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martedì 29 dicembre 2015

Confine UE Grecia-Macedonia. Rifugiati "selezionati", Somali e Yemeniti respinti

L'Espresso
Pagano per arrivare. E devono pagare pure per essere respinti indietro. Dopo dieci ore di viaggio. Senza pause o conforto. Ecco cosa sta accadendo al valico fra Grecia e Macedonia ogni giorno da più di due mesi. Sotto lo sguardo indifferente delle autorità. E i guadagni per i privati

I volontari continuano a ripetere: "assurdo", "surreale", "una follia". Non sanno come altrimenti descrivere quello che sta accadendo da due mesi a Idomeni, villaggio di confine fra Grecia e Macedonia, valico piano per superare la frontiera e iniziare la rotta verso la Germania, e per questo scelto da centinaia di migliaia di profughi sbarcati nelle isole egee dall'inizio dell'anno. Dal 18 novembre il governo macedone ha alzato qui una rete di filo spinato e militari, che filtrano "gli ingressi", come a uno stadio: solo coloro che arrivano da Siria, Afghanistan e Iraq possono passare. Solo loro hanno il biglietto giusto per iniziare la marcia verso Nord.
Gli altri, tutti gli altri, compresi somali o yemeniti (dove la guerra continua, nonostante sia stata dimenticata dai media ) non hanno alcun diritto riconosciuto, nemmeno quello di fermarsi e riposare. Sono subito rispediti indietro, ad Atene. Ricacciati sui bus privati con i quali sono arrivati, e che devono pagare pure per il rientro forzato. L'Europa? Osserva e accetta, tranquillamente, il caos di Idomeni.
[...] Uomini e donne stravolti, una coperta in testa, uno zaino che è tutto ciò che hanno della vita precedente, fermi diligentemente in coda per farsi "filtrare". Quindi i bus, con un video che mostra un autista che raccoglie i soldi del biglietto "di ritorno" con protervia. E parole fin troppo chiare: «Se non mi date i contanti vi faccio subito arrestare». La polizia osserva passiva. È tutto in regola, pare.
«È tutto surreale», dice invece Costance Theisen, operatrice di Medici senza Frontiere che si trova sul posto: «Prima i bus arrivava al piazzale, i migranti scendevano e potevano almeno riposare al campo allestito per l'accoglienza». Dopo le proteste di dicembre però, nelle quali alcuni profughi respinti (in quanto non siriani) erano arrivati a cucirsi le labbra in segno di protesta, il campo è stato chiuso.

«Adesso i bus vengono fermati sul percorso, in un posto di blocco a circa venti chilometri da qui», racconta Fani Galatsopoulou dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni: «E solo una vettura alla volta può parcheggiare a ridosso della frontiera. La procedura così è più veloce. In pochi scendono, si mettono in fila, mostrano i documenti - i controlli sono più rigidi - e attraversano il confine, se possono».
Gli altri vengono ricacciati sui bus. «Per arrivare da Atene a Idomeni questi pullman impiegano circa 10 ore. Poi vengono fermati, e spesso stanno in attesa anche per mezza giornata», denuncia Constance: «Appena scesi, se sono pakistani, iraniani, o di qualunque nazionalità che non rientri nelle tre accettate, sono rispediti indietro per un viaggio altrettanto lungo. Senza pause. Noi cerchiamo di offrire ora un po' di conforto, visite mediche minime e cibo alla stazione di servizio, ma è un caos».

Per il viaggio, i migranti pagano agli imprenditori privati che si sono buttati nel business di frontiera fra 10 e i 20 euro l'andata. Altrettanti per il rientro. Spendono 40, 35 euro a testa per essere trasportati avanti e indietro come pacchi. «Che ci sia un problema qui è evidente», ammette Fani. Bruxelles aveva promesso di risolvere tutto con i funzionari di Frontex. «Frontex? Li abbiamo aspettati per settimane», raccontano gli operatori sul campo: «Un giorno sono venuti due funzionari, hanno fatto una visita di qualche ora e poi via. Mai più visti o sentiti». Intanto i pullman continuano a raccattare disperati a Kavala, ad Atene, al Pireo, senza informarli del passaggio bloccato. E ancora adesso fra il 16 e il 30 per cento di quanti arrivano fino a Idomeni sono ricacciati indietro.

