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sabato 11 aprile 2020

Bolivia. Coronavirus, indulto per detenuti con più di 58 anni e donne con figli

agenzianova.com
Un indulto riservato a detenuti più a rischio per età e alle detenute con figli. È quanto contenuto nel decreto approvato è stato deciso in Bolivia Jeanine Anez, presidente ad interim della Bolivia. 


A beneficiarne saranno uomini con un'età superiore ai 58 anni e donne dai 55 anni in su con uno o più figli. Il provvedimento punta a ridurre il sovraffollamento delle carceri nel contesto dell'emergenza sanitaria provocata dal nuovo coronavirus.

La disposizione dovrà ora essere approvata dall'Assemblea nazionale. "È importante adottare queste misure in questo momento in cui vi è un sovraffollamento nelle carceri", ha affermato il ministro della Presidenza, Yerko Nunez. La misura era stata chiesta dalla Defensoria del Pueblo. Le carceri del paese operano infatti al dopo della loro capacità e i due terzi dei detenuti sono in attesa di giudizio.

Sono 264 in Bolivia le persone affette da Covid-19 conclamato e 18 i morti. La presidente Anez ha annunciato lo stato di emergenza sanitaria fino al 15aprile e la chiusura delle frontiere, nel tentativo di contenere la diffusione del nuovo coronavirus.

La disposizione stabilisce che solo una persona per nucleo famigliare può uscire di casa per fare la spesa dalle 7alle 12. Le uscite sono scaglionate sulla base dell'ultimo numero della carta di identità; una misura, questa, adottata anche i altri paesi della regione come Ecuador e Panama.

Il governo ha anche disposto la chiusura delle scuole e sospeso i voli da e per l'Europa. Saranno con ogni probabilità posticipate le elezioni generali previste per il 3 maggio a una data compresa fra il 7 giugno e il 6 settembre 2020. Le elezioni sono state indette in seguito alle contestazioni di quelle del 20 ottobre scorso, che hanno portato alle dimissioni del presidente Evo Morales su pressione delle forze armate.

venerdì 10 aprile 2020

Pietro Bartolo, il medico di Lampedusa: "Coronavirus occasione per regolarizzare e garantire a accesso alle cure ai migranti. Se abbiamo da mangiare è grazie a loro"

Il Giornale.it
L'eurodeputato di Demos, Pietro Bartolo, chiede di sfruttare l'occasione della pandemia per regolarizzare i migranti e garantire l'accesso alle cure: "Dobbiamo ringraziarli, se abbiamo da mangiare è grazie a loro"


I migranti? "Possono aiutarci a superare questa pandemia, per una volta ammettiamolo e consideriamoli esseri umani".


A dirlo è Pietro Bartolo, il medico di Lampedusa prestato all’Europarlamento. Secondo il deputato europeo di Demos, il coronavirus poteva essere l’occasione per iniziare a gestire correttamente il fenomeno dell’immigrazione, "regolarizzando" tutti gli stranieri arrivati nel nostro Paese al fine di permettere loro l’accesso all’assistenza sanitaria.

Del resto, ha detto Bartolo ai microfoni di L'Italia s'è desta, la trasmissione condotta da Gianluca Fabi, Matteo Torrioli e Daniel Moretti su Radio Cusano Campus, emittente dell'Università Niccolò Cusano, sono loro che dobbiamo ringraziare se in tempi di emergenza sanitaria il cibo continua ad arrivare sulle nostre tavole. "Se noi ancora oggi abbiamo di che mangiare dobbiamo dire grazie anche a queste persone invisibili che ci danno questa possibilità, sono persone che ancora oggi, in modo non normale, lavorano nei campi e rischiano di prendersi questo virus", è la posizione dell’eurodeputato che cita l’esempio del premier portoghese Antonio Costa.

