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martedì 16 febbraio 2021

Guerra in Yemen - ONU: Il dramma malnutrizione minaccia metà bambini sotto 5 anni, sono 2,3 milioni più 16% in un anno

AnsaMed
La malnutrizione acuta minaccia la metà dei bambini sotto i cinque anni nello Yemen e si prevede che quasi 2,3 milioni di bambini sotto i cinque anni nel Paese arabo in guerra soffriranno di malnutrizione acuta nel 2021, hanno ammonito oggi quattro agenzie delle Nazioni Unite.


Di questi, 400.000 dovrebbero soffrire di malnutrizione acuta grave e potrebbero morire se non ricevono cure urgenti.

Secondo Fao (Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura), Unicef (Fondo delle Nazioni Unite per l'infanzia), Pam/Wfp (Programma alimentare mondiale) e Oms (Organizzazione mondiale della sanità), i dati sono tra i più alti livelli di malnutrizione acuta grave registrati in Yemen dall'escalation del conflitto nel 2015.

Le nuove cifre segnano infatti un aumento della malnutrizione acuta e della malnutrizione acuta grave rispettivamente del 16% e del 22% tra i bambini sotto i cinque anni dal 2020.

La drammatica situazione yemenita deriva da anni di conflitto armato e declino economico ed è aggravata dalla pandemia di Covid-19 e da una grave carenza di fondi per la risposta umanitaria. Questi fattori "stanno spingendo le comunità esauste sull'orlo del baratro, con livelli crescenti di insicurezza alimentare", deplorano le agenzie Onu in un comunicato congiunto pubblicato a Ginevra.

"Il numero crescente di bambini che soffrono la fame nello Yemen dovrebbe indurci tutti all'azione", dichiara Henrietta Fore, Direttore esecutivo dell'Unicef. "Più bambini moriranno ogni giorno che passa senza che si agisca. Le organizzazioni umanitarie hanno bisogno di risorse prevedibili urgenti e di accesso senza ostacoli alle comunità sul campo per poter salvare vite umane".

La risposta umanitaria rimane tuttavia gravemente a corto di finanziamenti. Nel 2020, il piano di risposta umanitaria ha ricevuto 1,9 miliardi di dollari dei 3,4 miliardi di dollari richiesti.

lunedì 15 febbraio 2021

Biden punta a chiudere Guatanamo (macchia nel rispetto dei diritti umani in USA) entro la fine del suo mandato

Blog Diritti Umani - Human Rights
Biden avvia la revisione del carcere di Guantanamo, punta a chiuderlo prima della fine del suo mandato.


Istituita per ospitare sospetti stranieri in seguito agli attacchi dell'11 settembre 2001 a New York e Washington, la prigione è diventata il simbolo degli eccessi della "guerra al terrore" statunitense a causa dei duri metodi di interrogatorio che, secondo i critici, equivalgono a torture. 

Gli assistenti del presidente Joe Biden hanno avviato una revisione formale della prigione militare statunitense a Guantanamo Bay a Cuba, rilanciando l'obiettivo dell'era Obama di chiudere la controversa struttura con l'obiettivo di farlo prima che lasci l'incarico, ha detto la Casa Bianca venerdì (12 febbraio). Segnalando un nuovo sforzo per rimuovere quella che i sostenitori dei diritti umani hanno definito una macchia sull'immagine globale dell'America. 

Alla domanda se Biden chiuderà la prigione di massima sicurezza situata presso la stazione navale di Guantanamo entro la fine della sua presidenza, la portavoce della Casa Bianca Jen Psaki ha detto ai giornalisti: "Questo è certamente il nostro obiettivo e la nostra intenzione". 

Ma è improbabile che un'iniziativa del genere faccia cadere presto il sipario sulla struttura offshore, in gran parte a causa dei seri ostacoli politici e legali che hanno anche frustrato gli sforzi del suo ex capo, l'ex presidente Barack Obama, per chiuderla. 

"Stiamo intraprendendo un processo NSC per valutare lo stato di avanzamento dei lavori che l'amministrazione Biden ha ereditato dalla precedente amministrazione, in linea con il nostro obiettivo più ampio di chiudere Guantanamo", ha detto a Reuters la portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale Emily Horne, che è stata la prima a segnalare che la revisione era in corso.

Attualmente sono presenti a Guantanamo  40 prigionieri, la maggior parte detenuti da quasi due decenni senza essere accusati o processati. 

