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venerdì 28 settembre 2018

Guerre dimenticate - Sud Sudan «In cinque anni di guerra 400mila vittime»

Avvenire
I combattimenti hanno provocato l'esodo di un milione di profughi, all'interno del Sud Sudan e nei Paesi vicini
I cinque anni di guerra civile in Sud Sudan hanno causato direttamente "quasi 190mila" morti ma considerando anche altri fattori come le malattie la cifra sale a 382.900 vittime. 

Lo sostiene uno studio pubblicato oggi sul proprio sito dalla "London School of Hygiene & Tropical Medicine" (Lshtm)
Il conflitto, che sembra per ora terminato con un nuovo acordo di pace (il dodicesimo) firmato ad Addis Abeba una decina di giorni fa, ha causato anche "circa due milioni di sfollati all'interno del Sudan del Sud e altri 2,5 milioni di profughi nei paesi confinanti", rileva inoltre una sintesi dello studio dell'ateneo britannico.
La maggior parte delle morti è avvenuta nelle regioni del nord-est e del sud con un picco nel biennio 2016-2017, nota la ricerca precisando che le vittime sono stati soprattutto maschi adulti. 

La guerra civile, iniziata dal 2013, due anni dopo la conquista dell'indipendenza dal Sudan, è stata combattuta tra le forze fedeli al presidente Salva Kiir e quelle del suo ex vice Riek Machar, spaccando il Paese lungo faglie etniche a sostegno del capo di Stato (i maggioritari dinka) e del suo avversario (i nuer).

USA - Texas, eseguita pena di morte di Troy Clark, di 51 anni.

Blog Diritti Umani - Human Rughts
USA - Lo stato del Texas, dopo aver respinto le richieste di clemenza, ha eseguito il 26 settembre la pena di morte di 
Troy Clark, di 51 anni

Troy Clark




Ringraziamo tutti coloro che, firmando l'appello per salvare la sua vita, hanno creduto nella giustizia umana che rispetta la vita

giovedì 27 settembre 2018

Halime, bimba rifugiata dalla Siria che sogna la scuola e studia in mezzo all'immondizia ad Istanbul

Globalist
La bambina è fuggita dalla Siria e vive a Istanbul con la famiglia. Il video che la ritrae mentre "studia" tra i cassonetti è diventato subito virale in Turchia.


Hanno suscitato rabbia e compassione le immagini di una bambina siriana seduta tra l'immondizia della periferia di Istanbul, mentre stringe tra le mani un quaderno di scuola, così simile a quello che miliardi di bambini in tutto il mondo proprio in queti giorni hanno ripreso in mano, dopo la fine delle vacanze estive. 

Solo che Halime, questo il suo nome, a scuola non può andarci, o meglio non poteva: perché le autorità turche, mosse a pietà, sono riuscite a identificarla dal video che è stato diffuso sui social e l'hanno iscritta a una scuola che potrà frequentare grazie all'aiuto economico del Comune.

Halime è scappata dalla Siria quasi un anno fa e fino a questo momento aiutava il padre nella raccolta di carta nei cassonetti dell'immondizia del quartiere di Arnavutkoy, dove abitava con i suoi sei fratellini. 


RD Congo - Massacri e rivolte nel Nordest per l'incursione di ribelli ugandesi

Agenzia Fides
Kinshasa – In una incursione di presunti ribelli ugandesi delle Forze Democratiche Alleate (ADF) contro la città congolese di Beni e nel municipio di Rwenzori e Beu, nordest della Repubblica Democratica del Congo (RDC), sono rimasti uccisi almeno 14 civili e 4 militari, mentre altre centinaia di persone sono rimaste ferite. 


Secondo informazioni pervenute a Fides, i ribelli hanno raggiunto la località, situata al confine con l’Uganda e vicina alla città di Beni, nord Kivu, la notte di sabato 22 settembre.

Mons. Sikuli Paluku Melchisedech, Vescovo della diocesi di Butembo-Beni, ha esortato le forze governative e la Mission de l'Organisation des Nations unies pour la stabilisation en République démocratique du Congo (MONUSCO), a rivedere la loro strategia contro l'ADF a Beni: “Esprimo soprattutto le mie condoglianze alle famiglie colpite che inaspettatamente hanno perso i loro cari in questa tragedia insopportabile e, nella fede in Gesù, che è la risurrezione e la vita, raccomando le anime di questi innocenti alla misericordia di Dio”, ha scritto nel messaggio inviato a Fides.

