Pagine

Visualizzazione post con etichetta respingimenti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta respingimenti. Mostra tutti i post

venerdì 4 dicembre 2020

Rifugiati - Il Parlamento Europeo mette sotto accusa Frontex per respingimenti illegali in Turchia e Libia di migranti che dovevano chiedere asilo

La Repubblica
Al Parlamento europeo i deputati democratici e socialisti chiedono le dimissioni di Fabrice Legeri. "Gli aerei europei aiutano le guardie costiere a rispedire in Libia e Turchia persone che hanno diritto a chiedere asilo"


Gli aerei di Frontex individuano i gommoni e i barconi dei migranti che tentano la traversata nel Mediterraneo e nell'Egeo e li segnalano alle autorità libiche e turche per farli riportare indietro. Respingimenti veri e propri mascherati da soccorsi delle guardie costiere dei Paesi da cui i migranti fuggono.

E' un caso la messa sotto accusa ufficiale di Fabrice Legeri, direttore esecutivo di Frontex, l'agenzia europea per il controllo delle frontiere di cui ieri i deputati europei democratici e socialisti della Commissione per le libertà civili e gli affari interni della Ue hanno chiesto le dimissioni. L'accusa mossa a Frontex è di "pratiche illegali e violazioni dei diritti fondamentali".

L'Unione europea infatti condanna i respingimenti dei migranti e li ha sempre dichiarati illegali ma in moltissimi casi e anche in inchieste aperte dalla magistratura le organizzazioni civili e umanitarie hanno testimoniato e documentato il coinvolgimento della guardia di frontiera europea nei respingimenti nonostante gli accordi internazionali sanciscano che nessuno può essere rimpatriato in un paese in cui è minacciata la sua incolumità.

Le accuse del gruppo parlamentare S&D fanno riferimento ad alcuni pushback al confine marittimo greco-turco ma - secondo le organizzazioni umanitarie - coordinando la guardia costiera libica " l'Agenzia europea per la difesa dei confini ha contribuito alla cattura e alla deportazione di 11.000 donne, uomini e bambini in Libia dall'inizio dell'anno. Persone a cui spettava il diritto di richiedere asilo".

Alla richiesta di dimissioni di Legeri si associa la Ong italiana Mediterranea: "Chiediamo anche che venga istituita una commissione di inchiesta europea sulle attività criminali di pushback che avvengono ai confini. Chiediamo l'immediata cessazione dell'utilizzo degli assetti aerei e navali di Frontex impiegati illegalmente per collaborare con le forze militari di paesi che non rispettano i diritti umani. Chiediamo che vengano trasmesse tutte le prove raccolte dalla Commissione sulle attività illegali di Frontex al tribunale penale internazionale".

Alessandra Ziniti

lunedì 6 luglio 2020

Rotta Balcanica: il “game” disperato dei migranti. Respinti più volte con metodi violenti ritentano la sorte per entrare nella UE

Non dalla guerra
Lo chiamano “the game”, il gioco, perché se si viene fermati e forzati a tornare indietro, l’unica cosa che si può fare giunti in quel punto è rimettersi a camminare e ricominciare il viaggio da capo. Come quando si perde in un gioco.


Per i migranti questo sembra essere l’unico modo possibile per entrare all’interno dell’Unione Europea: mettere la propria vita in uno zaino e iniziare a camminare -meglio al buio, per non essere scoperti- attraverso le foreste di confine della regione dei Balcani col rischio di essere attaccati dagli animali selvatici o respinti dalla polizia.


Nonostante la continua militarizzazione della frontiera da parte di Bosnia, Croazia e Slovenia i flussi di persone che cercano di raggiungere l’Italia non si sono fermati nemmeno durante il periodo di pandemia, segno che i motivi che portano queste persone a lasciare il proprio paese sono ben più gravi dei rischi che questi sono portati a subire durante il percorso. Approfondiamo ciò che succede lungo la rotta balcanica grazie al contributo di Eleonora Camilli, giornalista ed esperta di immigrazione.

