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giovedì 10 giugno 2021

Myanmar sull'orlo della guerra civile, 100.000 sfollati vicino al confine con la Thailandia. L'ONU chiede misure per proteggere i civili

sicurezzainternazionale.luiss.it
Le Nazioni Unite hanno affermato, l’8 giugno, che circa 100.000 persone che vivevano nello Stato birmano di Kayah, situato al confine tra Myanmar e Thailandia, hanno dovuto abbandonare le proprie abitazioni a causa dei combattimenti tra l’Esercito e le forze del governo di unità nazionale (GUN), nato il 16 aprile scorso per opporsi alla giunta militare.

Sfollati del Myanmar al confine con la Thailandia

Lo Stato di Kayah è stato teatro di scontri tra l’Esercito, che ha preso il potere nel Paese il primo febbraio scorso, e la Forza di difesa del popolo, il braccio armato del GNU. L’Esercito ha risposto agli attacchi delle Forze di difesa del popolo con armi pesanti e attacchi aerei, spingendo la popolazione locale ad abbandonare l’area. La Thailandia, che teme un esodo verso i propri confini, ha espresso preoccupazione per tali avvenimenti e ha esortato i militari ad adottare le misure concordate con l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico ASEAN, il 24 aprile scorso.

Le Nazioni Unite in Myanmar hanno affermato che la crisi in Myanmar potrebbe spingere gli abitanti del Paese a oltrepassare i confini internazionali in cerca di sicurezza come già successo in altre aree del Paese. L’Onu ha quindi chiesto alle parti coinvolte di adottare le misure necessarie a proteggere i civili e le infrastrutture non militari e di consentire l’accesso di aiuti per gli sfollati.

L’Esercito del Myanmar ha preso il potere e ha dichiarato lo stato d’emergenza per un anno, a conclusione del quale ha promesso di indire elezioni, il primo febbraio scorso. Nella stessa giornata, la leader Aung San Suu Kyi e altre figure di primo piano del governo civile, tra i quali il presidente Win Myint, sono stati arrestati. I poteri legislativi, esecutivi e giudiziari sono stati trasferiti al comandante in capo delle forze armate, il generale Min Aung Hlaing, mentre il generale Myint Swe è stato nominato presidente ad interim del Paese. L’Esercito ha giustificato le proprie azioni denunciando frodi elettorali che avrebbero caratterizzato le elezioni dello scorso 8 novembre, i cui esiti avevano decretato vincitore con l’83% dei voti la Lega Nazionale per la Democrazia (NDL), il partito fino a quel momento al governo.

Da tale evento in poi il Myanmar ha assisto a sconvolgimenti interni su più fronti. In primo luogo, dal 6 febbraio, sono nati sia un movimento di disobbedienza civile, con il quale molti dipendenti pubblici hanno lasciato il proprio impiego, sia proteste della popolazione che l’Esercito ha represso con la violenza. In secondo luogo, l’Esercito ha ripreso a combattere contro diverse milizie etniche, le quali si sono avvicinate ai manifestanti fornendo loro anche addestramento militare. Infine, il 16 aprile scorso, più membri del Parlamento birmano deposti, alcuni leader delle proteste e altri rappresentanti di alcune minoranze etniche del Paese hanno istituito un governo di unità nazionale (GUN), che, dal 5 maggio scorso, ha un corpo armato noto come Forza di difesa del popolo. Il GUN e le sue milizie sono stati classificati come un gruppo terroristico l’8 maggio scorso.

A livello internazionale, l’ASEAN, di cui fa parte anche il Myanmar, aveva elaborato una proposta in cinque punti per risolvere la crisi in corso nel Paese ma il generale Min Aung Hlaing aveva affermato che l’attuazione di tale piano dovesse avvenire una volta che la situazione in Myanmar fosse stata stabile.

Prima dell’8 giugno, l’inviata speciale dell’Onu per il Myanmar, Chrisrine Schraner Burgener, aveva affermato che nel Paese asiatico potrebbe iniziare una guerra civile e ha esortato l’ASEAN ad agire, il 24 maggio. Al 21 aprile, invece, l’Onu aveva stimato che gli sfollati nel Paese fossero circa 250.000.

sabato 20 marzo 2021

Myanmar: centinaia di rifugiati si riversano in Thailandia in fuga dal colpo di stato. Morte 217 persone nelle manifestazioni

Sicurezza Internazionale
Centinaia di persone avrebbero lasciato il Myanmar dal colpo di Stato del primo febbraio scorso per dirigersi in Thailandia, nell’area di confine tra i due Paesi controllata da milizie locali.


La notizia è stata diffusa dall’incaricato per gli affari esteri di uno tra i gruppi armati, Karen National Union (KNU), Padoh Saw Taw Nee, il 18 marzo. 

L’uomo ha dichiarato a The Straits Times che nel territorio controllato dalla KNU vi sarebbero quasi 1.000 persone fuggite dal Myanmar. Tra essi, alcuni sarebbero leader degli scioperi avvenuti nel Paese, altri farebbero parte del movimento di disobbedienza civile, altri ancora sarebbero ex-impiegati statali, legislatori e membri delle forze dell’ordine e dell’esercito. Secondo il membro di KNU, in altre aree controllate da altri gruppi poi vi sarebbero ancora altri rifugiati.

Al confine tra Myanmar e Thailandia vi sono più di venti gruppi armati indigeni, alcuni dei quali hanno condannato il colpo di stato dell’Esercito. Da tale evento KNU ha affermato che i negoziati per un cessate il fuoco con il governo birmano sono stati interrotti.

Intanto, le autorità thailandesi hanno disposto aree in grado di accogliere fino a 43.000 rifugiati . L’Esercito thailandese ha incrementato i controlli al confine.

In Myanmar, intanto, dallo scorso 6 febbraio, in tutto il Paese, sono ancora in corso proteste contro la giunta militare al potere che sono spesso sfociate in violenza, con la polizia che ha sparato sui manifestanti. 

Ad oggi, sarebbero state 217 le persone che hanno perso la vita in tale contesto, secondo dati rilasciati dall’organizzazione Assistance Association for Political Prisoners. Ciò nonostante i manifestanti stanno continuando a portare avanti il movimento. A detta della giunta militare al potere, le autorità starebbero evitando quanto possibile di reprimere con la forza quelle che definisce “rivolte” che danneggiano la sicurezza e la stabilità nazionali.

mercoledì 27 giugno 2018

Thailandia. Messo a morte il 18 giugno Theerasak Longji di 26 anni. Oltre 60 reati prevedono la pena di morte

occhidellaguerra.it
Il 18 giugno in Thailandia è stato messo a morte tramite iniezione letale il detenuto Theerasak Longji, 26 anni, condannato per l'uccisione di un giovane 17enne nella provincia meridionale di Trang. 


