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mercoledì 24 febbraio 2021

Qatar: 6500 lavoratori del Pakistan, Bangladesh, India, Nepal e Sri Lanka sono morti preparando i Mondiali 2022

La Repubblica
Più di 6500 operai provenienti da Pakistan, Bangladesh, India, Nepal e Sri Lanka sono morti lavorando in condizioni disumane nei cantieri del Qatar da quando, nel 2010, il Paese del Golfo si è aggiudicato i Mondiali di calcio 2022. 


E il bilancio in realtà sarebbe molto più grave, perché la cifra non comprende i lavoratori provenienti da altri stati come il Kenya e le Filippine.


giovedì 15 marzo 2018

Spose bambine in Nepal: il Medioevo nel 2018. HRW: 37% si sposa prima dei 18 anni e il 10% prima dei 15

L'Indro
Durante un programma interattivo organizzato in occasione del 108° Giorno Internazionale della Donna, tenutosi nella Capitale, la Ministra per le Donne, l’Infanzia e il Benessere Sociale Tham Maya Thapa ha affermato «Saranno intraprese azioni risolute contro gli stupratori e chi attua molestie». 


La leader del Partito Comunista del Nepal Marxista-Leninista Unificato UML Thapa ha anche fatto un appello alle vittime affinché chiamino il numero verde 1145 ed ha chiesto che il Governo si debba conseguentemente attivare per avviare pratiche dirette e dure contro tutti coloro che risultino –con evidenza di fatti- coinvolti a vario titolo in questo tipo odioso di reati.

La Ministra Hapa, che è stata eletta dall’Assemblea Nazionale dall’UML attraverso la quota rappresentativa proporzionale, ha chiesto con urgenza che tutte le Autorità si sensibilizzino nel comprimere e contrastare ogni forma di violenza contro le donne nella società nepalese. Secondo la Ministra «Per costruire una società giusta e prospera le donne devono avere accesso ad autorità responsabile». 

Ed ha aggiunto: «Dobbiamo agire strada per strada e all’interno del Parlamento perché si assicuri la quota del 33 per cento ad una rappresentanza femminile ad ogni livello del nostro Governo. Si tratta di uno scopo importante. Ora è il tempo per migliorare tutto questo». Allo stesso tempo, bisogna considerare che ogni atto ufficiale promulgato in tale direzione finora è rimasto lettera morta.

Il fenomeno dei matrimoni con le “spose bambine” cioé ragazze che –in realtà- sono poco più che bambine e che certo non hanno ancora raggiunto la maggiore età con uomini di età superiore è parecchio esteso ancor oggi in Nepal. 

Secondo un report Human Rights Watch HRW , il 37 per cento delle femmine in Nepal si sposa prima dei 18 anni e il 10 per cento si sposa intorno ai 15 anni, nonostante la maggiore età in Nepal sia considerata 20 anni. 

In realtà, anche i ragazzi si sposano spesso al di sotto della maggiore età nepalese, sebbene con cifre ben al di sotto delle coetanee femmine. I dati UNICEF indicano che il Nepal ha il terzo più alto livello di matrimoni con spose bambine in Asia, dopo Bangladesh e India.
Secondo i dati approfonditi da HRW, nell’intervistare decine di minori e giovani si è appreso che nello spiegare questi alti livelli di matrimoni tra adulti e bambine vi è un complesso di fattori, quali la bassa istruzione, la povertà, il lavoro minorile, la pressione sociale ed una vasta rete di consuetudini ataviche. Trasversali a tutto ciò vi sono linee di tendenza arcaiche che si basano su disparità di genere e norme sociali non acquisite dal linguaggio normativo istituzionale dove le ragazze sono valutate inferiori ai maschi nella intera società nepalese.

Nei report HRW si constata che la maggior parte dei matrimoni sono frutto di patti stabiliti tra le famiglie e spesso le minori sono costrette a sposarsi proprio dai genitori o da altri membri della famiglia. In alcune aree della Nazione nepalese, le famiglie pattuiscono matrimoni con bambine che in quel momento hanno un anno e mezzo di età. Alcune volte si sente parlare –affermano i ricercatori HRW- di “matrimoni d’amore”. In Nepal, si parla di “matrimoni di amore” quando si tratta di libera scelta di maschi e femmine di varia età, adulti e non, che decidono autonomamente rispetto ai desiderata delle famiglie e della società. Quindi, al di fuori delle contrattualistiche pattuite tra le famiglie che decidono (impongono) i matrimoni soprattutto per quanto riguarda le bambine, a fini di finanziamento e per affrancarsi dal dover accudire alle bambine alle quali ritengono di non poter dare futuro alcuno.
[...]
Un altro duro aspetto di queste ricerche mostra un dato drammatico: le spose bambine sono tra le persone più soggette a violenze domestiche, più delle donne sposate in età superiore. Spesso, attraverso le interviste e la somministrazione di questionari, si ottengono dati e racconti per i quali i casi di violenze fisiche e non solo verbali sono parecchio numerosi, la fonte di tali violenze sono proprio gli uomini sposati o altre figure maschili della famiglia. 

