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mercoledì 9 ottobre 2019

Strasburgo. La Corte europea dei diritti: l'ergastolo ostativo viola i diritti umani. Unione delle Camere penali: "notizia slplendida"!

Avvenire
L'Italia bocciata definitivamente: dovrà rivedere la legge che nega benefici sulla pena ai condannati per mafia o terrorismo che non collaborano con lo Stato.



Non ci sarà un’ulteriore decisione. All’Italia, la Corte Europea dei diritti dell’uomo chiede di riformare la legge sul cosiddetto "ergastolo ostativo", che impedisce al condannato di usufruire di benefici sulla pena se non collabora con la giustizia.


La Cedu, ieri, ha rifiutato infatti la richiesta di un nuovo giudizio avanzata dal governo italiano dopo la condanna del 13 giugno scorso. Con quella sentenza, che ora diventa definitiva, la Corte di Strasburgo ha stabilito come la norma sull’ergastolo ostativo violi il diritto a non essere sottoposti a trattamenti inumani e degradanti. Ma l’esecutivo e buona parte del Parlamento italiano criticano la decisione e non paiono propensi a modificare la legge, sulla quale comunque entro ottobre è chiamata a pronunciarsi la Corte costituzionale.

Le argomentazioni della Cedu.
In concreto, la Cedu si è pronunciata sul ricorso del detenuto Marcello Viola, all’ergastolo dagli anni ’90 per associazione mafiosa, omicidi plurimi, sequestro di persona e altri reati. Viola (che in carcere ha conseguito due lauree) finora non ha mai collaborato con la giustizia e perciò gli sono stati rifiutati due permessi premio e la libertà condizionale. 

Ma la Corte afferma che lo Stato non può imporre il carcere a vita ai condannati solo sulla base della decisione di non collaborare. I giudici ritengono che «la non collaborazione» non implichi necessariamente che il condannato non si sia pentito dei suoi atti, o che sia ancora in contatto con gruppi criminali o ancora che perciò costituisca un pericolo per la società.
Nell’interpretazione della Corte, la scelta di collaborare con la giustizia non è totalmente libera (come invece ritiene l’esecutivo italiano), ma può dipendere da altri fattori, come il timore di mettere in pericolo la propria vita o quella dei propri cari. Così come, argomenta la Cedu, non è detto che collaborare comporti sempre un pentimento e la fine dei rapporti con altri criminali. Nella sentenza la Corte non dice che Viola debba essere liberato, ma che l’Italia debba cambiare la legge, in modo che la collaborazione non sia l’unico elemento che impedisce di avere sconti di pena.

Il no del Guardasigilli.
Il verdetto di Strasburgo viene accolto da governo e Parlamento con un misto di contrarietà e scetticismo. Se il premier-avvocato Giuseppe Conte non commenta, protestano invece il Guardasigilli Alfonso Bonafede («Non condividiamo nella maniera più assoluta la decisione, ne prendiamo atto e faremo valere in tutte le sedi le ragioni del governo italiano») e il ministro degli Esteri Luigi Di Maio: «Ma stiamo scherzando? Se vai a braccetto con la mafia, se distruggi la vita di intere famiglie, ti fai il carcere secondo certe regole. Nessun beneficio penitenziario, nessuna libertà condizionata. Paghi, punto».

Duri anche i commenti di diversi esponenti di maggioranza e di opposizione: «La sentenza permetterà a tanti altri ergastolani di poter adire le vie legali, ma non c’è solo la questione dei risarcimenti milionari – lamenta il presidente della Commissione Antimafia Nicola Morra (M5s) –. C’è soprattutto l’offesa che è stata fatta alla memoria di Falcone, Borsellino e tante altre vittime della mafia». 

Si dice «preoccupato» anche il senatore Pietro Grasso (Leu), mentre la leader di Fdi Giorgia Meloni ritiene la decisione «scandalosa, è evidente che a Strasburgo non hanno alcuna idea dell’enorme tributo di sangue versato dall’Italia. Il carcere a vita per i mafiosi non si tocca».

I ricorsi alla Consulta.
Secondo i dati dell’associazione "Nessuno Tocchi Caino" (che ritiene la sentenza Cedu una «pietra miliare») attualmente gli ergastolani ostativi sono 1.250, i due terzi dei 1.790 condannati a vita. L’avvocato Antonella Mascia, difensore del detenuto Viola, annuncia l’intenzione di avvalersi subito della pronuncia: «Andremo al Tribunale di sorveglianza dell’Aquila per farla eseguire». 
Esulta pure il presidente dell’Unione Camere penali, Giandomenico Caiazza: «È una notizia splendida, speriamo faccia da apripista alla decisione della Corte costituzionale».
Il 22 ottobre, infatti, la questione sarà sul tavolo della Consulta, investita da alcuni ricorsi. Secondo Valerio Onida, presidente emerito della Corte e componente del collegio difensivo di Viola, l’ergastolo ostativo è «incostituzionale» e, qualora il legislatore non intendesse modificarlo, rischierebbe «nuove condanne». A suo parere, tuttavia, «il problema sarà risolto dalla Corte costituzionale».