ES

Fonte: CNA - Biden launches review of Guantanamo prison, aims to close it before leaving office

sabato 13 febbraio 2021

Appello urgente - Pena di morte - Firma per salvare Ramiro Ibarra, condannato a morte in Texas - Esecuzione fissata il 4 marzo

santegidio.org
Nelle parole di Ramiro, messicano, condannato a morte, un appello alla misericordia. Le nostre firme per salvare la sua vita e fermare una pena disumana
 
L’esecuzione della condanna alla pena di morte di Ramiro Ibarra è prevista il 4 marzo 2021. Ramiro Ibarra è in carcere da 25 anni per l’omicidio efferato di una teenager. I suoi difensori sostengono che non abbia avuto un processo né una difesa adeguati alla gravità del caso: Ibarra soffre di un deficit mentale e, in quanto cittadino messicano, non ha mai ricevuto assistenza consolare.

Sul sito nodeathpenalty.santegidio.org è aperta a tutti la sottoscrizione dell’appello al Governatore del Texas per fermare la sua esecuzione e per riaffermare un senso di giustizia che non annienti la vita. Nella pagina è pubblicata una struggente lettera di Ramiro di qualche giorno fa: è amico di penna della Comunità di Sant’Egidio da venti anni. Scrive: “Vivo in un piccolo mondo di 2 metri e 70 per 1.20, circondato da pareti, senza vedere nessuno. Gesù è diventato per me amico e forza. Solo il Signore sa il perché ancora mi tiene in vita e per questo benedico il suo Santo e prezioso nome”.

venerdì 12 febbraio 2021

L'Ungheria chiude Klubradio, l'ultima radio libera. Continua la soppressione delle voci indipendenti

TgCom24
Klubradio, l'ultima radio libera dell'Ungheria, si spegne definitivamente dalla mezzanotte di domenica 14 febbraio, da quando non avrà più la licenza per andare in onda. La Corte di giustizia di Budapest ha infatti respinto il ricorso dell'emittente contro la decisione dell'Autorità sui media (Nmhh) di toglierle l'autorizzazione a trasmettere. La sua voce, l'unica critica nei confronti del governo di Viktor Orban nel panorama radiofonico, era già stata silenziata qualche mese fa, con motivi subito apparsi pretestuosi.


Il pretesto? - Klubradio non aveva, infatti, notificato in tempo alle autorità governative quanta musica ungherese fosse stata messa in onda nei suoi programmi. Notifica che è obbligatoria per tutte le stazioni. L'infrazione è stata però commessa anche da altri, che non sono stati sanzionati perché, generalmente, del tutto allineati con l'esecutivo di Fidesz.

L'Autorità, per legge, regola l'uso delle frequenze e controlla i contenuti dei media. Klubradio, emittente privata tanto critica quanto ascoltata, aveva già perso le sue frequenze in provincia, e negli ultimi anni poteva trasmettere solo a Budapest.

"Me l'aspettavo ma si tratta comunque di una decisione vergognosa e codarda", ha commentato il direttore e proprietario Andras Arato, secondo il quale non è altro che "un'esecuzione", attraverso la quale "Orban fa tacere l'ultima radio libera del Paese".

"Un altro colpo contro il pluralismo dei media: in Ungheria e' in corso la soppressione sistematica delle voci indipendenti", e' stato poi il commento di Katalin Cseh europarlamentare liberale. Il ricorso alla Corte era l'ultima speranza, nella lotta per la sopravvivenza di Klubradio. E la sentenza è stata motivata con una sola frase: "La radio aveva infranto l'obbligo di notifica".

Il ruolo dell'Europa - Arato, comunque, vuole continuare la battaglia giuridica, facendo appello e poi ricorso anche alla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo, e alla Corte europea di Lussemburgo, riferendosi al recente regolamento sullo stato di diritto.

Nel Consiglio Ue, dal 2018, è in atto nei confronti dell'Ungheria una procedura per violazioni gravi dei valori dichiarati nel trattato sull'Ue, la procedura dell'articolo 7: fra le contestazioni che si muovono a Budapest c'è anche la soppressione della liberta' di stampa.

USA. Basta ai muri Trump, il "piano Marshall" di Biden per sostenere Guatemala, El Salvador e Honduras e contrastare in modo efficace l'immigrazione

La Stampa
La Casa Bianca pronta a stanziare 4 miliardi per sostenere Guatemala, El Salvador e Honduras. La strategia dovrebbe diminuire gli arrivi dall'America latina e stroncare gli affari dei trafficanti.


