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martedì 6 agosto 2019

Approvato il Decreto Sicurezza bis - Il fulcro per la sicurezza del paese è colpire le ONG che salvano naufraghi

Corriere della Sera

 - Il ministro dell’Interno, per motivi di sicurezza potrà limitare o vietare l’ingresso, il transito o la sosta di navi, salvo quelle militari o governative.
 
 - Per le imbarcazioni delle ong che violeranno lo stop supermulte fino a un milione di euro. 

 - Possibile anche il sequestro e la distruzione della nave

 - Per il capitano che, come Carola Rackete, forzerà il blocco, scatterà l’arresto in flagranza. 

 - Risorse per operazioni sotto copertura, effettuate da operatori di Stati esteri, per il contrasto dell’immigrazione clandestina.

venerdì 5 luglio 2019

Critiche sostanziali al Decreto Sicurezza Bis nell'audizione parlamentare di Daniele Tissone, Sindacato Polizia

Blog Diritti Umani - Human Rights
Alcuni stralci dell'audizione parlamentare di Daniele Tissone del Sindacato Italiano Lavoratori di Polizia Cgil

Con amarezza assistiamo a una falsa quanto sfuggente rappresentazione della realtà in cui, invocando motivazioni di necessità e urgenza inesistenti, al Parlamento viene impedito di affrontare tematiche delicate attraverso la dialettica democratica del procedimento legislativo.
[...]
Tutte queste costruzioni giuridiche afflittive hanno come presupposto l’insicurezza, percepita e veicolata, in gran parte, da campagne propagandistiche che instillano le paure, mentre tutte le rilevazioni e i dati oggettivi indicano i vari fenomeni criminali in diminuzione o comunque, non rispondenti all’allarme sociale suscitato.
[...]
L’incremento dell’attività sul fronte repressivo e l’inasprimento delle pene, inevitabilmente si abbatterà sul “Pianeta Giustizia”, già gravato da un ingente numero di procedimenti e processi pendenti, che cresceranno per l’effetto domino dell’aumento delle pene e del blocco della prescrizione, nonchè a seguire, sul mondo carcerario, ove sono ben note le carenze di spazi e le difficoltà vissute dai magistrati di sorveglianza e dagli operatori penitenziari.
[...]
Si assiste a una escalation della criminalizzazione delle condotte che è iniziata dall’immigrazione, dalle frontiere, ed è giunta alle riunioni in luogo pubblico o aperto al pubblico, ovvero nelle piazze cuore del paese e luoghi dove i cittadini esprimono opinioni.
[...]
La ricerca del consenso da una parte carica sulle spalle delle Forze di Polizia l’aspettativa dei risultati promessi con la propaganda, mentre dall’altra, specie durante le occasioni di protesta, inasprisce la contrapposizione tra i cittadini dissenzienti, che vengono etichettati come nemici, e chi è deputato a far rispettare la legalità quindi a contemperare la difesa dei diritti di tutti, viene visto, a sua volta, come il nemico dei nemici.
[...]
Questo peggiorato clima di relazioni sociali, che vede nella sola repressione di condotte ritenute devianti o comunque difformi ed in contrasto con il pensiero e i desiderata di chi governa, rischia di portare alla strumentalizzazione delle FF.PP., viste come braccio armato e violento dell’esecutivo del momento, quasi a voler far tornare indietro di quarant’anni la storia.
[...]
Il SILP, che si riconosce nel processo di cambiamento ed evoluzione della Polizia di Stato, avviato con la riforma attuata con la L.121/81, che ha portato alla smilitarizzazione, si oppone a questo snaturamento della funzione democratica di tutela di tutte le persone e della civile convivenza, bene supremo per uno Stato ed il suo popolo nella più ampia accezione.