Vincenzo R. Spagnolo

venerdì 14 giugno 2019

Carceri. La Corte di Strasburgo condanna l'Italia per l'ergastolo "ostativo". Il "fine pena mai" viola la dignità umana.

Avvenire
Il "fine pena mai" viola la dignità umana in quanto «è inammissibile deprivare una persona delle sue libertà, senza tendere alla sua riabilitazione» e senza offrirgli una speranza.

Le disposizioni che in Italia regolano la pena dell'ergastolo ostativo, più comunemente noto con l'espressione "fine pena mai", violano l'articolo 3 della Convenzione europea sui diritti umani (divieto di trattamenti degradanti e inumani) e il generale rispetto della dignità umana, alla base della Convenzione stessa. 

Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo, nella sentenza sul caso Marcello Viola, condannato all'ergastolo a fine anni '90 per i reati di associazione mafiosa, omicidi e rapimenti e che si è visto respingere le richieste di uscita dal carcere, nonostante l'accertata buona condotta e un cambio positivo della sua personalità.

I giudici, che hanno condannato l'Italia al pagamento di 6mila euro a Viola per i costi legali, hanno stabilito che «è inammissibile deprivare una persona delle sue libertà, senza tendere alla sua riabilitazione e offrirgli la possibilità di riottenere la libertà in futuro».

L'ergastolo ostativo, infatti, prevede tra le altre cose che il condannato non possa ottenere, come gli altri detenuti, nessun sconto di pena e permessi d'uscita, a meno che non collabori con la giustizia. 

Questa scelta, però, - fa notare la Corte di Strasburgo - non è «libera», perché alcuni condannati hanno paura che questo «metta in pericolo la loro vita e quella dei loro familiari»; inoltre, collaborare non implica automaticamente che il condannato «non sia più fedele a valori criminali o abbia tagliato i legami con organizzazioni di tipo mafioso».

sabato 9 settembre 2017

“Carceri sovraffollate e forze dell’ordine violente”. Le accuse di Strasburgo all’Italia

La Stampa
Dopo lo sciopero dei detenuti del carcere di San Vittore a Milano che protestano contro il sovraffollamento, arriva anche la denuncia di Strasburgo. A richiamare l'attenzione sulla questione è il Cpt, comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d'Europa, nel rapporto sulla visita condotta nel 2016, che mette in guardia le autorità anche sui casi di maltrattamenti di arrestati, fermati, detenuti e pazienti psichiatrici da parte di chi li ha in custodia. 

E questi non sono i soli rilievi indicati, soprattutto per quanto concerne questure e stazioni dei Carabinieri visitate: c'è, ad esempio, anche il problema dell'immediato mancato accesso all'avvocato.

Mentre è una situazione luci e ombre quella di carceri ed ex ospedali psichiatrici giudiziari (Otg), ora in gran parte sostituiti dalle residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza (Rems). 

Il Cpt non esprime solo preoccupazioni ma anche pareri favorevoli su alcune misure introdotte, per esempio la riforma sanitaria. Sul sovraffollamento carcerario il Cpt indica che il numero dei detenuti, sceso notevolmente dopo le misure prese dal governo in seguito alla condanna Torreggiani della Corte di Strasburgo, è risalito all'inizio del 2016.

Il comitato contesta la posizione delle autorità italiane secondo cui basta garantire in cella a ogni detenuto 3 metri quadrati, soglia sotto la quale la Corte di Strasburgo riscontrerebbe una violazione per trattamenti inumani e degradanti. 

Nel rapporto ribadisce che il Paese deve invece rispettare gli standard fissati dal comitato: lo spazio vitale, esclusi i sanitari, in cella singola deve essere di 6 metri quadrati e 4 in una cella con più occupanti.
Per quanto riguarda i maltrattamenti, il Cpt, pur denunciando il problema, non lo considera generalizzato. Ad esempio, non ha riscontrato alcun caso di maltrattamento ad Ascoli Piceno. Ma in tutti gli altri visitati (Como, Genova Marassi, Ivrea, Sassari, Torino) ha ricevuto denunce di violenze, anche su persone che hanno tentato il suicidio o atti di autolesionismo.
Mentre nel carcere di Genova Marassi e Como molti dei detenuti maltrattati hanno detto di aver subito violenze da guardie carcerarie "chiaramente sotto l'effetto dell'alcool". Il Cpt denuncia anche le violenze commesse da alcuni membri, soprattutto di Polizia e Carabinieri, durante e dopo l'arresto o il fermo, anche quando la persona è ammanettata e già sotto controllo. 

