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martedì 1 giugno 2021

Migranti - Il suicidio di Moussa Balde svela le gravi criticità e violazioni dei diritti umani nei Cpr, dove vengono reclusi gli immigrati nell'attesa di espulsione

La Difesa del popolo
La morte del ragazzo nei cosiddetti “ospedaletti” di Torino, riapre il dibattito sui Cpr. Il 4 giugno manifestazione dei giuristi davanti la prefettura. Chiesto un incontro urgente con Lamorgese e Cartabia per documentare i più gravi episodi verificatisi negli ultimi mesi


Link correlato: Moussa Balde, Guinea, 23 anni - Vittima di grave aggressione da parte 3 uomini a Ventimiglia il 9 maggio, non ha documenti, recluso in isolamento nel Cpr di Torino, si suicida.

Una serie di violazioni, sia dal punto di vista del diritto che da quello sanitario. Un trattamento sbagliato che avrebbe potuto evitare “una tragedia annunciata”. 

Le associazioni di giuristi scenderanno in piazza, davanti alla prefettura di Torino il prossimo 4 giugno per chiedere giustizia sul caso Moussa Balde e riportare l’attenzione sulla situazione dei Cpr in Italia. 
Dopo la morte del ragazzo di 23 anni, originario della Guinea, suicidatosi nel centro per i rimpatri di Torino si è riaperto il dibattito sulla legittimità al trattenimento dei migranti in queste strutture.
Non solo, ma il caso di Balde è ancora tutto da chiarire. Dopo una violenta aggressione in strada da parte di tre italiani era stato condotto negli uffici di polizia di Ventimiglia, perché cittadino straniero irregolare, il 9 maggio scorso. 

Secondo le associazioni promotrici della manifestazione, tra cui Asgi (Associazione studi giuridici sull’immigrazione) “la sua condizione di persona offesa è stata immediatamente dimenticata, a causa dell'irregolarità del suo soggiorno”. 

A Balde, dunque, non sono state fornite informazioni come la facoltà di presentare denunce o querele, il diritto di chiedere di essere informato sullo stato del procedimento, la possibilità di avvalersi dell'assistenza linguistica. 

“Gli è stato di fatto negato il diritto di partecipare al procedimento penale - spiegano -. Moussa Balde aveva anzi riferito di non avere neppure compreso che l'aggressione avesse generato delle indagini, che i suoi aggressori fossero stati identificati, né tantomeno sapeva che c'era un video che aveva ripreso quella aggressione”. Secondo i giuristi, dunque, questo conferma per l'ennesima volta che per lo Stato italiano “la persecuzione degli stranieri privi di un permesso di soggiorno è considerata una priorità assoluta, da esercitare a qualunque costo, anche a scapito di diritti fondamentali”.

L'altra grande questione che la tragedia di Moussa Balde solleva riguarda ciò che accade dentro i Cpr italiani, e dentro il Cpr di Torino in particolare. Secondo quanto ricostruito da Asgi Moussa Balde è stato rinchiuso senza alcuna valutazione preliminare sulla sua idoneità psichica al trattenimento e ciò nonostante le presumibili conseguenze di un'aggressione tanto violenta. 

Appena entrato al Cpr, è stato privato del telefono cellulare ed è stato collocato nei cosiddetti “ospedaletti”, vere e proprie celle di isolamento non previste dalla normativa, separate dalle altre aree, lontane dagli uffici e dall'infermeria, dove è impossibile effettuare un controllo o un’osservazione di chi vi è rinchiuso. 

Luoghi in cui una patologia psichiatrica o una semplice depressione sono destinati ad aggravarsi e dove è purtroppo molto facile, in solitudine, compiere gesti anticonservativi. “Lo stesso Cpr, le medesime camere di isolamento dove, nel luglio del 2019, era morta un’altra persona, Faisal Hussein, affetto probabilmente da problemi psichici e abbandonato per cinque mesi nella segregazione del centro di Torino - spiega l’associazione - 
La vicenda di Moussa Balde ci deve ricordare quali sono le effettive priorità, che i diritti fondamentali non possono essere sacrificati e che non possono esistere luoghi di detenzione privi di regole, dove la vita delle persone è consegnata all'arbitrio”. 
Secondo i giuristi, i Cpr oggi sono strutture in cui le persone trattenute vengono private della loro umanità, parcheggiate e abbandonate, in condizioni peggiori rispetto a quelle esistenti in carcere, proprio per la carenza di regole e di garanzie. “Anche i pochi diritti riconosciuti vengono sistematicamente calpestati da quella stessa pubblica amministrazione che le regole è chiamata a far osservare”. 

