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lunedì 15 febbraio 2021

Biden punta a chiudere Guatanamo (macchia nel rispetto dei diritti umani in USA) entro la fine del suo mandato

Blog Diritti Umani - Human Rights
Biden avvia la revisione del carcere di Guantanamo, punta a chiuderlo prima della fine del suo mandato.


Istituita per ospitare sospetti stranieri in seguito agli attacchi dell'11 settembre 2001 a New York e Washington, la prigione è diventata il simbolo degli eccessi della "guerra al terrore" statunitense a causa dei duri metodi di interrogatorio che, secondo i critici, equivalgono a torture

Gli assistenti del presidente Joe Biden hanno avviato una revisione formale della prigione militare statunitense a Guantanamo Bay a Cuba, rilanciando l'obiettivo dell'era Obama di chiudere la controversa struttura con l'obiettivo di farlo prima che lasci l'incarico, ha detto la Casa Bianca venerdì (12 febbraio). Segnalando un nuovo sforzo per rimuovere quella che i sostenitori dei diritti umani hanno definito una macchia sull'immagine globale dell'America. 

Alla domanda se Biden chiuderà la prigione di massima sicurezza situata presso la stazione navale di Guantanamo entro la fine della sua presidenza, la portavoce della Casa Bianca Jen Psaki ha detto ai giornalisti: "Questo è certamente il nostro obiettivo e la nostra intenzione". 

Ma è improbabile che un'iniziativa del genere faccia cadere presto il sipario sulla struttura offshore, in gran parte a causa dei seri ostacoli politici e legali che hanno anche frustrato gli sforzi del suo ex capo, l'ex presidente Barack Obama, per chiuderla. 

"Stiamo intraprendendo un processo NSC per valutare lo stato di avanzamento dei lavori che l'amministrazione Biden ha ereditato dalla precedente amministrazione, in linea con il nostro obiettivo più ampio di chiudere Guantanamo", ha detto a Reuters la portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale Emily Horne, che è stata la prima a segnalare che la revisione era in corso.

Attualmente sono presenti a Guantanamo  40 prigionieri, la maggior parte detenuti da quasi due decenni senza essere accusati o processati. 

ES

Fonte: CNA - Biden launches review of Guantanamo prison, aims to close it before leaving office

venerdì 12 febbraio 2021

USA. Basta ai muri Trump, il "piano Marshall" di Biden per sostenere Guatemala, El Salvador e Honduras e contrastare in modo efficace l'immigrazione

La Stampa
La Casa Bianca pronta a stanziare 4 miliardi per sostenere Guatemala, El Salvador e Honduras. La strategia dovrebbe diminuire gli arrivi dall'America latina e stroncare gli affari dei trafficanti.


Un piano Marshall da quattro miliardi di dollari per l'America centrale col quale contrastare alla fonte il problema dei migranti economici. E questa la strategia con la quale l'amministrazione di Joe Biden punta a fermare i flussi in entrata dal confine meridionale smantellando al contempo la rigida architettura della tolleranza zero messa in piedi da Donald Trump.

Già con i primi tre decreti esecutivi il 46° presidente degli Stati Uniti ha dato seguito alle promesse fatte in campagna elettorale modulando politiche più morbide sul tema. Biden ha fatto ammenda per la politica di separazione delle famiglie adottata da Trump istituendo una task force dedicata a riunire 545 bambini ai loro genitori. Ha inoltre ordinato una revisione della regola che limitava le opportunità di entrata nel Paese a coloro che avrebbero dovuto fare affidamento sull'assistenza del governo.

"Non stiamo solo cancellando le politiche di Trump, ma stiamo andando oltre a ciò che già aveva realizzato l'amministrazione Obama", spiega Thomas Saenz, presidente del Fondo per la difesa legale e l'educazione messicana in America. La nuova strategia Biden pone infatti un focus particolare sul "Triangolo del Nord", ovvero Guatemala, Honduras ed El Salvador, i Paesi più a settentrione dell'America centrale, considerate il serbatoio dei flussi in arrivo dal Sud.

È stata pertanto ribattezzata strategia delle "radici profonde" ad intendere come il nodo immigrazione debba essere risolto andando ad agire laddove sorgono i problemi. Una versione della tanto contestata formula "aiutiamoli a casa loro" declinata in maniera meno ruvida. I quattro miliardi di dollari che l'amministrazione Biden è pronta a stanziare saranno impiegati su tre direttrici rafforzare la democrazia, combattere la violenza delle gang che rappresenta una drammatica piaga con appendici negli stessi Usa. Infine, rilanciare le economie locali attraverso alleanze strategiche tra le piccole e medie imprese e le aziende grandi dimensioni.

