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lunedì 20 gennaio 2020

Svizzera - Eutanasia - La commissione in difficoltà - Un ergastolano chiede di essere autorizzato al suicidio assistito.

ilsussidiario.net
Un detenuto condannato all'ergastolo ha chiesto di essere ammesso al suicidio assistito. Patria del suicidio assistito, la Svizzera si trova adesso ad affrontare le estreme conseguenze della scelta di permettere di morire. 

Nella confederazione elvetica, dove si reca gente da tutto il mondo e come ben sappiamo anche dalla vicina Italia, il suicidio assistito è negato per un solo motivo: ragioni "egoistiche".

Cioè se uno chiede di essere ucciso semplicemente perché stanco o stufo di vivere, ma non è un malato terminale o soffre di dolori fisici considerati insostenibili. Viene accettata anche la malattia mentale qualora risulti portatrice di "sofferenza insostenibile". Il che non è molto facile, se non impossibile, da quantificare.

Ecco allora che un detenuto, condannato nel 1996 all'ergastolo per numerosi casi di violenze sessuali su bambine di 10 anni fino a donne di 56, ha chiesto di essere ammesso al suicidio assistito. 

"È una cosa naturale chiedere di suicidarsi piuttosto che essere sepolto vivo per il resto della vita, meglio essere morto che lasciato a vegetare dietro le mura" ha detto nella sua richiesta. Il che non fa una grinza, seguendo la logica della legge attuale. 

Richiesta che l'apposita commissione che permette o meno il suicidio assistito composta da due medici (entrambi devono dare l'ok) ha detto di non essere in grado di valutare perché dubbiosi si tratti di richiesta "egoistica".

Ovvio: nel momento in cui ammetti il suicidio per chi è malato, perché no per una persona condannata all'ergastolo? Se nel primo caso la vita diventa "una sofferenza insopportabile" lo è anche essere rinchiusi in prigione fino alla morte. La legge si ritorce contro se stessa: il suicidio assistito dimostra di essere soltanto un modo di eliminare una realtà inconfutabile, la vita, solo perché non si è in grado di gestirla. Non perché non sia possibile farlo. Certo, l'ergastolo è una pena comparabile a quella di morte, perché non permette la possibilità di riscatto, di rifarsi una vita a chi è sinceramente pentito (di fatto Papa Francesco si è detto contro l'ergastolo non a caso), ma in ogni caso c'è la possibilità di rifarsi una vita anche dietro le sbarre.

Il detenuto, Peter Vogt, spera di morire in occasione del suo compleanno, il prossimo 13 agosto, se la sua richiesta sarà accettata. Possiamo solo immaginarci quanti detenuti scomodi, in possesso di informazioni o verità su fatti criminali, verranno fatti fuori se la legge cambierà. Le autorità svizzere sono già preoccupate del fatto che, essendo la popolazione detenuta in carcere parecchio invecchiata, ci sarà un boom di richieste.


Paolo Vites

giovedì 16 gennaio 2020

Migranti. La Svizzera blocca l'espulsione di una donna nigeriana in Italia: "Con il Decreto Sicurezza non sono garantite assistenza e cure mediche di cui ha bisogno."

Corriere della Sera
"Col decreto Salvini assistenza non garantita". "L'italia - scrive il tribunale federale - ha tagliato i fondi per l'accoglienza". Al centro del caso una donna nigeriana che aveva chiesto asilo alle autorità elvetiche e che ha bisogno di cure mediche.
Un tribunale svizzero ha bloccato l'espulsione verso l'Italia di una donna nigeriana richiedente asilo ritenendo che, in seguito al decreto Salvini, l'Italia non sia più in grado di garantire una adeguata assistenza umanitaria e sanitaria ai migranti. 

Lo ha reso noto l'agenzia Swissinfo citando una sentenza del tribunale amministrativo federale del 17 dicembre scorso. Secondo l'agenzia, il provvedimento seguirebbe una linea tenuta dai giudici elvetici anche in altri casi analoghi.

Dalla Nigeria alla Svizzera - Protagonista del caso è una donna proveniente dalla Nigeria e che si era stabilita in un primo tempo in Italia (dove si era anche sposata). Da qui però la donna era fuggita in Svizzera, in seguito a una serie di violenze subite dal marito, dove aveva presentato domanda di asilo politico.

Nel luglio del 2018 la Segreteria di Stato per l'immigrazione (Sem) di Berna aveva però respinto la domanda interpretando alla lettera l'accordo di Dublino: l'esame della richiesta di asilo spetta al primo Stato in cui il migrante fa ingresso, in questo caso l'Italia. Per la donna si prospettava un accompagnamento alla frontiera di Chiasso ma la sentenza del tribunale federale ha bloccato l'espulsione invitando la Sem a riesaminare più da vicino il caso della donna prestando attenzione "alle condizioni effettive e concrete della presa a carico delle famiglie in Italia nei centri di prima accoglienza".

Il precedente del 2014 - La sentenza del tribunale federale, presieduta dalla giudice Emilia Antonioni, ritiene che in Italia, in seguito al decreto Salvini siano peggiorate le condizioni di accoglienza dei richiedenti asilo, in particolare quelli che devono avere accesso a cure mediche specialistiche, come nel caso della donna nigeriana al centro del contendere.

Tutto questo perché il decreto ha smantellato il sistema degli Sprar (che prevedevano un'accoglienza diffusa, in piccoli gruppi), concentrando invece l'accoglienza in strutture di grandi dimensioni. Il tribunale - secondo quanto riporta Swissinfo - ha anche rilevato che le sovvenzioni statali per l'assistenza ai migranti sono state tagliate. I giudici si sono mossi anche sulla base di una precedente sentenza del 2014 (caso Tarakhel) in cui si raccomandava di espellere migranti solo nel caso venisse loro garantita dal paese di destinazione una adeguata assistenza umanitaria, sanitaria e giuridica.

"Tenere conto del decreto Salvini" - "Tenuto conto dei cambiamenti avvenuti in seguito all'entrata in vigore del Decreto Salvini - dice un passo della sentenza - il Tribunale è del parere che la giurisprudenza Tarakhel deve essere estesa alle persone che soffrono di malattie (somatiche o psichiche) gravi o croniche, che necessitano una presa a carico immediata al loro arrivo in Italia". Da qui la richiesta di allontanare la donna nigeriana - e tutte le persone che si trovassero nella sua identica situazione - solo dopo essersi assicurati che l'Italia garantisca livelli di assistenza adeguati. Il dipartimento dell'immigrazione ha a sua volt a diffuso una nota in cui afferma che la sentenza viene applicata solo nei casi "di persone e famiglie che necessitano di cure mediche immediate".

