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martedì 12 novembre 2019

Siria, sacerdote cattolico armeno Hovsep Petoyan, con suo padre uccisi dal Daesh

Avvenire
I due erano in auto, impegnati in una ricognizione sullo stato della chiesa armena di Deir ez-Zor, quando è scattato l'agguato, rivendicato dal Daesh.
Padre Hovsep Petoyan
Un prete cattolico armeno e suo padre sono stati uccisi oggi in un agguato rivendicato dal Daesh nel distretto siriano di Busayra, nella regione di Deir ez-Zor sotto controllo delle forze curdo-siriane. La zona si trova nel nord-est lungo il confine con la Turchia. Le prime informazioni parlavano di due preti, ma poi la radio pubblica dell'Armenia ha chiarito la dinamica.
Le vittime sono padre Hovsep Petoyan, della Comunità cattolica armena di Qamishli, e suo padre Abraham Petoyan. Quest'ultimo è rimasto ucciso sul colpo, mentre il sacerdote è deceduto poco dopo. Ferito il diacono Fati Sano, della chiesa di al-Hasakeh, che viaggiava con loro.
I tre erano in missione, a bordo di un Suv grigio, per ispezionare i lavori di restauro della chiesa cattolica armena di Deir ez-Zor. Lungo la strada che collega Hasakeh a Deir ez-Zor l'auto su cui viaggiavano è stata crivellata di colpi.

Nella rivendicazione, apparsa sui suoi canali Telegram, il Daesh afferma che «due sacerdoti cristiani sono stati uccisi oggi dal fuoco di combattenti dello Stato islamico» e pubblica la foto del documento di identità del sacerdote.

Nella stessa zona, sempre oggi, almeno sei civili sono stati uccisi dall'esplosione di tre bombe, scoppiate simultaneamente in un mercato. Si sarebbe trattato di una motocicletta imbottita di esplosivo e di due auto-bombe.

La Chiesa cattolica armena è una piccola ma antica comunità cristiana riconosciuta ufficialmente nel 1742. Oggi conta all’incirca seicentomila fedeli. Si tratta di una Chiesa patriarcale sui iuris cioè in piena comunione con Roma pur mantenendo una certa autonomia di riti. È presente prevalentemente in Libano, Iran, Iraq, Egitto, Siria, Turchia, Israele, Palestina. Ha sede centrale a a Bzoummar in Libano e il suo primate è il patriarca di Cilicia (Beirut). Attualmente Krikor Bedros XX Ghabroya, classe 1934, in carica dal 2015.

La comunità armena in Siria, i cui numeri attuali sono sconosciuti, è rappresentata dai sopravvissuti al genocidio ottomano degli armeni all'inizio del XX secolo. A Deir ez-Zor si trovano una chiesa e un memoriale dedicato ai martiri del genocidio armeno. La chiesa - scrive il portale curdo Rudaw - era stata fatta saltare in aria nel 2014. Sebbene i responsabili non siano mai stati identificati, alcuni hanno incolpato il Daesh, che all'epoca deteneva il controllo della maggior parte della provincia. Altri hanno puntato il dito contro Jabhat al-Nusra, ex affiliato di al-Qaeda in Siria.

lunedì 5 giugno 2017

Filippine. A Marawi i musulmani fanno da scudo ai cristiani contro il Daesh

Avvenire
Nella città, sotto attacco dei fondamentali, la popolazione in stragrande maggioranza islamica ha protetto i cristiani. E sta trattando la liberazione del vicario episcopale e di 14 cattolici
Sfollati dalla città di Marawi, nell'isola meridionale
di Mindanao: il centro cona 200mila abitanti (Epa)
A Marawi si combatte ancora. Insieme alle informazioni frammentarie, emergono i racconti dei testimoni che raccontano la solidarietà della popolazione locale verso i cristiani, l’un per cento degli abitanti in questa roccaforte dell'islam filippino. 

All’alba di ieri, oltre 160 persone hanno scortato e nascosto ai jihadisti decine e decine di cattolici, affinché potessero lasciare la città. Nei giorni precedenti, in tanti hanno ospitato i cristiani nelle loro case per proteggerli dalla minaccia del Daesh. Come il politico Norodin Alonto Lucman che ha dato ospitalità a 71 cattolici o Leny Paccon, che ne ha alloggiati 44. 