Un piano Marshall da quattro miliardi di dollari per l'America centrale col quale contrastare alla fonte il problema dei migranti economici. E questa la strategia con la quale l'amministrazione di Joe Biden punta a fermare i flussi in entrata dal confine meridionale smantellando al contempo la rigida architettura della tolleranza zero messa in piedi da Donald Trump.

Già con i primi tre decreti esecutivi il 46° presidente degli Stati Uniti ha dato seguito alle promesse fatte in campagna elettorale modulando politiche più morbide sul tema. Biden ha fatto ammenda per la politica di separazione delle famiglie adottata da Trump istituendo una task force dedicata a riunire 545 bambini ai loro genitori. Ha inoltre ordinato una revisione della regola che limitava le opportunità di entrata nel Paese a coloro che avrebbero dovuto fare affidamento sull'assistenza del governo.

"Non stiamo solo cancellando le politiche di Trump, ma stiamo andando oltre a ciò che già aveva realizzato l'amministrazione Obama", spiega Thomas Saenz, presidente del Fondo per la difesa legale e l'educazione messicana in America. La nuova strategia Biden pone infatti un focus particolare sul "Triangolo del Nord", ovvero Guatemala, Honduras ed El Salvador, i Paesi più a settentrione dell'America centrale, considerate il serbatoio dei flussi in arrivo dal Sud.

È stata pertanto ribattezzata strategia delle "radici profonde" ad intendere come il nodo immigrazione debba essere risolto andando ad agire laddove sorgono i problemi. Una versione della tanto contestata formula "aiutiamoli a casa loro" declinata in maniera meno ruvida. I quattro miliardi di dollari che l'amministrazione Biden è pronta a stanziare saranno impiegati su tre direttrici rafforzare la democrazia, combattere la violenza delle gang che rappresenta una drammatica piaga con appendici negli stessi Usa. Infine, rilanciare le economie locali attraverso alleanze strategiche tra le piccole e medie imprese e le aziende grandi dimensioni.

Un modello che ha evocato il precedente dell'Alliance for Progress, il programma di assistenza per l'America Latina, lanciato nel 1961 dal presidente John F. Kennedy. Il progetto ambisce ad avere un approccio di lungo termine più realistico e più conveniente rispetto alle recenti misure di sicurezza dei confini.

"Avviare un piano Marshall per l'America centrale è più economico che costruire un muro o assumere funzionari dell'immigrazione. Può fornire posti di lavoro e sicurezza in America centrale chiudendo i rubinetti per i rifugiati che arrivano negli Stati Uniti", sostiene Domingo Garcia, presidente della League of United Latin American Citizens. Il tema è stato oggetto di conversazione nella prima telefonata da presidente di Biden col collega messicano, Andrés Manuel López Obrador, il quale è stato rassicurato sui migranti in transito rimasti bloccati al di là del confine per l'inasprimento delle politiche trumpiane.

Biden, assieme al congelamento del muro, ha sospeso infatti il contestato programma per il quale più di 60 mila richiedenti asilo sono stati rispediti in Messico in attesa del loro processo. Nella speranza di raccogliere i frutti del suo piano Marshall già dal prossimo anno, Biden deve però fare i conti con alcuni problemi di brevissimo termine. Il primo dei quali è rappresentato dalle masse che si stanno avvicinando agli Usa incentivati dall'allentamento dei controlli, fenomeno strettamente connesso al rischio pandemia.

A questi si aggiungono le nuove rotte marittime, barchini e barconi che tentato lo sbarco in California per aggirare gli impedimenti di confine col rischio di ecatombi nel Pacifico. C'è infine il problema dei proprietari di confine, i quali hanno visto i propri terreni confiscati da Trump per realizzarvi il muro, ed ora col suo congelamento non solo non ne sono tornati in possesso ma non vedono nemmeno gli indennizzi promessi per gli espropri, formando così una sorta di girone di frontiera di coloro che sono sospesi.

Francesco Semprini

giovedì 11 febbraio 2021

La nuova variante Covid sta devastando l’Africa meridionale in Mozambico, Swaziland e Malawi e i vaccini, destinati solo ai paesi ricchi, non arrivano

Insalutenews
Mentre Mozambico, Swaziland e Malawi non hanno vaccini, i paesi ricchi li accumulano per vaccinare non solo le categorie prioritarie. Dott.ssa Stella Egidi: “Sarebbe iniquo se alcuni paesi iniziassero a vaccinare la popolazione a basso rischio mentre molti paesi in Africa non hanno ancora vaccinato gli operatori sanitari in prima linea”.