Daniele Tissone

mercoledì 3 luglio 2019

Carola Rackete e Sea Watch - Il GIP smonta il Decreto sicurezza bis: "Non può essere applicato a chi salva naufraghi"

La Repubblica
Sul decreto sicurezza bis innanzi tutto, secondo la gip, "le direttive ministeriali sui porti chiusi e il divieto di ingresso in acque territoriali" previsto dal decreto sicurezza e per il quale le motovedette italiane hanno intimato l'alt alla Sea Watch fin dall'approssimarsi alle acque italiane non può essere applicato. Perché una nave che soccorre migranti non può essere giudicata offensiva per la sicurezza nazionale e il comandante di quella nave ha l'obbligo di portare in salvo le persone soccorse. In ogni caso, sottolinea il giudice, la violazione del divieto viene punito dal decreto solo con la sanzione amministrative e non più penale.

Il dovere di soccorso
E' il principio fondamentale dell'ordinanza della gip Vella, appunto la scriminante che la giudice ha fatto prevalere nell'analisi della condotta della comandante. "L'attracco al porto di Lampedusa - scrive la gip - appare conforme al testo unico per l'immigrazione nella parte in cui fa obbligo al capitano e alle autorità nazionali indistintamente di prestare soccorso e prima assistenza allo straniero rintracciato in occasione dell'attraversamento irregolare della frontiera".
I porti sicuri
L'ordinanza mette per la prima volta per iscritto che la scelta di un comandante di nave che soccorre migrati in zona sar libica di far prua verso l'Italia è legittima perché "in Libia e in Tunisia non ci sono porti sicuri" e l'obbligo del comandante non si esaurisce nel prendere a bordo i naufraghi ma prevede lo sbarco in un luogo dove sono loro garantiti i diritti, a cominciare dal diritto d'asilo. Che la Tunisia non prevede.
La nave da guerra
Secondo il gip Vella, le motovedette della Finanza non sono da considerarsi una nave da guerra e dunque l'inosservanza di un loro ordine non è punibile secondo quanto previsto dal codice della navigazione. "Le unità navali della Guardia di finanza - scrive la gip - sono da considerarsi navi da guerra solo quando operano al di fuori dalle acque territoriali ovvero in porti esteri ove non vi sia un'autorità consolare".
Nessuna volontà di schiacciamento
La giudice ha accolto in pieno anche la ricostruzione di carola Rackete secondo cui con la sua manovra in porto non aveva alcuna intenzione di colpire la motovedetta della Finanza. "Da quanto emerge dal video deve essere molto ridimensionato nella sua portata offensiva rispetto alla prospettazione accusatoria fondata solo sulle rilevazioni della polizia giudiziaria".

Nelle prossime ore partirà anche l'iter di espulsione di Carola Rackete dal territorio nazionale firmato ieri sera dal prefetto di Agrigento Dario Caputo secondo le direttive impartite dal ministro Salvini. Ma l'esecuzione del provvedimento sembra impossibile visto che dovrà essere convalidato dal giudice. La Procura però ha già negato il nullaosta fino a quando non saranno cessate le esigenze di giustizia, dunque certamente fino al 9 luglio. 

Nel frattempo il procuratore Luigi Patronaggio e l'aggiunto Salvatore Vella valuteranno se proporre ricorso contro il provvedimento del gip andato ben oltre la loro richiesta di applicare a Carola Rackete il divieto di dimora in provincia di Agrigento. Allo studio dei legali della Sea-Watch anche il possibile ricorso contro il sequestro probatorio della nave che ieri è stata condotta al porto di Licata.

sabato 29 giugno 2019

L'analisi della giurista Francesca De Vittor: "Carola è nel giusto rispettando l'obbligo del diritto internazionale, ad essere illegittimo è il decreto sicurezza"

Cattolica News
Il parere giuridico della professoressa Francesca De Vittor sulla vicenda della nave della Ong che non ha rispettato il divieto di fare rotta su Lampedusa. «La comandante non ha fatto altro che rispettare un obbligo imposto dal diritto internazionale»


La comandante della nave Sea Watch 3, Carola Rackete, ha deciso di non rispettare il divieto di ingresso nel mare territoriale italiano e portare finalmente i migranti soccorsi il 12 giugno scorso verso un porto sicuro per lo sbarco. 

