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venerdì 18 settembre 2020

Grecia - Dopo l'incendio del campo profughi di Moria, pochi rifugiati vogliono andare nel nuovo campo visto come una prigione

Linkiesta
«Dentro un’altra prigione non ci vogliamo andare, siamo stati a Moria per un anno e ora vogliamo andare sulla terraferma», ha detto Shamsia, una donna afghana che ha improvvisato un piccolo fuoco vicino alla sua tenda per friggere del pane per la famiglia.

Le migliaia di sfollati del campo di Moria in strada da giorni

La strada che collega il vecchio campo di Moria dall’accampamento spontaneo degli sfollati è un via vai di persone che trascinano dietro di loro ogni cosa abbiano potuto trovare e che potrebbe essere utile. Chilometri e chilometri con una cassa di plastica attaccata ad una corda legata alla vita, il sudore che bagna completamente le maglie sotto il sole di Lesbo con i suoi 30°C.


«Abbiamo perso tutto e quindi ogni cosa ci può essere utile. Quella notte siamo stati svegliati dalle urla delle persone e siamo scappati solo con i vestiti, è un miracolo che siamo vivi» racconta un ragazzo che si aggira nella zona Ovest del vecchio campo di Moria, quella che in parte si è salvata. Prende un grande peluche a forma di orso e lo mette in un cassonetto. «Siamo stati fortunati, il cassonetto ha le ruote e contiene più cose di una cassetta di plastica» aggiunge mentre con un suo amico iniziano a spingerlo verso il nuovo insediamento fatto di canne di bambù e coperte. Oltre all’orso e a qualche altro oggetto che si è salvato, il campo di Moria è completamente distrutto: delle 12.000 persone che vivevano ammassate qui dentro è rimasta solo la cenere delle tende e dei container, oltre che una folta popolazione di gatti e cani che si aggirano affamati e disorientati per quello che è successo.

«La notte dell’incendio io ero lungo il perimetro del campo per fare primissimo intervento, mentre i miei colleghi erano all’interno della nostra clinica, pronti a intervenire in caso di necessità», racconta Giovanna Scaccabarozzi, dottoressa di Medici senza frontiere con alle spalle molta esperienza tra le navi delle Ong e la crisi d’Ebola in Africa. «È stato quasi irreale vedere quelle fiamme altissime mangiare il campo a poco a poco, ma per fortuna quasi tutte le persone sono riuscite a scappare», aggiunge mentre si prepara per andare nella “zona rossa”, ovvero dove sorge il grande accampamento spontaneo. «Abbiamo molti pazienti che hanno necessità giornaliere, donne in gravidanza che non sappiamo dove siano, così come quelle psichiatriche della nostra clinica di Mytilene. Ogni giorno andiamo nel campo per dare assistenza a chi ne ha bisogno e a cercare i vecchi pazienti», chiosa la dottoressa.

Le persone sfollate fino a questa mattina erano circa 11.000 visto che solamente mille avevano accettato spontaneamente di andare nel nuovo campo che l’esercito greco ha costruito in tempi record. «Dentro un’altra prigione non ci vogliamo andare, siamo stati a Moria per un anno e ora vogliamo andare sulla terraferma” diceva ieri Shamsia, una donna afghana che ha improvvisato un piccolo fuoco vicino alla sua tenda, così può friggere il pane per la famiglia. «Ci hanno detto che se non accettiamo di andare nel nuovo campo non saremo trasferiti sulla terraferma ma sappiamo anche che se decidiamo di entrare non possiamo più uscire», aggiungeva la figlia di 19 anni che sogna di studiare in Italia. Chi entra nel campo governativo non può uscire, ufficialmente per restrizioni dovute al Covid anche se al momento sono circa 30 i positivi e sono tutti isolati.

Nonostante gli iniziali proclami del governo greco, quindi, il nuovo campo è stato accolto con grande freddezza dai rifugiati e alla fine lo hanno accettato solo per sfinimento: «Se non entriamo non ci registrano e non ci danno i documenti per andarcene da qui», dicono tutti mentre si dirigono verso il campo. In realtà il governo ha usato la linea dura anche sul cibo e sull’acqua. Nell’accampamento lungo la litoranea la distribuzione la facevano solo le organizzazioni di attivisti e volontari e il cibo non bastava per tutti. La fila raggiungeva più di un chilometro di lunghezza e il cibo non bastava mai per tutti. «Ho tre figli piccoli, vogliono che muoiano di fame», urlava Aisha, una donna siriana che non era riuscita a prendere il suo pacco e doveva aspettare altre 24 ore prima di riprovare.

