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domenica 23 maggio 2021

Guerra in Palestina. Il rene di un ebreo linciato a Lod donato a una donna araba

Avvenire
Stava tornando a casa in macchina, a Lod, mentre sui canali radio e Tv di tutta Israele rimbalzava quella parola assurda – linch, linciaggio – che non poteva davvero avere niente a che fare con lui, la sua storia, il suo Paese. Yigal Yehoshua, ebreo di 56 anni, faceva l’elettricista. 
Yigal Yehoshua                Randa Aweis

Aveva sistemato le case di tutti, ebrei e arabi. Mai un problema. Settimana scorsa, quando la violenza è dilagata nelle città miste, un gruppo di arabi ha bloccato la sua auto, l’ha presa a sassate. L’hanno colpito alla testa. È morto lunedì, all’ospedale, dove i medici hanno tentato di tutto senza riuscire a salvarlo.

È riuscito, lui, però a salvare la vita di Randa Aweis, una donna araba di Gerusalemme Est, cristiana, madre di sei figli. Quando la famiglia di Yehoshua ha deciso di donare gli organi, il rene è stato destinato a lei, che da nove anni aspettava un trapianto. 

L'altro rene è andato a un uomo ebreo di 67 anni; il fegato a un ragazzo ebreo di 22. «Ringrazio la famiglia di Yigal, che è diventata la mia famiglia», ha detto Randa dopo l’intervento all’Hadassah Medical Center. 

Randa ha espresso grande tristezza per la morte di Yigal. Ha detto che vorrebbe incontrare la famiglia. «Siamo cresciuti insieme, arabi ed ebrei, e vogliamo solo poter stare insieme, in pace». Il responsabile del reparto trapianti dell'Hadassah, Abed Halaila, ha letto in questa storia un simbolo forte: «Voglio ringraziare con tutto il cuore la famiglia del donatore. Spero solo ci potrà essere pace e tranquillità e salute per tutti noi».

Yigal Yehoshua è stato sepolto nel cimitero del moshav Hadid, nel centro di Israele. Ai funerali hanno partecipato centinaia di persone. Suo fratello Efi ha spiegato che quell'esplosione di rabbia nelle città miste lo aveva molto addolorato, ma sperava che tutto, alla fine, sarebbe andato bene. «Era un testimone della convivenza possibile», ha detto la moglie Irena. «Siamo testimoni della convivenza».

Barbara Uglietti

mercoledì 13 gennaio 2021

Medio Oriente. 36 donne palestinesi nell'inferno del carcere di Damon in condizioni di detenzione disumane

ilfarosulmondo.it
La Commissione palestinese per gli affari dei detenuti e degli ex detenuti ha affermato che 36 donne palestinesi sono detenute nel carcere di Damon in condizioni di detenzione disumane. 24 di queste donne stanno scontando pene detentive diverse, di cui due a 16 anni. Nove sono in custodia cautelare e tre donne sono detenute amministrative, riferisce la Commissione.


Alcuni dei detenuti soffrono di condizioni di salute molto difficili e di deliberata negligenza medica, come il caso della prigioniera Israa Jaabis, che soffre di ustioni e necessita di procedure chirurgiche.

Altre donne palestinesi che necessitano anche di cure mediche speciali includono Amal Taqatqa, che è stata ferita da cinque proiettili e necessita di un'operazione per rimuovere i fissatori interni dalla gamba; il prigioniero Iman Awar, che soffre di noduli cancerosi alle corde vocali, e il prigioniero Nasreen Abu Kamil, chi soffre di ipertensione, diabete e dolori alle dita dei piedi.

A dicembre, fonti ufficiali della Palestina hanno rivelato che ci sono oltre 4.400 prigionieri palestinesi all'interno delle carceri israeliane, inclusi 700 detenuti malati. Il regime israeliano continua a violare la Quarta Convenzione di Ginevra relativa alla detenzione amministrativa. 

Questa misura è una sorta di detenzione senza processo che permette al regime di Tel Aviv di incarcerare i palestinesi per un massimo di sei mesi, prorogabili a tempo indeterminato. In pratica, il regime di detenzione amministrativa di Israele viola numerosi altri standard internazionali. Ad esempio, i detenuti amministrativi della Cisgiordania vengono espulsi dal territorio occupato e internati all'interno di Israele, in diretta violazione dei divieti della Quarta Convenzione di Ginevra.



venerdì 11 gennaio 2019

Cisgiordania: quando lo spartitraffico in una autostrada diventa un muro alto 8 metri che divide israeliani da palestinesi

ANSAmed
Tel Aviv - A nord-est di Gerusalemme, in Cisgiordania, e' stata aperta al traffico automobilistico una arteria di quattro chilometri dove i veicoli palestinesi sono separati da quelli israeliani da un muro alto otto metri. 


In Cisgiordania, rileva Haaretz, esistono gia' altre arterie riservate esclusivamente al traffico palestinese, o a quello israeliano. Ma in questo caso, precisa, la suddivisione avviene mediante un muro che corre lungo il suo intero percorso. 

La arteria 4370 passa nelle vicinanze della citta'-colonia di Maale Adumim, situata fra Gerusalemme e Gerico. Essa facilitera' l'ingresso a Gerusalemme per gli israeliani che abitano negli insediamenti situati a sud di Ramallah. 

I palestinesi che volessero utilizzarla, secondo la televisione commerciale Canale 10, saranno bloccati all'ingresso dalla polizia israeliana: saranno cosi' indirizzati sul versante occidentale della stessa arteria che sfocia in un villaggio palestinese vicino a Gerusalemme est. 

Il costo dell'opera, concepita secondo Israele per motivi di sicurezza, e' stato di 150 milioni di shekel, circa 40 milioni di euro.

mercoledì 14 novembre 2018

Israele: ONG Adalah israeliana contro nuova legge che vuole applicare la pena di morte esclusivamente per i palestinesi

Blog Diritti Umani - Human Rights
Gerusalemme -  L'ONG Adalah israeliana ha riferito oggi che la proposta di legge israeliana che inasprire e facilitare l'applicazione della pena di morte per i condannati per terrorismo, in attesa di discussione in Parlamento, "è esclusivamente diretto ai palestinesi. "

Il Centro Legale per i diritti della minoranza diritti arabi in Israele (Adalah) sostiene in un comunicato che il disegno di legge "è illegittimo e in contrasto con i diritti giuridici fondamentali" in quanto è "destinato esclusivamente ai palestinesi", e richiede "di essere soppresso in quanto viola il diritto internazionale" e la Legge fondamentale di Israele per la dignità umana e libertà".
"In un momento in cui tutti i paesi del mondo si stanno liberando della pena di morte, Israele sta cercando di legittimarla" ed è discriminante in quanto basata sull'origine etnica e sull'appartenenza nazionale ".

