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mercoledì 21 ottobre 2020

Burundi, continuano repressioni di libertà e violazioni dei diritti umani: arrestato Fabien Banciryanino ex parlamentare dell’opposizione

Focus on Africa
L’arresto, avvenuto il 2 ottobre, dell’ex parlamentare Fabien Banciryanino è un brutto segnale delle intenzioni del presidente Evariste Ndayishimiye circa il rispetto dei diritti umani in Burundi.

L’8 ottobre Banciryanino è stato incriminato per i reati di ribellione, diffamazione e minaccia alla sicurezza interna e trasferito alla prigione di Mpimba. A causa delle sue precarie condizione di salute, rischia di contrarre il Covid-19.

Le accuse nei suoi confronti si basano sui discorsi e sugli interventi fatti all’Assemblea nazionale tra il 2015 e il 2020, che di norma dovrebbero essere protetti dall’immunità parlamentare.

Nel 2018 Banciryanino aveva espresso apprezzamento per le conclusioni della Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sul Burundi ed era stato accusato dall’allora ministro della Giustizia di diffondere “allarmismo senza prove”.

In un altro intervento parlamentare, nel febbraio 2020, si era opposto alla candidatura dell’ex presidente Pierre Nkurunziza al ruolo di Suprema guida del patriottismo, considerando le numerose uccisioni e le altre gravi violazioni dei diritti umani che avevano segnato i suoi 15 anni di presidenza.

Un mese dopo aveva scritto al procuratore di Bubanza chiedendogli di indagare su 21 casi di sparizione forzata registrati nella provincia a partire dal 2016.

Ce n’è abbastanza per considerare Banciryanino prigioniero di opinione e chiedere la sua immediata e incondizionata scarcerazione.

Riccardo Noury

mercoledì 6 marzo 2019

Burundi: Governo impone la chiusura dell'ufficio Onu per il monitoraggio delle violazioni dei diritti umani

Buongiorno Africa
Un paese dimenticato, o quasi, nel quale però la repressione continua ad essere durissima e i diritti umani ampiamente violati. In Burundi le Nazioni Unite hanno dovuto chiudere, su ingiunzione del governo, il proprio ufficio per il monitoraggio dei diritti umani. 

La “richiesta” è arrivata all’Onu dopo che è stata reso noto un rapporto che denunciava casi di esecuzioni sommarie, detenzioni arbitrarie, torture, abusi sessuali e rapimenti tra il 2017 e il 2018.

Michelle Bachelet, Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, “con grande rammarico” ha dovuto annunciare che l’ufficio dell’Onu è stato chiuso alla fine di febbraio dopo 23 anni di attività. “Purtroppo, molti progressi in materia di diritti umani sono stati seriamente compromessi dal 2015”, ha detto la Bachelet.

Il Burundi è alle prese con una situazione di forte repressione interna dal 2015, quando il presidente Pierre Nkurunziza ha annunciato l’intenzione di candidarsi per un terzo mandato, spingendosi oltre il limite di due mandati stabilito dalla legge. La sua rielezione ha innescato una crisi che ha provocato centinaia di morti e costretto migliaia di persone ad abbandonare le proprie case.

Contro il Burundi sono state varate sanzioni ed embargo da parte della Unione Europea e della Comunità internazionale, ma il regime è rimasto inamovibile e ha anzi inasprito la repressione interna.
Raffaele Masto

venerdì 30 novembre 2018

Appello al Burundi: “Liberate, Germain Rukuki, difensore dei diritti umani condannato a 32 anni”

Africa Express
La colpa di Germain Rukuki è stata di essere un difensore dei diritti umani e per questa ragione ha avuto una condanna pesantissima: 32 anni di prigione. Questo dopo aver passato oltre cinquecento giorni in detenzione arbitraria.

Germain Rukuki
Rukuki, arrestato nel luglio 2017 a Bujumbura, è stato accusato di assassinio, distruzione di edifici pubblici e privati, ribellione, minaccia alla sicurezza dello stato e attacco all’autorità dello stato.

Cadute le accuse di assassinio e distruzione di edifici pubblici, davanti all’Alta Corte di Ntahangwa, è stato riconosciuto colpevole delle altre imputazioni. La sua unica colpa pare invece quella di aver fatto parte di ACAT-Burundi Associazione Cattolica per i Diritti Umani e contro Tortura e dell’Associazione dei Giuristi Cattolici (AJCB).

Dura presa di posizione di Amnesty International attraverso Joan Nyanyuki, responsabile per l’Africa orientale, Corno d’Africa e Grandi Laghi: “Il tribunale dovrebbe annullare la sua condanna e liberarlo immediatamente e incondizionatamente. Germain è stato processato e imprigionato semplicemente perché lavorava per un’organizzazione per i diritti umani”.

Rukuki, lo scorso giugno, dopo un intervento chirurgico aveva richiesto il rilascio provvisorio per poter ricevere cure mediche e riabilitazione. Ma fino ad oggi dalle autorità non è stata comunicata nessuna decisione.

Amnesty ha ricordato alle autorità burundesi che “hanno l’obbligo di prestare assistenza a Germain Rukuki mentre è sotto la loro custodia e devono assicurarsi di ottenere un trattamento completo per le sue ferite, comprese le necessarie cure post-operatorie”.

Appelli per annullare la condanna e per la sua immediata liberazione sono giunte anche dall’ong Frontline Defenders e perfino gli esperti ONU Clement Nyaletsossi Voulé e David Kane – senza successo – hanno esortato il governo del Burundi a lasciar lavorare i difensori dei diritti civili.