Dove? «Ad Atene l'unico riferimento istituzionale è il campo d'accoglienza allestito nello stadio», spiega Constance: «Dove però le condizioni umanitarie non sono buone e i posti limitati. Chi non entra semplicemente sparisce». Siriani, afghani e iracheni hanno infatti un permesso, dato allo sbarco, che è valido sei mesi. Per loro la strada verso l'Europa del Nord resta impervia ma possibile. Chi sopravvive ai naufragi nel piccolo braccio di mare fra Turchia e isole Egee può sperare.

Somali, iraniani, pakistani e yemeniti invece ricevono un documento che vale soltanto 30 giorni in Grecia. Possono fare richiesta d'asilo lì, certo, ma se non vogliono aspettare ad Atene il giudizio sul loro stato devono trovare autonomamente un modo per "scappare". Da clandestini. Anche perché non tutti possono fare richiesta di rientrare vista la situazione a casa loro: come un paradosso, la Somalia, ad esempio, non è considerata un "paese sicuro". I suoi abitanti quindi a rischio, non possono chiedere il rimpatrio volontario. E restano sospesi in un limbo. «Ora in molti si stanno avviando anche sulla tratta più impervia che passa dall'Albania, ma avranno gli stessi problemi: non li faranno entrare», spiega Galatsopoulou.

Le frontiere sono chiuse. E per alcuni ancora più chiuse che per altri. «Adesso agli illegali si è aggiunto un gruppo considerato ancora più illegale», racconta Theisen: «I migranti del Magreb. A loro non viene nemmeno dato il permesso di 30 giorni, quando arrivano. Per loro l'unica strada indicata è il rimpatrio. Oppure la detenzione immediata». Benvenuti in Europa.

lunedì 28 dicembre 2015

Burundi sull'orlo del baratro. Ora l'Unione Africana alza la voce in maniera decisa

Famiglia Cristiana
Il braccio di ferro, ora, è tutto africano. E forse la crisi burundese si appresta a una svolta. Dopo mesi di pressioni internazionali, che poco o nulla hanno sortito, ora è l'Unione Africana ad alzare la voce in maniera decisa. Ma il Burundi non ci sta

L'Unione Africana ha votato venerdì 18 dicembre l'invio di 5 mila soldati nel piccolo Paese che da mesi è scosso da una profonda crisi politica, istituzionale e umanitaria. Da quando lo scorso aprile il presidente Pierre Nkurunziza ha ufficializzato la sua candidatura per un terzo mandato incostituzionale, la situazione non ha fatto che deteriorarsi.

Nonostante le proteste di piazza della popolazione della capitale Bujumbura, nonostante le pressioni internazionali, le elezioni si sono svolte a luglio e hanno ovviamente confermato la rielezione di Nkurunziza, dopo che gli altri candidati si erano ritirati in segno di protesta.
Da allora, una parte del Paese non riconosce più il presidente come tale. E da allora, le proteste vengono sistematicamente soffocate nel sangue.

Braccio di ferro con l'Unione Africana
Dopo i tanti tentativi della Comunità internazionale, ora ci prova l'Unione Africana. Erano stati dati tre giorni di tempo per accettare o respingere la missione, che prenderebbe il nome di Maprobu e avrebbe il compito di proteggere i civili e prevenire ogni ulteriore deterioramento della situazione.

E lunedì 21 dicembre il parlamento burundese, con le due camere riunite in seduta straordinaria, ha respinto la missione e chiesto al proprio governo di difendere la sovranità nazionale. Lo stesso ha fatto il Consiglio nazionale di sicurezza.

Le pressioni internazionali 
L'Unione Africana aveva già dichiarato che, in caso di rifiuto, potrebbe far ricorso all'articolo 4 del suo Atto Costitutivo, secondo il quale la comunità dei Paesi membri può decidere anche contro la volontà del singolo Stato, in caso di circostanze gravi, come genocidio o crimini di guerra e contro l'umanità.

La situazione è dunque su un pericolosissimo crinale. Il Burundi ha dichiarato che riterrà qualunque invio di truppe un atto di aggressione e agirà di conseguenza.