"Ha fatto bene a regolarizzare tutti gli immigrati, dandogli la possibilità di avere l'accesso ai diritti sanitari e avendo così la possibilità di tracciare e tenere sotto controlli chi è affetto da coronavirus", spiega Bartolo. Quanto al nostro Paese, aggiunge, "siamo incapaci di gestire questo fenomeno dell'immigrazione", nonostante "questo poteva essere il momento giusto per cominciare a gestire il fenomeno in maniera corretta". 

I migranti, invece, denuncia il medico vicino alle sardine - fu l’unico politico a parlare dal palco del maxi raduno di piazza San Giovanni a Roma - per il fatto di essere "invisibili", "non sono entrati neanche nei decreti di emergenza, quindi poi è normale che finiscano per strada".

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Coronavirus. Lo studio Unu: con la crisi fame per oltre mezzo miliardo di poveri in più. Medio Oriente e Africa indietro di 30 anni

Avvenire
Secondo una ricerca dell'Unu, l'università delle Nazioni Unite, avremo il primo aumento della povertà globale dal 1990. In Medio Oriente e Africa passo indietro di 30 anni

La crisi economica scatenata dalla pandemia del coronavirus farà aumentare la povertà nel mondo per la prima volta dal 1990 e nel caso peggiore potrebbe ridurre in povertà più di mezzo miliardo di persone.

Tre studiosi del centro di ricerca sullo sviluppo economico dell’Università delle Nazioni Unite (Unu) – Andy Sumner, Chris Hoy e Eduardo Ortiz-Juarez – hanno provato a stimare l’impatto del virus sulla povertà a livello mondiale. La ricerca delinea tre possibili scenari, dal più ottimistico al più pessimistico: in quello migliore il calo medio del reddito pro capite delle famiglie sarebbe del 5%, in quello intermedio del 10% e in quello peggiore del 20%.

Gli studiosi dell’Unu hanno stimato il possibile impatto sulla povertà secondo questi scenari. A seconda di dove si colloca la soglia di povertà il punto di partenza e i risultati sono diversi: oggi ci sono 759 milioni di persone che vivono con meno di 1,9 dollari al giorno, 1.898 milioni di persone sotto i 3,2 dollari al giorno e 3,27 miliardi di persone sotto i 5,5 dollari al giorno.

Nel caso migliore, quello di un calo dei redditi del 5%, scivolerebbero sotto la più severa delle soglie di povertà 85 milioni di persone, mentre 135 milioni andrebbero sotto i 3,2 dollari a testa e sarebbero 124 milioni le persone che tornerebbero sotto la soglia dei 5,5 dollari quotidiani a testa. Nello scenario di una caduta dei redditi del 20% sarebbero ben 420 milioni le persone che finirebbero sotto la soglia degli 1,9 dollari al giorno, mentre 581 milioni scenderebbero sotto i 3,2 dollari al giorno e 523 milioni sotto i 5,5 dollari al giorno. Il numero di poveri nel mondo, se si usa il criterio più esteso dei 5,5 dollari al giorno, passerebbe così da 3,27 miliardi a 3,79 miliardi.

«Questi potenziali aumenti sarebbero equivalenti a un passo indietro di almeno un decennio nella riduzione della povertà mondiale» notano i ricercatori, sottolineando come la ricerca abbia dei limiti (ad esempio usa uno standard unico a livello mondiale e non considera altri tipi di povertà), ma in ogni caso la crisi complicherà molto la possibilità di raggiungere l’obiettivo di ridurre la povertà entro il 2030, il primo degli obiettivi di Sviluppo sostenibile. In aree come il Medio Oriente, il Nordafrica e l’Africa Subsahariana il livello di povertà tornerebbe addirittura a quello dei primi anni ‘90.

Riprendendo i dati dell'analisi di Unu, l'organizzazione non governativa Oxfam ha rilanciato l'allarme aggiungendo alcune richieste specifiche al G20, che si riunirà il prossimo 15 aprile: sospensione delle sanzioni e dei pagamenti dei debiti dei Paesi in via di sviluppo; garanzie per 1000 miliardi di liquidità aggiuntiva sempre per i Paesi in via di Sviluppo; mobilitazione di 500 miliardi di aiuti allo Sviluppo.