Ma Rukuki non è l’unico difensore dei diritti umani a subire il carcere nel piccolo Stato africano. Aimé Constant Gatore, Marius Nizigama ed Emmanuel Nshimirimana, dell’associazione Parole e Azioni per il Risveglio delle Coscienze e l’Evoluzione delle Mentalità (PARCEM), l’8 marzo scorso, sono stati condannati a dieci anni di carcere.

Il 13 agosto Nestor Nibitanga, dell’Associazione per la Protezione di Diritti Umani e Persone Detenute (APRODH) è stato condannato a cinque anni di carcere. Sono tutti ritenuti colpevoli di “minacciare la sicurezza dello Stato”.
Nel 2015, nell’ex colonia belga, Pierre Nkurunziza, al potere dal 2005, presentandosi per la terza volta alle elezioni presidenziali è stato accusato di violare la Costituzione che prevede solo due mandati.

Ha ridotto lo spazio civico e stroncato l’opposizione ed è stato eletto il 21 luglio 2015 con elezioni giudicate dall’ONU non credibili per l’assenza di osservatori internazionali ai seggi.

Dopo l’elezione di Nkurunziza, la Corte Penale Internazionale aveva aperto un procedimento nei confronti del Burundi per crimini contro l’umanita sulle violenze del 2015. Nel 2016 il parlamento del Burundi ha votato a maggioranza l’uscita dalla CPI.

Sandro Pintus

giovedì 16 agosto 2018

Burundi: attivista per i diritti umani Nestor Nibitanga condannato a cinque anni di carcere

Agenzia Nova
Un attivista burundese per i diritti umani è stato condannato a cinque anni di carcere per “attentato alla sicurezza interna dello stato”.

L’accusa è quella di avere redatto rapporti per conto dell’Associazione per la protezione dei diritti umani e delle persone detenute (Aprodeh), messa fuori legge nel paese nel 2015. 

Parlando all’emittente “Rfi” il fondatore dell’organizzazione Pierre-Claver Mbonimpa, che vive in esilio dopo essere scampato a un tentato assassinio in Burundi, ha definito l'arresto di Nestor Nibitanga, questo il nome dell'attivista condannato, totalmente arbitrario e prova del fatto che la giustizia nel paese è asservita al potere.

mercoledì 6 settembre 2017

Burundi – L’Onu denuncia continue violazioni dei diritti umani

BBC
Le Nazioni Unite affermano che esistono forti prove che siano stati commessi crimini contro l’umanità in Burundi. Secondo un rapporto pubblicato di recente, ci sarebbero state uccisioni, torture e sparizioni. 

Nelle operazioni sarebbero stati coinvolti forze governative, ma anche da gruppi di opposizione. L’ambasciatore del Burundi all’ONU ha risposto che la relazione fa parte di una cospirazione internazionale contro il paese.

In Burundi, la violenza è scoppiata nel 2015 dopo che il presidente Pierre Nkurunziza ha annunciato di voler correre per un terzo mandato. Da allora, più di 400mila persone sono fuggite dalle loro case. Nkurunziza è stato rieletto nel luglio 2015 in un’elezione boicottata dall’opposizione.

lunedì 19 giugno 2017

Burundi: rapporto commissione d’inchiesta Onu denuncia “frequenti violazioni dei diritti umani”

Agenzia Nova
“Tutti i responsabili delle violazioni dei diritti umani, a prescindere dalla loro appartenenza, devono affrontare la giustizia”
si legge nella dichiarazione. 
Manifestazioni antipresidenziali in Burundi
Il Burundi è sprofondato in una grave crisi nell’aprile del 2015 dopo che il presidente Nkurunziza ha deciso di correre per un terzo mandato, prima di essere rieletto nel luglio dello stesso anno. 


Secondo le stime delle Nazioni Unite e di diverse Ong, nelle violenze sono morte tra le 500 e le duemila persone mentre quasi 400 mila sono state costrette a fuggire dalle loro abitazioni.

martedì 30 maggio 2017

Unhcr, 410 mila persone fuggite dal Burundi dal 2015

Agenzia Nova
Ginevra - L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) ha rinnovato oggi la propria preoccupazione per la situazione d’instabilità in cui versa Burundi, dove all'aprile 2015 più di 410 mila persone sono fuggite dalle loro abitazioni a causa della decisione del presidente Pierre Nkurunziza di correre per un terzo mandato. 


Profughi dal Burundi e dal Congo rifugiati in Tanzania
I rifugiati, si legge in una nota dell’Unhcr, continuano a denunciare gli abusi dei diritti umani, le persecuzioni e le violenze sessuali e di genere come le ragioni principali della loro fuga. 

Senza segno di miglioramento della situazione politica, denuncia l’agenzia Onu, la popolazione totale di rifugiati in fuga dal paese dovrebbe superare il mezzo milione entro la fine del 2017, rendendola potenzialmente la terza crisi dei rifugiati in Africa dopo il Sud Sudan e la Repubblica democratica del Congo (Rdc). 

Attualmente la Tanzania ospita la maggioranza dei profughi burundesi (circa 249 mila), seguita dal Ruanda con 84 mila, dall’Uganda con 45 mila e dalla Rdc con 41 mila. 

L'Unhcr ha di recente rivisto al rialzo il suo appello di finanziamento in risposta alla crisi umanitaria in Burundi portandolo a 250 milioni di dollari.

sabato 4 marzo 2017

In Tanzania è rischio crisi sanitaria per i rifugiati del Burundi

Roma Sette
Medici senza frontiere: serve «un aumento urgente degli aiuti», per rispondere ai bisogni di 290mila sfollati. E il flusso degli arrivi non accenna a ridursi


Gli operatori di Medici senza frontiere parlano dal campo di Nduta, in Tanzania, dove negli ultimi giorni sono quadruplicate le consultazioni mediche, e denunciano il «concreto rischio di una crisi sanitaria se le condizioni di sovraffollamento peggiorano». 