In Israele la pena di morte esiste formalmente, ma è stata applicata solo in un'occasione, nel 1962, all'ufficiale nazista Adolf Eichmann, per la sua partecipazione all'Olocausto.

E 'inoltre previsto per alto tradimento e in particolare i casi sotto la legge marziale (in vigore nella West Bank occupata e in campo militare), ma è richiesta l'unanimità di tre giudici che compongono il tribunale, mentre se questa norma fosse approvata, sarebbe sufficiente la maggioranza semplice. 

ES

Fonte: EFE

venerdì 27 luglio 2018

Gaza: Unrwa, mancanza fondi da parte di USA e paesi terzi. Licenzia 1000 dipendenti, proteste.

AnsaMed
Gaza - Giornata di tensione oggi a Gaza, in seguito al licenziamento da parte dell'Unrwa - l'agenzia dell'Onu per i profughi palestinesi - di mille dipendenti temporanei. Con la distribuzione stamane delle lettere di licenziamento, riferiscono fonti locali, una manifestazione di protesta ha subito avuto luogo di fronte all'Ufficio centrale dell'Unrwa a Gaza City. 


Due giorni fa il suo direttore era stato costretto a barricarsi nell'ufficio per 14 ore, mentre in strada la polizia tratteneva a stento i dimostranti. La decisione dell' Unrwa è una conseguenza diretta del taglio da parte degli Usa di aiuti finanziari e anche dal mancato arrivo di altri aiuti promessi da Paesi terzi.
In breve tempo un migliaio di dimostranti si sono raccolti di fronte agli uffici dell'Unrwa a Gaza City ed hanno fatto appello ai dipendenti fissi affinchè scioperino e si uniscano alla loro lotta, nella convizione che presto o tardi saranno anch'essi sottoposti a licenziamenti.
Ad accrescere la esasperazione della popolazione di Gaza sono giunti ieri nuovi tagli alla erogazione della corrente elettrica, con la sospensione delle attività della centrale della Striscia. In giornate di grande afa gli abitanti ricevono adesso corrente solo per 4-6 ore al giorno.

domenica 22 luglio 2018

Sulla Striscia di Gaza tornano a soffiare nuovi, pericolosi venti di guerra

AGI
Venerdì 20 luglio è stata una giornata di scontri e bombardamenti. Morti quattro palestinesi durante i bombardamenti dell'aviazione israeliana, mentre un soldato dello stato ebraico è stato ucciso lungo il confine.


Tornano a soffiare pericolosamente i venti di guerra tra Israele e Hamas, il movimento islamista che controlla la Striscia di Gaza. Venerdì 20 luglio è stata una giornata di scontri e bombardamenti. 

Dalla Striscia sono stati sparati diversi colpi d'arma da fuoco e qualche razzo verso i territori israeliani. L'esercito e l'aviazione dello Stato ebraico hanno risposto con un bombardamento su larga scala che ha coinvolto tutta la Striscia. Il bilancio è di almeno quattro palestinesi morti e 120 feriti ma il timore è che quello di oggi sia l'atto inaugurale di un nuovo capitolo di sangue nei rapporti tra Israele e Gaza.

In serata invece un soldato israeliano è morto a causa delle ferite d'arma da fuoco riportate in uno scontro al confine tra Israele e la Striscia di Gaza. Lo ha riferito l'esercito dello Stato ebraico. "Durante un incidente, un gruppo di terroristi ha sparato ad alcuni soldati israeliani, uno dei quali è stato gravemente ferito e in seguito è deceduto a causa delle ferite", ha dichiarato l'esercito israeliano in una nota. Si tratta del primo israeliano ucciso dall'inizio della marce del 30 marzo di un movimento di protesta a Gaza contro il blocco israeliano.

L'inviato speciale delle Nazioni unite per il Medioriente, Nickolay Mladenov, ha già lanciato un appello ai due attori, Israele e Hamas, di "allontanarsi dall'orlo del precipizio". I loro toni però non lasciano ben sperare: nella mattina il ministro della Difesa di Tel Aviv, Avigdor Libermam, aveva accusato la dirigenza di Hamas, di portare Israele a una situazione senza scelta. "Avremo bisogno di portare a termine una dolorosa operazione militare su vasta scala", aveva avvertito.

Dall'altra parte, le brigate Ezzedin al-Qassam, l'ala militare del movimento islamista, avevano annunciato che Israele pagherà "un alto prezzo" per i raid condotti nella Striscia. Oggi aerei e carri armati israeliani hanno bombardato "obiettivi militari in tutta la striscia di Gaza" in risposta a "colpi" di arma da fuoco sparati contro i soldati israeliani nei pressi della frontiera, ha fatto sapere l'esercito di Israele. Gli spari contro i soldati dello Stato ebraico sono avvenuti durante i "violenti scontri lungo la recinzione di sicurezza" che segna il confine tra Israele e Gaza dove, come ormai ogni venerdi', i palestinesi manifestavano a sostegno "dei diritti dei rifugiati".

Ieri, invece, i bombardamenti israeliani sono stati condotti nel sud della Striscia di Gaza, dove alcuni palestinesi avevano cercato di lanciare palloni incendiari contro il territorio meridionale di Israele.

martedì 15 maggio 2018

Israele/Gaza - Una ambasciata, un massacro. Uno degli eserciti più potenti del mondo fronteggia migliaia di manifestanti palestinesi. 58 morti (molti minori) e 2700 feriti

Ansa
Tel Aviv - Esplode la rabbia dei palestinesi nel giorno dell'apertura dell'ambasciata Usa a Gerusalemme ed è un massacro: oltre 50 morti, fra i quali diversi minori, e oltrei 2.400 feriti, a metà pomeriggio, mentre divampano violentissimi gli scontri lungo la barriera di confine con Gaza, oscurata da una cortina di fumo di pneumatici bruciati.



E mentre la rivolta si estende anche alla Cisgiordania e Israele compie anche raid aerei sulla Striscia di Gaza, affermando di aver colpito cinque obiettivi di Hamas, gli ospedali palestinesi arrivano presto allo stremo e le autorità palestinesi di Gaza chiedono sangue e rivolgono una richiesta di aiuto ai medici dall'Egitto.

La Lega araba convoca una riunione d'urgenza per mercoledì mentre il segretario generale fa appello a "un intervento internazionale urgente per fermare l'orribile massacro perpetrato dalle forze di occupazione israeliane contro i palestinesi, in particolare nella Striscia di Gaza". Forte condanna anche dall'Egitto. Di "giorno della vergogna? parla invece l'Iran. Da Bruxelles la responsabile della politica estera Ue, federica Mogherini, ha invitato le parti alla massima moderazione.