Il comitato evidenzia che se non si dà una risposta "immediata ed efficace" a questi casi, si può indurre altri a credere che tali atti non verranno puniti.

venerdì 17 febbraio 2017

Italia - Rimpatrio forzato in Sudan, scatta il ricorso alla Corte dei diritti umani di Strasburgo

Left
Com’è possibile che l’Italia stipuli un accordo con uno Stato che viola i diritti umani? E che rispedisca in questo Stato, ovvero il Sudan, una cinquantina di migranti scappati dalla guerra del Darfur? Ebbene, è possibile. Ed è quanto è accaduto il 24 agosto a Ventimiglia. 
Forze di polizia a Ventimiglia nell'agosto 2016 in una operazione di fermo dei migranti
Circa 50 giovani arrivati in Italia dopo aver attraversato il deserto e il mar Mediterraneo sono stati caricati in un pullman verso Torino e da qui un aereo li ha portati direttamente a Karthoum. Left lo ha raccontato questa estate. Il rimpatrio forzato, ricordiamo, è stato possibile per via dell’accordo tra la Polizia italiana e quella sudanese siglato pochi giorni prima, il 3 agosto.

Nel corso di quella operazione sono state violate, secondo gli esperti di diritto internazionale talmente tante norme della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che bisognava davvero fare qualcosa. E infatti è arrivato il ricorso da presentare alla Cedu, la Corte europea dei diritti dell’uomo. «Siamo andati in Sudan e con molta difficoltà siamo riusciti a incontrare alcuni di questi migranti che erano stati rimpatriati. Non è stato facile, siamo anche stati fermati dai servizi di sicurezza sudanesi, ma fortunatamente non è successo nulla», racconta Dario Belluccio. 

È uno degli avvocati dell’Asgi che ha seguito la vicenda. Tra il 19 e il 22 dicembre è andato in Sudan insieme con il collega Salvatore Fachile, supportati da Arci, Asgi, del Tavolo Asilo e dai parlamentari europei Cornelia Ernst, Marie-Christine Vergiat, Josu Juaristi e Joao Pimenta Lopes del gruppo parlamentare europeo Gue/Ngl. «Da soli come avvocati sarebbe stato impossibile per noi riuscire a incontrarli».

I legali non senza difficoltà sono riusciti a rintracciare alcuni dei migranti rimpatriati, «un lavoro durato parecchi mesi, grazie soprattutto alle indicazioni che ci avevano dato i loro compagni che per fortuna erano riusciti a rimanere in Italia». «La cosa interessante è che queste persone rimaste in Italia hanno ottenuto lo status di rifugiato politico», precisa Belluccio. 

Facile immaginare che sarebbe accaduto anche agli altri. Invece no, questi sono passati nel giro di poche ore dalla salvezza all’incubo di dover tornare nel Paese da cui si era fuggiti. Un Paese governato da un dittatore poi può essere considerato tra gli Stati cosiddetti sicuri dove far rientrare i migranti? Evidentemente, dice l’avvocato, no. Addirittura l’articolo 14 del Memorandum tra l’Italia e il Sudan prevede l’identificazione dei migranti direttamente nel Paese africano, nei casi di necessità e urgenza, senza specificare quali siano questi casi. L’identificazione, inoltre, è prevista sia a livello sovranazionale che interno, negli Stati membri dell’Ue. Sul Memorandum l’Asgi ha fatto un’analisi evidenziandonei i punti critici.

«Noi abbiamo denunciato diverse violazioni della Convenzione dei diritti dell’uomo, compresa l’espulsione collettiva», continua l’avvocato. Il ricorso viene presentato oggi alla sede della Fnsi dall’avvocato Salvatore Fachile dell’Asgi, da Filippo Miraglia dell’Arci e da altri esponenti del Tavolo Asilo. Le violazioni contestate sono quelle degli articoli 3, 4, 14, 13, della Convenzione dei diritti dell’uomo. «Queste persone non hanno avuto la possibilità concreta di avere accesso alla procedura d’asilo», conclude l’avvocato Belluccio.

L’Italia, ricordiamo, proprio di recente, a dicembre 2016, è stata condannata per un altro caso, questa volta per trattenimento illegittimo. E in passato altre sentenze sui respingimenti illegittimi. Anche il caso dei cinque cittadini sudanesi potrebbe allungare la lista delle operazioni illegittime che vengono compiute nei confronti dei migranti. Magari con accordi di cui il Parlamento non chiamato a decidere, ma scritti soltanto nelle stanze del governo.

giovedì 30 aprile 2015

Immigrati: Strasburgo, ampliare mandato Triton e quote rifugiati

AGI
Bruxelles - Il Parlamento europeo ha approvato a maggioranza una risoluzione sull'emergenza immigrazione, al termine di un dibattito sui risultati del Consiglio europeo straordinario della scorsa settimana.
Secondo l'assemblea di Strasburgo, in questi giorni riunita in sessione plenaria, "l'Unione europea dovrebbe fare tutto il possibile per evitare ulteriori perdite di vite umane in mare, ad esempio ampliando il mandato dell'operazione Triton per includere anche le operazioni di ricerca e soccorso".