Il Vescovo ha invitato le autorità governative “ad adempiere meglio alle loro responsabilità per proteggere la popolazione, difendere il territorio e salvaguardare la sovranità nazionale”.

Si calcola che, dal 2014, il gruppo sia responsabile della morte di oltre 1.500 persone e 800 rapimenti. Si tratta di una formazione di matrice islamista che imperversa in una regione a stragrande maggioranza di religione cristiana, dove operano da anni i Missionari d’Africa (Padri Bianchi), impegnati a promuovere la dignità umana e l’apostolato evangelico in mezzo ai musulmani. Beni si trova anche al centro dell’attuale epidemia di Ebola nell’est del Congo, che ha già ucciso 99 persone e lasciato orfani quasi 200 bambini. (AP)

Gallagher all’Onu cita Catechismo riformulato: abolire la pena di morte diventa per la Chiesa un impegno per tutto il mondo

La Stampa
Il «ministro degli Esteri» della Santa Sede ricorda l’insegnamento di Giovanni Paolo II e l’apporto recente di Francesco

Il «ministro degli Esteri» della Santa Sede, 
Paul Richard Gallagher
Ha ricordato l’insegnamento di Giovanni Paolo II, prima, e la recente riformulazione del Catechismo della Chiesa cattolica da parte di Francesco, il «ministro degli Esteri» della Santa Sede, monsignor Paul Richard Gallagher, che, a New York per la 73esima sessione dell’assemblea generale delle Nazioni Unite, è intervenuto per tornare a chiedere «l’abolizione universale della pena di morte».

«Come è ben noto – ha detto il Segretario per i Rapporti con gli Stati della Santa Sede all’evento collaterale di alto livello sul tema “Pena di morte: Povertà e diritto alla rappresentanza legale” – nell'ultimo secolo la Santa Sede ha coerentemente perseguito l'abolizione della pena di morte e negli ultimi decenni questa posizione è diventata più chiaramente articolata. Venti anni fa, la questione è stata inquadrata all’interno del giusto contesto etico della difesa della dignità inviolabile della persona umana e del ruolo dell'autorità legittima per difendere in modo giusto il bene comune della società», ha proseguito Gallagher in riferimento alla enciclica Evangelium vitae di Giovanni Paolo II: «Considerando le circostanze pratiche presenti nella maggior parte degli Stati, come risultato dei continui miglioramenti nell’organizzazione del sistema penale appare evidente al giorno d’oggi che mezzi altri dalla pena di morte “sono sufficienti a difendere la vita umana contro un aggressore e a proteggere l'ordine pubblico e la sicurezza delle persone”. Per questa ragione, “la pubblica autorità deve limitarsi a questi mezzi, perché corrispondono meglio alle condizioni concrete del bene comune e sono più conformi alla dignità della persona umana”».

«Papa Francesco – ha proseguito l’arcivescovo britannico – ha ulteriormente sottolineato che l’azione legislativa e giudiziaria dell’autorità statale deve essere sempre guidata dal “primato della vita umana e la dignità della persona umana”. Egli ha messo in guardia dal fatto che c’è “la possibilità di errore giudiziario e sull'uso fatto dai regimi totalitari e dittatoriali... come mezzo per reprimere la dissidenza politica o per perseguitare le minoranze religiose e culturali”», ha ricordato Gallagher citando un discorso pronunciato nel 2015 da Jorge Mario Bergoglio ai delegati dell’associazione internazionale di diritto penale. 

«Di conseguente, il rispetto per la dignità di ogni persona umana e il bene comune sono i due pilastri su cui la Santa Sede ha sviluppato la sua posizione. Questo è esattamente quello che la nuova versione del Catechismo della Chiesa cattolica mette in evidenza laddove afferma che “la Chiesa cattolica insegna, alla luce del Vangelo, che ‘la pena di morte è inammissibile perché attenta all'inviolabilità e alla dignità della persona’ e si impegna con determinazione per la sua abolizione in tutto il mondo”. L’abolizione universale della pena di morte – conclude mons. Gallagher – sarebbe una coraggiosa riaffermazione della convinzione che l'umanità può affrontare con successo il crimine e del nostro rifiuto di cedere alla disperazione davanti al male, offrendo al criminale la possibilità di cambiare».