1.114 espulsi verso l'Italia - Il flusso di migranti tra l'Italia e la Svizzera risente dell'andamento generale degli sbarchi dal sud del Mediterraneo ed è drasticamente calato negli ultimi anni. Tuttavia ancora oggi diverse centinaia di persone l'anno riescono ad attraversare il confine di nascosto. Applicando l'accordo di Dublino sui richiedenti asilo le autorità elvetiche tra gennaio e novembre del 2019 hanno rimandato in Italia 1.114 richiedenti asilo.

Claudio Del Frate

sabato 22 giugno 2019

Svizzera - La terribile testimonianza di una coppia della Costa d'Avorio con la loro bambina, espulsa in Italia, picchiati, in manette e incappucciati

TGCom24
La terribile storia di una coppia della Costa dʼAvorio, rispedita in malo modo in Italia in quanto primo Paese soccorritore. "Volevano anche toglierci la bimba".
In manette, in catene, incappucciati.

Foto - La Repubblica
E' l'incubo vissuto da Joelson e Tatiana, due migranti espulsi dalla Svizzera e malamente rispediti in Italia. "Volevano anche toglierci la bambina", denunciano i due, originari della Costa d'Avorio e partiti dalla Libia nel giugno 2017, a Repubblica. Salvati da una nave umanitaria, approdati a Salerno e poi a Torino, hanno attraversato il confine in direzione Svizzera, prima di esserne allontanati.

Joelson e Tatiana, insieme alla loro bimba, sono "vittime" del regolamento del Trattato di Dublino, che impone ai migranti di tornare nel Paese che per primo li ha ospitati. Sempre a Repubblica, la coppia racconta della violenza con la quale le autorità svizzere li ha scacciati dal villaggio montano di Albinen.

"Avevamo già fatto le carte per il trasferimento ma non è servito a nulla - ricordano i due -. Ci hanno trattato come bestie, umiliati e picchiati". "Addirittura gli agenti di polizia svizzeri mi hanno messo le manette e perquisita corporalmente", racconta Tatiana, che inutilmente chiedeva di poter tenere con sé la bambina che aveva fame e piangeva. 

"Hanno detto: c'è un aereo pronto per voi e quindi ci hanno picchiato e incappucciato", afferma Joelson.
I due in aeroporto hanno subito anche il ricatto di non poter tenere con loro la bambina, tenuta in braccio da una poliziotta fino a un attimo prima della partenza.

Ora la famiglia è a Napoli, ospite di un centro di accoglienza, ma difficilmente dimenticheranno l'incubo della condizione di "dublinanti" e del terribile trattamento riservato loro dalla polizia elvetica.

domenica 9 dicembre 2018

Migranti dalla Svizzera in Italia: "In due anni respinti 6.286 minori soli, in violazione di tutte le convenzioni ONU firmate»

Corriere della Sera
Non solo Francia. La denuncia dell'avvocato Paolo Bernasconi, l'ex procuratore di Lugano che collaborò con Falcone: "In Ticino negati i diritti».


L'avvocato è uno che va subito al punto. "Tanto per essere chiari - scandisce - in Ticino è più facile ottenere un permesso di dimora o lavoro come prostituta che come richiedente asilo. C'è qualcosa che non funziona se siamo il Paese più ricco del mondo e non riusciamo a garantire i diritti fondamentali di questa gente che scappa dalla guerra, sì, ma pure dalla fame. Anche questo continuo distinguere fra bombe e pane... Perché? La fame forse è più accettabile?».
[...]
In Francia - Non solo Francia, insomma. Le espulsioni sommarie avvengono anche ai varchi dei confini italosvizzeri (sia pure in misura ridotta dopo il blocco delle Ong) e spesso nel silenzio. "Faccio parte di una rete di avvocati italosvizzeri che si occupa di questi problemi. Siamo una ventina e le posso assicurare che ne abbiamo di persone che ci raccontano di respingimenti discrezionali - conferma Bernasconi.

Le guardie spesso decidono della vita di una persona guardandola in faccia, senza criterio. Ti cacciano e pazienza se hai qui la famiglia, se è qui che volevi venire, se si violano i diritti fondamentali dell'uomo. E poi magari vanno a casa a fare il presepe...». La rete degli avvocati che cita Bernasconi (legata all'Asgi, Associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione) serve a tenersi aggiornati sulle questioni di diritto, a scambiarsi informazioni sulla situazione in Italia e quella in Svizzera.

Ma soprattutto serve per gli accompagnamenti. "Dati i continui casi di espulsioni sbagliate ci siamo chiesti: che possiamo fare? E allora abbiamo pensato a questa faccenda degli accompagnamenti - riassume l'avvocato Bernasconi. Tutto legale, s'intende. L'illegalità è semmai mandar via le persone su due piedi».

Riammesso sei volte - Uno di loro, di recente, è stato "riammesso"(così si chiama un respinto nelle carte elvetiche) per sei volte in Italia. Finché il suo avvocato non si è presentato al confine con lui. E allora finalmente è passato. Dalla casistica di questi avvocati emergono spesso storie di minorenni non accompagnati. "Trovo che sia da criminali prendere una ragazzina e piazzarla su un treno per l'Italia, sola, di notte. E lo dico perché abbiamo casi del genere, in violazione di tutte le convenzioni Onu firmate dalla Svizzera. Chiedo a chi lo fa: ma tu lo faresti con tua figlia?»
Fra maggio 2016 e aprile 2018 sono stati "riammessi" in Italia 6.286 minori soli (ne sono rimasti in Svizzera 7.049).
Minori o no, tutte le volte che è possibile si fa ricorso. Quest'anno, per dire, il Tribunale amministrativo federale ha valutato finora più di 4.300 casi di chi ha ritenuto di essere stato espulso ingiustamente (in grandissima parte in Italia), e per 267 volte i giudici hanno stabilito che è stato un errore mandarli via. Un altro dato: nel 2017 la Segreteria di Stato della migrazione ha respinto 12.110 migranti (i ricorsi furono 4.354) e anche in quel caso la maggioranza dei respingimenti è stata verso l'Italia. 

Chiude Bernasconi: "Ottenere l'asilo da noi è come scalare l'Everest. Ce la fanno in pochissimi».

