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sabato 18 dicembre 2021

Congo: quell’umanità miserabile nel fango, per la guerra del cobalto.

Corriere della Sera
Il Paese, vasto dieci volte l’Italia, possiede il prezioso minerale (batterie elettriche) ma è una delle nazioni più povere del mondo: dove finisce questa ricchezza? In Cina
Sfruttamento del lavoro minorile nelle miniere di Cobalto in Congo

Un’ordinata schiera di camion gialli affacciati sulla voragine di una miniera di cobalto: l’immagine sembra avere poco a che fare con il Congo brulicante e sgarrupato che ci rimane più impresso nella memoria, quello che colpisce i lettori e (non sempre) i photoeditor: facce e storie diragazzini che scavano cunicoli con le mani nella terra rossastra, umanità seminuda con gli occhi spalancati che si spacca la schiena dall’alba al tramonto per rubare al sottosuolo briciole di preziosi metalli africani e piazzarle nelle tasche di feroci caporali e intermediari sanguisughe. Certo, ci sono anche loro (anzi sono la maggioranza) nel ritratto collettivo dei minatori della Repubblica (sedicente) Democratica del Congo, nazione disastrata e ricchissima di materie prime (vasta quasi dieci volte l’Italia) da cui si estrae il 60-70% di un minerale oggi molto molto ricercato: il cobalto.
 

Il secondo Paese più povero del mondo
I minatori cosiddetti “artigianali”, che scavano ai margini (o di straforo all’interno dei recinti) delle grandi miniere, rappresentano numericamente il grosso della categoria. Eppure quei camion in bella fila sul ciglio dello scavo rappresentano la ricchezza vera e principale, quella che potrebbe contribuire al progresso dei 90 milioni di abitanti del secondo Paese più povero del mondo, e che invece continua a finire altrove. Sulle 100 mila tonnellate di cobalto estratte nell’ultimo anno dalle viscere del Congo, 93 mila (secondo i dati di Benchmark Mineral Intelligence ) provengono dalle miniere che operano su grande scala. Macchinari di precisione, camion per il trasporto, padroni in cravatta all’estero. Un mercato in espansione: la Banca Mondiale stima che la domanda di cobalto crescerà del 585%da qui al 2050. Il motivo principale di questa fame di “oro blu” (che già gli antichi egizi usavano per colorare manufatti) sta nel settore dell’automotive. Il resistentissimo cobalto è componente essenziale per i catodi delle batterie al litio che fanno muovere i veicoli elettrici (EV), la cui produzione (ibridi esclusi) dovrebbe balzare dai 3,3 milioni di unità vendute nel mondo nel 2021 ai 66 milioni del 2040.

Come il petrolio
Per il Congo il cobalto è sulla carta come il petrolio per l’Arabia Saudita. A estrarre la fetta maggiore del tesoro blu nazionale sono marchi esteri, dall’anglo-svizzera Glencore alle varie imprese che fanno capo a China Molybdenum (CMOC), gigante (naturalmente) statale con quartier generale a Pechino. Come lavorano queste aziende? Come trattano i lavoratori e le comunità locali? Un mese fa, mentre nell’affollatissima Glasgow il mondo cercava una via per disinnescare la mina del cambiamento climatico, alla chetichella è uscito un dettagliato rapporto di 87 pagine redatto dall’associazione britannica Raid (Rights and Accountability in Development), che in cinque miniere industriali del Congo ha condotto un’indagine durata 28 mesi con oltre 130 interviste sul campo. Il progetto è stato realizzato con la collaborazione del Centre d’Aide Juridico-Judiciaire , un centro congolese specializzato in diritti del lavoro. Il risultato dell’inchiesta è una fotografia da abbinare a quella dei camion gialli sul bordo della miniera: sfruttamento, maltrattamenti, paghe avare, razzismo.

I nuovi colonizzatori
«Da quando sono arrivati i cinesi» ha raccontato un lavoratore «stiamo peggio di prima». Calci, insulti, botte: «Sono i nuovi colonizzatori». Anneke Van Woudenberg, direttrice esecutiva di Raid , ha allargato il tiro: «L’industria mineraria sostiene di operare in maniera pulita e sostenibile senza abusi dei diritti umani. Ma questa lettura non corrisponde alla realtà. La transizione verde non deve avvenire grazie allo sfruttamento dei minatori congolesi». Pierre mostra al fotografo di Raid due piccoli paninetti: sono l’unica razione di cibo quotidiano fornita ai lavoratori alla Tenke Fungurume Mine , all’80% di proprietà della cinese CMOC. Lo stipendio base di Pierre è di 3,5 euro al giorno. Se si ammala per più di due giorni, niente paga. «E devi stare zitto altrimenti sei licenziato. Il rapporto di lavoro è quello tra schiavi e padroni», ha raccontato a Pete Pattisson del quotidiano The Guardian.