Si viene a sapere così di violenze sessuali intra-familiari, di ragazze e bambine costrette al duro lavoro in condizioni difficilmente sopportabili, così come si viene a conoscenza di ragazze di varia età che –dopo il matrimonio – vengono letteralmente abbandonate dalle figure maschili, abbandonate fisicamente in casa ed abbandonate al loro oscuro destino.

Il Governo nepalese ha intrapreso qualche azione per limitare questo drammatico contesto sociale ma – a conti fatti – è chiaro che non è abbastanza. Un piano nazionale volto alla riduzione dei matrimoni con “spose bambine” vede sempre decisioni a livello politico e governativo e il tema viene altrettanto spesso post-posto e rimandato in termini di discussione parlamentare. Fattori protettivi come un accesso più egualitario all’Istruzione ed informazioni mediche più dettagliate così come sui servizi sociali disponibili restano ancor oggi un lontano miraggio per le minori sottoposte a queste vessazioni ed ai matrimoni combinati.

Francesco Tortona

domenica 21 maggio 2017

Tra i bambini perduti del Nepal venduti come schiavi e spose bambine

La Stampa
Le piccole cedute per pochi dollari in India e Qatar. Cresce il lavoro nelle miniere. E le Ong lanciano l’allarme: dopo il terremoto il traffico di minori è aumentato.

Un bambino in una fabbrica di mattoni nel distretto di Bhaktapur (Foto: Monica Perosino)

Hira Thapa, 11 anni, costa 900 dollari sul mercato di Qatar e Arabia Saudita. Kamal, 8 anni, vale 7000 rupie indiane, 108 dollari, a New Delhi. Sabriti, 13 anni, vale meno di mezzo dollaro al giorno, 14 ore al giorno, nella fabbrica di mattoni del distretto di Bagmati, nella valle di Kathmandu. Sua sorella, 10 anni, è stata venduta per 67 dollari a un dentista di Lucknow, Uttar Pradesh.

Sono i figli perduti del Nepal. Orfani, o semplicemente poveri, venduti dai loro stessi famigliari ai trafficanti di bambini, destinati a lavorare nelle miniere e nelle fabbriche, o a diventare schiavi sessuali per i mercati di India, Iraq, Oman, Cina, Sud Corea, Hong Kong, Arabia Saudita, Qatar.

I numeri sono spaventosi: secondo le stime Unicef ogni anno vengono venduti 15.000 bambini. Per le ong di Kathmandu si arriva a 25 mila. La maggior parte è condannata allo sfruttamento sessuale in India, ma non solo. I Paesi del Golfo, raccontano le Ong, sono i principali «acquirenti» di bambine nepalesi sotto i 14 anni. E oggi la situazione, già drammatica, è ancora peggiorata: a due anni dal terremoto di magnitudo 7.8 che il 25 aprile 2015 ha devastato il Paese, lasciato 9000 morti, polverizzato 700.000 edifici e ridotto alla disperazione tre milioni di persone, il Nepal è ancora in ginocchio e le prede più deboli sono i bambini e le donne.

La ricostruzione avanza a passi talmente lenti da essere impercettibili, il tasso di povertà, già tra i più alti al mondo, è cresciuto senza pietà, arrivando a toccare il 46% della popolazione. In questo quadro i bambini rimasti orfani o appartenenti a famiglie cadute in miseria corrono un alto rischio di essere venduti, tanto che in soli 18 mesi dal sisma la tratta è aumentata del 15%.
Le vittime
Oltre il muro del frastuono dei motorini che intasano ogni vicolo, nell’aria satura di polvere che a Kathmandu ricopre tutto, cose, persone, palazzi deformati dal terremoto e dalla miseria, si apre una porta verde su un piccolo cortile fresco, alle spalle del mercato di Durbar Square, il cuore simbolo della capitale. Seduta su una sedia foderata di similpelle marrone c’è lei, Hira Thapa, che a 11 anni è stata tradita già tre volte. La prima dal destino, che l’ha fatta nascere nella casta più bassa del Nepal, i Dalit, e nel distretto di Sindhupalchok, tra i più poveri del Paese e il più colpito dal terremoto del 2015. La seconda dai genitori, che l’hanno venduta per lavorare in città. La terza dal proprietario del ristorante in cui ha servito ai tavoli per 4 mesi che l’ha «data» a un trafficante per un cliente del Qatar. 

Una schiava sessuale di 11 anni a 900 dollari. «Una fortuna per una famiglia nepalese - spiega Mohan Dangal, presidente della ong Child Nepal -. I bambini vengono spediti in città dalle zone più rurali e povere, ed è lì che spesso vengono agganciati dai trafficanti». Il terremoto ha lasciato migliaia di orfani, senza entrambi i genitori o con solo la madre o il padre. Il governo cerca di evitare quanto possibile di mandare i piccoli negli orfanotrofi e così li affida ai parenti più prossimi, «e sono loro che spesso li vendono per pochi dollari. Ma anche una madre rimasta sola non ha molte alternative». Hira Thapa, sorprendentemente, è illuminata da un sorriso che non la abbandona mai. «Mia mamma mi voleva bene», dice, e poi tace.