Inoltre, si chiede alla Commissione "di fissare una quota vincolante per la ripartizione dei richiedenti asilo fra tutti i paesi" e un aumento dei finanziamenti per i programmi di reinsediamento. La risoluzione, non vincolante, e' stata approvata da 449 eurodeputati, mentre i voti contrari sono stati 130 e gli astenuti 93. Fra gli altri punti della risoluzione, c'e' la messa a punto di un'operazione umanitaria europea che, come Mare Nostrum fino a novembre scorso, "sia operativa in alto mare e alla quale contribuiscano tutti gli Stati sia con risorse finanziarie che con attrezzature e mezzi"; il Parlamento auspica anche il cofinanziamento Ue.

lunedì 10 novembre 2014

Strasburgo vieta alla Svizzera di respingere i rifugiati in Italia: "Non è garantito un adeguato trattamento"

Corriere della sera
La Corte per i diritti dell’uomo «salva» una famiglia di profughi afghani. L’espulsione può avvenire solo se ai rifugiati è assicurato un adeguato trattamento
«I richiedenti asilo politico rischiano di restare senza un luogo in cui abitare o di essere alloggiati in strutture insalubri». È una sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo, è un verdetto che condanna la Svizzera ma che al tempo stesso muove pesanti moniti all’Italia. Il 4 novembre scorso i giudici di Strasburgo con il provvedimento 326 del 2014, hanno ordinato allo stato elvetico di non rimandare in Italia una famiglia di afghani (genitori e quattro figli minorenni) arrivata in Europa dopo un’odissea su barconi, camion e treni proprio perché quei profughi, nel caso venissero restituiti all’Italia, rischiano di non avere un’adeguata assistenza umanitaria.

Il verdetto suona sicuramente ingeneroso nei confronti di quanti, da Lampedusa e su fino a Milano si occupano quotidianamente di soccorrere i disperati giunti a centinaia di migliaia dalle aree più tribolate del pianeta; ma contemporaneamente si inserisce in una diatriba sempre più accesa tra Roma e Berna. Come è noto, i migranti che approdano sulle coste italiane solo in minima parte scelgono di fermarsi nel nostro paese; quasi tutti decidono di proseguire la fuga fino a paesi del Nord o centro Europa dove possono chiedere asilo politico. 

La Svizzera è una delle mete e la vicenda di Golajan Tarakhel , di sua moglie Maryam e della loro prole di cui si è occupata la Corte di Strasburgo rientra in pieno in questa casistica. Di più: Tarakhel potrebbe diventare simbolo di una svolta nel trattamento dei migranti in Europa. Approdato in Calabria con la famiglia il 16 luglio 2011 dopo tappe in Pakistan, Iran e Turchia, viene alloggiato a Bari; pochi giorni dopo il gruppo, scappa e cerca di entrare in Austria; tentativo fallito che li induce a provare il passaggio in Svizzera. Qui viene avanzata la richiesta di asilo politico.

La risposta delle autorità locali è però negativa e per i migranti, ospitati in un centro di accoglienza di Losanna, si prospetta l’espulsione verso l’Italia. Lo stop arriva grazie al ricorso alla Corte Europea, secondo la quale Tarakhel e i suoi hanno diritto a restare in Svizzera. Motivo? «Tenuto conto della situazione attuale del sistema di accoglienza in Italia - è scritto nella sentenza - non è infondato che i richiedenti asilo corrano il rischio di restare senza un luogo dove abitare o che siano alloggiati in strutture insalubri o dove si verificano episodi di violenza». 

Perché non vengano violati i diritti degli individui dei rifugiati, sanciti dal trattato di Dublino, in pratica, la Svizzera dovrebbe accertare che i profughi possano ricevere adeguata assistenza e solo a quel punto procedere all’espulsione. Ma Berna da tempo accusa l’Italia di non controllare a sufficienza le sue frontiere e di favorire la fuga dei migranti oltreconfine. L’ufficio immigrazione elvetico, dal canto suo, ha annunciato che non terrà conto di Strasburgo e che continuerà a rinviare gli immigrati in l’Italia, limitandosi a chiedere garanzie per l’accoglienza dei minori.