Un modello che ha evocato il precedente dell'Alliance for Progress, il programma di assistenza per l'America Latina, lanciato nel 1961 dal presidente John F. Kennedy. Il progetto ambisce ad avere un approccio di lungo termine più realistico e più conveniente rispetto alle recenti misure di sicurezza dei confini.

"Avviare un piano Marshall per l'America centrale è più economico che costruire un muro o assumere funzionari dell'immigrazione. Può fornire posti di lavoro e sicurezza in America centrale chiudendo i rubinetti per i rifugiati che arrivano negli Stati Uniti", sostiene Domingo Garcia, presidente della League of United Latin American Citizens. Il tema è stato oggetto di conversazione nella prima telefonata da presidente di Biden col collega messicano, Andrés Manuel López Obrador, il quale è stato rassicurato sui migranti in transito rimasti bloccati al di là del confine per l'inasprimento delle politiche trumpiane.

Biden, assieme al congelamento del muro, ha sospeso infatti il contestato programma per il quale più di 60 mila richiedenti asilo sono stati rispediti in Messico in attesa del loro processo. Nella speranza di raccogliere i frutti del suo piano Marshall già dal prossimo anno, Biden deve però fare i conti con alcuni problemi di brevissimo termine. Il primo dei quali è rappresentato dalle masse che si stanno avvicinando agli Usa incentivati dall'allentamento dei controlli, fenomeno strettamente connesso al rischio pandemia.

A questi si aggiungono le nuove rotte marittime, barchini e barconi che tentato lo sbarco in California per aggirare gli impedimenti di confine col rischio di ecatombi nel Pacifico. C'è infine il problema dei proprietari di confine, i quali hanno visto i propri terreni confiscati da Trump per realizzarvi il muro, ed ora col suo congelamento non solo non ne sono tornati in possesso ma non vedono nemmeno gli indennizzi promessi per gli espropri, formando così una sorta di girone di frontiera di coloro che sono sospesi.

Francesco Semprini

giovedì 4 febbraio 2021

Stati Uniti. Biden rottama Trump sui migranti. Task force per riunire le famiglie ispaniche - 5.000 bambini nei centri di accoglienza al confine con il Messico

La Stampa
Il presidente crea una task force per riunire le famiglie ispaniche separate dal predecessore. Ci sono ancora 5000 bambini nei centri di accoglienza nella zona di confine con il Messico. 


La tattica dei narcos era sempre la stessa, durante la peggiore invasione degli illegali minorenni. Quando calava il buio, i coyotes messicani portavano i bambini migranti non accompagnati dai genitori sull'altra sponda del Rio Bravo (o Rio Grande, a seconda del paese), costringendo gli agenti americani della Customs and Border Protection (Cbp) a soccorrerli. 

Nello stesso tempo, poco più a valle oppure a monte, i trafficanti si approfittavano di aver distratto i doganieri, e attraversavano il fiume in barca per scaricare la droga ai loro complici in territorio Usa. Certe volte gli agenti non facevano in tempo a trovare i bambini, che quindi si perdevano nel deserto, morendo spesso di fame. Quando invece li prendevano, li portavano nei centri di accoglienza.

Biden adesso vuole rivoluzionare la politica sull'immigrazione, a partire dai tre ordini esecutivi che ha firmato ieri, e lo fa con le migliori intenzioni. La realtà al confine però è ancora questa, con circa 5.000 bambini attualmente sotto la custodia della Cbp, così come resta uguale l'emergenza delle carovane, che ancora si formano in America centrale per puntare verso il confine. Il presidente dovrà farci i conti, e perciò tenterà un difficile equilibrismo. 

Da una parte cambierà tutto, almeno in linea di principio, ma dall'altra lascerà in vigore alcuni provvedimenti di Trump, perché non ha ancora un'alternativa più umanitaria pronta, e non vuole lanciare il segnale di debolezza che le porte sono state riaperte all'immigrazione illegale.