Telefonini insanguinati
Il coltan dei nostri telefonini viene (anche) dal Kivu insanguinato da mille conflitti. Il regno del cobalto è nel Sud del Congo, lontano dalla zona dell’eterna guerra nel Nord-Est del Paese con epicentro Goma (dove il 22 febbraio di quest’anno è stato assassinato il nostro ambasciatore Luca Attanasio). Kolwezi è la sua polverosa capitale. La grande città più vicina è Lumumbashi, che porta il nome del grande premier riformatore Patrice Lubumba (fatto fuori nel 1961 da mercenari belgi per conto dell’ex amico e futuro dittatore Mobutu con il beneplacito dell’Occidente). Cosa direbbe Lumumba visitando le miniere a cielo aperto di Kolvezi? Guarderebbe ai camion in bella fila o ascolterebbe le parole di Pierre accettando uno dei suoi due panini quotidiani? Cosa direbbe ai rappresentanti delle grandi case automobilistiche quando sostengono che la loro filiera del cobalto è sostanzialmente pulita? Il cobalto estratto nella miniera dove lavora Pierre secondo il Guardian termina alla fin della filiera nelle batterie al litio che vanno a caricare i mezzi dei principali produttori di auto elettriche (comprese Tesla, VW, Volvo, Renault e Mercedes-Benz).

Le ditte intermediarie
Vero che negli ultimi tempi da parte di queste aziende si è registrato uno sforzo per migliorare la situazione (e togliere le mani dei bambini dall’attività estrattiva). Ma il nodo più problematico (o se volete la foglia di fico) sta nel fatto che almeno il 57% dei lavoratori in questione (secondo il rapporto di Raid) viene assunto da ditte intermediarie, subcontractor. Da qui la linea di difesa dei Big: sono loro i responsabili, cosa c’entriamo noi se le condizioni di lavoro per estrarre il nostro “cobalto certificato” sono inaccettabili? E pensare che Pierre e i suoi colleghi di lavoro la certezza di un reddito ce l’hanno comunque assicurata. I minatori artigianali lavorano in un Far West dove possono guadagnare anche di più oppure morire nel crollo di una galleria. E sono ancora la grande maggioranza. Nelle sue due miniere, il gigante Glencore ha in tutto 15 mila dipendenti. Gli artigianali, secondo una stima di un inviato dell’ Economist a Kolwezi, potrebbero essere 200 mila. Gente come Claude Mwansa, che al mese riesce a guadagnare l’equivalente di 50 dollari (in Congo il 70% degli abitanti vive con 2 dollari) scavando abusivamente nei siti delle grandi imprese. Al mattino quelli come lui controllano il prezzo del cobalto al telefonino sulla ruota del London Metal Exchange . Poi via sui motorini, con picconi e arnesi di fortuna. E alla sera il suo raccolto (come quello dei minatori bambini) finirà nei sacchi degli intermediari sulla via principale di Kolwezi. Mercanti cinesi, naturalmente.

di Michele Farina

martedì 2 marzo 2021

Lavoro minorile, nel mondo 152 milioni di bambini vittime dello sfruttamento. Peggiora la situazione con l'abbandono scolastico per il Covid

La Repubblica
In Italia pochi dati, e le denunce all'Ispettorato del Lavoro si fermano a 243, anche se il fenomeno dovrebbe coinvolgere centinaia di migliaia di persone, e con il Covid è peggiorato, anche per via della chiusura delle scuole.


Nel mondo ci sono ancora oggi 152 milioni i bambini vittime di lavoro minorile. Metà di essi, 73 milioni, sono costretti in attività di lavoro pericolose che mettono a rischio la salute, la sicurezza e il loro sviluppo morale. Sono vittime di sfruttamento sessuale, lavorativo o accattonaggio forzato. Un fenomeno che rimane largamente sommerso, presente nei Paesi più avanzati, come l'Italia.

Nel nostro Paese il lavoro minorile è vietato dal 1967, ma è un fenomeno che non solo non è mai scomparso, ma che la pandemia, le scuole chiuse e l'allargamento delle aree di povertà ad essa dovute, rischia di aggravare. Sullo sfruttamento lavorativo dei minori esistono, poi, anche pochi dati, e soprattutto non esiste un monitoraggio continuo. Ci sono i dati dell'Ispettorato nazionale del lavoro, relativi alle sanzioni per la violazione della legge (nel 2019 sono state 243, ma a breve uscirà l'aggiornamento sul 2020), ma naturalmente sono la punta di un iceberg che rimane per la gran parte sommerso.

Gli ultimi dati di fonte attendibile risalgono al 2013 e sono quelli di una ricerca condotta dalla Fondazione Di Vittorio e da Save the Children, in collaborazione con l'Istat, che ha mappato in Italia una stima di 340.000 minori al di sotto dei 16 anni occupati illegalmente, vale a dire il 7% della popolazione in età di lavoro. Sono baby sitter, aiuto camerieri, baristi, giovani braccianti o manovali, dice l'indagine dopo la quale non è stato fatto più niente. Un vuoto statistico che andrebbe colmato per dare a questo fenomeno le risposte legislative e sociali che merita.

"La parola chiave per capire il fenomeno del lavoro minorile è 'sommerso' - spiega Antonella Inverno, responsabile Policy and Law di Save The Children - perché si riferiscono a pochi accertamenti di violazione, mentre sappiamo che il lavoro minorile è fenomeno più ampio e interessa sia stranieri che italiani". La scuola è il primo presidio a tutela dei bambini, sostiene Inverno: "Laddove le scuole rimangono aperte contrastano i rischi che i minori in situazione di disagio possono correre: e non si tratta solo di poter essere sfruttati in lavori pesanti, ma anche di finire nelle mani della criminalità", dice.

