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lunedì 8 febbraio 2021

Torino, morto un "clochard" di 59 anni nella città che butta le coperte alle persone che dormono per strada

La Repubblica
Cinquantanove anni, la sua morte riaccende le polemiche a Torino. L'arcivescovo Nosiglia: "Pronti a fornire minialloggi"

Fonte: Corriere della Sera

Dormiva nel dehors di un bar in corso Re Umberto. È stato trovato morto questa mattina intorno alle 7.30 dal gestore della caffetteria del Re. che ha visto il corpo riverso nel dehors esterno. 

L'uomo è un marocchino di 59 anni, Mostafa Hait Bella, che viveva per strada cercando riparo dove poteva. Sull'accaduto sono in corso le indagini della polizia. Un mese fa era l'uomo, seguito dal Servizio adulti in difficoltà del Comune, stato ricoverato all'ospedale torinese Mauriziano per crisi epilettiche e poi dimesso. 

domenica 7 febbraio 2021

La Virginia abolisce la pena di morte, aveva il triste primato di esecuzioni. Ora sono 23 gli stati USA liberi dalla pena capitale

santegidio.org
Si apre una grande speranza per le sorti dei condannati a morte negli Stati Uniti: se la Virginia ha abolito possono farlo anche gli altri Stati!


La Virginia, che possiede il triste primato di esecuzioni, è divenuto il primo Stato del Sud segregazionista ad abolire la pena di morte. Prima al Senato poi anche alla Camera dei deputati la legge è passata con 57 voti a favore e 41 contrari. 
E’ una legge che pone fine alla pena capitale. 

 Si tratta di un voto storico, la Virginia diventa il ventitreesimo Stato negli Usa a cancellare la pena capitale. L’ultimo passaggio la firma da parte del governatore, il democratico Ralph Northam. Una formalità visto che Northam è da sempre a favore dell’abolizione della pena di morte.

Erano 25 gli Stati americani (Virginia compresa) che prevedono ancora la pena capitale, mentre 23 l’hanno abolita. Altri tre – California, Oregon e Pennsylvania – hanno imposto delle moratorie. Il District of Columbia, con la capitale Washington, ha abolito la pena di morte nel 1981.

La Virginia è lo stato che ha eseguito la condanna a morte di Sacco e Vanzetti e, successivamente ha giustiziato nel 2000 l’italoamericano Derek Rocco Barnabei. Il suo caso suscitò molte polemiche a causa della sua dubbia colpevolezza. Un altro caso che provocò una vasta mobilitazione nel 1997 fu quello di Joseph Roger O’Dell, per lui si mobilitarono anche Papa Giovanni Paolo II e Madre Teresa di Calcutta. Il suo corpo è sepolto nel cimitero di Palermo.

sabato 6 febbraio 2021

Il problema dimenticato degli orfani dell’Isis - 27.000 bambini sotto gli 8 anni nel campo di Al Hol, per l'ONU «uno dei problemi più urgenti al mondo»

Osservatore Romano
Ventisettemila bambini, la gran parte sotto gli otto anni. Alcuni arrivati in braccio alle madri, altri nati lì, in una città di tende e fango, un campo prigione nel nord est della Siria per le vedove ed i figli del cosiddetto Stato islamico (Is) collassato nel 2016 dopo nove anni di guerra. Per le Nazioni Unite «uno dei problemi più urgenti al mondo». Anche uno dei più dimenticati, in un mondo dalla memoria già corta.


Ventisettemila piccoli fantasmi rimasti a galleggiare come detriti dopo l’implosione della follia terrorista che voleva farsi Stato ed aveva mosso guerra di conquista nel Medio Oriente. Negli anni in cui l’Is chiamò a raccolta da mezzo mondo aspiranti combattenti per far rinascere il Califfato, in tanti furono portati dai genitori — piccolissimi o appena concepiti — in queste terre, per essere allevati in un nuovo ordine. 

Sono stati indottrinati, hanno visto morire padre e madre, non conoscono altro che guerra, radicalismo, scontri, fazioni, punizioni. Il campo di Al Hol — fornace di polvere l’estate, pozza di melma d’inverno, ora assediato anche dal covid come avverte Medici senza frontiere — è la loro finestra sul futuro. Il recinto blindato, guardato dai soldati e le soldatesse dell’Sfd, è l’unico orizzonte che chiude lo sguardo e l’idea di come sia fatto il mondo.