È stata la prima esecuzione nel Paese asiatico da quando, nel 2009, sono stati condannati a morte due trafficanti di droga. L'attuazione della pena, che è stata criticata dai gruppi per i diritti umani, ha riacceso i riflettori sull'argomento.

Più di sessanta reati prevedono l'esecuzione - La pena capitale esiste da secoli in Tailandia e anche se per lunghi periodi non ci sono state uccisioni, sulla carta, per il governo di Bangkok, ci sono ancora oggi più di sessanta reati che la prevedono. Tra questi, troviamo l'omicidio e il traffico di stupefacenti. Negli anni, però, sono cambiati i metodi. Dal 1805, quando il Paese era conosciuto come l'antico Regno del Siam ed era ancora una monarchia assoluta, fino al 1932, quando è passato ad una monarchia costituzionale, un decreto chiamato "Legge dei Tre Sigilli" permetteva ventuno diverse forme di esecuzione. Alcune di queste erano molto crudeli. I condannati per tradimento, ad esempio, venivano avvolti in un panno imbevuto d'olio e dati alle fiamme. Successivamente, poi, dal 1938, la morte avveniva tramite fucilazione.

L'ultimo boia della Thailandia - L'ultima esecuzione con arma da fuoco c'è stata l'11 dicembre 2002. Il boia si chiamava Chavoret Jaruboon, morto il 29 aprile 2012. In diciotto anni di "carriera" ha ucciso 55 prigionieri, per lo più nel carcere di massima sicurezza di Bang Kwang, conosciuto anche con il nome di "Bangkok Hilton". Sulla storia di Jaruboon, nel 2014, è stato fatto anche un film: "The Last Executioner". Prima di lunedì scorso, dal 2002 al 2009, sono state giustiziate sei persone. I detenuti condannati alla pena di morte in Tailandia, attualmente, sono oltre cinquecento. C'è anche un italiano tra loro: Denis Cavatassi, 50 anni. 

È rinchiuso nelle prigioni thailandesi con l'accusa di essere il mandante dell'omicidio del suo socio, Luciano Butti, ucciso nel marzo del 2011 a Pukhet, dove entrambi avevano un'attività di ristorazione.

Fabio Polese

giovedì 21 giugno 2018

Thailandia. Pena di morte, prima esecuzione dal 2009

ticinonews.chLa Tailandia ha giustiziato ieri il primo detenuto da nove anni a questa parte, con un'iniezione letale che ha tolto la vita a un giovane di 26 anni condannato per l'omicidio. 

Lo ha annunciato oggi il Dipartimento per le carceri. L'esecuzione è stata criticata dai gruppi per i diritti umani. In un comunicato, Amnesty International l'ha definita "deplorevole".

Dal 2009 la Tailandia aveva osservato una moratoria di fatto sulla pena capitale, tanto che la stessa Amnesty International era pronta a considerare il Paese "abolizionista in pratica" al compimento del decimo anniversario dall'ultima esecuzione. Sulla carta, in Tailandia sono 63 i reati che prevedono la pena capitale, dall'omicidio al traffico di droga. I detenuti condannati alla pena di morte sono oltre 500.

martedì 6 febbraio 2018

Denis Cavatassi, l'italiano condannato a morte in Thailandia che lotta per la sua innocenza

La Repubblica
È sotto processo per l'omicidio del suo socio: si è sempre proclamato innocente. La condanna. Le lettere. La famiglia. Ora la sua storia arriva in Senato
"Mi rendo conto solo ora che il destino possa riservare delle esperienze che vanno oltre ogni immaginazione. Prima di vivere tutto questo non avevo mai riflettuto a fondo sul concetto di giustizia e di punizione, o su come, spesso, si possa essere troppo facilmente giustizialisti di fronte a quello che potrebbe essere anche un errore giudiziario". 
C'è un italiano che è stato condannato alla pena di morte. Si chiama Denis Cavatassi, ha 50 anni, ed è rinchiuso nelle carceri tailandesi con l'accusa di essere il mandante dell'omicidio del suo socio, Luciano Butti, ucciso nel marzo del 2011 a Pukhet dove entrambi avevano un'attività di ristorazione. Questa è una delle lettere che in questi anni ha inviato in Italia, alla sua famiglia.

Cavatassi si è sempre detto innocente. Arrestato subito dopo l'omicidio fu rilasciato su cauzione. Poteva scappare. Non l'ha fatto. Ha aspettato il processo convinto di un'assoluzione. E invece è arrivata la condanna a morte. Ora è in corso l'appello. Romina, sua sorella, sta conducendo una battaglia perché venga riconosciuta l'innocenza di suo fratello. Accanto a lei c'è ora l'avvocato Alessandra Ballerini (la stessa delle famiglie di Giulio Regeni e Andy Rocchelli, tra le maggiori esperte in Italia di diritti umani), che la accompagnerà domani, martedì 6 febbraio, insieme con il fratello Adriano, Amnesty International, l'associazione 'Prigionieri del silenzio' e il senatore Luigi Manconi in Senato per raccontare a tutta l'Italia cosa è accaduto a Denis. E cosa sta accadendo.

"Le nostre speranze - spiega Romina a Repubblica - sono che venga assolto e dichiarato innocente, quale è. Speriamo e confidiamo nella serietà e professionalità della corte suprema, composta da tre giudici di esperienza. Speriamo che i giudici della corte suprema eseguano un esame attento della documentazione, dell'iter processuale e delle varie violazioni che ci sono state. Speriamo che gli si garantisca un processo equo che finora non c'è stato. Ci stiamo rivolgendo all'attenzione sociale e istituzionale perché vorremmo che il suo e il nostro inferno finisse, ma vorremmo anche che a tutti, colpevoli o innocenti che siano, venisse garantito un processo equo e un trattamento più umano.Quello che lui racconta è sconcertante e a tratti disumano".

Giuliano Foschini

sabato 30 dicembre 2017

Thailandia, famiglia di otto rifugiati dello Zimbabwe bloccata da tre mesi in aeroporto

Il Messaggero
Una famiglia di otto persone, proveniente dallo Zimbabwe, vive da tre mesi nell'area partenze dell'aeroporto Suvarnabhumi di Bangkok per problemi con il visto.


La storia, che ricorda quella interpretata da Tom Hanks nel film «The Terminal» (ispirata a un caso vero), è emersa dopo la pubblicazione di una fotografia su Facebook da parte di un thailandese che lavora all'aeroporto. 

La famiglia - quattro adulti e quattro bambini sotto gli 11 anni - è arrivata a Bangkok lo scorso maggio con un visto turistico, rimanendo per mesi oltre la sua scadenza.

Al momento della partenza per la Spagna lo scorso settembre, l'imbarco è stato loro negato perché non possedevano un regolare visto per l'area Schengen. Il gruppo si rifiuta di tornare in Zimbabwe citando il timore di essere perseguiti dalle autorità, ed è stato rispedito a Bangkok dopo aver tentato di raggiungere l'Ucraina lo scorso ottobre. 