Giusi Fasano

lunedì 3 settembre 2018

Svizzera, 3000 manifestanti chiedono alle città svizzere più accoglienza ai migranti.

Tio
L'associazione Seebrücke chiede alle città svizzere maggiore impegno nell'accogliere i migranti.

Zurigo - Oltre 3 mila persone si sono radunate oggi a Zurigo per chiedere corridoi umanitari sicuri a favore dei migranti e la depenalizzazione delle azioni di salvataggio in alto mare da parte delle Ong. L'associazione internazionale "Seebrücke", domanda anche in una nota odierna che le città svizzere si impegnino ad accogliere i fuggiaschi.

Stando agli organizzatori, la politica non può più far finta di nulla di fronte alle morti in mare. La Svizzera deve decidersi ad accogliere più persone, invece di pensare solo ad espellerle verso l'Italia.

Per Thomas Nuding, capitano della nave "Sea-Eye" che opera nel Mediterraneo, i salvataggi in mare non rappresentano un crimine, bensì un dovere umanitario. La cooperazione con la sedicente guardia costiera libica va interrotta e le navi delle Ong bloccate illegalmente devono poter riprendere il loro lavoro.

martedì 17 ottobre 2017

L’altra Svizzera, al via la grande marcia pro-migranti in 50 tappe

La Stampa
Associazioni laiche e cristiane, sindacati, movimenti per i diritti civili, studenti e pensionati manifestano in 50 tappe (mille chilometri a piedi) contro la chiusura della Confederazione a rifugiati e frontalieri, tra denunce e droni alle frontiere. «Basta con la sorda burocrazia e i respingimenti indiscriminati, vogliamo più solidarietà»


Anche la Svizzera ha la sua marcia Perugia-Assisi. Una lunga marcia che farà il giro dell’intera Confedazione è partita domenica mattina dalla cittadina di Bellinzona, cuore del Canton Ticino: associazioni laiche e cristiane, sindacati, movimenti per i diritti civili, studenti e pensionati si sono ritrovati per una manifestazione “Welcome refugees” in salsa elvetica, per aprire la porta a migranti e rifugiati, e dire basta alle politiche anti-frontalieri.

In cammino per 50 giorni, mille chilometri di sentieri e strade percorse rigorosamente a piedi: dal confine sud con la Lombardia fino a lambire la Germania, dai passi di montagna al lago di Neuchatel. Ogni tappa un incontro. Per provare a raccontare che c’è un’altra Svizzera, altrettanto ricca ma meno egoista, inclusiva e non esclusiva.

«È una prima volta per far passare il concetto che la barca non è piena», spiega Lisa Bosia, parlamentare socialista a Lugano e anima dell’organizzazione: «Vogliamo toccare centri di identificazione e caserme per denunciare una politica d’asilo sempre più restrittiva, vorremmo maggiore solidarietà verso chi arriva nel nostro Paese e trova solo una sorda burocrazia e respingimenti indiscriminati». Bosia è stata condannata un mese fa (pena sospesa per due anni con la condizionale) per aver aiutato 24 eritrei che provavano ad attraversare il confine nell’estate del 2016. A partire da allora le guardie di confine elvetiche hanno schierato una mole di uomini e mezzi eccezionale per affrontare quella che tra le sonnacchiose cittadine era vissuta come «una minaccia» tanto da portare i cittadini a denunciare «persone di colore» che passavano per strada la sera, come «clandestini», con il drone che di notte sorvolava i valichi.

Uno sforzo di uomini e mezzi che ha dato i suoi frutti: a luglio, nel mese più caldo dei respingimenti con la stazione di Como trasformata in un campo profughi, i migranti hanno provato ad attraversare il varco italo-svizzero 4.834 volte e 3.406 volte sono stati respinti indietro. Con una procedura che secondo Amnesty International violava una ventina di norme nazionali ed europee tra cui il regolamento Dublino, la Convenzione europea dei diritti dell’uomo e il trattato di Schengen a cui la Svizzera aderisce anche se non fa parte dell’Unione europea.

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sabato 15 aprile 2017

Aiutava i migranti a entrare in Svizzera, Lisa Bosia Mirra deputata condannata.

La Repubblica
"Impossibile non agire davanti a tanta disumanità". Lisa Bosia Mirra del Gran consiglio del Canton Ticino è stata anche premiata per il suo impegno. Avrebbe aiutato 9 persone. "Questa è una battaglia di tutti, quello che succede ai confini viola ogni principio sui diritti dell'uomo"


Basta scorrere il suo diario per capire che la battaglia per i diritti dei migranti è la sua vita. Nell'ultimo post che pubblica su Facebook 'alza addirittura la voce'. "Sono stata zitta a lungo ma adesso sono pronta a raccontare a chiunque abbia la voglia e il tempo di ascoltare quello che ho visto a Como - scrive - delle ferite ancora aperte, delle donne stuprate, dei minori respinti. Di come quel parco antistante la stazione si sia trasformato nella dimostrazione più evidente della fine di qualunque umanità". E' per questo che "era impossibile fare diversamente da come ho agito".

Lisa Bosia Mirra - deputata svizzera del Gran consiglio del Canton Ticino, tra l'altro premiata insieme a un sacerdote per quanto fatto per i migranti diretti verso il nord Europa - è stata condannata perché colpevole di "ripetuta incitazione all'entrata, alla partenza e al soggiorno illegale". Nei suoi confronti è stato emanato un decreto d'accusa (in sostanza un decreto penale di condanna) per violazione della Legge federale sugli stranieri. Alla consigliera è stata inflitta una condanna alla pena pecuniaria di 80 franchi al giorno e l'esecuzione è stata sospesa condizionalmente per un periodo di prova di due anni. Stando alle accuse, nel settembre scorso, Lia Bosia Mirra era stata fermata dalle Guardie di confine "per aver collaborato all'entrata illegale in Svizzera di cittadini stranieri sprovvisti dei documenti necessari di legittimazione".

"L'inchiesta - spiega il ministero pubblico - ha appurato che ciò è avvenuto già in precedenza; almeno nove volte, in totale, fra l'agosto e il settembre 2016 con diverse modalità". Era nel periodo di massima emergenza, quello che rimanda alle immagini della stazione di Como e del parco, lì dove i migranti restavano bloccati e accampati per giorni cercando di varcare il confine. Per nove volte Bosia Mirra - che distribuiva assistenza e pasti caldi - avrebbe fatto entrare in Svizzera persone senza documenti.