I bambini intercettati dall'Ispettorato del lavoro in Italia erano impiegati in maniera illecita per la gran parte nei servizi di alloggio e ristorazione (142 violazioni ), mentre 36 violazioni riguardavano il settore del commercio all'ingrosso e al dettaglio, 17 nell'attività artistica, sportiva, di intrattenimento e divertimento, 16 nella manifattura, 13 nel settore agricolo, 4 nell'edilizia (il restante in varie attività). L'emergenza sanitaria ha avuto un impatto significativo sulla gestione della filiera agricola e agroalimentare, facendo emergere con più forza che in passato la condizione di sfruttamento lavorativo a cui sono sottoposti i migranti nelle campagne italiane. Si tratta di persone giovani, che da anni versano in condizioni di sfruttamento nel settore agricolo e sono esposti alle dinamiche di intermediazione illecita (cosiddetto caporalato).

In tutto il mondo del resto la crisi innescata dal Covid ha peggiorato la situazione del lavoro minorile. Per questo l'Organizzazione Internazionale del Lavoro, in collaborazione con il partenariato mondiale dell'Alleanza 8.7, ha lanciato il 2021 Anno internazionale per l'eliminazione del lavoro minorile. 

[...]

martedì 1 maggio 2018

1°Maggio - Sfruttare i bambini è un crimine contro l'umanità: ribellarsi è giusto

Globalist
Bambini piccolissimi costretti a lavorare. Come questi innocenti in un deposito di carbone a Jalalabad in Afghanistan.

I dati sono disarmanti e dovrebbero far riflettere. Ma non accade mai. Nel nome del Dio denaro molti non si fermano nemmeno di fronte al peggiore degli sfruttamenti, quelli dei bambini: in tutto il mondo 150 milioni di bambini tra i 5 e i 14 anni sono coinvolti nel lavoro minorile.

La comunità internazionale non fa nulla contro questa piaga e, soprattutto, al di là di un po' di assistenza, poco o nulla fa contro i meccanismi di sfruttamento economico che sono alla base di questo dramma mondiale.
Dei 115 milioni di bambini di età compresa tra i 5 e i 17 anni impiegati nelle forme peggiori di lavoro minorile, come quelle che prevedono carichi pesanti, contatto con sostanze chimiche e un orario di lavoro prolungato, il 60% risulta impiegato nell’agricoltura, il 7% nell’industria e il 26% nei servizi.

Questo bambino, con altri bambini, è costretto a lavorare in un deposito di carbone a Jalalabad in Afghanistan. Ma guerre per questi bambini non se ne fanno.

venerdì 30 giugno 2017

Uzbekistan - Human Right Watch: la Banca mondiale finanzia progetti legati al lavoro forzato e minorile

Riforma.it
La denuncia lanciata da Human Right Watch che ieri ha pubblicato un rapporto nel quale si registrano sistematiche violazioni soprattutto nel settore del cotone.


Le immagini di uomini, donne, bambini africani costretti dai negrieri al lavoro forzato nelle piantagioni di cotone americane sembravano ormai archiviate in un triste e lontano passato. 

Invece nel XXI secolo in Uzbekistan, stato dell’Asia centrale, un numero enorme di persone, a volte bambini fino ai 10/11 anni, sono costretti a lavorare lunghe ore nei campi di cotone in condizioni difficili. Ancor più grave è che tale lavoro forzato e minorile riceva ingenti risorse dalla Banca Mondiale: circa mezzo miliardo di dollari che va a finanziare progetti soprattutto nel settore dell’agricoltura.

È la denuncia lanciata da Human Rights Watch (Hrw) e dal Forum per i diritti umani uzbeco-tedeschi in un rapporto presentato ufficialmente ieri, intitolato «Non possiamo rifiutarci di raccogliere il cotone: il lavoro forzato e minorile legato agli investimenti del Gruppo della Banca Mondiale in Uzbekistan».

Il rapporto di 115 pagine evidenzia nel dettaglio come il governo uzbeko abbia costretto studenti, insegnanti, operatori sanitari, dipendenti del settore privato, e talvolta anche bambini, a raccogliere il cotone nel 2015 e nel 2016, oltre a piantarlo nella primavera del 2016. Il governo avrebbe anche minacciato di dar fuoco alle persone, di interrompere i pagamenti sociali e sospendere o espellere gli studenti qualora si fossero rifiutati di lavorare nei campi di cotone.

«La Banca Mondiale dà copertura all’Uzbekistan per mantenere un sistema di lavoro abusivo nell’industria del cotone», ha dichiarato Umida Niyazova, direttrice del Forum uzbeco-tedesco per i diritti umani. «La Banca Mondiale deve chiarire al governo uzbeco e ai potenziali investitori che non vuole far parte di un sistema che dipende dal lavoro minorile e dal lavoro forzato, sospendendo i finanziamenti fino a quando questi problemi non saranno risolti».

Il rapporto si basa su 257 interviste dettagliate e circa 700 brevi conversazioni con le vittime di lavoro forzato e minorile, agricoltori e attori chiave del sistema del lavoro forzato; su alcuni documenti governativi e su dichiarazioni di funzionari governativi. A partire da queste fonti e documenti, Human Rights Watch e il Forum uzbeco-tedesco sostengono che è altamente probabile che i progetti agricoli e irrigui sostenuti dalla Banca Mondiale, così come gli investimenti nel campo dell’istruzione, siano legati al lavoro forzato e, in alcuni casi, a quello minorile.

L’Uzbekistan è il quinto produttore di cotone più grande al mondo. Esporta circa il 60% del suo cotone grezzo verso la Cina, il Bangladesh, la Turchia e l’Iran. L’industria uzbeca del cotone genera più di 1 miliardo di dollari in fatturato annuo, ovvero circa un quarto del prodotto interno lordo del paese. I ricavi della produzione del cotone vanno in un conto «opaco» extra ministeriale delle Finanze che non è aperto al controllo pubblico ma gestito da funzionari governativi di alto livello.