Le violenze sulla rotta balcanica, infatti, sono sistematiche e reiterate, documentate dalle numerose associazioni e ong attive con progetti a sostegno dei migranti che attraversano a piedi l’Europa centro-orientale e dai giornalisti che seguono le famiglie per un tratto del loro percorso. Moltissime sono le persone respinte, anche più volte, con metodi violenti e aggressivi durante i numerosi tentativi di oltrepassare la frontiera e continuare il viaggio verso il nord Europa.
Chi riesce ad arrivare in Italia è stremato, senza cibo e segnato sia a livello fisico che psicologico da un viaggio sempre più precario. La Bosnia, infatti, negli ultimi anni è diventata luogo chiave sia per la vita dei migranti, sia per i governi europei. Da una parte viene vista come la “porta ad est” per entrare in Unione Europea, dall’altra come uno dei principali ed importanti stati cuscinetto nella strategia di esternalizzazione delle frontiere che, come nel caso degli accordi con la Turchia e la Libia, punta a tenere le persone ai margini dell’Unione nonostante le disperate richieste di aiuto di migranti, richiedenti asilo e rifugiati.

ph: Michele Lapini

giovedì 12 settembre 2019

Confine con la Croazia - Violenze, soprusi e respingimenti: il “gioco” pericoloso dei migranti sulla rotta balcanica

RomaSette
Lo chiamano il “game” il tentativo di passare le frontiere ma la maggior parte viene respinta dalla Croazia, anche con la forza. «Qui non abbiamo niente»

Seduto per terra, i piedi fasciati, il volto sfregiato, Karim si alza la maglia e mostra i lividi dietro la schiena: «Polizia, polizia» prova a dire in italiano. Originario del Marocco, ha vissuto qualche anno in Italia, per poi tornare nel suo Paese d’origine quando la madre si è ammalata. Ora per tentare di nuovo la fortuna in Europa ha preso un aereo per la Turchia e poi, passando per la Grecia e la Serbia, è arrivato fino a Velika Kladusa, cittadina a pochi chilometri dalla frontiera croata, e punto nevralgico, insieme a Bihac, per chi transita sulla rotta balcanica.

In tutto, secondo le ultime stime del governo centrale, sono almeno 21mila le persone arrivate in Bosnia dall’inizio dell’anno: alcuni sono riusciti a passare, altri restano bloccati, circa 5mila si trovano ora nel cantone Una-Sana. La maggior parte arriva dall’est: Afghanistan, Pakistan, India e Iraq. Ma negli ultimi mesi sono aumentati anche i maghrebini che tentano una via alternativa a quella del Mediterraneo centrale. Proprio come Karim e Moussa, che insieme ad altre centinaia di persone stanno tentando di raggiungere i Paesi del nord Europa, passando via terra.

Sulla rotta balcanica si arriva dalla Turchia o dalla Grecia per poi risalire attraverso la Bulgaria, la Serbia o l’Albania. Ma è in Bosnia che il percorso per tanti si interrompe: il Paese sta diventando, infatti, la nuova porta d’Europa. Chi prova a passare viene quasi sempre respinto dalla vicina Croazia. È stata la stessa presidente Kolinda Grabar-Kitarović, ad ammettere in un’intervista il pugno duro al confine, dicendo che il capo della polizia e il ministro degli Interni le hanno assicurato di non aver «fatto un uso eccessivo della violenza» ma sottolineando anche che per respingere i migranti «un po’ di forza» è necessaria. Secondo le testimonianze dei migranti, la Croazia non permette di fare domanda d’asilo nel Paese neanche a chi ne fa esplicita richiesta.

Eppure chi arriva qui non è disposto ad arrendersi: lo chiamano il “game” il tentativo di arrivare fino all’Italia superando le tre frontiere più difficili (Bosnia- Croazia, Croazia-Slovenia e Slovenia-Italia). In macchina ci vogliono circa tre ore e mezza da Trieste, a piedi dieci giorni di cammino, in mezzo alla foresta, con il rischio di essere attaccati da animali selvatici o fermati dalla polizia e respinti. 