In Thailandia, Paese che non concede lo status legale di rifugiati e richiedenti asilo, la storia ha suscitato la curiosità di molti e molti commenti solidali con la famiglia, che secondo un colonnello dell'immigrazione citato dalla Bbc «è contenta di rimanere qui, e ha altre opzioni».

martedì 13 dicembre 2016

Thailandia: il nuovo re Vajiralongkorn concede l'indulto a 30mila detenuti

Ansa
Circa 30 mila detenuti potrebbero essere liberati nei prossimi giorni in Thailandia dopo un indulto concesso dal nuovo re thailandese Vajiralongkorn, in quello che la Gazzetta ufficiale ha definito "la prima opportunità di mostrare la pietà del sovrano da quando è salito al trono". 

Lo riferiscono oggi i media di Bangkok. Secondo il Bangkok Post, fino a 100mila prigionieri - tra cui anche alcuni dei condannati per lesa maestà - rientrano nei criteri definiti dall'indulto, ma sono meno di un terzo quelli che probabilmente torneranno in libertà, e i condannati per crimini più gravi non sono tra questi. 

Tra questi c'è il politico Chuvit Kamolsivit, un ex imprenditore attivo nel settore dei casinò illegali e dei bordelli, condannato lo scorso gennaio a due anni di reclusione.

venerdì 25 settembre 2015

Thailandia tratta di profughi Rohingya, indagati altri ufficiali

MISNA
Un colonnello e due capitani dell'esercito e uno della marina militare sono gli ultimi esponenti delle forze armate finiti sotto inchiesta per la tratta di profughi di etnia rohingya e fede musulmana in fuga dalla persecuzione in Myanmar. Per tutti il tribunale ha emesso un mandato di arresto per traffico di esseri umani.

Finora, nonostante le denunce locali e internazionali di un coinvolgimento di elementi delle forze armate thailandesi in una estesa rete di trafficanti che sfrutta le necessità dei Rohingya in transito dalla Thailandia verso la musulmana Malesia, finora un solo ufficiale dell'esercito (un maggiore) era stato ufficialmente indagato. Il mandato di ieri è il primo a carico di un ufficiale della marina e conferma che le accuse avanzate in passato hanno un fondamento nonostante la stessa marina militare abbia mandato sotto processo per calunnia due giornalisti di un media online locale – dichiarati innocenti dal tribunale a inizio settembre scorso - che avevano riportato parte di un esteso servizio delle Reuters su questo coinvolgimento.

Paveen Pongsirin, investigatore-capo della polizia sul caso ha indicato che sono 153 i mandati di arresto spiccati finora in connessione con un traffico emerso ufficialmente solo a aprile, con la scoperta di resti di campi clandestini con annesse tombe comuni con un centinaio di cadaveri. Una realtà resa possibile soltanto da connivenze e interessi congiunti di vari gruppi e autorità, data anche la prossimità del confine malese e la militarizzazione della regione, al centro di attività insurrezionali e terroristiche. Solo una novantina gli arrestati, mente gli altri sono probabilmente all'estero.

Dopo anni in cui i dinieghi ufficiali sulla presenza di estesi traffici di esseri umani, interni al paese e parte di network internazionali erano stati accettati o poco contrastati, da qualche tempo la Thailandia è finita nel mirino dei media e delle organizzazioni per i diritti umani, oltre che delle diplomazie. In particolare, la pretesa dal regimi militare in carica dal maggio 2014 di volere portare il paese verso una democrazia più responsabile, moralizzando la vita pubblica ed eliminando la corruzione diffusa, si scontra una realtà ben diversa. Le azioni di contrasto sono perlopiù cosmetiche (pubblici ufficiali e poliziotti vengono solo spostati in altra sede – come i 32 rimossi solo ieri - non incriminati e nessuno è stato finora condannato. Il dipartimento di Stato Usa lo scorso luglio ha confermato il paese al livello più basso quanto a impegno contro il traffico di esseri umani, citando lavoro forzato e sfruttamento sessuale come le conseguenze più vistose. L'Unione europea verificherà questo mese la situazione nel settore della pesca, dove gli abusi sono enormi e coinvolgono decine di migliaia di individui, soprattutto immigrati birmani. Possibile il blocco dell'import di prodotti ittici nella Ue, secondo mercato per la Thailandia con un valore di almeno 800 milioni di dollari l'anno.

lunedì 13 luglio 2015

Thailandia - Condannato il respingimento di Uighuri verso la repressione in Cina

MISNA
Forte la pressione internazionale sul governo militare di Bangkok nel fine settimana dopo l'espulsione verso la Cina di un centinaio di Uighuri che potrebbero andare incontro a severe sanzioni e anche a condanne per attività indipendentiste o terrorismo secondo le leggi cinesi.

Cina scontri tra Uighuri e polizia in Cina
Se la comunità internazionale ha infatti accolto con favore la precedente partenza verso l'asilo turco di 147 Uighuri, donne e bambini in maggioranza, l'imbarco l'8 luglio su un aereo cinese di 85 uomini e 24 donne, e in parte membri di famiglie separate d'autorità in Thailandia, che hanno viaggiato incappucciati dalla città meridionale thailandese di Songkhla, accompagnati da un ingente forza di polizia e mostrati dalla tv cinese costretti a sbarcare dall'aereo all'arrivo in una località ignota, non è caduto nel vuoto e la reazione è stata dura e diffusa. 

Pressoché unanimemente negativa da parte delle diplomazie, dell'Onu e delle organizzazioni per i diritti umani e umanitarie, con un unico tentativo di giustificazione del comportamento di Bangkok da parte cinese.

Pechino ha infatti indicato la sua riconoscenza verso il rimpatrio di elementi che considera pericolosi per la propria sicurezza ma che indica anche come parte di una diaspora di potenziali combattenti uighuri dalla provincia dello Xinjiang verso le regioni in mano all'Isis, con transito in Turchia. Uno scenario che viene considerato improbabile, certamente assai meno di quello documentato di repressione delle istanze autonomiste, delle tradizioni culturali e religiose degli Uighuri musulmani.

Per molti, anche all'interno per quanto consentito dalla censura, un segnale non solo di incertezza della diplomazia thailandese, che deve rispondere insieme alle decisioni del regime militare, ai tentennamenti di un governo formalmente civile ma sotto controllo delle forze armate, di un contesto internazionale che chiede con sempre maggiore decisione a Bangkok di rispettare non solo le proprie leggi ma anche trattati e convenzioni internazionali su un numero crescente di questioni.

