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lunedì 18 novembre 2019

Milano - 19 novembre 2019 - I Rom di via Rubattino 10 anni dopo - Un'Integrazione possibile

Comunità di Sant’Egidio - Milano


COMUNICATO STAMPA

A 10 anni dallo sgombero della baraccopoli di via Rubattino: 73 famiglie rom in casa, donne e uomini lavorano, ragazzi alle superiori
La Comunità di Sant'Egidio fa il punto sulle storie dei rom sgomberati dieci anni fa a Milano: uno dei più significativi percorsi di integrazione di famiglie rom in Italia

Il 19 novembre 2009, 400 rom romeni venivano sgomberati dalla baraccopoli di via Rubattino a Milano. In un clima ostile e di "caccia all'uomo", diversi bambini arrivarono ad essere sgomberati 20 volte in un anno, costretti a cambiare 8 scuole in tre anni. La Comunità di Sant'Egidio, insieme a tanti cittadini della zona ("Mamme e maestre di Rubattino"), reagì con azioni solidali, come le insegnanti che ospitarono gli alunni sgomberati.
Il 19 novembre 2019, la quasi totalità di quelle persone (73 famiglie) vive in casa, è finito il tempo delle baracche e dei topi; in ogni nucleo almeno un adulto lavora; il 100% dei minori frequenta le scuole dell'infanzia, primarie e medie, molti ragazzi studiano alle superiori e fanno volontariato.
Alla vigilia della Giornata dei diritti dell'infanzia, la Comunità di Sant’Egidio invita alla serata "I Rom di Via Rubattino 10 anni dopo. Immagini, video e racconti di un'integrazione possibile" (19 novembre, ore 20.30, CAM Garibaldi, Corso Garibaldi 27).

Persone rom porteranno la loro testimonianza, interverranno l'Assessore alle Politiche sociali del Comune di Milano Gabriele Rabaiotti, il direttore di Avvenire Marco Tarquinio e Milena Santerini dell'Università Cattolica e Comunità di Sant'Egidio; coordinano Stefano Pasta, Assunta Vincenti, Flaviana Robbiati e Elisa Giunipero. Sarà proiettato il video "Mi sembra che è un sogno".

La vicenda dei rom di Rubattino rappresenta uno dei maggiori casi di superamento della baraccopoli e di accesso alla casa, tra i più significativi percorsi di integrazione di famiglie rom in Italia. E' stato realizzato interamente da persone che hanno operato a titolo gratuito e volontario (gli operatori della Comunità di Sant'Egidio e i tanti cittadini che si sono uniti in questa catena di solidarietà).

Spiega la Comunità di Sant'Egidio, che in questi anni ha coordinato le azioni solidali di tanti milanesi: "Dieci anni di amicizia ci dicono che tanti muri sono stati abbattuti, tante cose che ritenevamo impossibili sono diventate la normalità: è normale che un ragazzo finisca le medie e si iscriva alle superiori, è normale che due amici rom e non rom escano insieme a Milano che è la città di entrambi, è normale che un anziano milanese sia accudito da una donna rom. E' diventato normale che persone tanto diverse si sentano parte della stessa famiglia. E' stata un'amicizia che ha chiesto di cambiare a tutti, ai rom e ai non rom".

E ancora: "Nel 2009 attorno a famiglie e persone rom ci siamo legati e, negli anni successivi, abbiamo legato altri, mostrando come la solidarietà possa essere contagiosa. La vicenda di via Rubattino sconfigge la rassegnazione e ci insegna che è più bello per tutti - rom e non rom - vivere gli uni insieme agli altri e non gli uni contro gli altri".

Per informazioni:
Comunità di Sant’Egidio – Milano              santegidio.milano@gmail.com
Stefano Pasta, cell. 338.7336925               web www.santegidio.org

lunedì 4 novembre 2019

Amnesty - Onu, sotto la lente i diritti umani in Italia. Le preoccupazioni: criminalizzazione solidarietà, razzismo, xenofobia, migranti, rifugiati, rom, tortura

Amnesty International
Lunedì 4 novembre inizierà presso il Consiglio Onu dei diritti umani l’Esame periodico universale dell’Italia.



L’Esame è un importante meccanismo di valutazione della situazione dei diritti umani, attraverso interrogazioni e raccomandazioni da stato a stato.


Secondo Amnesty International, che ha sottoposto un suo documento di analisi al Consiglio Onu dei diritti umani, la situazione dei diritti umani è peggiorata rispetto all’ultimo Esame del 2014 e, soprattutto nell’ultimo anno, l’approccio delle autorità italiane nei confronti dei meccanismi di monitoraggio internazionali si è fatto teso.
Nel 2014 l’Italia aveva ricevuto 186 raccomandazioni. Ne ha accettate 176, riguardanti soprattutto la ratifica dei trattati; la creazione di un’autorità nazionale per i diritti umani; la lotta contro la discriminazione, il razzismo e la xenofobia; il contrasto alla violenza contro le donne; la difesa dei diritti dei rom e la tutela dei diritti dei migranti e dei richiedenti asilo.

Amnesty International ritiene che l‘attuazione da parte dell’Italia delle raccomandazioni da essa accettate sia stata ampiamente insufficiente nel periodo in esame, nonostante i progressi compiuti in alcuni settori.

Il documento inviato da Amnesty International al Consiglio Onu dei diritti umani passa in rassegna gli aspetti più critici in Italia: criminalizzazione della solidarietà, violazioni dei diritti dei rifugiati e dei migranti, anche nel contesto della cooperazione con la Libia, debolezze della legislazione in materia di tortura, operato delle forze di polizia e discriminazione nei confronti dei rom in materia di alloggio adeguato.

giovedì 9 maggio 2019

Papa Francesco a 500 rom in udienza: "Delinquente è chi crea la vendetta. Il cittadino di seconda classe è chi scarta gli altri"

La Repubblica
Il Papa abbraccia idealmente i rom che sono arrivati in udienza a San Pietro, ribadendo gli ideali della fratellanza. 


"E' vero, ci sono cittadini di seconda classe, ma i veri cittadini di seconda classe sono quelli che scartano la gente, perché non sanno abbracciare, sempre con gli aggettivi in bocca, e scartano, vivono scartando, con la scopa in mano buttano fuori gli altri". 
Lo ha affermato papa Francesco durante l'incontro di preghiera in Vaticano con 500 rom e sinti. "Invece la vera strada è quella della fratellanza - ha aggiunto il Pontefice - con la porta aperta".

Francesco ha continuato: 
"Lasciarsi dietro il rancore. Il rancore ammala tutto, ammala la famiglia. Ti porta alla vendetta, ma la vendetta io credo che non l'abbiate inventata voi. In Italia ci sono organizzazioni che sono maestre di vendetta, voi mi capite bene. Un gruppo di gente che è capace di creare la vendetta, di vivere l'omertà: questo è un gruppo di gente delinquente, non gente che vuole lavorare"

Roma - Famiglia rom minacciata a Casal Bruciato dai fascisti, la Raggi li difende e ci mette la faccia, Di Maio la lascia sola

Blog Diritti Umani - Human Rights
Roma. Casal Bruciato. Vergognosa provocazione dei neofascisti contro una famiglia rom, legittima assegnataria di un’abitazione con insulti e minacce sessiste e xenofobe. La sindaca Raggi li difende ma Di Maio parla come Salvini …
Urla, insulti sessisti e una contestazione feroce. Virginia Raggi decide di metterci la faccia, a Casal Bruciato, dove da ormai tre giorni una famiglia rom vive da reclusa dopo l’assegnazione di una casa popolare, e trova ad attenderla un clima caldissimo.