Gruppi indipendenti, tra cui il Forum uzbeko-tedesco, hanno presentato le prove del lavoro forzato e minorile alla Banca mondiale durante e dopo il raccolto autunnale 2015, nonché prove sulle violenze, intimidazioni, detenzioni arbitrarie subite da attivisti indipendenti e giornalisti impegnati in attività di monitoraggio dei diritti umani e dei diritti del lavoro nel 2015 e nel 2016.

Invece di sospendere il prestito al governo uzbeco, in linea con gli accordi del 2014, la Banca mondiale ha aumentato i propri investimenti nell’industria agricola dell’Uzbekistan attraverso il suo settore di prestito privato, la IFC (International Finance Corporation).

Finora un totale di 274 aziende si sono impegnate a non acquistare cotone dall’Uzbekistan a causa dell’utilizzo del lavoro forzato e minorile nel settore, ma c’è ancora molta strada da fare.

Human Rights Watch e il Forum uzbeko-tedesco chiedono alla Banca Mondiale e all’IFC di sospendere il finanziamento nei settori dell’agricoltura e dell’irrigazione in Uzbekistan finché non sia provata l’assenza di utilizzo di lavoro forzato e minorile; di adottare tutte le misure necessarie per prevenire le repressioni contro i difensori dei diritti umani; infine, di rispondere rapidamente qualora si dovessero verificare degli abusi.

«La missione della Banca Mondiale è combattere la povertà, ma le persone che vivono in condizioni di povertà sono le più esposte al lavoro forzato e minorile in Uzbekistan», ha dichiarato Jessica Evans, ricercatrice senior dei diritti umani per Human Rights Watch e coautrice del rapporto. «La Banca Mondiale dovrebbe smettere di finanziare progetti che rafforzano il sistema di lavoro forzato del Paese, favorendo invece le iniziative che rispondono alle esigenze sociali ed economiche delle persone che vivono in povertà».

domenica 13 novembre 2016

BBC denuncia lo sfruttamento di 400mila minori siriani in Turchia

Articolo 21
Giovanni rifugiati lavorano nelle fabbriche tessili per poco più di un euro all’ora. L’inchiesta del network britannico


“La prima volta in cui vedi un bambino ricurvo su una macchina da cucire in fabbrica calda e senza aria non ti abbandonerà mai“. Apre così l’inchiesta condotta da BBC Panorama in Turchia sullo sfruttamento lavorativo dei minori siriani il giornalista Darragh McIntyre. Aveva tra gli 11 e i 12 anni, solo uno dei tanti giovanissimi rifugiati in fuga dalla Siria sfruttati dall’industria tessile del paese che MacIntyre ha visto coi suoi occhi.
Obiettivo del lavoro era quello di mostrare come, attraverso lo sfruttamento di minori rifugiati, in Turchia venissero prodotti alcuni dei capi che raggiungono poi gli scaffali delle boutique londinesi – quegli stessi indumenti che arrivano nelle vetrine di numerosi altri paesi occidentali.

Condizione che, purtroppo, è stata confermata dall’inchiesta di McIntyre: le testimonianze e le informazioni raccolte dalla BBC dimostrano che marchi importanti, nonostante la policy contraria allo sfruttamento minorile, ricorrono ai giovanissimi rifugiati per la produzione. Non sempre questo accade in modo consapevole. Secondo quanto rilevato dalla testata, alcune aziende ignorano che ciò avvenga; anche quando la verità è scoperta, però, lo sfruttamento quasi sempre continua.

In un momento in cui è in piedi un accordo tra l’Unione europea e la Turchia per il respingimento nel paese governato da Erdogan dei migranti che, giunti in Grecia attraverso la rotta balcanica, non voglio chiedere asilo alle autorità di Atene, è ancor più importante conoscere quali siano le condizioni di vita dei rifugiati che già vi si trovano.
Senza alternative allo sfruttamento

Sono circa 400mila, secondo l’inchiesta di BBC Panorama, i minori sfruttati nelle fabbriche in Turchia, prevalentemente nel settore tessile.

Solo una piccola percentuale dei circa 3 milioni di siriani che avrebbero cercato protezione in Turchia, infatti, è in possesso dei documenti necessari per lavorare. Per sopravvivere gli altri sono costretti al lavoro nero, senza alcuna tutela e con paghe al di sotto dei tetti minimi nazionali – poco più di un euro all’ora.

“Come tutti i siriani con cui ho parlato – scrive MacIntyre – sono consapevoli di essere sfruttati, ma sanno di poter far poco al riguardo“. Un ragazzo di 15 anni ha raccontato di voler andare a scuola, ma di non poter far a meno di lavorare per riuscire a sopravvivere: “Così trascorreva più di 12 ore al giorno stirando vestiti che sono poi spediti nel Regno Unito”, spiega il giornalista. Sono rassegnati, così come i loro genitori che, pur non volendo vedere i fili sfruttati, sanno di non avere altra scelta per riuscire a racimolare ciò che serve loro per vivere.