Nonostante la si accusi ora di aver violato le leggi dello Stato italiano, e in particolare il divieto di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina previsto dall’art. 12 del d.lgs. 186/1998 e il divieto di ingresso imposto dal Ministro dell’Interno sul fondamento del DL 53/2019, c.d. sicurezza-bis, la comandante Rackete, fin dall’inizio dei soccorsi, non ha fatto altro che rispettare un obbligo imposto dal diritto internazionale e dalle leggi sia italiane sia del suo stato di bandiera. 
Ciò che in tutta questa vicenda appare invece manifestamente illegittimo, sia dal punto di vista del diritto costituzionale italiano sia del diritto internazionale è proprio il c.d. decreto sicurezza bis.
L’obbligo di soccorso in mare è previsto sia dal diritto internazionale consuetudinario (che nel nostro ordinamento ha valore di diritto costituzionale in base al rinvio operato dall’art. 10 Cost.), sia dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (CNUDM) e dalla Convenzione di Amburgo sulla ricerca e il soccorso in mare (SAR) (entrambe ratificate dall’Italia e che nel nostro ordinamento hanno valore di legge, anzi superiore alla legge per l’art. 117 Cost.). Per previsione espressa di quest’ultima Convenzione il soccorso si conclude solo con lo sbarco delle persone in un porto sicuro, che è un porto in cui la loro vita non è più in pericolo e i diritti umani fondamentali sono loro garantiti.

L’unico porto di sbarco che era stato indicato alla Sea Watch 3 è il porto di Tripoli, dove nessuno sbarco di migranti è lecito perché in ragione delle gravissime violazioni dei diritti umani fondamentali che i migranti subiscono in Libia, nonché del conflitto in corso, la Libia non può essere in alcun modo considerata un porto sicuro (si veda da ultimo la Raccomandazione agli stati della Commissaria ai diritti umani del Consiglio d’Europa). 

Come deciso dal GIP di Trapani in una recente sentenza l’essere riportati in Libia avrebbe costituito un’offesa ingiusta alla quale i migranti stessi avrebbero potuto opporsi anche con la forza in legittima difesa (art. 52 c.p.).

Una volta chiarito che verso Tripoli la Sea Watch non avrebbe in alcun caso potuto dirigersi, la comandante si è lecitamente diretta verso il porto sicuro più vicino, e quindi Lampedusa. Tutti gli stati membri della Convenzione SAR hanno l’obbligo di cooperare affinché il comandante della nave che ha prestato soccorso sia liberato dalla propria responsabilità (ovvero possa far sbarcare le persone soccorse) nel minor tempo possibile e con la minor deviazione dalla propria rotta.

L’aver individuato Lampedusa come luogo di sbarco costituisce quindi non solo un comportamento legittimo, ma anche il più ovvio da parte della Comandante che aveva una legittima aspettativa di vedersi assegnare lì un luogo di sbarco. Starà alla magistratura valutare eventuali responsabilità penali a carico della comandante e dell’equipaggio della nave, ma è presumibile che anche qualora eventuali comportamenti illeciti siano constatati venga comunque riconosciuta la scriminante dello stato di necessità (art. 54 c.p.) o dell’aver commesso il fatto in adempimento di un dovere (art. 51 c.p.). Va in ogni caso ricordato che in nessuno dei casi in cui sono state aperte indagini a carico di Ong per i soccorsi in mare si è mai giunti a una condanna: quando i giudici si sono pronunciati hanno sempre considerato legittimo il comportamento di chi aveva prestato il soccorso in mare.