L’unica via di uscita
«La speranza sta nelle scuole - aggiunge Mohan Dangal -. L’unico modo per evitare, o almeno tentare di evitare che le famiglie credano di non avere via di uscita se non quella di mandare via i figli e per proteggerli in strutture che li tengano lontani dai trafficanti». Peccato che soprattutto nelle zone rurali, le scuole siano state polverizzate dal terremoto. 

Ma ci sono eccezioni che riaccendono le speranze. Come quella a Kavre, dove la ong italiana WeWorld sta portando avanti una serie di progetti per garantire ai bambini scuole sicure. Nei distretti di Sindupalchock, Kavrepalanchok, e Kathmandu - dove WeWorld lavorava da anni a favore dell’educazioni di base -, il terremoto ha colpito duramente. Solo a Sindupalchock sono morte 40.000 persone e l’80% delle scuole elementari sono state distrutte. «Nei 3 mesi successivi al sisma - spiega Marta Volpi, rappresentante di WeWorld Onlus in Nepal - abbiamo costruito 63 strutture temporanee per garantire la scolarizzazione e un luogo sicuro a 5000 bambini, monitorando la loro presenza e prevenendo il rischio che cadessero nelle mani dei trafficanti». A due anni dal terremoto, la fase di emergenza si è conclusa, e WeWorld è impegnata nella ricostruzione di scuole permanenti.

A Kavre scatta l’intervallo, i bambini si riversano nel cortile tra gridolini e risate: «Per loro anche venire a scuola è una sfida - aggiunge Marta - molti devono camminare per chilometri per arrivarci, devono lavorare nei campi prima e dopo le lezioni per aiutare le famiglie, non si possono permettere libri, quaderni, penne, che cerchiamo di fornire noi , così come pasti e cure mediche. Ma le famiglie sanno che il sacrificio che fanno ora è l’unica scelta possibile per salvarli».

Monica Perosino
Inviata A Kathmandu

mercoledì 1 febbraio 2017

India - Il premio Padma Shri. Nepal, 12mila ragazze schiave salvate da Koirala

Avvenire
Prima cittadina straniera a ricevere il prestigioso riconoscimento, la 67enne Anuradha Koirala è tra le personalità di cui il 25 gennaio, alla vigilia della Giornata dell’indipendenza nazionale, è stata annunciata la prossima consegna del Padma Shri, una delle principali onorificenze civili indiane. 

La significativa scelta è un riconoscimento all’opera umanitaria della Koirala. Un impegno diffuso ben oltre i confini del suo Paese, il Nepal. E portata avanti negli ultimi 27 anni da Maiti (Casa materna), l’organizzazione da lei creata con il fine di tutelare le giovani nepalesi a rischio a sfruttamento. All’interno del territorio nazionale e all’estero.

Anuradha Koirala, attivista  nepalese fondatrice e direttore di Maiti Nepal
Organizzazione non-profit nepalese, dedicata ad aiutare le vittime della tratta
Eppure pochi conoscono il nome di Koirala. Tutti la conoscono semplicemente come “dijju”, la sorella maggiore. Così lei si presenta e agisce nei confronti delle ragazzine a rischio tratta. Nel proprio sito, il premier indiano Nerendra Modi, nel descrivere le motivazioni del riconoscimento, ha spiegato come il coraggio di “dijju” abbia «salvato e recuperato 12mila vittime e impedito che altre 45mila fossero sfruttate».

Trasformando una fragile insegnante nel baluardo nella salvaguardia dei diritti e dell’onore delle proprie connazionali contro la tratta. Sicuramente, il prestigioso Padma Shri – che le verrà dato durante una cerimonia ufficiale a New Delhi a marzo o aprile – rappresenterà uno stimolo ulteriore per la fondatrice di Maiti. Il lavoro, purtroppo, non manca. Le condizioni del Nepal continuano a essere propizie per infiltrazioni di potenti organizzazioni criminali specializzate nello sfruttamento delle donne nella prostituzione, nella manifatture e nel lavoro domestico. Spesso, in Paesi confinanti come l’India o il Pakistan, ma anche più lontano. Come ha sottolineato la stessa Koirala alla notizia dell’assegnazione del riconoscimento, «la prima destinazione è l’India, ma negli ultimi anni si è assistito ad un aumento verso Cina, Africa e Paesi del Golfo». Il motivo che rende il mercato della prostituzione in India così florido, ha spiegato in un commento ripreso da AsiaNews, «è che non serve il visto per attraversare la frontiera tra i due Paesi. Inoltre le ragazze nepalesi hanno gli stessi tratti somatici delle indiane, perciò è difficile distinguerle». Un problema già tragicamente diffuso in Nepal.

E ulteriormente aggravato dalle condizioni successive al terremoto del 25 aprile 2015 che distrusse 600mila abitazioni, ne danneggiò quasi 200mila e provocò 9mila morti. Dando anche un colpo mortale all’economia di diverse regioni di un Paese dove la popolazione è già per un quarto sotto la linea della povertà. 