La presenza della sindaca agita ancora di più gli animi di chi, a partire da Casapound, guida la protesta. Raggi è costretta a lasciare il quartiere scortata dalla polizia, non prima però di aver ribadito la sua posizione: “Questa famiglia risulta legittima assegnataria di un alloggio e la legge si rispetta. Siamo andati a conoscerli e sono terrorizzati.

Abbiamo anche fatto conoscere la famiglia ad alcuni condomini del palazzo. Chi insulta i bambini e dice di voler stuprare le donne si faccia un’esame di coscienza”, dice a chiare lettere.

Il gesto di coraggio della prima cittadina non trova però l’appoggio di Luigi Di Maio. Fonti del Movimento 5 Stelle infatti fanno filtrare l’irritazione del capo politico per la scelta di Raggi, giudicata inopportuna tanto nei tempi quanto nei modi. Di diverso parere invece gli esponenti capitolini del M5S che la difendono a spada tratta: “Quello che sta succedendo a Casal Bruciato è inaccettabile. Ed è vergognoso che dei bambini non possano andare a scuola perché hanno paura di uscire di casa. Tutto questo deve finire. Roma non è razzista”, dichiarano. 

La sindaca incassa anche la solidarietà del presidente della commissione Antimafia, il grillino Nicola Morra, e pure quella del Pd in un asse inedito con Nicola Zingaretti. “Raggi ha avuto coraggio e voglio esprimerle la mia solidarietà”, il pensiero del segretario dem. Anche il direttore della Caritas romana e il vescovo ausiliario di Roma, Gianpiero Palmieri, hanno voluto fare visita alla famiglia rom, di origine bosniaca ma cittadini italiani, composta da padre, madre e 12 figli.

Fonte: Jobsnews

lunedì 8 aprile 2019

8 Aprile - Giornata dei Rom: “Auguri a tutti i Rom, Sinti e popolazioni romanì, contro ogni discriminazione e razzismo"

santegidio.org
Parole e comportamenti razzisti fanno male a tutti. L'integrazione dei Rom è possibile, ed è un vantaggio per la società


In occasione del Romanò Dives, la giornata internazionale dei Rom, che si celebra l’8 aprile, la Comunità di Sant’Egidio rivolge gli auguri a tutti i Rom, Sinti e alle popolazioni romanì che si identificano con questo nome. Invitando a ricordare una storia segnata da persecuzioni e sofferenze - come il Porrajmos, lo sterminio durante la seconda guerra mondiale - occorre condannare con fermezza parole e comportamenti discriminatori, razzisti e violenti, come accaduto recentemente a Torre Maura, un quartiere di Roma, quando si è impedito a poche decine di persone - quasi per la metà bambini - perfino di mangiare, arrivando al vergognoso gesto di calpestare il cibo. 

Sono gesti che fanno male a tutti e disonorano la città, senza risolvere o, meglio, aggravando i problemi esistenti in periferie abbandonate ormai da tempo da istituzioni e forze politiche.

Non bisogna abituarsi ad un linguaggio aggressivo che offre un'immagine distorta della realtà, ma al contrario occorre valorizzare tanti esempi di inclusione sociale, molto più diffusa nel nostro Paese di quanto si pensi. L'impegno di Sant'Egidio per favorire l'inserimento scolastico dei Rom, anche attraverso le Scuole della Pace (luoghi in cui i più piccoli apprendono a vivere insieme nel rifiuto di ogni violenza), la formazione e l'inserimento nel mondo del lavoro, incontra quotidianamente l'atteggiamento positivo e costruttivo di tanta parte - associazioni, istituzioni, famiglie - della società italiana.

Non sono pochi infatti i nuclei familiari che in diverse città vivono in case e non sono pochi i Rom che lavorano, contribuendo al benessere della società. Esempi positivi di integrazione non mancano pure in numerose scuole, grazie al lavoro silenzioso e tenace di maestri e insegnanti, a cui le istituzioni sono chiamate ad assicurare maggiore continuità, evitando gli sgomberi che interrompono il percorso scolastico di bambini e ragazzi e vanificano, di fatto, gli sforzi dei loro educatori. A ciò si aggiunga che gran parte dei Rom, non più nomadi da anni, sono cittadini italiani.

Auspichiamo dunque che la Giornata Internazionale dedicata al popolo Rom sia occasione per prendere le distanze da un linguaggio e da pratiche che tendono ad allargare le distanze e i pregiudizi e per intraprendere con coraggio iniziative volte a favorire la piena integrazione nel tessuto sociale del nostro Paese, certi che da questo trarranno beneficio tutti gli italiani.

venerdì 5 aprile 2019

Porrajmos - Quando Himmler ordinò lo sterminio di 500.000 zingari.

Globalist
Porrajmos significa 'grande divoramento': 500 mila rom sono stati sterminati dai nazisti.
Il capo delle SS, Heinrich Himmler, il 15 novembre del 1943 ordina che gli zingari vengano messi "allo stesso livello degli ebrei e posti nei campi di concentramento.


La Germania nazista si connota per il suo manifesto antisemitismo, che si concluderà tragicamente con lo sterminio di oltre sei milioni di ebrei: la Shoah. Con loro furono perseguitate altre minoranze: oppositori politici, pericolosi delinquenti, omosessuali, fondamentalisti cristiani e gli zingari. Bisogna precisare che il termine zingaro è dispregiativo e cancella il vero significato del nome rom che significa “uomo”.
Tutti conoscono la parola Shoah nessuno Porrajmos, il grande divoramento: lo sterminio degli zingari. La stima è di 500.000 uccisi dai nazisti. 
Una popolazione pari agli abitanti di Firenze ma che non compare in nessun libro di storia, come il genocidio degli armeni all’inizio del ‘900. «Migliaia di donne, uomini e bambini», ha detto Papa Benedetto XVI, durante l’udienza riservata alle etnie rom, nel 2011, «sono stati barbaramente uccisi nei campi di sterminio. È stato – come dite voi – il Porrajmos, il “Grande Divoramento”, un dramma ancora poco riconosciuto e di cui si misurano a fatica le proporzioni, ma che le vostre famiglie portano impresso nel cuore».

La Germania di Hitler aveva ereditato e rilanciato un’intolleranza verso gli zingari di antichissima data e diffusa tra la popolazione. Furono sottoposti a leggi speciali e durissime, motivate con la necessità di prevenire e reprimere la criminalità e la delinquenza sociale. 

Nel 1899 a Monaco di Baviera fu istituita la Zingeunerpolizeistelle, cioè un apposito ufficio di polizia con compiti specifici di controllo degli zingari, ribattezzato nel 1926 in "Ufficio Centrale per la lotta alla piaga gitana".
In Italia le leggi razziali del 1938 non colpirono solo gli ebrei ma anche la comunità zingara. Su questo versante il silenzio storico è assordante. I rom internati furono circa 25.000, gli ebrei 7.000. L’internamento dei rom e sinti in Italia obbediva agli ordini emanati l’11 settembre 1940 dal capo della polizia Arturo Bocchini.
Le cifre, e l’estensione geografica della deportazione e persecuzione zingara sono impressionanti: Romania 300.000; Russia 200.000; Ungheria 100.000; Slovacchia 80.000; Serbia 60.000; Polonia 50.000; Francia 40.000; Croazia 28.500; Italia 25.000; Germania 20.000; Boemia 13.000; Austria 6.500; Lettonia 5.000; Estonia e Lituania 1.000 1.000; Belgio e Olanda 500; Lussemburgo 200.