"Sono sconcertata - dice commentando alla radio, all'emittente Radio3i, la condanna - perché la procura non ha accettato il memoriale di difesa, e quindi si è andati diretti verso una condanna senza tener conto di nessuna attenuante umanitaria. E questo lascia presagire che c'è un clima politico delicato che riguarda il tema dei migranti oltre che di giustizia". "La battaglia dei diritti dei migranti - aggiunge - è la battaglia per i diritti i tutti. Non è normale che ad esempio le guardie di confine siano costrette a fare questo lavoro di rastrellare i treni e trascinare giù donne incinte e minori non accompagnati. Stiamo parlando di persone, da un lato e dall'altro. So che ci vorrà tempo per affermare questa verità, ma sono convinta che ci arriveremo. Perché quello che succede ai confini, sono sicura, non corrisponde a quanto sancito dalla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo e dalle leggi che da questa discendono".

Perché ha aiutato i migranti bloccati al confine? "Perché quello che pesa alla fine - e questo lo si legge nel post con cui su Facebook tira fuori tutta la sua amarezza - più dell'ingiustizia, è il privilegio. Il privilegio di quel passaporto che permetteva a me di tornare a casa, a me che non ho fuggito la guerra, che non ho mai patito la fame, che non ho rischiato la vita nel deserto. Io tornavo a casa e loro restavano al parco. Anche quella ragazza il cui fratello era morto nel naufragio dell'imbarcazione sulla quale viaggiavano entrambi; anche quell'uomo che aveva trascorso dieci mesi attaccato ad un muro da una catena. Non la tiro lunga, sono a Belgrado, anche qui disperata umanità senza diritti. È come sempre più utile fare che parlare ma sono pronta a raccontare, ma non è una bella storia".

venerdì 2 settembre 2016

Umiliazioni e abusi, l’estate dei diritti sospesi per i migranti bloccati a due passi dalla Svizzera

La Stampa
Violazioni diritti alla frontiera elvetica, con respingimenti di massa e controlli illegali in base al colore della pelle
Immigrati accampati a Como
Il record è stato raggiunto il 19 agosto. In una sola giornata, 45 minorenni soli in cerca delle loro famiglie in Germania e Svizzera sono stati respinti senza assistenza legale alla frontiera di Chiasso. Affidati alla Caritas di Como, sono fuggiti alla prima occasione per riprovare a passare verso nord. Per loro, come per tutti i migranti somali, eritrei e centrafricani bloccati da mesi a Como, a due passi dalla frontiera elvetica, quella che sta finendo sarà ricordata come l’estate dei diritti sospesi. Respingimenti di massa e controlli illegali in base al colore della pelle alla dogana. Perquisizioni umilianti e abusi, con uomini e donne che raccontano di essere stati denudati e tenuti per ore in strutture simili a “bunker sotterranei”. Diritto d’asilo e ricongiungimenti familiari negati. Tutte violazioni gravi delle norme europee e internazionali – dal trattato di Schengen alla Convenzione Europea dei diritti dell’uomo, dagli Accordi di Dublino alla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo.

Dopo mesi di voci e racconti sui duri metodi delle guardie di frontiera svizzere, ora la denuncia arriva da un report della onlus italiana Asgi, l’Associazione studi giuridici per l’immigrazione, e della svizzera Firdaus. Negli ultimi mesi quasi 7 mila persone sono state bloccate sul confine senza possibilità di richiedere protezione internazionale per mancanza di informazioni e di un mediatore linguistico in grado di spiegare le procedure. «Il diritto di chiedere asilo non è stato e non sarà garantito se ciascuna delle persone respinte non potrà esprimersi sulla propria volontà di chiedere protezione internazionale alla Svizzera», ha commentato la deputata ticinese Lisa Bosia Mirra.

Particolarmente gravi, per le associazioni, le violazioni dei diritti dei minori non accompagnati. Dal 14 luglio al 23 agosto, 454 minorenni soli che volevano raggiungere i parenti sono stati respinti. La portavoce di Amnesty International Denise Graf accusa: «La Svizzera non rispetta i diritti dei bambini e dei giovani che si presentano alle sue frontiere». Quasi tutti hanno meno di 16 anni, molti sono in viaggio da mesi senza tutele e facile preda dei trafficanti di esseri umani. Ragazzini come Ismail, 17 anni. Nato in Eritrea e sbarcato in Italia ad aprile, viaggia con i fratelli di 10 e 14 anni. Insieme hanno provato a entrare in Svizzera attraverso il valico di Chiasso per cinque volte, ma sono sempre stati identificati e respinti. Ora vogliono aderire al programma europeo di “relocation” per raggiungere il fratello maggiorenne in Svizzera. Ma non sarà facile.

Il 73 per cento dei minorenni presenti a Como sono eritrei: per gli accordi europei del settembre 2015 avrebbero diritto ad essere accolti e ricollocati, in base a quote stabilite, nei vari paesi Ue. Ma la “relocation”, prevista anche per siriani e iracheni, è di fatto negata a tutti. E i dati forniti dalla Guardia di frontiera ticinese dicono che in quattro mesi è aumentata di dieci volte la percentuale di stranieri irregolari rispediti in Italia. Il nostro Paese è così costretto a fare fronte da solo all’accoglienza. «Sei Stati si fanno carico dell’80 per cento delle richieste di asilo», spiega Elly Schlein, europarlamentare di Possibile, che chiede una maggiore divisione delle responsabilità e un ripensamento delle norme Ue sull’accoglienza. «A settembre 2015 furono promessi 160 mila ricollocamenti, ma ne sono stati attuati solo 3 mila. Era un impegno di tutti gli Stati membri e del Consiglio, una delle soluzioni per creare corridoi umanitari ed evitare situazioni come quelle viste a Como e Milano nelle ultime settimane».

Simone Gorla

mercoledì 10 agosto 2016

Amnesty accusa la Svizzera "violazione dei diritti dei bambini" nei migranti respinti alla frontiera

Ticino News
Due membri dell'organizzazione sono stati a Como per incontrare i migranti. "Violazioni dei diritti dei bambini"

Emergenza migranti al confine italo-svizzero. Ieri la deputata socialistaLisia Bosia Mirra ha denunciato presunte irregolarità e pratiche dubbie per alcuni respingimenti di migranti all'Italia, soprattutto relativi a minorenni con parenti in Svizzera a cui sarebbe stato negato il ricongiungimento famigliare (vedi articolo suggerito). Ora arriva anche la denuncia di Amnesty International, come ha spiegato la responsabile Denise Graf a Radio 3i.