Quello di Nduta è uno dei campi del Paese, insieme a Nyarugusu e Mtendeli, dove sono accalcati circa 290mila rifugiati, più di tre quarti dei quali arrivati dal Burundi. Per rispondere ai loro bisogni, continuano i medici dell’associazione, serve «un aumento urgente degli aiuti».

Circa 19mila le persone che nel mese di gennaio hanno attraversato il confine con la Tanzania: il numero più alto dal maggio 2015. Il campo di Nduta – «già completo a novembre scorso» – è gremito, con 117mila rifugiati: più del doppio della capacità prevista. Se continueranno ad arrivare tra le 600 e le mille persone al giorno, raggiungerà le 150mila unità entro metà aprile. «I tre campi sono ormai alla loro massima capienza e il flusso di rifugiati non accenna a ridursi – denuncia il capo missione di Msf David Nash -. 

È davvero urgente identificare un luogo per l’apertura di un quarto campo e renderlo immediatamente operativo». Un appello ripetuto, quello di Nash, che finora però non ha ricevuto risposta. «Anche se l’assistenza è stata incrementata – spiega -, la risposta umanitaria non è ancora adeguata al ritmo dei nuovi arrivi. I ripari non bastano e le persone sono costrette a passare più tempo negli affollati spazi comuni, dove il rischio di contrarre malattie è più alto».

Dal punto di vista sanitario, la prima preoccupazione è la malaria: solo a gennaio sono state trattate circa 17mila persone. Diarrea, infezioni all’apparato respiratorio e problemi cutanei sono molto comuni tra i rifugiati. Solo a gennaio sono nati più di 400 bambini. 

Gli sforzi per rispondere ai bisogni oltretutto dovranno tener conto della recente decisione del governo della Tanzania di revocare lo status di rifugiato “prima facie” ai burundesi che arrivano nel Paese. Da aprile 2015 a tutti i burundesi arrivati in Tanzania era stato riconosciuto automaticamente lo status di rifugiato. Ora si procederà con valutazioni individuali e ciò potrebbe produrre un impatto anche sull’assistenza umanitaria.

mercoledì 25 gennaio 2017

Burundi. Liberati centinaia di detenuti per l'amnistia annunciata a fine 2016

Nova
Centinaia di detenuti sono stati scarcerati oggi in Burundi a seguito dell'amnistia annunciata alla fine dello scorso anno dal presidente Pierre Nkurunziza nel tentativo di placare le tensioni in corso nel paese. 

Lo riporta l'emittente britannica "Bbc", secondo cui tra i prigionieri rilasciati figurano diversi esponenti di spicco dell'opposizione. In totale, l'amnistia dovrebbe portare alla liberazione di circa 2.500 detenuti.
Il Burundi attraversa un'aspra crisi politica dall'aprile del 2015, quando lo stesso Nkurunziza ha annunciato l'intenzione di candidarsi per un terzo mandato alla guida del paese, cosa considerata dall'opposizione e dalla società civile una violazione della Costituzione e degli accordi di pace che nel 2005 posero fine a 12 anni di guerra civile. Le violenze hanno causato finora la morte di almeno 500 persone e la fuga dal paese di altre 200 mila.

giovedì 12 gennaio 2017

Da Italia contributo di emergenza per rifugiati burundesi in Tanzania

OnuItalia
Roma – L’Italia con la Cooperazione allo Sviluppo accoglie l’appello umanitario per i rifugiati burundesi in Tanzania. Il sottosegretario agli Esteri Mario Giro ha annunciato un contributo di emergenza di 200.000 Euro. 


“Il nostro intervento sarà focalizzato sulle attività di assistenza alimentare a favore dei civili ospitati nei campi del Nord-ovest del paese”, ha detto Giro sulla sua pagina Facebook spiegando che “la perdurante situazione di instabilità e di violenza in Burundi continua ad alimentare il flusso di civili che cercano rifugio nella vicina Tanzania”.

Come segnalato dall’Ambasciata italiana a Dar Es Salaam, il Programma Alimentare Mondiale (WFP) è in prima linea nell’assicurare assistenza ai circa 250.000 cittadini burundesi attualmente ospitati nel paese. “Grazie al nostro finanziamento verranno anche garantite razioni supplementari alle donne in stato di gravidanza o che allattano”, ha indicato il sottosegretario. Nella realizzazione dell’intervento il WFP dovrà ricorrere, ove possibile, alla collaborazione delle ONG italiane presenti in loco, purché le condizioni di sicurezza lo permettano.

mercoledì 4 gennaio 2017

Burundi: autorità mettono fuori legge la Lega Iteka importante gruppo per i diritti umani del paese

Agenzia Nova
Bujumbura - Le autorità del Burundi hanno messo fuori legge la più antica organizzazione per i diritti umani del paese, la Lega Iteka. Lo riporta l’emittente britannica “Bbc” citando un decreto ministeriale. Nel documento, il gruppo viene accusato di “macchiare continuamente l’immagine del Burundi e seminare l’odio e la divisione nella popolazione”. 

Il sito web dell'organizzazione
Nata nel 1991, l’organizzazione aveva frequentemente denunciato sospetti abusi dei diritti umani nel paese africano prima di essere sospesa due anni fa, quando la decisione del presidente Pierre Nkurunziza di candidarsi per un terzo mandato ha aperto una lunga crisi politica. 