Nell’introdurre il suo discorso, l’arcivescovo ha registrato con soddisfazione il fatto che cresce il numero di Stati membri delle Nazioni Unite che sostiene l’abolizione della pena capitale ed ha in particolare ringraziato gli organizzatori dell’incontro, ossia l’alto commissariato dell’Onu per i diritti umani (Ohchr), l’Italia, il Brasile, il Burkina Faso, la Francia e Timor est.


mercoledì 26 settembre 2018

Rifugiati, non farli lavorare fa male all'integrazione (e all'economia)

WIRED
La possibilità di lavorare per gli immigrati rifugiati è la chiave di un’integrazione vantaggiosa per tutti. Mentre imporre un divieto anche temporaneo di accedere al mercato del lavoro, pratica comune in Europa sostenuta da chi teme la competizione o da chi vuole scoraggiarne la permanenza dei nuovi arrivati nel proprio paese, ha un costo, non solo per gli immigrati stessi, ma anche a livello sociale ed economico. 


Sbarrando questa porta, infatti, i rifugiati rimangono dipendenti dai governi e non riescono a pagare le tasse, una scelta che non conviene a nessuno. A mostrare e documentare questo dato è uno studio condotto da un team della Stanford University e della Eth Zurich, il politecnico federale di Zurigo. I risultati sono pubblicati su Science Advances.

In generale la maggior parte dei paesi europei prevede un divieto dell’ingresso nel mondo del lavoro che va dai 6 ai 12 mesi, un tema a lungo dibattuto, le cui conseguenze finora non risultavano chiare a causa della difficoltà di studiare dal punto di vista scientifico gli effetti a lungo termine senza confonderli con altri fattori che possono intervenire. 

Così i ricercatori hanno deciso di studiare un caso che risale a qualche anno fa, prendendo in considerazione due gruppi di rifugiati jugoslavi che hanno raggiunto la Germania, nel 1999 oppure nel 2000. La scelta dell’anno non è stata casuale: proprio nel 2000, infatti, c’è stato in Germania un cambio di legislazione che ha visto una riduzione del divieto di lavorare da 24 a 12 mesi. Così, il gruppo arrivato nel 1999 avrebbe dovuto attendere sette mesi in più per poter entrare nel mercato del lavoro, il periodo mancante al raggiungimento dei 24 mesi previsti per loro.

A partire da questi due gruppi, i ricercatori hanno studiato i tassi di occupazione a distanza di anni e le eventuali conseguenze dei sette mesi in più di inattività forzata per il primo campione di persone. Cinque anni dopo, nel 2005, soltanto il 29% degli individui nel gruppo arrivato nel 1999 lavorava, contro il 49% delle persone nell’altro gruppo. Una differenza, questa, che secondo gli autori non può essere spiegata attraverso cambiamenti dell’economia e del mercato del lavoro: immigrati arrivati in Germania dall’attuale ex Jugoslavia nel 2000 e 2001, infatti, presentavano circa gli stessi tassi di occupazione, e lo stesso vale anche per i turchi giunti fra il 1999 e 2000 e non colpiti dal blocco del lavoro. Insomma, le differenze nelle percentuali di occupati sono attribuibili a questi sette mesi di sbarramento in più, un gap che dal 2000 si appianerà soltanto 10 anni dopo, nel 2010.

E la disoccupazione, sia imposta sia involontaria, può avere effetti molto negativi. In primo luogo per i rifugiati stessi, che sperimentano scoraggiamento e demoralizzazione, che può portare a una vera e propria sindrome, lo scar effect, o effetto cicatrice, comune fra chi ha subito un trauma (violenze, persecuzioni, abusi), per cui anche una volta conclusa il blocco forzato del lavoro la motivazione per darsi da fare per trovarlo scarseggia. “Politiche come il divieto dell’occupazione sono di vedute ristrette”, commenta il ricercatore Moritz Marbach, ricercatore post-doc alla Eth Zurich e coautore dello studio. “Invece di avere rifugiati che dipendono dal welfare del governo per anni, i paesi dovrebbero capitalizzare la loro motivazione iniziale e favorirne una rapida integrazione”.

