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venerdì 22 gennaio 2016

Continua la strage. Migranti, naufragi nell'Egeo: almeno 44 morti, 20 bambini

La Repubblica
Continuano le operazioni di soccorso per trovare decine di persone che mancano ancora all'appello. Oim: "Dall'inizio dell'anno al 18 gennaio morte 77 persone. Sbarchi aumentati di 21 volte rispetto al 2015"
Atene. Almeno 44 persone, tra i quali 20 bambini, sono morti in una serie di naufragi al largo delle isole greche di Farmakonissi, Kalolimnos e Didim nel mar Egeo. Altre decine di persone mancano all'appello.

Il primo naufragio è avvenuto nella notte, intorno all'1.30. Un'imbarcazione si era arenata sugli scogli al largo dell'isola di Farmakonissi: 48 le persone tratte in salvo dalla Guardia costiera.

Qualche ora più tardi, è avvenuto il secondo naufragio, al largo dell'isola Kalolimnos. La polizia portuale ha recuperato 34 corpi; sono state salvate 26 persone. Tanti i dispersi.

La guardia costiera turca ha recuperato, poi, i corpi di tre bambini nelle acque davanti a Didim.

Continuano le operazioni di soccorso, assistite da un elicottero di Frontex, l'Agenzia europea di sorveglianza delle frontiere. Nonostante il clima invernale, continuano gli arrivi di barche di fortuna cariche di migranti provenienti dalla Turchia. L'Oim, l'Organizzazione internazionale per le Migrazioni, precisa che dal primo al 18 gennaio sono morte 77 persone in 31 mila sbarchi sulle isole greche. Gli sbarchi sono aumentati, rispetto a gennaio 2015, di 21 volte.

giovedì 21 gennaio 2016

Turchia: Amnesty, 200mila a rischio in operazioni anti-Pkk - "punizione collettiva"

ANSA
Attacco governo turco a città curde è "punizione collettiva'
Istanbul - "L'attacco del governo turco sulle città e i quartieri curdi, che comprende coprifuochi 24 ore su 24 e tagli ai servizi, sta mettendo a rischio le vite di 200 mila persone ed equivale a una punizione collettiva". Lo scrive oggi Amnesty International in un dispaccio relativo alle operazioni di sicurezza condotte dalla scorsa estate da polizia ed esercito di Ankara nel sud-est a maggioranza curda contro il Pkk e il suo braccio armato giovanile, l'Ydg-h. 

La distruzione in una città curda dell'est della Turchia
L'allarme lanciato da Amnesty International si basa su ricerche sul campo e resoconti dei residenti "nelle aree che sono al momento inaccessibili agli osservatori esterni", compresi i deputati turchi. "I tagli alle forniture di acqua ed elettricità insieme ai pericoli legati all'accesso al cibo e alle cure mediche durante gli scontri a fuoco stanno avendo un effetto devastante sui residenti, e la situazione è probabilmente destinata a peggiorare rapidamente se non affrontata", accusa l'ong. 

Tra i resoconti, ci sono episodi di ambulanze a cui non è stato permesso l'accesso nelle città sotto coprifuoco per curare i feriti e di cadaveri di cui è stata impedita la sepoltura per oltre dieci giorni. Secondo Amnesty, inoltre, "diverse morti potrebbero essere state causate da cecchini in località lontane dagli scontri" e tra le vittime ci sono "bambini, donne ed anziani". "Mentre le autorità turche sembrano determinate a silenziare le critiche interne, ne hanno affrontato molto poche dalla comunità internazionale - denuncia John Dalhuisen, direttore del programma per l'Europa e l'Asia centrale - Le considerazioni strategiche sul conflitto in Siria e gli sforzi determinati di affidarsi all'aiuto della Turchia nel tamponare il flusso di rifugiati verso l'Europa non devono oscurare le accuse di gravi violazioni dei diritti umani".

Ginevra, convegno ecumenico sulla crisi dei rifugiati. Sant'Egidio: i canali umanitari, frutto di solidarietà tra cristiani

www.santegio.org
Marco Gnavi portavoce dell'esperienza di collaborazione ecumenica che ha portato a un nuovo approccio alla questione migrazioni


Don Marco Gnavi, a nome della Comunità di Sant'Egidio, ha preso parte all'incontro Internazionale "WCC/UN High Level Conference: Refugee Crisis in Europe", svoltosi a Ginevra il 18 e 19 gennaio presso la sede del Consiglio Ecumenico delle Chiese.