Per l’inchiesta clicca qui.

venerdì 5 agosto 2016

Reportage Burkina Faso: Tra i bambini costretti a lavorare nelle miniere

AFP
Da quando vivo a Ouagadougou, ho l’abitudine di passeggiare nelle sue strade la sera molto tardi, quando la città si svuota. Una sera mi perdo nelle strade di Pissy, un quartiere popolare nella parte ovest della capitale. All’improvviso sento un odore di fumo acre, che mi stringe il naso e la gola. Per la prima volta entro in contatto con la cava di granito di Pissy, che dà lavoro a molte famiglie della zona.


Ci torno la mattina dopo. Vedo, in fondo a un sentiero di terra rossa, delle piramidi di pietre bianche e di sabbia setacciata. Alcuni camion. Un nugolo di bambini, alcuni di loro annunciano il mio arrivo. Corrono dietro di me e urlano: “Nasara! Nasara!”, che significa “la bianca”. Si mettono in fila indiana davanti a me. Uno di loro viene a salutarmi: incrocia le braccia sul petto piegando leggermente le ginocchia. Un altro lo imita. Questa forma di saluto è un segno di rispetto e umiltà, rivolto a “coloro che ti superano”, mi ha spiegato un’amica. Glielo insegnano a casa o a scuola. Il gesto non è riservato ai “bianchi” ma agli adulti in generale.

All’inizio mi sento intimidita. Mi siedo al bancone di un chiosco che serve caffè: è un’enorme scatola metallica blu poggiata su un sentiero di terra. Saluto con un sorriso. Poi mi metto a fissare lo schermo della televisione. Uomini e bambini sono impegnati a guardare un vecchio film con Jackie Chan. Mi unisco a loro. Mamoudou, il proprietario, mi dà il benvenuto e mi serve un sacchetto d’acqua. Un adesivo con il volto di Gheddafi e un altro con quello di Ronaldinho sono incollati al frigo.

Mamoudou compra anche il granito. Lo rivende a privati e imprenditori. Pensa che io sia lì per comprarne un po’. Gli spiego cosa mi ha portato da quelle parti e il mio lavoro di giornalista. Gli rivelo che non sono di passaggio ma che vivo a Ouagadougou. Rassicurato, m’incoraggia a portare avanti il mio progetto.

Mamoudou m’accompagna nella cava per presentarmi ai lavoratori. Attraverso alcune file di capanne che vengono montate la mattina e smontate la sera. Una donna pianta una fragile canna di bambù e la ricopre con un lembo di tessuto consumato. Ogni mattina mettono su queste piccole capanne per proteggersi dal sole. Poco più avanti alcune donne scavano nel terreno. Hanno dieci chili di pietra sulla testa. Alcune trasportano anche i loro bambini sulla schiena.

Attrazione turistica
Vista dall’alto la cava somiglia a un abisso profondo varie decine di metri. La prima volta che entro in questa buca, mi sento soffocare. Intravedo alcune sagome che attraversano delle nubi polverose: sono i gas tossici rilasciati dagli pneumatici che vengono bruciati per rendere la pietra più fragile prima di romperla. Sento alcuni lavoratori tossire tra i rumori assordanti dei colpi di martello e piccone. La maggioranza delle persone che lavorano qui non ha maschere di protezione né guanti. Mentre scende un pendio sinuoso, una lavoratrice si rivolge a me chiedendomi: “Mana wana” (come va?). Le rispondo: “Lafi, za karamba” (tutto bene, e la famiglia?). “Lafi, lafi, lafi”, risponde lei, tenendo la sua mano nella mia, che viene scossa a ogni parola pronunciata in moré, la lingua parlata dai mossi, l’etnia maggioritaria del paese.

Fiduciosa, estraggo la mia macchina fotografica, faccio due o tre scatti di questa anziana, con il suo permesso, prima di essere avvicinata da un’altra donna che mi stringe la mano, poi con l’altra si tocca la bocca più volte, facendomi segno che vuole mangiare, che le devo dare da mangiare in cambio della foto. Altre donne fanno lo stesso.

Lo sfruttamento della cava di granito è artigianale. In un simile ambiente la macchina fotografica è assimilata a una forma di ricchezza e a un’intrusione straniera. Fin dai miei primi scatti, un gruppo di lavoratori s’è mostrato ostile. La loro diffidenza si è diffusa come una tempesta di sabbia sugli altri lavoratori.

Mamoudou, il proprietario del chiosco, è sempre al mio fianco. Mi spiega che qui “i bianchi quando vengono, quando venivano, portavano aiuti, dei vestiti, delle medicine. Davano qualcosa e poi se ne andavano”. E c’è anche stato un gruppo di turisti venuti in autobus una volta. “Hanno scattato alcune foto e hanno continuato il loro viaggio a Bobo Dioulasso”, ricorda. Secondo loro, i bianchi li trattano come oggetti di curiosità, e questa cava non è altro che un’attrazione turistica.

Metto via la macchina fotografica e decido di trovare un terreno d’intesa. In Burkina Faso è importante saper conversare, le chiacchiere sono una vera e propria istituzione.

Un sostituto della scuola
Il primo giorno non scatto foto ma tengo la macchina al collo. Torno alla cava l’indomani. Saluto alcune donne e mi siedo al loro fianco. Qui si comincia dicendo il cognome: prima di essere individui si è innanzitutto discendenti di una stirpe. Discutiamo del significato dei nomi. Il mio, d’origine araba, significa “fabbro”. Un mestiere al contempo rispettato e temuto, anche se i fabbri sono sempre più rari. Ma ai loro discendenti sono ancora attribuiti poteri mistici. In moré il mio nome significa “piccolo capo”. Alcuni momenti di titubanza, poi risate: sono convinte che abbia degli antenati burkinabé.