A Gerusalemme intanto si è celebrata con una cerimonia l'apertura della nuova ambasciata degli Stati Uniti, con Ivanka Trump, il marito Jared Kushner, il segretario al tesoro Usa, David Mnuchin, e l'ambasciatore David Friedman. Ivanka e Mnuchin hanno scoperto una targa, e il presidente americano, Donald Trump, in un messaggio ha fatto sapere che "la capitale di Israele è Gerusalemme. Israele, come ogni stato sovrano, ha il diritto di determinare la sua capitale". Trump ha anche detto che "la nostra speranza è per la pace e gli Stati Uniti restano impegnati per un accordo di pace". A lui ha risposto il premier israeliano, Benyamin Netanyahu, durante la cerimonia: "Non abbiamo migliori amici al mondo che gli Usa. Grazie per aver avuto il coraggio di mantenere la promessa", di riconoscere Gerusalemme come capitale d'Israele.

Per martedì è previsto che la rivolta al confine continui, in occasione del 70/mo anniversario della nascita di Israele: una ricorrenza cheb i palestinesi contro-celebrano come giorno della 'Naqba', la 'Catastrofe'.

lunedì 14 maggio 2018

Gerusalemme, apre l'ambasciata Usa. Gaza, 41 morti e 1900 feriti

Ansa
Tensione altissima nei Territori. Cerimonia con Ivanka Trump e Jared Kushner. Quattro Paesi spaccano l'Ue.

Alta tensione in Medio Oriente, con scontri fra manifestanti ed esercito israeliano a Gaza e in Cisgiordania, nel giorno in cui si inaugura l'ambasciata americana a Gerusalemme e si celebrano i 70 anni della nascita dello stato d'Israele. 

Almeno 41 morti e 1900 feriti, inclusi gli intossicati: questo il bilancio provvisorio fornito dal ministero della sanità palestinese dei duri scontri con l'esercito israeliano al confine di Gaza che sono ancora in corso. Le autorità di Gaza hanno intanto chiesto all'Egitto aiuti medici immediati e la autorizzazione a trasferire in quel Paese i feriti più gravi.

E' cominciata a Gerusalemme la cerimonia di apertura della nuova ambasciata Usa. Al suo arrivo il premier Benyamin Netanyahu è stata accolto dagli applausi. In prima fila Ivanka Trump, Jared Kushner, l'ambasciatore Usa David Friedman e il vice segretario di Stato Usa John Sullivan insieme al segretario al Tesoro David Mnuchin. Presente anche il presidente di Israele Reuven Rivlin. Suonato l'inno nazionale Usa.

"La capitale di Israele è Gerusalemme. Israele, come ogni stato sovrano, ha il diritto di determinare la sua capitale": lo ha detto Donald Trump nel video messaggio inviato per la cerimonia di apertura dell'ambasciata Usa a Gerusalemme.
"La nostra speranza è per la pace e gli Stati Uniti restano impegnati per un accordo di pace", ha sottolineato Trump nel messaggio.

Esplode la rabbia dei palestinesi nel giorno dell'apertura dell'ambasciata Usa a Gerusalemme. Violentissimi scontri stanno infiammando il confine tra Gaza e Israele, con un bilancio di morti e feriti che continua drammaticamente a crescere ora dopo ora. Tensioni e violenze si registrano anche in Cisgiordania. Hamas ha portato migliaia di manifestanti nei pressi dei reticolati e ha diffuso volantini con le mappe dei villaggi israeliani di confine con l'obiettivo, denuncia Israele che parla di "operazione terroristica", di aprire brecce nei recinti e infiltrare i dimostranti in territorio ebraico. L'esercito già ieri ha inviato rinforzi in vista delle proteste e oggi ha risposto aprendo il fuoco al lancio di pietre, molotov e al tentativo di sfondare la barriera difensiva. La cerimonia di inaugurazione dell'ambasciata americana - condannata da larga parte della comunità internazionale - si terrà alle 16 ora locale (le 15 in Italia) alla presenza della foltissima delegazione arrivata da Washington (ci sono anche Ivanka Trump e il marito Jared Kushner) e dell'intera leadership dello Stato ebraico.
Donald Trump, che ha definito su Twitter quello di oggi come "un grande giorno per Israele", potrebbe intervenire in collegamento. Mentre il capo di al Qaeda Ayman al Zawahiri, in un messaggio video intitolato 'Anche Tel Aviv è terra di musulmani', ha invocato il jihad contro gli Stati Uniti e Israele e invitato i musulmani a prendere le armi.

Ieri sul fronte europeo si sono registrate le prime crepe: quattro nazioni delle 28 dell'Ue - Austria, Ungheria, Romania e Repubblica Ceca - hanno risposto all'invito del ministero degli Esteri israeliano e invieranno loro rappresentanti all'inaugurazione nel quartiere di Arnona, nella parte ovest della città. Una scelta che sarà seguita, almeno per due di loro (Repubblica Ceca e Romania), dalla decisione di spostare, anche se con tempi e modalità diverse, la propria ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme.

martedì 1 maggio 2018

A Gaza si muore anche così ... OMS: "Molti palestinesi muoiono senza cure in attesa del visto israeliano per uscire dalla Striscia"

La Repubblica
I dati dell'Organizzazione Mondiale della Sanità. Delle oltre 25.000 richieste di visto per motivi di salute presentate nel 2017 solo poco più del 50% sono state autorizzate. Sempre secondo l’OMS si tratta di una riduzione consistente rispetto al 62% dell’anno precedente o al 92% rispetto al 2012.




Beirut - Nella Striscia di Gaza si muore anche per il diritto negato alla cura. “A febbraio mia sorella Muna – dice Ahmed, profugo palestinese in Libano dal 1967 – è morta perché non è potuta andare a Ramallah per operarsi al cuore. Da quasi un anno aspettava dalle autorità israeliane il permesso di andare a curarsi in Cisgiordania. Aveva meno di 20 anni quando si sposò e ci separammo, da allora non ci siamo più visti”. Muna non è, purtroppo, un caso isolato. Secondo l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) nel 2017 sono almeno 54 i palestinesi deceduti in attesa del visto israeliano per uscire dalla Striscia per cure mediche. Delle oltre 25.000 richieste di visto per motivi di salute presentate nel 2017 solo poco più del 50% sono state autorizzate. Sempre secondo l’OMS si tratta di una riduzione consistente rispetto al 62% dell’anno precedente o al 92% del 2012.