Lo stesso vescovo De la Peña aveva evidenziato nei giorni scorsi come quella battezzata sia abitualmente una comunità “tutelata” e non “perseguitata” dai concittadini musulmani. Alcuni notabili islamici sarebbero coinvolti anche nelle trattative per la liberazione del vicario episcopale e di 14 cattolici presi in ostaggio.
I militari, che avrebbero voluto chiudere venerdì la partita iniziata il 23 maggio con il gruppo Maute legato al Daesh, hanno ammesso ieri che la presenza dei guerriglieri in città resta “consistente”.

Un rischio per migliaia di individui in molti casi ridotti alla fame che non sono riusciti a fuggire. Sarebbero 3.000 i civili secondo l’amministrazione della Regione autonoma di Mindanao musulmana di cui Marawi fa parte. Da venerdì i soldati impegnati nella riconquista delle aree occupate ne hanno liberati almeno 200, ma vi sono state vittime in altri tentativi data la presenza di cecchini che colpiscono anche i civili. 

La situazione di Marawi avrebbe incentivato, come rivendicato dal Daesh, l’azione del “lupo solitario” che dopo la mezzanotte di giovedì ha attaccato a Manila il casinò del Resorts World provocando 38 morti. Ancora ieri il presidente Rodrigo Duterte ha ribadito la posizione ufficiale che si sia trattato di un tentativo di rapina, ma restano forti dubbi e anche il presidente della Camera, Pantaleon Alvarez, ha apertamente dichiarato di non credere all’azione isolata di un criminale ma invece a un atto terroristico.

lunedì 30 gennaio 2017

Mosul. Georgette, la cristiana nascosta al Daesh per due anni dagli amici musulmani

Avvenire
La donna, lievemente inferma, nel 2014 non riuscì a fuggire con i parenti da Telkeif, in mano al Califfato. Una famiglia islamica per due anni l'ha tenuta nascosta a rischio della vita
La cristiana Georgette Hanna ha 60 anni: per due anni è sopravvissuta in clandestinità a Mosul
Nascosta per due anni e mezzo a Telkeif, a 15 chilometri da Mosul caduta in mano agli uomini con le bandiere nere del Daesh. Georgette Hanna, 60 anni, è una sorta di Anna Frank cristiana, però sopravvissuta alla barbarie del Califfato islamico grazie a una famiglia di amici musulmani che l’ha ospitata in casa a rischio della vita. Georgette in buona salute, rivela il sito di «Mondo e missione», è stata ritrovata solo pochi giorni fa dalle forze di sicurezza irachene.
Nell’agosto del 2014 anche a Telkeif, come ben presto nel resto della Piana di Ninive, giunsero i guerriglieri di Abu Bakr al-Baghdadi che due mesi prima avevano preso il controllo di Mosul. Subito l’ordine gridato strada per strada o scritto su volantini a tutti i cristiani: andatevene subito se non volevano essere uccisi. Una fuga obbligata, una deportazione forzata anche di tutti i parenti di Georgette. Ma la donna, lievemente inferma, non era certo in grado di camminare per una trentina di chilometri nel deserto fino a Erbil. Così la famiglia di amici musulmani le ha aperto la porta di casa e le ha dato rifugio. Un gesto che altri musulmani, a Mosul e dintorni, hanno pagato con la vita ij questi ultimi due anni.

Il terrore era tale - si legge su “Al-Jaraby al-Jadeed” che per primo ha lanciato la notizia - che Hanna ha preferito tenere sempre il velo in testa anche quando sono arrivate le forze di Baghdad. Temeva che anche quelli, in realtà, fossero uomini del Califfato. Solo quando ha capito che l’incubo era finito ha rivelato la sua identità: cristiana vissuta come murata viva e salvata dai suoi amici. Ora Hanna, ritornata dai suoi parenti, può raccontare di aver conosciuto dei «giusti dell’islam».