Come ricordato da Caritas italiana a un anno dall’inizio del suo impegno in Nepal, già prima del sisma i dati erano allarmanti, con «20-25 mila ragazzine e bambine impiegate nei lavori domestici, 7-8 mila donne e bambine trafficate localmente per lo sfruttamento sessuale, 10-15 mila donne e bambine nepalesi trafficate in India». La stessa Caritas ha confermato l’allarme di altre organizzazioni, tra cui Unicef e Human Rights Watch. 

Queste affermano come «dopo il terremoto la situazione della tratta è stata aggravata dalla perdita delle attività di sostentamento e dallo sgretolamento dei meccanismi di protezione sociale». I ritardi nella ricostruzione – sovente denunciati e legati più alla gestione locale che alla disponibilità di fondi garantiti dai donatori – allungano ulteriormente le ombre sul futuro di migliaia di donne nepalesi.

mercoledì 2 dicembre 2015

Nepal - Tre milioni di bambini a rischio per il blocco della frontiera

MISNA
L'allarme è stato lanciato oggi dall'Unicef (Fondo Onu per l'infanzia): oltre tre milioni di giovanissimi nel paese himalayano rischiano serie conseguenze o addirittura la morte nei mesi invernali per l'impossibilità di disporre di combustibile, cibo, medicinali e vaccini in quantità adeguata.


Cisterne di carburante  e automezzi
bloccati alla frontiera India/Nepal
Responsabile il blocco parziale delle frontiere con l'India, quelle da cui transita in condizioni normali la maggior parte dei beni d'importazione ma che da dieci settimane sono sottoposte da un lato alle proteste della locale popolazione Madeshi che aveva chiesto inutilmente che loro regione, il Terai (Madesh) diventasse una delle province autonome previste nella nuova costituzione, e dall'altro alle decisioni dell'India, favorevole alle istanze dei Madeshi ma che dichiara di limitare i traffici transfrontalieri per ragioni di sicurezza.

L'inverno è arrivato anche in Nepal e con esso i disagi abituali del freddo e delle precipitazioni, a cui si aggiungono quelli del dopo-terremoto con una ricostruzione lontana anche dall'essere avviata.

Elementi che accrescono il rischio di patologie, soprattutto per i più piccoli, che il paese non è in grado oggi di affrontare. I depositi governativi hanno esaurito il vaccino contro la tubercolosi, mentre anche altri vaccini come pure gli antibiotici sono a livello critico.

Sono almeno 200.000 le famiglie terremotate che vivono in condizioni precarie a una altitudine superiore ai 1500 metri dove le condizioni climatiche risulteranno ancora più difficili. Il segretario dell'Onu Ban Ki-moon ha nei giorni scorsi lanciato un appello ai governi di Kathmandu e New Delhi affinché giungano presto a un accordo per la riapertura della frontiera per ragioni umanitarie.

[CO]

lunedì 15 giugno 2015

Nepal - Terremoto, circa un milione i “nuovi poveri”

MISNA
“Il terremoto ha spinto circa 982.000 persone sotto la soglia di povertà a causa della perdita delle attività e delle opportunità generatrici di reddito” ha scritto la Commissione di programmazione nazionale del Nepal, nella bozza di studio, Post Disaster Needs Assessment (Pdna). Il rapporto, preparato da oltre 250 esperti nazionali ed internazionali è stato presentato in questi giorni al primo ministro Sushil Koirala, per essere pubblicato e dato in mano al prossimo incontro internazionale per la ricostruzione, programmato per il 25 giugno, con i paesi donatori.
Complessivamente 36, su un totale di 75 distretti in Nepal, sono stati colpiti dal terremoto di magnitudo 7.9 del 25 aprile, seguito da un’altra grave scossa di magnitudo 7.3 del 12 maggio. In particolare, 14 distretti, tra cui tre distretti nella valle di Kathmandu, sono state le regioni più colpite. 

I distretti devastati dal terremoto, non sono i più poveri del paese. Circa 26,5% della popolazione residente nelle aree rurali colpite dal terremoto è classificato come povero. Questa cifra equivale al tasso di povertà nazionale. Ciò significa che circa un quarto della popolazione, nel 2013, il periodo a cui si riferiscono i dati, viveva con meno di 1,25 dollari al giorno. Ma se la soglia di povertà internazionale di 1,25 dollari al giorno, a quel tempo, fosse stata portata a 2 dollari al giorno, il 57,3% della popolazione sarebbe stato classificato come “povero”. “Ciò significa – è scritto nel rapporto – che per una grande percentuale di famiglie nepalesi basta solo una malattia, una brutto monsone o un disastro naturale per scivolare inevitabilmente nella “povertà”.