Impossibile l'assistenza sanitaria a Gaza. I palestinesi di Gaza sono obbligati a recarsi a Gerusalemme o in Cisgiordania per cure o interventi chirurgici che le strutture sanitarie della Striscia non possono offrire. L'assistenza medica per malattie, come il cancro o per complicati e rischiosi interventi chirurgici, non è possibile a Gaza, a causa della carenza di strutture e attrezzature adeguate. Un’assenza provocata dalle restrizioni imposte da Israele sulle importazioni di tecnologie mediche che, secondo le accuse del governo israeliano, Hamas usa per scopi militari. Contemporaneamente Israele, per ragioni di sicurezza, continua a mantenere rigorosi i controlli su tutti coloro che chiedono di uscire dalla Striscia di Gaza, qualunque sia la motivazione.

Human Rights Watch: "Non c'entra la sicurezza". “Registriamo una costante e preoccupante riduzione delle autorizzazione all’uscita per motivi di salute. Nel 2017 si è arrivati al livello più basso dal 2008, da quando abbiamo iniziato a monitorare”. Ha detto Gerald Rockenschaub, capo degli uffici dell'OMS nei Territori palestinesi. Diverse associazioni per i diritti umani (Al-Mezan, Amnesty International, Human Rights Watch, Medical Aid for Palestinians e Physicians for Human Rights) hanno invitato il governo israeliano ad allentare le restrizioni. Omar Shakir, responsabile in Israele e Palestina di Human Right Watch, ha dichiarato di aver visto “L’uso sempre più diffuso delle ragioni di sicurezza per respingere o ritardare i permessi medici per i palestinesi. L’aumento dei rifiuti non si basa sulla sicurezza, ma su una strategia politica per isolare Hamas dalla popolazione della Striscia. Una strategia che usa e punisce in modo indiscriminato i civili”.

Dal 2008 Israele ha combattuto tre guerre con Hamas. “Il movimento palestinese è quotidianamente impegnato nel tentativo di trarre vantaggi militari dalle concessioni che lo Stato di Israele accorda alla popolazione civile” ha detto un responsabile del COGAT, l’organismo del Ministero della Difesa israeliano responsabile del coordinamento dei permessi di uscita. I gruppi per i diritti sostengono che l’effetto a catena di questo atteggiamento delle autorità israeliane è la punizione collettiva di due milioni di persone intrappolate nella Striscia. “Io e mia sorella non abbiamo potuto incontrarci per 50 anni a causa dell’occupazione degli israeliani.


Paolo Celi

sabato 28 aprile 2018

Proteste Gaza-Israele: 4 palestinesi morti, quasi mille feriti. Onu e Amnesty: "Uso sproporzionato della forza"

SKI TG24
Ancora vittime nel quinto venerdì di tensioni per la “Grande Marcia del Ritorno” voluta da Hamas. Dal 30 marzo i morti sono oltre 40. Trump: potrei andare all'apertura dell'ambasciata a Gerusalemme



Ancora scontri, vittime e feriti lungo la barriera tra la Striscia di Gaza e Israele, nel quinto venerdì di protesta sotto lo slogan della "Grande marcia del ritorno" voluta da Hamas. Il numero dei palestinesi rimasti uccisi negli scontri è salito a 4. Lo rende noto il ministero della Sanità palestinese, riferisce Haaretz. La quarta vittima è un ragazzo di 15 anni morto per le ferite riportate. 


Negli scontri sono rimasti feriti almeno 833 palestinesi: di questi, 4 fanno parte del personale medico e sei sono giornalisti, riferisce sempre il ministero della Sanità palestinese. Due feriti sono in gravi condizioni. Dal 30 marzo sono morti più di 40 palestinesi nelle proteste indette per rivendicare il "diritto al ritorno".

Le proteste al confine
Secondo un portavoce, alle manifestazioni hanno partecipato 10mila palestinesi, suddivisi in cinque punti di frizione lungo la linea di demarcazione con Israele. Come nelle settimane precedenti, gruppi di giovani hanno incendiato pneumatici lungo il confine, hanno lanciato verso Israele aquiloni con oggetti in fiamme e hanno cercato di trainare verso la Striscia tratti di reticolati. In una di queste azioni, al valico di Karni, sono stati vicini ad aprire un varco e sono stati respinti col fuoco e con i lacrimogeni. Secondo un portavoce israeliano, i dimostranti “hanno lanciato ordigni esplosivi, bombe a mano, bottiglie incendiarie e pietre” e i soldati hanno impedito il tentativo di infiltrazione.

Gli appelli
La giornata era iniziata a Gaza in un clima di febbrile mobilitazione, dopo che in nottata nel campo profughi di Jabalya è stato sepolto Fadi al-Batsh, l'ingegnere di Hamas ucciso la settimana scorsa in Malesia in un attentato che la sua organizzazione attribuisce al Mossad israeliano. Nel corso della giornata alcuni dirigenti di Hamas hanno raggiunto i dimostranti e hanno esortato la popolazione di Gaza a non desistere dalla lotta per forzare il blocco e rompere le linee di confine. Un consigliere del presidente Abu Mazen ha invece fatto appello agli abitanti di Gaza perché non seguano la politica degli "avventurieri" e "non mandino i figli a morire".
Le accuse

Intanto, l'Alto commissario per i diritti umani dell'Onu e Amnesty International sono tornati separatamente ad accusare i militari israeliani di aver fatto “un uso sproporzionato della forza nei confronti di dimostranti disarmati”. Il Centro di informazione sull' intelligence e il terrorismo (Iitc) di Tel Aviv, invece, ha pubblicato un'analisi secondo cui l'80 per cento dei primi 40 palestinesi uccisi sul confine erano “membri attivi o fiancheggiatori di gruppi terroristici”.

giovedì 19 aprile 2018

Gli esperti delle Nazioni Unite in materia di diritti umani condannano l’uccisione di palestinesi nelle recenti manifestazioni

Presenza
Gli esperti delle Nazioni Unite in materia di diritti umani hanno condannato l’uso continuato di armi da fuoco, comprese le munizioni vere, da parte delle forze di sicurezza israeliane contro manifestanti e osservatori palestinesi per lo più disarmati per una terza settimana consecutiva, vicino alla recinzione tra Gaza occupata e Israele.


Le Nazioni Unite e i suoi esperti indipendenti in materia di diritti umani, insieme alla Corte Penale Internazionale, hanno espresso grave preoccupazione per l’uso della forza da parte delle forze di sicurezza israeliane e hanno chiesto che si ponga fine alla violenza. Israele si è impegnato a condurre un’indagine sulla risposta delle forze di sicurezza alle proteste.