Per poi ricominciare da capo, proprio come in un videogioco. Nei fatti, però, sono pochi a tagliare il traguardo e tanti a tornare al punto di partenza, portandone i segni sul corpo. Le violenze, infatti, sono sistematiche e continue. «Ho provato e riprovato sette volte – racconta Samah, originario dall’India, fuori dal centro di accoglienza Miral -. Ma i problemi sono tanti, specialmente con le autorità croate. Non hanno pietà di noi, ci prendono tutto e ci picchiano per evitare che riproviamo ancora. L’ultima volta mi hanno preso il cellulare, la borsa, i vestiti e le scarpe», racconta, mostrando le fasciature sui piedi, ancora pieni di cicatrici. Anche Fouad ha ricevuto lo stesso trattamento, pur avendo tentato almeno dieci volte. Ora dorme per terra, fuori dal centro. Il Miral, un ex complesso industriale che ha la capienza massima di 800 persone, è stato aperto a settembre per ospitare i migranti in transito. È gestito dall’Oim ed è in sovraffolamento. «Siamo senza cibo, senza vestiti, senza niente – aggiunge -. Quando ho provato a passare il confine c’è stata una colluttazione con la polizia croata – dice mostrando una cicatrice sul braccio destro -. Sono tornato indietro ma qui non c’era più posto, quindi sto aspettando fuori di poter rientrare. L’alternativa è riprovare il game. Non ho un documento di identità solo uno stay paper da quattro mesi, ma serve solo per stare qui».

A chi riesce a entrare nei centri viene dato un foglio che serve per la registrazione. Quasi nessuno ha intenzione di fare richiesta d’asilo in Bosnia. Nel Paese i rifugiati riconosciuti dalla guerra sono in tutto 80. Per chi volesse comunque tentare la formalizzazione dell’asilo è necessaria una residenza formale, che può essere richiesta anche in alcuni centri governativi. I pochi che hanno formalizzato la procedura d’asilo nel cantone Una-Sana hanno ricevuto una carta gialla e devono poi sostenere due interviste con la Commissione a Sarajevo. La maggior parte, però, non alcuna intenzione di fermarsi nel Paese, che ha un’economia in recessione e tassi di disoccupazione altissimi. Per questo l’unico tentativo è provare a passare la frontiera, a ogni costo.

Dal 2016 un gruppo di ong sta monitorando i respingimenti illegali e le violenze ai confini, con una serie di report dettagliati sul sito Border violence. L’ultimo respingimento al confine, documentato, risale al 17 agosto scorso e riguarda un gruppo di 84 persone, tra cui 11 minori non accompagnati. Sono stati tutti portati alla stazione di polizia in Croazia ma non gli sono state prese le impronte né è stato possibile formalizzare la richiesta d’asilo. Dopo una notte alla stazione, sono stati caricati su un pullman, arrivati al confine con la Bosnia la polizia ha aperto il vano posteriore e ha fatto scendere le persone. Gli oggetti personali dei migranti (vestiti, scarpe, cellulari) sono stati raccolti insieme e dati alla fiamme. Stando ai racconti dei migranti, quella di deprivarli di tutto sarebbe una pratica diffusa, che viene utilizzata per dissuadere le persone dal riprovare ancora. «Il fuoco hanno accesso – dice Akim, originario della Siria -; quando ho visto il cellulare andare in fiamme sono scoppiato in lacrime: era l’unica cosa che mi teneva in contatto con la mia famiglia. Ora sto qui, dormo per terra, non ho più nulla: indietro non posso tornare, avanti è impossibile andare. Riproverò ancora finché avrò forza». 

Eleonora Camilli

domenica 9 dicembre 2018

Migranti dalla Svizzera in Italia: "In due anni respinti 6.286 minori soli, in violazione di tutte le convenzioni ONU firmate»

Corriere della Sera
Non solo Francia. La denuncia dell'avvocato Paolo Bernasconi, l'ex procuratore di Lugano che collaborò con Falcone: "In Ticino negati i diritti».