Sorpreso da alcuni passaggi del verdetto si dice invece in un comunicato Christopher Hein, del Consiglio italiano dei rifugiati (Cir): «È importante comunque che la Corte riconosca che i richiedenti asilo appartengono a una popolazione svantaggiata e vulnerabile. Sappiamo che il sistema di accoglienza in Italia, nonostante i passi avanti degli ultimi mesi, presenta ancora lacune molto gravi. Speriamo che la sentenza dia l’impulso a ulteriori sforzi per l’adeguamento del sistema agli standard europei».

martedì 1 luglio 2014

Carceri: Strasburgo condanna l'Italia per trattamento inumano e degradante per un caso del 2000 a Sassari

La Repubblica
Per la Corte europea dei diritti umani, non hanno ricevuto pene proporzionali al reato commesso gli agenti colpevoli degli atti di violenza avvenuti nel 2000 a Sassari. Al detenuto che denunciò l'accaduto lo Stato ora dovrà versare 15mila euro per danni morali

Roma - Gli agenti colpevoli degli atti di violenza avvenuti nel carcere di San Sebastiano di Sassari nell'aprile del 2000 non hanno ricevuto pene proporzionali al reato commesso. La Corte europea dei diritti umaniha quindi condannato l'Italia per aver sottoposto a trattamento inumano e degradante Valentino Saba, uno dei detenuti.

Saba è uno dei detenuti che denunciarono gli atti di violenza. La Corte ha stabilito che lo Stato gli deve versare 15mila euro per danni morali. Lui ne aveva chiesti 100mila. Nel condannare l'Italia la Corte di Strasburgo mette in causa i tempi lunghi del processo, il fatto che molti colpevoli sono stati prosciolti per prescrizione dei reati commessi, e che chi è stato condannato ha ricevuto pene troppo leggere in rapporto ai fatti per cui era stato incriminato. Ad esempio i giudici indicano come pene troppo leggere la multa di 100 euro inflitta a uno degli agenti che non ha denunciato le violenze commesse dai suoi colleghi, o il fatto di aver sospeso la condanna al carcere per altri agenti.

Nella sentenza i giudici sottolineano inoltre che le autorità italiane non hanno indicato se le persone sotto processo sono state sospese durante il procedimento come stabilisce la giurisprudenza della Corte di Strasburgo. I giudici di Strasburgo, però, hanno anche stabilito che Valentino Saba è stato sottoposto a trattamento inumano e degradante ma non a tortura, come sostenuto da lui.

giovedì 29 maggio 2014

Italia - carcere: don Balducchi (Cappellani); gli sforzi fatti non bastano, politica vada avanti

Adnkronos
Sul sovraffollamento delle carceri è stato fatto "qualche sforzo in più, ma non basta". Don Virgilio Balducchi, ispettore generale dei cappellani che operano nelle carceri, riconosce che qualche cosa dopo il monito di Strasburgo è stato fatto in materia di sovraffollamento carcerario, ma molto resta "ancora da fare".
In particolare, oggi è il giorno della scadenza dopo che la Corte europea, con la sentenza Torreggiani (uno dei sette detenuti che hanno fatto causa per trattamento inumano vedendosi riconoscere un risarcimento di 100 mila euro), ha intimato all'Italia di intervenire dimostrando di aver cambiato rotta e di aver individuato uno strumento per risarcire i carcerati che hanno vissuto in spazi del tutto insufficienti e inadeguati. "Sicuramente - afferma all'Adnkronos l'ispettore dei cappellani - un po' di sforzi sono stati fatti, sia in relazione alla normativa, sia in relazione al sovraffollamento".

Tuttavia, a modo di vedere di don Balducchi, l'Italia non ha fatto completamente i compiti a casa. "Bisognerà, prima di tutto, vedere se Strasburgo giudicherà sufficienti le migliorie fatte nel frattempo, ma quando penso alle carceri delle grandi città è evidente che la situazione non è ancora risolta". E la soluzione, avverte l'ispettore dei cappellani delle carceri, non sta nella costruzione di nuove celle: "Basterebbe non usarle come luogo dove scaricare il disagio della società".

Ecco allora l'appello: "Mi auguro che i politici vadano avanti, facendo però in modo che il carcere sia l'estrema ratio". Don Balducchi ha in mente in particolare i tossicodipendenti, gli stranieri, chi ha malattie mentali. "Il nostro Paese - prosegue - sta cercando di migliorare l'emergenza e ha messo in moto dei cambiamenti. Bisogna però non fermarsi e andare avanti su questa strada. Un po' tutti continuano a chiedere trattamenti più umani per i detenuti e allora si continui in tal senso, senza far cadere nel vuoto i tanti appelli".

venerdì 23 maggio 2014

Italia - Carcere. A Strasburgo arrivati 6.829 ricorsi per sovraffollamento - Entro il 27 maggio soluzioni del governo

Lettera 43
La Corte europea dei diritti umani ha ricevuto 6.829 ricorsi contro il sovraffollamento carcerario in Italia al 21 maggio. Questi ricorsi denunciano situazioni uguali o simili a quelle per cui l'Italia è stata condannata dalla Corte nella sentenza Torreggiani. 