La comunità internazionale nel frattempo non sta a guardare, anche se da mesi preferisce adottare misure che lascino un seppur esiguo margine a possibili trattative. L'ultimo atto in ordine di tempo viene direttamente da Barack Obama, che sempre lunedì 21 ha emesso un decreto presidenziale secondo il quale a partire dal 1 gennaio prossimo esclude il Burundi dall'African Growth and Opportunity Act.

Da più parti si fanno pressioni perché il Burundi venga anche sospeso dal Consiglio per i Diritti Umani dell'Onu. È davvero un ossimoro che sia membro del Consiglio un Paese che i diritti umani li sta calpestando con una sfrontatezza raramente documentata altrove.

Rischio genocidio
Il 12 novembre era stato il Consiglio di Sicurezza dell'Onu a pronunciarsi, con una perentoria richiesta di proteggere i diritti umani e di cooperare con i mediatori africani per riaprire immediatamente “un dialogo inclusivo e genuino inter-burundese”, con l'allusione a possibili future “misure addizionali contro tutti gli attori burundesi le cui azioni contribuiscano a perpetuare la violenza”, ma nessuna sanzione mirata.

Il pressing per una presa di posizione era cominciato dopo che, all'inizio di novembre, era trapelata sugli organi di stampa nazionali la registrazione di un incontro a porte chiuse, in cui il presidente del senato Révérien Ndikuriyo usava parole di fuoco contro gli avversari, con un linguaggio simile ai messaggi di odio che precedettero il genocidio rwandese del 1994. Da lì si è cominciato a parlare a più riprese di “rischio genocidio” per il Paese.

Di nuovo, il 19 dicembre, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha invocato una urgente accelerazione degli sforzi di mediazione da parte della East African Comunity e ha domandato ai governanti burundesi di cooperare pienamente con la missione di peacekeeping proposta dall'UA. Senza esito, come abbiamo visto.

Scontri a fuoco e repressione 
L'ultimo atto eclatante è stato lo scorso 18 dicembre, quando un assalto a quattro campi militari della capitale alle prime ore del mattino (da parte di un gruppo armato, pare di oppositori) ha causato una violenta controffensiva che ha lasciato sul terreno, a seconda delle fonti, dai 70 ai 200 morti, per la maggior parte civili.

Il tutto all'indomani dell'ennesima risoluzione del Parlamento Europeo, che chiedeva il congelamento di tutti gli aiuti non umanitari al governo burundese. “Circa la metà del budget del Burundi”, si leggeva nel comunicato del Parlamento europeo, “proviene dall'aiuto internazionale,con un contributo dell'UE di 432 milioni di euro per il periodo 2014-2020”.

Quotidiane sparizioni, uccisioni, rastrellamenti
La repressione iniziata la scorsa primavera, infatti, si è incattivita dopo le elezioni-farsa che hanno riconfermato Nkurunziza alla testa del Paese. Le opposizioni, le associazioni e la stampa libera (ormai quasi tutti rifugiati all'estero) documentano e denunciano quotidianamente rastrellamenti, uccisioni, esecuzioni extragiudiziali, spesso commessi da uomini in uniforme.

A essere colpiti sono per lo più uomini e giovani, a partire da chi si è segnalato per aver partecipato alle manifestazioni contro il terzo mandato, ma ormai gli arresti sono davvero arbitrari, chi capita capita.

Retate, punizioni collettive, prelievi forzosi che equivalgono a rapimenti veri e propri,anche se ad attuarli sono uomini in divisa. Tutto ciò è concentrato nella capitale Bujumbura e colpisce in particolare i quartieri contestatari in cui vive la minoranza tutsi, ma non solo loro. Il terrore è generalizzato. E a Bujumbura nel terrore ci si sveglia ogni mattina. Terrore per quello che può essere capitato nella notte, terrore per quello che può capitarti di giorno, dato che nessuno può più dirsi al sicuro. E terrore per gli orrori volutamente esibiti: chi viene prelevato dalle forze “dell'ordine” spesso sparisce. Ma altrettanto spesso viene ritrovato barbaramente ucciso il giorno dopo, il corpo gettato nelle strade, o nei fossati, spesso con segni di tortura, a volte col cranio sfondato o decapitato.