Prendo un martello, colpisco una pietra. Cerco di portare dei sassi sulla testa. “È dura”, mi dice una di loro.

Vorrebbe fotografarmi. Le spiego come usare la macchina fotografica. Guarda la foto e sorride. Altre donne fanno lo stesso e s’impadroniscono della macchina che diventa un oggetto un po’ meno estraneo. Così nascono i miei primi scatti, durante i momenti di silenzio, tra le chiacchiere, cui spesso assistono un bambino o un adolescente. La maggior parte di loro ha imparato il francese a scuola.

Come Amy che, a soli 15 anni, conosce la cava come il palmo della sua mano. Sa come funziona e ha già qualche nozione di contabilità.

Ogni giorno saranno circa un migliaio le persone che penetrano in questo enorme cratere scavato durante gli ultimi vent’anni. Trasportano sulla testa un vassoio carico di pezzi di granito che rivenderanno a trecento franchi Cfa al pezzo (cinquanta centesimi d’euro). Ciascuno lavora per conto proprio e guadagna tra uno e due euro al giorno. Alla fine questo granito servirà a costruire degli edifici, delle case, delle strade.

Qui decine di bambini e adolescenti come Amy spaccano sassi dall’alba al tramonto, durante i fine settimana e le vacanze scolastiche. Altri, che non vanno a scuola, lavorano nella cava tutto l’anno. Amy mi spiega che il lavoro nella cava si svolge in famiglia, ciascuna delle quali può sfruttarne una piccola porzione. I figli aiutano i genitori per aumentare le entrate, pagarsi le spese per i bisogni più elementari e partecipare all’acquisto dei materiali scolastici.

Queste foto di bambini non rivelano solo la povertà, ma anche che la cava è un luogo dove imparano a essere autonomi, un sostituto della scuola in un paese dove sono troppo pochi i bambini che possono frequentarne una. Assisto a una scena rivelatrice dell’immersione dei bambini, loro malgrado, nel mondo del lavoro. Due di loro riempiono delle tazze con dei sassolini di granito. Hanno sette anni. Seduti in mezzo alla cava, la loro pelle e i loro vestiti sono ricoperti di una sottile pellicola bianca, probabilmente un misto di polvere rossa e del diossido di zolfo sprigionato dagli pneumatici bruciati. I loro gesti sono gli stessi di quelli degli adulti che riempiono i loro vassoi di granito per poi risalire i pendii sinuosi e scivolosi.

All’inizio penso che stiano giocando e imitando i gesti degli adulti, come fanno i bambini di tutto il mondo. Dieci minuti dopo uno dei bambini si alza e si mette a sedere davanti a una pila di granito. Prende un martello e sbriciola la pietra tra le sue mani fragili e ferite. Sembrano più vecchie. Il gioco era solo una pausa dal suo lavoro, anche se compiva le stesse azioni.

Da allora ho preso l’abitudine, una o due volte la settimana, di andare a trovare queste persone. A volte solo per salutarle. A volte, quando mi assento per troppo tempo, ricevo una chiamata da Josephine o da sua figlia Nadège: “Son due giorni che non passi. Ci hai abbandonati?”.

Nabila El Hadad
(Traduzione di Federico Ferrone)

lunedì 13 giugno 2016

Conseguenze della guerra in Siria: il grave sfruttamento del lavoro dei minori nei paesi confinanti

Il Manifesto
In Giordania sono manovali e spazzini. In Libano vengono impiegati nelle piantagioni di pomodori e tabacco. In Iraq, invece, chiedono l'elemosina nelle strade oppure provano a racimolare qualche soldo vendendo gomme e caramelle. In Turchia, infine, lavorano come piccoli operai nelle fabbriche tessili, oppure come facchini nei mercati. Un fenomeno che si sta rapidamente espandendo anche in Grecia e negli stati europei nei quali sono rimasti intrappolati dopo la chiusura della rotta balcanica.



Nelle pieghe del dramma dei rifugiati c'è anche l'inferno in cui sono costretti e vivere milioni di bambini. Cinque anni di guerra civile in Siria hanno infatti ridotto allo stremo quanti sono fuggiti cercando rifugio nei paesi confinanti. Finiti da tempo i risparmi, con gli adulti impossibilitati a lavorare perché mutilati o a causa dei divieti imposti dai paesi che li accolgono, la sopravvivenza delle famiglie è sempre più spesso nelle mani dei bambini costretti a svolgere lavori pesanti e sottopagati.

Sfruttati e - specie le bambine - sempre a rischio di molestie sessuali da parte di datori di lavoro senza scrupoli. Ma, paradossalmente, più fortunati dei loro coetanei che in Iraq e nel nord del Libano, al confine con la Siria, vengono arruolati dalla varie milizie e trasformati in bambini soldato. 
"Tra le più odiose conseguenze della guerra in Siria c'è l'impressionante incremento del lavoro minorile, sia tra i bambini all'interno del Paese, sia tra quelli che sono rifugiati all'estero assieme alle loro famiglie o da soli"
denuncia Terre des Hommes.