Secondo lo studio fatto, è probabile che il terremoto abbia cancellato molti canali di sostentamento, in particolare per quelli con accesso limitato ad altre forme di attività e ai mercati del credito. Inoltre, la necessità di ricostruire le proprie case terrà molti lontano dal mercato del lavoro, con conseguente rallentamento delle attività non agricole. “Le rimesse dei migranti stranieri potrebbero contribuire a mitigare questi impatti a breve termine – dice il rapporto – Ma a questo c’è un limite: la migrazione straniera nei distretti rurali più colpiti dal terremoto è più bassa, in particolare tra le famiglie povere e vulnerabili “.

[PL]

domenica 29 marzo 2015

Nepal, dove aumenta di continuo la tratta di essere umani. Scomparse migliaia di donne.

Corriere della Sera
Katmandu – In Nepal, ogni anno, spariscono nel nulla migliaia di donne. Molte sono destinate al commercio illegale degli organi, altre vengono sfruttate e fatte prostituire. 


L’allarme è stato lanciato da uno studio effettuato dalla polizia del distretto di Kailali, nel nord del Paese. «La maggior parte delle donne scomparse ha meno di 40 anni», ha detto Kamala Bhatta, responsabile femminile della polizia locale. «Spesso le famiglie non ne denunciano neanche la scomparsa. Solo una minima parte si reca da noi per informarci. Alcuni non hanno abbastanza soldi per raggiungere il commissariato, altri hanno paura di essere accusati della vendita delle persone scomparse».

La situazione economica è molto rilevante. Spesso, infatti, sono proprio le famiglie più bisognose a vendere le ragazze alle organizzazioni criminali locali che poi si occupano di rivenderle in tutto il mondo. «Dovrebbero essere circa 5 mila le donne e le bambine che ogni anno scompaiono dal Paese», ha spiegato la responsabile della polizia locale. «Gli studi che sono stati condotti dimostrano che le ragazze sparite vengono utilizzate in tutto il mondo per lo sfruttamento della prostituzione o per la vendita degli organi». Nel mercato nero degli organi i più ricercati sono i reni, i polmoni e gli occhi.

Lo studio effettuato dalla polizia di Kailali rivela che solo nel proprio distretto, nel 2014, sono scomparse 118 donne. Altre 69 negli ultimi otto mesi. Nel distretto centrale di Tanahun, invece, sempre negli ultimi otto mesi, sono 82. Una delle tante, troppe storie drammatiche è quella di Maina Tamang, una ragazza del villaggio di Ghirling, nel distretto di Tanah, che da due anni non ha più notizie della madre e delle due sorelle. «Una sera non hanno più fatto ritorno a casa. Sono sparite nel nulla e ancora le stiamo aspettando».

«Per frenare i crimini legati al traffico di esseri umani e alla violazione di diritti umani fondamentali ci vuole l’impegno di tutti», ha dichiarato Ram Kumar Khanal, vice ispettore della polizia della regione settentrionale. «La polizia del Nepal ha lanciato diverse iniziative, ma tutte le persone, di qualsiasi estrazione sociale siano, devono partecipare in maniera attiva per garantirne il successo». Ma nonostante queste iniziative, come denunciano anche diverse organizzazioni umanitarie che lavorano nel Paese, le donne desaparecidos sono aumentano di continuo.

di Fabio Polese 

martedì 20 gennaio 2015

Nepal: Government urged to save 5 Nepalis on Indonesia death row

Kantipur.com
Informal Sector Service Center (INSEC) has urged the government to immediately take up diplomatic initiatives to save the lives of 5 Nepalis on death row for drug related charges in Indonesia.
According to a press statement issued by INSEC on Monday, Bahar Tamang, Bir Bahadur Gurung, Indra Bahadur Tamang, Nar Bahadur Tamang and Til Bahadur Bhandari have been reportedly convicted and handed death sentences.

The organisation made the appeal a day after Indonesia executed 6 people including 5 foreigners on drug trafficking charges.

It is the moral responsibility of government to protect its citizens from death penalty as Nepal has signed an international treaty for abolishing the death penalty.

Nationals of Brazil, Malawi, Nigeria, Vietnam and the Netherlands were executed along with one Indonesian on Sunday.

Indonesia had stopped capital punishment for 5 years until 2013. However, the recent resumption of the capital punishment by the Indonesian government has drawn criticisms from the local human rights activist as well.

Meanwhile, it is learnt that Brazil and the Netherlands have recalled their ambassadors in protest against the execution of their citizens.

sabato 15 novembre 2014

Nepal, Commissione per i diritti umani promette: Sì alla libertà di coscienza

AsiaNews
Il presidente della Nhrc discuterà con il Primo ministro e con il presidente del Paese la necessità di garantire pieni diritti alle minoranze. "Lo Stato deve essere laico". Oggi le conversioni al cristianesimo sono ancora osteggiate.
Kathmandu - La Commissione nazionale per i diritti umani del Nepal (Nhrc) promette di difendere la libertà di coscienza come diritto di ogni cittadino di scegliere la propria fede. Lo ha detto ieri Aupraj Sharma, presidente del Nhrc, dopo aver ricevuto una petizione scritta della Federazione nazionale cristiana, in cui si chiede di garantire piena libertà di coscienza anche alle minoranze religiose. L'organismo statale ha già girato la richiesta al governo e presto incontrerà il Primo ministro e il presidente del Nepal.