Luca Geronimo

martedì 10 gennaio 2017

Iraq: liberato un quartiere cristiano di Mosul - Dove le case erano segnate con la lettera "Nun"

Zenit 
Distrutti o danneggiati ospedale pediatrico ed edifici dei cristiani. Il rientro dei profughi ancora prematuro Nella giornata di ieri l’esercito regolare iracheno ha ripreso il controllo di al Sukkar, quartiere orientale di Mosul un tempo abitato in maggioranza da famiglie cristiane. Lo riferiscono fonti locali alla testata online ankawa.com, spiegando che il quartiere comprende almeno 700 case appartenenti a proprietari cristiani, alcune delle quali erano state occupate da miliziani stranieri dello Stato Islamico (Daesh) confluiti a Mosul dopo che la città era divenuta la principale roccaforte in terra irachena dell’auto-proclamato Califfato. 

Una delle case di Mosul segnate dalla lettera "Nun" iniziale della parola Nasara: cristiano -
Che potevano essere espropriate dai miliziani del Daesh
Molte delle case del quartiere erano state segnate con la lettera araba “Nun”, iniziale della parola Nasara, che significa cristiano, per indicare che quelle case potevano essere espropriate ed erano a disposizione dei sostenitori del Daesh. Le abitazioni erano state abbandonate dai cristiani da quando, il 9 giugno 2014, Mosul era caduta nelle mani dei jihadisti del sedicente Stato Islamico. Secondo le notizie riportate dalle fonti locali, buona parte degli edifici e anche l’ospedale pediatrico situato nel quartiere risultano distrutti o danneggiati.

“Le notizie che giungono da Mosul richiamano certo la nostra attenzione” dichiara all’agenzia Fides padre Thabit Mekko, sacerdote caldeo della città nord-irachena, attualmente sfollato a Erbil insieme ai suoi fedeli “ma la situazione è ancora pericolosa, ci sono cecchini nelle strade ed è ancora prematuro pensare a un rientro dei cristiani fuggiti dalle loro case. Una tale ipotesi sarà presa in considerazione solo quando la sicurezza sarà assicurata. Tante famiglie non hanno ancora deciso cosa faranno. E comunque non tutti quelli che hanno lasciato Mosul davanti all’avanzata del Daesh vi faranno ritorno”.

mercoledì 19 ottobre 2016

Mosul, milizie paramilitari torturano chi fugge dal Daesh. La denuncia di Amnesty

Left
«Milizie paramilitari e forze governative irachene hanno commesso gravi violazioni dei diritti umani, tra cui crimini di guerra, nei confronti di migliaia di civili fuggiti dalle zone occupate dallo Stato Islamico»


Puniti per i crimini subiti. I civili sunniti in fuga dagli orrori dell’Is, hanno fatto male i loro conti: pensavano di essere in salvo, credevano che l’orrore attraversato lo avessero finalmente alle spalle, forse si erano addirittura azzardati a tirare un sospiro di sollievo, una volta viste le divise della guardia irachena. Invece no. Una volta consegnatisi nelle mani dei militari, molti di loro sono stati torturati, uccisi e fatti sparire; uomini, donne e bambini. Colpevoli, inappellabilmente – dato che il giudizio l’hanno emesso le milizie arbitrariamente – di provenire da zone di mondo conquistate e gestite dallo Stato islamico. 

Vendetta e rappresaglia sembrano spesso guidare in maniera distorta chi invece dovrebbe garantire il ripristino della sicurezza.

Dal 2016 queste milizie a maggioranza sciita, artefici delle violazioni dei diritti umani, fanno ufficialmente parte dell’esercito dell’Iraq. Conosciute come Unità di mobilitazione popolare, sono da tempo sostenute dal governo iracheno che fornisce loro armi e sostegno finanziario.

La denuncia è di Amnesty International, che nel suo rapporto Uccisi per i crimini di Daesh: violazioni dei diritti umani contro gli sfollati iracheni ad opera delle milizie e delle forze governative (qui il rapporto integrale, Punished for Daesh’s crimes), che diffonde l’allarme in concomitanza con l’avvio delle operazioni militari per la riconquista di Mosul. Proprio per mettere in guardia dal rischio di ulteriori violazioni.

Sono oltre 470 le interviste a ex detenuti, testimoni, familiari di persone uccise, scomparse o in prigionia, funzionari, attivisti, operatori umanitari che raccontano di rapimenti, torture, fucilazioni e altre esecuzioni extragiudiziali, uccisioni di massa, stupri.