Dal 1933, data dell’ascesa al potere del nazismo, il regime sviluppò una politica repressiva contro gli zingari in tre direzioni ascendenti: 1933–1937, si intensificarono le misure vessatorie e di controllo; 1937–1940, si svilupparono rigorosi controlli contro la delinquenza, il vagabondaggio e l’asocialità; infine, 1940–1943, si estesero le leggi razziali anche verso gli zingari.

Il 16 dicembre 1942 Himmler firmò l'ordine di internare gli zingari ad Auschwitz, insieme alle prostitute. Tutti avrebbero avuto sul petto un triangolo nero e una Z cucita sul vestito. Nel processo di Norimberga Gerrit H. Nales, un olandese internato nel campo di Natzweiller disse: «Siamo stati testimoni del loro arrivo al campo di Natzweiller in condizioni spaventose, durante una tempesta di neve. Malmenati dalle SS, battevano i denti per il freddo, vestiti com’erano soltanto di una giacca a righe di stoffa autarchica. Avevano viaggiato per parecchi giorni soffrendo il freddo e la fame». La notte del 2 agosto 1944, un delirante comunicato di Hitler ordinò l'immediata eliminazione di tutti gli zingari.

giovedì 4 aprile 2019

Torre Maura - 15enne contrasta Casapound: "siete qui solo per raccattare voti, io so di Torre Maura, voi di dove siete? Odiate solo le minoranze, nessuno deve essere lasciato indietro"

Globalist
Simone ha solo 15 anni ma ha avuto il coraggio di andare controcorrente e di attaccare Casapound: "siete qui solo per raccattare voti, io so di Torre Maura, voi di dove siete?".

Gli si crea subito una folla intorno, ma lui non si fa intimidire. Nella voce, che trema appena, c'è la consapevolezza di stare andando controcorrente, una corrente fascista e carica di odio che non lo attacca subito forse solo perché stupito della sua giovane età, e del suo coraggio.

Simone ha solo 15 anni e davanti a lui ci sono gli esponenti di Casapound. Siamo a Torre Maura, da ieri sera un campo di battaglia per l'arrivo di 70 famiglie rom ospitati dal centro di accoglienza di via dei Codirossoni. 

Casapound è arrivata quasi subito, cavalcando la protesta, alzando cori razzisti e aizzando le persone a dire bestialità come "bruciateli vivi". Bruciare vive quelle famiglie, quei bambini, chiamati 'scimmie' e prese a sassate e sputi. Scene da Medioevo.

Simone ha solo 15 anni, ma il cuore e il cervello maturi al punto da capire dove sta la verità: "questa gente è trattata come merce, nessuno deve essere lasciato indietro".
"È sempre la stessa cosa, quando ti svaligia casa un rom tutti dobbiamo andargli contro, se lo fa un italiano allora stiamo tutti zitti. Si va sempre contro la minoranza, a me non mi sta bene".
Casapound gli risponde, cerca di sminuirlo: "sei uno su cento, solo tu pensi queste cose".
"Almeno io penso" risponde Simone, "almeno io non mi faccio spingere dalle cose vostre per raccattare voti". "E perché" lo aggredisce Casapound, "quelli della tua fazione politica non ci vengono qui?". 
"Io non ne ho fazione politica, io so de Torre Maura, tu di dove sei?" attacca Simone, che inizia a scaldarsi, prima che una donna lo tiri via, attaccando i giornalisti: "non potete riprenderlo, è minorenne".

No alla violenza di Torre Maura, risolviamo in altro modo i problemi delle periferie

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Non si può giustificare l'assedio di Torre Maura contro 77 persone, di cui 33 bambini nati e cresciuti a Roma. Persone che non arrivavano certo dalla luna, ma da una struttura a soli 3 km da lì. Sono rom, vero. E allora? Prima di ogni altra cosa sono persone, uomini, donne, bambini (tanti).


"Ma i cittadini delle periferie sono esasperati". Vero (tralasciando il fatto che a Roma siamo un po' tutti esasperati). Ma sono davvero quelle 77 persone il problema delle periferie (e di Torre Maura)? I cittadini delle periferie hanno tanti problemi. Vero.


La mancanza di lavoro; la carenza di infrastrutture; la diffusione massiccia della droga; l'evasione scolastica che condanna le nuove generazioni all'irrilevanza; la poca sicurezza; la scarsa coesione sociale; il dramma della solitudine; la crescente marginalità.

Problemi seri, profondi, diffusi. Ma dinanzi a questi problemi (grandi) ritengo che sia necessario cambiare paradigma: se questo stato di cose produce voglia di mobilitazione, andiamo tutti con i cittadini di Torre Maura (e di qualunque periferia) a manifestare nelle sedi necessarie per chiedere e ottenere diritti per tutti.

Non sarà certo l'assedio a 77 persone, né tanto meno sdoganare metodi violenti e razzisti di gruppi neofascisti, conditi dal gesto vergognoso di calpestare il cibo, a migliorare la vita dei cittadini delle periferie. Renderà solo la nostra città più barbara e violenta.

Proviamo a immedesimarci con uno dei 77, proviamo a immaginare un vostro figlio asserragliato in un palazzo con intorno cassonetti e auto dati alle fiamme, senza poter mangiare. I rom non sono "altri" da noi. Come non lo sono gli anziani, i bambini e tutti gli altri abitanti della nostra città, anche se in condizione sociale, economica, di salute o cittadinanza diversa da noi.

A Roma ci sono 12mila famiglie in lista per le case popolari, circa 7/8 mila persone in occupazioni, 6mila nei campi rom, 3mila senzatetto, 3mila in emergenza abitativa; senza parlare di chi è in sofferenza abitativa: sotto sfratto, ospite, fuori sede. Una città nella città.

Ripartiamo dalla tutela dei diritti. Perché lo stato delle periferie dimostra che dire "a lui no, a me sì", non aggiunge niente a me e provoca solo il regresso dei diritti di tutti.

Paolo Ciani

mercoledì 20 marzo 2019

Condizioni abitative dei Rom in Italia: presentato un ricorso al Comitato europeo dei diritti sociali

Amnesty Italia
Sgomberi forzati, uso di campi segregati con condizioni abitative al di sotto degli standard e mancato accesso all’edilizia sociale: sono questi i principali punti sulla base dei quali abbiamo presentato il nostro primo ricorso al Comitato dei diritti sociali del Consiglio d’Europa.


“È uno scandalo che in una delle maggiori economie europee del 21° secolo alcune delle persone e famiglie più vulnerabili continuino a vivere in condizioni agghiaccianti e a subire un’endemica discriminazione”, ha dichiarato in una nota ufficiale Lucy Claridge, direttrice dei Contenziosi strategici di Amnesty International.

Il nostro ricorso mette insieme anni di documentazione di violazioni diffuse e sistemiche della Carta sociale europea e di altri trattati internazionali e regionali vincolanti per l’Italia e mostra come, nonostante iniziative come la strategia nazionale d’integrazione adottata nel 2012, la realtà per i rom resta quella di discriminazione ed esclusione sociale.

“Amnesty International ha documentato numerosi casi di sgomberi forzati, nonostante siano assolutamente proibiti dal diritto internazionale, così come di famiglie che vivono in condizioni terribili e segregate dal resto della popolazione. Dopo il recente sgombero del Camping River di Roma, eseguito nel luglio 2018 col pieno appoggio del ministro dell’Interno e che ha lasciato decine di persone senza un tetto, siamo preoccupati per la determinazione dell’attuale governo a smantellare i campi rom senza fornire alcuna opzione abitativa alternativa adeguata“, ha proseguito Claridge.