La Lega Iteka ha tuttavia partecipato in partnership con la Federazione internazionale per i diritti umani a un’indagine sulla situazione nel paese che nel novembre scorso ha portato alla pubblicazione di un importante documento sulle violenze perpetrate direttamente o indirettamente dalle autorità di Bujumbura. Nel rapporto si poneva inoltre l’accento sul rischio di un nuovo conflitto inter-etnico e di un possibile genocidio. Finora, le violenze in corso in Burundi hanno provocato la morte di oltre 500 persone e la fuga dal paese di altre 200 mila.

lunedì 26 settembre 2016

Burundi: rapporto Onu denuncia “gravi violazioni dei diritti umani” e “rischio genocidio”

Agenzia Nova
Bujumbura - Un gruppo di esperti delle Nazioni Unite ha denunciato “gravi violazioni dei diritti umani” commesse in Burundi, soprattutto da parte dei funzionari statali. 


In un rapporto pubblicato oggi, il Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani sostiene inoltre che, data la storia del paese, incombe un “rischio di genocidio”

Nel rapporto, come riferisce l’emittente “Bbc”, gli esperti elencano varie forme di tortura commesse dalle autorità, tra cui persone costrette a sedersi sull’acido e bruciate con fiamme ossidriche. Inoltre, denuncia il rapporto, sarebbero state segnalate diffuse discriminazioni su base etnica. 

Le violenze in Burundi sono scoppiate nell’aprile 2015 a seguito della decisione del presidente Pierre Nkurunziza di correre per un terzo mandato. Le violenze hanno provocato finora la morte di almeno 500 persone e la fuga dal paese di altre 250 mila.

lunedì 9 maggio 2016

Malawi, Burundi, Mozambico,Tanzania: dilagano le violenze contro gli albini

East On Line
L’albinismo è una condizione patologica di carattere ereditario, dovuta ad una mutazione genetica che impedisce di sintetizzare i pigmenti melaninici necessari alla normale colorazione cutanea. Sebbene a livello mondiale si stima che ne sia affetta una persona su 17mila, nell’Africa orientale, soprattutto in Burundi, Mozambico e Tanzania, l’incidenza è molto più elevata arrivando a circa un albino ogni 1.500 abitanti. 



La vita per molti giovani africani nati con questa anomalia metabolica ereditaria è davvero difficile, perché povertà e ignoranza inducono le popolazioni rurali a rifugiarsi nella superstizione, che ritiene gli albini portatori di malocchio o al contrario dotati di poteri magici.

A causa di questa credenza, in alcune zone nell’est del continente gli albini vengono considerati come una punizione divina, mentre in altre aree le parti del corpo sono usate come talismani o ingredienti per creare “miracolose” pozioni in grado di guarire da malattie e far prosperare gli affari.
Tutto ciò comporta che gli albini siano vittime di attacchi, omicidi e mutilazioni. Per esempio, la convinzione che avere un rapporto sessuale con un albino possa curare l’Aids, sfocia spesso in stupri anche nei confronti di bambini.
Nell’ultimo decennio, le aggressioni sono aumentate diffondendosi anche nelle zone urbane e secondo i dati forniti da Under the Same Sun, organizzazione non-profit canadese impegnata nella difesa dei diritti degli albini, almeno 166 persone sono state uccise e 273 aggredite in 25 diverse nazioni africane.

Numerosi episodi di violenza si sono registrati anche in un altro Paese dell’Africa orientale: il Malawi, dove la polizia dall’inizio del 2016 ha registrato 55 attacchi nei confronti di albini. Mentre lo scorso anno nell’ex protettorato britannico sono stati denunciati numerosi rapimenti di persone affette da albinismo, che hanno provocato la morte di almeno undici di loro.

Una crisi inquietante nelle sue proporzioni
Per monitorare la situazione, una squadra di osservatori del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite dal 18 al 29 aprile scorso si è recata nel Paese africano. Le conclusioni tratte al termine della missione dalla nigeriana Ikponwosa Ero, esperta indipendente dell’organismo delle Nazioni unite per i problemi legati all’albinismo, sono a dir poco drammatiche.

Secondo la Ero, la situazione attuale costituisce una crisi inquietante nelle sue proporzioni. Lo dimostrano i circa 10mila albini malawiani che rischiano l’estinzione a causa del costante aumento degli omicidi. Omicidi rituali perpetrati per vendere le loro parti del corpo al mercato nero e poi usarle in riti di stregoneria, per le loro presunte qualità magiche.
La signora Ero, lei stessa affetta da albinismo, ha poi aggiunto che anche nella morte gli albini non possono riposare in pace, perché i loro resti vengono razziati dai cimiteri.
L’esperta dell’ONU non ha mancato di sottolineare che alla base delle violenze sugli albini ci sono motivazioni economiche. Lo confermerebbe anche quanto avviene in Malawi, uno dei paesi più poveri del mondo, dove la vendita delle parti del corpo delle persone affette da albinismo è un business spesso considerato molto redditizio.
Negli stessi giorni in cui gli osservatori delle Nazioni Unite si trovavano in Malawi, la polizia ha scoperto nei dintorni della capitale Lilongwe un cadavere di una ragazza di 21 anni, uccisa perché albina. Dal corpo, trovato chiuso in un sacco e seppellito in una fossa, mancavano alcune ossa, probabilmente asportate poiché ritenute utili per compiere riti di magia nera.
Gli agenti hanno arrestato dieci persone accusandole del crudele delitto. Il principale sospettato è lo zio della vittima, un uomo di 38 anni, che insieme ai suoi complici avrebbe trascinato la giovane in una fattoria per poi ucciderla.
Secondo il portavoce della polizia locale, Kondwani Kandiado, probabilmente gli assassini avrebbero agito perché hanno saputo che le ossa degli albini possono procurare molto denaro.