"Nel 1990 - ricorda Sharma, che all'epoca era a capo della Corte suprema - alcune persone convertite al cristianesimo dall'induismo furono mandate in prigione. Io ordinai la loro liberazione".

All'epoca il Nepal era ancora una monarchia assoluta di stampo indù e non esisteva la libertà di religione. Dopo il 2006, con la caduta del re, il Paese è divenuto una democrazia, ma solo di recente le minoranze religiose, soprattutto cristiani e musulmani, possono costruire edifici di culto e celebrare funzioni religiose in pubblico. Oggi l'induismo è ancora la religione di maggioranza, praticata dall'81,3% della popolazione. Le minoranze più nutrite sono quella buddista (9%) e musulmana (4,4%). I cristiani rappresentano l'1,4%. La libertà religiosa esiste, ma le conversioni verso il cristianesimo sono ancora osteggiate.

"Lo Stato - ha spiegato il presidente della Commissione - deve essere laico e garantire maggiori diritti alle minoranze, per difenderle dalla maggioranza indù. La Nhrc è pronta a combattere per i diritti di tutti i cittadini del Nepal. I cristiani hanno la mia parola, farò sentire la loro voce all'autorità competente".

Sharma ha criticato anche "l'ignoranza" dimostrata dalle autorità nell'assegnazione dei terreni per i cimiteri cristiani. Egli ha definito la questione "gravissima".

Sundar Thapa, presidente della Federazione nazionale cristiana, ha annunciato che "se il governo negherà ai cristiani i loro diritti, presto partirà uno sciopero della fame in diverse zone del Paese".

di Cristopher Sharma

martedì 4 novembre 2014

La Cina fa pressione sul Nepal e il governo: "Non accoglieremo più i rifugiati dal Tibet"

AsiaNews
Su pressioni del governo cinese, Kathmandu ha deciso di non fornire più ai profughi tibetani i documenti necessari per raggiungere l'India, residenza del Dalai Lama e del suo governo in esilio. Lo sdegno della società civile: "Vi siete venduti a Pechino".
Kathmandu - Il governo nepalese ha deciso di negare i documenti e persino lo status di "rifugiato politico" ai tibetani che arrivano sul proprio territorio dalla Cina. Nonostante Kathmandu sia stata per decenni il tradizionale "corridoio" verso Dharamsala - città indiana, sede del governo tibetano in esilio e dimora del Dalai Lama - le pressioni di Pechino hanno convinto l'esecutivo a invertire la rotta. Attivisti per i diritti umani denunciano: "Profughi svenduti in nome dell'economia".

Shes Narayan Poudel, capo della Commissione nazionale per il coordinamento dei rifugiati, conferma: "Abbiamo deciso di non fornire più ai tibetani i documenti da rifugiati. Se continuassimo a riconoscerli come tali, dovremmo affrontare nuove ondate migratorie. E non abbiamo più spazio". Senza il riconoscimento ufficiale, i profughi in Nepal non hanno il permesso di spostarsi dai campi d'accoglienza e tanto meno possono lavorare. Al momento sono circa 20mila i tibetani nel Paese, sparsi in 21 centri.

Una fonte governativa, anonima, spiega: "Il governo cinese ha esercitato forti pressioni su quello nepalese per fermare questa pratica. Secondo Pechino, non si possono considerare rifugiati politici perché in Tibet non c'è repressione religiosa o etnica. La Cina vuole anche che il Nepal rimandi indietro coloro che chiedono accoglienza".

Secondo diversi attivisti per i diritti umani, la questione è puramente economica. Al momento Kathmandu sta portando avanti una politica di riavvicinamento alla Cina dopo anni di cooperazione con l'India e non vuole irritare i nuovi possibili partner. Tuttavia, la situazione dei tibetani in Nepal e questa decisione del governo hanno provocato lo sdegno della società civile.

Subidh Pykurel, attivista per i diritti umani, dice: "Il governo dovrebbe trattare allo stesso modo tutti coloro che chiedono protezione. Senza documenti, i rifugiati vivono agli arresti domiciliari e questo non è giusto". Kapil Shresth, docente universitario, aggiunge: "La situazione peggiore è quella dei genitori, con documenti, che hanno figli sprovvisti dei permessi. Non si può ignorare il diritto internazionale, il governo deve ripensare a questa scelta".
di Christopher Sharma

domenica 6 aprile 2014

Nepal: ONG denuncia intensificazione degli abusi contro la comunità tibetana

Atlasweb
L’organizzazione per la difesa dei diritti umani Human Rights Watch (Hrw) ha detto che il Nepal sta imponendo sempre più restrizioni ai tibetani che vivono nel paese a causa delle pressioni esercitate dalla Cina.

Secondo il rapporto ”Under China’s Shadow: Mistreatment of Tibetans in Nepal”, le comunità tibetane in Nepal subiscono importanti restrizioni, come il divieto de facto di organizzare proteste politiche e attività culturali, e vengono sottoposti ad abusi di routine da parte delle forze di sicurezza.