Un vero orrore esibito come monito, nelle strade in città, dove chiunque può passare e vedere. Un orrore esibito con una sfrontatezza che raramente si ricorda. All'estero, da Bruxelles a Ginevra a New York, si moltiplicano le riunioni e le misure restrittive. Ma il regime di Bujumbura pare infischiarsene, irridendo la comunità internazionale.

Vedremo se l'Unione Africana avrà buon gioco. Ma le riserve non mancano, dato che non sono pochi i presidenti (soprattutto nella regione dei Grandi Laghi e nell'Africa Centrale) che ignorano democrazia e alternanza e puntano a un terzo mandato incostituzionale, sulle orme di quel Nkurunziza che a parole tutti condannano.

USA: operazione del governo per deportare intere famiglie di migranti fuggite dalla violenza dell'America Centrale

La Repubblica
Il dipartimento per la Sicurezza nazionale Usa ha organizzato una serie di operazioni per deportate centinaia di famiglie che si sono riversate nel Paese dall'inizio del 2014. Lo riferisce il Washington Post. La campagna, che scatterà a gennaio, sarebbe il primo tentativo su vasta scala di deportare persone fuggite alla violenza scoppiata in America Centrale. Più di 100mila famiglie hanno attraversato il confine sudovest, anche se la migrazione è stata ampiamente messa in ombra da un aumento relativo di minori non accompagnati

L'operazione prenderebbe di mira solo gli adulti e i bambini a cui è già stato ordinato di lasciare il Paese da un giudice dell'immigrazione, secondo quanto riferisce un funzionario a conoscenza dei dettagli.

La campagna, che sarà condotta dal dipartimento d'Immigrazione e dogana, è ancora in fase di preparazione e in attesa dell'approvazione della Homeland Security. Gli adulti e i bambini saranno detenuti dove sarà possibile e immediatamente espulsi. Il numero mirato dovrebbe essere nell'ordine delle centinaia e forse maggiore.

Le deportazioni proposte sono stati argomenti controversi all'interno dell'amministrazione Obama e sui quali si è discusso per diversi mesi. Il segretario del dipartimento per la Sicurezza nazionale, Jeh Johnson, sta spingendo per portare avanti l'operazione, secondo quanto riferiscono fonti citate dal Wp, in parte a causa di un nuovo picco nel numero di immigrati illegali in Usa negli ultimi mesi. Le pressioni sono aumentata anche a causa della decisione della corte che ha ordinato al dipartimento di iniziare a lasciare andare le famiglie ospitate nei centri di detenzione.

Messa di Natale a Mazara del Vallo. In prima fila l'Imam a portare i saluti della comunità islamica

Vivi Mazara
Il giorno di Natale, i fedeli, che gremivano l’artistica chiesa di San Francesco, avevano notato in prima fila un musulmano che indossava gli abiti propri dei musulmani e si chiedevano il perché di quella presenza. L’Arcivescovo Vito Rallo, Nunzio Apostolico in Marocco, al termine dell’omelia, dopo aver rivolto gli auguri natalizi alla comunità cattolica, ha spiegato quella presenza, dicendo. “Oggi desideriamo ringraziare il Responsabile della Moschea di Mazara Vallo, Sig. Mohammed El Mriéh, che è venuto a presentarci gli auguri di buon Natale da parte della comunità musulmana mazarese.

Quando vivevo in Burkina Faso era del tutto normale che in occasione delle festività cattoliche i musulmani andassero a far visita ai cristiani e, viceversa, in occasione delle festività musulmane i cristiani rendessero visita ai musulmani.

Oggi, il nostro fratello Mohammed El Mriéh ci porta il saluto e gli auguri della comunità musulmana di Mazara del Vallo. Al contempo, desideriamo formulare i nostri migliori auguri alla comunità musulmana che, oggi, per una felice coincidenza di calendari, celebra la nascita del loro profeta Maometto. La sua presenza ci ricorda che non tutti i musulmani sono terroristi. I terroristi sono un gruppo di fanatici, che sono stati condannati dalle più alte autorità musulmane. L’Islam è una religione di pace e i musulmani desiderano vivere in pace e concordia con i fratelli cristiani. Insieme, testimoniando una religione di amore, pace e misericordia possiamo contribuire, praticando ognuno la propria fede, a costruire un mondo più fraterno e giusto.