«C’era sangue sulle pareti. Ci picchiavano con qualunque cosa avessero a portata di mano: pale, tubi di gomma, cavi elettrici, sbarre di metallo. Salivano sopra di noi con gli stivali, ci insultavano, ci dicevano che questa era la vendetta per il massacro di Speicher [la base militare dove l’Is catturò e uccise sommariamente circa 1700 reclute sciite]. Due persone sono morte davanti ai miei occhi»

Questo è solo uno dei racconti fatti dai sopravvissuti e raccolti nel rapporto. C’è chi ha perso figli, un compagno, una sorella, la vita.

Amnesty ha denunciato la situazione alle autorità irachene e curde il 21 settembre. Nel rapporto, sono incluse una serie di raccomandazioni rivolte al governo centrale atte a interrompere il prima possibile le condizioni che generano questo vuoto di diritti e di umanità, e rivolte a ripristinare lo stato di diritto. Ma i primi non hanno risposto, i secondi smentito.
Cosa c’è dietro?
Ormai, in quelle zone, guerra, fede, appartenenza e morte si confondono e nutrono una dell’altra. Le autorità irachene così come quelle del governo regionale curdo, per verificare chi ha legami con l’Is, sottopongono a controlli di sicurezza tutti i maschi considerati in età da combattimento (tra 15 e 65 anni) in fuga dalle zone controllate. 

È in queste procedure che il margine per l’arbitrarietà è ampio e senza controllo. Né durante (non si può contattare nessuno, né essere portati di fronte a un giudice), né dopo: non c’è alcun modo per avere prova di ciò che avviene, o delle persone passate al vaglio dei paramilitari. Non solo: la tortura viene spesso usata per estorcere confessioni. Ma le irregolarità raggiungono anche il processo ordinario: stando ai dati dell’Organizzazione, finora nel 2016 sono state eseguite da tribunali iracheni almeno 88 condanne a morte, per lo più per reati di terrorismo, molte delle quali basate su confessioni e raccolta di prove che violano tutti i diritti. Sono state emesse altre decine di condanne a morte e almeno 3000 prigionieri si trovano nei bracci della morte in attesa dell’esecuzione.

sabato 13 agosto 2016

Photo of the day - Donne che liberano altre donne da Daesh oggi a Manbij

Blog Diritti Umani - Human Rights

Photo of the day
La Siria non è solo gli orrori della guerra. 
Sono anche donne che liberano altre donne da Daesh. Oggi, a Manbij.


Siria, Daesh in ritirata da Manbij verso Aleppo con 2.000 ostaggi che sono stati rilasciati questa mattina

Avvenire
Altim'ora

I jihadisti del Daesh in ritirata dalla città siriana di Manbij hanno rilasciato i circa 2.000 civili che usavano come scudi umani, secondo quanto dichiarato dai ribelli delle Forze democratiche siriane (Sdf) appoggiati dagli Usa, che hanno riconquistato la città. Lo scrivono vari media internazionali questa mattina. I miliziani dello Stato islamico avevano iniziato a lasciare Manbij diverse ore, dopo essere rimasti asserragliati nella parte nord, usando gli «scudi umani» per coprirsi la ritirata. 

La città di Manbij liberata dall'Isis, le donne bruciano il burqa
Aleppo allo stremo sotto le bombe
I primi 40 camion che trasportavano cibo e rifornimenti sono potuti entrare nella parte occidentale della città di Aleppo, sotto il controllo delle forze governative. I combattimenti però non sono cessati, nonostante la tregua quotidiana di tre ore annunciata due giorni fa dalla Russia. 