“Nonostante l’impegno di Israele a indagare sugli eventi delle ultime settimane, le forze di sicurezza continuano a usare munizioni vere e proiettili di gomma contro i manifestanti, uccidendo e ferendo decine di manifestanti per lo più disarmati, donne, uomini e bambini”, hanno detto gli esperti delle Nazioni Unite.

“Esprimiamo la nostra indignazione per queste sparatorie che possono aver portato a uccisioni illegali e per il numero incomprensibilmente elevato di feriti”.
Almeno 28 palestinesi sono stati uccisi e più di 1600 feriti dalle forze di sicurezza israeliane nel corso di una serie di manifestazioni iniziate il 30 marzo e che si protrarranno fino al 15 maggio. 
I partecipanti protestano per gli sfratti forzati e gli sfollamenti avvenuti dal 1948 e chiedono la fine del blocco di 11 anni su Gaza. Tra le vittime vi erano tre bambini e un giornalista, che portava insegne ben visibili che lo identificavano come membro della stampa. Finora sono stati feriti altri sei giornalisti.

Gli esperti hanno ribadito l’obbligo di Israele, in quanto potenza occupante, di rispettare il diritto internazionale in materia di diritti umani e il diritto internazionale umanitario, sottolineando che, nel contesto dell’applicazione della legge, le forze di sicurezza possono ricorrere alla forza letale solo in situazioni che comportano una minaccia imminente per la vita o un rischio di lesioni gravi.

“Non sono emerse prove che dimostrino che tale situazione si sia verificata durante le manifestazioni che avrebbero reso legale l’uso della forza letale”, hanno detto.

“Le libertà di associazione, di riunione e di espressione sono tutti diritti fondamentali ai sensi del diritto internazionale in materia di diritti umani. Tali diritti devono essere ampiamente tutelati e possono essere limitati solo in circostanze ristrette ed eccezionali. Israele deve rispettare pienamente questi diritti e garantire che il suo approccio al controllo degli assembramenti e delle manifestazioni sia rigorosamente conforme al diritto internazionale”.

venerdì 13 aprile 2018

Israele/Palestina - 350 minori palestinesi nelle carceri israeliane

Sicurezza Internazionale - Luis
Almeno 350 minori palestinesi starebbero scontando una pena nelle carceri israeliane, secondo quanto riferito dalle organizzazioni non governative Commission of Detainees and Ex-Detainees Affairs e Palestinian Prisoners Society.




In un comunicato congiunto, emanato mercoledì 4 aprile, in occasione della Giornata dei bambini palestinesi, che si celebra il giorno successivo, il 5 aprile, le due associazioni hanno dichiarato che le autorità israeliane avrebbero messo in prigione 353 minori dall’inizio di quest’anno, alcuni dei quali sarebbero stati successivamente rilasciati. Tra i bambini palestinesi rinchiusi nelle carceri israeliane vi sarebbero anche 8 ragazze e 6 di loro si troverebbero presso centri giovanili israeliani.

Stando a quanto riferito dalla Commission of Detainees and Ex-Detainees Affairs e dalla Palestinian Prisoners Society, nel periodo compreso tra il gennaio 2017 e il febbraio 2018, le autorità israeliane avrebbero imposto gli arresti domiciliari a 102 minori, la maggior parte dei quali residenti di Gerusalemme est. Il dato mostrerebbe un aumento del 15,5% rispetto al 2016. Di questi, 25 minori sarebbero stati mandati in carcere alla fine degli arresti domiciliari.

Le due organizzazioni hanno altresì riferito che le autorità israeliane avrebbero condotto numerose violazioni nei confronti dei minori prigionieri dal momento del loro arresto, compreso il fatto che i bambini sono stati prelevati dalle loro abitazioni in piena notte. Oltre a ciò, le autorità avrebbero ottenuto le confessioni dei minori mettendoli sotto pressione e minacciandoli.

I palestinesi che vivono nei territori occupati sono sottoposti alla legge militare. Tale sistema di norme considera i ragazzi che hanno compiuto i 16 anni di età adulti, pertanto sottoponibili alla detenzione per periodi superiori a 5 anni e al massimo della pena, a seconda dei reati commessi. La situazione è diversa per gli israeliani che vivono negli insediamenti all’interno dei territori palestinesi, i quali sono sottoposti al diritto civile israeliano e vengono processati nei tribunali civili.

Il caso più noto di detenzione di un minore degli ultimi mesi è quello di Ahed Tamimi, la 17enne palestinese che era stata arrestata per aver strattonato un soldato israeliano. Il 15 dicembre 2017, la ragazza aveva colpito un soldato israeliano che aveva sparato al cugino quindicenne, Mohammed Tamimi, dopo avere fatto irruzione nella sua abitazione durante un assalto dei militari israeliani nel villaggio della giovane, situato nel nord-ovest di Ramallah. 

La reazione di Ahed era stata filmata dalla migliore amica, che aveva subito pubblicato il video su internet, scatenando una polemica a livello internazionale. Da parte loro, i militari israeliani hanno riferito che l’aggressione non sarebbe avvenuta nell’abitazione della ragazza, ma in un’area in cui i soldati cercavano di impedire ai palestinesi di lanciare sassi contro gli automobilisti israeliani. Qualche giorno più tardi, il 19 dicembre 2017 la ragazza era stata arrestata nel villaggio palestinese di Nabi Saleh, dove viveva con la propria famiglia. L’arresto della giovane palestinese ha suscitato la reazione del popolo palestinese, che ha elevato la Tamimi a eroe nazionale e simbolo della resistenza. Il 21 marzo, Ahed Tamimi aveva accettato il patteggiamento proposto dall’accusa ed è stata condannata a una pena detentiva di 8 mesi e al pagamento di 1.400 dollari,

giovedì 5 aprile 2018

Human Rights Watch, a Gaza: «Israele responsabile per le vittime degli scontri»

TIO
Lo denuncia secondo cui i giudici della Corte penale internazionale dovrebbero aprire un'inchiesta.
Gaza City - Responsabili «dell'uccisione di 14 dimostranti a Gaza e del ferimento di centinaia» di altri «sono alti rappresentanti israeliani che illegalmente hanno invocato l'uso di munizioni vere contro manifestanti palestinesi che non costituivano un'imminente minaccia per la vita».


Lo denuncia 'Human rights watch' (Hrw) secondo cui, queste uccisioni comportano l'esigenza che «i giudici della Corte Penale Internazionale aprano una inchiesta formale per crimini internazionali in Palestina».