Il nostro amico Mohammed El Mriéh è di origine marocchina, la sua presenza mi autorizza, pertanto, a far conoscere la lettera che il Ministro per gli Affari Islamici ha indirizzato all’Arcivescovo di Rabat. “Caro fratello nella fede, in occasione del nuovo anno, ho la gioia di augurare, a Voi e alla vostra comunità, e nell’espressione più condivisa, un gioioso natale e un felice anno nuovo. Per tutti coloro che credono nella speranza, la coincidenza, quest’anno, delle date delle due natività, la cristiana e la musulmana, e malgrado tanti avvenimenti tragici sulla terra, auspica un’era di migliore comprensione, di più umiltà e di riconoscimento giusto. Noi inauguriamo insieme giorni più lunghi di luce e sogniamo sempre una primavera dell’anima. Soltanto i negatori disperano della bontà divina”.

Cari amici, questo bel messaggio può essere fatto proprio anche da noi. Pertanto, auguro a tutti, cattolici e musulmani, buone feste alla luce della Bontà divina che nel Figlio suo ci mostra il suo amore per tutti gli uomini”.

I fedeli hanno manifestato il loro consenso al Messaggio del Ministro del Marocco e alle parole del Nunzio Apostolico augurando, con un forte applauso, buone feste alla comunità musulmana di Mazara del Vallo.

L’Arcivescovo Vito Rallo, Nunzio Apostolico in Marocco

domenica 27 dicembre 2015

En el Jubileo el Papa Francisco pide abolir la pena de muerte

Aleteia
Juan Pablo II dijo que era una pena "cruel e innecesaria" y Benedicto XVI innovó hablando de “justicia restituida”
El papa Francisco, en el mensaje de la XLIX Jornada Mundial de la Paz que se celebrará el próximo primero de enero, dijo en el contexto del Jubileo de la Misericordia: “deseo renovar el llamamiento a las autoridades estatales para abolir la pena de muerte allí donde está todavía en vigor, y considerar la posibilidad de una amnistía”.

El Papa justifica su petición hecha pública la semana pasada, para que “los Estados” durante el Año Santo cumplan “gestos concretos, actos de valentía para con las personas más frágiles de su sociedad, como los encarcelados, los emigrantes, los desempleados y los enfermos”.

Por lo que se refiere a los detenidos, aseguró que “en muchos casos es urgente que se adopten medidas concretas para mejorar las condiciones de vida en las cárceles, con una atención especial para quienes están detenidos en espera de juicio”.

Asimismo, el pontífice pide que haya una “finalidad reeducativa de la sanción penal y evaluando la posibilidad de introducir en las legislaciones nacionales penas alternativas a la prisión”.

La pena de muerte es una preocupación del papa Bergoglio, y está en una línea de continuidad con sus predecesores, san Juan Pablo II y Benedicto XVI.

Al respecto, apenas cinco días después de su discurso al Congreso de EEUU donde pidió la abolición de la pena capital en el país que más la práctica junto a China e Irán, y sin importar su apelo directo, en el Estado de Georgia, ejecutaron después de 70 años a Kelly Gissendaner.

Sin embargo, hay buenas noticias sobre el tema. “Desde los años 70, los países que no usan más la pena capital han aumentado en 7 veces, eran 20, hoy son más de 150”, dijo Mario Marazziti, autor del libro Desde Caín hasta el Califato, hacía un mundo sin pena de muerte, Life, presentado este martes 22 de diciembre en Roma a un grupo de periodistas.

El también portavoz de la Comunidad de San Egidio, inspirado en una visita al campo de concentración de Auschwitz en Polonia, contó algunos testimonios reales de personas condenadas a la pena capital que definió como “el arte de vivir cuando hay poca vida” esperando el momento de la inyección o la silla eléctrica.