La drammatica realtà della Tanzania
Ma il Paese africano nel quale in assoluto le persone affette da albinismo vivono la situazione più drammatica è la Tanzania, dove sempre Under the Same Sun, ha rilevato che lo scorso anno si sono verificati un totale di 160 atti di violenza contro di loro, tra cui 76 omicidi.
Il Paese insieme al Burundi, Kenya, Repubblica democratica del Congo, Mozambico, Sudafrica e Swaziland fa parte del circuito “commerciale” dove vengono vendute le parti del corpo mutilate agli albini.
Inoltre, la Tanzania registra una percentuale molto elevata di persone con questa condizione rispetto ai Paesi più sviluppati. La causa principale di questa larga diffusione della patologia sarebbe riconducibile alla consanguineità. Infatti, tutti gli albini dovendo vivere isolati a causa delle persecuzioni, si sposano tra loro e hanno figli.
Anche il cinema ha dedicato attenzione alla tragica situazione di violenza nei confronti degli albini nei Paesi africani. Film come “White Shadow” di Noaz Deshe, vincitore nel 2013 del Premio Opera Prima al Festival di Venezia, o “In the shadow of the sun” di Harry Freeland, miglior documentario al One World Media Awards 2013, hanno sconvolto le giurie e hanno fatto conoscere al grande pubblico questa crudele realtà.

Marco Cochi

martedì 26 aprile 2016

Burundi, un anno di violenze - Rischio di un nuovo conflitto etnico?

Il Caffè Geopolitico
Un nuovo conflitto etnico? – L’opposizione al Presidente è formata prevalentemente da tutsi e sono proprio le aree maggiormente popolate da questa etnia a essersi sollevate (anche in modo violento) contro la rielezione, risultando le più colpite dalla repressione.

Davanti al pericolo di una rivolta armata, esponenti del Governo, formato dalla maggioranza hutu, hanno rilasciato dichiarazioni sconcertanti, che hanno riportato alla mente lo spettro del genocidio ruandese del 1994. Alain Guillaume Bunyoni, ministro della Pubblica Sicurezza, si è spinto a rammentare ai tutsi di essere l’etnia minoritaria e che se le forze governative dovessero fallire nel placare la rivolta, ci sarebbero 9 milioni di hutu che non aspettano altro che un segnale da parte dell’esecutivo.

A perpetrare le violenze è proprio un braccio armato, composto per lo più da giovani militanti, chiamato Imbonerakure (“coloro che vedono lontano”, nella locale lingua kirundi), affiliato al partito di maggioranza CNDD-FDD (Consiglio Nazionale per la Difesa della Democrazia-Forze per la Difesa della Democrazia).
I critici del Governo sostengono che questo gruppo sia formato da miliziani che non si sono mai scrollati di dosso la mentalità della guerra civile e che ora vorrebbero trasformare i disordini in un conflitto etnico.

I rifugiati – Gli efferati scontri hanno spaventato gran parte della popolazione, che non vuole rivivere gli orrori degli anni passati. Per questo motivo ormai circa 250mila burundesi hanno lasciato le proprie case cercando rifugio nei Paesi vicini: Tanzania, Ruanda, Uganda e Repubblica democratica del Congo.
Un inviato delle Nazioni Unite ha reso noto che i campi di accoglienza sono affollatissimi: il principale, il Nyarugusu Camp in Tanzania, ospita 160mila persone (il terzo accampamento per rifugiati più grande al mondo), ma mancano cibo e beni primari, con donne e bambini vittime quotidiane di assalti sessuali.
La maggior parte dei rifugiati che sono riusciti ad abbandonare il Paese ha viaggiato di notte, attraverso la boscaglia, al fine di evitare le milizie leali al Presidente, le quali sono state protagoniste di numerosi assalti nei confronti dei fuggitivi.

La comunità internazionale – Allarmati dalla situazione in cui versa il piccolo Stato africano, molti organismi internazionali si sono mossi per scongiurare un inasprirsi del conflitto.
Diplomatici delle Nazioni Unite hanno visitato due volte il Paese, in dicembre 2015 e gennaio 2016. Alla seconda visita ha partecipato anche il segretario generale Ban Ki-Moon, che ha descritto l’escalation di violenza come agghiacciante.

[...]

Matteo Nardacci

domenica 3 aprile 2016

Burundi: muore in carcere l'ex ministro ruandese Bihozagara

Dire
Secondo fonti di stampa internazionale un ex ministro ruandese detenuto in Burundi con l'accusa di spionaggio è morto in carcere a fine marzo scorso. 

La scomparsa di Jacques Bihozagara è stata confermata dall'amministrazione penitenziaria del Burundi e dal ministero degli Affari esteri del Ruanda. Secondo alcuni suoi compagni di prigionia, il politico sarebbe morto pochi minuti dopo essere stato portato in ospedale per curare alcuni problemi di salute. 

L'esecutivo di Kigali si dice scioccato dalla sua morte. Il ministro degli Esteri ruandese ha chiesto alle autorità di Bujumbura "di chiarire questa morte improvvisa, che solleva molte domande". Secondo Kigali si tratterebbe di un omicidio. 

Il Ruanda ha sempre affermato che Bihozagara era detenuto illegalmente nella carceri di Bujumbura.

giovedì 24 marzo 2016

Burundi: Alto commissariato Onu per i diritti umani, 474 le persone uccise nel paese dall’aprile scorso

Agenzia Nova
Bujumbura - Sono 474 le persone uccise in Burundi dallo scorso aprile, vale a dire dall’inizio della crisi scoppiata dopo la decisione del presidente Pierre Nkuunziza di candidarsi per un terzo mandato. 