Anche perché, oltre agli svantaggi a livello individuale per gli immigrati, per la loro salute generale, gli effetti negativi si manifestano anche sull’economia del paese ospitante e di tutti i cittadini, a lungo termine. Basti pensare, infatti, che i costi per i contribuenti dovuti al divieto del lavoro in Germania nel 2000 sono stati stimati nella cifra di 40 milioni di euro all’anno dal 2001 al 2009, per le spese per il welfare e per le mancate entrate legate alle tasse da parte dei rifugiati disoccupati. In questa cornice, inoltre, gli occupati nativi del paese non beneficiano dell’esclusione degli immigrati, come emerge da studi precedenti: ironia della sorte, queste strategie di blocco nascono per iniziativa dei decisori politici che vogliono rassicurare i cittadini dell’assenza di minacce a livello lavorativo. Ed è un cane che si morde la coda: quando i cittadini percepiscono gli immigrati come un peso per il welfare scatenano una reazione negativa ancora più forte contro gli stessi decisori politici.

Insomma, un’integrazione migliore e più rapida porta vantaggi a tutti: tutto sta nel considerare gli immigrati non come un peso da ridurre ma come una risorsa da poter massimizzare e valorizzare. Come? Permettendogli di lavorare subito.

Paola Pintus

USA. I 1.500 bambini immigrati scomparsi. Minori non accompagnati di cui non si conosce più la sorte

Il Fatto QuotidianoIl fallimento dell'ente che doveva vigilare sui minori arrivati soli o divisi dai genitori. In Texas, nella città di Browswille, al confine con il Messico, un centro commerciale dismesso della catena Walmart ospita ben 1.470 minori.


È il centro governativo per ragazzi (la maggioranza tra i 10 e i 16 anni) più affollato degli Usa, sotto la custodia dell'Health and Human service. Molti di questi minori hanno passato il confine da soli, altri sono stati separati dai loro genitori dopo la decisione di Trump di far perseguire dai tribunali chi entra negli Usa senza documenti.

Nel centro i minori hanno due ore di libertà e alcuni sono riusciti a scappare pur di non vivere sotto sorveglianza. Chi riesce a uscire senza fuggire è perché gli incaricati federali sono riusciti a trovare dei parenti residenti negli Usa o i cosiddetti sponsor, persone che hanno mostrato, a sentire gli ufficiali federali, di avere le carte in regola per l'affido temporaneo. Peccato che di 1.500 bambini, tra quelli messi al "riparo" nelle strutture statali, si siano perse le tracce.

L'amministrazione Trump, per la seconda volta in meno di un anno, non è stata in grado di individuare dove e con chi circa 1.500 bambini immigrati irregolarmente abbiano trascorso gli ultimi 3 mesi. La cifra è stata resa nota da un gruppo bipartisan di senatori che hanno messo a punto un disegno di legge per rendere il governo responsabile della custodia di questi bambini anche dopo il loro rilascio.

Negli ultimi 8 mesi la polizia di frontiera ha fermato 32mila minori non accompagnati, 1.300 poco più che neonati. Intanto il numero di quelli accompagnati è sceso a 59mila a partire dall'anno scorso. Dal 1 ° aprile al 30 giugno, l'Hhs ha effettuato chiamate di controllo a 11.254 bambini immigrati rilasciati ma non è stata in grado di sapere dove sia il 13%, rivelano i dati rilasciati dalla sottocommissione investigativa del comitato di senatori. Venticinque sarebbero fuggiti dalle case dove erano stati trasferiti.

Rob Portman, presidente della sottocommissione, si occupa di questo enorme problema dal 2015, quando 8 bambini privi di documenti sono stati scoperti nelle mani di trafficanti di esseri umani in Ohio: "Il nostro disegno di legge garantirà che i minori vengano protetti dalla tratta e dagli abusi di eventuali sponsor e inoltre contribuirà ad assicurare che compaiano davanti alle commissioni incaricate di aiutarli a chiedere l'asilo", ha detto Portman in una nota.

"Non si tratta di essere democratici o repubblicani, è una soluzione pragmatica oltre che umanitaria. I problemi sono iniziati durante la precedente amministrazione e sono continuati sotto l'attuale". Uno dei co-sponsor della legge, il senatore James Lankford, repubblicano dell'Oklahoma, ha detto in un'audizione di martedì che vorrebbe anche che l'Hhs non affidi più bambini senza documenti a nessuno che sia entrato negli Usa illegalmente.

Un funzionario dell'immigrazione e delle dogane che ha testimoniato, Matthew Albence, ha affermato che eliminerebbe circa l'80% degli sponsor. Il numero di bambini immigrati detenuti negli Stati Uniti è salito alle stelle, sebbene il tasso di minori non accompagnati che attraversano illegalmente la frontiera sia relativamente stabile da diversi anni.

Roberta Zunini