Testimonio desde el brazo de la muerte
En un episodio muy humano, Marazziti contó sobre la carta de un condenado a muerte a un amigo en la distancia que decía así: “Te cuento la historia de la estrella marina -es noche casi alba- alguien camina hacia el ocaso en la línea del sol y ve que uno salta y luego se agacha”.

“Era un hombre- continuó- que recoge una estrella marina y la bota al mar. ¿por qué lo haces?, le pregunta el otro. ‘Porque si no, muere’. –’Pero si la playa tiene 160 metros de longitud. ¿Qué valor tiene? No puedes salvar todas las estrellas’… Ves amigo –escribe en su carta antes de morir- tú eres como ese que toma esa estrella marina y la bota al mar. Tu amistad me ha salvado la vida. No se puede salvar a todos. Pero tu amistad ha sido una salvación”.

Existe una continuidad en el discurso de los papas en defensa de la vida y en querer salvar a todos los condenados.

Benedicto XVI
Benedicto XVI, al final de la Segunda Asamblea Sinodal para África, del Sínodo de los Obispos que se llevó a cabo en octubre de 2009 en Roma, aprobó la “petición para la abolición de la pena de muerte”.

Al respecto, en la exhortación apostólica Africae Munus, el papa Ratzinger decía que los agentes de pastoral tienen la tarea de estudiar y proponer “la justicia restitutiva como un medio y un proceso para favorecer la reconciliación, la justicia, y la paz, así como la reinserción en las comunidades de las víctimas y de los delincuentes”.

Juan Pablo II
Juan Pablo II afrontó en diferentes ocasiones el tema. En 1998, pidió que se llegara a una moratoria internacional de las ejecuciones, precisamente, acogiendo la propuesta de la Comunidad de San Egidio y de otras voces de la Iglesia.

El papa Wojtyla en 2001, en el tradicional mensaje en ocasión de la Jornada Mundial de la Paz en enero, denunció lo que llamó una “trágica espiral de muerte” que incluye “homicidios, suicidios, abortos, eutanasia”, como también, el “encarcelamiento arbitrario, recurso absolutamente innecesario a la pena de muerte”.

El Papa polaco le dirigió el 3 de febrero de 2000 un mensaje al entonces presidente estadounidense Bill Clinton sobre el derecho y no le tembló la mano para llamar la atención sobre temas delicados como la pena de muerte, el aborto y la eutanasia.

Y defendió el derecho a que el reo pueda redimirse, porque la pena de muerte “quita definitivamente” esta posibilidad.

El año anterior en diciembre, Juan Pablo II había pedido un “consenso internacional para la abolición de la pena de muerte”, además porque hoy el Estado dispone de otros medios para reprimir eficazmente el crimen.

En el marco de su viaje a EEUU, el 27 de enero de 1999, en el estadio de St Louis, Missouri, ante un público de 100.000 personas, el Papa aseguró que “la pena de muerte es cruel y no es necesaria, y esto vale para los que han hecho mucho mal”. Así invitó a los católicos a comprometerse por la vida.

Y en México, en enero de 1999, en la basílica de Nuestra Señora de Guadalupe, Juan Pablo II le rezó a la patona de América por la vida y la protección de la misma “desde la concepción hasta la muerte natural”.

Luego pidió “nunca más terrorismo y narcotráfico, nunca más tortura y pena de muerte”.


Migranti, nel giorno di Natale salvate 751 persone nel Canale di Sicilia

La Repubblica
In sei distinte operazioni di navi militari coordinate dal centro operativo della Guardia Costiera. A Reggio Calabria arrivati in 371 con la nave Corsi. L'Arcivescovo ha ringraziato forze dell'ordine e volontari impegnati anche nel giorno di festa

Nel giorno di Natale sono stati salvati nel Canale di Sicilia 751 migranti in 6 diverse operazioni, coordinale dal centro operativo di Roma della Guardia Costiera. Si tratta di 5 gommoni e un barcone, con a bordo uomini, donne e bambini. In particolare, la nave Dattilo ha salvato 99 persone, la nave Zefiro 113 migranti, mentre le altre operazioni sono state compiute da un mezzo della marina militare tedesca, in ambito Eunavformed. Tutti i migranti sono in viaggio verso un porto italiano.