Se di responsabilità si vuole parlare, sarebbe meglio parlare di quelle dell’Italia. Va infatti considerato che la nave, probabilmente già da prima, ma sicuramente da quando è entrata nelle acque territoriali italiane, si trova sotto la giurisdizione dell’Italia per l’applicazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, pertanto il prolungarsi del trattenimento a bordo della nave dei migranti, già estremamente provati, integra da parte dello Stato italiano una violazione dell’art. 3 e dell’art. 5 della Convenzione (su questa conclusione non incide il rifiuto della Corte di imporre all’Italia misure cautelari ed urgenti, tale pronuncia, infatti, non è sul merito della vicenda ma appunto solo sulla misura cautelare).

In un periodo in cui le più fondamentali norme dell’ordinamento internazionale e costituzionale sono sempre più spesso violate da politiche di ostacolo alle operazioni di soccorso in mare, studiosi e operatori del diritto sono chiamati a confrontarsi nel tentativo di fare chiarezza sul contenuto del diritto nazionale e internazionale applicabile e sulle conseguenze della sua violazione. È questo lo scopo della tavola rotonda su “La politica dei porti-chiusi. Questioni di legittimità e responsabilità nazionale ed internazionale” organizzata in Università Cattolica lunedì 15 luglio dalle 16.30 alle 18.30.

di Francesca De Vittor: docente di Diritto internazionale e Diritti dell’uomo alla facoltà di Giurisprudenza

sabato 18 maggio 2019

Onu, invia lettera atto di accusa al governo italiano: "Il decreto sicurezza bis viola i diritti umani e fomenta la xenofobia"

La Repubblica
L'Alto Commissariato per i Diritti umani delle Nazioni Unite scrive al ministro degli Esteri, chiedendo di ritirare le circolari di Salvini contro la Mare Jonio e di bloccare il provvedimento che multa le Ong

Roma - Con una lettera di undici pagine, l'Onu chiede all'Italia di ritirare le direttive del Viminale sul salvataggio in mare e di interrompere immediatamente l'iter di approvazione del decreto sicurezza bis, che Matteo Salvini potrebbe portare già nel Consiglio dei ministri di lunedì. Insomma, di arginare la politica anti-immigrazione del ministro dell'Interno italiano. E le motivazioni sono tanto chiare quanto allarmanti: 
"Mette a rischio i diritti umani dei migranti, inclusi i richiedenti asilo"; "fomenta il clima di ostilità e xenofobia", "viola le convenzioni internazionali".
"Salvini fomenta la xenofobia"
L'atto di accusa è contenuto in un testo che Beatriz Balbin, capo delle Special procedures dell'Alto Commissariato per i Diritti Umani, ha inviato il 15 maggio all'ambasciatore italiano all'Onu Gian Lorenzo Cornado, perché lo trasmetta al ministro italiano degli Esteri Enzo Moavero Milanesi. E segue due richiami arrivati a Roma nel 2018 ma del tutto snobbati dal governo italiano.

L'oggetto di quest'ultimo richiamo sono le due direttive che Salvini ha emesso tra marzo e aprile, sostanzialmente per ostacolare le attività delle ong e della Mare Jonio, la nave della piattaforma Mediterranea impegnata nel salvataggio in zona Search and Rescue libica.

"La direttiva di marzo - si legge nella lettera di Balbin - è una seria minaccia ai diritti dei migranti, inclusi i richiedenti asilo e le persone vittime di tortura, sequestri, detenzioni illegali. Ci sono ragionevoli elementi per ritenere che sia stata emanata per colpire direttamente la Mare Jonio, vietandole l'accesso alle acque e ai porti italiani. Nella direttiva del 15 aprile la si accusa esplicitamente di favorire l'immigrazione clandestina. Siamo profondamente preoccupati per queste direttive, che non sono basate su alcuna sentenza della competente autorità giuridica".

Non solo. L'Alto Commissariato delle Nazioni Unite osserva anche che tali direttive non sono altro che 
"l'ennesimo tentativo di criminalizzare le operazioni Search and rescue delle organizzazioni civili", e che finiscono per "intensificare il clima di ostilità e xenofobia nei confronti dei migranti".