Pietro Saccò

mercoledì 8 aprile 2020

Libia, la guerra non si ferma davanti al coronavirus - Bombardato l’ospedale di Tripoli, una delle poche strutture che curano dal Covid-19

Pars Today
Le forze del capo dell’Esercito nazionale libico (Enl), Khalifa Haftar, hanno bombardato ... lunedì l’ospedale al-Khadra nell’area di Bab-Hadba di Tripoli, in Libia.


L’attacco, raccontano i media libici, ha provocato molta paura tra il personale sanitario e i pazienti, la rottura del generatore elettrico della struttura e il ferimento di un lavoratore straniero. 

Salvi i pazienti che sono stati trasferiti in altre strutture della capitale. Al-Khadra è una delle poche strutture in cui possono essere ricoverati i malati da Covid-19.

Gli effetti per ora contenuti del virus – ufficialmente 19 casi e una vittima – potrebbero essere devastanti: il paese non dispone di centri diagnostici adeguati, strutture sanitarie di livello internazionale e fondi necessari contro il coronavirus.

martedì 7 aprile 2020

Mentre il mondo è travolto dal coronavirus, i migranti continuano a partire dall’Africa. 600 respinti in Libia violando le norme internazionali

La Stampa
La Alan Kurdi salva 68 persone su un barcone. Secondo Alarm Phone: 600 persone riportate in Libia a marzo 


Dal corrispondente da catania. Mentre l’attenzione di tutto il mondo era, ed è, rivolta verso l’emergenza coronavirus, nel mese di marzo almeno 600 persone avrebbero tentato la traversata del Mediterraneo centrale dalla Libia per poi essere riportati indietro. Lo sostiene Alarm Phone, l’organizzazione che gestisce le chiamate di soccorso dei migranti: «C’è chi ha ancora necessità di fuggire nonostante Covid-19 - ha twittato - e lo farà anche senza soccorso in mare. Temiamo che più vite siano a rischio nel Mediterraneo con il miglioramento del meteo». 

Alarm Phone scrive «intercettati e respinti» ma non dice chi abbia riportato in Libia i migranti, se la Guardia costiera libica oppure navi mercantili di passaggio che, senza l’attenzione dei mesi scorsi sul fenomeno migrazioni nel Mediterraneo centrale, possono aver eseguito nel silenzio l’ordine di riportarli indietro anche se questo non è consentito dai trattati internazionali.

D’altronde appena questa mattina la Alan Kurdi, arrivata solo ieri in quel tratto di mare, ha compiuto il salvataggio di 68 migranti che erano su un barcone in legno «inadatto», come ha scritto la Ong tedesca Sea-eye che gestisce la nave, partita a inizio della scorsa settimana dalla base in Spagna. Secondo Sea-eye, «le forze libiche hanno interrotto il salvataggio e sparato colpi e molti dei migranti sono saltati in acqua», anche se poi ha specificato che «tutte le persone sono ora al sicuro a bordo». 

Nei giorni scorsi il governo italiano avrebbe avvertito quello tedesco che, in caso di soccorsi da parte della Ong, l’Italia non si sarebbe fatto carico dei migranti. La Alan Kurdi è l’unica nave umanitaria presente nella zona Sar (di ricerca e soccorso) davanti alla Libia. Tutte le altre Ong hanno infatti sospeso le operazioni in mare, per questioni di sicurezza ma anche per poter rischierare medici e volontari sul «fronte» del coronavirus in diversi paesi europei, soprattutto in Italia e Spagna.