Evidenzia anche i crescenti rapporti con la Repubblica popolare cinese, per nulla critica della situazione thailandese dopo il secondo colpo di stato in nove anni, il 22 maggio 2014, e con una restaurazione in corso a favore delle élite tradizionale e di gruppi di potere economico, entrambi tutelati dai militari, che rischiano di negare al paese evoluzione democratica, economica e culturale.

Il confronto – che ha incluso pesanti apprezzamenti rivolti agli Uighuri dal capo del governo, inaccettabili sul piano umanitario e diplomatico – con i boat-people di etnia Rohingya in fuga dal Myanmar protagonisti di un recente crisi umanitaria che ha coinvolto anche la Thailandia, va considerato su piani diversi. Lo stesso piano quanto a urgenza di assistenza e trattamento in vista di una ricollocazione. Diverso, perché assai più dannoso per l'immagine del paese, quello dell'espulsione. considerando che gli Uighuri usano il Paese del sorriso solo come area di transito in viaggio verso la Turchia.

Ankara ha un programma di accoglienza e ospita – come peraltro diversi paesi occidentali – comunità di esuli uighuri. Il respingimento verso la Cina, immotivato sul piano delle necessità interne, sembra andare in una sola direzione: quella di aderire a pressioni cinesi in cambio di accordi commerciali, investimenti e appoggio sul piano diplomatico in una situazione di crescente isolamento.

[CO]

lunedì 6 luglio 2015

Thailandia: confermata corte marziale per studenti-oppositori

MISNA
Arrestati 11 giorni fa per avere contestato il regime militare con una manifestazione pacifica ma proibita sotto la legge provvisoria in vigore, 14 studenti vanno incontro domani al giudizio da parte di una corte marziale. A confermarlo stamattina, il capo dell’esercito, generale Udomdej Sitabutr, che ha chiarito che pressioni interne e internazionali sono ininfluenti e che non vi saranno né rilascio né cancellazione dei reati che hanno portato all’arresto e alla detenzione preventiva degli universitari.
Il Consiglio nazionale per la pace e per l’ordine, la giunta militare che co-gestice il paese con un governo formalmente in mano ai civili ma formato in maggioranza da militari e ex militari, proibisce dal colpo di stato del maggio 2014 raduni di oltre cinque individui e iniziative di dissenso che ritiene politicamente motivati. Nella realtà, manifestazioni pro-regime, recenti proteste di agricoltori e altre iniziative pubbliche sono all’ordine del giorno, raramente proibite o contrastate con la forza, ma ogni forma di dissidenza viene repressa, in associazione a una forte censura da cui trapelano sacche di insoddisfazione.

Dopo la sollecitazione di organizzazioni internazionali e governi – la scorsa settimana anche di Onu e Ue – alla liberazione dei giovani, e nonostante la simpatia che la sorte degli studenti va raccogliendo tra i thailandesi della diaspora e anche all’interno, il generale Sitabutr ha indicato che “occorre lasciare alla legge decidere e il passaggio successivo è l’invio del caso al tribunale militare”.

Il primo ministro anche a capo della giunta militare, l’ex capo dell’esercito Prayut Chan-ocha ha a sua volta segnalato di avere “suggerito” ai giudici militari quella che potrebbe essere un provvedimento di clemenza, ma non di ammissione dei diritti degli studenti. In linea con i principi imposti su 67 milioni di thailandesi e funzionali a una “road-map verso la democrazia” che va gradualmente trasformandosi in un percorso di restaurazione aristocratico-militare che potrebbe durare decenni.

[CO]

sabato 16 maggio 2015

Migliaia di migranti abbandonati a largo dell’Indonesia. Malesia, Indonesia e Thailandia rifiutano di intervenire

VITA
Un’emergenza umanitaria, è quella che stanno attraversando i migliaia di migranti abbandonati in mare dai trafficanti, in seguito ad un giro di vite sull’immigrazione da parte del governo tailandese. Le vittime, provenienti dal Bangladesh e da Myanmar sono bloccate in mare senza cibo, acqua e servizi sanitari, mentre Malesia, Indonesia e Thailandia rifiutano di intervenire
Si tratta di un altro mare, molto lontano da noi, eppure è una storia che abbiamo già sentito troppe volte, quella dei 700 migranti provenienti dal Bangladesh e da Myanmar, che sono stati salvati durante un naufragio a largo delle coste indonesiane. Secondo la BBC un’altra barca invece sarebbe stata rispedita in mare dalla marina militare e non si hanno tracce di un’altra imbarcazione che è stata allontanata dalle acque tailandesi.

Lo Human Rights Watch ha definito un ping-pong mortale di vite umane, quello che si sta consumando nel Mar Andamano e nello Stretto di Malacca, che separa Sumatra dalla Malesia. In queste acque migliaia di migranti sono stati abbandonati, senza cibo, acqua e servizi sanitari adeguati, dopo che i trafficanti si sarebbero rifiutati di proseguire il viaggio e attraccare, in seguito ad un giro di vite da parte del governo thailandese.

Il 10 maggio oltre 2 mila persone sfinite erano finalmente approdare a Langkawi in Malesia e a Aceh in Indonesia, dopo settimane passate in mare, in cui hanno dichiarato di aver sofferto la fame e la sete. Lo Human Rights Watch ha chiesto ai governi di Thailandia, Malesia e Indonesia di smettere i respingimenti e aiutare le migliaia di persone che in queste ore stanno rischiando la vita in mare. In un’intervista all’agenzia AFP il capo della polizia di Aceh, in Indonesia, ha dichiarato che, secondo lui, i passeggeri della barca tratta in salvo erano probabilmente stati allontanati dalle acque della Malesia, dalla marina malesiana e poi portata finalmente a terra da un’imbarcazione di pescatori.

La politica ufficiale della Thailandia, della Malesia e dell’Indonesia infatti è respingere sistematicamente i migranti che cercano di arrivare, una politica, definita dalle Nazioni Unite, “orribile”.

Le vittime sono i migranti bengalesi che fuggono dal Paese principalmente per questioni economiche e i rohingya, una minoranza etnica musulmana che vive principalmente in Myanmar, non riconosciuta dallo Stato e a cui, in molti casi, vengono negati i diritti fondamentali alle cure, all’istruzione e alla libertà di movimento.

L’inviato della BBC ,Jonathan Head, ha raccontato che dei rappresentanti della marina militare erano saliti a bordo di una delle barche dei migranti, avevano distribuito un po’ di acqua e cibo ai passeggeri e poi avevano dato ordine di allontanarsi dalle acque nazionali. Per non fare avvicinare la barca alle coste, un elicottero ha addirittura lasciato cadere in mare delle scorte alimentari e le persone si sono dovute tuffare per recuperare il cibo.

Il portavoce della Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite ha definito queste azioni “incomprensibili e inumane”.

Non si sa ancora esattamente quante siano le imbarcazioni coinvolte dell’emergenza, alcune di queste però sono in viaggio già da alcuni mesi e i passeggeri costretti a vivere in condizioni terribili, si stima che molti abbiano bisogno di assistenza medica.