In occasione della giornata contro il lavoro minorile che si celebrerà il 12 giugno l'organizzazione, presente in tutti i paesi in cui si trovano i profughi siriani, ha messo a punto un rapporto intitolato "We struggle to survive" (Ci sacrifichiamo per vivere) in cui raccoglie le testimonianze di 97 bambini e ragazzi lavoratori tra gli 8 e i 18 anni (86 siriani e 11 iracheni). Più del 50% degli intervistati ha affermato di lavorare più di 7 ore al giorno e il 33% lavora 7 giorni su 7. Ai maschi spettano i lavori più duri, mentre le bambine vengono impiegate nei saloni di bellezza oppure come tessitrici, ma anche per fare e pulizie domestiche. "Qualunque tipo di lavoro - ha spiegato una bambina - basta che non sia pericoloso, non comprometta la reputazione o vada contro la religione", ha raccontato una bambina.

"Vendere per strada può dare problemi, si può essere cambiati per mendicanti. Inoltre non bisogna entrare i commerci illegali come vendere alcolici, prostituirsi o rubare, perché è contro l'Islam". Una paga media in Giordania varia tra i 3 e i 6 euro al giorno, in Iraq chi trova lavoro in un hotel o in un ristorante può guadagnare 400 dollari al mese, mentre un lustrascarpe o un manovale ne guadagna 8-10 dollari al giorno. "Particolarmente preoccupante - spiega il presidente dell'organizzazione, Raffaele Salinari - è la presenza di lavoro minorile in Turchia, un paese che aspira ad entrare nell'Unione europea, e l'affacciarsi di questo fenomeno sulla rotta balcanica, con alcuni casi di bambini lavoratori rilevati nella zona di Idomeni, al confine tra Grecia e Macedonia, a causa della mancanza di un'adeguata assistenza umanitaria ai migranti". L'organizzazione chiede quindi ai governi che ospitano i rifugiati e alle agenzie umanitarie di adottare subito meccanismi di protezione dei bambini e di prevenzione del loro sfruttamento.

di Carlo Lania

lunedì 15 settembre 2014

Vietnam, 1.750.000 bambini lavoratori, 962.500 non sono mai andati a scuola

MISNA
Secondo i dati riportati in occasione della conferenza tenutasi martedì scorso ad Hanoi dal Ministero del lavoro e degli affari sociali, nel paese ci sono 1.750.000 bambini lavoratori. Il 55% della forza lavoro minorile, circa 962.500 bambini, non sono mai andati a scuola e il 32% lavora più di 42 ore alla settimana o più di 6 ore al giorno. Secondo l’indagine, la maggior parte dei ragazzi ha iniziato a lavorare all’ età di 12 anni.
Doan Mau Diep, vice ministro del lavoro, ha detto alla conferenza che il tasso di lavoro minorile del paese è comunque inferiore alla media regionale, aggiungendo che gli esperti presso l’Organizzazione Internazionale del Lavoro hanno valutato la situazione come “non molto grave”. “Tuttavia, se i bambini devono lavorare a una giovane età, i loro diritti di studiare, di crescere, di essere protetti da abusi non verranno rispettati. Inoltre, molte merci prodotte in Vietnam da bambini lavoratori saranno stigmatizzate come il prodotto di pratiche abusive e di sfruttamento che ci mettono in condizioni di svantaggio. Pertanto, dobbiamo trovare un modo per trasformare i “ bambini lavoratori “ in bambini che lavorano un numero limitato di ore al giorno per assicurarsi di aver abbastanza tempo per studiare e giocare” ha detto Diep.

“Una sola ora di lavoro al giorno sembra appropriato per i bambini dai 5 a 11 – ha specificato Diep – notando che i bambini di età compresa tra 12 a 14 dovrebbero lavorare solo un massimo di quattro ore al giorno. I bambini più grandi possono lavorare fino a 7 ore al giorno e ancora essere considerati bambini che lavorano.

Nonostante l’ottimismo creatosi dopo 10 giorni di negoziati commerciali multi-nazionali ad Hanoi, il Vietnam deve ancora accogliere molte sfide prima di poter aderire alla Trans-Pacific Partnership ( Tpp). La Trans-Pacific Partnership richiede ai membri di adottare disposizioni forti sul lavoro, tra cui la libertà di associazione, l’ indennità per la contrattazione collettiva e tolleranza zero per il lavoro minorile o forzato. I legislatori degli Stati Uniti hanno sottolineato che al Vietnam non sarà concessa l’appartenenza alla Tpp fino a quando non farà riforme significative sul lavoro e sui diritti umani. Dal 2012, abiti vietnamiti e mattoni sono stati descritti dal governo degli Stati Uniti come beni prodotti dai bambini e da pratiche di sfruttamento del lavoro.

giovedì 4 settembre 2014

Crisi siriana fa esplodere lavoro minorile in Turchia, 900mila i bambini impiegati, 300mila hanno meno di 14 anni

Adnkronos
E' boom di lavoro minorile in Turchia, dove il crescente numero di rifugiati siriani fa sì che anche i più piccoli, in età scolare, rinuncino all'istruzione per contribuire economicamente al sostegno della propria famiglia in fuga dalla guerra. 

Bambino venditore di acqua a Istanbul 
[Foto @EzioSavasta]
Stime ufficiali parlano di almeno 900mila bambini lavoratori in Turchia, dei quali circa 300mila ha un'età compresa tra i sei e i 14 anni. ''I bambini che lavorano per le strade non sono inclusi in queste statistiche, ad esempio i bambini che vendono acqua, fazzoletti o chiedono l'elemosina'', spiega Hakan Acar, esperto di diritti infantili presso l'Università di Kocaeli. Secondo l'Unicef, un bambino siriano rifugiato in Turchia su dieci lavora in agricoltura, nei ristoranti o nei negozi, come venditore ambulante o chiedendo l'elemosina.