"Due membri di Amnesty sono stati a Como e hanno trovato dei minorenni che hanno parenti in Svizzera, uno di loro persino il papà, ma non sono stati autorizzati a passare il confine" dichiara Graf all'emittente di Melide. "In questi casi c'è davvero un problema perché l'interesse superiore del bambino è che sia il più presto possibile con il padre o con un parente e non che sia mandato indietro in Italia dove non ha nessuno."

Secondo l'attivista di Amnesty International si tratta quindi di "violazioni della convenzione sui diritti dei bambini."

A chi esprime dubbi sulla veridicità delle storie raccontate da alcuni migranti, Graf risponde seccamente: "Abbiamo la certezza di questi casi perché abbiamo incontrato questi minorenni, li abbiamo intervistati e ci hanno dato pure il contatto dei loro parenti in Svizzera. È chiaro che la situazione è questa."

Amnesty Internation intende quindi intervenire presso il Segretariato di Stato per esprimere le proprie preoccupazioni.

venerdì 8 aprile 2016

Svizzera: il carcere di Champ-Dollon viola i diritti umani

Corriere del Ticino
Il Tribunale federale (Tf) condanna nuovamente le condizioni di detenzione nel carcere ginevrino di Champ-Dollon: con una sentenza pubblicata oggi accetta il ricorso di un trafficante di eroina imprigionato per 136 giorni in condizioni giudicate contrarie alla Convenzione europea dei diritti dell'uomo. 
Interno di una cella del carcere svizzero di Champ-Dollon
Condannato a quattro anni di reclusione, l'uomo aveva trascorso la prima notte in una cella di quasi 10 m2 con altri due detenuti. Era poi stato trasferito in un'altra cella, dove le condizioni erano migliori, ma inferiori ai requisiti minimi in materia.

Oltre a contestare la condanna inflittagli, il trafficante ha sollecitato una diminuzione della pena di cinque mesi e mezzo a causa delle condizioni di detenzione non conformi. Nella sua decisione, il TF conferma la pena di quattro anni di reclusione, ma ammette le condizioni illecite della detenzione subita dal ricorrente. 

Su un'eventuale riduzione della pena dovrà ora decidere la Corte di giustizia di Ginevra. In preda a problemi cronici di sovraffollamento, la prigione ginevrina è regolarmente oggetto di critiche. In novembre, il TF aveva accettato il ricorso di due detenuti costretti in celle in cui disponevano di uno spazio di soli 4 mq a testa.
Pur mantenendosi costante, il sovraffollamento del carcere si è allentato con l'inaugurazione, in ottobre, dell'ampliamento dello stabilimento di La Brenaz. Entro il 2019 è prevista la costruzione del nuovo penitenziario "Les Dardelles", destinato esclusivamente all'esecuzione delle pene. Per mancanza di posto, attualmente Champ-Dollon, destinato prioritariamente alla detenzione preventiva, ospita un gran numero di detenuti in esecuzione della pena.

domenica 28 febbraio 2016

Referendum Svizzera - 59% di NO alle espulsioni automatiche di stranieri che commettono reati

Il Fatto Quotidiano
I cittadini hanno bocciato la proposta dell’ultranazionalista Unione democratica di centro (Udc) di allontanare automaticamente, senza tener conto del contesto socio-economico o le circostanze di fatto, gli incriminati
Il manifesto della propaganda per il SI
La Svizzera ha votato no al referendum sulla stretta alle espulsioni automatiche per gli stranieri che commettono reati. La maggioranza dei cittadini elvetici domenica 28 hanno votato No al quesito proposto dall’ultranazionalista Unione democratica di centro (Udc) relativo all’espulsione automatica, senza tener conto del contesto socio-economico o le circostanze di fatto, degli stranieri che commettono reati gravi: una mossa, secondo gli oppositori, contraria alle norme della Corte europea dei diritti dell’uomo. Il testo – che per essere approvato aveva bisogno della doppia maggioranza dei votanti e dei cantoni – è stato respinto dalla maggioranza dei 26 cantoni, secondo quanto riferisce l’agenzia di stampa svizzera Ats

La proposta era stata al centro di polemiche, tra le altre cose, anche a causa del manifesto scelto per pubblicizzarla, in cui una pecora bianca allontanava con un calcio dalla bandiera elvetica una pecora nera. Contro l’espulsione si erano pronunciati numerosi protagonisti del mondo della cultura e della politica elvetica. Diversi appelli per il No al referendum sono stati rispettivamente firmati da oltre 200 esponenti dell’architettura, dell’arte e dello spettacolo, 11 dei 18 ex ministri elvetici e 180 giuristi. Contro il quesito si è schierata l’associazione dei procuratori svizzeri, mentre 54 organizzazioni non governative hanno formato un comitato di opposizione.

“La tendenza è chiaramente nella direzione dei No”, aveva dichiarato dichiarato Claude Longchampdell’istituto di ricerca e sondaggi Gfs.bern all’uscita degli exit poll. Dei quattro referendum di domenica, il voto di immigrazione è stato il problema principale. Anche il governo svizzero si oppone a questa proposta. Su richiesta dell’Ufficio federale di giustizia, l’Ufficio federale di statistica ha calcolato il numero di espulsioni che potrebbero concretizzarsi in caso di adozione di questa iniziativa: se nel 2014 sono state cacciate quasi 4mila persone, ora si tratterebbe di circa 10mila individui.

Il popolo svizzero domenica era chiamato alle urne anche per altri tre referendum: uno a sostegno della costruzione di un secondo tunnel del San Gottardo (che sembra aver ottenuto esito positivo con il 55% dei voti favorevoli), uno sulla proposta di vietare il commercio dei derivati agricoli (respinto). Il terzo riguardava l’abolizione dello sgravio fiscale per le coppie sposate e le unioni civili su cui non vi sono ancora chiare tendenze di voto.

domenica 17 gennaio 2016

Rifugiati, Svizzera come Danimarca: confisca beni per 'spese accoglienza'. "Dopo i trafficanti ho dato metà del mio denaro agli svizzeri"

La Voce
Gli elvetici minimizzano: ‘Norma in vigore dal 1992’
Bruxelles (Svizzera) - Mentre nel resto dell'Europa suscita clamore il dibattito, al Parlamento danese, sulla confisca dei beni dei migranti, si scopre che una misura analoga, con la cavillosità e la mentalità contabile che la contraddistingue, la Svizzera la adotta da diversi anni. Lo si è saputo ieri sera, grazie alla trasmissione 10x10, della TV pubblica in lingua tedesca.