Le condizioni abitative inadeguate in cui si trovano migliaia di rom comprendono l’assenza di infrastrutture e servizi di base come l’accesso all’acqua e ai servizi igienico-sanitari, riscaldamento ed energia elettrica. Prive di un titolo di possesso dell’alloggio, persino nei campi autorizzati, queste persone restano a rischio di sgomberi forzati, frequentemente eseguiti.

Le autorità locali continuano a perpetuare la segregazione trasferendo i rom in altri campi, spesso considerati come l’unica soluzione abitativa per famiglie rom che non sono in grado di mantenersi autonomamente. Questa situazione è esacerbata dalla loro esclusione di fatto dall’accesso all’edilizia sociale in molte città.

“Le prove presentate al Comitato dei diritti sociali dimostrano che siamo di fronte a un problema che non solo dura da tempo ma che le autorità italiane non intendono affrontare, nonostante i loro obblighi di diritto internazionale“, ha proseguito Claridge.

Sulla base di denunce simili già due volte, tra cui nel 2010, ai tempi della cosiddetta “emergenza nomadi” proclamata dall’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, il Comitato aveva stabilito che l’Italia aveva violato gli obblighi previsti dalla Carta sociale europea.

Come dimostra il nostro ricorso, i rom sono stati abbandonati da un governo dopo l’altro e il loro futuro si presenta tetro anche sotto l’attuale amministrazione”, ha commentato Claridge.

Secondo studi recenti, in Italia circa 26.000 rom vivono in campi e insediamenti, sia informali che allestiti dalle autorità, così come in centri segregati dove sono a continuo rischio di subire sgomberi forzati. La continua assenza di dati relativi alla composizione e ai bisogni della popolazione rom in Italia è stata ripetutamente criticata da organismi internazionali per i diritti umani, da ultimo nel 2017 da parte del Comitato delle Nazioni Unite sull’eliminazione della discriminazione razziale.

Gli esperti delle Nazioni Unite hanno recentemente criticato l’Italia perché alimenta intolleranza, razzismo e xenofobia. La pressione internazionale rimane fondamentale per dare voce alla disperazione di queste famiglie e delle singole persone marginalizzate. Ci auguriamo che il Comitato dei diritti sociali esprima una netta condanna nei confronti dell’Italia per non essere venuta incontro ai bisogni della comunità rom. Nel ricorso abbiamo suggerito quali provvedimenti l’Italia dovrebbe prendere: tra questi, il divieto di sgomberi forzati sia nella legge che nella prassi, l’offerta di alternative adeguate alle persone segregate nei campi, la revisione del sistema dell’edilizia sociale per eliminare le norme discriminatorie e l’aumento dell’offerta di case popolari disponibili secondo gli attuali bisogni”, ha concluso Claridge.

domenica 10 marzo 2019

Cittadinanza italiana a Pamela, giovane artista disabile, rom con genitori serbi. La vittoria di una battaglia per i diritti civili.

santegidio.org
Ha esposto le sue opere al Vittoriano, il monumento che celebra lo Stato Italiano, eppure rischiava di "non esistere", proprio in quello Stato dove è nata ed ha sempre vissuto. Invece dal 28 febbraio, superato un complesso iter burocratico, l'Italia ha una cittadina in più e Pamela, questo il suo nome, ne acquisisce giustamente i diritti.



Pamela è una giovane con la sindrome di Down, nata a Roma da genitori rom provenienti dalla Serbia. Da quando è bambina, nonostante viva in un campo in condizioni precarie, ha potuto frequentare regolarmente le scuole grazie al programma di Borse di Studio "Diritto alla Scuola Diritto al Futuro" realizzato dalla Comunità di Sant’Egidio per favorire l'inclusione scolastica dei rom. Quando è diventata un po' più grande, ha iniziato a partecipare con entusiasmo anche al Laboratorio d’arte degli Amici di Centocelle.

Non essendo stata registrata in Serbia - dove peraltro non è mai stata - non aveva alcuna cittadinanza. Una condizione che, al raggiungimento della maggiore età, l'avrebbe fatta entrare in una condizione di irregolarità e di privazione di qualunque diritto. Tanto più grave per una persona con una disabilità. 


Ma la regolare frequenza a scuola è stata determinante per completare l'iter burocratico e ottenere la cittadinanza italiana: un traguardo per Pamela, i suoi amici, la sua famiglia e una tappa importante di una bella storia di inclusione e di riconoscimento dei diritti civili.

lunedì 4 marzo 2019

CIR: Con il Decreto Sicurezza "Fino a 15mila rom sono a rischio apolidia" Saranno bloccati, senza documenti, in un limbo per anni"

In Terris
Tra le 3.000 e le 15.000 persone appartenenti alla comunità Rom italiane sono a rischio apolidia. Lo evidenzia il Consiglio Italiano per i Rifugiati (Cir). Gli apolidi sono soggetti privi di qualunque cittadinanza. L'ordinamento italiano prevede all'articolo 22 cost. che il cittadino italiano non possa essere privato della cittadinanza per nessuna ragione.

Il report
Il nuovo "country profile" pubblicato oggi sullo Statelessness Index (a cura del Cir e dello European Network on Statelessness, Ens) - evidenzia come "non sia stato fatto abbastanza per proteggere i loro diritti. Inoltre - rileva ancora il report - le organizzazioni della società civile sono preoccupate per tutti coloro che hanno già ottenuto la cittadinanza italiana e che, per effetto del cosiddetto Decreto Sicurezza, rischiano di essere rese apolidi a causa delle controverse misure in esso contenute".
"La nuova legge italiana sulle migrazioni - dice Daniela di Rado, co-autrice dell'analisi - non introduce nulla di positivo per quanto riguarda l'apolidia, ma anzi aumenta il tempo per ottenere la cittadinanza fino a 4 anni. Questa misura avrà un impatto diretto sugli apolidi che rimarranno bloccati in un limbo per anni".

Apolidi: i numeri
Secondo gli ultimi dati dell’associazione Opera Nomadi, risalenti però al 2007, i rom, sinti e caminanti in Italia (altrimenti chiamati, in maniera spesso dispregiativa, col termine di zingari) sono circa 140mila. Per altre associazioni, come la Onlus 21 luglio, potrebbero essere anche 180mila. Riprendendo l'analisi fatta da tg24.sky.it, la loro presenza oscilla tra 0,2 e lo 0,3% dell’intera popolazione che vive nel nostro Paese, 60 milioni di abitanti circa. Di questi, circa la metà ha cittadinanza italiana. L’altro 50% è essenzialmente costituito da bulgari, rumeni e originari dell’ex Jugoslavia. 
Tra gli stranieri, il nucleo che risulta essere più cospicuo è quello dei provenienti dall'ex Jugoslavia all’inizio degli anni Novanta: 30mila in tutto, presenti in Italia da almeno tre generazioni. Giuridicamente, è la loro la condizione più problematica. Sono infatti stranieri ma non appartengono più, di fatto, allo Stato di origine, e risultano al tempo stesso esclusi dalle leggi italiani in materia di cittadinanza. Sono di fatto apolidi, ma la domanda per essere riconosciuti come tali non viene accettata dal ministero dell’Interno se il richiedente non esibisce, oltre a ragionevoli prove della sua condizione, anche il permesso di soggiorno e l’iscrizione anagrafica. 