L'avvocato è uno che va subito al punto. "Tanto per essere chiari - scandisce - in Ticino è più facile ottenere un permesso di dimora o lavoro come prostituta che come richiedente asilo. C'è qualcosa che non funziona se siamo il Paese più ricco del mondo e non riusciamo a garantire i diritti fondamentali di questa gente che scappa dalla guerra, sì, ma pure dalla fame. Anche questo continuo distinguere fra bombe e pane... Perché? La fame forse è più accettabile?».
[...]
In Francia - Non solo Francia, insomma. Le espulsioni sommarie avvengono anche ai varchi dei confini italosvizzeri (sia pure in misura ridotta dopo il blocco delle Ong) e spesso nel silenzio. "Faccio parte di una rete di avvocati italosvizzeri che si occupa di questi problemi. Siamo una ventina e le posso assicurare che ne abbiamo di persone che ci raccontano di respingimenti discrezionali - conferma Bernasconi.

Le guardie spesso decidono della vita di una persona guardandola in faccia, senza criterio. Ti cacciano e pazienza se hai qui la famiglia, se è qui che volevi venire, se si violano i diritti fondamentali dell'uomo. E poi magari vanno a casa a fare il presepe...». La rete degli avvocati che cita Bernasconi (legata all'Asgi, Associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione) serve a tenersi aggiornati sulle questioni di diritto, a scambiarsi informazioni sulla situazione in Italia e quella in Svizzera.

Ma soprattutto serve per gli accompagnamenti. "Dati i continui casi di espulsioni sbagliate ci siamo chiesti: che possiamo fare? E allora abbiamo pensato a questa faccenda degli accompagnamenti - riassume l'avvocato Bernasconi. Tutto legale, s'intende. L'illegalità è semmai mandar via le persone su due piedi».

Riammesso sei volte - Uno di loro, di recente, è stato "riammesso"(così si chiama un respinto nelle carte elvetiche) per sei volte in Italia. Finché il suo avvocato non si è presentato al confine con lui. E allora finalmente è passato. Dalla casistica di questi avvocati emergono spesso storie di minorenni non accompagnati. "Trovo che sia da criminali prendere una ragazzina e piazzarla su un treno per l'Italia, sola, di notte. E lo dico perché abbiamo casi del genere, in violazione di tutte le convenzioni Onu firmate dalla Svizzera. Chiedo a chi lo fa: ma tu lo faresti con tua figlia?». 
Fra maggio 2016 e aprile 2018 sono stati "riammessi" in Italia 6.286 minori soli (ne sono rimasti in Svizzera 7.049).
Minori o no, tutte le volte che è possibile si fa ricorso. Quest'anno, per dire, il Tribunale amministrativo federale ha valutato finora più di 4.300 casi di chi ha ritenuto di essere stato espulso ingiustamente (in grandissima parte in Italia), e per 267 volte i giudici hanno stabilito che è stato un errore mandarli via. Un altro dato: nel 2017 la Segreteria di Stato della migrazione ha respinto 12.110 migranti (i ricorsi furono 4.354) e anche in quel caso la maggioranza dei respingimenti è stata verso l'Italia. 

Chiude Bernasconi: "Ottenere l'asilo da noi è come scalare l'Everest. Ce la fanno in pochissimi».

Giusi Fasano

venerdì 2 giugno 2017

Chiedevano l’asilo in Italia: riportati in Egitto senza poter presentare la domanda 20 profughi sbarcati a Lampedusa

Osservatorio dei Diritti
Alla fine i venti profughi egiziani arrivati all’hotspot di Lampedusa sono stati riportati in Egitto ieri, 31 maggio, con un volo charter partito dall’aeroporto Punta Raisi di Palermo. Il gruppo di migranti sarebbe stato trasferito direttamente allo scalo aeroportuale, senza passare per la questura del capoluogo siciliano, come invece era sembrato in un primo momento. 


La conferma è arrivata poco fa a Osservatorio Diritti da una fonte molto vicina al dossier che ha chiesto l’anonimato. Dal ministero dell’Interno, invece, non è ancora arrivata alcuna conferma ufficiale, nonostante la richiesta di informazioni sia stata fatta questa mattina alle 11, circa quattro ore fa.