Ad affermarlo un profugo siriano, il quale ha raccontato di aver dovuto consegnare, alle autorità elvetiche, metà del denaro che gli rimaneva, dopo aver pagato i trafficanti di uomini per l'arrivo, in terra svizzera, di lui e della sua famiglia. Una fattura di di 2387,55 franchi, come ha mostrato il profugo in televisione, da cui sono stati dedotti 1380 franchi. La Confederazione gli ha rilasciato una ricevuta, afferma sempre l'uomo. Va detto che, nel caso in cui lo straniero lasci volontariamente il territorio svizzero nel giro 7 mesi, potrà recuperare quella sorta di cauzione.

"In Svizzera è una prassi in vigore dal 1992", spiega a Repubblica Salvatore Pitta', coordinatore elvetico della rete internazionale Welcome to Europe, che assiste migranti e rifugiati in 35 Paesi, informandoli dei loro diritti. "Noi, a partire dal '98 abbiamo condotto una campagna contro questa legge, adottata dal Parlamento svizzero,senza grande discussione", aggiunge Pitta'.

Come mai il caso danese sta suscitando un putiferio, mentre Svizzera sono quasi 25 anni che va avanti una pratica del genere? "Direi perché, negli ultimi due anni, finalmente chi si prende cura dei profughi viene ascoltato molto più di prima".

lunedì 5 ottobre 2015

Consiglio ONU per i diritti umani: sì a risoluzione svizzera contro pena di morte

Giornale del Popolo
Il Consiglio dei diritti umani dell'ONU, riunito a Ginevra, ha approvato una risoluzione proposta dalla Svizzera per l'abolizione della pena di morte in tutto il mondo a medio termine. I voti a favore sono stati 26, i contrari 13 e 8 le astensioni.

La Svizzera - rende noto oggi un comunicato del Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) - ha sfruttato questa sessione autunnale del Consiglio per insistere ulteriormente sull'abolizione mondiale della pena capitale, un obiettivo di medio termine della sua politica estera sui diritti umani. Assieme ad altri sette Paesi ha presentato una risoluzione sul tema, che ieri è stata approvata.

Berna ritiene che l'applicazione della pena capitale sia inconciliabile con il diritto internazionale vigente e che comporti sempre violazioni dei diritti umani, sia per i condannati stessi che per le persone a loro vicine.

La risoluzione è incentrata sul rapporto tra la condanna a morte e l'esecuzione della pena da un lato e il divieto di tortura e altre procedure violente, disumane e umilianti dall'altro, con riferimento ad esempio alle condizioni vigenti nel braccio della morte o a metodi di esecuzione particolarmente problematici. È stato inoltre deciso che nel marzo 2017 avrà luogo un dibattito di esperti all'interno del Consiglio dei diritti umani.

La Svizzera ha poi nuovamente coordinato una dichiarazione congiunta in merito alla situazione dei diritti umani in Bahrein, sostenuta da altri 33 Stati. Nella dichiarazione si riconoscono gli sforzi del governo per migliorare la situazione, ma vengono anche citate le violazioni tuttora esistenti. La dichiarazione esorta il Bahrein a introdurre ulteriori riforme, rispettare fedelmente i diritti umani e cooperare con i meccanismi internazionali in questo ambito.

In questa sessione dei lavori è stato inoltre esaminato il tanto atteso rapporto d'inchiesta dell'Alto Commissariato per i diritti umani sulle violazioni che si sono verificate nel 2009 in Sri Lanka, alla fine della guerra civile. La conclusione è che vi siano buoni motivi per supporre che entrambe le parti in conflitto abbiano commesso crimini contro l'umanità e crimini di guerra. Le violazioni documentate nel rapporto imputate alle autorità statali sono particolarmente gravi.

Durante la sessione la Svizzera, che è molto attiva in Sri Lanka, ha collaborato intensamente alle trattative sulla risoluzione relativa a questo Paese. Tale risoluzione loda i passi avanti fatti dal governo e sottolinea la necessità di un meccanismo di partecipazione internazionale come pure di riforme nella legislazione nazionale per giungere a un'elaborazione del passato degna di credibilità.

Il DFAE ha infine fatto sapere che a fine ottobre la Svizzera si candiderà per un seggio in seno al Consiglio dei diritti umani per il periodo 2016-2018.

giovedì 13 agosto 2015

Svizzera accolga più rifugiati, dice Amnesty sezione elvetica

Swisscom
La Svizzera deve raddoppiare gli sforzi e accogliere molti più rifugiati, secondo la sezione elvetica di Amnesty International (AI), che ha consegnato oggi al Consiglio federale una petizione - SOS Europa - con 11 mila sottoscrizioni.

La petizione era stata promossa nel luglio 2014, in occasione della morte per annegamento di centinaia di migranti nel Mediterraneo. In tutto il mondo sono state raccolte mezzo milione di firme a sostegno della petizione. con cui si chiede ai governi europei di "adottare misure immediate per evitare nuovi decessi alle frontiere esterne dell'Unione europea".

La Svizzera, secondo Amnesty, deve concedere visti umanitari ai rifugiati "vulnerabili, quali donne in gravidanza, malati e bambini, facilitando il ricongiungimento famigliare in particolare per i siriani". I 3000 rifugiati supplementari che Berna ha deciso di accogliere sono una bella cosa, scrive AI, ma di fronte all'ampiezza della crisi il numero deve essere rivisto "sostanzialmente al rialzo".

domenica 31 maggio 2015

Svizzera: due nuove prigioni per i richiedenti asilo che devono lasciare il paese

rsi.chConfederazione e cantoni vogliono creare tra i 500 e i 700 nuovi posti in due nuove strutture carcerarie riservate soprattutto a richiedenti l'asilo che non hanno ottenuto il permesso di rimanere in Svizzera. Ciò anche alla luce della riforma nell'ambito della politica d'asilo con l'accelerazione dell'esame delle procedure.
Il progetto, riferisce la trasmissione della SRF "10vor10", in cantiere da un paio d'anni, ha registrato una decisa accelerazione negli scorsi giorni allorquando i direttori di Giustizia di nove cantoni (Berna, Argovia, Soletta, Lucerna, Obvaldo, Nidvaldo, Zugo, Uri e Svitto) hanno deciso di sostenere la realizzazione delle due nuove strutture. 