Gli scontri e i bombardamenti sono solo diminuiti di intensità durante la mattinata, mentre l'Onu ha ribadito che l'iniziativa russa della tregua che dovrebbe permettere di far arrivare gli aiuti umanitari nella città siriana non è sufficiente. E almeno 18 persone, tra le quali alcuni bambini, sono morti a seguito di un bombardamento contro postazioni dell'opposizione che ha colpito un mercato e un ospedale nella zona di Aleppo. Lo rendono noto fonti dei soccorritori e degli attivisti anti-Assad.
Torna anche ad aleggiare lo spettro delle armi chimiche, con le Nazioni Unite - come scrive Asianews - hanno aperto un’inchiesta in merito ad un attacco con gas tossico contro un quartiere controllato dal fronte anti-Assad, nella zona orientale di Aleppo. I ribelli puntano il dito contro l’esercito governativo, ritenendolo responsabile dell’attacco al gas cloro nel quale sono morte quattro persone e decine sono rimase ferite. L’inviato speciale Onu per la Siria Staffan del Mistura sottolinea che, se confermato, l’uso del cloro come arma costituisce un “crimine di guerra”. Tuttavia, al momento restano forti dubbi su chi siano i reali autori dell’attacco.

I militanti del Daesh in fuga da Manbij
Le Forze democratiche della Siria (Fsd), alleanza curdo-araba appoggiata dagli Stati uniti, hanno preso il controllo dell'ultimo bastione dello Stato islamico a Manbij, una delle città roccaforti dei jihadisti nella provincia di Aleppo.
Fonti curde hanno accusato i miliziani del Daesh di aver portato con loro fino a 2.000 civili da usare come scudi umani contro i bombardamenti dopo essere stati costretti ad abbandonare Manbij, nel nord della Siria Il Consiglio militare di Manbij afferma che altri 600 civili sono stati "salvati" dalle forze filo-Usa che hanno preso il controllo della città. Secondo le stesse fonti, i militanti del Daesh sono in fuga con un convoglio di centinaia di mezzi verso Aleppo.

venerdì 15 aprile 2016

Accusa HRW: Turchia spara contro profughi Siriani al confine in fuga da Daesh

ANSAmed
Istanbul - Nuove pesanti accuse alla Turchia sul trattamento dei rifugiati siriani. Dopo la denuncia di Amnesty International - seccamente respinta da Ankara - di aver rimpatriato con la forza migliaia di siriani in zone di conflitto, adesso Human Rights Watch accusa l'esercito turco al confine di aver impedito l'ingresso a centinaia di persone in fuga dal Daesh, sparandogli contro per farli allontanare.

Profughi siriani che sfondano il confine Turco
Nelle ultime 48 ore, calcola Hrw, sono almeno 30 mila i nuovi sfollati a causa dei combattimenti tra Isis e gruppi dell'opposizione siriana a nord di Aleppo. 

"Il confine turco resta fermamente chiuso, ad un anno da quando le autorità hanno iniziato a respingere tutti tranne i feriti siriani più gravi", sostiene l'ong. "Il mondo intero parla di combattere Daesh, ma ancora quelli più a rischio di diventare vittime di terribili abusi sono intrappolati dal lato sbagliato di un muro di cemento - accusa Gerry Simpson, ricercatore sui rifugiati per Hrw -. 

Il confine chiuso della Turchia sta costringendo uomini, donne e bambini siriani a scavare trincee e nascondersi per sfuggire agli orrori della guerra. Il tentativo della Turchia di creare una cosiddetta safe zone è una terribile beffa per i civili che si nascondono sottoterra disperati per scappare dalla Siria".

mercoledì 13 aprile 2016

Daesh: vescovo svela a Bbc strage di cristiani in Siria

Ansa
Londra - Almeno 21 cristiani sono stati trucidati dai jihadisti del Daesh ad al-Qaryatayn, in Siria, prima che la cittadina fosse liberata e ripresa in questi giorni dalle forze di Damasco col sostegno dell'aviazione russa. Lo ha svelato alla Bbc il patriarca della Chiesa ortodossa siriaca, Ignazio Aphrem II: alcuni risultano essere stati uccisi mentre tentavano la fuga, altri martirizzati per essersi rifiutati di assoggettarsi e convertirsi all'Islam.

I resti del vecchio monastero di Mar Elian distrutto dall'Isis a Qaryatain
La localita e' tornata nelle mani dell'esercito all'inizio della settimana appena trascorsa. E dopo la liberazione e' venuto alla luce questo nuovo orrore.