La sua relazione ha offerto ai membri dell'assemblea plenaria spunti di riflessione sul processo di integrazione in Italia e sul progetto di apertura dei canali umanitari congiuntamente promosso con la Chiesa Valdese e recentemente siglato con i Ministeri italiani dell'Interno e degli Affari Esteri. Numerosi i temi di discussione legati all'esigenza di protezione internazionale dei profughi e alle gravi questioni legate ai paesi di origine, a quelli in transito, a quelli di definitiva ricezione.

Alla Conferenza hanno partecipato membri di numerose Chiese, agenzie internazionali e associazioni che si occupano delle questioni inerenti alla protezione internazionale dei profughi, come pure il Ministro degli Interni della Germania.

Texas: Richard Masterson prima esecuzione 2016, il condannato di cui si era interessato Papa Francesco

ONU Italia
Hunstville (Texas)– Lo stato del Texas ha messo a morte un condannato per cui nei giorni scorsi si era interessato anche Papa Francesco. Il Vaticano era sceso in pista a favore di Richard Masterson che, dopo 12 anni nel braccio della morte, doveva essere sottoposto all’iniezione letale.

Richard Masterson
Masterson e’ stato dichiarato morto in 25 minuti dall’inizio dell’esecuzione. La sua e’ stata la prima del 2016 per lo stato in testa a tutti gli altri negli Usa per applicazione della pena capitale. L’anno scorso il Texas ha messo a morte 13 persone su 28 in tutti gli Stati Uniti.

Gli avvocati di Masterson avevano sostenuto che l’uomo era stato condannato con vizi di forma per un assassinio del 2001. In successivi appelli l’uomo aveva protestato la sua innocenza e i suoi legali hanno contestato la validità della perizia del medico legale.

“Richard e’ in attesa di esecuzione da 12 anni. E’ spaventoso”, aveva detto il Cardinale di Vienna Schoenborn senza specificare la natura dei suoi personali contatti con il condannato o la natura dell’interessamento del Papa. Il Cardinale si e’ espresso nel contesto di un dialogo sul Giubileo della Misericordia. Papa Francesco ha più’ volte parlato conto la pena di morte: tra queste anche lo scorso settembre davanti al Congresso degli Stati Uniti.

mercoledì 20 gennaio 2016

Iraq: rapporto Onu racconta l'orrore da cui fuggono gli iracheni. 19 mila morti, 40 mila feriti 3 milioni di sfollati dal 2014

Il Manifesto
Stato islamico ma non solo. Circa 19mila civili uccisi e 40 mila feriti tra l'inizio del 2014 e il 31 ottobre 2015, oltre a 3,2 milioni di sfollati interni. Sono stime al ribasso, che tengono conto solo delle vittime causate da qua o servizi medici essenziali. 

Ma bastano a dare il quadro e la misura della violenza "sconvolgente", come la definisce un nuovo rapporto delle Nazioni unite, come quella che flagella il già martoriato Iraq. L'Onu punta il dito sullo Stato islamico per le violenze sistematiche inflitte ai civili e in particolare per i 3.500 prigionieri, in maggioranza donne e bambini, trattenuti in stato di schiavitù dai miliziani del Daesh. Ma non manca di rilevare e stigmatizzare abusi commessi dall'esercito iracheno, dalle varie milizie in campo e dalle forze kurde.

Il report dell'Unami (United Nations Assistance Mission for Iraq) ha raccolto un po' in tutto il paese le testimonianze di profughi e sopravvissuti. Secondo l'alto commissario per i diritti umani dell'Onu Zeid Raad Al Hussein, è un lavoro che "illustra con chiarezza da cosa fuggono i rifugiati iracheni che cercano di raggiungere l'Europa e altre regioni. È l'orrore - aggiunge Al Hussein - con cui devono confrontarsi nella loro terra".

"Se Parigi merita un minuto il silenzio, la Siria merita che il mondo taccia per sempre "

Siria, i numeri della catastrofe nel rapporto dell'Unrwa


Numeri e dati per monitare l’impatto disastroso della guerra sulla societa’ e sull’economia della Siria. L’UNRWA, l’Agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dei rifugiati palestinesi ha commissionato cinque aggiornamenti trimestrali al Syrian Centre for Policy Reaserach (SCPR).