Uno dei nuovi carceri dovrebbe quindi sorgere a Stans in canton Nidvaldo. La seconda struttura è prospettata a cavallo tra i cantoni Argovia e Soletta nella zona di Härkingen/Oftringen. Il costo delle due nuove carceri è stimato in circa 125 milioni di franchi, il 75% a carico della Confedrazione, i restanti circa 30 milioni sarebbero finanziati dai novi cantoni che sostengono il progetto che dovrebbe essere realtà entro 5 anni.

venerdì 22 maggio 2015

Svizzera - I contadini svizzeri ai rifugiati: «Vi assumiamo a 3000 euro al mese».

BusinessPeople
L'Unione Svizzera dei Contadini lancia una campagna per accogliere i migranti e inserirli nel contesto lavorativo. Stipendio al minimo sindacale e insegnamento di una delle 4 lingue dei cantoni
Decisamente un gesto in controtendenza. Mentre in molte parti d’Europa crescono i partiti anti-immigrazione, i contadini elvetici scelgono una strada diversa attraverso una campagna lanciata dall’Unione Svizzera dei Contadini. L’associazione si è infatti offerta di assumere i rifugiati e i richiedenti asilo che intendano integrarsi nella Confederazione, offrendo un regolare stipendio per il lavoro nei campi. Niente schiavismo, o manodopera in nero: «Offriamo i salari previsti dai contratti di categoria, oltre alla possibilità di apprendere una delle quattro lingue nazionali praticate in Svizzera». Parola di contadini.

Lo stipendio. Le condizioni sono particolarmente allettanti, e lontanissime da quelle che gli immigrati – e, sempre più spesso, anche gli italiani – che lavorano in molti campi dell’Europa meridionale conoscono. Il minimo legale, offerto dall’associazione, è infatti pari a «2300 franchi il primo mese, 3200 a partire dal secondo». Tradotti in euro fanno circa 2000 euro il primo mese e 3000 per il secondo. Per quanto in Svizzera la vita costi un bel po’ più che in Italia, sono cifre particolarmente interessanti.

Ci guadagna anche lo StatoIn Svizzera, la mancanza di manodopera nel settore agricolo è un problema importante, e l’immigrazione è da sempre considerata una soluzione valida al problema. Essendoci migliaia di rifugiati a spasso, che faticano a trovare lavoro dopo aver raggiunto la Confederazione, l’Unione ha dunque deciso di lanciare questa importante proposta. «Alcune di queste persone sono qui da almeno tre anni, ed essendoci penuria di personale, nel settore agricolo, mi sembra una buona idea quella di offrire loro un lavoro» ha dichiarato Etienne Piguet, professore politica migratoria all'Università di Neuchatel. «Si sgraverebbero i contribuenti dall'onere di mantenere un bel po' di gente». Lo Stato vedrebbe in effetti diminuire sensibilmente i costi visto che, per ogni rifugiato, verserebbe solo 200 euro al mese. Oggi ne sborsa il 90% in più. Insomma, un affare per tutti.

lunedì 23 febbraio 2015

Rapporto Amnesty International, Svizzera diritti umani: pecche nelle carceri, rifugiati e parità uomo-donna

TicinoNews
Il rapporto punta il dito su discriminazioni di minoranze, carceri e centri rifugiati. "Prosegue la discriminazione uomo-donna"

Carcere di Champ-Doullon - Ginevra
Sembra assurdo, visto il panorama globale odierno, con l'ISIS a spaventare il mondo (da Twitter, è apparsa ancora una foto con la bandiera issata sul Colosseo) e le guerre sparse per il globo, eppure la Svizzera fa parte dei 160 paesi messi sotto la lente di ingrandimento di Amensty International.

Sebene si siano guadagnate posizioni nella classifica redatta secondo l'indice di sviluppo umano, vengono contestati la situazioni nelle carceri e in alcuni centri rifugiati e sopratutto la discriminazione ai danni di alcune minoranze.

È quanto anticipa il settimanale Il Caffè del rapporto che sarà presentato fra un paio di giorni.

La Svizzera non sarebbe all'avanguardia per quanto concerne l'uguaglianza di genere. "Le donne continuano a essere meno pagate degli uomini, sia nel pubblico che nel privato", spiega Denise Graf, coordinatrice del settore rifugiati e responsabili per i diritti umani della sezione svizzera di Amnesty, nonostante ci sia un articolo nella Costituzione in merito.

Amnesty punta il dito anche sulle carceri, in particolare su quella di Champ-Doullon, nel canton Ginevra. "Ci sono prigioni sovrappopolate, che impongono ai detenuti ma anche al personale, condizioni davvero difficili" prosegue la Graf, parlando di "situazioni inumane" e specificando come manchino strutture apposite per carcerati con problemi psicologici (o dove esse ci sono, manca il personale adeguato).

Infine, per quanto riguarda i richiedendo l'asilo, vengono citate alcune richieste respinte che riguardavano cinque iraniani a rischio nel loro paese a causa dell'attività politica.

"Sono stati chiusi molti centri d'accoglienza, ed ora mancano posti", dice Denise Graf. Dunque i rifugiati vengono alloggiati in centri della protezione civile, atti a ospitare gente per poco tempo ma non per mesi come invece accade.

lunedì 10 novembre 2014

Strasburgo vieta alla Svizzera di respingere i rifugiati in Italia: "Non è garantito un adeguato trattamento"

Corriere della sera
La Corte per i diritti dell’uomo «salva» una famiglia di profughi afghani. L’espulsione può avvenire solo se ai rifugiati è assicurato un adeguato trattamento
«I richiedenti asilo politico rischiano di restare senza un luogo in cui abitare o di essere alloggiati in strutture insalubri». È una sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo, è un verdetto che condanna la Svizzera ma che al tempo stesso muove pesanti moniti all’Italia. Il 4 novembre scorso i giudici di Strasburgo con il provvedimento 326 del 2014, hanno ordinato allo stato elvetico di non rimandare in Italia una famiglia di afghani (genitori e quattro figli minorenni) arrivata in Europa dopo un’odissea su barconi, camion e treni proprio perché quei profughi, nel caso venissero restituiti all’Italia, rischiano di non avere un’adeguata assistenza umanitaria.

Il verdetto suona sicuramente ingeneroso nei confronti di quanti, da Lampedusa e su fino a Milano si occupano quotidianamente di soccorrere i disperati giunti a centinaia di migliaia dalle aree più tribolate del pianeta; ma contemporaneamente si inserisce in una diatriba sempre più accesa tra Roma e Berna. Come è noto, i migranti che approdano sulle coste italiane solo in minima parte scelgono di fermarsi nel nostro paese; quasi tutti decidono di proseguire la fuga fino a paesi del Nord o centro Europa dove possono chiedere asilo politico. 