Violato il principio di non-refoulement
Oltre a richiamare il governo italiano al dovere della tutela delle vite umane in mare, l'Onu osserva come le direttive Salvini e l'esplicito trasferimento alla guardia costiera libica delle responsabilità del salvataggio in realtà possano provocare la violazione del non-refoulement, il principio - stabilito dalla Convenzione di Ginevra - secondo cui a un rifugiato non può essere impedito l’ingresso sul territorio né può esso essere deportato, espulso o trasferito verso territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate. 

"E' stato ampiamente documentato in diversi report dell'Onu che i migranti in Libia sono soggetti ad abusi, torture, omicidi e stupri - scrive l'Alto Commissariato - quindi la Libia non può essere considerata un 'place of safety' (porto sicuro, ndr) per lo sbarco".

"Bloccate il decreto sicurezza bis"
Infine, dopo aver espresso apprezzamento sia per il lavoro della Marina militare italiana sia per l'impegno umanitario delle ong, il documento si conclude con una duplice richiesta al governo italiano. La prima: "Ritirate la direttiva del Viminale del 15 aprile, che colpisce specificatamente la Mare Jonio". La seconda: "Fermate immediatamente il processo di approvazione del Decreto sicurezza bis". Quello, per capirsi, che vorrebbe introdurre maxi multe per le ong che salvano i migranti.

Fabio Tonacci

domenica 12 maggio 2019

Decreto Sicurezza-bis, tattica arma di "distrazione" - Colpire in modo vergognoso migranti e Ong ma le priorità del Paese sono altre.

TPI
Decreto Sicurezza bis | Pugno di ferro contro chi soccorre i migranti e contro chi aggredisce le forze dell’ordine: questi i punti centrali del Decreto Sicurezza bis appena varato dal ministro dell’Interno, Matteo Salvini.


Il leader del Carroccio dà il via libera al seguito del divisivo Decreto Sicurezza, che prevede sanzioni molto alte per coloro che soccorrono i migranti in mare.

Le multe salateLa prima norma prevede multe a chi “nello svolgimento di operazioni di soccorso in acque internazionali, non rispetta gli obblighi previste dalle Convenzioni internazionali”, dunque i comportamenti che Salvini attribuisce alle navi umanitarie.

Le sanzioni riconosciute sono di due tipi: da 3.500 a 5.500 euro per ogni straniero trasportato e, nei casi reiterati, se la nave è battente bandiera italiana la sospensione o la revoca della licenza da 1 a 12 mesi.
La legge del mare Secondo Matteo Salvini, “tutte le navi che trasportino migranti siano una minaccia per la sicurezza nazionale”. L’articolo numero 2 va a modificare il Codice della navigazione. Salvini attribuisce al Viminale il controllo sul divieto di transito nelle acque territoriali di navi qualora sussistano ragioni di sicurezza e di ordine pubblico.

Favoreggiamento dell’immigrazione clandestina – Il decreto modifica anche il codice di procedura penale. Come? Non saranno più le procure ordinarie a indagare su minori atti di favoreggiamento all’immigrazione, ma diventeranno con il Decreto Sicurezza bis competenza delle Direzioni distrettuali antimafia.

Norme sulle forze dell’ordine – Un altro pacchetto di norme inasprisce le sanzioni per chi devasta o danneggia luoghi pubblici nel corso di manifestazioni.

Con un inasprimento delle pene per “le azioni di chi si oppone a pubblici ufficiali con qualsiasi mezzo di resistenza attiva o passiva, dagli scudi alle mazze e ai bastoni”. Il reato per violenza, minaccia e resistenza a pubblico ufficiale diventa ora molto più grave.

Aumentano i poliziotti – Tre milioni di euro vengono stanziati per l’impiego di poliziotti stranieri in operazioni sotto copertura contro le organizzazioni di trafficanti di uomini.

Veronica Di Benedetto Montaccini