Non si sa ancora nulla, invece, sulla città egiziana in cui sono stati portati i profughi. Secondo le prime informazioni, il gruppo sarebbe dovuto essere imbarcato su un volo della compagnia aerea Smart Wings, che però opera sull’aeroporto di Palermo solo con quattro destinazioni: Praga, Lione, Nantes, Parigi. A questo punto, dunque, le ipotesi ancora in piedi sono due: i migranti potrebbero aver viaggiato su un volo privato, organizzato appositamente per il rimpatrio; oppure hanno viaggiato effettivamente con la Smart Wings, per cambiare poi aereo una volta raggiunta una delle quattro destinazioni.

La decisione pare sia stata presa nonostante i profughi «abbiano manifestato la loro volontà di presentare domanda di protezione internazionale». Ad aver impedito ai migranti di formalizzare questa richiesta, nello specifico, sarebbe stata semplicemente «l’assenza di modelli C-3 all’interno dell’Hot Spot di Lampedusa». In altre parole, non ci sarebbero stati i moduli per poter chiedere l’asilo.

Tutto quello che è accaduto, insomma, sembra essere contrario al diritto internazionale. Secondo quanto si legge in un documento redatto proprio ieri dall’avvocata Alessandra Ballerini in nome e per conto dell’Associazione diritti e frontiere (Adif), infatti, «da informazioni apprese tramite le associazioni di volontari operanti sul territorio di Lampedusa è giunta notizia di un trasferimento di 20 profughi di nazionalità egiziana, richiedenti asilo, dall’Hot Spot di Lampedusa per il rimpatrio».

Anche Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, ieri scriveva dal suo profilo Twitter: «No ai respingimenti collettivi basati sulla nazionalità. Rischia di accadere a Lampedusa a 20 richiedenti asilo egiziani. Paese sicuro?».

«Le autorità hanno fatto ricorso ad arresti arbitrari collettivi per reprimere le manifestazioni e il dissenso, detenendo giornalisti, difensori dei diritti umani e dimostranti, e hanno limitato le attività delle organizzazioni per i diritti umani. L’agenzia per la sicurezza nazionale (National Security Agency – Nsa) ha sottoposto centinaia di detenuti a sparizione forzata: agenti dell’Nsa e altre forze di sicurezza hanno torturato e altrimenti maltrattato detenuti. Le forze di sicurezza hanno fatto ricorso a un uso eccessivo e letale della forza durante le normali operazioni di ordine pubblico e in circostanze che potevano equivalere a esecuzioni extragiudiziali. Sono proseguiti i processi iniqui davanti ai tribunali civili e militari. Le autorità non hanno provveduto a indagare adeguatamente le violazioni dei diritti umani e ad assicurare alla giustizia i responsabili».
Insomma, secondo l’organizzazione che si occupa di difendere i diritti umani nel mondo, non si tratta esattamente del paradiso dei diritti umani. Come conferma, tra l’altro, la vicenda di Giulio Regeni, il giovane dottorando italiano rapito e ucciso a Il Cairo. Proprio nei giorni scorsi, nel corso dello speciale mandato in onda dalla trasmissione di RaiTre #cartabianca, la famiglia di Giulio ha richiesto attraverso l’avvocata Alessandra Ballerini che l’Egitto sia dichiarato ufficialmente un paese «non sicuro».

[...]

L’allontanamento dei 20 cittadini potrebbe essere avvenuta anche in virtù dell’accordo di collaborazione tra Italia ed Egitto firmato nel gennaio del 2007. Ma l’avvocata ricorda che, in ogni caso, «le espulsioni di massa sono vietate dall’art. 4 protocollo 4 della CEDU (Corte europea dei diritti dell’uomo, ndr) e che il rimpatrio di richiedenti asilo comporta una palese violazione del principio di non refoulement».

Considerando tutto questo, dunque, l’Adif richiedeva «con urgenza di conoscere la destinazione finale dei cittadini richiedenti asilo di cui sopra, diffidandovi dall’eseguire ogni attività di respingimento o rimpatrio degli stessi».

La richiesta – che evidentemente non è andata a buon fine – era stata inviata a questura e prefettura di Agrigento (competenti sul territorio di Lampedusa), al dipartimento per le Libertà civili e l’immigrazione e a quello della Pubblica sicurezza – Direzione centrale della immigrazione e polizia di frontiera del ministero dell’Interno. Per conoscenza, inoltre, è stato indirizzato anche alla presidenza della commissione per i Diritti umani, al Garante nazionale per i detenuti e all’Alto commissariato per i rifugiati del nostro paese (Unhcr Italia).