«Sia prima sia dopo - ha continuato Hrw - alti rappresentanti di Israele hanno pubblicamente sostenuto che i soldati di guardia lungo la barriera che separa Gaza e Israele hanno avuto ordini di colpire 'gli istigatori' e coloro che si avvicinavano al confine. 
Tuttavia il governo israeliano non ha presentato alcuna prova che il lancio di sassi e altre violenze da parte di qualche dimostrante abbiano seriamente minacciato i soldati lungo la frontiera. L'alto numero di morti e di feriti era la prevedibile conseguenza di aver consentito ai militari margine di usare forza letale al di fuori di situazione rischia vita in violazione delle norme internazionali, accompagnate da una cultura di lunga durata di impunità nell'esercito israeliano per gravi abusi».

«I soldati israeliani - ha detto Eric Goldstein, vice direttore dell'organizzazione per il Medio Oriente - hanno adoperato un uso eccessivo di forza».

sabato 31 marzo 2018

Violenti scontri a Gaza: 16 palestinesi uccisi dall'esercito israeliano. Oltre mille feriti

La RepubblicaL'Autorità nazionale palestinese (Anp) ha chiesto l'intervento della comunità internazionale dopo la violentissima battaglia al confine con la Striscia dove ha preso il via la 'Grande marcia del ritorno' che commemora gli scontri del marzo 1976. La mobilitazione durerà fino al 15 maggio, giorno della Nakba. Fonti diplomatiche: all'Onu riunione d'urgenza a porte chiuse del Consiglio di Sicurezza.


Ramallah - Sedici morti e più di mille feriti nella Striscia, secondo il ministero della Sanità. Tra le vittime, la più giovane ha 16 anni. È il bilancio, ancora provvisorio secondo fonti mediche di Gaza, degli scontri tra palestinesi e forze della sicurezza israeliane scoppiati al confine tra il sud della Striscia e Israele, dove ha preso il via la 'Grande marcia del ritorno' convocata da Hamas nell'anniversario dell'esproprio delle terre arabe per creare lo Stato di Israele nel 1948. Da fonti diplomatiche si apprende che il Consiglio di Sicurezza dell'Onu, su richiesta del Kuwait, terrà una riunione d'urgenza sui tragici eventi di Gaza. La stessa fonte, coperta da anonimato, ha precisato che la riunione avverrà a porte chiuse a partire dalle 18.30 ora locale (le 00.30 in Italia).

La Grande Marcia si è aperta nella Giornata della Terra che ricorda l'esproprio da parte del governo israeliano di terre di proprietà araba in Galilea, il 30 marzo 1976. Le proteste dureranno fino al 15 maggio, anniversario della fondazione di Israele, per i palestinesi "Nakba", la "catastrofe", come la chiamano, perché molti furono costretti ad abbandonare per sempre case e villaggi.

L'esercito ha aperto il fuoco in più occasioni con colpi di artiglieria, munizioni vere e proiettili di gomma vicino alla barriera di sicurezza davanti a cui hanno manifestato 17 mila palestinesi. Dalla folla sono stati lanciati sassi e bottiglie molotov verso i militari.

Di primo mattino il colpo di artiglieria di un carro armato aveva ucciso Omar Samour, un agricoltore palestinese di 27 anni che era entrato nella fascia di sicurezza istituita dalle forze armate israeliane. Testimoni hanno raccontato che si trovava su terreni vicini alla frontiera e un portavoce dell'esercito ha spiegato l'episodio parlando di "due sospetti che si sono avvicinati alla barriera di sicurezza nel sud della Striscia di Gaza e hanno cominciato a comportarsi in maniera strana", e i carri armati hanno sparato contro di loro". 

Successivamente è stato ucciso con un colpo allo stomaco un 25enne a est di Jabaliya, nel nord del territorio costiero e altri due (fra cui un 38enne) in punti diversi della frontiera. La maggior parte dei feriti sono stati colpiti da proiettili di gomma e gas lacrimogeni.

L'Autorità nazionale palestinese (Anp) ha chiesto l'intervento della comunità internazionale. Yusef al Mahmoud, portavoce dell'Anp a Ramallah, ha chiesto "un intervento internazionale immediato e urgente per fermare lo spargimento del sangue del nostro popolo palestinese da parte delle forze di occupazione israeliane".

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martedì 16 gennaio 2018

Cartolina da Gaza, miseria e stenti in un lager a cielo aperto

Globalist
Le condizioni terribili nella Striscia sono ulteriormente peggiorate dopo lo strapo di Trump su Gerusalemme.


Gaza
Poveri, in miseria e in una prigione a cielo aperto, visto che dalla striscia di Gaza è ormai quasi impossibile muoversi tra frontiere quasi chiuse e blocchi navali.
Ma la situazione è quella che è da anni e certamente la scelta di Trump di riconoscere Gerusalemme quale capitale di Israele certamente ha continuato a esacerbare ancora di più gli animi.


Intanto il corpo di Ibrahim Abu Thuraya, il paraplegico palestinese di 39 anni morto il 15 dicembre durante incidenti con l'esercito israeliano lungo la linea di demarcazione con Israele, è stato riesumato dalle autorità mediche di Gaza per accertare la causa del suo decesso.

In un primo momento fonti palestinesi avevano accusato cecchini dell'esercito israeliano di aver ucciso intenzionalmente Abu Thuraya, che si trovava in un gruppo di dimostranti. Ma Israele lo aveva subito escluso, al termine di un'indagine preliminare condotta fra le forze presenti allora sul terreno. All'inizio del mese le autorità militari israeliane hanno reso noto di aver avviato una seconda fase di verifica per accertarsi se il suo decesso sia da imputarsi ad altri mezzi di dispersione usati in quella circostanza dai soldati.

Nel frattempo Abu Thuraya è divenuto un simbolo delle proteste palestinesi contro il presidente Usa Donald Trump per la sua decisione su Gerusalemme.

venerdì 8 dicembre 2017

Trent'anni fa la prima Intifada: la tragedia di seimila morti e una guerra infinita riaccesa dalle scelte di Trump

Globalist
Dopo la decisione di Trump di spostare l'ambasciata Usa in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme, leader politico di Hamas, Ismail Haniyeh ha chiamato i palestinesi a una nuova Intifada.