La Thailandia ha convocato per il 29 maggio un summit per discutere dell’emergenza. Myanmar ha già dichiarato che, con tutta probabilità, non parteciperà all’incontro.

Dall'ultima escalation della violenza nel conflitto con i Rohingya nel giugno 2012 più di 100.000 persone appartenenti a questa minoranza di fede musulmana sono fuggite dalla Birmania. Da gennaio 2015 ad oggi i Rohingya fuggiti dal paese sono circa 25.000. Attualmente si stima che i Rohingya dispersi in alto mare siano circa 6.000. Se i paesi circostanti continueranno a rifiutarsi di accoglierli, rischiano la morte per fame, sete e annegamento.

domenica 3 maggio 2015

Traffico di esseri umani: scoperto in Thailandia campo degli orrori con decine di corpi di rifugiati

Articolo Tre
Sono oltre 50 i cadaveri, in decomposizione, di migranti ritrovati in una zona remota della Thailandia del sud, dove si pensa esserci stato un campo, anzi un vero e proprio lager approntato dai trafficanti di esseri umani. 

Lo scenario è raccapricciante, i corpi ovunque, in quella che è diventata successivamente una vera e propria tomba; le vittime sono uomini provenienti dal Myanmar e Bangladesh, che sono stati portati nella provincia di Songkhla vicino alla Malesia, una tappa usuale per i trafficanti, prima di attraversare il confine e procedere oltre. La maggior parte di loro erano rifugiati musulmani Rohingya, i quali sono stati lasciati morire di fame oppure sono morti di malattia mentre attendevano il pagamento del riscatto in modo che potessero essere contrabbandati in Malesia, secondo i rapporti locali.

Un ospedale locale ha confermato che un uomo del Bangladesh è miracolosamente sopravvissuto altriste destino che ha colpito ben 50 dei suoi compagni rifugiati. Il sito straziante è stato scoperto nel quartiere Sadao, in un campo abbandonato per i rifugiati vittime della tratta di esserei umani conosciuta localmente come "boat people". 

Quando i trafficanti sono costretti a sfuggire a causa dell'attacco dei predoni, lasciano le persone malate, deboli o disabili dietro di loro a morire. Un soccorritore, arrivato sulla raccapricciante scena, poco dopo la sua scoperta, ha confermato che erano almeno 32 le tombe e quattro corpi, già riesumati, stavano venendo trasportati in ospedale per l'autopsia. 

Per raggiungere il campo degli orrori ci sono voluti 50 minuti di cammino attraverso una giungla impervia situata su un terreno montagnoso. Come riferito dalla polizia locale si tratta solamente della punta dell'iceberg per quanto riguarda il traffico di esseri umani, traffico che già era stato scoperto in Thailandia e per cui diversi funzionari del governo, ma anche poliziotti ed ufficiali di marina, sono stati arrestati per coinvolgimento, favoreggiamento e complicità.

domenica 8 febbraio 2015

Nuovi schiavi - Missionario Pime: Tratta di esseri umani, piaga della Thailandia finanziata dall'Occidente

AsiaNews
P. Adriano Pelosin racconta l’opera della Chiesa, una “realtà piccola” che ha saputo portare alla luce “problemi nascosti”. Cambia il fenomeno della prostituzione, che ora coinvolge ragazze straniere, laotiane e birmane. La storia di Rose, schiava del sesso per i debiti del padre. Dalle scuole cattoliche iniziative di sensibilizzazione che raggiungono anche non cristiani.
Bangkok - La Chiesa cattolica thai è una "realtà piccola, i fedeli sono lo 0,5% su un totale di oltre 67 milioni di abitanti, ma sotto certi aspetti vale più del 50% perché ha saputo creare una coscienza critica, ponendo al centro dell'attenzione problemi a lungo nascosti". Fra questi vi sono anche lo sfruttamento dei lavoratori, il mercato della prostituzione e la tratta di esseri umani, queste forme moderne di schiavitù "attorno alle quali ha fatto nascere un dibattito critico e posto principi etici rigorosi". È quanto racconta ad AsiaNews p. Adriano Pelosin, sacerdote del Pontificio Istituto Missioni Estere (Pime), da 36 anni in Thailandia. Egli ha speso la propria missione nelle baraccopoli della periferia di Bangkok, salvando bambini dalle violenze sessuali, tenendoli lontani dai trafficanti e dalla criminalità organizzata. Dal maggio 2013 l'arcivescovo di Bangkok (e neo cardinale) mons. Francis Xavier Kriengsak Kovithavanij, gli ha affidato la cura della parrocchia di San Marco a Pathumthani.

In preparazione alla prima Giornata di preghiera e riflessione contro la tratta delle persone, che la Chiesa celebra il prossimo 8 febbraio, AsiaNews raccoglie e presenta una serie di testimonianze sulla migrazione e la tratta di esseri umani in Asia. Un fenomeno che interessa da vicino la Thailandia, crocevia del traffico di esseri umani e (ancora oggi) uno dei centri più fiorenti per quanto concerne il mercato della prostituzione. Un fenomeno che, nell'ultimo periodo, appare mutato sotto alcuni aspetti.

Racconta p. Pelosin: "La Chiesa thai si sta muovendo e tanto ha fatto attraverso le congregazioni religiose femminile, in particolare le Orsoline, che hanno lavorato molto in questo settore, puntando soprattutto sulla sensibilizzazione della gente". In tutte le diocesi e parrocchie, aggiunge, vi sono "gruppi di donne cattoliche che denunciano il problema" della tratta, della schiavitù sessuale, coinvolgendo "le donne e i bambini, i soggetti più a rischio". Un'opera, conferma il missionario Pime, che ha portato "ad una maggiore presa di coscienza, almeno fra le donne thai, della loro dignità, del loro valore".

Oggi, infatti, a fronte di un mercato della prostituzione che dilaga in molte parti del Paese, concentrandosi nella capitale Bangkok e nei luoghi turistici più rinomati come Pattaya, nel sud, sembrano essere cambiate le dinamiche e le vittime degli sfruttatori. Grazie all'opera di sensibilizzazione, riferisce p. Pelosin, vi sono sempre meno giovani thai che si prostituiscono; oggi la maggior parte delle schiave del sesso "sono laotiane, birmane, cinesi, altre provenienti dagli ex Stati satellite dell'Unione Sovietica".

Gli sfruttatori, invece, sono sempre gli stessi: "Non thailandesi, ma europei e occidentali senza scrupoli" racconta il missionario, il quale sottolinea che tratta, schiavitù, sfruttamento non sono solo problemi dell'Asia. L'Occidente è coinvolto, spiega, "nel senso che da lì arriva la richiesta di prostitute, molte delle agenzie che trafficano sono gestite da occidentali, dunque non si può dire che sia un fenomeno thai, dell'Oriente. È un commercio creato da occidentali, giapponesi, cinesi e ora moltissimi russi, nuovi proprietari di locali, karaoke, centri massaggi. Il mondo occidentale in certi casi è incapace di vedere e riconoscere la dignità delle persone, di tutte; ma soprattutto delle donne. E non esporta solo diritti, ma anche sfruttamento".