Marco Ratti

lunedì 4 aprile 2016

Parte il piano Ue-Turchia, al via primi rinvii. Amnesty: inizio tempi duri per i diritti dei rifugiati

Ansa
A Lesbo 200 rifugiati sono stati imbarcati per le coste turche


Al via all'alba i primi rinvii di migranti nell'ambito dell'accordo tra Ue e Ankara per limitare gli arrivi in Europa. Tra pesanti misure di sicurezza, 202 profughi sono stati scortati su due piccoli traghetti dagli agenti della agenzia europea di protezione delle frontiere Frontex. Circa 4.000 immigrati sono trattenuti sull'isola greca dall'entrata in vigore il 20 marzo dell'accordo tra Bruxelles e la Turchia.

Ore prima sulla vicina isola di Chio la polizia antisommossa si è scontrata con residenti locali durante una protesta contro le deportazioni lì pianificate. "Questo è il primo giorno di tempi molto duri per i diritti dei rifugiati. Nonostante le gravi lacune legali e la mancanza di un'adeguata protezione in Turchia, l'Ue sta andando avanti in un accordo pericoloso", afferma Giorgos Kosmopoulos di Amnesty International in Grecia.

Intanto è atterrato ad Hannover, in Germania, il primo gruppo di rifugiati siriani partito dalla Turchia per essere ricollocato in Europa nell'ambito dell'accordo con Bruxelles. Lo riportano i media locali, secondo cui un altro gruppo di 35 siriani è atteso sempre oggi in Germania.

mercoledì 22 ottobre 2014

Immigrazione - Corte Europea condanna l'Italia: illegittimi respingimenti migranti verso la Grecia

La Repubblica
Il ricorso è stato presentato da quattro migranti che nel 2008 furono respinti. "Atene non ha un sistema di asilo adeguato". A rischio provvedimenti sui rimpatri coatti
Roma - Italia condannata: i respingimenti coatti verso la Grecia sono illegittimi. Lo ha stabilito, ieri, la Corte Europea per i Diritti umani, accogliendo il ricorso presentato dall'associazione "Dirittiumanipertutti", che aveva fatto ricorso nel 2009 per 35 casi di respingimento in Grecia (32 afghani, un eritreo e due sudanesi) dai porti dell'Adriatico. Una sentenza destinata a fare giurisprudenza e a rivedere le politiche sul l'immigrazione e sui rimpatri coatti.
A far partire il ricorso furono Reza Karimi, Yasir Zaidi, Mozamil Azimi, e NajeebHeideri, tutti afgani. Grazie a delle associazioni e a degli avvocati riuscirono a presentare il caso nel 2009. A coordinare l'iniziativa Alessandra Sciurba, all'epoca responsabile dell'osservatorio anti discriminazione razziale di Venezia. "E' una vittoria storica, e importantissima - spiega - la Corte europea ha condannato l'Italia e la Grecia per quei respingimenti, per violazione dell'articolo 3 (tortura e trattamenti inumani e degradanti), per divieto di espulsioni collettive e per violazione dell'articolo 13 (diritto a un ricorso effettivo). Ora nessuno potrà più essere respinto, altrimenti andrà contro l'esito di questa sentenza".
Bocciato il principio della Grecia come “paese sicuro” che metteva a riparo le autorità italiane per praticare il “respingimento con affido al comandante”. Lì i migranti hanno dovuto affrontare un sistema di asilo disfunzionale e condizioni di detenzione abusive. Una pratica diffusa quella di rispedire dai porti dell'Adriatico uomini e donne appena arrivati, senza verificare l'esistenza delle condizioni di asilo e senza compilare nessun documento.