È quanto emerge dalla relazione degli esperti dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (Unhcrc) che ieri hanno presentato a Ginevra la relazione della loro missione condotta all’inizio del mese nel paese.

Tuttavia, secondo quanto riporta l’emittente britannica “Bbc”, nel corso della riunione i leader delle organizzazioni per i diritti umani hanno sostenuto che il numero delle vittime ha superato le 600 unità. La crisi in Burundi ha costretto finora oltre 200 mila persone ad abbandonare le proprie abitazioni.

lunedì 28 dicembre 2015

Burundi sull'orlo del baratro. Ora l'Unione Africana alza la voce in maniera decisa

Famiglia Cristiana
Il braccio di ferro, ora, è tutto africano. E forse la crisi burundese si appresta a una svolta. Dopo mesi di pressioni internazionali, che poco o nulla hanno sortito, ora è l'Unione Africana ad alzare la voce in maniera decisa. Ma il Burundi non ci sta

L'Unione Africana ha votato venerdì 18 dicembre l'invio di 5 mila soldati nel piccolo Paese che da mesi è scosso da una profonda crisi politica, istituzionale e umanitaria. Da quando lo scorso aprile il presidente Pierre Nkurunziza ha ufficializzato la sua candidatura per un terzo mandato incostituzionale, la situazione non ha fatto che deteriorarsi.

Nonostante le proteste di piazza della popolazione della capitale Bujumbura, nonostante le pressioni internazionali, le elezioni si sono svolte a luglio e hanno ovviamente confermato la rielezione di Nkurunziza, dopo che gli altri candidati si erano ritirati in segno di protesta.
Da allora, una parte del Paese non riconosce più il presidente come tale. E da allora, le proteste vengono sistematicamente soffocate nel sangue.

Braccio di ferro con l'Unione Africana
Dopo i tanti tentativi della Comunità internazionale, ora ci prova l'Unione Africana. Erano stati dati tre giorni di tempo per accettare o respingere la missione, che prenderebbe il nome di Maprobu e avrebbe il compito di proteggere i civili e prevenire ogni ulteriore deterioramento della situazione.

E lunedì 21 dicembre il parlamento burundese, con le due camere riunite in seduta straordinaria, ha respinto la missione e chiesto al proprio governo di difendere la sovranità nazionale. Lo stesso ha fatto il Consiglio nazionale di sicurezza.

Le pressioni internazionali 
L'Unione Africana aveva già dichiarato che, in caso di rifiuto, potrebbe far ricorso all'articolo 4 del suo Atto Costitutivo, secondo il quale la comunità dei Paesi membri può decidere anche contro la volontà del singolo Stato, in caso di circostanze gravi, come genocidio o crimini di guerra e contro l'umanità.

La situazione è dunque su un pericolosissimo crinale. Il Burundi ha dichiarato che riterrà qualunque invio di truppe un atto di aggressione e agirà di conseguenza.

La comunità internazionale nel frattempo non sta a guardare, anche se da mesi preferisce adottare misure che lascino un seppur esiguo margine a possibili trattative. L'ultimo atto in ordine di tempo viene direttamente da Barack Obama, che sempre lunedì 21 ha emesso un decreto presidenziale secondo il quale a partire dal 1 gennaio prossimo esclude il Burundi dall'African Growth and Opportunity Act.

Da più parti si fanno pressioni perché il Burundi venga anche sospeso dal Consiglio per i Diritti Umani dell'Onu. È davvero un ossimoro che sia membro del Consiglio un Paese che i diritti umani li sta calpestando con una sfrontatezza raramente documentata altrove.

Rischio genocidio
Il 12 novembre era stato il Consiglio di Sicurezza dell'Onu a pronunciarsi, con una perentoria richiesta di proteggere i diritti umani e di cooperare con i mediatori africani per riaprire immediatamente “un dialogo inclusivo e genuino inter-burundese”, con l'allusione a possibili future “misure addizionali contro tutti gli attori burundesi le cui azioni contribuiscano a perpetuare la violenza”, ma nessuna sanzione mirata.

Il pressing per una presa di posizione era cominciato dopo che, all'inizio di novembre, era trapelata sugli organi di stampa nazionali la registrazione di un incontro a porte chiuse, in cui il presidente del senato Révérien Ndikuriyo usava parole di fuoco contro gli avversari, con un linguaggio simile ai messaggi di odio che precedettero il genocidio rwandese del 1994. Da lì si è cominciato a parlare a più riprese di “rischio genocidio” per il Paese.

Di nuovo, il 19 dicembre, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha invocato una urgente accelerazione degli sforzi di mediazione da parte della East African Comunity e ha domandato ai governanti burundesi di cooperare pienamente con la missione di peacekeeping proposta dall'UA. Senza esito, come abbiamo visto.

Scontri a fuoco e repressione 
L'ultimo atto eclatante è stato lo scorso 18 dicembre, quando un assalto a quattro campi militari della capitale alle prime ore del mattino (da parte di un gruppo armato, pare di oppositori) ha causato una violenta controffensiva che ha lasciato sul terreno, a seconda delle fonti, dai 70 ai 200 morti, per la maggior parte civili.

Il tutto all'indomani dell'ennesima risoluzione del Parlamento Europeo, che chiedeva il congelamento di tutti gli aiuti non umanitari al governo burundese. “Circa la metà del budget del Burundi”, si leggeva nel comunicato del Parlamento europeo, “proviene dall'aiuto internazionale,con un contributo dell'UE di 432 milioni di euro per il periodo 2014-2020”.