In Nepal ci sono circa 20 mila tibetani e il governo ha più volte ribadito che non tollererà alcuna attività anti-cinese. Il paese ha sempre accolto un gran numero di tibetani provenienti dalla Cina, ma lo scorso anno si è registrato un forte calo: sono infatti stati meno di 200, contro una media di oltre 2 mila negli anni precedenti al 2008, anno in cui Pechino ha represso con la forza le manifestazioni di protesta in Tibet.

giovedì 13 marzo 2014

Nepal - Tibet - Cina: Tibetani in Nepal nel mirino delle autorità: raid e arresti sommari

AsiaNews
Per non irritare la Cina, il governo di Kathmandu ha autorizzato la polizia a sorvegliare in maniera costante la comunità tibetana residente nel Paese. Perquisizioni notturne e limitazioni agli spostamenti durante gli anniversari "sensibili". Attivista per i diritti umani: "Proibito persino pregare insieme".
Kathmandu - Per compiacere il governo cinese, le autorità nepalesi hanno arrestato un gruppo di tibetani che lo scorso 10 marzo hanno manifestato contro Pechino in occasione dell'anniversario della fallita insurrezione anti-comunista del 1959. Lo confermano fonti di polizia: gli arrestati sono stati identificati come Jumpa, Sonam Tashi, Sonam Chodung, Kansang Poldon, Mingma, Apa, Jigned Lama, Suzil Lama, Tanzim Padma e Padma Dolma. La polizia non ha comunicato le accuse mosse contro i rifugiati o il luogo della loro detenzione.

A seguito proprio della fallita insurrezione anti-cinese, oltre al Dalai Lama anche un grande numero di tibetani ha lasciato il proprio Paese per stabilirsi in India e in Nepal. Qui vivono circa 20mila tibetani, che il governo tiene sotto stretto controllo per evitare problemi con Pechino: quasi tutti sono internati in 18 campi profughi, per la maggior parte nella valle di Kathmandu. Il Nepal e la Cina hanno iniziato da circa un decennio un percorso di ri-avvicinamento economico, politico e diplomatico: Kathmandu teme di perdere le ricche commesse dell'imprenditoria cinese e quindi cerca in ogni modo di evitare tensioni.

In quest'ottica, il governo - guidato dal Congress - ha proibito ai tibetani di celebrare l'anniversario. La polizia ha pattugliato i campi per circa un mese, effettuando perquisizioni a sorpresa anche di notte. Nonostante questa situazione, alcuni rifugiati della zona di Hattisar sono riusciti a issare le bandiere tibetane e a urlare slogan anti-cinesi.
Tsering Lama, attivista per i diritti umani dei tibetani in Nepal, dice: "Molti non sono riusciti a dormire per i raid degli agenti nei campi e persino nelle stanze da letto. Gli agenti sono arrivati a guardare la gente dalle finestre e a bussare all'improvviso per effettuare delle perquisizioni. In più, ci hanno di fatto chiusi dentro i campi senza la possibilità neanche di pregare insieme. Questa è una violazione dei nostri diritti".
di Christopher Sharma

lunedì 29 luglio 2013

Nepal, su “consiglio” della Cina parte la sorveglianza dei rifugiati tibetani

AsiaNews
Da oggi sono attive 19 telecamere di sicurezza nelle aree di Boudhanath e Jorpati, a maggioranza tibetana. Monaci e attivisti per i diritti umani definiscono la mossa “antidemocratica” e accusano Kathmandu di assecondare Pechino, che in cambio avrebbe promesso aiuti economici.


Kathmandu  - Inizia oggi il programma di controllo e sorveglianza su rifugiati e attivisti tibetani in Nepal. Il governo di Kathmandu ha installato telecamere di sicurezza a Boudhanath Stupa e Jorpati, aree ad alta densità tibetana nella capitale. L'obiettivo, spiegano le autorità, è di monitorare le attività di rifugiati, attivisti per i diritti umani e sostenitori della causa tibetana, per evitare ogni tipo di piano, campagna o attività anti-cinese. Secondo fonti di AsiaNews, anonime per motivi di sicurezza, "il programma di controllo è frutto della pressione del governo cinese. Pechino ha promesso aiuti economici in cambio di questo servizio di sorveglianza".

Il programma è costato al governo 2,5 milioni di rupie nepalesi (circa 19.800 euro). Come spiegato dalla polizia, 19 telecamere CCTV controlleranno le attività nelle aree a maggioranza tibetana, mentre altre 16 telecamere saranno concentrate nella sola zona del Boudhanath Stupa, luogo sacro al buddismo situato a Kathmandu. Secondo le autorità infatti, Boudhanath e Jorpati sono "la zona calda del movimento Free Tibet e delle attività anti-cinesi".