Tra le violazioni più diffuse il fatto che la verifica dell'idoneità sanitaria al trattenimento venga fatta da medici interni del Cpr, e non, come previsto dall'articolo 3 del Regolamento Cie emanato dal Ministero dell'Interno il 2.10.2014, da medici esterni della Asl o delle strutture ospedaliere, prima dell'ingresso. Inoltre, il sostegno psichiatrico non è stato garantito dal marzo 2020 al febbraio 2021 e rimane comunque insufficiente e discontinuo. 

Vengono trattenute persone presunte minorenni, in aperto contrasto con la normativa vigente. Sebbene la legge non consenta l’isolamento dei trattenuti, poi, la misura viene abitualmente e arbitrariamente utilizzata, senza obbligo di motivazione né possibilità di impugnazione o riesame. Durante l’isolamento, “i trattenuti vengono ristretti in celle pollaio, che ricevono luce solare per poche ore al giorno solo nel cortile (con visuale oltretutto limitata da una tettoia), senza diritto di uscire né di usare un telefono - spiegano i giuristi -. Vengono utilizzati luoghi di trattenimento non ufficiali (le celle di sicurezza nel seminterrato), nemmeno dichiarati al Garante nazionale e scoperti casualmente da quest’ultimo in occasione della visita del 2.3.2018”.

Nel documento firmato dagli esperti di diritto dell’immigrazione si ricorda che, in spregio al diritto alla libertà di comunicazione con l'esterno sancita dall'articolo 14, comma 2 del Testo Unico sull'Immigrazione e dall'articolo 20, comma 3, del Regolamento di attuazione, “i trattenuti vengono privati del telefono cellulare, così perdendo anche l'accesso ad internet, principale strumento di comunicazione e di informazione; le telefonate possono essere effettuate solo verso l'esterno, a pagamento e con linea fissa, con la conseguenza che, in considerazione dei costi, è estremamente difficile mantenere contatti con i parenti all'estero; i trattenuti non possono ricevere, privati del proprio apparecchio cellulare, chiamate dall'esterno, avendo sempre l'amministrazione rifiutato di fornire le utenze dei telefoni installati nel centro”. 
I colloqui con i familiari e i conoscenti sono sospesi da oltre un anno e non è stato attivato alcun sistema di colloqui in videoconferenza, pur a fronte di trattenimenti che possono protrarsi per diversi mesi; i trattenuti vengono costretti in moduli abitativi sovraffollati, con servizi igienici non separati dai luoghi di pernottamento e privi di porte; infine non sono presenti mediatori culturali di lingue e Paesi rappresentati nel Cpr.
A ciò si aggiunge il tema della competenza a decidere in materia di libertà personale ai giudici di pace, che tale competenza non hanno in alcun altro ambito. Nel report si ricorda in merito il risultato delle ricerche dell’Osservatorio sulla giurisprudenza del giudice di pace in materia di immigrazione (Lexilium), che ha rilevato che il tasso di convalida dei decreti di trattenimento da parte dell’ufficio dei giudici di pace di Torino, nel 2015, è stato del 98% e quello di proroga del 97%, all’esito di udienze che, nella maggioranza dei casi, non hanno superato i 5 minuti di durata.

