di Chiara Nardinocchi

martedì 19 agosto 2014

Iran: Human Rights Watch; decine persone in carcere solo per aver esercitato loro diritti

Adnkronos
Human Rights Watch ha invitato le autorità iraniane a rilasciare "immediatamente" e "senza condizione" decine di prigionieri rinchiusi nel carcere di Karaj, 50 km a ovest di Teheran, solo per "aver esercitato i loro diritti basilari". L'ong internazionale con sede a New York ha analizzato i casi di 189 detenuti della prigione della città dell'Iran settentrionale.


Dal rapporto emerge che in 63 casi i prigionieri sono stati arrestati, processati e condannati "solamente perché hanno esercitato loro diritti fondamentali come la libertà di parola e di manifestare in modo pacifico". 

In altri 35 casi nei quali i prigionieri sono stati condannati a morte per reati legati al terrorismo, Hrw sostiene che sono state commesse violazioni "vergognose" nel corso dei processi.

"L'elezione di un nuovo e apertamente moderato presidente un anno fa aveva aumentato le speranze che molti dei prigionieri politici in Iran sarebbero stati liberati, ma molti rimangono ancora dietro le sbarre", ha affermato Joe Stork, vice direttore di Hrw per il Medio Oriente e il Nord Africa. 

"La parte del leone per quanto concerne le responsabilità del rilascio di questi prigionieri spetta alla magistratura - ha sottolineato in una nota - ma il presidente Hassan Rohani e il suo governo dovrebbero fare di più e spingere per la loro scarcerazione".