In serata, 36 migranti sono arrivati autonomamente a Lampedusa. Erano su una barca proveniente dalla Tunisia. Il sindaco dell'isola, Totò Martello, ha subito firmato un'ordinanza per metterli tutti in quarantena nell'hotspot di contrada Imbriacola. Tra le persone arrivate ci sono anche 11 donne di cui due in gravidanza. L'ultimo sbarco a Lampedusa risale alla metà di marzo.

La pandemia non sta risparmiando nemmeno i Paesi della sponda sud del Mediterraneo: in Libia finora sono stati accertati 18 casi con un decesso, 574 i casi in Tunisia con 22 decessi, 1320 in Algeria con 152 decessi, 1113 in Marocco con 71 decessi. 

Proprio in Marocco si registra oggi il tentativo di fuga verso l’enclave spagnola di Melilla di circa 260 migranti. Una cinquantina è riuscita a scavalcare le barriere e ad entrare in territorio spagnolo, quindi europeo, nella speranza di poter così più facilmente raggiungere il vecchio Continente, per nulla intimoriti dalla grave crisi sanitaria in corso.

lunedì 6 aprile 2020

Coronavirus, OMS: “Imminente aumento contagi in Africa, 54 paesi africani chiudono le frontiere ma occorre aprire corridoi umanitari per far entrare aiuti"

MeteoWeb
Oltre la metà dei 54 Paesi africani ha chiuso confini di terra, aria e mare per arginare la diffusione del nuovo coronavirus.



Il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha avvertito di un “imminente aumento” dei casi di contagio del nuovo Coronavirus in Africa.
Ghebreyesus ha chiesto ai capi di Stato africani di aprire corridoi umanitari per consegnare forniture mediche indispensabili.

Oltre la metà dei 54 Paesi africani ha chiuso confini di terra, aria e mare per arginare la diffusione del nuovo Coronavirus, ma ciò ostacola le spedizioni. Il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha avvertito di un “imminente aumento” dei casi di contagio del nuovo Coronavirus in Africa.

Nei Paesi del continente sono 313 i decessi, 29 in più rispetto ai dati di ieri, e 7.741 i casi di contagio in 50 Stati, secondo il Centro di controllo delle malattie dell’Unione Africana.
Aumenta il numero dei guariti: sono 640 rispetto ai 561 di ieri.

Primo Paese per numero di vittime resta l’Algeria, con gli 83 decessi già confermati dai dati di ieri. Il più colpito, il Sudafrica: qui si contano nove morti e 1.505 casi. Oltre ad Algeria e Sudafrica ci sono altri 27 i Paesi del continente in cui si registrano vittime: Egitto (66), Marocco (48), Burkina Faso (16), Tunisia (18), Repubblica democratica del Congo (16), Camerun (8), Mauritius (7), Ghana (5), Niger (5), Nigeria (4), Kenya (4), Congo (3), Mali (3), Togo (3), Angola (2), Sudan (2), Gabon (1), Libia (1), Botswana (1), Gambia (1), Zimbabwe (1), Zambia (1), Costa d’Avorio (1), Capo Verde (1), Senegal (1), Tanzania (1) e Mauritania (1).

Apocalisse in Yemen - Guerra, carestia, colera e ora anche l'incubo Covid-19.

Globalist
Una catastrofe che dura da oltre cinque anni, con la complicità di potenze regionali (Iran, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti) e le armi vendute dagli Usa e dall’Europa (Italia compresa).


Guerra, carestia, colera. Ed ora, Coronavirus. In una parola: Yemen. Una catastrofe che dura da oltre cinque anni, con la complicità di potenze regionali (Iran, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti) e le armi vendute dagli Usa e dall’Europa (Italia compresa). Nella Giornata internazionale delle coscienze indetta dall’Onu, ricordare l’apocalisse yemenita è un dovere per quanti, anche nel modo della comunicazione, una coscienza l’hanno ancora. A guidarci nell’inferno yemenita è una delle Ong internazionali più attente e attive nel monitorare la situazione in Yemen: Oxfam, il cui ultimo rapporto traccia un quadro dettagliato dell’apocalisse yemenita



Apocalisse Yemen
La guerra. Il conflitto in Yemen dura ormai da cinque anni, con bombardamenti pesantissimi dei quali fanno le spese soprattutto donne e bambini. 12.366 vittime civili, tra il 26 marzo 2015 e il 7 marzo di quest’anno e oltre 100 mila vittime totali. Oltre 4 milioni di sfollati interni sopravvivono in alloggi di fortuna o nei villaggi, dove la popolazione locale ha offerto loro un riparo.