Secondo il patriarca, ad al-Qaryatayn - occupata da Daesh
 fin dall'agosto 2015 - erano rimasti circa 300 cristiani, subito presi di mira dai jihadisti. Una parte e' riuscita a scappare, altri sono morti nel tentativo e altri ancora - ha aggiunto l'ecclesiastico sulla base di testimonianze dirette raccolte sul posto - sono stati assassinati per aver rifiutato di accettare la conversione forzata o di sottostare alle regole imposte dai seguaci dal Daesh per i cosiddetti "contratti dei dhimmi", che impongono restrizioni e richiedono loro di pagare una tassa in cambio di 'protezione'. 

Fra le vittime si contano almeno tre donne, ha riferito ancora il patriarca, denunciando come i jihadisti avessero pianificato di vendere le ragazze cristiane superstiti quali "schiave". Altri correligionari sono per ora considerati dispersi, ma si teme siano a loro volta morti. Al-Qaryatayn ha subito in questi mesi pesanti devastazioni. La fonte citata dalla Bbc ha confermato fra l'altro che un monastero cristiano antico di 1.500 anni e' stato ridotto in macerie.

mercoledì 24 febbraio 2016

Siria, liberati dal Daesh 43 cristiani assiri

Avvenire
Il Daesh ha liberato 43 cristiani assiri che erano stati sequestrati un anno fa nella provincia siriana settentrionale di Al-Hasaka.


Più di 200 assiri furono sequestrati nel febbraio 2015, durante un attacco condotto dai jihadisti. Negli ultimi mesi, molti loro sono stati liberati. Prima dell'inizio del conflitto in Siria, nel Paese vivevano 200mila assiri, mentre ora ne restano tra 15mila e 20mila.

All'inizio dello scorso ottobre - riferisce l'agenzia Fides - sui siti jihadisti era stato diffuso il video dell'esecuzione di tre cristiani assiri della valle del Khabur. Il filmato, girato secondo i macabri rituali scenici seguiti anche in altri casi analoghi dalla propaganda jihadista, avvertiva che le esecuzioni degli altri ostaggi sarebbero continuate fino a quando non fosse stata versata la somma richiesta come riscatto per la loro liberazione. 

Al ritorno, la gioia delle persone liberate che cantano l'inno di lode per ringraziare il Signore. Guarda il video sulla pagina di Assyrian Church of the East Relief Organization.

giovedì 19 febbraio 2015

Intervento alla Camera di Mario Marazziti: importante lettura della crisi in Libia e della minaccia dell'Isis

www.mariomarazziti.it





La Libia è vicina. Daesh, il cosiddetto Stato Islamico del Levante, entra nelle nostre case, sui nostri computer con l'orrore. Spaventa i nemici, attrae altri. Crea reazioni automatiche. E fa diventare tanti esperti dell'ultima ora e apprendisti stregoni. "Alle bombe si risponde con le bombe", "Al sangue con il sangue". riguarda anche le forze politiche. E' quello che vuole Daesh: " Bombardateci e tanti si uniranno a noi contro i crociati e i colonialisti ricchi che ci umiliano da secoli". Chi dice che l'ISIS e' l'Islam e che tutto l'Islam e' terrorismo regala un miliardo di persone a Daesh e dichiara una vittoria che non ha. 