Fra le tante, p. Pelosin ricorda la storia di Rose (nome fittizio, per tutelarne la privacy), che a 22 anni è stata venduta dal padre a un bordello della capitale, dove la giovane ha dovuto prostituirsi per cinque anni. L'uomo ritirava ogni mese una percentuale (5mila bath) sui compensi della figlia, già madre di un bimbo piccolo, per saldare debiti pregressi. "Le ragazze si sentono responsabili verso la famiglia, nei confronti del padre - spiega il missionario - e subiscono, certo non volentieri, ma lo fanno e con un certo grado di condiscendenza". Grazie all'impegno del sacerdote e della Chiesa la ragazza, finita in un secondo momento in un giro di droga nel sud, è riuscita a sfuggire agli aguzzini e a ricostruirsi una vita assieme a un uomo. "Si è sposata e ha avuto un altro figlio, il terzo, dopo aver abbandonato il secondo quando era ancora invischiata nel mondo della droga e della prostituzione. Il piccolo è stato accolto da una famiglia cattolica della zona".

"Queste storie accadevano molti anni fa - riferisce p. Pelosin - con le ragazze thai, ma l'opera di sensibilizzazione della Chiesa ha determinato una drastica riduzione del fenomeno. 
Purtroppo, però, ora succede con giovani laotiane trafficate illegalmente nel Paese". Grazie a gruppi di religiosi e religiose cattolici le istituzioni ora sono "più responsabili e accorte", anche se Bangkok "resta sempre un centro per la tratta di donne e bambini cui si è aggiunto, nell'ultimo periodo, anche il traffico clandestino di organi rivenduti per denaro". 

L'impegno profuso dai cattolici nelle ultime settimane ha permesso di far conoscere la Giornata contro la tratta delle persone dell'8 febbraio anche al di fuori dell'ambito cristiano. "Le scuole gestite da suore - conclude il missionario - sono frequentate da oltre 100mila studenti, molti dei quali non cattolici; l'opera di sensibilizzazione ha toccato le coscienze, ora i giovani sanno che esiste un problema che si è cercato di nascondere per troppo tempo. Invece la Chiesa esorta a riconoscere e affrontare i problemi, non a nasconderli".

sabato 13 settembre 2014

Thailandia, un paese ridotto al silenzio, continue violazioni dei diritti umani.

Corriere della Sera - Blog
Centinaia di arresti arbitrari, denunce di tortura, profonde limitazioni alla libertà d’espressione e di manifestazione pacifica, processi irregolari nelle corti marziali: è questa l’atmosfera di paura che si respira in Thailandia, denunciata da Amnesty International in un rapporto sulle violazioni dei diritti umani commesse della giunta militare che ha preso il potere il 22 maggio, due giorni dopo la proclamazione della legge marziale.

Con l’obiettivo di “cambiare le attitudini” e azzerare il dissenso, il governo militare del Consiglio nazionale per la pace e l’ordine (Ncpo) ha ordinato centinaia di arresti e detenzioni arbitrarie, molte delle quali ai danni di persone legate al precedente governo.

Sebbene nella maggior parte dei casi la detenzione sia durata al massimo una settimana, queste persone vivono con la paura di essere incriminate nonostante abbiano firmato un impegno a non prendere parte ad “attività politiche” come condizione per il loro rilascio.

La polizia e l’esercito hanno arrestato o minacciato di arrestare parenti di alcune persone che si erano rifiutate di rispondere a un ordine di comparizione. Molte altre rischiano di essere incriminate per non aver risposto a una convocazione e si sono viste revocare il passaporto.

Amnesty International ha ricevuto denunce credibili di torture, anche nel corso dei primi giorni di detenzione in isolamento, tra cui pestaggi, soffocamento e finte esecuzioni. La tortura è un problema di lungo periodo in Thailandia e fu particolarmente usata nei centri di detenzione durante precedenti periodi di legge marziale.

Kritsuda Khunasem, un’attivista politica arrestata il 27 maggio, ha riferito le torture subite durante gli interrogatori:

“Se ci mettevo troppo tempo a rispondere, se non parlavo, se non rispondevo in modo diretto, mi prendevano a pugni in faccia, allo stomaco, su tutto il corpo… Il momento peggiore è stato quando mi hanno avvolto la testa con una busta di plastica, l’hanno stretta in fondo, poi una sacca di tessuto. Sono svenuta e mi hanno fatto rinvenire coi getti d’acqua. Ho capito allora cosa vuol dire avere costantemente paura di morire…”
Le limitazioni alla libertà d’espressione e di manifestazione pacifica hanno avuto un effetto raggelante sul dibattito pubblico e hanno dato vita a un’ampia autocensura.

Centinaia di siti Internet sono stati chiusi o bloccati, i mezzi d’informazione sono stati rigorosamente monitorati dai comitati per la censura e sono stati minacciati gli arresti per chiunque intendesse postare opinioni critiche.

Il divieto di raduni superiori a cinque persone, in vigore dall’inizio della legge marziale, costituisce una chiara violazione del diritto alla libertà di manifestazione pacifica.

Un numero senza precedenti di persone è stato incriminato ai sensi della legge sulla lesa maestà, che vieta le offese ai membri della famiglia reale. Dal colpo di stato, quattro persone sono state condannate e altre 10 rinviate a processo.

Sintomatico del modus operandi della giunta militare è la repressione della benché minima manifestazione di dissenso, come indossare magliette che “promuovono la divisione”, leggere determinati libri o mangiare panini in pubblicocome forma simbolica di protesta.

Le limitazioni alla libertà d’espressione e di manifestazione pacifica hanno avuto gravi implicazioni per il lavoro fondamentale dei difensori e delle organizzazioni per i diritti umani, tra cui la sezione locale di Amnesty International.

Ai gruppi per i diritti umani è stato vietato di organizzare eventi pacifici e attivisti e giornalisti hanno continuato, come prima del colpo di stato, a essere incriminati per diffamazione.

Il diritto a un processo equo è stato accantonato: una sessantina di imputati attende di essere processata dalle corti marziali, senza diritto d’appello contro la sentenza, per aver violato ordini militari che a loro volta violavano i diritti umani.

Amnesty International, ricordando che gli obblighi internazionali sui diritti umani non possono essere ignorati in nome della “sicurezza nazionale”, ha sottoposto alla giunta militare una serie di richieste per il ripristino dei diritti umani fondamentali tra cui porre fine alle detenzioni arbitrarie per aver violato gli ordini di comparizione, indagare in modo indipendente su tutte le denunce di tortura, annullare tutte le norme contrarie al diritto alla libertà d’espressione e di manifestazione pacifica e rilasciare tutti coloro in carcere per aver esercitato in modo pacifico tale diritto.