I giudici di Strasburgo hanno stabilito che il governo ha tempo fino al 27 maggio per introdurre misure per rimediare alle violazioni subite dai carcerati a causa del sovraffollamento.
SERVONO MISURE EFFICACI. Dei 6.829 ricorsi ricevuti, la Corte ne sta attualmente esaminando 1.340 per vedere se rispettano tutti i criteri di ammissibilità necessari. 
La stessa Corte afferma di averne già dichiarati inammissibili 631 e che altri sono stati radiati dal ruolo o distrutti perché i ricorrenti non hanno rispettato i tempi e i modi imposti per la presentazione delle domande. 

Sono invece 19 i ricorsi contro il sovraffollamento delle carceri già a uno stadio più avanzato della procedura, ovvero ritenuti ammissibili, su cui la Corte emetterebbe una sentenza qualora l'Italia non dovesse riuscire a dimostrare entro il 27 maggio di aver introdotto nell'ordinamento nazionale misure efficaci per impedire che un carcerato resti in una cella dove ha meno di tre metri quadrati a disposizione e per procedere ai dovuti risarcimenti.
ESAME IL 3 GIUGNO. La questione è attesa sul tavolo del comitato dei ministri del Consiglio d'Europa, che ha il compito di esaminare l'esecuzione delle sentenze della Corte di Strasburgo, il 3 giugno. Se per questa data l'Italia non dimostrerà di aver introdotto le misure necessarie richieste, sarà oggetto di ulteriori richiami e ammonimenti da parte di Strasburgo. Ma soprattutto poterebbe subire una nuova raffica di condanne onerose poiché comprensive di risarcimenti.

giovedì 24 aprile 2014

Carcere - Corte europea dei Diritti dell'Uomo: nuova condanna all'Italia

Vita
È del 22 aprile l'ultima condanna da parte della Corte di Strasburgo per la violazione, all'interno delle carceri italiane dell'articolo 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo
Ennesima condanna per l'Italia da parte della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo. Ancora una volta, infatti, nelle carceri italiane si viola l'articolo 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo per trattamento inumano e degradante.

Il riferimento è all'ultima sentenza di ieri della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo – la numero 73869/10 – che ha condannato il nostro Paese a risarcire un detenuto, Giovanni Castaldo, ristretto nella Casa circondariale di Bellizzi Irpino, per il ritardo con il quale gli sono state prestate le cure mediche. Per i giudici di Strasburgo, negare la salute dei detenuti, equivale a un trattamento inumano.

Il caso, seguito dal Difensore Civico di Antigone e dall'avvocato Cristiana Bianco, si riferisce ad un detenuto che - racconta una nota dell'associazione Antigone -, arrestato nel febbraio 2009, fu prima rinchiuso nel penitenziario di Poggioreale, posto successivamente agli arresti domiciliari, per essere riportato nuovamente in carcere – a Bellizzi Irpino – nell'ottobre dello stesso anno. All'arrivo nel carcere di Bellizzi Irpino lo stesso fece presente che, essendo stato sottoposto ad un intervento chirurgico che aveva provocato in lui dei gravi postumi, avrebbe dovuto essere collocato in una cella singola dotata di servizi igienici con possibilità di lavaggio quotidiano. Una situazione questa che non ha trovato riscontro immediato da parte dell'autorità penitenziaria tanto da spingere il detenuto a diversi tentativi di suicidio, il primo dei quali nel novembre dello stesso 2009.
Ed è proprio sul tempo trascorso da questo primo tentativo e l'inizio del ciclo di riabilitazione per risolvere i problemi di salute dello stesso che la Corte si è soffermata. Questi ritardi hanno infatti “creato nell'uomo – secondo i giudici – costanti sentimenti di ansia ed inferiorità, sufficienti a costituire una umiliazione e il conseguente trattamento degradante previsto dall'articolo 3 della Convenzione”.
Per questo i giudici hanno accolto il ricorso condannando l'Italia a risarcire economicamente il detenuto con una somma pari a 25.000 euro.

sabato 14 dicembre 2013

Rom: Strasburgo a Marino, stop campi improvvisati e sgombri La risposta di Roma: abbandonato approccio emergenziale

ANSA
STRASBURGO - Basta con gli "sgombri forzati" e i campi nomadi improvvisati: per Rom e Sinti "si devono trovare soluzioni abitative ordinarie". Lo ha chiesto Nils Muiznieks, commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa, in una lettera inviata al sindaco di Roma, Ignazio Marino, a cui il Comune ha appena risposto assicurando di aver abbandonato "l'approccio emergenziale" e di aver "intrapreso i passi per la piena attuazione della strategia nazionale di inclusione" delle etnie interessate. 


Nella lettera il commissario ha chiesto anche interventi per i rifugiati che vivono nel cosiddetto Palazzo della vergogna.