Le Nazioni Unite, venerdì scorso, hanno lanciato un appello per la salvezza di quei 27.000 bambini. Lo spazio li tiene prigionieri ma il tempo è un nemico peggiore, perché plasma anime incapaci di libertà ed amore. Quando il responsabile per l’antiterrorismo delle Nazioni Unite, Vladimir Voronkov dice in una riunione informale del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che quei piccoli sono «incagliati, abbandonati al loro destino» parla di vite umane prigioniere di un meccanismo ad orologeria. «Devono essere considerati innanzitutto come vittime, ed i minori di 14 anni hanno diritto di non essere detenuti e puniti» è stato l’appello rivolto al Consiglio da Voronkov.
[...]
Eppure i Paesi di origine non sanno, o non vogliono, gestire il ritorno alla società civile di minori traumatizzati e costretti a vivere in un microcosmo che riproduce, anche nelle gerarchie fra prigionieri, la follia fondamentalista. Se molte donne subiscono ce ne sono altre che hanno tenacemente ricostruito una catena di comando basata sulla paura e sul fanatismo. Per 27.000 bambini, malnutriti, malati, senza speranza, l’Is non ha mai perso la guerra.

Chiara Graziani

venerdì 5 febbraio 2021

Vicenza - Gravi violenze contro i "clochard": coperte gettate, bagnati con gli idranti, multe per violazione del "coprifuoco" per chi dorme per strada. 5 sono morti di freddo

Fanpage
A Vicenza gli addetti alla pulizia urbana sparano acqua gelida sui clochard e prendono le coperte per gettarle via. I vigili urbani fanno fioccare multe per violazione di coprifuoco contro i senza tetto. Immediata la polemica in città.


La linea dura dell'amministrazione comunale di Vicenza contro i senza tetto fa discutere. A denunciare i fatti sono stati i volontari dell'associazione Welcome Refugees di Vicenza: "è da diverso tempo che cerchiamo di porre fine agli episodi di violenza fisica e psicologica rivolta a chi dorme per strada" spiegano le attiviste Elena Guerra e Giorgia Zilio. 

"Tra i vari tentativi una lettera mandata al sindaco in persona e l'esposizione delle problematiche durante i vari incontri con l'assessore al sociale Matteo Tosetto e i servizi sociali del comune. La denuncia sollevata in queste settimane non si basava, così come vorrebbero le accuse, su un vociare tra volontari ma su testimonianze concrete sia di volontari sia di senzatetto".


Le video inchieste che i volontari di Welcome Refugees hanno condotto in queste settimane per raccogliere le testimonianze dei senza tetto, mostrano il grado di violenza psicologica e fisica a cui i clochard sono sottoposti. Ad un clochard sono state prese le coperte e gettate nell'immondizia per due notti di seguito, poi gli idranti sparati sui senza tetto dai dipendenti comunali della pulizia urbana mentre ancora stavano dormendo, infine le multe per violazione di coprifuoco a chi una casa nemmeno ce l'ha. 

Tutti questi fatti hanno avuto luogo negli ultimi mesi, ma i volontari di Welcome Refugees non escludono che anche a gennaio sia continuata la vessazione contro questa categoria di svantaggiati.

Elena Guerra e Giorgia Zilio di Welcome Refugees hanno mosso un appello alla città di Vicenza e all'amministrazione comunale affinché tutto questo finisca: "ribadendo il preziosissimo lavoro dei servizi sociali e dell'assessorato che hanno ampliato notevolmente i servizi per le persone senza dimora, non possiamo tuttavia far finta di niente di fronte ad azioni che ledono la dignità umana e peggiorano le condizioni di salute fisica e psicologica di persone già fragili".

Ci sono stati anche dei morti tra le persone che vivevano in strada. Nell'indifferenza di molti, sono stati in totale cinque i clochard a perdere la vita nell'ultimo periodo: "la scorsa settimana è venuto a mancare A., appena cinque giorni e ci viene comunicato il decesso di E., la quinta persona senza fissa dimora a perdere la vita nel vicentino da dicembre ad oggi", denunciano da Welcome Refugees Vicenza.

Elia Cavarzan

Fonte: Fanpage

giovedì 4 febbraio 2021

Stati Uniti. Biden rottama Trump sui migranti. Task force per riunire le famiglie ispaniche - 5.000 bambini nei centri di accoglienza al confine con il Messico

La Stampa
Il presidente crea una task force per riunire le famiglie ispaniche separate dal predecessore. Ci sono ancora 5000 bambini nei centri di accoglienza nella zona di confine con il Messico. 