Nonostante questo primo risultato positivo per il governo greco la partita è ancora tutta da giocare, i rifugiati non si fidano delle promesse del Ministro della Protezione Civile, Michalis Chrysochoidis, secondo il quale «entro Natale verranno spostati i primi 6.000 sulla terraferma e gli altri 6.000 entro Pasqua».

Non è bastata nemmeno la visita di Charles Michel, il Presidente del Consiglio Europeo che in una conferenza stampa improvvisata nel nuovo campo ha detto che stanno lavorando perché “le cose migliorino”, nonostante questo nuovo insediamento sia fatto di tende di sola plastica, calde d’estate e fredde d’inverno, e installate su una spianata di terra, pronta a diventare di fango con le prime piogge. Michel ha parlato anche di collaborazione tra gli Stati europei ma al momento solamente la Germania ha proposto di accogliere 1.500 persone da Moria mentre un gruppo di 10 Stati si è fatto avanti per accogliere i 500 minori non accompagnati.

«Siamo in viaggio da 3 anni, io posso anche tornare in Afghanistan perché ormai la mia vita è segnata, però voglio che i miei figli abbiamo una possibilità di studiare ed essere liberi», chiosa Shamsia. Un appello che sembra un tentativo disperato di uscire da questo stallo.

Valerio Nicolosi

mercoledì 9 settembre 2020

Grecia, incendio nel campo migranti di Moria a Lesbo: migliaia in fuga nella notte. Atene dichiara lo stato di emergenza sull’isola per 4 mesi

Il Fatto Quotidiano
Secondo alcune fonti le fiamme sono state appiccate deliberatamente contro le nuove restrizioni anti-Covid. In 35 erano risultati positivi al virus. La commissaria Ue Ylva Johansson. "Ho accettato di finanziare il trasferimento immediato e l’alloggio sulla terraferma dei 400 bambini e adolescenti non accompagnati". Cinquanta andranno in Norvegia, Germania pronta a ospitare. Denuncia Msf: "Le persone a Moria vivono in condizioni disumane da anni"


Il campo profughi di Moria, situato sull’isola greca di Lesbo, è stato quasi completamente distrutto dalle fiamme dopo una serie di incendi scoppiati nella notte. Stando alle prime informazioni, migliaia di persone sono fuggite, anche se il sindaco di Mitilene (la città principale dell’isola) ha detto alla radio privata Skai Stratos Kytelis che “più di 12mila migranti sono sorvegliati dalla poliziasu un’autostrada”. 

Al momento non si hanno notizie di feriti, ma preoccupa la possibilità che tra le persone fuggite possa esserci qualcuno positivo al coronavirus, dato che la settimana scorsa 35 ospiti sono risultati positivi al tampone. Nel campo, ricorda l’Agenzia dell’Onu per i Rifugiati, sono presenti “più di 4mila bambini e altri gruppi vulnerabili, inclusi 407 bambini non accompagnati, donne incinte e anziani”.


Le fiamme sono state domate, ma hanno distrutto il centro sanitario e ampie aree residenziali.. Una situazione che ha spinto il governo greco a dichiarare a Lesbo lo stato di emergenza per 4 mesi. Il portavoce dell’esecutivo, Stelios Petsas, ha annunciato la decisione a seguito di una riunione di emergenza presieduta dal primo ministro Kyriakos Mitsotakis. Con lo stato di emergenza, Atene ha inviato tutte le forze, compresa la polizia, il personale antincendio e altri lavoratori pubblici per sostenere l’isola e i richiedenti asilo. 

Nel pomeriggio sono attesi sul posto il ministro dell’Interno Takis Theodorikakos, il ministro dell’Immigrazione Notis Mitarachi e il presidente dell’Organizzazione nazionale per la sanità pubblica Panagiotis Arkoumaneas. 

“Finora non è stata registrata alcuna perdita di vite umane, mentre i 408 minori rifugiati non accompagnati sono stati trasferiti in un luogo sicuro. Stanno bene. La priorità è proteggere i vulnerabili che vivevano a Moria. Stiamo per trasferirli in hotel sicuri e in altri alloggi”, ha detto il viceministro della Sanità Giorgos Koumoutsakos.

La reazione dell‘Unione europea non si è fatta attendere: la commissaria europea agli affari interni Ylva Johansson scrive su Twitter di aver “già accettato di finanziare il trasferimento immediato e l’alloggio sulla terraferma dei restanti 400 bambini e adolescenti non accompagnati” in quanto, aggiunge, “la sicurezza e il riparo di tutte le persone a Moria sono la priorità”. 