La Svizzera è una delle mete e la vicenda di Golajan Tarakhel , di sua moglie Maryam e della loro prole di cui si è occupata la Corte di Strasburgo rientra in pieno in questa casistica. Di più: Tarakhel potrebbe diventare simbolo di una svolta nel trattamento dei migranti in Europa. Approdato in Calabria con la famiglia il 16 luglio 2011 dopo tappe in Pakistan, Iran e Turchia, viene alloggiato a Bari; pochi giorni dopo il gruppo, scappa e cerca di entrare in Austria; tentativo fallito che li induce a provare il passaggio in Svizzera. Qui viene avanzata la richiesta di asilo politico.

La risposta delle autorità locali è però negativa e per i migranti, ospitati in un centro di accoglienza di Losanna, si prospetta l’espulsione verso l’Italia. Lo stop arriva grazie al ricorso alla Corte Europea, secondo la quale Tarakhel e i suoi hanno diritto a restare in Svizzera. Motivo? «Tenuto conto della situazione attuale del sistema di accoglienza in Italia - è scritto nella sentenza - non è infondato che i richiedenti asilo corrano il rischio di restare senza un luogo dove abitare o che siano alloggiati in strutture insalubri o dove si verificano episodi di violenza». 

Perché non vengano violati i diritti degli individui dei rifugiati, sanciti dal trattato di Dublino, in pratica, la Svizzera dovrebbe accertare che i profughi possano ricevere adeguata assistenza e solo a quel punto procedere all’espulsione. Ma Berna da tempo accusa l’Italia di non controllare a sufficienza le sue frontiere e di favorire la fuga dei migranti oltreconfine. L’ufficio immigrazione elvetico, dal canto suo, ha annunciato che non terrà conto di Strasburgo e che continuerà a rinviare gli immigrati in l’Italia, limitandosi a chiedere garanzie per l’accoglienza dei minori.

Sorpreso da alcuni passaggi del verdetto si dice invece in un comunicato Christopher Hein, del Consiglio italiano dei rifugiati (Cir): «È importante comunque che la Corte riconosca che i richiedenti asilo appartengono a una popolazione svantaggiata e vulnerabile. Sappiamo che il sistema di accoglienza in Italia, nonostante i passi avanti degli ultimi mesi, presenta ancora lacune molto gravi. Speriamo che la sentenza dia l’impulso a ulteriori sforzi per l’adeguamento del sistema agli standard europei».

venerdì 29 agosto 2014

La Svizzera si allinea alla decisione della UE: i farmaci prodotti non devono servire per la pena di morte

Tio
BERNA - I farmaci svizzeri non devono servire all'esecuzione della pena di morte. All'unanimità la Commissione della sicurezza sociale e della sanità del Consiglio degli Stati ha deciso di inserire questo aspetto nell'ambito della revisione della Legge sugli agenti terapeutici.
La nuova disposizione precisa che "l'esportazione e il commercio all'estero di medicinali a partire dalla Svizzera sono vietati se si può presumere che essi siano destinati all'esecuzione di esseri umani". Al momento del rilascio di un'autorizzazione di esportazione, l'istituto svizzero per gli agenti terapeutici Swissmedic dovrà verificare se questi barbiturici o benzodiazepine non saranno impiegati per l'esecuzione della pena di morte.

Questa regolamentazione si allinea a quella dell'Unione europea (UE). Attualmente l'uso di medicamenti per l'esecuzione di esseri umani nei Paesi che praticano la pena di morte non costituisce uno scopo illecito. Sostanze letali elvetiche sono già state utilizzate per esecuzioni capitali, in particolare negli Stati Uniti.

Nel 2011 l'azienda farmaceutica Naari, con sede a Basilea, aveva chiesto allo Stato del Nebraska la restituzione di un anestetizzante. Il suo direttore aveva indicato alle autorità il suo disaccordo all'utilizzo di suoi prodotti per le esecuzioni capitali, precisando che il farmaco era stato sottratto da un intermediario nello Zambia, al quale era stato consegnato a scopi medici.

L'uso dell'anestetizzante al tiopentale sodico di Sandoz per l'esecuzione della pena di morte negli Usa era stato rivelato all'inizio del 2011. In questo caso, il prodotto era stato ordinato alla filiale austriaca di Sandoz dal gruppo Novartis ed era transitato tramite un intermediario britannico. Sandoz ha in seguito vietato alle sue filiali di consegnare il prodotto negli Stati Uniti o a terzi che potrebbero poi rivenderlo.

Farmacisti - La commissione ha inoltre iniziato la discussione su altri punti della revisione della legge sui medicinali. Con 8 voti contro 1, ha accettato che in casi urgenti e in altri casi stabiliti dal Consiglio federale, i farmacisti possano somministrare farmaci soggetti a prescrizione medica anche senza tale prescrizione. Potranno farlo tuttavia soltanto dopo aver avuto un contatto diretto con il paziente.

Con 6 voti contro 3, la commissione ha invece respinto l'omologazione semplificata di determinati medicamenti che sono stati autorizzati da almeno dieci anni nei Paesi dell'UE e dell'AELS. È stato fatto notare che in tal modo la Svizzera si sarebbe spinta più lontano degli stessi Stati europei.

martedì 12 agosto 2014

Svizzera: è emergenza nel carcere ginevrino di Champ-Dollon, 894 detenuti per 380 posti

www.tio.ch
Le condizioni dei carcerati preoccupano l'ordine degli avvocati "perché peggiorano sempre di più". Lo scorso fine settimana la più grande prigione svizzera ha raggiunto un nuovo record d'accoglienza: 894 detenuti. La capacità della struttura è di 380 posti. Champ-Dollon si sta avvicinando alla simbolica cifra di 900 carcerati.
Inquietante? "Questo sovraffollamento è davvero preoccupante, perché le condizioni dei detenuti peggiorano", ha confessato Jean-Marc Carnicé, presidente dell'Ordine degli avvocati. "Le autorità devono trovare delle soluzioni. Noi avvocati siamo solo una forza di contestazione e di proposta". Il direttore della prigione, Constantin Franziskakis, non si ê nascosto: "Ci muoveremo con tutti i vincoli imposti da questo nuovo record. La gestione della struttura è come un sudoku permanente e non vi è alcun limite massimo per il numero di detenuti".