La tattica dei narcos era sempre la stessa, durante la peggiore invasione degli illegali minorenni. Quando calava il buio, i coyotes messicani portavano i bambini migranti non accompagnati dai genitori sull'altra sponda del Rio Bravo (o Rio Grande, a seconda del paese), costringendo gli agenti americani della Customs and Border Protection (Cbp) a soccorrerli. 

Nello stesso tempo, poco più a valle oppure a monte, i trafficanti si approfittavano di aver distratto i doganieri, e attraversavano il fiume in barca per scaricare la droga ai loro complici in territorio Usa. Certe volte gli agenti non facevano in tempo a trovare i bambini, che quindi si perdevano nel deserto, morendo spesso di fame. Quando invece li prendevano, li portavano nei centri di accoglienza.

Biden adesso vuole rivoluzionare la politica sull'immigrazione, a partire dai tre ordini esecutivi che ha firmato ieri, e lo fa con le migliori intenzioni. La realtà al confine però è ancora questa, con circa 5.000 bambini attualmente sotto la custodia della Cbp, così come resta uguale l'emergenza delle carovane, che ancora si formano in America centrale per puntare verso il confine. Il presidente dovrà farci i conti, e perciò tenterà un difficile equilibrismo. 

Da una parte cambierà tutto, almeno in linea di principio, ma dall'altra lascerà in vigore alcuni provvedimenti di Trump, perché non ha ancora un'alternativa più umanitaria pronta, e non vuole lanciare il segnale di debolezza che le porte sono state riaperte all'immigrazione illegale.

Ieri Biden ha firmato tre decreti. Il primo crea una task force per riunificare le famiglie degli immigrati illegali separate dal predecessore, che ha lasciato 545 bambini ancora senza genitori. Il secondo riguarda il sistema per l'asilo, puntando ad affrontare le cause economiche e sociali alla radice delle migrazioni, nei paesi di provenienza, e rivedendo le regole per l'accoglienza negli Usa. Ad esempio rivedrà il programma che obbliga i richiedenti a restare in Messico, con l'idea di cancellarlo, senza però lasciar entrare subito quelli in attesa di risposta. 

Resterà invece in vigore la misura "Title 42" legata al Covid, per espellere subito i nuovi illegali. Il terzo decreto vuole "ristabilire la fiducia nel nostro sistema di immigrazione legale e integrazione", ad esempio eliminando alcuni limiti imposti da Trump alle domande per le carte verdi.

Il muro da 16 milioni di dollari e la tolleranza zero di Donald non hanno funzionato, se non altro perché gli arresti al confine sono stati più di 70.000 al mese negli ultimi quattro mesi, tornando quindi ai massimi livelli del decennio. Solo domenica scorsa, 260 bambini sono stati assegnati ai centri di accoglienza, quasi quanto i 294 di media nel picco della crisi del giugno 2019. Biden quindi deve cambiare linea, senza però provocare un'emergenza già pronta a scoppiargli in mano.

Paolo Mastrolilli

martedì 2 febbraio 2021

Guerre dimenticate. Etiopia, in Tigray uccisioni di civili e rimpatrio a rifugiati eritrei imposto da Asmara

Avvenire
A 3 mesi dall'inizio delle operazioni dell'esercito, i leader della regione ribelle non si arrendono. Testimonianze sulle uccisioni di civili e sul rimpatrio imposto dall'Asmara ai rifugiati eritrei.
© UNHCR/Olivier Jobard

Guerra a oltranza nel Tigrai contro gli invasori, promette il leader del Tplf, Fronte di liberazione del popolo tigrino. E dopo tre mesi di guerra nella martoriata regione settentrionale dell’Etiopia si moltiplicano le testimonianze di massacri di civili, saccheggi e deportazioni di rifugiati eritrei che sarebbero stati commessi dalle truppe eritree alleate dei soldati etiopi. 

Da Addis Abeba smentiscono ogni addebito, ma cresce la pressione internazionale sul governo di Abiy Ahmed per far entrare gli aiuti umanitari distribuendoli a tutta la popolazione dopo gli allarmi delle agenzie dell’Onu e delle poche Ong sul campo per l’avanzare della malnutrizione e la mancanza di farmaci e acqua potabile.

«La situazione alimentare nel Tigrai era già estremamente grave prima che iniziassero i combattimenti a causa di un’epidemia di locuste e della pandemia di Covid-19», ha dichiarato all’Associated Press il direttore di Oxfam in Etiopia, Gezahegn Kebede Gebrehana. 

«Quando hanno avuto luogo i combattimenti, molte persone sono fuggite nella boscaglia. Ma quando sono tornati, la maggior parte ha trovato le proprie case distrutte o tutti gli averi saccheggiati», ha aggiunto.