Solidarietà unanime da parte delle autorità europee, tra cui il presidente del Parlamento europeo David Sassoli (che parla di “emergenza umanitaria”) e la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che ha chiesto al vicepresidente Margheritis Schinas “di andare in Grecia al più presto”. 

Intervenuto anche Charles Michel, presidente del Consiglio europeo: “Siamo in contatto con le autorità greche e pronti a mobilitare il nostro aiuto. Piena solidarietà con gli abitanti di Lesbo che stanno fornendo riparo ai migranti e allo staff”. Vicinanza espressa anche dal commissario europeo Paolo Gentiloni: “La Commissione europea collabora con le autorità greche per gestire l’emergenza umanitaria” scrive in un tweet. Intanto la Norvegia, attraverso le parole della premier Erna Solberg, ha già deciso di accogliere 50 dei residenti registrati nel campo di Lesbo, dando priorità ai “più vulnerabili”, ovvero le famiglie con bambini e i minori di 14 anni.

FQ

lunedì 18 novembre 2019

Bambino di 9 mesi morto per disidratazione nel campo di Moria a Lesbo. Accade in Europa

Corriere della Sera
Morire a 9 mesi di disidratazione nel 2019. Accade in Europa, sull’isola greca di Lesvos. «L’ospedale di Lesvos ci ha confermato che un bambino di 9 mesi è morto alcuni giorni fa per una grave disidratazione nel campo di Moria, in Grecia. Siamo devastati da questa nuova tragedia». 


E’ sabato sera quando l’ong Medici Senza Frontiere denuncia su Twitter l’accaduto. La notizia arriva dopo che le autorità greche hanno trasferito 424 migranti e rifugiati dall’isola di Lesvos alla terraferma nell’ambito di un piano elaborato dal governo di Atene per ridurre il numero di persone che vivono nei centri di accoglienza sulle isole.

E mentre per mercoledì è prevista l’evacuazione di altri 200 stranieri, l’agenzia di stampa Amna spiega che sono circa 15mila le persone accolte nel centro di Moria a Lesbo. Attualmente il centro ospita un numero di persone tre volte superiore alla sua capacità. Solo nel fine settimana sono più di 300 i migranti e i richiedenti asilo arrivati a Lesvos. A settembre sono stati invece oltre 10mila i migranti arrivati sulle isole, contro i quattromila del 2018, secondo dati Onu.

Come denuncia la ong Medici Senza Frontiere «le terribili condizioni di vita e la mancanza di cure adeguate» nel centro per migranti sull’isola greca sono le responsabili di questo decesso. «Oggi ci sono oltre 15.000 persone intrappolate nel campo di Moria, tra cui 5.000 minori. Dovrebbero essere allontanati da questo inferno ORA», conclude Msf. Sul campo di Moria infatti più volte sono stati presentati appelli, inchieste e interrogazioni.

E se sulle isole - Lesvos e Samos gli hotspot principali - la situazione è tragica, non va meglio a terra. Secondo la rivista tedesca Der Spiegel, la Grecia è accusata di aver respinto illegalmente 60 mila migranti ai suoi confini con la Turchia. 

Nella fattispecie, si tratterebbe dei cosiddetti «push backs», respingimenti che violano il diritto europeo e internazionale, secondo cui gli Stati hanno l’obbligo di assicurare la possibilità di presentare domanda d’asilo, con tutto quel che tali procedure comportano. 

Secondo le accuse, che sono condivise anche da alcune organizzazioni per i diritti umani, le autorità greche respingerebbero da anni illegalmente migranti al fiume Evros. L’ultimo caso sarebbe di pochi giorni fa: lo scorso 3 novembre la polizia turca aveva intercettato 252 profughi vicino al confine di Kapikule. Qui gli agenti si sarebbero resi conto che i migranti erano riusciti ad arrivare fino in Grecia: ma da qui sono stati rimandati via senza che fosse data loro la possibilità di presentare domanda d’asilo.