Secondo Muiznieks, le già pessime condizioni che vi ha riscontrato nel 2012 sono ulteriormente deteriorate. Il commissario ha comunque preso atto che Marino ha visitato il luogo e che le procedure per la registrazione anagrafica di chi vive nel 'Palazzo' sono "considerevolmente migliorate", ma ha sollecitato il Primo cittadino della Capitale a vagliare tutte le soluzioni per risolvere la questione dei rifugiati e di tenerlo al corrente degli sviluppi. 

Nella risposta inviata a Strasburgo da Rita Cutini, assessore al sostegno sociale e sussidiarietà della Capitale, il Comune ha replicato a Muiznieks rilevando di aver già compiuto un primo passo incrementando del 2000% i posti disponibili per l'accoglienza dei richiedenti asilo e dei rifugiati. L'assessore ha inoltre evidenziato che l'attuale amministrazione ha "l'ambizione di fare della città di Roma un modello nell'ospitalità dei richiedenti asilo". 

"Sono contento di vedere che il comune di Roma ha risposto in modo costruttivo" ha detto all'Ansa Muiznieks, pur sottolineando che avrebbe voluto maggiori dettagli sulle azioni intraprese, in particolare per quanto riguarda i rifugiati. Muiznieks spera comunque di dare un seguito "a questo dialogo appena cominciato" magari accettando l'invito dell'assessore ad andare a Roma nel prossimo futuro.

giovedì 5 dicembre 2013

Polonia: Corte Strasburgo valuta caso di "extraordinary rendition" in prigione segreta Cia

La Presse
Inizia oggi davanti alla Corte europea dei diritti dell'uomo la valutazione del caso di due detenuti di Guantánamo che accusano la Polonia di violazione dei diritti umani in relazione alle prigioni segrete della Cia situate nel Paese. 

Si tratta del saudita Abd al-Rahim al-Nashiri e del palestinese Abu Zubaydah. I due affermano di essere stati vittime della pratica della Cia nota come extraordinary rendition, che consisteva nel sequestrare presunti terroristi e trasferirli clandestinamente in Paesi terzi. I due sostengono di essere stati portati a dicembre del 2002 in un carcere situato a Stare Kiejkuty, un villaggio nel nordest della Polonia, e di essere stati torturati nella struttura. 

Affermano di essere stati sottoposti al cosiddetto water boarding, nonché di essere stati costretti a restare per ore in posizioni scomode. Al-Nashiri e Abu Zubaydah hanno chiesto alla Corte di condannare la Polonia per abusi dei diritti garantiti dalla Convenzione europea sui diritti dell'uomo. È la prima volta che la Corte di Strasburgo valuterà il ruolo di un Paese europeo nel programma delle carceri segrete della Cia.

Secondo i gruppi per i diritti umani, il carcere della Cia fu attivo in Polonia tra il dicembre 2002 e l'autunno del 2003. Vi sarebbero stati detenuti otto presunti terroristi, tra cui Khalid Sheikh Mohammed, accusato per gli attentati dell'11 settembre del 2001. L'allora presidente polacco Aleksander Kwasniewski e il primo ministro Leszek Miller smentirono l'esistenza della prigione. 

Tutte le carceri segrete della Cia furono chiuse entro il maggio del 2006. Al-Nashiri è stato accusato di aver organizzato l'attacco contro la Uss Cole nel 2000, un attentato avvenuto nel porto yemenita di Aden che provocò la morte di 17 marinai e il ferimento di altri 37, mentre nei confronti di Zubaydah non sono state formulate accuse.

mercoledì 4 dicembre 2013

Carcere - Napolitano: Parlamento assuma responsabilità di fare indulto

TMNews
Roma,- Il Parlamento "deve avere un senso di responsabilità necessario per dire che vuole fare un indulto oppure prendersi la responsabilità di considerarlo non necessario sapendo che a maggio scade la raccomandazione della Corte dei diritti di Strasburgo". 

Lo ha detto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, a margine del convegno su amnistia, indulto e riforma della giustizia a Palazzo Giustiniani.
Il capo dello Stato ha ricordato che il suo messaggio alle Camere "indicava l'esigenza di misure strutturali per evitare un ulteriore e nuovo sovraffollamento delle carceri e anche la possibilità di un indulto o di un'amnistia, ma di un indulto. 

Stamattina abbiamo ascoltato la relazione di Gustavo Zagrebelsky, che ha una lunga esperienza alla Corte di Strasburgo, che ha sostenuto essere l'indulto la sola misura capace di ottemperare alle fortissime raccomandazioni, per non dire intimazioni, della Corte di Strasburgo nei confronti dell'Italia".
Detto questo, Napolitano ha ribadito che "il Parlamento è assolutamente libero di fare le sue scelte. 