Allora, "Dirittiumanipertutti", con una delegazione di tre persone si era recata a Patrasso, in Grecia. Qui, aveva raccolto le testimonianze e le firme dei 35 respinti. Poi, gli atti erano stati affidati a un legale di Genova, l'avvocato Alessandra Ballerini, che si è presa carico del ricorso. Molte di quelle persone, come spiega Sciurba, in quegli anni si sono perse. Ma con quattro di loro si sono tenuti i contatti. "In Grecia non si può avere accesso all'asilo politico - continua Sciurba - quindi l'accordo siglato tra Italia e Grecia non poteva essere legittimo. Quel che conta è che da domani nessuno potrà essere respinto e rimpatriato come fatto in passato".

Il caso fu sollevato anche in Parlamento. La deputata del Pd, Sandra Zampa, presentò un'interrogazione sulla vicenda: "Non ci fu nessuna risposta, anzi fu messa in giro la voce che la storia fosse una bufala. Ma poi quando la commissione bicamerale Infanzia indagò fu chiara l'ampiezza del fenomeno. Maroni, all'epoca ministro dell'Interno, negava l'esistenza dei respingimenti".

venerdì 21 febbraio 2014

Esercito Turchia blocca profughi al confine con la Siria - Forze di sicurezza aprono fuoco per disperdere rifugiati

TMNews
Istanbul - L'esercito turco questa notte ha respinto un folto gruppo di profughi siriani mentre cercavano di entrare in Turchia sparando in aria per disperderli presso il valico di frontiera di Akcakale, riporta l'agenzia Dogan. 

I rifugiati che vengono dalla città di Rakka, dove nella serata di ieri si sono intensificati gli scontri tra esercito regolare e ribelli anti-Assad sono ora accampati lungo il confine in territorio siriano.

Secondo i dati dell'Agenzia Onu per i rifugiati (Unhcr) la Turchia ospiterebbe ad oggi più di 600 mila rifugiati siriani, di cui 200 mila circa vivono nei campi gestiti dalla Protezione civile turca al confine con la Siria. 

Ankara ha aperto le sue porte ai profughi siriani fin dall'inizio del conflitto nel 2011, ma l'ingente flusso di rifugiati, il più importante da inizio 2013 secondo l'Unhcr, ha spinto le autorità turche a maggiori controlli lungo la frontiera.

domenica 2 febbraio 2014

Australia - Le autorità respingeranno le barche dei rifugiati dalle acque territoriali

La Voce della Russia
Le autorità australiane hanno stabilito che i profughi provenienti dall'Indonesia debbano immediatamente lasciare le acque territoriali australiane, hanno riferito i media, citando il ministro dell'Immigrazione e della protezione dei confini Scott Morrison.
"Questa è la politica e la pratica del nostro governo per evitare l'invasione illegale di immigrati, respingeremo la nave dalle acque territoriali dell'Australia" ha detto Morrison in risposta alle accuse di trattamento disumano dei rifugiati.
"Noi non siamo obbligati all'ospitalità . Noi non facciamo parte di comitati per l'ospitalità" ha detto il ministro.

sabato 2 novembre 2013

Australia - Respinti i profughi ma per il governo è un successo

MISNA
Un successo, il piano di respingimento dei boat-people in navigazione verso le coste australiane, per il premier Tony Abbott. Operazioni affidate alla responsabilità dei militari e per questo non divulgabili nei dettagli, ma che hanno portato oggi il primo ministro a dichiarare: “La diga è chiusa, le barche stanno fermandosi”.
In carica dal 18 settembre, il premier aveva puntato molto in campagna elettorale sulla promessa di interrompere il crescente flusso di profughi verso il suo paese. Per questo, una volta eletto, aveva accentuato le misure preventive che prevedono il respingimento delle imbarcazioni verso i paesi di provenienza o verso l’Indonesia da dove abitualmente tentano l’ultimo passaggio verso l’Australia. Nei casi in cui questo non fosse possibile, è previsto l’arresto e l’invio dei boat-people nei centri offshore dell’isola di Manus in Papua-Nuova Guinea e in quello di Nauru. Affidando inoltre le operazioni di individuazione e di fermo alle Forze armate.