Ieri Biden ha firmato tre decreti. Il primo crea una task force per riunificare le famiglie degli immigrati illegali separate dal predecessore, che ha lasciato 545 bambini ancora senza genitori. Il secondo riguarda il sistema per l'asilo, puntando ad affrontare le cause economiche e sociali alla radice delle migrazioni, nei paesi di provenienza, e rivedendo le regole per l'accoglienza negli Usa. Ad esempio rivedrà il programma che obbliga i richiedenti a restare in Messico, con l'idea di cancellarlo, senza però lasciar entrare subito quelli in attesa di risposta. 

Resterà invece in vigore la misura "Title 42" legata al Covid, per espellere subito i nuovi illegali. Il terzo decreto vuole "ristabilire la fiducia nel nostro sistema di immigrazione legale e integrazione", ad esempio eliminando alcuni limiti imposti da Trump alle domande per le carte verdi.

Il muro da 16 milioni di dollari e la tolleranza zero di Donald non hanno funzionato, se non altro perché gli arresti al confine sono stati più di 70.000 al mese negli ultimi quattro mesi, tornando quindi ai massimi livelli del decennio. Solo domenica scorsa, 260 bambini sono stati assegnati ai centri di accoglienza, quasi quanto i 294 di media nel picco della crisi del giugno 2019. Biden quindi deve cambiare linea, senza però provocare un'emergenza già pronta a scoppiargli in mano.

Paolo Mastrolilli

venerdì 15 gennaio 2021

Guantánamo entra nel ventesimo anno e le violazioni dei diritti umani sono ancora in corso. Biden ha espresso la volontà di chiuderlo

La Repubblica
In occasione dell’ingresso nel ventesimo anno di operatività e mentre un nuovo presidente sta per insediarsi alla Casa Bianca, Amnesty International ha diffuso un nuovo rapporto sulle violazioni dei diritti umani ancora in corso nel centro di detenzione di Guantánamo Bay. 

“Il nostro rapporto - dice Daphne Eviatar, direttrice del programma sicurezza e diritti umani di Amnesty International Usa - non riguarda solo le 40 persone ancora detenute, ma anche i crimini di diritto internazionale commessi a Guantánamo negli ultimi 19 anni e la continua mancanza di accertamento delle responsabilità. Riguarda allo stesso tempo il futuro - ha aggiunto - dato che nel 2021 saranno trascorsi 20 anni dagli attacchi dell’11 settembre e dall’inizio della ricerca di una giustizia autentica”.

Sono lì a tempo indeterminato, senza processo.Il rapporto descrive tutta una serie di violazioni dei diritti umani commesse ai danni dei detenuti di Guantánamo, dove ancora oggi vittime di tortura sono trattenute a tempo indeterminato, senza cure mediche adeguate e in assenza di un processo equo. I trasferimenti si sono fermati e anche i detenuti per i quali è stato deciso il rilascio anni fa restano lì. Il centro di detenzione di Guantánamo è stato aperto nel contesto della “guerra globale al terrore”, la risposta statunitense agli attacchi dell’11 settembre, con l’obiettivo di ottenere informazioni d’intelligence a spese delle tutele sui diritti umani.

Violazioni del diritto internazionale. Nei confronti di persone sottratte alla supervisione giudiziaria e trattenute a Guantánamo o in centri segreti di detenzione diretti dalla Central intelligence agency (Cia), sono stati commessi crimini di diritto internazionale come torture e sparizioni forzate. Il rapporto di Amnesty International chiede un genuino e urgente impegno in favore della verità, dell’accertamento delle responsabilità e dei rimedi giudiziari insieme al riconoscimento che la detenzione a tempo indeterminate a Guantánamo non può proseguire oltre. “Le persone ancora detenute - ha commentato Eviatar - sono inesorabilmente intrappolate a causa di multiple condotte illegali dei governi Usa: trasferimenti segreti, interrogatori in regime d’isolamento, alimentazione forzata durante gli scioperi della fame, torture, sparizioni forzate e il totale diniego del diritto a un giusto processo”.

Le promesse di Biden. Nel 2009, in occasione della Conferenza sulla sicurezza di Monaco, l’allora vicepresidente e ora presidente eletto Joe Biden dichiarò: “Rispetteremo i diritti delle persone che vogliamo portare a processo e chiuderemo il centro di detenzione di Guantánamo Bay (…) I trattati e gli organismi internazionali che edifichiamo devono essere credibili ed efficaci”. Dodici anni dopo, mentre si appresta a diventare presidente degli Usa, Biden ha l’occasione per dare seguito alle sue parole. Non deve perderla.