L'annuncio di una nuova intifada coincide con il trentesimo anniversario della prima, quella delle "pietre", scattata nel campo profughi di Jabalia a Gaza il 9 dicembre 1987 in seguito a proteste spontanee e che si concluse nel 1993, quasi simultaneamente alla firma degli accordi di Oslo (il 13 settembre di quell'anno; il 24 l'Olp ordina agli attivisti di cessare ogni operazione militare contro l'esercito israeliano).
Come racconta bene Brahim Maarad la protesta fu innescata dall'uccisione di quattro profughi palestinesi investiti da un camion guidato da un israeliano. La rivolta venne caratterizzata dai lanci di pietre contro le truppe israeliane, ma assunse anche la forma di disobbedienza civile, scioperi generali e boicottaggi sui prodotti israeliani in tutto il mondo arabo. 

La rabbia darà vita a una sollevazione che durerà sei anni, fino al riconoscimento reciproco tra Israele e l'Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp). Lo scontro coinvolge per la prima volta tutti i palestinesi, sia di Gaza che della Cisgiordania. Si tratta di una protesta popolare che coglie di sorpresa la stessa direzione dell'Olp, allora di base a Tunisi. In campo scendono migliaia di giovani e giovanissimi che prendono a sassate le forze israeliane, impreparate ad affrontare la nuova situazione. Al lancio di pietre queste ultime rispondono con il fuoco delle armi: 1.258 palestinesi restano uccisi. Nel bilancio dei morti, anche 150 israeliani, uccisi in maggioranza verso la fine della prima Intifada per la radicalizzazione della protesta, che vide l'intervento della Jihad Islamica e di Hamas, movimento islamico sorto con la rivolta.

La seconda intifada esplose il 28 settembre 2000, con la visita del leader del Likud Ariel Sharon al Monte del Tempio, luogo sacro nella Città vecchia. Negli scontri conseguenti morirono più di 3.300 palestinesi e 1.000 israeliani.
L'Intifada al-Aqsa durò fino 2005: cinque anni prima, due mesi dopo il fallimento del summit israelo-palestinese a Camp David, Ariel Sharon, allora leader dell'opposizione della destra israeliana si era recato sulla Spianata delle Moschee per una visita provocatoria che infiammò gli animi. 

Il giorno dopo, la polizia apre il fuoco e uccide 5 palestinesi sul posto e altri due in città. Il 30 settembre, il video del 12enne palestinese, Mohammad al-Dourra, colpito a morte tra le braccia del padre diventa il simbolo della rivolta.Complessivamente i morti sono 4.700, di cui l'80% palestinesi. Si moltiplicano gli attentati kamikaze in territorio israeliano e gli attacchi contro le forze di sicurezza e i coloni nei Territori occupati.

L'esercito israeliano mette sotto assedio il leader palestinese Yasser Arafat, bloccandolo a Ramallah dal 2001 al 2004, quando riesce a partire per la Francia, dove muore poco dopo. Sharon, divenuto premier, nel 2002 avvia la costruzione di un muro di separazione con la Cisgiordania mentre nel 2005 si ritira unilateralmente da Gaza, evacuando 8mila coloni. L'8 febbraio 2005, Sharon e Abu Mazen, il successore di Arafat, annunciano la fine delle violenze.

La 'terza Intifada', come è stata forse impropriamente definita, è quella dei "coltelli". Hamas, che ha ormai in mano le redini della rabbia e della frustrazione palestinesi, ha dato la propria benedizione ad assalti messi a segno da lupi solitari, che hanno utilizzato sia armi bianche che veicoli lanciati sulla folla. Da ottobre 2015 sono morti oltre 232 palestinesi e più di 40 israeliani.

martedì 17 ottobre 2017

Nell’inferno di Aida, il campo profughi palestinese soffocato dal muro

DIRE
Ramallah (Territori palestinesi) – “Il campo profughi di Aida è un agglomerato sovraffollato di persone, e nonostante ciò le autorità israeliane negano la possibilità di estenderlo o di edificare. Alla gente qui non resta che andare verso l’alto, costruendo nuovi piani. I lavori però non sono sempre eseguiti a norma, a scapito delle fondamenta. Cosa accadrebbe se cedessero, se arrivasse un terremoto?”. 


E’ Amjad Abou Laban a porsi questo interrogativo. Il responsabile Unrwa – l’Agenzia Onu per i rifugiati palestinesi – è preoccupato per le condizioni in cui i circa 6mila residenti vivono: niente ospedale o centri medici, solo due scuole fondate dall’Unrwa, l’acqua che arriva due giorni la settimana, e restrizioni di movimento che impediscono alle persone di cercare lavoro in Israele o a Gerusalemme Est.
Inoltre, con la costruzione del muro di separazione dallo Stato israeliano, la popolazione ha perso la possibilità di accedere a una vasta area verde. Ma non si è perduta d’animo e ha costruito un campo da calcio e un piccolo parco. “Sono le uniche zone ricreative per queste persone”, aggiunge Abou Laban, che poi ricorda: “Abbiamo dovuto però chiudere la parte superiore con una rete: è capitato che i soldati sparassero gas lacrimogeni, dovevamo proteggere i bambini“.

Le vie di Aida sono strette, rendendo impossibile l’accesso ai mezzi di soccorso. Sono poi sovrastate da cavi elettrici sistemati rudimentalmente, cosa che accresce il pericolo di incendi. L’aria ha un forte odore, perché la rete fognaria funziona solo in alcune zone. Infine, c’è il muro in cementoarmato alto 8 metri, che chiude un lato del campo. 


Ma nonostante ciò, le strade esplodono di colori: pitture, murales, poesie che cantano la voglia di credere in un futuro migliore. All’ingresso di Aida, una grande porta blu ad arco, sovrastata da una chiave: è il simbolo di coloro che ancora credono di poter tornare un giorno nella casa lasciata dopo la guerra del 1948.

domenica 15 ottobre 2017

Diecimila donne israeliane e palestinesi hanno marciato insieme per la pace tra i loro popoli

TPI News
La marcia si è tenuta l'8 ottobre, organizzata da un movimento pacifista femminile, con l'obiettivo di sensibilizzare l'opinione pubblica per la ripresa dei negoziati e la fine delle ostilità.

L’8 ottobre 2017 si è tenuta in Israele una marcia per la pace, a cui hanno preso parte 10mila donne ebree e musulmane. A organizzare la marcia il movimento Women Wage Peacefondato da donne israeliane e palestinesi nel 2014.

Il movimento, composto da sole donne, si pone l’obiettivo di influenzare il più possibile l’opinione pubblica e i capi di governo israeliani e palestinesi al fine di riprendere i negoziati di pace e fermare le ostilità.

Shazarahel, donna ebrea israeliana, referente per la stampa in Italia del movimento Women Wage Peace e vicepresidente della Confederazione Internazionale Laica Interreligiosa (CILI), ha raccontato a Tpi cosa è avvenuto durante la marcia per la pace e le emozioni che ha provato.