Sul tema migranti le relazioni tra la Turchia e la Grecia sono sempre più tese: a inizio mese il ministero degli Esteri di Ankara ha parlato esplicitamente di arresti arbitrari, di migranti picchiati, talvolta derubati dei loro vestiti e poi rispediti in Turchia senza passare dalle regolari procedure. «Abbiamo documenti e fotografie», ha aggiunto il ministero. Dichiarazioni che però vanno inserite nel quadro dei rapporti tra Ankara e Bruxelles, complicati anche dal lancio dell’operazione militare nel nord Est siriano. Il premier greco, Kyriakos Mitsotakis, ha reagito seccamente: «Coloro che usano la crisi dei migranti per utilizzare i perseguitati come pedine per i propri obiettivi geopolitici dovrebbero fare più attenzione quando si rivolgono alla Grecia». La polemica, peraltro, va ad aggiungersi ai ripetuti avvertimenti lanciati dal presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, che ha minacciato di «riaprire i confini» verso l’Europa, se l’Ue non manterrà le promesse fatte al tempo della sottoscrizione dell’accordo sui migranti del 2016, che Ankara ha chiesto di rinegoziare.
Marta Serafini

martedì 14 maggio 2019

Reportage. Grecia, campo di Moria (Lesbo) le gabbie dei piccoli profughi siriani. Non siamo in Libia siamo in Europa!

Avvenire
A Moria nel campo greco i minori non accompagnati vivono reclusi. Il governo: «Accoglienza ottimale». E ai bambini invalidi, disabili, ammalati cronici è vietata l’uscita dal reticolato.


L’Europa muore nel petto di Achmad. Basta vederla la lunga cicatrice sul torace: quel bimbo di sei anni non dovrebbe stare in una gabbia per profughi. L’Europa muore negli occhi neri di una bimba afghana: la misera protesi al piede la fa sembrare una bambola rotta che qui non camminerà né guarirà mai.

Nel girone dei bimbi migranti le autorità hanno deciso che andavano trattati come canaglie a cui sorridere al di qua delle inferriate. Dicono che è per la loro sicurezza che devono stare reclusi come le fiere allo zoo. C’è una grata perfino tra loro e il cielo, casomai si arrampicassero fuggendo tra i tetti arroventati dei container che alla stampa vengono raccontati come “residenze”, ma che in realtà sono celle di lamiera.

Nessun essere umano dovrebbe stare qui, che poi è Europa, mica la Libia.

Il campo di Moria è una collina che dall'alto discende verso i gironi dei dannati d’ogni guerra: Yemen, Afghanistan, Iraq, Siria, Palestina. Mani affettuose hanno verniciato con colori vividi le scatolette di ferro dentro a cui alloggiano adulti e bambini. Mani ipocrite hanno ordinato e pagato milioni di euro a un Paese in crisi perché tenesse al confino i migranti che salpano dalle vicine coste turche e poi si arrampicano sulle scogliere dell’arcipelago.
I cantori della favola di Stato sanno di dover mentire ai giornalisti: «In Grecia ci sono 70mila migranti ospitati – lo ha davvero detto incontrandoci un funzionario di Atene – in condizioni del tutto ottimali». Dove per ottimale si intende un solo medico per 4mila persone. Per non dire dei colloqui per esaminare le richieste d’asilo.

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Nello Scavo, inviato a Moria (Lesbo)

domenica 17 febbraio 2019

Berberio, lo psichiatra che cura i migranti a Moria: “Allucinazioni, autolesionismo, suicidi anche tra i bambini. Un trauma collettivo si consuma alle porte di casa nostra”

TPI
Moria è il più grande campo d’identificazione ed espulsione in Grecia, allestito sull’isola di Lesbo nel 2015 per identificare i richiedenti asilo e i migranti in arrivo dalle coste turche a quelle greche dall’Asia, dall’Africa e dal Medio Oriente. 


Per ridurre il flusso di persone, circa 861.000 arrivate via mare e via terra secondo l’Unhcr nel 2015, l’Unione europea ha stipulato nel 2016 un accordo con la Turchia, che prevedeva che in questi hotspot, a Lesbo e nelle altre tre isole greche di Samos, Kos e Kios, le persone fossero registrate e sottoposte a interviste per valutare il grado di vulnerabilità e l’idoneità alla protezione internazionale.

Quelli considerati non idonei dovevano essere rispediti in Turchia, la quale però non accetta migranti rimpatriati provenienti dalla terra ferma. La conseguenza è che le persone, prima di essere sottoposte alla commissione d’asilo, che può avvenire anche anni dopo l’arrivo a Lesbo, rimangono bloccate sull’isola, diventata così una prigione a cielo aperto. 

Il campo di Moria non è più solo un campo di transito, ma un accampamento dove i richiedenti asilo stanziano per anni in condizione igieniche, sanitarie e sociali decadenti.