Le agenzie di controllo nepalesi registreranno qualunque cosa: dal traffico stradale e pedonale, alle attività religiose in corso nei templi. Molti monaci tibetani e attivisti hanno già criticato la mossa di Kathmandu. Secondo Ananda, un leader religioso buddista, "riprendere le attività di preghiera all'interno del Boudhanath Stupa viola i diritti democratici".

di Kalpit Parajuli

Il Nepal ha 1.414 km di frontiera in comune con il Tibet e dal 1990 al 2006 la monarchia parlamentare, su consiglio dell'India, ha consentito la libera circolazione degli esuli tibetani nel Paese. Il Dalai Lama e i membri del governo tibetano in esilio a Dharamsala (India) hanno visitato più volte il Paese, che ospita più di 20mila rifugiati. Dopo l'abolizione della monarchia nel 2006 e la salita al potere di formazioni maoiste e comuniste il Nepal ha cambiato rotta, abbandonando lo storico alleato indiano e allacciando stretti rapporti con la Cina. In cambio di aiuti economici Pechino ha chiesto la chiusura delle frontiere con il Tibet e la repressione di qualsiasi manifestazione anticinese.

sabato 22 giugno 2013

Nepal - “Perseguitati e senza diritti”, l’appello dei rifugiati tibetani

Asia News
Dei 22mila profughi presenti in Nepal, nessuno ha manifestato per la Giornata mondiale dei rifugiati. “Siamo nel mirino della polizia e non godiamo di alcun diritto, per questo motivo abbiamo scelto di non scendere in strada” racconta un cristiano fuggito dal Tibet.
Kathmandu  - Il 20 giugno scorso, in occasione della Giornata mondiale per i rifugiati, migliaia di Tibetani fuggiti in Nepal sono rimasti nelle proprie case temendo la repressione di Kathmandu. "Non siamo liberi di prendere parte alle manifestazioni - spiega Dolma Tsering - quando la polizia capisce che veniamo dal Tibet interviene per arrestarci".

Concentrati soprattutto nell'area della capitale, i 22mila rifugiati tibetani presenti in Nepal lamentano l'atteggiamento repressivo delle autorità. AsiaNews ha incontrato una piccola comunità nell'area di Bauddha, dove il cristiano tibetano Dawa Lama ha spiegato che "rifugiati da altri Paesi, come ad esempio il Buthan, sono liberi di lavorare e godono di normali diritti". "Noi non possiamo nemmeno professare il nostro credo religioso - ha proseguito Dawa - Siamo spaventati e per questo abbiamo deciso di non manifestare".

La severità di Kathmandu nei confronti dei rifugiati tibetani è sempre più spesso ricollegata alla crescente influenza cinese. Dal 2009, anno in cui è salito al potere l'Unified communist party of Nepal (Ucpn), di chiara ispirazione maoista, la politica estera nepalese ha subito una decisa virata verso Pechino. Il 18 aprile scorso, in occasione di un incontro con il presidente cinese XI Jinping, il leader nepalese Pushpa Kamal Dahal ha sottolineato la propria alleanza con la Repubblica popolare affermando che "l'integrità e la stabilità nazionale di entrambi i Paesi non saranno compromesse in nome della libertà religiosa e dei diritti umani".
In Nepal si contano circa 70mila rifugiati, provenienti in prevalenza da Bhutan, Tibet, Somalia e Nigeria. Shankar Koirala, portavoce del ministero degli Interni nepalese, ha dichiarato che "la politica di Kathmandu è di non negare i diritti ai rifugiati ma di evitare allo stesso tempo che il suolo nepalese sia usato contro altre nazioni". E ha aggiunto: "Siamo in buoni rapporti politici e diplomatici con la Cina, i tibetani sono liberi di manifestare ma non contro Pechino. Questo è il motivo per cui li controlliamo".

martedì 2 aprile 2013

Nepal court blocks civil war truth commission

BBC News Asi
The fate of about 1,400 people who
went missing in the war is still not known
Nepal's Supreme Court has suspended an attempt by the government to set up a Truth and Reconciliation Commission to investigate crimes committed during the country's 10-year civil war.

A judge issued the order after concerns that the new law could allow for amnesties for serious crimes.

More than 17,000 people died and hundreds more disappeared in the war between Maoist rebels and the state.

Nepal's leaders pledged to investigate war crimes in a 2006 peace deal.

But the BBC's Joanna Jolly says that as yet no-one from either side has been prosecuted.

Justice Sushila Karki issued an interim order against the new law after concerns that it could allow for the granting of amnesties to those convicted of serious crimes.

Earlier a group representing victims of the conflict petitioned the Supreme Court, arguing that amnesties went against the principles of transitional justice and international human rights laws.

"The plaintiffs argued that the provisions don't meet the standards of international human rights laws. The court has asked the government to furnish reasons replying within 15 days as to why the ordinance was introduced," said Supreme Court spokesman Hemanta Rawal.

The legislation had also been criticised by the United Nations High Commissioner for Human Rights, Navi Pillay, for denying justice to conflict victims.

"An amnesty for those who committed serious human rights violations will deny the right of thousands of Nepalese to truth and justice. This will not provide a sustainable road to peace," she said in a statement.