“Ieri 10.000 donne si sono incontrate nel deserto, senza perquisizioni, senza alcun controllo di sicurezza e nessuna di noi sembrava preoccupata. Ci siamo abbracciate e abbiamo danzato insieme, in una fiducia totale”, racconta Shazarahel.

La marcia è cominciata nel deserto vicino al Mar Rosso, poi le donne israeliane e palestinesi si sono tutte riunite per danzare insieme in una grande tenda che hanno chiamato “Tenda di Hager e Sarah”.

“Hager e Sarah sono le due mogli del profeta Abramo, per questo abbiamo scelto di chiamare così il luogo dove ci siamo radunate. Hager rappresenta la madre dei musulmani e Sarah la madre degli ebrei”, ha spiegato Shazarahel.

“Abbiamo ballato insieme al ritmo di musica orientale, le cui antiche sonorità ci richiamano tutte ad un’origine comune su questa terra”.

Insieme alla referente del movimento hanno preso parte alla marcia anche le due figlie, Esther ed Eden, di sette e quattro anni.

“Le donne palestinesi e in genere le donne musulmane sono molto materne, proprio come noi donne ebree. Ieri le mie due bambine sono state avvolte da grande affetto e attenzioni. Mia figlia crescerà con quei gesti di amore che ha scambiato con queste donne palestinesi, che lei ha percepito come delle altre mamme e nonne”.

“Questa esperienza spazzerà via dalla sua vita ogni tentativo di indurla ad odiare i palestinesi e i musulmani per partito preso, così come tanti tenteranno di farle credere”.

Molte delle donne presenti alla marcia hanno perso i propri cari durante i vari conflitti e guerre tra il governo israeliano e le autorità palestinesi.

“Ho stretto amicizia con molte donne palestinesi – ha detto Shazarahel – per me non sono amiche ma sorelle. Piangiamo una sulla spalla dell’altra. Non vogliamo più spargimento di sangue”.

Erano stati invitati al raduno anche il primo ministro israeliano Netanyahu e il presidente palestinese Abu Mazen. Quest’ultimo ha inviato una sua rappresentante mentre Netanyahu non si è presentato e non ha risposto all’invito

mercoledì 6 settembre 2017

Gaza - Save the Children denuncia: 1 milione di bambini in condizioni inaccettabili

SIR
“A dieci anni dal blocco aereo, marittimo e terrestre della striscia di Gaza, un milione di bambini sono costretti a vivere in condizioni inaccettabili”. 


È quanto denuncia oggi Save the children in una nota nella quale rileva che 
“più di 740 scuole si trovano in grande difficoltà per la carenza di energia elettrica, che è disponibile per sole 2 ore al giorno. Una limitazione che provoca gravi conseguenze anche per l’interruzione dei servizi sanitari e di emergenza, per l’aumento delle malattie trasmesse dall’acqua per la sospensione della potabilizzazione e il disastro ambientale a seguito del mancato trattamento delle acque reflue”. 
“Se un rapporto delle Nazioni Unite del 2012 dichiarava Gaza a rischio di invivibilità entro il 2020, Save the children – prosegue ala nota – considera Gaza invivibile già oggi: con le condizioni attuali i bambini non riescono più a nutrirsi adeguatamente, dormire, studiare o giocare”

L’organizzazione internazionale chiede “a Israele di interrompere subito il blocco di Gaza, dove quasi la metà della popolazione non ha lavoro e l’80% sopravvive solo grazie agli aiuti umanitari, e chiede alle autorità palestinesi e israeliane di fornire i servizi di base indispensabili agli abitanti dell’area”. 

Jennifer Moorehead, direttore di Save the children nei Territori Palestinesi Occupati, “i bambini di Gaza sono tristemente prigionieri del conflitto più politicizzato del mondo e la comunità internazionale non ha saputo reagire adeguatamente alle loro sofferenze”. 

“Vivere senza accesso ai servizi indispensabili come l’elettricità – aggiunge – ha conseguenze gravi sulla loro salute mentale e sulle loro famiglie. Stiamo assistendo ogni giorno ad un aumento del livello di ansia e aggressività”.

martedì 25 luglio 2017

Gerusalemme, Israele toglie i metal detector dalla spianata delle Moschee. Scintilla di gravi tensioni e scontri.

Blog Diritti Umani - Human Rights
Dopo il riaccendersi di gravi scontri tra Palestinesi e Israele che dall'attentato alla spianata delle moschee ha visto una preoccupante escalation di violenza con gravi episodi di repressione da parte delle forze di sicurezza israeliane e reazioni dei palestinesi. Su entrambi i fronti questi scontri hanno causato delle vittime.
Accogliamo con sollievo la decisione del governo Netanyahu di rimuovere i metal detector per l'accesso alla Moschea al-Aqsa che erano stati la motivazione principale di manifestazioni e scontri in questi giorni. 
Si consolida la speranza che si scongiuri l'inizio una nuova Intifada. 

La Repubblica
Passo indietro del governo di Netanyahu dopo l'escalation di violenza dei giorni scorsi. Resteranno solo le telecamere di sorveglianza.



Avevano acceso la scintilla che aveva provocato le tensioni dei giorni scorsi. Ma ora i metal detector che erano stati posizionati a Gerusalemme agli ingressi della spianata delle Moschee vengono rimossi. 


La decisione presa dal governo israeliano è stata anticipata dai media locali. Lo twitta in particolare Haaretz citando fonti ufficiali. Il passo indietro è stato ordinato dopo la riunione dell'esecutivo guidato da Benjamin Netanyahu: un vertice che si è protrattto per diverse ore dopo che in una precedente riunione, convocata 24 ore prima, non aveva raggiunto l'intesa.

Gli scontri dei giorni scorsi erano stati allarmanti e avevano causato vittime. I palestinesi contestavano la linea dura di Israele attorno al terzo luogo sacro dell'Islam. Oltre ai controlli, era stato precluso anche l'accesso alle persone con meno di cinquant'anni d'età. 

Ora le restrizioni sono state rimosse, ma resteranno le telecamere di sorveglianza: un aspetto che, in una dichiarazione rilasciata ad al-Jazeera, è stato contestato da Sheikh Najeh Bakirat, direttore della moschea al-Aqsa, la più grande di Gerusalemme.

La tensione altissima era sfociata in gesti di violenza, con cinque palestinesi uccisi tra venerdì e sabato e gesti di reazione in tutta la regione, che hanno portato all'accoltellamento di tre coloni israeliani nei pressi di Ramallah. 

Anche il Papa, a margine dell'Angelus di domenica, era intervenuto sulla vicenda invocando "moderazione e dialogo" fra le parti.