Secondo le stime dell’Opera Nomadi, del 60% della popolazione che ha meno di 18 anni, il 30% ha un'età tra gli 0 e i 5 anni, il 47% ha dai 6 ai 14 e il 23% tra i 15 e i 18.

domenica 3 marzo 2019

Italia - razzismo - Dilaga l’odio contro i rom, l’ultima vittima è un bambino

Il Manifesto
Razzismo. Gli attivisti dalla rete «Kethane - Rom e Sinti per l’Italia» da due giorni animano uno sciopero della fame davanti a Montecitorio per denunciare il crescendo di violenza e ottenere l’attenzione della politica sull'aggressione di un piccolo rom nella metropolitana di Roma. Secondo il Pew Research Center, l’Italia è il primo paese europeo quanto a sentimenti anti-zigani


Snoccioliamo le aggressioni ancora una volta, e ancora una volta osserviamone lo scorrere fra gli altri pensieri come cose di piccolo conto, fatterelli smarriti appena ascoltati, notiziole da non starci troppo su.
Nel primo pomeriggio della settimana scorsa, sulla banchina della stazione centrale di Roma un uomo rincorre un bambino. Lo raggiunge, comincia a inveire contro di lui e a picchiarlo. Intervengono due vigilantes, bloccano l’uomo e gli chiedono conto delle ragioni dell’aggressione.

La sintetica giustificazione formulata a beneficio delle due guardie – «Questo ladro mi ha appena fregato 70 euro» – non impedisce una più distesa ripresa degli insulti verso il bambino: «State sempre qua a rubà», «A voi zingari vi ammazziamo. Tutti, vi ammazziamo». 

I vigilantes prendono in consegna entrambi e li portano nel box della fermata della metropolitana per identificarli e chiamare le forze di polizia. Nel bugigattolo, l’uomo estrae un taglierino, si avvicina alle spalle del bambino e lo ferisce alla testa, riprendendo a urlare, «Voglio ammazzare gli zingari perché mi hanno rotto il cazzo». Le guardie soccorrono la piccola vittima sanguinante, allertano il 118 e la scena si conclude con il bambino trasportato all’ospedale Policlinico, dove gli saranno applicati cinque punti di sutura alla nuca, e l’uomo arrestato e sottoposto a processo per lesioni aggravate, con rito direttissimo.

I pochi altri dati raccolti dai rari articoli di giornale che riprendono la notizia riguardano le età dei due, 11 anni il bambino e 29 l’uomo, la loro residenza, un insediamento vicino a Campo di Carne il primo, San Basilio il secondo, e una additata appartenenza alla comunità rom per il minore. Qualcuno si premura di aggiungere che nelle tasche del bambino non è stata trovata traccia del presunto denaro rubato all’uomo.
In seguito all’episodio, le associazioni di settore, tra cui la 21 Luglio, rilasciano dichiarazioni di condanna e allarme: «quando le vittime sono donne o bambini, vuol dire che l’asticella sta ulteriormente abbassandosi. Deridere un bambino nero in una classe umbra o ferire un suo coetaneo rom in un vagone della metropolitana romana, in Italia, non è più qualcosa di cui vergognarsi». Tra alcuni giornalisti e ricercatori, nel tentativo di comprendere, mappare e arginare il fenomeno, si stilano lunghi elenchi di aggressioni, ordinati secondo le variabili più disparate: dai luoghi alle età delle vittime, dalla loro etnia alle armi usate. Seguiamo i più recenti.

La notte del 2 gennaio, a Lonato, nel bresciano, i caravan di due famiglie di sinti italiani vengono cosparsi di benzina e qualcuno appicca il fuoco. Un quarantenne, svegliato dal fumo, esce dal camper e viene gravemente ferito da colpi di fucile. Nei primi giorni di dicembre, dopo un tentato scippo, una giovane rom che tiene la figlia di tre anni in braccio viene immobilizzata dai vigilantes. Benché la donna sia inerme nel mezzo delle due guardie giurate, un passeggero del vagone la aggredisce, strattonandola via dai suoi custodi per i capelli e sbattendole la testa contro la parete una, due, più volte. Tra gli spettatori, la figlia caduta in terra e una giornalista, che interviene nel tentativo di fermare l’assalitore e viene prima circondata, insultata e minacciata da alcuni altri passeggeri, poi da un branco di profili facebook. A luglio, sempre a Roma, stavolta in strada, un uomo si affaccia dal proprio balcone e spara con una pistola ad aria compressa colpendo una piccola di un anno, in braccio alla madre. La bambina, ferita alla schiena, rimarrà in ospedale per mesi. Ancora una volta è rom.

A confortare l’ipotesi del crimine d’odio di matrice razziale, anche le statistiche stilate dall’autorevole istituto di ricerca Pew Research Center, secondo cui l’Italia è il primo paese europeo quanto a entità dei sentimenti anti-zigani, con l’85% degli interpellati che ha espresso un’opinione indistintamente negativa riguardo ai rom, la minoranza più discriminata d’Europa.

Eppure non sono le cronache, non sono gli studi e le ricerche, non sono i dati a poter comprendere, e quindi interrompere, l’ostilità dell’uno verso l’altro. Un’ostilità che si rivela sempre più spesso e che sempre più spesso passa dalle dichiarazioni ai fatti. Un’ostilità che non smette di vincere. E che incontra la tenacia dei luoghi comuni, dei clichés, delle pseudo-certezze sulle popolazioni rom e sinte, e la conseguente propensione a farne uno spazio di proiezione dei propri fantasmi.

Ma è possibile che quello spazio sia diventato fitto al punto da nascondere che quello aggredito la scorsa settimana era un bambino? Prima che un rom, prima che un ladro, prima che una vittima, un ragazzino

A riconoscerlo come tale, sembra essere solo l’esiguo gruppo di attivisti dalla rete «Kethane – Rom e Sinti per l’Italia» che da due giorni animano uno sciopero della fame davanti a Montecitorio, promosso allo scopo di denunciare il crescendo di violenza e di ottenere l’attenzione della politica sulla vicenda. Ingrossare le loro file è il primo, indispensabile, passo per chiunque continui a credere che la violenza sui bambini è inammissibile in qualsiasi consorzio civile.

Federica Graziani

martedì 25 dicembre 2018

Sant'Egidio, 60mila ai pranzi con poveri. 240mila persone coinvolte complessivamente in tutto il mondo

Ansa
Oltre 240mila persone in 77 Paesi del mondo, 60mila in Italia, hanno partecipato ai Pranzi di Natale con i poveri di Sant'Egidio. 


A partire dalla basilica di Santa Maria in Trastevere, dove questa tradizione è stata avviata nel 1982, "la Comunità - riferiscono gli organizzatori - è riuscita a far sedere tanti, diversi tra loro, alla stessa tavola: dai senza dimora ai rifugiati venuti con i corridoi umanitari in Europa, ai bambini di strada e ai minori in difficoltà delle grandi bidonvilles dell'Africa e dell'America Latina". 

Sono state coinvolte un centinaio di grandi e piccole città italiane tra cui Roma, Napoli, Genova, Messina, Milano, Bari, Firenze, Torino, Novara, Padova, Catania, Palermo, Trieste, Reggio Calabria. "E' un popolo in cui chi aiuta si confonde con chi è aiutato - ha commentato il presidente della Comunità, Marco Impagliazzo -, una grande famiglia in cui c'è posto per tutti. La larga partecipazione dimostra che è possibile rispondere alla cultura della rassegnazione e della chiusura".

martedì 11 settembre 2018

Summer School di Sant'Egidio: i bambini Rom con giovani volontari hanno studiato tutta l'estate, per prepararsi ad andare a scuola.

www.santegidio.org
L'estate di studio con Sant'Egidio e il benvenuto al nuovo anno scolastico insieme alle maestre.