Attrae in azioni di vendetta europei marginali, come a Parigi, europei arrabbiati, europei che scelgono una rivoluzione cupa e sanguinosa e diventano foreign fighters, mostrando anche una crisi delle nostre società. Ma l’orrore cresce, come il nostro dolore. Per i 21 cristiani copti, sgozzati in maniera rituale e ancestrale, per fare arrivare a tutto il mondo islamico questa dimostrazione di forza, capace di umiliare i signori occidentali, come i giornalisti, americani, francesi, giapponesi, i nemici traditori, nelle loro categorie, come i copti egiziani. E per fare arrivare a noi il messaggio del Mediterraneo che diventa rosso di sangue, quello dei crociati.
Preghiamo per i testimoni disarmati come mons. Martinelli, che rimane a Tripoli. Pane e Vangelo. Guarisce le ferite. Indica il futuro. 
Quei morti ci riguardano. Ma senza isteria. Quel dolore non può diventare paura. Grazie Ministro per quello che ha detto. La soluzione può essere solo politica. Anche se c'è' fretta, poco tempo.  E’ il tempo di una assunzione, forte, di responsabilità. Ha ben fatto il presidente Renzi a ricordare che in Libia “non c’è una invasione islamica”. E che ha frenato i profeti della guerra. 
Tanti commentatori parlano di guerra, di atti di forza. Gli stessi che l’hanno invocata contro Saddam, contro Assad, contro Gheddafi, tre regimi autoritari. E non hanno mai fatto autocritica. Ma ladistruzione e la frammentazione di quei tre stati ha liberato il mostro Daesh e il totalitarismo sanguinario che vuole oggi prendere l’egemonia nel mondo islamico.
La guerra è stata la debolezza degli ultimi venti anni. La prova muscolare invece di quella politica.
La rinuncia alla diplomazia hanno grandi responsabilità negative per come è il mondo oggi. La guerra senza una idea del dopo crea disastri. Il caos libico è figlio della guerra insana di quattro anni fa, in un paese che mai ha avuto lo stato e che era un arsenale, fondato sull’equilibrio tra le tribù. Quel vuoto ha destabilizzato dal Mali al Ciad alla Mauritania, ha fornito le armi per i massacri africani, e non solo.
Chi parla viene da un mondo che ha fatto di tutto per trovare alternative a quella politica sbagliata. Da decenni, da anni. Quando il movimento 5 stelle non c'era. Non accetto le generalizzazioni di chi mi ha preceduto. 
Noi non siamo pacifisti. Siamo pacificatori. 
Oggi la paura può far fare errori ancora più gravi.
Respingere gli immigrati li può regalare a Daesh, all’ISIS. I bombardamenti egiziani rischiano di compattare verso le bandiere nere dell’ISIS i gruppi e le tribù libiche che si sentono comunque sotto attacco di un paese confinante.
L’avanzata dell’ISIS è fatta di successi militari, con pochi uomini, di adesione di gruppi armati e tagliagole che acquistano dignità internazionale e mezzi, di tanti musulmani che preferiscono all’eliminazione la sottomissione e i vantaggi di sicurezza che arrivano, in mondi spappolati. Ed è fatta di una idea semplice, quella del Califfato, esportata con tecniche di comunicazione post-moderne.      
Dobbiamo dare una risposta forte. Non quella della paura o dell’ignoranza. La Libia non è solo due governi, molte tribù, divisioni religiose, gruppi armati, almeno tre zone diverse. Non c’è solo il governo di Tobruk o le armate del generale Aftar, che il Cairo considera alleati mentre gli altri entrano nel mucchio dei “terroristi”. E la Libia non è solo i Fratelli Musulmani, o il governo di Tripoli.
L’Italia, Bernardino Leon, lavorano nella prospettiva giusta, quella di costruire un embrione di legalità e di ricucitura delle tribù e dei diversi governi e gruppi libici. Ma non basta ancora. Ci vuole una risposta forte dell’Europa e dell’ONU. Abbiamo bisogno di un ruolo attivo, sinergico, con noi, di paesi amici come la Turchia, il Qatar, gli Emirati Arabi, l’Algeria, l’Egitto, la Tunisia: che hanno visioni divergenti sulle diverse componenti della società libica e sui diversi territori in cui è cresciuto Daesh-ISIS. Ma senza questo ogni guerra diventa quello che è: un demone. La violenza follia. E cibo per il progetto di stato totalitario e sanguinario delle bandiere nere. Ci vuole una grande iniziativa diplomatica dell’Europa e degli USA, abbiamo bisogno come partner dei grandi soggetti mondiali, la Russia per prima, mentre dobbiamo evitare che il Libano e la Giordania implodano, sotto il peso di due milioni di profughi siriani, come se in Italia fossero 15 o 20 milioni arrivati in tre anni.
Una responsabilità dell’Italia in prima linea perché vi sia una forte risposta europea e della comunità internazionale. Forte non vuole dire muscoli o guerra. Forte è la proposta avanzata da Andrea Riccardi e che spero possa diventare realtà di Romano Prodi come inviato speciale della comunità internazionale, accanto al lavoro prezioso di Bernardino Leon, per questo gigantesco lavoro diplomatico, che può avvalersi anche di chi, in questi mesi e anni ha creato canali di comunicazione con quella complessità. 
Mario Marazziti