Il documento si chiude con una serie di richieste: innanzitutto si chiede che siano immediatamente chiuse le strutture illegali di detenzione, come i cosiddetti Ospedaletti e le camere di sicurezza nei sotterranei; che vengano ripristinate le condizioni di legalità del trattenimento e, in particolare, il diritto di comunicazione anche telefonica con il proprio telefono cellulare e la ripresa dei colloqui con i familiari; che particolare attenzione venga posta alla salute dei trattenuti, anche attraverso il previo esame da parte di medici dell'ASL sulla idoneità al trattenimento, e che venga garantita la presenza di psichiatri e psicologi, sia al momento dell'ingresso, sia nel corso del trattenimento; in caso di incapacità a rispettare gli standard minimi sopra illustrati, venga disposta la chiusura della struttura.

Si ribadisce, infine, la necessità di rispettare i principi del processo penale e i diritti delle persone offese, siano essi cittadini italiani o stranieri, indipendentemente dal possesso di un permesso di soggiorno.
Le associazioni chiedono un incontro urgente con il Ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, e con il Ministro della Giustizia, Marta Cartabia, per documentare i più gravi episodi verificatisi negli ultimi mesi all’interno della struttura, culminati nel suicidio di Moussa Balde. 

Oltre ad Asgi la manifestazione e il documento sono promossi da Legal tema Italia, Giuristi democratici, Osservatorio carcere Piemonte e Valle d’Aosta Antigone, ADIF Associazione Diritti e Frontiere A.P.I. onlus e StraLi.

Eleonora Camilli

Fonte: Redattore Sociale 

domenica 26 gennaio 2020

Migranti - Mons. Vincenzo Paglia: "I Cpr vanno superati con l'integrazione, ce lo insegna Papa Francesco"

Il Riformista
L’inferno è lasciare le persone al freddo nel Mediterraneo o abbandonate a loro stesse nei centri di accoglienza, alla mercé della disperazione, della noia, della mancanza di prospettive, delle procedure burocratiche infinite, degli altri immigrati o, peggio, di abusi da parte di chi dovrebbe tutelare e proteggere. 


Le condizioni inumane che a volte si verificano nei Cpr (Centri di Permanenza per il Rimpatrio) non rispettano spesso la dignità della persona. Un paese europeo dalla lunga tradizione civile, giuridica e cristiana può e deve garantire uno standard di trattamento degno del valore di ogni singolo individuo.

La dimensione umana di accoglienza dei più deboli è un principio fondante dell’umanità. Se manca, è una tragedia per tutti. La presenza dei migranti crea problemi da affrontare per cui cercare soluzioni condivise tra tutte le forze politiche italiane ed europee. Siamo tutti europei e l’intero continente non potrà esimersi dal sentire la presenza dei migranti anche come una opportunità, non solo come un problema. È ovvio che non c’è alcuna emergenza, non c’è una invasione, se si ha l’onestà di guardare ai dati effettivi. C’è un allarme sociale creato ad arte, amplificato per fini specifici, che sta trasformando l’Italia e gli italiani in un paese inospitale, un paese che dimentica le radici umane e la grande tradizione umanistica. E dimentica di essere stato a sua volta un popolo di migranti.

Serve chiarezza: come essere umano, come vescovo, come credente, sottolineo che l’emigrazione è un fenomeno universale. Gesù e la sua famiglia sono stati emigranti, gli ebrei erano una popolazione nomade, l’Europa del Medioevo è stata fondata dalle popolazione provenienti dalle steppe asiatiche. Le migrazioni, gli spostamenti dei popoli, sono alla base della civiltà umana, della presenza dell’uomo e della donna sul pianeta.

La politica ha una responsabilità nel costruire e garantire modalità di convivenza uguali per tutti, opportunità per tutti. Un salto in avanti sarebbe avere la legge sullo ius culturae. Nelle vicende come il centro di Gradisca, prima di dire che non devono accadere, dobbiamo essere sicuri che la legalità, il rispetto delle persone, la capacità di accogliere, vengano scolpiti come princìpi indelebili negli operatori e in tutti i cittadini. La sfida portata dalle migrazioni ci fa capire che il mondo è complesso e non si risponde con i muri, con le barriere, con i Cpr ma con rapide procedure di identificazione, inserimento, prospettiva lavorativa e integrazione, rispondendo così alle facili scorciatoie del razzismo, del massimalismo, dell’indifferenza.