Quotidiane sparizioni, uccisioni, rastrellamenti
La repressione iniziata la scorsa primavera, infatti, si è incattivita dopo le elezioni-farsa che hanno riconfermato Nkurunziza alla testa del Paese. Le opposizioni, le associazioni e la stampa libera (ormai quasi tutti rifugiati all'estero) documentano e denunciano quotidianamente rastrellamenti, uccisioni, esecuzioni extragiudiziali, spesso commessi da uomini in uniforme.

A essere colpiti sono per lo più uomini e giovani, a partire da chi si è segnalato per aver partecipato alle manifestazioni contro il terzo mandato, ma ormai gli arresti sono davvero arbitrari, chi capita capita.

Retate, punizioni collettive, prelievi forzosi che equivalgono a rapimenti veri e propri,anche se ad attuarli sono uomini in divisa. Tutto ciò è concentrato nella capitale Bujumbura e colpisce in particolare i quartieri contestatari in cui vive la minoranza tutsi, ma non solo loro. Il terrore è generalizzato. E a Bujumbura nel terrore ci si sveglia ogni mattina. Terrore per quello che può essere capitato nella notte, terrore per quello che può capitarti di giorno, dato che nessuno può più dirsi al sicuro. E terrore per gli orrori volutamente esibiti: chi viene prelevato dalle forze “dell'ordine” spesso sparisce. Ma altrettanto spesso viene ritrovato barbaramente ucciso il giorno dopo, il corpo gettato nelle strade, o nei fossati, spesso con segni di tortura, a volte col cranio sfondato o decapitato.

Un vero orrore esibito come monito, nelle strade in città, dove chiunque può passare e vedere. Un orrore esibito con una sfrontatezza che raramente si ricorda. All'estero, da Bruxelles a Ginevra a New York, si moltiplicano le riunioni e le misure restrittive. Ma il regime di Bujumbura pare infischiarsene, irridendo la comunità internazionale.

Vedremo se l'Unione Africana avrà buon gioco. Ma le riserve non mancano, dato che non sono pochi i presidenti (soprattutto nella regione dei Grandi Laghi e nell'Africa Centrale) che ignorano democrazia e alternanza e puntano a un terzo mandato incostituzionale, sulle orme di quel Nkurunziza che a parole tutti condannano.

mercoledì 16 dicembre 2015

Burundi - ONU “guerra civile più vicina”, silenzio del governo. Attacchi e repressione uccide decine di civili

MISNA
“Con l’ultima serie di eventi violenti il paese sembra aver compiuto un ulteriore passo verso la guerra civile. Le tensioni a Bujumbura sono ora ad un livello molto alto”: è il monito dell’Alto rappresentante Onu per i diritti umani, Zeid Ra’ad Al Hussein, comunicato dalla portavoce Cécile Pouilly. Le dichiarazioni allarmiste sono state rilasciate pochi giorni dopo una serie di attacchi e una violenta repressione in più quartieri della capitale che hanno mietuto almeno 87 morti, secondo un bilancio ufficiale. Ma per l’Onu il numero di vittime – ancora da accertare – potrebbe essere molto più alto.

Il nostro ufficio ha ricevuto denunce e dati relativi a 200 civili presumibilmente uccisi. Finora non è stato possibile confermare questi numeri” ha riferito Pouilly. Tra i quartieri più colpiti dalla brutale repressione delle forze di sicurezza – poche ore dopo un triplo assalto contro caserme – quelli di Musaga e Nyakabiga, considerati dalle autorità vicini all’opposizione. “Ci sono state ricerche intensive casa per casa. Un numero imprecisato di persone è rimasto vittima di esecuzioni sommarie, altre centinaia di giovani sono stati arrestati e in molti sono stati portati via verso destinazioni ignote” ha aggiunto la portavoce del rappresentante Onu per i diritti umani. Il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite ha convocato per domani una sessione straordinaria di lavoro dedicata al Burundi, anche per approvare una risoluzione sull’apertura di un’inchiesta per “violazioni dei diritti umani”.

Oltre all’Onu anche l’Unione europea chiede con insistenza l’apertura immediata di un dialogo politico inclusivo per porre fine alla crisi. Ieri Bruxelles ha sbloccato 300.000 euro; una prima tranche di aiuti destinati a sostenere il dialogo con la mediazione dell’Uganda.

Intanto a Bujumbura il governo del presidente Pierre Nkurunziza, in carica per un contestato terzo mandato, ha optato per la strategia del silenzio. Sui canali ufficiali in rete – sito e Twitter – le autorità fanno riferimento soltanto all’apertura della “settimana del tè”, di cui il Burundi è uno dei primi produttori africani, e altre normali iniziative governative, minimizzando di fatto quanto accaduto nelle ultime ore.

[VV]

sabato 7 novembre 2015

Burundi: un fils du défenseur des droits de l'homme Pierre-Claver Mbonimpa retrouvé mort à Bujumbura

RFI
Vendredi 6 novembre, la tension est encore montée d'un cran dans la capitale, alors que l'ultimatum lancé par le président Pierre Nkurunziza expire samedi soir. Les quartiers dits contestataires où la peur s'est installée continuent de se vider. C'est dans ce contexte que le corps de l'un des fils du célèbre défenseur des droits humains Pierre-Claver Mbonimpa a été retrouvé sans vie ce vendredi matin, quelques heures après son arrestation par la police, selon son père. La communauté internationale multiplie les réactions indignées et inquiètes, face à une situation toujours plus tendue.
Le défenseur des droits de l'homme
 Pierre-Claver Mbonimpa
Welly Fleury Nzitonda était le plus jeune fils de Pierre-Claver Mbonimpa, toujours en convalescence à Bruxelles, où il vit en exil depuis qu’il a lui-même réchappé en août dernier à une tentative d’assassinat. Quelques heures avant l’annonce de ce décès, il avait dit son inquiétude. « Il a été arrêté, écrivait-il, et puisque c’est mon fils, il risque d’être tué. »

Selon ses proches, Welly Fleury Nzitonda était venu chercher quelques affaires chez lui à Mutakura, l’un de ces quartiers dits « contestataires », lorsqu’il a été arrêté. Et quelques heures plus tard son corps sans vie a été retrouvé. Selon des témoins, il portait des traces de blessures par balles.