La nuova e più contagiosa variante di Covid-19 si sta diffondendo nei paesi dell’Africa meridionale. In Mozambico, Swaziland e Malawi gli operatori sanitari stanno lottando per curare un sempre maggior numero di pazienti con scarse prospettive di poter ricevere una dose di vaccino. Medici Senza Frontiere (MSF) chiede che i vaccini Covid-19 siano distribuiti equamente, proteggendo prima di tutto gli operatori sanitari in prima linea e le persone più a rischio in tutti i paesi, inclusi quelli dell’Africa.

“Siamo indignati per l’ingiusta distribuzione dei vaccini contro il Covid-19 nel mondo – afferma la dott.ssa Stella Egidi, responsabile medico di MSF – Mentre in molti paesi ricchi le vaccinazioni sono iniziate circa due mesi fa, paesi come Eswatini, Malawi e Mozambico, in estrema difficoltà, non hanno ricevuto una singola dose per proteggere le persone più a rischio, nemmeno per il personale sanitario in prima linea”.

In Swaziland  paese con 1,1 milione di abitanti, si registrano 200 nuovi casi ogni giorno, i decessi sono quasi quadruplicati rispetto alla prima ondata e gli operatori sanitari affermano che oggi i pazienti sono in condizioni più gravi. Con strutture sanitarie sature, le équipe di MSF hanno allestito reparti in dei tendoni presso il centro sanitario di Nhlangano e coinvolto altri medici e infermieri per trattare i pazienti positivi al Covid-19 in condizioni critiche.

In Mozambico, attualmente, il numero di casi è sette volte superiore rispetto al picco dei casi della prima ondata. “Gli operatori sanitari si stanno ammalando e chi ancora lavora è esausto” afferma Natalia Tamayo Antabak, capomissione di MSF. A Maputo, nei centri di trattamento Covid-19 del governo, i team di MSF sono in azione per implementare misure di prevenzione e controllo volte a ridurre i contagi tra il personale sanitario.

In Malawi, i casi sono aumentati esponenzialmente a gennaio, raddoppiando ogni quattro-cinque giorni. Il Queen Elizabeth Central Hospital, la struttura principale che offre cure Covid-19 a Blantyre, è quasi al completo per i pazienti che necessitano di ossigeno. MSF ha inviato personale ed è pronta ad aprire un altro reparto con 40 posti letto per i pazienti positivi.

“La priorità, in questo momento, è proteggere gli operatori sanitari in prima linea – afferma Marion Pechayre, capomissione MSF in Malawi – Se il Malawi avesse 40.000 dosi di vaccino, potremmo almeno iniziare a vaccinare il personale sanitario nelle aree critiche del paese. Se ciò non avverrà, la situazione sarà presto insostenibile”. Finora 1.298 operatori sanitari in prima linea sono risultati positivi e nove sono morti nel paese.

“La popolazione dei paesi più poveri è l’ultima ad avere accesso a questo vaccino fondamentale – continua la dott.ssa Egidi di MSF – C’è un urgente bisogno di vaccini nei paesi dell’Africa meridionale, che sono in seria difficoltà per la rapida diffusione della nuova variante e hanno sistemi sanitari al collasso”.
Mentre Mozambico, Swaziland e Malawi non hanno vaccini, i paesi ricchi li accumulano per vaccinare non solo le categorie prioritarie.

“Sarebbe iniquo se alcuni paesi iniziassero a vaccinare la popolazione a basso rischio mentre molti paesi in Africa non hanno ancora vaccinato gli operatori sanitari in prima linea – conclude la dott.ssa Egidi di MSF – La stessa OMS ci ricorda come senza un accesso equo al vaccino la pandemia non solo si prolungherà, ma metterà a rischio ancora più vite. Esortiamo i governi che si sono assicurati più dosi del necessario a metterle a disposizione affinché altri paesi possano iniziare le vaccinazioni. Questa è un’emergenza globale che, se davvero vogliamo controllare, richiede uno spirito di solidarietà globale”.