Il mio messaggio non è un prendere o lasciare ma un modo per richiamare l'attenzione su un problema drammatico e un dovere ineludibile", ma per il presidente "il Parlamento deve avere il senso di responsabilità necessario per dire che vuole fare anche un provvedimento di indulto o innanzitutto un indulto necessario per ottemperare alla decisione della Corte di Strasburgo, oppure prendersi la responsabilità di considerarlo non necessario sapendo che c'è una scadenza, che è quella del maggio 2014, posta appunto dalla Corte dei diritti di Strasburgo".

venerdì 22 novembre 2013

Giustizia: l'Italia nel mirino di Strasburgo per maltrattamenti sui detenuti

Ansa
In Italia succede troppo spesso che persone fermate dalle forze dell'ordine o incarcerate subiscano maltrattamenti ed anche che le indagini su questi episodi, quando condotte, finiscano senza l'individuazione di precise responsabilità. Questa, in sintesi, la denuncia contenuta nei due rapporti sul Belpaese pubblicati oggi dal Comitato per la prevenzione della tortura (Cpt) del Consiglio d'Europa dopo il via libera giunto dall'Italia.


Nei rapporti - redatti sulla base di visite condotte nel nostro Paese nel 2010 e 2012 - oltre che sui maltrattamenti, il Cpt ritorna anche sulla questione del sovraffollamento dei penitenziari, definito nel caso della prigione di Bari "inaccettabile", e sul regime del 41bis, che non deve essere eliminato ma rivisto. Ma è sui maltrattamenti subiti da persone arrestate o incarcerate e sulle misure che l'Italia deve adottare per individuare, indagare e condannare questi casi che i due rapporti si concentrano. Per dimostrare che le autorità non stanno facendo tutto ciò che dovrebbero contro i maltrattamenti il Cpt elenca nei due rapporti una serie di casi.

Dalle denunce ricevute soprattutto da persone straniere percosse nella maggior parte dei casi dalle forze dell'ordine nella zona di Milano, a quelle ricevute nella prigione di Vicenza sui maltrattamenti inflitti dalle guardie penitenziarie, o quella di un tunisino picchiato perché, per non essere rimpatriato, aveva ingoiato delle pile. Nel rapporto 2010, pur non facendo i nomi (a cui però si può risalire facilmente in base ai particolari riportati) ma riferendosi solo al "caso A" e "caso B", il Cpt analizza nel dettaglio anche le vicende di Stefano Cucchi e Mario Gugliotta.

Oltre a quella, indicata come "caso C", di un detenuto maltrattato nella prigione di Castrogno (Teramo). Attraverso tutti questi esempi il Comitato mette in luce il fatto che spesso i maltrattamenti passano inosservati. E anche quando sono oggetto di indagine, queste raramente portano a delle condanne. Per rafforzare questa sua tesi, il Cpt evidenzia che nel caso di Cucchi e Gugliotta il magistrato davanti al quale furono portati i due non verbalizzò la presenza di lesioni, ne richiese una visita medica immediata, da cui poter trarre elementi per aprire un'indagine. Il Cpt è critico pure sui risultati delle indagini che vengono condotte.

Sempre nel caso Cucchi, il Comitato domanda al governo italiano come mai sia stata scartata in fase d'inchiesta l'ipotesi che l'uomo possa essere stato maltrattato prima di arrivare al tribunale di Roma. E per il caso del carcere di Castrogno, sottolinea che l'inchiesta è stata chiusa nonostante ci fosse una registrazione che provava i maltrattamenti. Il Cpt punta poi il dito sulla mancata apertura di un'inchiesta nonostante che nel 2012, nell'arco di due mesi, al carcere di San Vittore vennero redatti ben 18 referti medici su altrettante persone che quasi certamente erano state maltrattate prima di arrivare lì. Infine il Comitato, nel rapporto 2010, critica in modo esplicito il processo sulla vicenda di Bolzaneto e della Diaz durante il G8 di Genova. Secondo il Comitato "il risultato del processo mette in dubbio l'efficacia del sistema che deve determinare le responsabilità delle forze dell'ordine e del personale penitenziario per i maltrattamenti".

lunedì 27 maggio 2013

Strasburgo - Carceri sovraffollate, condanna confermata. Un anno ditempo per risolvere il problema

ANSA
La Corte europea impone allo Stato di risolvere l'emergenza
STRASBURGO - La Corte europea dei diritti dell'uomo rigetta il ricorso dell'Italia e conferma che dovra' entro un anno trovare una soluzione al sovraffollamento carcerario nonche' risarcire i detenuti che ne sono stati vittime. Lo hanno reso noto all'Ansa fonti vicine alla Corte.
La Corte europea dei diritti dell'uomo ha rigettato la richiesta del governo italiano per il riesame davanti alla Grande Camera del ricorso Torreggiani, contro il sovraffollamento carcerario. In base alla sentenza emessa lo scorso 8 gennaio dai giudici di Strasburgo, divenuta oggi definitiva, l'Italia ha un anno di tempo per trovare una soluzione al sovraffollamento carcerario e introdurre una procedura per risarcire i detenuti che ne sono stati vittime.