La recita di inizio anno è l’insolita iniziativa che ha coinvolto i bambini della Scuola della pace estiva nota come Summer school per i bambini rom della zona Sud di Roma. Hanno portato in scena uno spettacolo sul rispetto dell’ambiente, ma non è solo questo a commuovere i presenti, tra giovani, maestre e abitanti del quartiere Laurentino a Roma.

«Sono bambini che sono tornati ad essere bambini» afferma Federica Mancinelli di Sant’Egidio. «Hanno imparato a stare insieme, sono molto più sereni e questo è di fondamentale aiuto per affrontare il nuovo anno scolastico, al pari del recupero delle materie che si è fatto. Sono tornati bambini anche agli occhi della gente, anche a partire dai volontari che alla fine hanno voluto trascorrerci intere settimane, andando oltre i turni o l’alternanza scuola lavoro. Alcuni realizzavano la Scuola della Pace da più tempo, altri meno. I bambini hanno espresso un chiaro desiderio di imparare e quindi i tanti giovani delle superiori che hanno aiutato se li sono presi a cuore».

La festa e lo spettacolo chiudono un’estate passata sui libri per i settanta bambini iscritti all’iniziativa della Comunità di Sant’Egidio per la scolarizzazione e l’alfabetizzazione dei bambini rom del campo di Castel Romano, uno dei più grandi in Europa.

La Summer school e il suo spettacolo conclusivo sono la storia di pregiudizi che svaniscono di fronte a una realtà diversa vissuta insieme.

I pregiudizi e la povertà sono tra i fattori che incidono sulla riuscita scolastica dei bambini e la Scuola della pace, anche in questa versione estiva, è l’ambiente in cui le esigenze dei più piccoli non sono affrontate come problemi educativi insormontabili, ma come parte della propria vita. L’iniziativa presta attenzione, ad esempio, ai passaggi da un ciclo scolastico all’altro: in molti quest’anno andranno in prima elementare senza aver frequentato la scuola materna. Sicuramente una situazione di svantaggio, ma in estate i bambini hanno cominciato a imparare le regole della scuola e dello stare insieme, attraverso le attività e l’affetto. 

La risposta è stata del tutto positiva. L’aiuto di volontari di gruppi scout e parrocchie venuti da diverse parti d’Italia ha permesso ai bambini di essere accompagnati individualmente nelle attività, evitando per loro la frustrazione di essere posti di fronte a compiti non adatti per il grado di alfabetizzazione. L’estate di solidarietà ha permesso di continuare questo importante lavoro.
Ogni momento, dallo studio alla recita conclusiva, ha permesso ai bambini di apprendere nuove abilità e di acquisire più fiducia in se stessi, in un ambiente in cui si cresce con l’amicizia. I progressi sono a tutto campo: dalla grafia più ordinata a una migliore predisposizione all’ascolto.

Tanto è ancora da fare per proteggere i bambini e promuoverne l’istruzione. I volontari hanno spesso ascoltato dai bambini parole di paura per il clima ostile e razzista di cui sono anche loro vittime: la sfida parte anche da questo.

Un posto che ha alcuni di loro come alunni è l’Istituto comprensivo “Domenico Bernardini”, che ha ospitato la festa nel suo teatro. La Dirigente scolastica, Daniela Marziali, ha espresso parole di apprezzamento per questo impegno gratuito a favore dei bambini. Insieme a lei hanno preso parte diversi insegnanti del 9° municipio di Roma, nelle cui scuole sono distribuiti gli alunni: alcuni li vedranno a breve sui banchi al loro primissimo giorno di scuola; altri sono loro studenti degli anni successivi; altri ancora andranno alle scuole di grado successivo.

In questo percorso lungo anni, prendersi cura dei bambini più svantaggiati ha significato anche prestare aiuto nell’inserimento scolastico, a partire dalle iscrizioni, prevenendo la dispersione scolastica. La felicità dei bambini nell’essere protagonisti e promotori di messaggi positivi accompagna questo paziente lavoro degli adulti.

Alfabetizzazione e scolarizzazione si confermano con queste storie degli obiettivi concretamente perseguibili, perché in quella percentuale di esclusi che sembra piccola (0,8%) si trova una sfida sociale e culturale che già molti giovani hanno fatto propria. Questo coinvolgimento personale per il bene dei più piccoli ha donato a tutti una nuova prospettiva.

venerdì 10 agosto 2018

Roma - Camping River - Gara di solidarietà per salvare 3 gattini. La mamma è sparita.

Blog Diritti Umani - Human Rights
Mi sembra giusto che questi 3 micetti appena nati possano vivere e trovare una famiglia che li accolga. Ma forse il luogo dove sono stati ritrovati (Il Camping River dove alcuni giorni fa sono stati sgomberati senza alternative adeguate delle famiglie Rom) danno alla notizia che dovrebbe fare intenerire un sapore amaro, pensando ai cuccioli di uomo Rom, che negli scorsi giorni sono stati strappati dalle loro abitazioni, e non potranno riprendere la scuola con i loro compagni e le loro maestre ... forse non hanno trovato la stessa solidarietà e attenzione ...
Ansa
Tre gattini abbandonati al Camping River
La mamma è sparita, in corso tentativo di svezzamento


Hanno cercato la mamma per giorni ma sono appese ad un filo le speranze di sopravvivenza di tre gattini, raccolti da una pattuglia del GPIT ( Gruppo Pronto Intervento Traffico) della Polizia Locale in uno spiazzo vicino al Camping River, sgomberato nei giorni scorsi.
Gli agenti - spiegano in una nota - hanno deciso comunque di tentare il tutto per tutto e, con l'ausilio di volontari dell'Enpa, si stanno prendendo cura e stanno provvedendo allo svezzamento dei micetti, con la speranza che possano superare i primi giorni. Sono intanto arrivate già le prime richieste di adozione, che non potranno essere accettate prima di dieci/quindici giorni.

sabato 28 luglio 2018

Sgombero Camping River: Associazione 21 luglio, “pagina buia per i diritti umani in Italia”

SIR
“L’azione di oggi segna un’altra pagina buia dei diritti umani in Italia una gravissima violazione dei diritti, un gesto scellerato che oltretutto offende in maniera sprezzante l’autorità e le funzioni della Corte europea”


ha commentato così Carlo Stasolla, presidente di Associazione 21 luglio, le operazioni di sgombero forzato del Camping River messe in atto dal Comune di Roma nonostante la decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) di sospendere lo sgombero dell’insediamento rom Camping River fino a domani, sospensione che aveva l’obiettivo di monitorare la situazione del “campo” e garantire che non venissero violati i diritti umani fondamentali delle circa 300 persone rom che risiedono nell’insediamento dal 2005. 

Rappresentanti di Associazione 21 luglio seguono da questa mattina le operazioni e si sono recati sul posto in quanto Osservatori dei diritti umani, ma non è stato consentito loro (né alla stampa) di entrare. Secondo l’associazione “alle famiglie residenti non è stata notificata alcuna proposta scritta di soluzione abitativa alternativa e solo a una ristretta minoranza è stato offerto un alloggio alternativo. Per quanti lo hanno accettato ciò ha comportato la divisione del nucleo famigliare. Un centinaio di persone rimaste escluse si trovano attualmente in prossimità del campo”.