“Il cammino sarà ancora lungo – ha detto oggi Abbott – ma sono compiaciuto di poter dire che le barche stanno fermandosi, arrivano ora a un ritmo del 10% rispetto a quanto succedeva con il precedente governo fino a luglio”. Secondo i dati del premier, gli arrivi che sotto la precedente amministrazione laburista avevano raggiunto i 50.000 all’anno sono ora ridotti drasticamente.

Dati in linea con quanto comunicato venerdì scorso nel suo rapporto settimanale dal ministro dell’Immigrazione, Scott Morrison, secondo cui solo due imbarcazioni erano state intercettate la scorsa settimana e solo una in quella precedente.

Questo mese l’Australia ha firmato un accordo con la Malesia che blocca nel paese molti – circa la metà dei profughi complessivi – che qui arrivavano dal Medio Oriente e l’Asia meridionale prima di ripartire verso l’Indonesia e l’Australia.

mercoledì 30 ottobre 2013

Nigeria, rimpatri forzati nel nord est del paese, l'appello dell'Unhcr a Camerun: "Non li cacciate via"

La Repubblica
Il conflitto tra esercito nigeriano e ribelli negli stati nord-orientali di Adamawa, Borno e Yobe ha provocato un deterioramento delle condizioni umanitarie e di sicurezza nella regione, che si trova in stato d'emergenza fin dallo scorso maggio

LAGOS - A seguito della recente escalation di violenza nel nord-est della Nigeria, l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) ha oggi rivolto un monito agli Stati affinché non effettuino rimpatri forzati nella regione. L'Agenzia esorta a tenere aperte le frontiere per i cittadini nigeriani che fuggono dal proprio paese e che potrebbero avere bisogno di protezione internazionale. Queste raccomandazioni sono contenute nel documento di Avviso sui Rimpatri (Return Advisory) - recentemente pubblicato - che mira a garantire il rispetto dei principi umanitari e d'asilo alla luce del peggioramento della situazione nella regione nord-orientale della Nigeria.

Le stime incerte della fuga in massa. Il conflitto tra esercito nigeriano e ribelli negli stati nord-orientali di Adamawa, Borno e Yobe ha provocato un deterioramento delle condizioni umanitarie e di sicurezza nella regione, che si trova in stato d'emergenza fin dallo scorso maggio. Secondo le stime, la violenza avrebbe provocato la fuga di circa 5mila persone all'interno della regione. Tuttavia, poiché l'accesso umanitario è stato ostacolato dagli attacchi, l'UNHCR ritiene che il numero reale di persone colpite possa essere notevolmente maggiore. Negli ultimi mesi, circa 10 mila nigeriani hanno attraversato il confine del proprio paese per cercare rifugio nei vicini Camerun, Ciad e Niger. La maggior parte di loro si è riversata in Camerun: secondo le autorità locali, sono circa 8.100 i rifugiati nigeriani presenti nel paese e continuano ad arrivane di nuovi. A loro si aggiungono 2.700 rifugiati in Niger e 150 in Ciad.

I respingimenti del Camerun. L'UNHCR si dice allarmata dalle notizie sul tentativo dello scorso 5 ottobre di rimpatriare forzatamente 111 persone dal Camerun alla Nigeria. Il gruppo è stato espulso dal villaggio di Amchidé, nella regione camerunense di Far North, verso lo stato di Amadawa in Nigeria. Nel corso della vicenda 15 persone sono state uccise e 7 ferite mentre le altre 89 sono immediatamente fuggite indietro in Camerun e sono state messe in regime di detenzione. L'UNHCR sta collaborando con il governo del Camerun per verificare se nel gruppo siano presenti persone bisognose di protezione internazionale.

Un rientro solo in condizioni di sicurezza. Probabilmente, alla luce della situazione di sicurezza riscontrabile nel nord-est della Nigeria, le persone in fuga dall'area presentano i requisiti per ottenere lo status di rifugiato contenuti dalla Convenzione ONU sui Rifugiati del 1951 e dalla Convenzione dell'Organizzazione dell'Unità Africana (OUA). Pertanto le raccomandazioni contenute nel documento Return Advisory rimarranno valide finché la situazione nel nord-est della Nigeria non migliorerà a sufficienza da consentire a queste persone un rientro in condizioni di sicurezza e dignità.