Il Coronavirus. L’Oms ha da poco attivato un numero verde per informare la popolazione yemenita sull’emergenza, predisponendosi a mandare aiuti immediati. In un contesto umanitario non dissimile da quello siriano, dove si è registrato il primo caso ufficiale di Covid1-9.

Il colera. Da inizio anno sono più di 56 mila le persone contagiate e oltre 2,2 milioni dal 2017: si tratta della più grave epidemia del mondo, aggravata dal collasso del sistema sanitario e delle infrastrutture idriche. Inoltre il numero di contagi potrebbe aumentare con l’arrivo della stagione delle piogge in aprile.

La carestia. Più di 10 milioni di persone sono sull’orlo della carestia. 2 milioni di bambini e 1,4 milioni di donne in gravidanza soffrono di malnutrizione acuta. 24,1 milioni di persone su 30,5 dipendono dagli aiuti umanitari. I prezzi dei beni alimentari sono saliti in media del 47%.

L’isolamento. Le vite di 22 milioni di persone saranno in pericolo se non aumentano le importazioni di cibo, carburante, medicine: il blocco delle importazioni deve essere permanentemente eliminato. Anche il prezzo del petrolio è aumentato enormemente: il prezzo medio al litro è salito del 280% da quando il conflitto è iniziato.

L’infanzia negata. I bambini subiscono l’impatto peggiore del conflitto e, con il proseguire dei combattimenti, il loro futuro appare sempre più tetro. Più di 1.600 scuole sono state distrutte, e fame e debiti spingono molte bambine – anche sotto i 10 anni – verso i matrimoni precoci: nel Governatorato di Amran nel nord del Paese, ad esempio, tante famiglie stremate, rimaste senza cibo e senza una casa, arrivano al punto di dare in matrimonio figlie anche piccolissime, in un caso anche di tre anni, per poter comprare cibo e salvare il resto della famiglia.

Emergenza idrica e sanitaria. Quasi 18 milioni di persone non hanno accesso a fonti di acqua pulita e all’assistenza sanitaria di base, rimanendo così inevitabilmente esposte a epidemie mortali. Le scorte di medicine e materiali sanitari si stanno esaurendo.

La situazione a Hodeidah. Oltre 80.000 persone sono state già costrette ad abbandonare la più grande città portuale dello Yemen, in completo assetto da guerra con truppe schierate, trincee e barricate. Le vittime tra i civili rimasti intrappolati in città continuano ad aumentare, e la popolazione non ha la minima possibilità di fuggire o ottenere assistenza medica.
“Se in Italia il Coronavirus sta provocando la più grave emergenza sanitaria ed economica dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, non riusciamo davvero ad immaginare le conseguenze del contagio in un Paese distrutto e poverissimo come lo Yemen 
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Nel caso in cui il Covid-19 dovesse diffondersi in Yemen assisteremmo alla peggiore catastrofe umanitaria del secolo”: a lanciare l’allarme è Abdulrahman Jaloud, direttore di “Yemeni Archive”, associazione umanitaria che riunisce attivisti per i diritti umani, giornalisti, tecnici impegnati a documentare le violazioni e i crimini compiuti da tutte le parti in lotta nel Paese dove infuria una guerra da oltre sei anni.
[...]
Yemen, per non dimenticare. E per dimostrare che siamo capaci ri “restare umani”.

Umberto De Giovannangeli