“Un centinaio di uomini, donne e bambini, già in condizioni di estrema fragilità – denuncia Stasolla – saranno esposte a un’ancora maggiore vulnerabilità. Da oggi vivere in Italia, e nella città di Roma, non significa vedersi garantiti i diritti umani fondamentali”. Associazione 21 luglio sta valutando le azioni più opportune per rispondere allo sgombero forzato organizzato in data odierna in deroga alla decisione assunta nei giorni scorsi dalla Corte europea.

venerdì 27 luglio 2018

Gli sgomberi a Roma. La perfidia del male

HuffPost
di Paolo Ciani
Martedì sono state sgomberate dall'ex Fiera di Roma 36 persone. Tra loro 20 minori, 2 disabili adulti, 4 donne incinta. Non è stato uno sgombero improvviso: le famiglie si trovavano lì dal 2012, dove erano state collocate dal Comune di Roma durante "l'emergenza neve", in alcuni container forniti dall'amministrazione comunale unitamente ad alcuni bagni chimici.



Erano state avvertite da tempo dall'amministrazione che avrebbe dovuto restituire l'area libera da "persone e cose". E così si è avviata una fase di interlocuzione: "proviamo a trovare un'area alternativa" si sono sentiti ripetere le persone, "potremmo fare così; a no c'è quest'altra possibilità, vabbè vedremo..."; ma la conclusione di fondo era sempre la stessa: "state tranquilli, nessuno rimarrà per strada".

In realtà volevano solo ottenere che le famiglie lasciassero "docilmente" il luogo dove avevano vissuto – poveramente, ma dignitosamente – negli ultimi sei anni. E questo è avvenuto: nessuna sceneggiata, nessun giornalista, nessun ricorso. Le famiglie che preparano le povere cose e l'ennesimo funzionario del Comune che rassicura: "ora uscite da qui, poi venite in ufficio e troviamo una soluzione; potrebbe essere questa... o forse quest'altra...".

Tutto avviene in tranquillità, le famiglie escono, si recano al Dipartimento Politiche Sociali (sic.!) e dopo rapidi colloqui ne escono con un nulla di fatto: l'unica proposta è quella di dividere le famiglie. Donne e bambini da una parte, uomini dall'altra.

Una proposta che è una non proposta: sarebbe facile dire "da papà" (va molto di moda...) "non lo farei mai"; ma è una proposta stupida perché va contro la ragionevolezza e contro il diritto. E ogni operatore sociale sa, che è una proposta che i Rom non hanno mai accettato: serve solo a poter dire "abbiamo offerto, ma loro non hanno accettato".

Ciò che il Comune ha puntualmente comunicato via agenzia ieri sera. Ma a che servono "buone soluzioni proposte" se non risolvono le cose? Le soluzioni se non risolvono, non sono buone. Nel caso specifico, sono finte. Serve poi a riproporre un classico: "è colpa loro".

Ma le famiglie non si dividono, è sempre stata l'unica loro forza: stare insieme. "Il Comune di Roma non ha strutture di accoglienza per famiglie", mi è stato detto. E allora non sgomberiamole le famiglie! Soprattutto quando non è necessario. La perfidia del male è anche questo: l'inganno, la denigrazione e anche l'umiliazione.
Stanotte infatti quelle persone hanno dormito in strada (e chi sa quanto ancora dovranno dormirci), mentre le loro casette erano chiuse dietro a un cancello incatenato. Perché per restituire l'area "libera da persone e cose" si è partiti dagli esseri umani? Bambini, anziani, una donna con sindrome di down. Perché? Qualcuno oggi o un domani dovrà rispondere.

giovedì 26 luglio 2018

"Ciò che c'è da fare. Rom: parole gravi e fatti necessari" Editoriale di Marco Impagliazzo

Avvenire
Nel discorso pubblico, come in ogni momento della vita, le parole sono importanti. Hanno un valore e un peso. Se si tratta di personaggi pubblici, addirittura figure istituzionali, l’uso delle parole è ancora più delicato perché vengono diffuse, amplificate, giungono alle orecchie di un pubblico vasto. 


Queste parole possono influenzare le opinioni pubbliche e spesso sono dette proprio a questo scopo. Per questo lascia perplessi il linguaggio di un importante ministro della Repubblica a proposito di una minoranza variegata presente in Italia da tempo, quella dei rom (mi si perdoni la semplificazione). Parlare, come ha fatto ieri il ministro Salvini, in sorprendente risposta a un efficace intervento del presidente Mattarella che ricordava le persecuzioni subite da questa minoranza a causa delle leggi razziste del 1938, di «30.000 persone che si ostinano a vivere nell’illegalità » definendoli «sacca parassitaria», suona pregiudiziale verso un’intera comunità, oltre che non corrispondente alla realtà.

Forse ci si è dimenticati che la definizione «parassiti » nella storia del Novecento è stata utilizzata per gli ebrei, quando venivano accusati di praticare l’usura. 

Chi conosce la storia sa che da questa e altre definizioni si è passati a emarginare e poi considerare nemica quella minoranza con le conseguenze tragiche che sappiamo. Fosse soltanto per questo, mentre facciamo memoria degli ottant’anni delle leggi razziste, quest’espressione va bandita quando si parla di persone. 

Il punto è che stiamo parlando di 150mila persone appartenenti a comunità rom, sinte, camminanti e altre denominazioni, di cui per metà cittadini italiani e buona parte di Paesi comunitari come la Romania e la Bulgaria. 

Va ricordato il dato più evidente: si tratta di una popolazione molto giovane. Il 35,7% dei rom in Italia ha meno di 15 anni, mentre i loro coetanei non rom in Europa raggiungono soltanto il 15%. C’è poi un altro dato che ridiscute le categorie vecchie con cui si guarda ai rom considerandoli nomadi: l’80% sono ormai stabili. I rom chiedono stabilità.

La Commissione europea nel 2011 delineò quattro assi portanti della politica del continente sui rom: inserimento nel mondo del lavoro, politica di alloggi, accesso alle cure e all’istruzione. Segnano la strada pero una politica di integrazione che si misura sulla realtà e non guarda gli stereotipi o gli antichi pregiudizi. L’integrazione appare l’unica strada per evitare fenomeni di antigitanismo e combattere l’illegalità nel popolo rom. La prima integrazione deve partire dalla scuola poiché più di un terzo della popolazione rom è in età scolare.

Quindi concordiamo con il ministro che si debba fare di tutto perché i bambini rom frequentino la scuola. Chi scrive è impegnato a far sì che questo processo coinvolga il maggior numero di minori rom. Chi scrive conosce anche le difficoltà legate a questa frequenza quando si vive nei campi, in cui spesso mancano acqua e elettricità, l’immondizia non viene raccolta e per i bambini è difficile lavarsi e presentarsi decentemente ai loro compagni di scuola. Tanto si è fatto in questi ultimi anni per garantire una normale frequenza scolastica, ma la soluzione è nel superamento dei campi. È su questo che si deve misurare la politica nazionale e le politiche comunali.

Dove ci sono problemi d’illegalità li si affronti come prevede la legge, soprattutto quando dell’illegalità sono vittime i minori. Quella rom è una questione di lungo periodo, che la politica nazionale e locale hanno spesso rinviato. Laddove lo si è fatto, la situazione è radicalmente cambiata. Non mancano gli esempi positivi di integrazione in grandi città come Torino e Milano. 

È ora di superare la logica dell’emergenza e dei campi, affrontando da grande Paese europeo un problema che tocca un numero molto limitato di persone. Che sono tutte importanti, come ogni altro cittadino.

Marco Impagliazzo

Roma, il campo Rom di Camping River è stato sgomberato. Salvini e la Raggi ignorano lo stop della Corte Europea per i Diritti Umani

TPI
Il comune ha avviato le operazioni per "motivi sanitari", sebbene la Corte europea avesse intimato lo stop della chiusura della struttura
Il Camping River, campo rom a nord di Roma, è stato sgomberato.