Sempre oggi è arrivata nel porto di Reggio Calabria la nave Corsi con a bordo altri 371 migranti, tra cui quattro donne incinte, una delle quali al settimo mese L'arcivescovo di Reggio Calabria Bova, mons. Giuseppe Fiorini Morosini, ha seguito alcune delle fasi di sbarco dei migranti e si è soffermato con i rappresentanti delle forze dell'ordine, i volontari e i religiosi che, anche nel giorno di Natale, si occupano delle operazioni accoglienza e di prima assistenza.

Mons. Morosini, nel messaggio di auguri per il Natale e anche nell'omelia per la messa celebrata in Cattedrale, ha invitato i fedeli a tenere vivo lo spirito dell'accoglienza e della solidarietà. "In questo Giubileo della misericordia, che ha trovato tanto consenso da parte di tutti gli uomini, anche tra i non credenti - ha detto - impariamo da Gesù come essere misericordiosi".

I migranti, soccorsi nello Stretto di Sicilia negli interventi degli ultimi giorni, provengono da Nigeria, Costa d'Avorio, Senegal, Sierra Leone Ghana, Congo Camerun e altri stati africani.

Une association de migrants dénonce la répression à Ceuta et Melilla

RFi Afrique
Plus de 300 migrants africains ont tenté de gagner l'Espagne par l'enclave de Ceuta à l'aube ce vendredi 25 décembre au matin, à la nage ou en escaladant la clôture frontalière au Maroc. Bilan : deux migrants sont morts et 120 ont été interceptés par les autorités.
Cette arrivée massive de migrants ne surprend pas le coordinateur du Conseil des migrants subsahariens du Maroc. Selon Camara Laye, ces migrants vivent dans des conditions très difficiles au Maroc. Et les conditions d'accueil à leur arrivée en Espagne ne sont pas meilleures.

« On ne peut même pas parler d’accueil, fustige Camara Laye. L’accueil, c’est quand il y a quelque chose de digne. Il n’y a plus de place dans les centres donc les conditions sanitaires ne sont pas appropriées. Tout individu aspire à de meilleures conditions de vie. Ceux qui sont là-bas c’est parce que la situation est difficile. »

Répression
Après des campagnes de répression féroce au cours des derniers mois dans l'enclave espagnole de Melilla, les migrants choisissent maintenant le nord du Maroc pour tenter d'entrer sur le sol européen, analyse le coordinateur du Conseil des migrants subsahariens du Maroc.

« Dans les villes du nord, à Tanger par exemple, il y a eu un ratissage vendredi : on prend les gens, on les refoule immédiatement vers le sud. Parce que l’objectif des forces de l’ordre marocaines, c’est d’éloigner le plus possible les migrants des frontières, explique-t-il. Pour nous, franchement, ce n’est pas la solution. C’est le reflet de la politique de l’Union européenne. C’est l’Union européenne qui met la pression sur le Maroc pour éloigner les migrants. Or, ce n’est pas la solution. »

Clôtures renforcées
Selon Camara Laye, l'ajout de clôtures surmontées de barbelés et le renforcement de la surveillance à Melilla ne règlent pas le problème. Ces mesures forcent simplement les migrants à changer de route vers Ceuta.

« Depuis le mois de février 2015, il y a eu un ratissage à Melilla. Principalement à Gourougou, où étaient réfugiés des centaines de migrants. Cette ville est actuellement occupée par les forces de l’ordre marocaines. Donc toutes les tentatives vers Melilla sont vouées à l’échec, souligne-t-il. Les grillages ont été renforcés. Le passage est quasiment impossible. C’est pourquoi les migrants se sont tournés maintenant vers Cassiago, dans la forêt où ils vont se jeter à l’eau comme on l’a vu [ce vendredi 25 décembre ndlr]. A chaque fois, on les prend, on les refoule, on les bastonne, ils sont blessés. »

Chaque année, des milliers de migrants risquent leur vie pour atteindre les enclaves de Ceuta et Melilla, les seules frontières terrestres de l'Union européenne avec l'Afrique. L'Espagne avait consolidé les clôtures frontalières des deux enclaves l'an dernier pour faire face à un afflux de migrants.