Dati dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, l'Unhcr, parlano di almeno circa mezzo milione di bambini tra i rifugiati siriani in Turchia. Circa il 60 per cento di coloro che vivono nei campi profughi e il 73 per cento fuori dai campi è iscritto a scuola, ma non la frequenta.

''C'è un grande aumento del lavoro minorile qui. Non dovrebbe essere così. Le autorità stanno cercando di combatterlo, ma in molti casi le famiglie hanno poche scelte'', ha detto un attivista turco per i diritti umani al quotidiano The Guardian a condizione di anonimato.

Inoltre, siccome i rifugiati siriani non hanno un permesso di lavoro in Turchia, nemmeno i lavoratori minorenni sono registrati. ''Questo li rende estremamente esposti ad abusi - avverte Acar - Le donne e i bambini siriani sono probabilmente tra i gruppi più vulnerabili in Turchia ora''. Ma ''ci sono troppo pochi ispettori del lavoro e procedure non chiare riguardo al lavoro minorile - critica Acar - I lavoratori che impiegano bambini sono raramente puniti''.

giovedì 10 luglio 2014

La Bolivia autorizza i bambini dai 10 anni di età a lavorare - Dura protesta ONG

Wall Street ItaliaAlcune ONG fra cui Anti-Slavery International e Human Rights Watch hanno protestato con il capo dello Stato boliviano, Evo Morales.

Bogotà- In Bolivia è permesso lavorare a partire dai 10 anni di età. Dopo il Senato, il Parlamento boliviano ha approvato, il 2 luglio, il nuovo codice dell’infanzia e dell’adolescenza che prevede di abbassare, in taluni casi, l’età minima legale per lavorare sotto i 14 anni.

"In via eccezionale, i servizi di difesa dell’infanzia potranno autorizzare bambini e adolescenti da 10 a 14 anni a lavorare, a condizione che l’attività non pregiudichi il loro diritto all’educazione e che non sia pericolosa – indica il testo di legge adottato dai parlamentari ai danni delle numerose associazioni che si oppongono al lavoro dei bambini.

In una lettera indirizzata al capo dello Stato boliviano, Evo Morales, alcune ONG fra cui Anti-Slavery International e Human Rights Watch hanno messo in guardia dai pericoli derivanti dall’abbassamento dell’età minima legale a 10 anni.

"Se i bambini da 10 a 12 anni sono autorizzati a lavorare non andranno a scuola e senza rendersene conto entreranno nel circolo vizioso della povertà e dell’analfabetizzazione – sostengono queste organizzazioni, ricordando che la Bolivia ha firmato nel 1997 la Convenzione 138 dell’Organizzazione internazionale del lavoro, che fissa l’età minima legale per lavorare a 14 anni "eccezionalmente per i paesi in via di sviluppo" (altrimenti a 15 anni).

Critiche che però non dovrebbero impedire al presidente Evo Morales di promulgare la legge nei prossimi giorni : "Non si dovrebbe limitare l’età dei bambini che lavorano – dichiarava già nel dicembre 2013, spiegando che lui stesso da piccolo lavorava. (Fonte: Le Monde.fr)

martedì 27 agosto 2013

Lavoro minorile – Tanzania, i bambini nelle miniere

Consorzio Parsifal
Il 23 agosto Human Rights Watch ha pubblicato un rapporto sulle condizioni di lavoro dei minori nelle miniere d’oro della Tanzania, che risulta essere il quarto produttore dell’Africa. 

Secondo il rapporto “Fatica Tossica: Lavoro infantile e Mercurio esposizione nelle miniere dell’oro su piccola scala della Tanzania” sono migliaia i bambini impiegati in questo settore, spesso in miniere senza licenza ancora più pericolose per la loro salute. 

Questi bambini devono scavare in profondità pozzi instabili, e possono lavorare fino a 24 ore consecutive in questi cunicoli sotterranei, per poi trasportare all’esterno pesanti sacchi. 

Il rischio di rimanere schiacciati dai crolli è molto alto, inoltre, i minori sono esposti al mercurio e all’inalazione della polvere. L’esposizione a questo elemento provoca gravi danni al sistema nervoso centrale che possono provocare disabilità permanente soprattutto in soggetti nella fase dello sviluppo.

 Il rischio di contagio si estende ai bambini che vivono nelle vicinanze dei siti minerari. La Tanzania per far fronte a questi rischi ha anche aderito, insieme ad altri 140 paesi al trattato di Minamata per ridurre l’esposizione al mercurio, anche se non ha ancora attuato delle iniziative concrete per prevenire il lavoro dei minori nelle miniere.

Un’altra grave conseguenza del lavoro nelle miniere è l’abbandono scolastico: per questi bambini è molto difficile conciliare il lavoro nelle miniere con l’istruzione. Molti ragazzi, inoltre, cercano lavoro nelle miniere perchè non hanno accesso alla scuola secondaria o di formazione professionale.

Secondo il rapporto dovrebbero esserci interventi della Banca Mondiale e dei donatori che sostengono il settore minerario per combattere il lavoro minorile e l’esposizione al mercurio in Tanzania.


Il rapporto è stato pubblicato in seguito alla visita di undici siti minerari, in varie regioni della Tanzania, e all’intervista si più di 200 persone, tra cui 61 bambini.
M.R.