Le operazioni sono iniziate nelle prime ore della mattinata di giovedì 26 luglio quando sul posto, in via della Tenuta Piccirilli in zona Tiberina, sono arrivati agenti della polizia locale e assistenti sociali del comune di Roma, intervenuti per offrire soluzioni alloggiative alternative ai residenti del campo.

Secondo il Campidoglio, sarebbero 43 le famiglie che hanno accettato la presa in carico presso le strutture del circuito di accoglienza proposte da Roma Capitale.

“Altri nuclei familiari, dopo quelli che hanno già accettato negli ultimi mesi, si stanno ora trasferendo presso le strutture di accoglienza di Roma Capitale: continuiamo a mettere a loro disposizione soluzioni che consentono alle famiglie di restare unite”, ha scritto su Facebook la sindaca Virginia Raggi.

“Sempre più persone, inoltre, stanno chiedendo ai nostri operatori informazioni riguardo le misure di inclusione abitativa e lavorativa, e i rientri volontari assistiti nei Paesi di origine. È inaccettabile continuare a finanziare luoghi come questi dove si favorisce la ghettizzazione e, soprattutto, dove le condizioni di vita non tutelano i diritti di bambini, donne e uomini”, ha concluso.

Le operazioni di sgombero sono state avviate nonostante lo stop della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che le aveva bloccate fino a venerdì 27 luglio.

Il Campidoglio, secondo quanto riportato dalle agenzie di stampa, ha proceduto ad avviare la chiusura del campo Rom per motivi igienico-sanitari, le stesse motivazioni citate nell’ordinanza di sgombero firmata la scorsa settimana dalla sindaca.


“Io sapevo che la sospensione dello sgombero era fino a domani e invece non gliene frega niente. Non ce lo aspettavamo, stavamo tutti dentro tranquilli. C’è stata violenza, hanno messo le mani addosso alle donne con spinte e usato lo spray al peperoncino su una signora, mi pare”, ha detto un uomo di 31 anni che vive nel campo.

“C’è gente che è svenuta, le donne strillavano ma non è stata fatta nessuna violenza contro i bambini”, ha aggiunto. “Qualcuno è uscito volontariamente, qualcuno ha accettato le proposte del Comune”, ha spiegato.

Il comandante della Polizia Locale del Campidoglio, Antonio Di Maggio, ha negato che si siano stati episodi di violenza.

“Nessuna violenza. Scherziamo? Non abbiamo allontanato le persone con la forza, utilizzato spray al peperoncino né armi da fuoco né manganelli, che tra l’altro non abbiamo. Abbiamo utilizzato la forza del convincimento a uscire, cosa che le persone hanno fatto”, ha replicato.

Su Twitter il ministro dell’Interno e vicepremier Matteo Salvini ha commentato la situazione scrivendo “Legalità, ordine e rispetto prima di tutto”.

mercoledì 25 luglio 2018

Roma - Camping River, la Corte Europea ferma lo sgombero dei Rom. Salvini: «Ci mancava il buonismo della Corte europea».

Corriere della Sera
Entro le 12 il Comune deve presentare i documenti che dimostrino quali alternative sono state offerte agli abitanti del campo. Dal Campidoglio si dicono sereni, mentre il ministro dell’Interno attacca Strasburgo: «Ci mancava il buonismo della Corte europea».


Sul camping River interviene Strasburgo. La Corte europea dei diritti dell’uomo accoglie il ricorso presentato da tre abitanti e chiede al governo italiano di sospendere fino al 27 luglio le espulsioni (evictions) programmate: per allora è attesa la risposta di Palazzo Chigi sulle soluzioni alternative al campo.


Sarà il Comune, che finora ha gestito l’iter, a produrre la documentazione richiesta entro le 12 di oggi. Ieri scadevano le 48 ore, notificate alle famiglie dall’ordinanza della sindaca, per lasciare l’insediamento sulla Tiberina, ma lo sgombero è slittato: secondo il Campidoglio, per l’aumento di adesioni alle proposte di integrazione, ovvero «la terza via» della giunta M5S. Versione in contrasto con quella dell’associazione «21 luglio», attiva all’interno del campo: «Nei tre casi che abbiamo segnalato alla Corte di Strasburgo, ma non sono gli unici, il Comune non ha offerto alcuna alternativa - insiste il presidente della onlus, Carlo Stasolla - . Ci siamo rivolti all’Europa perché era l’unica strada percorribile in tempi così stretti». Più tardi, mentre consegna alla segreteria di Palazzo Senatorio le 630 firme raccolte tra i cittadini romani contrari allo sgombero, Stasolla picchia duro: «All’incontro di domani (oggi, ndr) con Salvini Raggi voleva portare lo scalpo del camping River, invece si presenterà con una grave sconfitta politica».

Dal Comune ostentano serenità e controbattono: «A tutti è stato proposto di accedere alle misure di inclusione, a chi si è rifiutato di entrare nel circuito di accoglienza dei servizi sociali: stiamo anche offrendo posti che non dividono le famiglie». 

Affermazioni documentabili attraverso i verbali dei colloqui, le registrazioni e i filmati. Se l’Europa si è mossa, però, avrà avuto le sue ragioni. «Stiamo raccogliendo una mole di materiale che testimonia la correttezza del nostro operato - ribadiscono dal dipartimento Politiche sociali - . Lì si sta creando un’emergenza igienico-sanitaria: quella, sì, sarebbe una grave violazione dei diritti umani».

Nel frattempo, dopo la bordata del vice premier sul «casino dei campi rom a Roma», Raggi in vista del colloquio al Viminale (i due dovrebbero incontrarsi all’ora di pranzo)si allinea: «Condivido l’analisi di Salvini. I campi rom sono un caos dal 2008, da quando sostanzialmente esistono in maniera ufficiale, e drenano 25 milioni di euro l’anno. Il nostro obiettivo è chiuderli favorendo l’integrazione. Quindi, diritti e doveri». 

Se non fosse che il segretario federale della Lega lancia un’altra frecciata, stavolta ai giudici di Strasburgo: «Ci mancava il buonismo della Corte europea per i diritti dei rom», è il tweet polemico che la prima cittadina non raccoglie. Al tavolo con il ministro dell’Interno la sindaca non si soffermerà soltanto sul problema dei campi nomadi: «Uno dei primi temi che affronterò è quello della carta di identità elettronica, che di fatto è gestita dal ministero, le cui procedure però si svolgono all’interno dell’Anagrafe del Comune: ci sono problemi di dialogo tra software e questo sta creando parecchie file». 

Si parlerà anche di migranti «fantasma» e roghi tossici, argomento che offre a Raggi l’assist per rilanciare: «Sono ormai due anni che chiedo al governo di darci supporto e continuerò a chiedere il superamento dei limiti alle assunzioni per la polizia locale, che è in gravissimo sotto organico». Dopo il rapporto conflittuale con il precedente esecutivo a guida Pd, adesso la sindaca confida di trovare sponda nell’interlocutore leghista alleato dei Cinque stelle a Palazzo Chigi. 

E mentre infuria il dibattito sul camping River, la Comunità di Sant’Egidio denuncia lo sgombero di otto famiglie dall’ex Fiera di Roma (tra loro 20 minori, due disabili e quattro donne incinte). Replicano dal Comune: «La Sala operativa sociale ha proposto assistenza a tutti i nuclei familiari, ma le proposte sono state tutte rifiutate».