“MSF chiede ai produttori di vaccini di garantire la priorità ai paesi con urgente bisogno di proteggere il proprio personale sanitario. MSF è pronta a fornire supporto logistico ai paesi ad alta priorità a cui è stato negato l’accesso al vaccino Pfizer/BioNTech tramite COVAX a causa della loro limitata capacità di gestione della catena del freddo” afferma Isabelle Defourny, direttore delle operazioni di MSF.

mercoledì 10 febbraio 2021

Roma - Dopo Vicenza e Torino anche nella Capitale lo scandalo delle coperte gettate dai vigili a chi dorme per strada.

Avvenire
Il caso. Roma, vigili gettano coperte di senzatetto: costretti a dormire all'addiaccio
La denuncia di Barbara Funari (Demos) testimone della scena: «Cacciarli senza alternative a che serve? Almeno 7 i morti di freddo nella Capitale». Il Comando: «Nessuno sgombero, offerto un alloggio»


Agenti della Polizia locale di Roma Capitale a Trastevere hanno allontanato alcuni senza dimora, poi hanno chiamato gli operatori dell'Ama che hanno buttato coperte e effetti personali delle persone allontanate. La sera i senza tetto sono tornati a dormire nello stesso posto, ma stavolta senza nulla con cui coprirsi. 


A denunciare il caso è Barbara Funari, coordinatrice romana di Democrazia Solidale (Demos), testimone oculare della scena. Netta la smentita del Comando della Polizia locale: «Nessuno sgombero, la Polizia locale lavora in supporto degli operatori della Sala operativa sociale che da una settimana stava seguendo il caso di queste persone, offrendo loro un percorso e un alloggio alternativo. Ama interviene per rimuovere rifiuti, non coperte o materassi»

«A Trastevere, in via Cesare Pascarella, abbiamo assistito in diretta all'arrivo di una pattuglia della municipale - racconta Barbara Funari - che ha allontanato dei senza dimora gettando via le loro cose. E dove dormiranno stanotte quelle persone? I marciapiedi e la strada non sono una soluzione ma cacciarli senza alternativa a cosa serve? Forse prima del decoro urbano c'è una questione sociale da risolvere e ora che si prevede anche un drastico calo delle temperature siamo preoccupati perché non ci risulta siano state messe in campo nuove modalità di ospitalità da parte del Comune». 

Funari spiega che «quelle persone dormono lì da diverso tempo - spiega la coordinatrice romana di Demos - e dato che la nostra sede è lì vicino abbiamo presente la situazione. Lunedì, andando via verso le 12.30, ho visto un gruppo di vigili urbani e le poche cose dei senzatetto allontanate e accatastate. Dopo poco è venuta l'Ama e le ha portate via. La sera stessa, come immaginavamo, sono tornati esattamente nella stessa posizione, ma a quel punto senza più niente. Capiamo il problema, ma così si perde qualsiasi aspetto umano».

Barbara Funari ha scattato una fotografia che mostra le coperte e le borse dei senza dimora. Dopo l'intervento della Polizia locale una seconda foto, scattata dal consigliere regionale di Demos, Paolo Ciani, conferma l'eliminazione dei pochi averi delle due persone. 

«Non possiamo credere che per le istituzioni il decoro significhi gettare le coperte che riparano dal freddo chi vive per strada – dichiara la comunità di Sant'Egidio – ed è dunque sconvolgente quanto accaduto ieri in una via centrale di Roma. È un gesto di cieca ostilità, che dimentica le tante morti per freddo già avvenute nella Capitale, e che si oppone anche alla generosità dei molti cittadini che insieme a Sant’Egidio hanno donato coperte e indumenti invernali in questi ultimi mesi, convinti che la vita e la dignità dei più poveri sia inviolabile».

Il Comando della Polizia locale di Roma Capitale nega la ricostruzione della testimone: «Non è questa la tipologia di intervento della Polizia locale, che lavora come supporto alle operazioni del personale della Sala operativa sociale del Comune, con l'impiego di agenti del Nucleo.
assistenza emarginati della Polizia locale. Gli operatori della Sala operativa da una settimana stavano seguendo il caso di queste persone, cui hanno offerto un percorso e un alloggio alternativo. Ama interviene per eliminare rifiuti, non coperte o materassi usati da senza dimora. E non possiamo escludere che in quel posto siano tornate a dormire altre persone».

Luca Liverani

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5/02/2021 - Vicenza - Gravi violenze contro i "clochard": coperte gettate, bagnati con gli idranti, multe per violazione del "coprifuoco" per chi dorme per strada. 5 sono morti di freddo

8/02/2021 - Torino, morto un "clochard" di 59 anni nella città che butta le coperte alle persone che dormono per strada