C’è un bagno ogni 70 persone e non tutti riescono a procurarsi il cibo se non si svegliano all’alba per mettersi in fila. Gli ospiti vivono in cattività, alcuni subiscono e perpetrano violenze, o tentano il suicidio, perdono lentamente il loro senso di umanità, già messo alla prova nei paesi da cui sono fuggiti, principalmente Afghanistan, Siria e Iraq.

Alessandro Barberio è uno psichiatra dell’equipe del dipartimento di salute mentale di Trieste e ha testimoniato tutto questo a partire da gennaio del 2018, quando è arrivato per la prima volta a Lesbo per far parte dell’equipe di Medici Senza Frontiere (MSF).

“A Trieste avevo già curato migranti vittime di tratta o tortura, ma mai avuto a che fare con un numero così alto di persone che ogni giorno presentava gli stessi sintomi, con storie simili e stessi livelli di violenza subita. Chi arriva da paesi come il Camerun o il Congo, subisce una violenza devastante. Le persone sono perseguitate, vedono i propri cari morti davanti a loro, fratelli decapitati”.

“Questa violenza li insegue fino a Moria, dove le condizioni del campo non li tranquillizzano, ma anzi fanno esplodere i sintomi. Alla sindrome post traumatica da stress, si aggiungono allucinazioni visive e uditive, angoscia elevata, confusione, disorganizzazione, che a volte li porta a tentare il suicidio: se per giorni non riesci a dormire perché senti o vedi continuamente allucinazioni minacciose, collegate agli episodi di violenza, sei portato a fare anche questo”.

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giovedì 7 febbraio 2019

Sull'isola di Lesbo tra i profughi traditi dall'Europa. Sono migliaia in pessime condizioni in attesa di entrare nel vecchio continente

Avvenire
Nel campo di Moria migliaia di persone aspettano di entrare da rifugiati nel Vecchio continente. Si vive al gelo in baracche e container, ore di fila per un pasto. Ong e medici: situazione al limite.



Sin dal 2015 tappa obbligata soprattutto per siriani, afghani e iracheni diretti verso il Nord Europa lungo la rotta balcanica, Lesbo e le altre isole dell’Egeo restano ancora oggi fortemente sollecitate dall’alto numero di richiedenti asilo bloccati dopo l’accordo tra Ue e Turchia del marzo 2016. 

Secondo l’Alto commissariato Onu per i rifugiati, nel solo mese di gennaio circa 1.640 persone, principalmente afghani, hanno raggiunto la Grecia via mare. Sono 547 quelli che sono approdati a Lesbo. Qui sorge l’hotspot di Moria, uno dei centri del sistema europeo per l’identificazione dei migranti. Allestito in una ex struttura militare, il campo dispone di 3.100 posti ma ospita cinquemila persone (a settembre novemila). È gestito dal governo greco con l’aiuto dell’esercito, ma molti servizi sono delegati a Ong spesso al collasso. All’interno è presente l’agenzia europea Easo, ma le domande d’asilo (per le quali gli appuntamenti vengono fissati per il 2020...) sono gestite direttamente dalla Grecia.
[...]
I tempi di attesa per la richiesta di asilo variano da pochi mesi fino a un anno e oltre. A Lesbo ora ci sono 7mila migranti, contando anche l’altro campo di Kara Tepe. Solo a Moria sono 5mila, malgrado i posti siano 3.100. 


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venerdì 26 ottobre 2018

“Meglio morire annegati”: la disperazione dei migranti nei campi della Grecia

Melting Pot Europa
Moria, Grecia – Michael Tamba, un ex prigioniero politico congolese, è sopravvissuto alla tortura nel suo Paese e ad un rischioso viaggio in mare dalla Turchia. Si è ritrovato più vicino alla morte nel campo profughi più grande d’Europa.


Intrappolato per mesi nel campo dell’isola greca di Lesbo, Tamba, 31 anni, ha cercato di suicidarsi ingerendo una bottiglia di cloro. Cosa lo ha portato a tale decisione? Lo stesso campo di Moria.

“Undici mesi a Moria… Moria.. Moria”, commenta Tamba, sopravvissuto dopo esser stato trasportato d’urgenza in ospedale. “É molto traumatico”.

L’esperienza di Tamba è diventata comune a Moria, un accampamento di circa 9.000 persone che vivono in uno spazio concepito per 3.100, dove le condizioni precarie e la stingente procedura d’asilo hanno generato quella che gli operatori umanitari descrivono come una crisi di salute mentale.