Dopo un silenzio di due mesi è intanto tornato a farsi sentire Debretsion Gebremichael, l’ex presidente della regione settentrionale del Tigrai e leader del Fronte di liberazione del popolo tigrino (Tplf), deposto assieme al suo governo in seguito all’operazione militare lanciata dal governo di Addis Abeba lo scorso 4 novembre. 

In un audio diffuso su Facebook e rilanciato dall’emittente radiotelevisiva tigrina Dimitsi Weyanee dai principali media internazionali – che tuttavia chiariscono che non è possibile verificarne l’attendibilità – il leader tigrino ha ringraziato il popolo per la sua resistenza e ha assicurato che la guerra continua, sebbene il governo federale il 27 novembre abbia dichiarato concluse le operazioni nel Tigrai con la presa del capoluogo Macallé.

[...]

Paolo Lambruschi

lunedì 1 febbraio 2021

Bielorussia, nel cuore dell'Europa, violazioni dei diritti umani nelle carceri e l'impunità per i torturatori

La Repubblica
Il nuovo dossier di Amnesty International fa luce sulle violenze commesse dalle autorità bielorusse contro i manifestanti che hanno protestato contro i risultati elettorali dell'agosto 2020. 

Le autorità della Bielorussia hanno usato il sistema giudiziario nazionale come un'arma per punire il dissenso e le vittime della tortura, anziché i responsabili di quelle violenze. 

È quanto afferma il report di Amnesty International "Bielorussia: voi non siete esseri umani", pubblicato ieri. La ricerca della giustizia in Bielorussia è "senza speranza", si legge nel report, ed è per questo che Amnesty International richiede l'attenzione della comunità internazionale.

Nessuna denuncia contro le autorità - Le autorità bielorusse hanno ricevuto oltre 900 denunce di violazioni dei diritti umani commesse dalla polizia ai danni di civili, a seguito della repressione brutale e di massa scatenata contro il dissenso dopo le elezioni dell'agosto 2020. Eppure, non è stata avviata neppure un'indagine in merito. Le uniche indagini sono quelle contro i manifestanti pacifici: a fine ottobre erano oltre 600 i fascicoli aperti e oltre 200 le persone incriminate per rivolta di massa e violenza contro la polizia.

Torture in carcere. Durante e dopo le proteste, le autorità hanno trattenuto centinaia di civili e manifestanti pacifici. Nella notte tra il 13 e il 14 agosto all'interno della struttura "Akrestsina" a Minsk le famiglie delle persone fermate hanno registrato chiari rumori di pestaggi e grida agonizzanti, che non lasciano alcun dubbio su quanto si stesse svolgendo. Un testimone riporta: "Chiunque piangeva e pregava di cessare i pestaggi, veniva picchiato ancora di più".

Numeri sconosciuti. Amnesty denuncia l'assenza di dati ufficiali circa il numero di arrestati nel corso delle proteste. Secondo l'Alto commissario ONU per i diritti umani Michelle Bachelet, il numero superava quota 27.000 lo scorso dicembre, e gli arresti non sono fermati. Un altro detenuto racconta di come i detenuti fossero obbligati a camminare lungo un corridoio dove cinquanta agenti di polizia scatenavano su di loro i manganelli

Scoraggiare le denunce. Chi è arrivato a sporgere denuncia si è esposto al rischio di gravi rappresaglie e si è trovato davanti ad un muro di burocrazia e tattiche per scoraggiare, intimidire e respingere le denunce. Una testimone racconta che, dopo essere riuscita a far registrare la sua denuncia e a ottenere che un medico la visitasse, il magistrato le ha detto che non avrebbe aperto un'indagine "senza un ordine dall'alto". Le denunce contro i manifestanti invece sono arrivate. Le organizzazioni della società civile hanno documentato decine e decine di procedimenti aperti contro manifestanti pacifici sulla base di accuse false e politicamente motivate.

La richiesta di giustizia internazionale. Amnesty International ricorda che la Bielorussia è obbligata dal diritto internazionale a rispettare i diritti umani di tutte le persone che si trovano sul suo territorio, garantendo tra l'altro il divieto assoluto di tortura e indagando e punendo i responsabili. "Il livello senza precedenti di violazioni dei diritti umani e la totale impunità garantita ai responsabili rendono necessaria l'attuazione o l'istituzione di meccanismi di giustizia internazionale", ha commentato Maria Struthers, direttrice per l'Europa orientale e l'Asia centrale di Amnesty International. "La comunità internazionale non può restare a guardare".

Flavia Carlorecchio