Di seguito, in sintesi, il primo dei Rapporti pubblicato dall’Agenzia dell’Onu.

L’analisi dell’impatto sociale evidenzia una situazione in rapido deterioramento:
Il conflitto armato ha comportato una sistematica dislocazione delle comunità e un terzo della popolazione (31%) è stato costretto alla fuga dai luoghi di residenza abituale: 1,3 milioni di persone (6%) hanno trovato rifugio nei paesi confinanti; 1,33 milioni (6,2%) hanno temporaneamente abbandonato il paese; 3,92 milioni (18,3%) sono sfollate internamente.
L’indice di sviluppo umano ha fatto un salto indietro di 35 anni.

Più della metà della popolazione di 21,4 milioni di persone vive sotto la soglia di povertà; di queste 3,6 milioni sono considerate estremamente povere.

Dall’inizio del conflitto sono stati persi 2,3 milioni di posti di lavoro e il tasso di disoccupazione è salito al 48,8%, l’indice dei prezzi al consumo è aumentato dell’84,4% e il pound siriano è stato deprezzato verso il dollaro americano del 300%.

Il sistema educativo è in crisi: oltre 3.000 scuole sono state danneggiate o distrutte, mentre altre 1.992 fungono da ricovero per la popolazione sfollata. Il tasso di frequenza scolastica è crollato al 46,2%, e migliaia di insegnanti ingrossano le fila degli sfollati.
I
l sistema sanitario è stato devastato: 32 ospedali governativi e il 31% dei centri di salute non sono più in funzione, l’industria farmaceutica nazionale è collassata mentre le sanzioni internazionali bloccano l’importazione di farmaci salvavita, equipaggiamenti e pezzi di ricambio. Anche il personale sanitario scarseggia, a fronte di più di 80.000 morti e almeno 240.000 persone che sono rimaste ferite o mutilate a causa del conflitto.

martedì 19 gennaio 2016

Kuwait, fino a dieci anni di carcere per chi critica online il governo

Il Fatto Quotidiano
Il 12 gennaio in Kuwait è entrata in vigore la nuova legge sui reati informatici.
Si tratta dell’adeguamento all’era dei social media di tre precedenti leggi del 1970, del 2006 e del 2007, che criminalizzavano l’espressione di opinioni del tutto legittime e pacifiche sui mezzi d’informazione tradizionali, attraverso strumenti audiovisivi o durante manifestazioni pubbliche.


Accanto alla repressione di azioni che hanno un’effettiva natura criminale (come l’accesso non autorizzato alle reti, l’alterazione di dati e di contenuti e l’uso di Internet a scopo di traffico di esseri umani), la nuova legge sanziona anche azioni che non hanno alcuna rilevanza penale.

D’ora in avanti chi criticherà online il governo, la magistratura, le figure religiose e persino i capi di Stato di altri paesi rischierà fino a 10 anni di carcere.

Ancora prima dell’entrata in vigore della legge, peraltro, numerosi utenti dei social media erano stati arrestati, processati o condannati per aver espresso online le loro opinioni.

Ayad Khaled al-Harbi, 26 anni, è in carcere dall’ottobre 2014 per aver criticato su Twitter il capo di stato del Kuwait, l’emiro Sabah al-Ahmed Al Sabah e vari ministri del governo e per altri tweet di sostegno al noto dissidente Musallam al-Barrak.

Hamad al-Naqi, blogger, sta scontando una condanna a 10 anni per una serie di tweet considerati critici nei confronti dei leader del Bahrein e dell’Arabia Saudita e per “offesa all’Islam”.

Abdullah Fairouz, difensore dei diritti umani, ha ricevuto cinque anni di carcere per aver twittato che chi dimora nei palazzi reali non dovrebbe essere immune dai procedimenti penali.

L’avvocato Khaled al-Shatti è stato condannato in primo grado a un anno di carcere per “offesa alla religione” (in realtà aveva pubblicato un tweet velatamente critico nei confronti dello Stato islamico). Resta in libertà fino allo svolgimento del processo d’appello, che dovrebbe tenersi prossimamente.

Altri utenti dei social media sono in carcere per aver criticato l’Arabia Saudita all’indomani dell’avvio delle operazioni militari nello Yemen. Uno di loro è il blogger Saleh al-Saeed, condannato a sei anni. Ulteriori casi sono descritti in un recente rapporto di Amnesty International.


Riccardo Noury