Il sovraffollamento è così endemico che i richiedenti asilo trascorrono fino a 12 ore al giorno nell’attesa di qualche alimento, che a volte arriva già ammuffito. La scorsa settimana c’erano circa 80 persone per ogni doccia e più o meno 70 per i servizi igienici; gli operatori umanitari hanno lamentato che i liquami hanno raggiunto persino le tende in cui stavano i bambini. Aggressioni di matrice sessuale, attacchi all’arma bianca e tentativi di suicidio sono fenomeni comuni.


domenica 30 settembre 2018

“Un inferno in Terra”: l’isola di Lesbo è l’epicentro della crisi migratoria

Sputnik News
Una distesa di migliaia di tende e container sulla grande pianura di ulivi nella zona orientale dell’isola di Lesbo. Migliaia di persone finite nel campo di Moria tentano di combattere la paura e la violenza, l’assenza di sicurezza, la sporcizia e la malattia.



Mentre il numero di profughi e i flussi migratori verso la Grecia continuano ad aumentare, Sputnik si è recato a Lesbo e ha parlato con la direzione del campo di Moria, con organizzazioni internazionali presenti in loco, con i cittadini dell'isola e anche con i profughi cercando di fare luce sulle principali ragioni della crisi che ha colpito questa e altre isole del Mar Egeo.



Lesbo: sogno o incubo senza fine?
Le cifre segnalano una situazione senza via d'uscita: il 9 settembre del 2018, secondo i dati dell'Alto commissariato dell'ONU per i rifugiati, sulle coste dell'Egeo vivevano più di 18400 tra profughi e migranti. 9500 di loro a Lesbo. Solamente nel campo di Moria fino al 14 settembre vi erano 8789 persone anche se il campo potrebbe contenerne solo 3300. Altri 700 profughi si trovano in altre strutture come Kara Tepe (un campo per le persone appartenenti alle fasce sociali più deboli).

lunedì 28 maggio 2018

Migranti, l'inferno si chiama Moria: ancora violenze nel centro d'identificazione a Lesbo

La Repubblica
Attualmente sull’isola greca, secondo l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), ci sarebbero 4.521 profughi

Non c'è pace nel campo profughi di Moria, a Lesbo, l'isola greca diventata negli ultimi due anni la testa di ponte delle ondate di profughi dirette verso l'Europa. Coinvolti, stando alle testimonianze delle autorità greche, dieci rifugiati curdi siriani, rimasti gravemente feriti a seguito di uno scontro con tre persone di etnia presumibilmente araba. Sarbast Mohammed, esponente del Kurdistan Democratic Party (KDP) in Grecia, ha confermato che non ci sarebbero morti e che le vittime proverrebbero dalle città di Afrin, Kobani e Sulaimani. In totale, nelle ultime settimane, ben 72 persone sarebbero state vittime di episodi di violenza.

Condizioni disumane. Attualmente sull’isola di Lesbo, secondo l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), ci sarebbero 4.521 profughi, in gran parte trattenuti nell’hotspot di Moria, ovvero un centro d’identificazione e registrazione per i migranti irregolari. Qui vivono, in condizioni igienico-sanitarie più che precarie, quelli arrivati dopo l’entrata in vigore dell’accordo tra Unione europea e Turchia nel marzo del 2016. Da qualche settimana gli arrivi dal Paese di Erdogan sono aumentati, e i minori non accompagnati sarebbero 45.

Bloccati per mesi. Le persone arrivano a Moira pensando che prenderanno un aereo o un traghetto per raggiungere le famiglie in qualche altro Paese europeo ma poi finiscono per restare bloccate per mesi, aspettando che la propria domanda di asilo, di ricollocamento (relocation) o di ricongiungimento familiare venga valutata dalle autorità. "Più di seimila stipati in tende e container dove dovrebbero starcene 3 mila. Il mare di Lesbo è sempre stupendo, ma vi assicuro che visto da qui ha perso completamente di importanza per me. O meglio: è diventato un mare nero", si legge nel reportage di Allegra Salvini per Repubblica Firenze.

Gli effetti della "politica di contenimento". Il divieto per i richiedenti asilo di viaggiare fuori dai cinque grandi CIE a cielo aperto del mar Egeo (Lesbo, Chio, Samo, Leros e Kos), frutto della controversa "politica di contenimento" dell'Unione Europea, sta insomma creando tensioni crescenti. Distribuite su una collina, le tende a forma di scatola di scarpe sembrano porre la stessa domanda: quando finirà?


Sara Ficocelli