Riccardo Noury

mercoledì 3 settembre 2014

Tailandia: "Due anni senza luna", bambini migranti detenuti in condizioni disumane

La Repubblica
Centinaia di minori sono arrestati ogni anno e costretti a vivere in celle sovraffollate con adulti sconosciuti. Spesso sono loro negati diritti fondamentai come istruzione e gioco, anche nei casi in cui la reclusione dura anni. L'allarme di Human Rights Watch.
Chi arriva in Tailandia in cerca di un futuro migliore o per fuggire da persecuzioni e guerre, spesso trova una cella dove i diritti umani vengono sistematicamente violati. Il trattamento non cambia in base al sesso e all'età, sono infatti centinaia i minorenni che vengono reclusi insieme ad adulti non appartenenti al nucleo familiare. Un report di Human Rights Watch - "Two Years with No Moon: Immigration Detention of Children in Thailand" - punta il dito contro il governo di Bangkok che usa la reclusione come deterrente per combattere l'immigrazione.
"Quando ce ne andremo?". La durata della detenzione dipende dallo stato di provenienza. Per coloro che arrivano da Paesi confinanti come Laos, Birmania e Cambogia, la permanenza dura solo pochi giorni al termine dei quali vengono rimpatriati forzatamente, anche se in patria rischiano la vita. L'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni riferisce che sono circa 375.000 i bambini immigrati in Tailandia, compresi figli di lavoratori provenienti da Paesi limitrofi, minori rifugiati e richiedenti asilo.

La maggior parte dei richiedenti asilo arriva dalla Birmania e fugge dagli attacchi dell'esercito birmano nelle zone abitate da minoranze e dalla violenza settaria contro i Rohingya, un'etnia di religione islamica dell'Arakan. Altri rifugiati arrivano principalmente da Pakistan, Sri Lanka, Somalia e Siria. Per questi la durata della detenzione è nella maggior parte dei casi indefinita. Yanaal, un migrante recluso con la sua famiglia da sei mesi nel carcere per immigrati di Bangkok ha raccontato a Hrw: "Mia nipote di cinque anni mi ha chiesto: per quanto tempo dovrò restare? Passerò qui il resto della mia vita? Io non sapevo cosa risponderle". 

Mentre i vicini se ne vanno in fretta, coloro che arrivano da Paesi non contigui si trovano davanti a un bivio: o restare in prigione a tempo indeterminato con le loro famiglie sperando prima o poi di poter iniziare una nuova vita o pagare per tornare nel loro Paese dove temono di essere perseguitati. Inoltre raramente i migranti riescono a godere di un supporto legale per far valere il proprio diritto alla libertà.

Condizioni disumane. "I bambini migranti detenuti in Tailandia - afferma Alice Farmer, ricercatrice per i diritti dell'infanzia di Human Rights Watch e autrice del rapporto - stanno soffrendo inutilmente in celle sovraffollate, sporche, senza un'adeguata nutrizione, senza istruzione e senza lo spazio necessario per fare esercizio fisico. Queste prigioni non sono luoghi adatti per i figli degli immigrati". Le condizioni detentive minano non solo la salute psicologica, ma anche uno sviluppo fisico sano. L'alimentazione è insufficiente al fabbisogno energetico dei più piccoli, tanto che alcuni genitori ricorrono al mercato nero e si indebitano pur di assicurare ai propri figli abbastanza cibo.

Non ci sono spazi per giocare e muoversi e le celle sono così affollate che spesso i più piccoli non possono sdraiarsi neanche per dormire. Ignorando la Convenzione del fanciullo, nelle prigioni i bambini sono vittime di violenze da parte di guardie carcerarie e adulti con cui sono costretti a dividere le celle anche se non appartengono alla loro famiglia. "La cosa peggiore - racconta Cindy, una bambina detenuta dai 9 ai 12 anni - era che stavi intrappolato e bloccato. Ogni volta guardavo fuori, vedevo le persone che camminavano per le strade e speravo che un giorno sarei stata al loro posto".

Imprigionare per fermare il flusso migratorio. Per la sua posizione geografica e il boom economico degli ultimi anni, la Tailandia deve fare i conti con il forte aumento dei flussi migratori verso i suoi confini. "Bangkok deve affrontare numerose sfide poste dalla migrazione - sottolinea Hrw - e ha il diritto di controllare i propri confini. Ma deve farlo rispettando i diritti umani fondamentali, compreso il diritto alla libertà dalla prigionia arbitraria, il diritto all'unità familiare e gli standard minimi internazionali per le condizioni di detenzione".

Secondo la legge thailandese, tutti i migranti irregolari, anche se minorenni, possono essere arrestati e detenuti. Nel 2013, il Comitato delle Nazioni Unite per i diritti del fanciullo ha esortato i governi a "cessare rapidamente e completamente la detenzione dei bambini sulla base del loro status di migranti", affermando che tale detenzione non è mai nell'interesse del bambino. "Data l'attuale crisi dei diritti umani in Tailandia - conclude Farmer - è facile ignorare la condizione dei minori migranti. Ma le autorità thailandesi devono affrontare questo problema, perché non si risolverà da solo". Inoltre, secondo Hrw, la Thailandia dovrebbe adottare immediatamente misure alternative alla detenzione, come ad esempio centri di accoglienza aperti e libertà condizionale. Queste misure costano meno della detenzione, rispettano i diritti dei bambini e proteggono il loro futuro.

di Chiara Nardinocchi

sabato 24 maggio 2014

Il colpo di stato in Thailandia - Gli USA chiedono “il ritorno alla democrazia e il rispetto dei diritti umani”

Romagna Noi
Il capo dell'esercito Prayut Chan-O-Cha ha ufficializzato ieri il colpo di Stato in Thailandia: “Perché il paese torni alla normalità, le forze armate devono prendere il potere a partire dal 22 maggio alle 16.30”, ha detto davanti alle telecamere della televisione tailandese. L'annuncio del colpo di Stato è arrivato al termine di una riunione tra i principali leader delle fazioni rivali del paese che avrebbe dovuto condurre a un accordo di compromesso. I leader dei manifestanti, che hanno partecipato all'incontro, sono stati portati via dai soldati, caricati su mezzi militari e condotti verso un luogo non specificato. Il generale aveva già dichiarato la legge marziale nel paese dopo i fatti di violenza che avevano causato 28 morti.