Sur le réseau social Twitter, le porte-parole de la police burundaise fait état de quatre criminels tués au cours d’une patrouille à Mutakura, dont trois en possession de grenades, mais il ne confirme pas la mort du fils Pierre-Claver Mbonimpa. Quant à Willy Nyamitwe, le principal conseiller du président burundais, il a dit vendredi soir apprendre la nouvelle « avec douleur ». Et il promet que « les auteurs d’actes terroristes au Burundi devront en répondre ».

Inquiétudes internationales
La communauté internationale s'inquiète et les déclarations se multiplient. Le Haut Commissariat aux droits de l'homme de l'ONU condamne « sans réserve » le meurtre du fils de Pierre Claver Mbonimpa, dénonce une « impunité totale » pour ces crimes et dit craindre « une politique systématique ciblant les membres de l’opposition, les journalistes, les défenseurs des droits de l’homme, leurs proches et mêmes des citoyens ordinaires qui seraient perçus comme opposés au gouvernement. »

Le secrétaire général de l'ONU s'alarme, lui de « l'escalade » de la violence. « La violence récurrente et les tueries au Burundi doivent cesser », a déclaré Ban Ki-moon. Il se joint ainsi aux Etats-Unis, qui ont dénoncé la « rhétorique incendiaire » du gouvernement, et à la France, qui a condamné « les discours de haine » à la connotation communautaire « inacceptable » et a annoncé la tenue lundi d'une réunion du Conseil de sécurité.

Des discours, regrette à son tour le ministre belge des Affaires étrangères, qui rappellent les « heures les plus sombres de l'histoire du pays ». Au point que vendredi soir, la Cour pénale internationale a mis en garde les Burundais contre le risque de poursuites: « si certains agissements devaient constituer des crimes de guerre, des crimes contre l’humanité ou des actes de génocide, ils ne resteraient pas impunis », promet la Procureur de la CPI.

Selon un rapport du centre de réflexion International Crisis Group publié vendredi, « le Burundi fait à nouveau face à de possibles atrocités à grande échelle et une possible guerre civile ».

La crainte de tueries de grande ampleur
Thierry Vircoulon, directeur Afrique centrale à International Crisis Group s'inquiète de la rhétorique employée récemment par le président du Sénat burundais laissant planer le doute sur des massacres.

« Elle laisse penser qu’une répression violente se prépare. Il est toujours difficile de dire combien de gens peuvent mourir, etc. Mais je crois que les paroles de certains responsables burundais sont sans ambigüité et qu’ils sont prêts à une action. Je crois que s’ils lancent les forces de police contre les quartiers de Bujumbura pour mettre fin à ce qu’ils considèrent être une rébellion, on risque d’avoir des tueries et des massacres de grande ampleur, notamment sur les quartiers qui sont contestataires depuis le mois d’avril », analyse le chercheur.

Une situation et des propos qui expliquent le départ de nombre d’habitants de ces quartiers. « De manière préventive, si je puis dire, ces quartiers sont en train de se vider, preuve que pour les Burundais, les avertissements des membres du gouvernement sont pris très au sérieux. Il est clair que pour les Burundais le gouvernement a l’attention de mettre fin à la rébellion qui est en cours en utilisant la manière forte. »

Ils [les habitants] croient qu'après ça, ça va être catastrophique et ils préfèrent quitter le quartier...
Bujumbura sous très haute tensionUn habitant de Mutakura témoigne de la peur qui règne, mais le maire de la ville se veut rassurant

martedì 20 ottobre 2015

Burundi - Unione Africana indaga su violenze, governo: “ingerenza”

MISNA
L’Unione africana (Ua) prepara un’inchiesta sulle violazioni dei diritti umani in Burundi e il governo di Bujumbura reagisce. 

Il presidente Pierre Nkurunziza
A ribattere al Consiglio per la pace e la sicurezza dell’Ua, che sabato aveva annunciato l’apertura delle indagini, è il ministro degli Esteri Alain Aimé Nyamitwe.

“Cui sono sforzi condotti all’interno del paese, sono in corso sforzi a livello regionale. - ha detto il capo della diplomazia burundese - Che ora arrivino con un martello per prendere misure contro il Burundi ci dà il diritto di porci la domanda: queste misure arrivano veramente dal Consiglio per la pace e la sicurezza o da altrove?”. Nyamitwe si è dichiarato parzialmente contrario anche all’ipotesi della convocazione di un dialogo tra tutti i protagonisti della crisi burundese a Kampala o ad Addis Abeba. Pur dicendosi disposto a colloqui, il governo di Bujumbura mette infatti in questione la possibilità che questi si tengano in una località scelta da altri.

Dall’inizio delle proteste contro il terzo mandato (poi ottenuto) del presidente Pierre Nkurunziza, cominciate a fine aprile, sono stati circa 130 i morti, mentre oltre 200.000 persone si sono rifugiate all’estero.

[DM]