Un episodio doloroso come questo di Gradisca deve diventare occasione per riflettere sull’Italia che vogliamo costruire. Siamo un paese nominalmente ancora cattolico, dove tuttavia misericordia e pietà vengono meno. Quando Papa Francescoesorta ad accogliere gli altri, dice che prima di tutto dobbiamo aprire la nostra mentalità, dobbiamo renderci disponibili verso gli altri: non solo i migranti ma tutte le persone vicine a ognuno di noi che con uno sguardo cercano aiuto. La politica dal canto suo ha una forte responsabilità: una vera rivoluzione culturale sarebbe poter realizzare una vera unità su alcuni princìpi – né di destra né di sinistra – ma semplicemente umani: accogliere, prendersi cura, guardarsi negli occhi, ascoltarsi. Nessuno è venuto a «rubare» la mia casa, il mio lavoro, il mio denaro.

E i Centri vanno superati: con l’integrazione, con procedure rapide, efficienti, sicure, si sconfigge la povertà umana ed economica, si danno risposte, si chiude la bocca ai tentativi di sfruttare e strumentalizzare complesse e difficili situazioni. Siamo un grande paese civile. Dobbiamo impegnarci per continuare ad esserlo. Papa Francesco lo ricorda e a noi tocca interrogarci ed impegnarci.

Mons. Vincenzo Paglia

giovedì 23 gennaio 2020

Cpr di Gradisca (Gorizia), muore il migrante georgiano Vakhtang Enukidze - "Si teme un nuovo caso Cucchi" - Espulsi i testimoni ma la Procura a afferma di averli "Ascoltati prima"

La Repubblica
La denuncia degli attivisti sulla vicenda di un georgiano di 38 anni deceduto lo scorso 18 gennaio nel centro vicino a Gorizia: "Testimoni espulsi". La Procura: "Ascoltati prima"
"Picchiato ripetutamente da circa 10 agenti nel Centro di Permanenza per il Rimpatrio di Gradisca d'Isonzo (Gorizia), anche con un colpo d'avambraccio dietro la nuca ed una ginocchiata nella schiena, trascinato per i piedi come un cane. Morto dopo essere stato riportato nel Centro, al termine di una notte d'agonia. Si rischia un nuovo caso Cucchi, una persona morta mentre si trovava in custodia dello Stato. Ora bisogna chiarire". Così il deputato Riccardo Magi (Radicali) che, in una conferenza stampa alla Camera, parla della vicenda di Vakhtang Enukidze, georgiano 38enne deceduto lo scorso 18 gennaio nel centro per il rimpatrio.

Magi il 19 ed il 20 gennaio scorsi ha fatto due visite ispettive nella struttura ed ha parlato con 8-9 testimoni (ospiti del Centro, un operatore ed anche un poliziotto) che hanno dato una "versione concorde" su come sono andate le cose. "Il fatto preoccupante - ha aggiunto il parlamentare - è che alcune delle persone con cui ho parlato, egiziani ospiti della struttura, sono stati nel frattempo espulsi".

La procura di Gorizia ha aperto un'inchiesta a carico di ignoti che al momento ipotizza, in via cautelativa l'omicidio volontario. Il deputato ha riferito ai magistrati quello che ha appreso. Il Procuratore di Gorizia, Massimo Lia, ha precisato all'Ansa che "i testimoni citati dall'onorevole Riccardo Magi sono stati sentiti prima che venissero espulsi". "Appena il collega che segue l'inchiesta ha saputo della presenza di possibili ulteriori testimoni oculari e di compagni di detenzione della vittima - ha aggiunto Lia - si è immediatamente recato nel Centro per sentirli prima che venisse attuata la loro espulsione, cioè l'epilogo atteso per chi è ospitato in quelle strutture. Per questa ragione, la loro ricostruzione dei fatti, sui quali non entrerò per non violare il segreto istruttorio, è stata raccolta dettagliatamente. Si tratta di quattro persone per le quali c'era l'urgenza di verbalizzare le dichiarazioni proprio perché prossimi a un allontanamento dal territorio nazionale che era stato programmato ed era ormai imminente. Quanto hanno riferito è stato puntualmente acquisito agli atti".