Per la Thailandia il colpo di stato non è una novità. In circa 80 anni ne ha vissuti 18, l'ultimo era stato compiuto nel 2006 contro l'ex primo ministro Thaksin Shinawatra. Come sempre all’esterno del paese si sono registrate fibrillazioni. Questa volta i primi ha intervenire sono stati gli Stati Uniti con una nota diffusa dal dipartimento di Stato con John Kerry che si esprime, “deluso e preoccupato per le notizie dell'arresto dei leader politici dei principali partiti della Thailandia” di cui chiede la liberazione. Kerry ha inoltre espresso i suoi timori “per la chiusura di gruppi media”. Il segretario di stato ha esortato “la restaurazione del governo civile, il ritorno alla democrazia e il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, come la libertà di stampa.”

domenica 16 marzo 2014

Boat people - In Thailandia arrivano i rifugiati turchi - Novità assoluta

L'indro
Novità assoluta per le Forze di polizia thailandesi: 200 immigrati irregolari turchi sbarcati nel Sud
Bangkok - La Thailandia notoriamente ha un regime giuridico alquanto restrittivo per tutti coloro che -non thailandesi di nascita- intendano vivere e lavorare nel Regno del Siam. Vi sono anche ampie restrizioni pure in ambito lavorativo, avendo da lungo tempo preferito adottare un’economia parecchio protezionistica, sia in ambito commerciale sia in ambito sociale, ponendo numerosi veti sui criteri di appartenenza e cittadinanza. Tutto questo appare oltremodo evidente a tutti coloro che vivono sulla propria pelle e quotidianamente la lotta contro la burocrazia thailandese, ma non mancano anche i motivi che spiegano tali atteggiamenti chiusi verso il mondo esterno e restrittivi in materia di flussi migratori. E’ altrattanto noto, infatti, che la Thailandia è da lungo tempo una sorta di piattaforma di smistamento illegale nell’ambito del movimento dei popoli, sede anche di trafficanti di esseri umani, scenario di migrazioni di passaggio come quella dei rohingya -una minoranza etnica ritenuta dalle Nazioni Unite la più perseguitata al mondo- e tutti i cosiddetti 'boat people' che giungono dal mare via Myanmar e che hanno attraversato il Regno del Siam negli ultimi anni.

Un caso di cronaca attuale ha riportato sotto i riflettori dei media i migranti illegali in territorio thailandese. Infatti, ben 200 cittadini turchi sono stati scoperti in un campo segreto, nel profondo Sud della Nazione e subito la questione ha assunto i contorni della eccezionalità, tant’è vero che gli stessi esponenti ufficiali delle Forze di Polizia e governativi si sono affrettati a definirlo come un caso 'senza precedenti'.

I 200 rifugiati, che si sono auto-definiti -nelle dichiarzioni rese alla polizia- cittadini turchi, erano trattenuti in un campo collocato in una zona montagnosa dove vi sono piantagioni di alberi della gomma. [...]
I migranti sono stati arrestati e non è ancora chiaro come siano arrivati in Thailandia. Si tratta di chiarire come questa colonia di immigrati irregolari proveniente dalla Turchia sia finita in quella zona del territorio thailandese. L’Ambasciata turca ha riferito di non avere nessuna informazione circostanziata sui turchi irregolari giunti in Thailandia e le agenzie internazionali legate alle Nazioni Unite non hanno inteso ancora rilasciare alcuna dichiarazione ufficiale.

[...]

venerdì 19 luglio 2013

Presente difficile, futuro incerto, per i rifugiati Rohingya in Thailandia

Corriere della Sera - Amnesty International
È passato ormai più di un anno dall’esplosione di violenza tra la comunità buddista e quella musulmana nello stato birmano di Rakhine.

Una violenza asimmetrica, con le autorità centrali affatto neutre e per niente impegnate a pacificare gli animi. Una violenza che ha tra le sue cause profonde proprio le politiche ufficiali di discriminazione contro la minoranza rohingya, non riconosciuta come gruppo etnico, privata dello status di cittadinanza e limitata nella libertà di movimento e nell’accesso all’istruzione e al lavoro.

La maggior parte dei 140.000 sfollati prodotti da un anno di scontri è costituita da rohingya. Decine di migliaia di uomini, donne e bambini hanno lasciato le loro terre per dirigersi, in barca, in Malaysia e Thailandia.

Quest’ultimo paese non è parte della Convenzione Onu sullo status di rifugiati del 1951 e non garantisce protezione legale ai richiedenti asilo e ai rifugiati, che spesso finiscono nelle grinfie dei trafficanti di esseri umani e subiscono violenze indicibili. Vi è il sospetto che funzionari pubblici siano coinvolti nel traffico: a gennaio, l’esercito ha sospeso per poi trasferirli ad altra sede un colonnello e un sottotenente che erano stati accusati di ciò.

Centinaia e centinaia di rohingya si trovano nei rifugi governativi e altri 1500, bambini compresi, sono ammassati nei centri di detenzione per migranti. Da gennaio, sette di loro sono morti.

Per i rohingya profughi in Thailandia, il futuro è incerto. Alla fine di luglio dovrebbero terminare i sei mesi di assistenza umanitaria garantiti dal governo di Bangkok.

Continuare a garantire assistenza a migliaia di persone non è certo facile, ma la soluzione non può essere quella di rimandarle in patria a rischiare il carcere, la tortura o la morte. La comunità internazionale dovrebbe contribuire a trovare una soluzione sostenibile, duratura e rispettosa dei diritti umani ma i rohingya non vanno di moda.

sabato 18 maggio 2013

Thailandia: le catene alle caviglie tolte a centinaia di detenuti, le portavano tutto il giorno

www.atlasweb.it
Entro i prossimi tre mesi le autorità thailandesi toglieranno le catene a tutti i prigionieri costretti ora a portarle alle caviglie per aver commesso un crimine grave.

Come riportano i media locali, la premier Yinluck Shinawatra ha presieduto questa settimana la cerimonia durante la quale sono state tolte le catene a decine di detenuti del carcere di massima sicurezza di Bang Khwang a Nonthaburi, provincia adiacente a quella di Bangkok. Finora, un totale di 563 detenuti degli 800 del carcere sono stati liberati dalle catene. 

Di coloro che hanno beneficiato della misura, 513 si trovano nel braccio della morte, 34 scontano l’ergastolo e 16 sono condannati a pene inferiori ai 50 anni. 

L’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (Ohchr) ha accolto con favore questa iniziativa; tuttavia, critica il fatto che i prigionieri debbano continuare a portare le catene durante i processi e la “deplorevole” condizione delle carceri nel paese. 

Secondo Amnesty International, la Thailandia deve risolvere il sovraffollamento nelle carceri, la scarsa assistenza medica ai prigionieri e l’incarceramento comune dei colpevoli di delitti di differente gravità, anche quando questi sono sotto processo.

Human Rights - Diritti Umani - Droits de l'Homme - Derechos Humanos - For a World Without the Death Penalty - Rights of prisoners - No Justice Without Life